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martedì 29 agosto 2023

E se non fosse stato il Giappone (ma la Cina) ad aver versato l'acqua radioattiva in mare? - Francesco Fustaneo

 

Mentre in Giappone aveva inizio lo sversamento in mare di acqua radioattiva trattata dalla centrale nucleare di Fukushima, la campagna di propaganda europea, iniziava martellante a rassicurare la pubblica opinione occidentale sulla bontà dell'operazione e sulla sicurezza della stessa sulla base del mantra che l'Agenzia Internazionale per l'energia atomica (AIEA) abbia dato il suo benestare.

Ma andiamo con ordine: nel sito dell'impianto nucleare colpito dal maremoto del marzo 2011, vi sono più di mille serbatoi contenenti circa 1,34 milioni di tonnellate di acqua trattata, di cui si prevedeva l'arrivo alla loro capacità massima già nel 2024. Da qui la decisione del gestore della centrale, la Tokyo Electric Power (Tepco) di diluire il liquido con acqua di mare, rispettando i limiti consentiti dalle norme di sicurezza giapponesi, per poi avviare lo scarico tramite un tunnel sottomarino ubicato a un chilometro dal sito. Il tutto sotto le rassicurazioni della Tepco che intende monitorare le sostanze radioattive nelle acque vicine alla centrale. In merito, l'Agenzia Internazionale per l'energia atomica ha stabilito che il piano di scarico è in linea con gli standard globali di sicurezza e che lo stesso avrebbe un impatto “trascurabile” sugli uomini e sull'ambiente in generale.

La decisione è stata contestata sia da diversi paesi asiatici, a partire dalla Cina che dopo aver accusato di “egoismo e irresponsabilità ambientale” il Giappone, ha subito imposto il divieto di importazione di pesce nipponico, che per inciso continuerà invece a essere importato nei mercati europei.

Anche in Corea del Sud le proteste sono stati veementi e in particolari le opposizioni politiche hanno contestato duramente il piano giapponese:diverse le manifestazioni organizzate nelle città coreane e notizia recente è l'arresto di quattordici attivisti che hanno tentato di irrompere nella sede dell'ambasciata giapponese a Seul.

Ma anche nello stesso Giappone non sono mancate le critiche, a iniziare da quelle mosse dai pescatori e dagli operatori del settore ittico che ovviamente temono di essere economicamente penalizzati dalla scelta; non sono inoltre mancate le proteste a Fukushima, così come  in altre città giapponesi e ovviamente  non poteva mancare la mobilitazione delle associazioni ambientaliste.

Se quanto il Giappone sta facendo, per motivi di vicinanza geografica in Asia continentale è assai dibattuto e ovviamente altamente osteggiato, invece da noi la questione ambientale e personaggi mediatici strumentalizzati come Greta Thunberg, sono risultati a questo giro non pervenuti.

In sostanza nei giornali e nei salotti televisivi di casa nostra, si è fatto passare l'operazione, nonostante per dimensioni non abbia precedenti, come una cosa normalissima, altamente sicura e come se fosse un diritto acquisito delle autorità giapponesi, giustificato da una unanimità dei consensi della comunità scientifica sulla questione, che per inciso non esiste né è mai esistita.

Qualora il buon senso non bastasse per capire che quella autorizzata da Tokio è semplicemente l'operazione più facile e meno costosa, occorrerebbe ricordare che sono diverse ( e sicuramente non marginali) le personalità e gli enti che sia in ambito scientifico sia dal punto di vista del “diritto” si sono fermamente opposti allo sversamento in acqua.

Iniziamo col citare Ferenc Dalnoki-Veress, professore a contratto presso il Middlebury Institute of International Studies di Monterey, in California, e scienziato presso il James Martin Center for Nonproliferation Studies. È membro del gruppo di esperti indipendenti che forniscono consulenza al Forum delle Isole del Pacifico sulle questioni relative a Fukushima .

Nel 2022, proprio il Forum delle Isole del Pacifico, che rappresenta i governi dell'Oceania, lo ha nominato me insieme ad altri quattro scienziati indipendenti con diverse esperienze tecniche e competenze in ecotossicologia, fisica delle radiazioni, biologia marina, oceanografia e analisi dei dati sui radionuclidi, come membro di in un comitato consultivo di esperti per valutare i risultati scientifici e le informazioni dal Giappone sul previsto rilascio di acque reflue da Fukushima Daiichi.

Secondo lo scienziato, il Giappone dovrebbe istituire immediatamente una task force per considerare più seriamente i benefici e i costi di un’opzione concreta, anche mediante un progetto di ricerca coordinato con l'AIEA.

“Con gli ecosistemi marini già messi a dura prova dall’inquinamento, dallo sfruttamento eccessivo e dagli impatti dei cambiamenti climatici, iniziative come quella di Fukushima vanno contro gli obiettivi del Decennio per le scienze oceaniche delle Nazioni Unite in corso – afferma-  Considerati i diversi stress indotti dall’uomo che colpiscono oggi gli oceani, è impossibile sapere esattamente cosa accadrà con l’acqua contaminata immessa nel Pacifico. Il detto secondo cui la diluizione è la soluzione all’inquinamento non è coerente con l’ambiente oceanico”.”

Si oppone allo sversamento dell’acqua contaminata anche l’U.S. National Association of Marine Laboratories (NAML), che riunisce un centinaio di istituzioni scientifiche americane che si occupano di ambiente marino, secondo cui il piano proposto “è una questione transfrontaliera e transgenerazionale che pone preoccupazioni per la salute degli ecosistemi marini e delle persone che da essi dipendono”.

