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venerdì 1 maggio 2026

Lula, Cina e schiavismo: il caso Byd scuote il Brasile - Paolo Laforgia

Il governo brasiliano ha rimosso il capo dell’ispettorato del lavoro, Luiz Felipe Brandão de Mello, pochi giorni dopo l’inserimento della casa automobilistica cinese Byd nel registro pubblico dei datori di lavoro coinvolti in pratiche assimilabili al lavoro schiavo.

La decisione ha aperto un caso politico che investe direttamente il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, perché tocca uno dei terreni su cui ha costruito la propria identità pubblica: la difesa dei lavoratori. Secondo Reuters, la rimozione è stata formalizzata il 13 aprile, dopo lo scontro interno sulla presenza di Byd nella cosiddetta “lista suja”, la lista nera del lavoro schiavo.

Il caso nasce a Camaçari, nello stato di Bahia, dove Byd sta costruendo un grande impianto destinato a rafforzare la sua presenza nel principale mercato latinoamericano dell’auto elettrica.

Alla fine del 2024, un’ispezione ha trovato nel cantiere 163 lavoratori cinesi in condizioni che le autorità brasiliane hanno definito analoghe alla schiavitù: passaporti trattenuti, alloggi degradanti, giornate di lavoro estenuanti, pochissimi riposi e vincoli economici che rendevano difficile lasciare il posto.

I lavoratori dovevano anche inviare gran parte del salario in Cina e versare un deposito rimborsabile, un meccanismo che rafforzava la loro dipendenza.

Byd ha respinto la responsabilità diretta, attribuendo le violazioni al subappaltatore incaricato dei lavori e sostenendo di non essere stata a conoscenza degli abusi fino alla loro emersione pubblica. Ma in Brasile il punto non è solo chi firmava i contratti.

Il nodo è anche la responsabilità lungo la filiera e il controllo effettivo sulle condizioni di lavoro dentro un grande cantiere industriale. Proprio per questo l’inserimento nella lista nera ha un peso che va oltre il danno reputazionale: può limitare l’accesso a determinati prestiti bancari e rendere meno appetibile un’impresa agli occhi degli investitori.

Il 7 aprile il ministero del Lavoro ha aggiornato il registro includendo 169 nuovi datori di lavoro, tra cui Byd. L’aggiornamento è stato confermato anche da Agência Brasil, che ha dato conto dell’inserimento del gruppo cinese nella lista.

Ma il giorno successivo, l’8 aprile, un tribunale del lavoro ha sospeso in via provvisoria l’iscrizione di Byd, accogliendo la richiesta dell’azienda in attesa di una decisione più approfondita sulla sua responsabilità rispetto agli abusi commessi dal subappaltatore. La sospensione è dunque temporanea e non equivale a una piena assoluzione nel merito.

Pochi giorni dopo è arrivata la rimozione di Brandão de Mello. Il dirigente sarebbe stato licenziato dopo aver ignorato un ordine del ministro del Lavoro Luiz Marinho di lasciare Byd fuori dal registro. Il ministro ha negato di aver favorito aziende e ha definito la sostituzione un normale avvicendamento amministrativo.

L’associazione nazionale degli ispettori del lavoro ha però parlato di ingerenza politica e di ritorsione istituzionale, sostenendo che una decisione tecnica di politica pubblica è stata piegata a un interesse politico.

Per il governo Lula, la vicenda è particolarmente scomoda. Lula non ha costruito la propria traiettoria politica solo parlando di lavoro: è stato operaio metalmeccanico, leader sindacale, fondatore del Partito dei lavoratori (Pt) e protagonista delle grandi mobilitazioni operaie contro la dittatura.

Vedere il suo governo accusato di aver ammorbidito il trattamento riservato a una multinazionale coinvolta in un caso di sfruttamento estremo produce un cortocircuito politico evidente. Non si tratta solo di una crisi d’immagine. Si tratta della distanza tra il profilo storico di un presidente nato nelle lotte operaie e la gestione concreta di un conflitto tra diritti del lavoro e interessi industriali.

Sul fondo pesa la nuova centralità economica della Cina in Brasile. Reuters ha scritto che nel 2024 gli investimenti diretti cinesi nel paese sono raddoppiati a 4,2 miliardi di dollari su 39 progetti, facendo del Brasile il terzo destinatario mondiale di capitali cinesi.

In questo quadro Byd non è un attore marginale, ma uno dei simboli dell’espansione cinese nei consumi e nella manifattura “verde”, mentre i marchi cinesi controllano ormai la gran parte del mercato brasiliano dei veicoli elettrici.

È proprio questa centralità a rendere il caso ancora più delicato: quando in gioco ci sono fabbriche, investimenti e relazioni strategiche, la tentazione di abbassare il livello del controllo sul lavoro diventa più forte.

La vicenda di Bahia mostra così una contraddizione più ampia. La transizione industriale e tecnologica viene raccontata come sinonimo di modernizzazione, innovazione e crescita.

Ma nei cantieri e nelle filiere che alimentano questa trasformazione possono riapparire forme brutali di subordinazione del lavoro, rese meno visibili proprio dal prestigio politico ed economico dei soggetti coinvolti.

Auto elettriche, grandi investimenti e narrativa della transizione non cancellano il punto essenziale: anche l’industria del futuro può poggiare su rapporti di lavoro degradanti, se i controlli vengono aggirati o svuotati.

Il caso Byd non appare nemmeno come un episodio isolato. Reuters ricorda che Marinho era già stato contestato per essersi mosso in passato per impedire l’inserimento di altre grandi imprese nel registro, tra cui una divisione del gruppo Jbs, e che la legittimità di quelle interferenze è stata contestata davanti alla Corte suprema.

La domanda che resta aperta è dunque più larga del singolo licenziamento: chi decide se la tutela del lavoro è un principio da applicare anche contro aziende potenti, oppure una variabile da adattare alle convenienze economiche e diplomatiche del momento.

In Brasile, per ora, il segnale arrivato dagli uffici pubblici è netto. A finire sotto pressione non è stata soltanto l’azienda accusata di aver beneficiato di condizioni di lavoro assimilabili alla schiavitù. È stato anche il funzionario che aveva applicato uno degli strumenti più importanti di trasparenza e contrasto disponibili nel paese.

