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sabato 28 marzo 2026

Come le normative UE su ambiente e clima sono state smantellate in meno di tre anni - Lorenzo Consoli



La marcia indietro del Green Deal europeo, sotto la pressione delle lobby, dei partiti di centro destra ed estrema destra e di diversi governi – con quello italiano in prima linea – sta investendo in pieno anche la politica climatica, dopo aver già ritardato, annacquato e spesso smantellato le normative ambientali. Tutto questo ha una data d’inizio precisa: il 22 novembre 2023.

Quel giorno, il Parlamento europeo bocciò clamorosamente (con 299 voti contrari, 207 a favore e 121 astenuti) il regolamento SUR (“Sustainable Use Regulation”) che proponeva di dimezzare l’uso dei pesticidi chimici entro il 2030 e di vietarli del tutto nelle zone “sensibili” (le aree protette della rete “Natura 200”, i giardini pubblici, i parchi giochi e i campi sportivi).

A quella bocciatura, che non era necessariamente definitiva, seguì poi, il 6 febbraio 2024, la decisione della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, di ritirare la proposta di regolamento. Von der Leyen, in quell’occasione, promise di ripresentare una nuova versione del testo, ma poi si è ben guardata dal farlo.

Inoltre, da allora a Bruxelles è caduto in disgrazia tutto il resto della strategia “Farm to Fork“ (”dal campo alla tavola”), di cui il regolamento SUR era una pietra angolare, e che aveva diversi altri obiettivi di cui ormai non parla più, come la riduzione del 20 per cento dell’uso dei fertilizzanti e del 50 per cento delle vendite di antimicrobici per gli allevamenti e l’acquacoltura entro il 2030, e l’aumento del 25 per cento, entro la stessa data, della superficie dedicata all’agricoltura biologica.

La marcia indietro del Green Deal era stata innescata dalle manifestazioni degli agricoltori, cominciate a metà 2023 e culminate poi nel 2024-2025 con le “proteste dei trattori” a Bruxelles, che rivendicavano, tra l’altro, la soppressione di una serie di norme e obblighi di protezione dell’ambiente e della biodiversità, previsti dalla nuova PAC (Politica agricola comune) per il periodo 2023-2027, come condizioni per accedere alle sovvenzioni e ai fondi europei.

La richiesta è stata poi accolta con lo smantellamento di fatto, partire dal 2024, di questa “eco-condizionalità”, soprattutto per le aziende sotto i 10 ettari (il 65 per cento del totale), che non saranno più sottoposte a controlli e sanzioni in caso di violazione. Gli obblighi sono stati sostituiti dal principio degli incentivi (finanziamenti supplementari se le buone pratiche ambientali sono attuate volontariamente). Ed è stato eliminato del tutto, in particolare, l’obbligo di mantenere a riposo almeno il 4 per cento dell’area coltivabile di ogni azienda agricola.

Un’altra normativa molto importante del Green Deal, su cui però le forze anti ambientaliste di centro-destra al Parlamento europeo non sono riuscite a ripetere il successo registrato sui pesticidi, è il regolamento sul “ripristino della natura”. Il 27 febbraio 2024, il testo era passato con 329 eurodeputati favorevoli all’accordo con il Consiglio Ue sul regolamento, 275 contrari e 24 astenuti. L’approvazione finale è arrivata poi il 17 giugno dello stesso anno, da parte del Consiglio Ambiente, a maggioranza qualificata, con Italia, Ungheria, Svezia, Finlandia, Olanda, e Polonia contrarie e il Belgio astenuto.

Da notare che nel corso dei negoziati al Parlamento europeo e in Consiglio UE il regolamento aveva subito non poche modifiche, che avevano indebolito le ambizioni della proposta originaria della Commissione, in particolare con l’introduzione di diverse deroghe, o possibilità di proroghe, per gli obblighi previsti da parte degli Stati membri, e soprattutto con la sostituzione di diversi obiettivi obbligatori con target indicativi. Tuttavia, resta l’obbligo fondamentale del ripristino degli ecosistemi oggi degradati in tutti i Paesi membri, che dovranno attuare misure in questo senso per almeno il 20 per cento di quelle aree, terrestri e acquatiche, entro il 2030, con dei piani nazionali da presentare entro settembre di quest’anno.