Come ricorda l'associazione ambientalista Greenpeace “ l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha approvato i piani di rilascio dell’acqua contaminata ma non ha indagato sul funzionamento del sistema di trattamento ALPS e ha completamente ignorato i detriti di combustibile altamente radioattivi che si sono fusi e che continuano ogni giorno a contaminare le falde acquifere (quasi 1.000 metri cubi ogni dieci giorni). Inoltre, il piano di rilascio dell’acqua contaminata non ha incluso una completa valutazione di impatto ambientale, come richiesto dagli obblighi legali internazionali, dato che esiste il rischio di significativi danni transfrontalieri ai Paesi vicini. Anche se l’IAEA non ha il compito di proteggere l’ambiente marino globale, non dovrebbe incoraggiare uno Stato a violarlo.”

A questo giro poi in silenzio sono stati anche i tutori dei diritti umani: di fatti nessuno di loro ha ricordato che nell'aprile del 2021 gli stati membri del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra, così come i relatori speciali delle Nazioni Unite, si sono opposti e hanno criticato duramente i piani del Giappone: “Il rilascio di un milione di tonnellate di acqua contaminata nell’ambiente marino impone rischi considerevoli al pieno godimento dei diritti umani delle popolazioni interessate dentro e oltre i confini del Giappone”, hanno affermato gli esperti indipendenti nominati dal Consiglio per i diritti umani. “

Diversi esperti hanno poi sottolineato come i piani di scarico dell’acqua contaminata ignorano la risoluzione 48/13 del Consiglio per i diritti umani, che nel 2021 ha sancito il diritto ad avere un ambiente pulito, sano e sostenibile.

Il Giappone inoltre avrebbe violato quanto sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite per il Diritto del Mare (UNCLOS) per proteggere l’ambiente marino, compreso l’obbligo legale di condurre una valutazione di impatto ambientale completa degli scarichi nell’Oceano Pacifico, dato il rischio di significativi danni transfrontalieri ai Paesi vicini, come ricorda Duncan Currie, avvocato con trentennale esperienza in diritto internazionale e diritto ambientale.

Di parere affine l’avvocato giapponese, Totsuka Etsuro che ricorda come il Giappone, in qualità di paese firmatario della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e di altre convenzioni internazionali relative, ha il dovere di osservare queste norme. “Portare avanti con ostinazione il piano di scarico dell’acqua contaminata rappresenta una violazione degli obblighi previsti dalle convenzioni “ afferma.

Totsuka Etsuro ha specificato che l’articolo 192 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare stabilisce che gli stati hanno l’obbligo di proteggere e preservare l’ambiente marino. “Il paragrafo 3 dell’articolo 194 stabilisce il dovere di limitare al massimo il versamento di sostanze tossiche, dannose o nocive provenienti da fonti terrestri. Riversare in mare acqua contaminata dal nucleare contenente sostanze radioattive rappresenta una violazione delle disposizioni dei suddetti articoli.”

Opinione del sottoscritto è che il tentativo di politica e media di rendere appetibile all'opinione pubblica lo sversamento a mare dell'acqua radioattiva trattata, sia stato avallato perché avviene ad opera del Giappone, stato allineato al blocco occidentale e alleato subalterno agli Usa in tema di politica estera.

Immaginate se a condurre un'azione di questo genere fossero stati la Russia, l'Iran, la Corea del Nord o la Cina: avremmo avuto interminabili cori indignati nei talk show, prime pagine e trasmissioni televisive che aprono con servizi che condannano lo sversamento “inquinante”, con tanto di interrogazioni parlamentari al seguito.

 

Fonti:

https://asia.nikkei.com/Opinion/It-is-not-too-late-for-Japan-to-change-course-on-Fukushima-water?fbclid=IwAR2KeNn9EPwTYPrGLeWwCuLFvHy70xJPUJ_G_Gjuk_eriuCsJjosdfhQDbs

 

https://www.middlebury.edu/institute/news/can-scientists-stop-japan-dumping-fukushima-water-ocean?fbclid=IwAR0zCRMsxRlNLd3_aYt4dUDkmnn844JSjADBMXrg32t3I4kxAYxnRMDW0u8

 

https://www.greenpeace.org/italy/comunicato-stampa/18699/greenpeace-critica-lo-scarico-in-mare-dellacqua-contaminata-dalla-centrale-nucleare-di-fukushima/

 

https://www.ohchr.org/en/press-releases/2021/04/japan-un-experts-say-deeply-disappointed-decision-discharge-fukushima-water?LangID=E&NewsID=27000

 

https://www.koreatimes.co.kr/www/nation/2020/07/371_285553.html

 

https://italian.cri.cn/2023/08/02/ARTI27TJmh0FZ5dPiMbWI6cX230802.shtml

da qui

mercoledì 5 gennaio 2022

Verde nucleare - Salvatore Palidda

  

Nel Consiglio europeo del 21 e 22 ottobre, i capi di Stato e dei governi europei avevano fatto pressione sulla Commissione per decidere, a fine novembre, della sorte che si sarebbe riservata al nucleare e al gas nella tassonomia, cioè nella classificazione delle attività economiche in funzione delle loro emissioni di CO2 e delle loro conseguenze sull’ambiente. Ursula von der Leyen, la presidente dell’esecutivo comunitario, aveva promesso che sarebbe stata cosa fatta prima del successivo incontro del 16 dicembre. Invece non è stato così; Angela Merkel, che aveva gestito il dossier dopo che i Ventisette l’hanno criticata non ha smesso di rimandare il suo arbitraggio, e ormai si deve aspettare gennaio. Se tutto va come previsto, la Commissione presenterà il suo progetto il 18 gennaio.