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sabato 15 novembre 2025

La “colpa” degli incidenti stradali è dei Cinghiali e dei Cervi sardi?! - GrIG


La notte fra il 7 e l’8 novembre 2025 un medico (Ciriaco Meloni) è purtroppo deceduto in un incidente stradale lungo la strada Sassari – Olbia a causa dell’impatto con un Cinghiale (Sus scrofa meridionalis), anch’esso morto.

Le immediate reazioni da parte di amministratori locali ed “esperti”, riprese ampiamente dai mezzi d’informazione, sono state pressochè univoche nell’invocare campagne di abbattimento massivo degli Ungulati, come se gli incidenti stradali fossero in massima parte dovuti alla fauna selvatica: In Sardegna più di 100mila cinghiali: «Sono pericolosi, incidenti in aumento» – Parla l’esperto. Intervista con Andrea Sarria, il presidente dell’Ordine dei veterinari del Nord Sardegna (Paolo Ardovino, La Nuova Sardegna, 9 novembre 2025), “Rischio incidenti troppo alto: contro cinghiali e animali vaganti servono barriere, dissuasori e abbattimenti”: l’appello di molti sindaci dopo la tragica morte del medico di Bitti (L’Unione Sarda, 8 novembre 2025).

sulla medesima linea, ovviamente, esponenti delle associazioni venatorie.

Parlare di “colpe” degli incidenti stradali da parte della fauna selvatica significa confondere un bicchiere d’acqua con il mare.

Secondo i dati della Polizia stradale, “nel 2022, rispetto al 2021, sono aumentati gli incidenti stradali del 7,4 per cento, che sono stati 69.963 contro i 64.788 dell’anno prima; gli incidenti mortali sono stati 1.345 e le vittime 1.471. Anche questi dati hanno registrato un aumento rispettivamente del 7,5 per cento e del 10,9 per cento”.

Dati in prospettiva confermati dall’ISTAT e dalla triste constatazione che “a livello mondiale gli incidenti stradali rappresentano la prima causa di morte tra i giovani di età compresa tra i 5 e i 29 anni”.

Il Rapporto Statistiche sull’incidentalità nei trasporti stradali 2023 (Ministero Infrastrutture e Trasporti), offre un quadro estremamente chiaro su numeri e cause degli incidenti stradali: “nel 2022 gli incidenti stradali con lesioni a persone in Italia sono stati 165.889, le vittime 3.159 e i feriti 223.475. Ogni giorno, durante l’anno, si sono verificati in media 454 incidenti stradali con lesioni a persone, sono morte 9 persone e ne sono rimaste ferite 612. Rispetto al 2021 aumentano le vittime del 9,9%, i feriti e gli incidenti del 9,2%” (dati ISTAT – Incidenti stradali in Italia).  Dati analoghi nel 2021.

I dati del 2022 (ultimi disponibili) parlano di 493 incidenti causati da “animale domestico o selvatico urtato”, pari allo 0,2% dei 217.527 incidenti stradali avvenuti in Italia.

Nulla in confronto ai 32.701 incidenti causati da “guida distratta o andamento indeciso” (il 15,00%) o ai 29.840 incidenti causati dal mancato rispetto della precedenza o del semaforo (il 13,7%) o ancora 20.316 incidenti causati dalla velocità troppo elevata (il 9,3%).

Ben il 92,4% degli incidenti stradali avvenuti nel 2022 (cioè 201.081 incidenti) è stato causato da comportamento scorretto del conducente o del pedone.

I dati ufficiali riportano, quindi, che nel 2022 gli incidenti causati da “animale domestico o selvatico urtato” sono stati solo 493, lo 0,2% del totale.  In tutta Italia.

Solo nei primi dieci mesi del 2025 i dati (provvisori) ASAPS indicano ben 328 pedoni uccisi sulle strade italiane. 

Tuttavia, nessuno di questi è stato investito da un Cinghiale o da un Cervo.

Non si rinviene lo stesso vigore per richiedere maggiori controlli su automobilisti e guidatori di mezzi pesanti, per esempio.

A parte il fatto che l’incremento delle uccisioni indistinte dei Cinghiali, proprie della caccia e dei piani di abbattimento, non fanno altro che incrementare le popolazioni di Cinghiale, perché fan venire meno l’autocontrollo delle nascite all’interno dei branchi – come ben noto da tempo e opportunamente ricordato in questi giorni dal veterinario Paolo Briguglio (L’esperto: «Aprire la caccia tutto l’anno farebbe aumentare il numero dei cinghiali». Paolo Briguglio, direttore della clinica Duemari: «Incrementando gli abbattimenti non si risolve il problema», La Nuova Sardegna, 9 novembre 2025) – vi sono cospicui fondi pubblici regionali già disponibili da tempo per interventi di tutela della fauna selvatica e del traffico stradale.

Con la deliberazione Giunta regionale n. 52/42 del 23 dicembre 2024 sono stati stanziati 500 mila euro per sostenere gli “interventi sperimentali” dei Comuni di Pula, Guspini, Siliqua, Arbus, Guspini, Laconi per evitare l’attraversamento della viabilità da parte degli ungulati nei rispettivi territori comunali.

Allo stato, tuttavia, pur annunciati da mesi, tali interventi non si vedono, pur essendo le recinzioni alte e robuste, magari anche elettrificate, lungo la viabilità principale e secondaria realtà quotidiana in gran parte d’Europa. 

Così come non si vedono – pur formalmente sollecitati più volte dal GrIG – quelle iniziative semplici, ma efficaci per trattenere nelle zone boscate Cervi e Cinghiali come la realizzazione di erbai e colture in radure per la fauna selvatica, per giunta finanziati con fondi comunitari (es. PSR 2007-013, Misura 214, Azione 3, Intervento 2) e la realizzazione di piccole riserve idriche in zone di bosco e macchia.

Perché Cervi sardi e Cinghiali si spostano a valle fondamentalmente alla ricerca di acqua e cibo nei periodi di siccità.

Ma non sarebbe finalmente ora di affrontare il problema con serietà e buon senso?