Quella sul ripristino della natura è forse l’unica importante normativa ambientale sotto attacco che ha resistito alla marcia indietro del Green Deal, quando era ancora possibile nel Parlamento europeo. La forte avanzata dei partiti di centro destra e di destra estrema alle elezioni del giugno 2024 ha reso possibile nell’attuale legislatura la formazione di una maggioranza anti ecologista (e anti immigrazione) che il Partito Popolare europeo (Ppe) può attivare ogni volta lo ritenga opportuno, con la fine, di fatto, del “cordone sanitario” che escludeva l’ultradestra dai negoziati legislativi.

In questo nuovo quadro politico (a cui si aggiunge l’ormai netta prevalenza dei governi di centro destra in Consiglio UE), Ursula von der Leyen si è dichiarata disponibile, nel suo secondo mandato, a smontare gran parte del “Patto verde” che lei stessa aveva proposto e in gran parte attuato nella precedente legislatura. Così, la Commissione non solo ha avviato nuove iniziative legislative molto meno ambiziose dal punto di vista ambientale, ma ha anche avanzato decine di proposte di revisione della legislazione già approvata e spesso già in vigore. Sono i famosi “Omnibus”, che hanno come obiettivo dichiarato la “semplificazione” degli oneri normativi e burocratici e la riduzione dei costi per le imprese, nel nome della nuova priorità dell’UE che ha sostituito il Green Deal: la competitività.

La “semplificazione” in realtà si traduce spesso in una vera e propria deregolamentazione. La tendenza generale è quella di eliminare del tutto gli obblighi previsti dalle normative ambientali e climatiche per il maggior numero possibile di imprese, soprattutto piccole e medie, e in altri casi di ritardarne l’attuazione o limitarne la portata.

Lo si è visto subito con il primo degli “Omnibus” (ne sono già stati proposti nove, nei settori più diversi), quello, recentemente approvato in via definitiva, relativo agli obblighi di rendicontazione delle imprese riguardo alla sostenibilità ambientale (direttiva CSRD) e al “dovere di diligenza” sugli impatti ambientali e sociali nelle catene del valore (direttiva CSDDD): nel primo caso, il “reporting” obbligatorio è stato limitato alle grandi società (sopra i mille dipendenti e oltre i 450 milioni di fatturato), escludendo l’80 per cento delle imprese precedentemente coinvolte; nel secondo caso, il perimetro di applicazione è stato limitato alle sole aziende con oltre 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi di fatturato, è stato eliminato l’obbligo di presentare dei piani aziendali di transizione climatica ed è stata ridotta dal 25 per cento al 3 per cento del fatturato la soglia massima delle multe per inadempienza.

Quanto ai ritardi nell’applicazione, particolarmente emblematica è la vicenda del regolamento contro la “deforestazione importata“, entrato in vigore nel giugno 2023, con attuazione prevista inizialmente al 30 dicembre 2024. Dopo un primo rinvio di un anno approvato nello stesso dicembre 2024, il regolamento ha subito un secondo rinvio nel 2025, e l’attuazione è prevista ora a partire dal 30 dicembre 2026 per le grandi aziende e dal 30 giugno 2027 per le piccole imprese. Inoltre, già dall’aprile di quest’anno ci sarà una valutazione d’impatto sugli oneri amministrativi per le aziende, che potrebbe portare a ulteriori modifiche. Il regolamento (sottoposto a forti pressioni negative da parte degli Stati Uniti e di altri partner commerciali dell’UE) mira a prevenire la deforestazione nei Paesi terzi causata dalla produzione di cacao, caffè, olio di palma, soia, carta e derivati, e dall’estrazione di materie prime (legno, gomma, carbone vegetale) che vengono importati nell’UE.