Ricordiamo che i paesi europei hanno deciso il raggiungimento dalla neutralità carbone nel 2050, mentre la dipendenza dal gas russo inquieta e i prezzi dell’energia esplodono; si tratta di una posta in gioco cruciale.

«Noi siamo assai vicini alla finalizzazione del nostro lavoro sulla tassonomia, che includerà sia il gas che il nucleare», ha detto il commissario al mercato interno, Thierry Breton, in una intervista al quotidiano tedesco Die Welt, il 17 dicembre. A grandi linee, «l’arbitraggio politico è concluso», abbonda un diplomatico. Sembra, in effetti, acquisito che l’atomo sarà considerato come una energia verde e il gas come energia di transizione. Ma a certe condizioni, che, restano ancora a precisare e che si apparentano a un vero e proprio rompicapo cinese per Ursula von der Leyen.

Un affare strategico per la Francia

Come scrive Le Monde il 9 novembre 2021, il presidente Macron ha precisato la finalità della sua transizione energetica annunciando la decisa volontà di rilanciare il programma nucleare francese, facendone anche uno dei punti chiave per la sua rielezione a presidente della Francia. Questo paese vanta di essere il paese europeo più de-carbonizzato d’Europa poiché ha 56 centrali nucleari e 70 per cento d’elettricità è d’origine nucleare. Secondo la sua concezione di energia verde, che è la stessa che prevale in tutti i governi europei, il nucleare sarebbe per eccellenza energia verde (SIC!). E questo nonostante il parco dei reattori francesi sia assai vecchio e ad alto rischio, rischio che ovviamente riguarda anche tutta l’Europa. Si tratta infatti di centrali costruite fra il ‘70 e il ‘90, il secondo parco nucleare del mondo dopo quello degli Stati-Uniti, ma con un’età media di trentasei anni. I rischi di incidenti, cioè di esplosioni e fuoruscite di radioattività sono sempre più alti nonostante le autorità francesi li minimizzano e cercano sempre di occultarli come uno dei più importanti segreti di stato. Ricordiamo anche che l’annoso e irrisolvibile problema dello smaltimento delle scorie radioattive prodotte dalle centrali diventa gravissimo per la Francai e per tutta l’Europa (e persino per l’Italia dove non ci facciamo mancare anche lo scandalo Sogin). E poiché quasi tutte le centrali francesi dovranno essere chiuse prima della metà di questo secolo, Macron ne propone appunto un rinnovo e rilancio che vorrebbe essere anche modello trainante per tutta l’Europa. Ricordiamo fra l’altro che la Francia non ha mai cessato di accumulare uranio facendo ricorso anche al traffico di quello estratto persino da ragazzini al soldo di criminali in Congo e altrove, non lesinando i suoi interventi militari neocoloniali nell’Africa subsahariana come in Libia a caccia delle cosiddette “terre rare” – fra cui l’uranio – in concorrenza con l’Italia e altri paesi. L’opera di madame Anne Lauvergeon, chiamata madame Areva (la società del nucleare creata da Mitterrand nel 2001) è stata ed è ancora scandalosamente impressionante (questa Madame già nel 2009 si vantava che la France era diventata il primo produttore mondiale di uranio e di averne accumulato abbastanza da poter costruire almeno 250 nuove centrali nucleari per … tutta l’Europa).

Ecco quindi perché la Francia è il paese che ha fatto più pressioni sulla Commissione europea per sancire il principio che “il nucleare è energia verde”. Ed ecco anche la solerzia di Macron nel firmare il nuovo trattato con l’Italia, cioè con Draghi e Cingolani che sono ferventi sostenitori di tale “energia verde” come tutti parlamentari (Pd in testa, tranne forse qualche decina) e quindi potenziali partner del nucleare francese classificato come verde per tutta l’Europa.

La Germania rosa-verde-arancione ci salverà dal nucleare «verde»?

Per evitare il conflitto con la Francia ma anche dentro la sua coalizione di governo con i verdi, Olaf Scholz, che ha da poco preso il posto della Merkel, ha detto che “la tassonomia è un argomento piccolissimo” (alla conferenza stampa congiunta con Emmanuel Macron, dopo il Consiglio europeo del 16 dicembre). Ma la Germania ha scelto di uscire dal nucleare e Olaf Scholz rischia perché i Verdi sono contro il nucleare e anche contro il gas. La Spd – il partito di Olaf Scholz – dice che si può vivere di gas, ma che è molto contraria all’atomo … Durante la riunione del consiglio del 16 dicembre Olaf Scholz è stato molto fermo sul suo rifiuto di includere l’energia nucleare nella tassonomia. Per soddisfare la sua maggioranza Olaf Scholz vuole che la parola transizione sia in qualche modo collegata al nucleare nel senso di definire il nucleare energia di transizione riferendosi agli impianti di terza generazione che sono una tecnologia di transizione. Così suggeriscono alcuni euroburocrati. Ma resta da stabilire sino a quando gli investimenti in questo tipo di impianto saranno ammissibili: per alcuni il 2040, per i francesi il 2050 che è la scadenza entro la quale l’Unione Europea s’è impegnata per la neutralità carbonio. La Commissione sta anche cercando di regolamentare la questione del trattamento delle scorie nucleari. I francesi dicono di riciclare già parte delle scorie nucleari presso l’impianto di La Hague. Ma resta alto il dubbio sulla possibilità di uno smaltimento effettivo ed efficace. Intanto il gas è definito «energia di transizione» e «rimpiazzo del carbone nel rispetto di certe norme tecniche». Si tratta quindi di definire, per le centrali, una soglia massima d’emissioni di COe un numero massimo di ore d’attività e anche a cominciare da quando il gas non sarà più usato.