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)


come la caccia contribuisce all’incremento dei Cinghiali (forse con un disegnino finalmente si capisce…)

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martedì 20 maggio 2025

La mia auto elettrica va… a benzina: mi sento un po’ preso in giro - Ferdinando Boero

Marchionne, quando era a capo della Fiat, disse: se un’auto elettrica prende energia da una centrale a carbone… va a carbone. Certo, diminuisce l’inquinamento in città, ma delocalizzare l’inquinamento è solo una finta. Il passaggio alle rinnovabili dovrebbe risolvere il problema.

Prima avevo un’auto a gasolio, ma oramai era vecchia e l’ho cambiata. Non volevo comprare un’auto da ricaricare alla colonnina, non c’è ancora garanzia di autonomia e di ricarica rapida. Ero soddisfattissimo dell’auto che avevo, così ho deciso di rinnovare la scelta e ho preso il nuovo modello. È elettrica, mi dice fiero il concessionario: le ruote girano solo grazie a un motore elettrico, sempre. E per la ricarica? No, non c’è bisogno di colonnine, c’è un motore a benzina che ricarica il motore elettrico. Quando finisce la benzina, si fa rifornimento. Semplice no?

Prima di comprarla mi sono informato, ma non ho trovato di meglio per rispondere alle mie esigenze. Se c’è non l’ho trovato e non ditemelo, che ci resto male.

Ora, tornando a Marchionne, la mia auto elettrica va… a benzina. La settimana scorsa ho fatto 1.200 km e, se avessi dovuto ricaricare da colonnine, ci avrei messo molto di più di 11 ore. Il bello è che con il diesel facevo mille km con un pieno, e ora ne faccio 750, se sto attentissimo. E ogni 15.000 km devo fare un tagliando che costa 350 euro. L’ho fatto oggi.

L’auto precedente aveva il cambio manuale, questa invece è automatica. Nessun problema, la prima auto che ho avuto, una Ford Ltd Sw del 1970, quattromila cc, comprata in California nel 1983, per mille dollari, aveva il cambio automatico: Drive, Rear, Park. Faceva 4 km con un litro di benzina ma allora, in Usa, la benzina costava quasi niente: con il prezzo di un litro in Italia, in California te ne davano un gallone. Prima della Ford Ltd Sw avevo avuto solo motociclette, e ho continuato con quelle fino al 1989. Guidarle non era solo andare da A a B, il bello era quello che c’era in mezzo. Le auto sono, per me, un mezzo di trasporto, le moto sono un fine. Solo che, dopo aver corso il rischio di fare una brutta fine, ho deciso di smettere e dalle due sono passato alle quattro ruote.

Le marce della moto sono un divertimento, in auto sono una rottura, visto che quando si guida di solito si marcia piano, nel traffico: prima, seconda, frizione, freno, prima, seconda. Col cambio automatico non me ne accorgo neppure, sembra di essere sugli autoscontri. Ci sono i sensori di parcheggio, telecamere dappertutto, e allarmi che suonano. Un pedone ha cercato di buttarsi sotto la macchina, e lei si è fermata prima che la fermassi io. Però per andare avanti la leva va spostata indietro, e per andare indietro va spostata avanti. L’ha progettata un utente di Windows, che se vuoi finire devi scegliere Start: comincia.

Il confort è ottimo, non mi sono neanche accorto di quei 1.200 km, niente rumore, niente vibrazioni, musica ben riprodotta, tutto bene. Certo, quando li facevo in moto erano uno spasso. Una volta li ho fatti in otto ore, ma non c’erano i tutor: tre fermate per fare il pieno e far pulire il casco dagli insetti, c’erano ancora i benzinai, e mettevo solo un piede per terra (chi va in moto capisce). Arrivato a Genova andavo a prendere quella che poi sarebbe diventata mia moglie e andavamo a fare una sgroppata sull’Aurelia: Genova-Recco e ritorno. Per fare un po’ di curve dopo tanta autostrada. Passato all’auto, il divertimento è finito. Con l’elettrica le cose sono cambiate, non sembra di guidare, ma viaggiare costa di più: consuma di più e la benzina è più cara del gasolio, per non parlare di quei 350 euro ogni 15.000 km. In compenso non pago il bollo, mi ha detto l’Aci: è elettrica… Penso anche di poter entrare nelle Ztl, in alcune città.

Ma, non ditelo all’Aci, la mia macchina non è elettrica, è a benzina. Il motore a combustione che ricarica il motore elettrico produce emissioni. Un pochino mi sento preso in giro. Un finto ambientalista, uno che mangia pesci di allevamento per non depauperare la fauna ittica selvatica, anche se i pesci di allevamento sono nutriti con farine di pesce che proviene da popolazioni naturali. E un chilo di pesce di allevamento significa dieci chili di pesci selvatici. Più gli antibiotici. Questo è un espediente retorico: non mangio pesci da acquacoltura e se devo mangiar pesce non prendo quello sotto taglia e mi oriento sul pesce azzurro. In California mangiavo salmoni, devo dire che sono mondiali! Ma erano pescati. Il colore della carne era dovuto alla dieta, non a coloranti artificiali aggiunti al mangime. E non trasudavano grasso.

Morale: la strada verso la sostenibilità è ancora lunga e tortuosa, come dicevano i Beatles. Ah, ho cambiato gli infissi. Uso l’auto il meno possibile (faccio una media di diecimila passi al giorno) e cerco di produrre quanti meno rifiuti possibile. E li riciclo diligentemente. Raccolgo la spazzatura da terra e la metto nei cestini. Ma non ho molta scelta, per il momento, se voglio avere uno stile di vita veramente sostenibile. Le soluzioni non possono essere che nell’offerta, e non possono essere un lusso. L’unica arma è di votare per partiti seriamente impegnati a perseguire serie politiche di sostenibilità.

Ce ne sono? Mah, speriamo che non siano come la mia nuova auto elettrica. Che va a benzina. Controlliamoli bene, prima di dar loro fiducia.

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sabato 26 aprile 2025

I veicoli fuori uso sono rifiuti pericolosi - Grig

 

I veicoli non più utilizzabili non possono esser abbandonati.