L’ottavo pacchetto “Omnibus“, proposto a inizio dicembre 2025, riguarda la semplificazione delle normative ambientali, ma è per adesso ancora troppo poco dettagliato per poter valutare le conseguenze negative che potrebbe avere per la protezione della natura. Contiene innanzitutto un regolamento per l’accelerazione delle valutazioni d’impatto ambientale nelle procedure di autorizzazione dei progetti industriali, e prevede uno “stress test” per le direttive habitat e uccelli (i due pilastri fondamentali della tutela europea della biodiversità), che potrebbero essere riviste; così come potrebbero essere riaperte le normative sull’acqua, sui rifiuti (anche quelli elettronici), sulle emissioni industriali, sugli impianti di combustione. C’è anche un alleggerimento degli obblighi della responsabilità dei produttori che finora era estesa a tutto il ciclo di vita dei loro prodotti.

Per tornare ai pesticidi, un altro “Omnibus”, il decimo, che riguarda alimenti e mangimi, proposto dalla Commissione a metà dicembre 2025, prevede una durata illimitata delle autorizzazioni per la loro immissione sul mercato. Solo per le sostanze più tossiche per cui ancora non sono state trovate alternative l’autorizzazione è limitata a sette anni. La durata illimitata vale anche per i biocidi (le sostanze impiegate contro batteri, virus, insetti e roditori) e gli additivi per i mangimi. Oggi le autorizzazioni di tutti questi prodotti durano 10 anni, e il loro rinnovo (dopo una nuova valutazione di rischio) scade dopo altri 15 anni. La nuova durata illimitata riguarderà anche il rinnovo delle autorizzazioni esistenti, alla loro scadenza. Inoltre, il “periodo di grazia” entro cui questi prodotti possono restare sul mercato, dopo il ritiro dell’autorizzazione nel caso in cui nuove evidenze scientifiche dimostrino l’esistenza di rischi inaccettabili, viene raddoppiato a due anni per la distribuzione e la vendita, più un altro anno per l’esaurimento degli stock esistenti, per un totale di tre anni.

La retromarcia del Green Deal sta ormai interessando sempre di più anche la politica climatica, che inizialmente era stata sostanzialmente risparmiata dagli attacchi, anche perché difesa con più convinzione dalla Commissione. La vicenda più clamorosa è stata la revisione dell’obiettivo zero emissioni nette di CO₂ per le auto e i furgoni immessi sul mercato a partire dal 2035. Dopo aver negato per mesi che sarebbe stato rimesso in discussione questo traguardo, la Commissione ha accettato infine, il 16 dicembre 2025, di rivedere dal 100 per cento al 90 per cento l’obiettivo di riduzione delle emissioni delle auto, rinunciando quindi alla messa al bando dei motori a combustione interna, e lasciando aperta la possibilità di continuare a produrre veicoli ibridi e a emissioni “low carbon” (alimentati con carburanti sintetici o biocarburanti) anche dopo il 2035.

Più in generale, riguardo agli impegni di riduzione delle emissioni a effetto serra in tutta l’Unione nel percorso fino al traguardo finale della “neutralità climatica” nel 2050 (che non è mai stato messo in questione), è stato confermato l’obiettivo intermedio per il 2040 (-90 per cento rispetto al 1990), ma introducendo la possibilità di includere nel conteggio del taglio fino al 5 per cento dei cosiddetti “crediti internazionali di carbonio” (con l’acquisto di certificati riguardanti i tagli alle emissioni non nell’UE ma in Paesi terzi). È stato anche definito il “Contributo determinato a livello nazionale” (Ndc) per tutta l’UE previsto dall’Accordo di Parigi sul clima, riguardo alla riduzione delle emissioni per il 2035, che tuttavia è indicata con una forchetta, tra il 66,25 per cento e il 75,2 per cento, e non un obiettivo unico.