Un compromesso difficile

Oltre al dibattito in seno al governo tedesco e fra questo e gli altri, la classificazione del gas come energia di transizione suscita l’ostilità di diversi Stati membri dell’UE, in particolare fra i paesi dell’Europa dell’Est, Polonia e Ungheria in testa, perché pensano di sostituire le centrali a carbone con quelle a gas e vorrebbero un’Europa meno dipendente dal gas russo.

Ecco perché il compromesso appare molto difficile e la celebre promessa del Green Deal da parte di Ursula von der Leyen, quando si insediò come presidente della Commissione, sembra quasi del tutto scomparsa. Sicuramente la Germania voterà contro il testo che la Commissione presenterà il 18 gennaio e lo stesso faranno l’Austria e il Lussemburgo. Ma «l’idea è che Berlino avrà quantomeno implicitamente validato la copia di Bruxelles. In altre parole Berlino continuerà a sostenere Ursula von der Leyen e la coalizione non sarà in pericolo».


Fonti: Le Monde (innanzitutto questo), France Afrique e riferimenti al libro Resistenze ai disastri sanitari ambientali ed economici nel Mediterraneo.

https://comune-info.net/verde-nucleare/

lunedì 13 dicembre 2021

Energia nucleare “sostenibile”? Ma siamo pazzi?! - Gruppo d’Intervento Giuridico

 


Il Vice-presidente della Commissione europea e Commissario per il clima e il Green Deal, Frans Timmermans, ha dichiarato che entro il prossimo Natale la Commissione europea riconoscerà il gas e l’energia nucleare fra gli “investimenti sostenibili”, perché “il nucleare è molto importante per ridurre le emissioni e … il gas naturale sarà molto importante per passare dal carbone all’energia rinnovabile”.

 

Qui la proposta della Commissione europea.

Se, obtorto collo per i pesanti costi ambientali, il gas naturale attualmente è di fatto una rilevante fonte energetica di transizione dai combustibili fossili petrolio e carbone, anche solo ipotizzare un ruolo di rilievo dell’energia nucleare per ridurre le emissioni di gas serra è pura follia.

 

L’utilizzo dell’energia nucleare ha portato finora a irrisolti problemi di stoccaggio temporaneo e definitivo delle scorie radioattive, inquinamento, impatti socio-economici.

Negli Stati dell’Unione Europea e, in particolare, in Italia, territorio piuttosto antropizzato, il problema è ancora più grave.

Non solo.

Il periodico World Nuclear Industry Status Report (WNISR) ha confrontato le spese per produrre energia elettrica: nel 2020 produrre 1 kilowattora (kWh) di elettricità con il fotovoltaico nel 2020 è costato in media nel mondo 3,7 dollari, con l’eolico 4,0 dollari, con il gas è costato 5,9 dollari, con il carbone 11,2 dollari e con il nucleare 16,3 dollari.

La produzione di energia nucleare è costata più di quattro volte dell’importo necessario per la produzione di energia da fonte fotovoltaica o eolica.

Insostenibilità ambientale unita a insostenibilità economica.

Ma allora di che cosa sta parlando il Commissario Frans Timmermans?

Quali reali interessi sta difendendo?

Gruppo d’Intervento Giuridico odv

 

 

A.N.S.A.11 dicembre 2021

 

Ue: Timmermans, proposta su gas e nucleare prima di Natale.

“Riconoscere loro ruolo nella transizione energetica”.

Arriverà poco prima di Natale, probabilmente il 22 dicembre, la proposta della Commissione Ue sulla classificazione degli investimenti sostenibili, con l’inclusione di gas e nucleare.

Lo ha detto il vicepresidente della Commissione Frans Timmermans a un evento organizzato da Politico. “Penso – ha detto – che dobbiamo trovare un modo per riconoscere che queste due fonti energetiche svolgono un ruolo nella transizione energetica, non classificarle ‘verdi’, ma riconoscere il fatto che il nucleare è molto importante per ridurre le emissioni, e che il gas naturale sarà molto importante per passare dal carbone all’energia rinnovabile”.

La presentazione della proposta di atto delegato su gas e nucleare, attesa dall’estate scorsa, doveva arrivare nelle ultime settimane ma è stata sempre posticipata. L’ulteriore rinvio consentirebbe alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen di discutere la proposta anche con i leader Ue, nel vertice del 16 dicembre.

 

29 marzo 2021

Rinnovabili, 1 kWh solare costa 3,7 dollari contro i 16.3 del nucleare.

Ricerca confronta spese produzione. Col gas occorrono 5,9 dollari, col carbone 11,2.

Produrre 1 kilowattora (kWh) di elettricità con il fotovoltaico nel 2020 è costato in media nel mondo 3,7 dollari, con l’eolico 4,0 dollari.

Produrre lo stesso kilowattora con il gas è costato 5,9 dollari, con il carbone 11,2 dollari e con il nucleare 16,3 dollari. Lo rivela il World Nuclear Industry Status Report (WNISR), un rapporto annuale prodotto da un gruppo di esperti internazionali indipendenti, guidati dal tedesco Mycle Schneider.

“Il problema oggi è quanto dobbiamo ridurre i gas serra e quanto rapidamente – ha detto Schneider al sito tedesco DW -. Se parliamo della costruzione di nuove centrali, il nucleare è semplicemente escluso. Non solo perché è la forma di generazione elettrica più costosa oggi, ma anche perché serve molto tempo per costruire i reattori. Ogni euro investito in nuove centrali nucleari peggiora la crisi climatica, perché non può essere usato in opzioni efficienti per la protezione del clima”. Per Schneider “le rinnovabili sono diventate così convenienti che in molti casi sono al di sotto dei costi operativi base delle centrali nucleari”.