Lo ricorda la Suprema Corte, con la sentenza Corte cass. Sez. III, 7 aprile 2025, n. 13282, che rammenta che “integra gli estremi del reato di cui all’art. 256, comma 1, lett. b) del d. lgs. 152/2006, la condotta del soggetto che abbia abbandonato o depositato in modo incontrollato veicoli a fine vita, quindi, fuori uso, essendo tali veicoli, ancorché muniti di targa, qualificabili come rifiuti speciali pericolosi se non bonificati mediante la eliminazione dei materiali inquinanti. 
I veicoli fuori uso sono classificati come rifiuti pericolosi (codice CER/EER 160104) sia ai sensi del d. lgs. n. 22 del 1997 che del vigente d. lgs. 152 del 2006, allorché non siano stati bonificati mediante l’eliminazione dei materiali inquinanti
”, fra cui, a titolo di esempio, olio motore, combustibili, liquidi dei freni, che devono esser rimossi con particolari metodologie per evitare fenomeni di inquinamento.

Una pronuncia di grande interesse in difesa dell’ambiente e della salute pubblica.

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

 

 

dalla Rivista telematica di diritto ambientale Lexambiente, 17 aprile 2025

Cass. Sez. III n. 13282 del 7 aprile 2025 (UP 20 mar 2025)
Pres. Ramacci Est. Scarcella Ric. Ndaw
Rifiuti. Veicoli fuori uso quali rifiuti pericolosi.

I veicoli fuori uso sono classificati come rifiuti pericolosi (codice CER/EER 160104) sia ai sensi del d. lgs. n. 22 del 1997 che del vigente d. lgs. 152 del 2006, allorché non siano stati bonificati mediante l’eliminazione dei materiali inquinanti. Peraltro, vanno qualificati come veicoli fuori uso e pertanto rifiuti, ai sensi dell’art. 3, comma 1, lett. b), del d. lgs. 24 giugno 2003, n. 209, i veicoli a fine vita, indipendentemente dal fatto che gli stessi siano ancora muniti di targa, di cui il detentore si sia disfatto ovvero abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi. Inoltre, affinché un veicolo dismesso possa considerarsi rifiuto pericoloso è necessario non solo che esso sia fuori uso, ma anche che contenga liquidi o altre componenti pericolose, perché altrimenti esso rientra nella categoria classificata con il codice CER/EER 16.01.06. In generale, un autoveicolo contiene elementi e sostanze liquide necessari al suo funzionamento (ad es. combustibile, batteria, olio motore, liquidi refrigeranti), la cui rimozione viene effettuata tramite operazioni complesse che comportano anche l’impiego di particolari attrezzature per lo smontaggio e che richiedono competenze tecniche specifiche. Una volta rimossi, i liquidi e le componenti non più utilizzabili dovranno essere gestiti come rifiuti…

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mercoledì 5 febbraio 2025

Batterie al sodio, la tecnologia pulita di cui non stiamo parlando abbastanza - Caterina Orsenigo

 

 

Da 30 anni e 29 Conferenze sul clima si discute a livello globale dell’urgenza di affrontare la crisi climatica. Da allora le emissioni di gas serra sono continuate ad aumentare, nell’atmosfera le parti per milione di CO₂ sono passate da 360 a quasi 426, l’intensità di ondate di calore, incendi, uragani e alluvioni è cresciuta in maniera spaventosa, molti ghiacciai perenni hanno smesso di essere perenni e, anzi, stanno scomparendo.

E però, da allora, sono anche state trovate soluzioni sempre più realistiche, sempre più a basso costo, sempre meno impattanti. Le tecnologie per l’energia eolica e solare si sono affinate a una velocità inizialmente impensabile. Oggi coprono il 30 per cento del fabbisogno europeo contro il 27 per cento delle fonti fossili e stanno diventando molto più convenienti di queste ultime.

Ma c’è anche un’altra cosa. Da allora, chi di noi ha provato a immaginarlo, questo mondo libero dal fossile ha iniziato anche a desiderarlo. A prescindere dalla crisi climatica. Semplicemente perché sarebbe un mondo migliore: meno inquinato ma anche meno diseguale, meno centralizzato, meno estrattivista, meno coloniale. Anche più sicuro, pulito, rilassato, verde. In questo mondo le automobili magari ci sarebbero lo stesso, ma pochissime. Si userebbe l’auto privata solo nelle aree interne dove non se ne può fare a meno, mentre nelle città sarebbero solo in sharing, ci si muoverebbe in bici, a piedi e con mezzi pubblici elettrici: ci sarebbe molto più spazio, meno cemento e l’aria sarebbe più piacevole da respirare. In questo mondo le automobili restanti però, oltre a essere elettriche, dovrebbero anche essere poco costose, e poco impattanti dall’inizio alla fine del loro ciclo. Possibile?

Possibile. Anzi, già esiste una tecnologia che lo permette, solo che non se ne parla abbastanza. Sulle ragioni per cui non se ne parla abbastanza torneremo più avanti. Intanto, di cosa si tratta?

La materia prima è una delle risorse più abbondanti, diffuse e facilmente reperibili del pianeta e sarebbe veramente difficile finirla: il sodio. In altre parole, il sale marino. Ce l’hanno non proprio tutti gli stati del mondo ma una larga maggioranza, di sicuro tutti i continenti. Per estrarlo una volta si usavano vento e sole: asciugavano l’acqua, rimaneva il sale. Ora ci sono i dissalatori, con cui si ottengono sia acqua potabile sia una melassa di sale da cui si estrae sodio. Due piccioni con una fava, verrebbe da dire.

Ecco: con il sodio si possono fare le batterie. Le batterie agli ioni di sodio, oltre al sale marino come base principale, si legano a materiali facilmente reperibili: il manganese, lo stagno per aumentare la potenza, l’alluminio come collettore di corrente. Si prevede che arriveranno presto a costare meno della metà delle batterie agli ioni di litio. Queste ultime hanno bisogno di materiali particolarmente critici o strategici, tutti inseriti ai primi posti del Critical Raw Material Act, l’elenco stilato dalla Commissione europea per classificare i materiali in base a rischi, difficoltà e costi di approvvigionamento. Contengono infatti elettrodi di nichel e cobalto, rame, silicio. Molti di questi, litio compreso, vengono dalla Cina o da miniere in Africa o Sud America, spesso già controllate dalla Cina. Inoltre, la loro estrazione comporta profondi danni alle popolazioni locali: perdita di giurisdizione sul proprio territorio e sulle proprie risorse, inquinamento delle falde acquifere e del terreno, carenza d’acqua, degrado ambientale.