Le pressioni più forti, intensificatesi dopo l’attacco militare di Stati Uniti e Israele all’Iran e le sue conseguenze su prezzi del gas e del petrolio, si stanno concentrando ora contro il mercato europeo dei permessi di emissioni Ets (”Emission Trading System” ), che riguarda circa 11 mila impianti del settore energetico e delle industrie energivore (siderurgia, vetro, raffinerie, chimica, cemento), i trasporti aerei intraeuropei, e ora anche il settore marittimo, con una integrazione graduale dal 2024.

Il sistema Ets, introdotto nel 2005, ha funzionato egregiamente, almeno da quando, nel 2013, ha cominciato a essere applicato più rigorosamente alle centrali energetiche, con l’eliminazione delle quote gratuite (che invece continuano a essere concesse generosamente alle industrie energivore). Qui la Commissione finora ha resistito bene, difendendo con determinazione dalle critiche questo meccanismo che si è dimostrato il più efficace per la decarbonizzazione. L’obiettivo previsto è di arrivare entro il 2030 a una riduzione delle emissioni del 62 per cento rispetto al 2005 per i settori interessati. «Dal 2005 a oggi, le emissioni delle industrie incluse nell’Ets sono diminuite del 39 per cento, mentre questi stessi settori hanno avuto una crescita del 71 per cento; quindi decarbonizzazione e crescita possono procedere parallelamente» ha sottolineato Ursula von der Leyen al vertice informale UE nel castello belga di Alden Biesen, il 12 febbraio.

Tuttavia, alcuni Paesi dell’UE e diversi comparti industriali (soprattutto chimico e siderurgico) chiedono varie modifiche all’Ets (l’Italia sollecita addirittura una sua “sospensione”,ma la richiesta è stata sostanzialmente ignorata dal Consiglio europeo del 19 marzo), e in particolare un rinvio della già prevista eliminazione progressiva (fino al 2034) delle quote di emissioni concesse ancora gratuitamente alle imprese energivore. La Commissione ha annunciato che presenterà una proposta di revisione entro il prossimo mese di luglio, e qualche nuova misura sarà proposta certamente, ma non si prevedono cambiamenti radicali, niente che possa essere definito, in questo caso, come una marcia indietro.

È previsto anche che il sistema delle quote di emissione venga esteso (con un meccanismo separato chiamato Ets2) ai fornitori di combustibili per il riscaldamento e al trasporto stradale. E qui una prima frenata c’è già stata: l’attuazione dell’Ets2, prevista inizialmente a partire dal 2027, è stata rimandata di un anno, al 2028. E non è affatto escluso che, avvicinandosi la scadenza, si prospetti un nuovo rinvio, come per il regolamento sulla deforestazione. Anche perché l’Ets2 comporterà sicuramente un rincaro dei carburanti imposto alle famiglie e alle imprese, che potrebbe provocare una forte protesta sociale, in una fase in cui la questione più importante da risolvere è come ridurre i prezzi dell’energia.

 

Lorenzo Consoli è corrispondente per l’UE a Bruxelles per l’agenzia di stampa italiana Askanews, dove si occupa di questioni europee con particolare attenzione all’economia, all’energia, alle politiche ambientali e alle problematiche istituzionali. È stato anche docente presso l’IHECS (Institut des Hautes Études en Communication Sociales) di Bruxelles, ed è stato eletto due volte presidente dell’Associazione Internazionale della Stampa di Bruxelles (API) dal 2006 al 2010.