Il paese che sta investendo di più sul nucleare è la Cina, che ha in programma di costruire 17 nuove centrali (ne ha già 49 e ricava dall’atomo il 5% del suo mix energetico). Segue l’India, che ha 6 nuove centrali in progetto (21 esistenti, 3% del mix). Gli Usa (94 centrali, 20% del mix) progettano di costruire 2 nuove centrali, così come la Russia (38, 20%). La Francia, che ha 56 impianti e ricava dal nucleare il 71% della sua energia, vuole costruire 1 nuova centrale.

Secondo Schneider, la costruzione di nuove centrali atomiche non ha nessuna ragione economica o ecologica, e risponde solo a motivazioni politiche (militari per la Francia, di influenza geopolitica per la Cina) o a interessi delle aziende del settore: “Se l’industria del nucleare non lancia progetti fantasma – sostiene l’esperto -, muore ancora più rapidamente”.


da qui

venerdì 10 settembre 2021

Un Ministro “parte del problema”? - Stefano Deliperi

 

Roberto Cingolani, fisico, ricercatore di fama internazionale, già direttore scientifico dell’Istituto italiano di tecnologia (IIT) di Genova (2005-2019) e poi responsabile dell’innovazione tecnologica dell’azienda Leonardo (2019-2021), dal febbraio 2021 è Ministro della Transizione Ecologica.

Ha un compito fondamentale, salvaguardare l’ambiente del Bel Paese e portare l’Italia, senza strappi, verso un nuovo sistema economico-sociale che contribuisca efficacemente alla lotta ai cambiamenti climatici.

Compito difficile, necessita di tutto l’aiuto disinteressato possibile.

A patto che se lo meriti, con i fatti.

Recentemente se l’è presa con quegli “ambientalisti radical chic” contrari al c.d. nucleare di quarta generazione: “ambientalisti oltranzisti, ideologici: … sono peggio della catastrofe climatica verso la quale andiamo sparati, se non facciamo qualcosa di sensato. Sono parte del problema”.

Esistono i radical chic, esistono i nazi-vegani, esistono i terrapiattisti, se è per questo, L’A.N.E.V. è “l’associazione … che vede riuniti circa 90 aziende che operano nel settore eolico e oltre 5.000 soggetti, tra cui produttori e operatori di energia elettrica e di tecnologia, impiantisti, progettisti, studi ingegneristici e ambientali, trader elettrici e sviluppatori” e contemporaneamente è associazione di protezione ambientale riconosciuta (art. 13 della legge n. 349/1986), pur essendo svariate centrali eoliche degli scempi ambientali di primaria categoria, così come esistono i cacciatori travestiti da ambientalisti, perché si tratta di “un modo nuovo per riscoprire e difendere la natura e per essere cacciatori tutto l’anno”.

Esistono, poi, idioti ignoranti da ogni parte, financo nella classe politica.

Esistono tante cose, belle o brutte o così così, ma al Ministro della Transizione Ecologica ben poco deve interessare.

Il problema oggi non è dichiararsi favorevoli o contrari al c.d. nucleare di quarta generazione, tuttora (e da decenni) in fase di ricerca.   Se ne potrà parlare sensatamente fra vent’anni, forse.

Oggi l’energia nucleare ci ha regalato il problema del sito dove depositare e custodire in sicurezza le scorie radioattive per qualche migliaio di anni, problema che definitivamente non ha ancora risolto nessuno Stato al mondo.

E sul nucleare odierno, se non dispiace, gli italiani si sono già espressi con ben due referendum, nel 1987 e nel 2011.

Il problema oggi è rappresentato dagli inquinamenti industriali, che ammazzano grandi e piccinia Taranto come a Portoscuso, come in troppe altre parti d’Italia.

Il problema oggi è rappresentato dall’abusivismo edilizio, che massacra il territorio e favorisce le calamità innaturali.

Il problema oggi è rappresentato dalla speculazione energetica, che divora i suoli agricoli lucrando incentivi di ogni genere per produrre energia (quando la produce) che spesso non serve a nessuno e non si può ancora conservare.

Il problema oggi è rappresentato da più di 153 mila ettari di boschi, pascoli, campagne bruciati nel solo 2021 a causa di incendi dolosi e colposi, anche a causa di scarsa prevenzione e ancor più scarsa vigilanza sul territorio.

C’è l’imbarazzo della scelta per affrontare le tante sfaccettature del problema odierno, quello che esiste nella realtà quotidiana degli italiani, non quello delle polemiche di distrazione di massa.

Il Ministro Cingolani affronti concretamente il problema attuale, saremo al suo fianco.

In caso diverso, anche lui sarà parte del problema.

Stefano DeliperiGruppo d’Intervento Giuridico odv

da qui


venerdì 22 gennaio 2021

La scoria siamo noi – Benigno Moi

 


“Questo è il mondo che il padrone ha costruito e in cui ci costringe a vivere. E’ un mondo in cui una sporca scienza, fatta tutta a misura del suo potere, non assicura meno lavoro, una vita migliore per tutti, ma solo metodi di controllo, di repressione, di massacro. Il mondo del padrone va in rovina, e allora ecco l’imbroglio ecologico: il tentativo di far credere che siamo tutti nella stessa barca e quindi dobbiamo unirci tutti per salvarla.”