Per ottenere il sodio non c’è bisogno di nulla del genere. Lo hanno tutti, quindi non serve andare così lontano né accaparrarsi risorse altrui. Non necessita di processi di estrazione complicati e inquinanti, non ha nemmeno bisogno di essere trasportato da una parte all’altra del pianeta, anzi permetterebbe molto più facilmente lo sviluppo di un’industria locale su piccola scala. È quel materiale meno inquinante, meno estrattivista, meno coloniale di cui avevamo bisogno.

Un difetto c’è. Ha una densità di potenza minore rispetto al litio. In altre parole: nello stesso spazio, il sodio produce una quantità di potenza minore. Questo vuol dire che col sodio non si possono fare gli smartphone, i pc, i tablet: tutti quegli oggetti che devono essere piccoli e pesare poco. Ma ovviamente la quantità di litio che serve per un telefono è minima rispetto a quella necessaria per un’automobile, o un autobus, o un camion elettrico.

E qui veniamo al punto. Con le batterie agli ioni di sodio si possono fare fondamentalmente due cose. Innanzitutto le batterie di accumulo per stoccare l’energia elettrica prodotta da solare e fotovoltaico. E poi le automobili, e questa è una rivoluzione.

Vuol dire avere automobili utilitarie a prezzi bassi, non più di lusso ma accessibili a tutti. Si ricaricano più velocemente, durano più a lungo, si riciclano più facilmente. Potrebbero essere un po’ meno performanti e quindi percorrere meno chilometri. Ma se pensiamo a che passi avanti enormi si sono fatti con il litio negli scorsi anni, la capacità evolutiva che abbiamo di fronte è immensa.

Infatti le auto con batterie al sodio in Cina esistono già e sono in commercio da poco più di un anno. Fra le prime c’è stata la Yiwei 3, uscita a gennaio 2024 e prodotta da Jac, azienda partecipata al 75% da Volkswagen. Costa 11.500 euro ed è già stata esportata in Centro e Sud America. Anche in Europa molto timidamente qualcosa si muove: Stellantis per esempio ha cominciato a investire nel settore come ramo strategico di un’azienda francese, Tiamat, impegnata a sviluppare questa tecnologia. Eppure se ne parla pochissimo, si nomina a stento. E dire che proprio l’Italia – e in generale l’Europa – di sodio ne avrebbe tantissimo, essendo letteralmente circondata dalla più grande miniera di sodio: il mare.

C’è qualcosa di strano nel fatto che una tecnologia come questa non sia sulla bocca di tutti. I vantaggi sono evidenti, su tutti i piani: sociale, ambientale, etico e geopolitico. Sul piano sociale, perché se costa poco è inclusiva. Ambientale ed etico, per il basso impatto e perché riduce il problema dell’accaparramento delle risorse. Geopolitico, perché vuol dire non dipendere da chi detiene direttamente o indirettamente una data risorsa (di solito, la Cina). Non solo: il processo di produzione è molto simile a quello delle altre batterie, quindi convertire la produzione non sarebbe poi così difficile. E allora perché non se ne parla?

Le questioni sono essenzialmente due, collegate tra loro e altrettanto problematiche.

Da un lato le aziende coinvolte nell’estrazione, produzione e raffinamento del litio hanno tutto l’interesse a spingere sullo sviluppo e l’adozione di batterie al litio, e lo stesso vale per gli attori che si occupano dell’estrazione degli altri metalli rari coinvolti. Al contrario, il sodio non richiede concessioni. Non è concentrato, non ci sono miniere. Quando un bene è troppo comune, il suo valore è basso e chi vuole gestire il mercato delle batterie non ha interesse a vederne scendere il prezzo.

Dall’altro lato, se si è sempre stati abituati a ragionare su rapporti di forza che si basavano sull’accaparramento delle risorse, una materia prima che non rispecchia questo modello interessa poco. La maggior parte degli equilibri (e ora soprattutto disequilibri) geopolitici è basata sull’economia dell’estrattivismo, e il sodio ne è fuori. L’economia di mercato è fatta così: non tiene conto dei beni comuni. Insomma, del sodio si parla poco perché può creare benessere, indipendenza energetica, anche competitività, ma non grandi profitti, non monopoli, non potere.

In Sicilia nel XVI secolo re Carlo V d’Asburgo fondava il proprio impero sulle saline: con la stessa quantità di sale prodotta da lui allora, oggi si potrebbero produrre venti milioni di macchine, come racconta il chimico industriale dell’Università di Bologna Leonardo Setti. Sarebbero la metà dell’attuale parco auto italiano.

Nel mondo senza fossile che immaginiamo non ne vorremmo così tante, ne basterebbero molte meno: quel sodio potremo destinarlo alla mobilità pubblica, e intanto avere acqua potabile proprio in Sicilia, dove già ora scarseggia. Se ragionassimo in termini di vantaggi per tutti e non per poche aziende interessate, sarebbe molto semplice. Immaginare le cose aiuta a renderle possibili e per questo dovremmo parlare più spesso del sodio: renderebbe più concreta la visione di un mondo meno inquinato, meno diseguale, meno centralizzato, meno estrattivista, meno coloniale. Insomma, migliore.


Caterina Orsenigo è scrittrice e giornalista. È laureata in filosofia a Milano e in letterature comparate a Parigi. Scrive di immaginari e crisi climatica per diversi giornali e riviste. Con Prospero Editore ha pubblicato il romanzo di viaggio “Con tutti i mezzi necessari”. Organizza passeggiate letterarie con l’associazione Piedipagina e fa parte del comitato organizzativo del corso di perfezionamento in Ecosocialismo dell’Università Bicocca.

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venerdì 21 giugno 2024

Chi causa davvero gli incidenti stradali. P.S. è ora di finirla con l’eutanasia dei (pochi) neuroni

Con supremo sprezzo del ridicolo, nel bandire una protesta davanti alle Prefetture sarde per il prossimo 27 giugno 2024, la Coldiretti, fra l’altro, ha affermato: “Il Rapporto dell’associazione sostenitori e amici della polizia stradale, si legge in una nota dell’associazione, sottolinea come in Sardegna siano stati 4 gli incidenti gravi negli ultimi anni (persone ferite gravemente o decedute) causati da animali con, nel 2023 in Italia, 193 i casi rilevanti, in aumento del 7,8% sul 2022 e 11 decessi. In 170 casi, sottolinea il report, l’incidente è stato causato da animali selvatici (88%) mentre il restante 12% da animali domestici”.

Sempre secondo Coldiretti, in base ai piani di contenimento della fauna selvatica elaborati dalle Province, “nella Provincia di Oristano …  nel corso del 2022 e del 2023 sono stati accertati rispettivamente 85 e 83 incidenti stradali causati dal cinghiale … nel Nuorese … gli incidenti stradali rilevati nel periodo 2018/2021 nella Provincia sono stati 360 … a Sassari … gli incidenti stradali sono passati dai 150 nel 2014 ai 248 del 2019 sino all’impennata del 2021 quando il Piano ne ha registrato 400”.

Ovviamente non finisce qui.




La notte fra il 17 e il 18 giugno scorso un turista è deceduto per una caduta dalla moto causata da uno scontro fortuito con un esemplare di Cervo sardo (Cervus elaphus corsicanus) nella zona di Is Molas, in Comune di Pula (CA).

Negli ultimi anni la nostra compagnia si sarà occupata di 50, forse 60 incidenti di questo genere”, afferma Gianluca Spagnolu, comandante della Compagnia Barracellare di Pula (vds. L’Unione Sarda, 20 giugno 2024), mentre il consigliere comunale pulese Emanuele Farneti (vds. L’Unione Sarda, 19 giugno 2024) “si batte da anni per un controllo di cervi e daini: ‘La soluzione è una sola, ripristinare gli equilibri attraverso la riduzione numerica’” a base di piombo, visto che il consigliere-cacciatore non conosce altro. E soluzioni analoghe, con la fantasia di un presepio, auspica anche il sindaco di Pula Walter Cabasino.

Naturalmente nessuno propone quelle recinzioni alte e robuste, magari anche elettrificate, lungo la viabilità principale e secondaria che sono realtà quotidiana in gran parte d’Europa.



Il Comune di Pula – tanto per far capire il livello della politica locale – si è distinto in questi anni per essere l’unico Comune ad aver accolto e fatto propria una petizione di cacciatori locali promossa dall’allora assessore-cacciatore Farneti per tagliare ben 1.600 ettari di territorio del parco naturale regionale di Gutturu Mannu per banali interessi venatori.

Autolesionismo demenziale sigillato dalla  legge regionale Sardegna 23 ottobre 2023, n. 9.

La fauna selvatica causerebbe, quindi, un’ecatombe di morti e feriti a causa degli incidenti stradali, tanto da aver spinto il Governo Meloni a prevederel’adozione di piani di abbattimento della fauna selvatica senza se e senza ma con la legge 29 dicembre 2022, n. 197 (art. 1, commi 447-448), avverso cui il Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) ha effettuato ricorso alla Commissione europea e ha promosso la petizione popolare No al far West calibro 12 in Italia, che ha avuto più di 30 mila adesioni e ha fatto aprire una specifica procedura di infrazione per violazione del diritto comunitario.



Per la tutela assoluta del Cervo sardo si sono espresse nel 2022 ben 80.445 persone sottoscrivendo la petizione popolare per la salvaguardia del Cervo sardo promossa dal GrIG

Ma le cose stanno davvero così?

Secondo i dati della Polizia stradale, “nel 2022, rispetto al 2021, sono aumentati gli incidenti stradali del 7,4 per cento, che sono stati 69.963 contro i 64.788 dell’anno prima; gli incidenti mortali sono stati 1.345 e le vittime 1.471. Anche questi dati hanno registrato un aumento rispettivamente del 7,5 per cento e del 10,9 per cento”.

Dati in prospettiva confermati dall’ISTAT e dalla triste constatazione che “a livello mondiale gli incidenti stradali rappresentano la prima causa di morte tra i giovani di età compresa tra i 5 e i 29 anni”.



Il Rapporto Statistiche sull’incidentalità nei trasporti stradali 2023 (Ministero Infrastrutture e Trasporti), offre un quadro estremamente chiaro su numeri e cause degli incidenti stradali: “nel 2022 gli incidenti stradali con lesioni a persone in Italia sono stati 165.889, le vittime 3.159 e i feriti 223.475. Ogni giorno, durante l’anno, si sono verificati in media 454 incidenti stradali con lesioni a persone, sono morte 9 persone e ne sono rimaste ferite 612. Rispetto al 2021 aumentano le vittime del 9,9%, i feriti e gli incidenti del 9,2%” (dati ISTAT – Incidenti stradali in Italia).  Dati analoghi nel 2021.

I dati del 2022 (ultimi disponibili) parlano di 493 incidenti causati da “animale domestico o selvatico urtato”, pari allo 0,2% dei 217.527 incidenti stradali avvenuti in Italia.

Nulla in confronto ai 32.701 incidenti causati da “guida distratta o andamento indeciso” (il 15,00%) o ai 29.840 incidenti causati dal mancato rispetto della precedenza o del semaforo (il 13,7%) o ancora 20.316 incidenti causati dalla velocità troppo elevata (il 9,3%).

Ben il 92,4% degli incidenti stradali avvenuti nel 2022 (cioè 201.081 incidenti) è stato causato da comportamento scorretto del conducente o del pedone.




I dati ufficiali riportano, quindi, che nel 2022 gli incidenti causati da “animale domestico o selvatico urtato” sono stati solo 493, lo 0,2% del totale.  In tutta Italia.

Altro che i fantasiosi (per non dire altro) 1.200 incidenti causati nel 2022 dai soli Cinghiali nella sola Sardegna di cui aveva parlato l’allora Presidente della Regione autonoma della Sardegna Christian Solinas, altro che gli onirici dati diffusi dalla Coldiretti o le decine (centinaia?) di incidenti nella sola zona di Pula.

Quindi di che parlano?

Gli incidenti stradali sono causati fondamentalmente da distrazioni e velocità troppo elevata, nonostante ciò, costoro intenderebbero far sparare a qualsiasi specie di fauna selvatica, in qualsiasi giorno dell’anno, in qualsiasi luogo del territorio nazionale, compresi parchi naturali e centri urbani, per diminuire gli incidenti stradali?  Altre farneticazioni?