Iniziava così l’editoriale del numero 0 in attesa di autorizzazione della rivista rosso vivo, creata e diretta da Dario Paccino (vedi nota finale). Era il marzo del 1974. Il mondo è nel pieno della crisi petrolifera e i fautori dell’energia nucleare pensano sia il momento giusto per dare la spinta definitiva alla produzione di energia dall’atomo, decantandone pregi e nascondendo difetti e pericoli, e creando l’illusione di lì a poco si sarebbe arrivati alla produzione di energia da fusione nucleare, ancora oggi lontana dall’arrivare.

In Italia, nel 1974, sono in funzione 3 centrali elettronucleari (Latina, Sessa Aurunca e Trino Vercellese), una in costruzione (Caorso), e si stava studiano il primo Piano Energetico Nazionale che avrebbe proposto la costruzione di varie nuove centrali (a inizio anni 80 sarebbe iniziata la costruzione della centrale di Montalto di Castro).

Il movimento contro il nucleare civile (da sempre indissolubilmente legato a doppio filo al nucleare militare) era una roba quasi di nicchia, limitata a qualche ambientalista più o meno illuminato e agli epigoni dei movimenti per il disarmo nucleare (Manifesto di Russell-Einstein), e agli ambienti della sinistra extraparlamentare, in particolare dell’area di Lotta Continua e dell’Autonomia Operaia. In questo clima nasce il movimento antinucleare italiano, in sintonia con le lotte che si andavano diffondendo soprattutto negli USA, nei Paesi Baschi, in Francia e Germania.

Questa lunga premessa per dire che se oggi (dopo oltre 30 anni dal referendum che mise fine alla produzione di energia nucleare in Italia) ci troviamo a discutere sul come e dove sistemare le scorie nucleari è perché sono stati in molti a credere nella bontà della produzione di energia in quella maniera. Molti lo sono ancora, ma “si indignano” quando si parla di scorie. Alcuni, ovvio, in maniera ipocrita, populista e strumentale; altri proprio perché stupidamente non riescono a collegare le due cose: la produzione di scorie e la necessità di smaltirle. La questione riguarda molte altre produzioni, ma nel caso del nucleare la dissociazione appare lampante ed abnorme.

Ecco perché sono più che diffidente contro la piega che stanno prendendo le battaglie contro le scorie, non solo caratterizzate dal classico “non nel mio cortile” ma apparentemente ecumeniche, o addirittura guidate da forze politiche che non hanno mai ripudiato il nucleare. Pur non avendo per principio pregiudiziali contro le alleanze tattiche, in questo caso mi è difficile superare la diffidenza.

In Sardegna, dove sto io e dove dieci anni ci fu un vittorioso referendum regionale in proposito, lo schieramento sembra quasi universale; e l’argomento principale è che “non possiamo prenderci anche le scorie perché abbiamo un sacco di servitù militari“.

Ecco, provocatoriamente, penso che farei benissimo cambio.

Se può avere un qualche senso che venga cercato (e trovato) un sito sicuro per le scorie nucleari che abbiamo prodotto 40 anni fa, e che ancora produciamo per scopi sanitari e diagnostici (sperando di poter fare a meno anche di queste); e se può essere che quello più sicuro sia proprio in Sardegna (non lo credo, non fosse altro per i problemi legati al trasporto, ma non è per “principio” che lo escludo); ecco, se tutto questo può essere, so che invece non ha alcun senso tenerci le basi militari (a prescindere dal fatto che vi si utilizzano prodotti ugualmente micidiali, e con ancor meno controlli).

Non ha senso né qui né da altre parti. Il mondo non ci perderebbe niente (anzi) se venissero smantellate (senza scordare che bisogna smaltire, anche da lì, un bel po’ di scorie, e che le bonifiche non vengono mai fatte, né in campo civile né in campo militare). Quindi non mi convince il rifiuto delle scorie da parte di chi accetta le basi, di chi fino ieri (oggi è domani non so) auspicava la ripresa della produzione di energia elettrica dal nucleare.

Se la mobilitazione ecumenica e trasversale che vediamo sulla questione scorie ci fosse contro le servitù militari, magari le battaglie contro le basi avrebbero un peso diverso e vincente.

Invece, vediamo molti degli oppositori alle scorie inchinarsi ancora oggi ai nuovi progetti dei vari poteri militari, o degli inquinatori e devastatori “civili” di vario genere (vedi proprio questi giorni Decimomannu e Portoscuso).

Ho fatto parte di un comitato antinucleare oltre 40 anni fa, prima che l’incidente di Chernobyl rendesse evidente a tutti l’illusione della sicurezza della produzione di energia dalla fissione dell’atomo. E siamo sempre stati convinti non fosse una battaglia locale, ma internazionalista e anticapitalista. Agire localmente senza pensare globalmente è, non solo disdicevole dal punto di vista etico, ma poco efficace dal punto di vista pratico.

Ho già espresso da qualche parte il sospetto abbiano voluto rivelare la mappa delle “aree potenzialmente idonee” in maniera e tempi da accentuare la contrapposizione fra le varie aree indicate, dividendo e indebolendo il movimento contro il nucleare. Magari col rischio di portare la situazione ad uno stallo che “giustifichi” l’intervento dall’alto o la “sparizione” delle scorie in qualche luogo fuori dall’Italia o in fondo al mare. Penso che la battaglia da fare ora (questa si unificante), sia proprio quella di rifiutare le scadenze date, e permettere un reale e consapevole dibattito.