Ma dove vivono i nostri esperti governanti?  E dove vivono i dirigenti della Coldiretti?

Visto che i dati sugli incidenti stradali riguardano anche gli animali domestici, vorranno estendere i piani di abbattimento anche a Cani, Gatti, Mucche e Criceti?

E, già che ci siamo, visto che nel 2022 in Italia sono morti ben 485 pedoni investiti da autoveicoli, perché non avviare anche un bel piano di contenimento dei guidatori di auto, moto, furgoni e T.I.R.?

Se ne potrebbero abbattere il 10%, per esempio.

O no?

Ma non sarebbe ora di finirla con l’eutanasia dei (pochi) neuroni superstiti?

da qui

lunedì 11 marzo 2024

Un’assurda direttiva del Governo per impedire di ridurre morti e feriti sulle strade e per far perdere tempo e denaro ai Comuni - Associazione Marco Mascagna

 

A 50 Km/h un pedone o ciclista investito da un’auto ha l’85% di probabilità di morire, a 30 Km/h solo il 10%; un automobilista che fa uno scontro frontale a 50 Km/h ha il 10% di probabilità di morire, a 30 Km/h meno dell’1% [1]. Questi dati sono riportati in un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e sono la diretta conseguenza di una legge della fisica nota da secoli: la forza esercitata (quella che causa i danni) è direttamente proporzionale alla massa e alla velocità. Ora, poiché la massa di un’auto o di una moto è notevole (70-300 Kg per un due ruote, 800-2700 Kg per un’auto) e non è variabile, bisogna agire sulla velocità per ridurre i danni.

Un dato importante che molti ignorano è che la maggioranza degli incidenti avviene in città: in Italia il 73%, con il il 71% dei feriti (oltre 140.000 all’anno) e il 42% delle morti (circa 1.500 morti all’anno) [2].

È sulla base di questi dati che molte città hanno sperimentato il limite generalizzato di velocità a 30 Km/h (tranne che per gli assi di scorrimento veloce).

Graz, città austriaca di 300.000 abitanti, lo ha adottato già nel 1992 e da allora molte città hanno seguito il suo esempio: Parigi, Londra, New York, Toronto, Bruxelles, Madrid, Amsterdam, Barcellona, Bilbao, Valencia, Lione, Edimburgo, Helsinki, Tolosa, Zurigo ecc.

Un così ampio numero di città in cui è stato adottato il limite di 30 Km/h ha permesso di conoscere in maniera precisa e certa gli effetti di tale provvedimento.

Se si consulta PubMed, il più importante archivio di articoli scientifici medici, si trovano molte ricerche sugli effetti sulla salute della riduzione della velocità a 30 Km/h nei centri urbani: tutti questi studi evidenziano una riduzione significativa del numero di morti e feriti (dal 20% al 70% in meno dei decessi).

Una metanalisi di queste ricerche, pubblicata sull’autorevole Journal of Public Health, afferma: “Vi sono prove più che convincenti dell’efficacia nel ridurre incidenti e lesioni” [3].

Alle medesime conclusioni arriva uno studio pubblicato sul British Medical Journal: “L'introduzione di zone a 20 miglia orarie è stata associata a una riduzione del 42% delle vittime della stradaLa riduzione percentuale è stata maggiore per i bambini e per la categoria delle vittime decedute o gravemente ferite rispetto alle ferite minori. Nelle aree adiacenti alle zone a 20 miglia orarie, le vittime sono diminuite in media dell’8%” [4].

Sulla base di tali evidenze scientifiche l’OMS, l’ONU, la UE e il Ministero dei Trasporti hanno varato documenti che invitano ad adottare il limite di 30 Km/h nelle città.

La Dichiarazione di Stoccolma, approvata alla terza Conferenza ministeriale globale sulla sicurezza stradale, afferma che bisogna imporre velocità massima di 30 km/h nelle aree in cui gli utenti vulnerabili della strada (pedoni, ciclisti) e i veicoli si mescolano in modo frequente, “tranne nei casi in cui esistono prove evidenti che velocità più elevate sono sicure”. Questa affermazione è stata fatta propria dall’ONU e dall’OMS [5, 6].

Il Quadro strategico dell’UE in materia di sicurezza stradale 2021-2030 raccomanda di adottare una velocità massima di 30 km/h, come regola generale, nelle zone residenziali e nelle zone con un numero elevato di ciclisti e pedoni [7].

Anche il nostro Ministero dei Trasporti nel 2021 ha raccomandato che “dove ci possono essere impatti che coinvolgono veicoli e pedoni, la velocità dovrebbe essere limitata a 30 km/h” perché “l’implementazione di zone 30 risulta una soluzione efficace per ambienti urbani e spazi pubblici sicuri” [8]. Infatti, se in tutte le città italiane si adottasse il limite di 30 Km/h ogni anno circa 800 persone non morirebbero e 100.000 non sarebbero ferite.

Si rimane perciò senza parole a sapere che il Governo Meloni ha varato una specifica direttiva per rendere quanto mai difficile ai Comuni istituire zone con limite 30 Km/h [9]. E ancora più sconcertati si rimane leggendo le idiozie che vi sono scritte:

-        il limite di 30 Km/h può essere adottato “solo per aree delimitate, perché solo tale approccio consente di fornire adeguate motivazioni” a tale provvedimento (le ricerche dicono il contrario o, forse, per il Ministro dei Trasporti salvare 800 persone dalla morte e avere 100.000 feriti in meno ogni anno non è una valida motivazione?);

-        “circolare a una velocità troppo bassa può essere concausa di sinistri” (ciò vale se uno va a 30 Km in un’autostrada, non se tutti vanno a una velocità inferiore a 30 Km/h: in questo caso i sinistri diminuiscono, tra il 20% e l’80% secondo le ricerche [3]);

-        l’adozione del limite di 30 Km/h “potrebbe causare intralcio alla circolazione e, conseguentemente, risultare pregiudizievole sotto il profilo ambientale” (le ricerche dicono esattamente il contrario: “L’analisi dei tempi di percorrenza, dei flussi di traffico e delle velocità dimostra che il limite di velocità di 20 miglia non ha aumentato la congestione” [10]. Anzi in vari casi è migliorata, perché parte di quelli che usavano l’auto hanno iniziato ad andare in bici. Inoltre, nelle zone dove il limite è 30 Km/h, l’inquinamento acustico diminuisce notevolmente, in alcuni casi addirittura si dimezza [11].

-        Nella direttiva poi è scritto che il potere dei Comuni nell’istituire il limite di 30 Km/h deve rispettare il bilanciamento tra il diritto alla mobilità e la promozione della sicurezza stradale. Il Ministro così mostra tutta la sua ignoranza e arroganza: nel nostro ordinamento il diritto alla salute è preminente sugli altri, inoltre c’è il diritto alla mobilità, non il diritto ad andare oltre una determinata velocità e, in ultimo, il diritto alla mobilità non riguarda solo chi va in auto e moto (come il Governo crede) ma anche chi va a piedi o in bici. Per di più chi va a piedi o in bici esercita tale diritto senza causare danni all’ambiente e alla salute, al contrario di chi va in auto o in moto, e per questo dovrebbe essere particolarmente tutelato e incentivato.

Il Governo, poi, pretende che i Comuni debbano fornire motivazioni alla decisione di ridurre il limite di velocità a 30 Km/h, dimenticando non solo i documenti internazionali che invitano i Comuni a imporre questi limiti, ma anche le direttive che lo stesso Ministero dei Trasporti ha dato ai Comuni negli anni passati (“Dove ci possono essere impatti che coinvolgono veicoli e pedoni, la velocità dovrebbe essere limitata a 30 km/h”), direttive tuttora valide. Inoltre sembra ignorare che le ricerche scientifiche sono concordi sull’utilità di tale provvedimento. Ma tutto ciò non basta al Governo, che pretende che i Comuni riportino nell’ordinanza “i tassi di incidentalità monitorati almeno nell’ultimo triennio”, “le peculiari condizioni di utilizzo del contesto urbano di riferimento” (es. presenza di scuole, ospedali, aree verdi, esercizi commerciali, industrie, palazzi storici ecc.).

Cioè gli impiegati comunali dovrebbero riempire centinaia di pagine per descrivere e riportare minuziosamente i dati quasi dell’intera città per giustificare l’adozione del limite di 30 Km/h. Ecco come far lavorare a vuoto impiegati e dirigenti, come se non avessero cose più importanti da fare!

Ma il colmo è questa frase: "Qualsiasi fissazione generalizzata di limiti di velocità nel contesto urbano risulta di per sé arbitraria". Arbitraria significa “Che dipende dall’arbitrio del singolo senza riferimento a legge o norma esteriore”. Arbitrio significa: “Abuso della libera volontà. Atto o comportamento capriccioso o anche illegale” [12].

Ora è la direttiva del Governo che è arbitraria e capricciosa (“Volontà improvvisa e bizzarra”) perché basata sul nulla, se non sulla demagogica volontà di accaparrare i voti di automobilisti fanatici e di persone ignoranti (che ignorano i dati e le norme sopra riportati).

I Comuni che adottano il limite di 30 Km/h  hanno dalla loro i dati delle ricerche scientifiche e le indicazioni/prescrizioni dello stesso Ministero dei Trasporti (oltre che dell’OMS e della UE).

Il Governo, invece, se avesse a cuore la salute degli italiani e un poco di logica, dovrebbe fare come stanno facendo vari Stati: adottare una norma nazionale che prescrive che nelle città il limite è 30 Km/h in tutte le strade, tranne quelle che hanno due corsie per senso di marcia delle auto (cioè gli assi a scorrimento veloce) [13]. Una norma chiara, semplice, razionale, che non fa sprecare tempo agli impiegati comunali, che fa risparmiare soldi ai Comuni (segnaletica, ecc.) e che dimezza il numero di morti e i feriti per incidenti automobilistici in città.

Note: 1) OMS 2008; 2) Istat 2023; 3) Cairns J et al: Go slow: an umbrella review of the effects of 20 mph zones and limits on health and health inequalities. J Public Health (Oxf). 2015; 4) Grundy C: Effect of 20 mph traffic speed zones on road injuries in London, 1986-2006: controlled interrupted time series analysis. BMJ, 2009; 5) ONU: Risoluzione dell'Assemblea n 74/299 del 31 agosto 2020; 6) OMS “Piano globale per la decade d’azione per la sicurezza stradale 2021-2030“; 7) UE:  Quadro strategico dell’UE in materia di sicurezza stradale 2021-2030 – Raccomandazioni sulle prossime tappe verso l’obiettivo “zero vittime”, approvato il 6 ottobre 2021; 8) MIT: Piano Nazionale per la Sicurezza Stradale, 2021; 9) MIT: Direttiva adottata ai sensi dell’articolo 142, comma 2, del Codice della strada di cui al decreto legislativo n. 285 del 1992 sulla disciplina dei limiti di velocità nell’ambito urbano; 10) TlF: New data shows significant improvements in road safety in London since introduction of 20mph speed limits 13 February 2023; 11) Bruxelles mobilité : Quel bilan après 3 ans de Ville 30km/h à Bruxelles?; 12) Treccani; 13) In Europa una tale norma è stata varata in Spagna nel 2021 e nel Galles nel 2022 ed è allo studio in vari Paesi.

da qui

domenica 26 novembre 2023

I costi ambientali nascosti delle auto elettriche

Un po’ di sana informazione sui costi ambientali e sociali nascosti degli autoveicoli elettrici.

La trasmissione Report (RAI 3) ci consente di farci un’idea, così come già fece Presa Diretta nel 2021.

E da dove viene il Litio che costituisce parte fondamentale delle batteria elettriche?

Quale impatto reale hanno sull’ambiente e la geopolitica?

Proviamo a pensarci

Consigliamo la visione del servizio giornalistico, ne vale proprio la pena.



Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)


qui il video



da Report19 novembre 2023

Green Hypocrisy. (Giulio Valesini, Cataldo Ciccolella)

Deforestazione, centrali a carbone, interi villaggi sgomberati con la forza, scarti chimici nelle acque, operai bruciati vivi, schiavi bambini, fauna e flora devastate, incidenti mortali.

Sono il prezzo nascosto dell’auto elettrica.

da qui