In bottega sull’argomento:

http://www.labottegadelbarbieri.org/scorie-e-fossili-per-una-visione-alternativa/

http://www.labottegadelbarbieri.org/realizzazione-del-sito-unico-delle-scorie-radioattive-a-che-punto-e-il-programma/

http://www.labottegadelbarbieri.org/toh-chi-si-rivede-il-nucleare-incivile/

Nota Su Dario Paccino e le sue battaglie può raccontarci molto il tenutario di questo Blog, che lo ha conosciuto quando ha fatto parte del gruppo, dentro Lotta Continua, che si occupava di scienza. E che, mentre sempre a Roma c’era chi “mangiava tristemente pane e cicoria… lui, appassionato di Jazz, cresceva a “pane e Chick Corea”  e a “pane e no-scoria”.

 In Bottega, di Dario Paccino, se n’è parlato qui:

http://www.labottegadelbarbieri.org/dario-paccino-un-ecologo-inquieto/

http://www.labottegadelbarbieri.org/un-ricordo-di-dario-paccino/

http://www.labottegadelbarbieri.org/ricordando-dario-paccino-2/

http://www.labottegadelbarbieri.org/ricordando-dario-paccino-3/

 

Su quanto accennato a proposito di Decimomannu: 

http://www.difesa.it/Primo_Piano/Pagine/Scuola_Volo_Internazionale_Decimomannu_Guerini_importanti_investimenti_in_Sardegna.aspx

http://www.unionesarda.it/articolo/economia/2021/01/20/strutture-per-la-scuola-di-volo-a-decimomannu-i-lavori-affidati-a-2-1106268.html

e di Portoscuso/Portovesme: https://www.cagliaripad.it/517003/giganti-banca-sos-alimentare-e-culturale-contro-fabbrica-portovesme-tumori-in-aumento-a-causa-dei-fumi-nocivi/

Ancora su Paccino: 

https://lautoradio.net/www/la-nicchia-ecologica-2×01-dario-paccino-pt-2/

http://www.poliscritture.it/2020/10/27/inseguimenti-di-realta/#more-11339

 

da qui

venerdì 20 novembre 2020

il mare di Fukushima

Fukushima, dilaga la pandemia nucleare - Manlio Dinucci

Non è Covid, per cui la notizia è passata quasi inosservata: il Giappone scaricherà in mare oltre un milione di tonnellate di acqua radioattiva dalla centrale nucleare di Fukushima. Il catastrofico incidente di Fukushima fu innescato dallo tsunami che, l’11 marzo 2011, investì la costa nord-orientale del Giappone, sommergendo la centrale e provocando la fusione dei noccioli di tre reattori nucleari. La centrale era stata costruita sulla costa appena 4 metri sul livello del mare, con dighe frangiflutti alte 5 metri, in una zona soggetta a tsunami con onde alte 10-15 metri. Per di più vi erano state gravi mancanze nel controllo degli impianti da parte della Tepco, la società privata di gestione della centrale: al momento dello tsunami, i dispositivi di sicurezza non erano entrati in funzione. Per raffreddare il combustibile fuso, è stata per anni pompata acqua attraverso i reattori.

L’acqua, divenuta radioattiva, è stata stoccata all’interno della centrale in oltre mille grandi serbatoi, accumulandone 1,23 milioni di tonnellate. La Tepco sta costruendo altri serbatoi, ma a metà del 2022 anch’essi saranno pieni. Dovendo continuare a pompare acqua nei reattori fusi, la Tepco, in accordo col governo, ha deciso di scaricare in mare quella finora accumulata, dopo averla filtrata per renderla meno radioattiva (non si sa però in quale misura) con un processo che durerà 30 anni. Vi sono inoltre i fanghi radioattivi accumulatisi nei filtri dell’impianto di decontaminazione, stoccati in migliaia di container, ed enormi quantità di suolo e altri materiali radioattivi. Come ha ammesso la stessa Tepco, particolarmente grave è la fusione avvenuta nel reattore 3 caricato con Mox, un misto di ossidi di uranio e plutonio, molto più instabile e radioattivo. Il Mox per questo e altri reattori giapponesi è stato prodotto in Francia, utilizzando scorie nucleari inviate dal Giappone. Greenpeace ha denunciato i pericoli derivanti dal trasporto di questo combustibile al plutonio per decine di migliaia di chilometri. Ha denunciato inoltre che il Mox favorisce la proliferazione delle armi nucleari, poiché se ne può estrarre più facilmente plutonio e, nel ciclo di sfruttamento dell’uranio, non esiste una netta linea di demarcazione tra uso civile e uso militare del materiale fissile. Si sono accumulate finora nel mondo (secondo stime del 2015) circa 240 tonnellate di plutonio per uso militare diretto e 2.400 tonnellate per uso civile, con cui si possono però produrre armi nucleari, più circa 1.400 tonnellate di uranio altamente arricchito per uso militare.

Basterebbero poche centinaia di chilogrammi di plutonio a provocare il cancro ai polmoni ai 7,7

miliardi di abitanti del pianeta, e il plutonio resta letale per un periodo corrispondente a quasi diecimila generazioni umane.

Si è così accumulato un potenziale distruttivo in grado, per la prima volta nella storia, di far scomparire la specie umana dalla faccia della Terra. I bombardamenti nucleari di Hiroshima e Nagasaki; le oltre 2.000 esplosioni nucleari sperimentali nell’atmosfera, in mare e sottoterra; la fabbricazione di testate nucleari con una potenza equivalente a oltre un milione di bombe di  Hiroshima; i numerosi incidenti con armi nucleari e quelli ad impianti nucleari civili e militari, tutto questo ha provocato una contaminazione radioattiva che ha colpito centinaia di milioni di persone.

Una parte dei circa 10 milioni annui di morti per cancro nel mondo documentati dall’Oms è  attribuibile agli effetti a lungo termine delle radiazioni. In dieci mesi, sempre secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, il Covid-19 ha provocato nel mondo circa 1,2 milioni di morti. Pericolo da non sottovalutare, ma che non giustifica il fatto che i mass media, in particolare quelli televisivi, non abbiano informato che oltre un milione di tonnellate di acqua radioattiva sarà scaricata in mare dalla centrale nucleare di Fukushima, col risultato che, entrando nella catena alimentare, farà ulteriormente aumentare le morti per cancro.

fonte: il manifesto, 03.11.2020

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Fukushima, scaricare l’acqua radioattiva nell’oceano è un’azione ingiustificabile: va fermata -  Giuseppe Onufrio*

Dall’incidente di Fukushima – dieci anni il prossimo 11 marzo – per raffreddare il combustibile fuso presente nei tre reattori sono stati impiegati circa 3 metri cubi d’acqua all’ora. A quest’acqua che si è andata contaminando nel tempo, si aggiunge quella che entra con le piogge e, purtroppo, con i tifoni tropicali e gli allagamenti.

Tutta quest’acqua è stata sinora trattata da un sistema (contestato da Greenpeace) a osmosi inversa (Alps) e, dopo il trattamento, stoccata in grandi serbatoi. In questo momento dunque a Fukushima sono conservate oltre 1,2 milioni di tonnellate di acqua trattata e radioattiva che il governo giapponese vuole scaricare in mare.

Un recente rapporto di Greenpeace – “The reality of the Fukushima radioactive water crisis” – mostra come quest’acqua trattata sia ancora a tutti gli effetti contaminata da radionuclidi ben oltre i limiti di legge e, in particolare dal Carbonio-14 (C-14) e dallo Stronzio-90. In essa sono inoltre presenti notevoli quantità di trizio (isotopo radioattivo dell’idrogeno).

Il Carbonio-14 (C-14) ha un tempo di dimezzamento superiore ai 5mila anni e si concentra nel pesce oltre un migliaio di volte rispetto a quanto faccia il trizio (che si dimezza in circa 12 anni) ed è un elemento potenzialmente pericoloso per i danni genetici. Lo Stronzio-90, con un tempo di dimezzamento di quasi 30 anni, invece si comporta chimicamente come il calcio e dunque ha la tendenza ad accumularsi nelle ossa.

Per molto tempo il governo del Giappone e la Tepco, proprietaria dell’impianto, hanno sostenuto che l’acqua di trattamento conterrebbe solo Trizio, mentre una analisi indipendente svolta da Greenpeace – e un recente rapporto della stessa Tepco – ha invece rivelato come vi sia presente anche C-14. Cosa prevedibile, dato che il sistema di trattamento Alps non è stato progettato per rimuovere quest’ultimo elemento.

“A quasi dieci anni dal disastro, la Tepco e il governo giapponese stanno ancora coprendo l’entità della crisi in corso a Fukushima”, ha commentato Shaun Burnie, autore del rapporto ed esperto nucleare di Greenpeace Germania. “Per anni hanno deliberatamente trattenuto informazioni dettagliate sul materiale radioattivo presente nell’acqua contaminata. Non sono riusciti a spiegare a cittadini e cittadine di Fukushima, al Giappone e più in generale e ai Paesi vicini – come la Corea del Sud e la Cina – che l’acqua contaminata da scaricare nell’Oceano Pacifico contiene livelli pericolosi di Carbonio-14. Questi, insieme ad altri radionuclidi contenuti nell’acqua, saranno un pericolo per migliaia di anni, con il rischio di causare danni genetici. Un motivo in più per cui questi piani devono essere abbandonati”.

Il rapporto di Greenpeace include anche un’analisi sulla decisione della Tepco di non utilizzare la migliore tecnologia di decontaminazione disponibile (Best Available Technology), appartenente all’azienda statunitense Purolite. Nonostante questa tecnologia abbia dimostrato la sua capacità di ridurre le concentrazioni di radioattività a livelli non rilevabili, Tepco ha optato per la tecnologia Alps, gestita da aziende nipponiche, non esperte in questo settore, come Toshiba e Hitachi.

Secondo il rapporto, il fallimento di Alps è una conseguenza di ripetute decisioni sbagliate. Si stima che circa il 72% dell’acqua stoccata – pari a circa 800mila tonnellate – andrebbe infatti sottoposta a ulteriore trattamento.

“Il governo giapponese e la Tepco hanno costruito una serie di miti nel tentativo di giustificare i loro piani di rilascio in mare dell’acqua contaminata”, aggiunge Shaun Burnie. “Non ci sono ostacoli tecnici, ingegneristici o legali per garantire ulteriore spazio di stoccaggio per l’acqua contaminata trattata da Alps, è una questione di volontà politica. Ma la decisione del governo di rifiutare l’opzione di stoccaggio si basa su una questione di opportunità: l’opzione meno costosa è scaricare nell’oceano Pacifico. La politica del governo giapponese di scaricare scorie nucleari nell’oceano Pacifico non si basa su principi scientifici o di protezione ambientale e non ha alcuna giustificazione”, conclude.

Una analisi sulla fattibilità dello stoccaggio a lungo termine dell’acqua contaminata è infatti già stata prodotta da una agenzia governativa giapponese – secondo cui nel lungo termine l’acqua potrebbe essere stoccata ben oltre il 2022, sia dentro che fuori dal sito di Fukushima – che però l’ha poi scartata, per i problemi di coordinamento logistico che comporterebbe. Per il governo giapponese è quindi meglio scaricare tutto in mare.

*Direttore Esecutivo di Greenpeace Italia

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