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lunedì 15 dicembre 2025

Ue, altro colpo al Green Deal. Intesa per minori controlli su due diligence e sostenibilità ambientale: “Esentato l’85% delle aziende”

La presidenza di turno danese dell'Ue ha annunciato che è stato trovato un accordo tra Parlamento e Consiglio. Esulta von der Leyen: "Risparmio fino a 4,5 miliardi di euro. Rendiamo più semplice fare affari in Europa"

L’Unione europea è pronta ad allentare i controlli sulla sostenibilità per le aziende del Vecchio Continente. Come annunciato dalla presidenza di turno danese, si è trovato l’accordo tra Consiglio Ue ed Eurocamera sulla semplificazione auspicata in particolar modo dal Partito Popolare Europeo che, per sostenerla, ha sfruttato la sponda dell’estrema destra a Bruxelles, in una delle numerose rotture con la cosiddetta ‘maggioranza Ursula‘ che sta mettendo in crisi l’alleanza al centro dell’Ue.

Copenaghen fa sapere che il pacchetto Omnibus I concordato porterà a una riduzione degli oneri amministrativi in tutta l’Ue pari ad almeno 5,7 miliardi di euro. Anche la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, esulta fornendo cifre diverse: “Accolgo con favore l’accordo politico sul pacchetto di semplificazione Omnibus I. Con un risparmio fino a 4,5 miliardi di euro ridurrà i costi amministrativi, taglierà la burocrazia e renderà più semplice il rispetto delle norme di sostenibilità. Rendiamo più semplice fare affari in Europa, restando fedeli ai nostri valori”.

Non così fedeli, in realtà. Il prezzo da pagare è una diminuzione dei controlli in quel processo di graduale smantellamento del Green Deal europeo iniziato proprio dal Ppe con la nuova legislatura. Nello specifico, l’intesa introduce una clausola di revisione per una possibile estensione del campo di applicazione di entrambe le direttive e rinvia di un altro anno, al 26 luglio 2028, il termine per recepire la direttiva due diligence. Le società dovranno dunque conformarsi alle nuove misure entro luglio 2029. Con l’accordo politico, prosegue la presidenza Ue, l’85% delle imprese che rientrerebbero nel campo di applicazione saranno invece esentate dagli obblighi di reportistica sulla loro sostenibilità aziendale.

Questo perché, come recita il testo, gli obblighi di due diligence si applicheranno a grandi società con più di 5mila dipendenti e un fatturato annuo superiore a 1,5 miliardi di euro. Anche quelle che dovranno continuare a fornire informazioni non saranno comunque più tenute a preparare un piano di transizione per rendere il loro modello di business in linea con gli obiettivi dell’accordo sul clima Parigi, ma potranno essere soggette a sanzioni pecuniarie per il mancato rispetto dei requisiti di sostenibilità ambientale e sociale fino a un limite del 3% del loro fatturato netto mondiale. Per evitarlo, la Commissione Ue elaborerà delle linee guida per le aziende. Gli stessi vincoli green e sociali si applicheranno anche alle società extra Ue con un fatturato nel continente superiore alla stessa soglia.

Sulla rendicontazione ambientale, gli obblighi di redigere relazioni riguarderanno invece le aziende con oltre 1.000 dipendenti e con un fatturato netto annuo superiore a 450 milioni di euro. Saranno escluse le piccole e medie imprese quotate e le imprese di holding finanziarie. Un’esenzione transitoria per il 2025 e 2026 è inoltre prevista per le società che dovevano iniziare a presentare relazioni a partire dall’esercizio finanziario 2024 (le cosiddette società wave one). Vengono inoltre semplificati gli obblighi di rendicontazione, che dovrebbero diventare più quantitativi, mentre la rendicontazione settoriale sarà volontaria. Il tutto verrà fatto attraverso un portale digitale che dovrà essere messo a disposizione delle aziende dalla Commissione Ue.

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lunedì 27 ottobre 2025

Addio ’Europa Verde’, ci impongono il modello americano - Ennio Remondino

Il Consiglio europeo seppellisce l’ambiente in nome della Competitività, la nuova parola magica di Bruxelles che segue quella di Riarmo. Da quando Von der Leyen ha lanciato le prime proposte di riarmo, la frenata è arrivata in forma ufficiale e solenne, da parte del Consiglio europeo, che riunisce i capi di stato e di governo Ue. L’Italia tra i promotori della svolta.

 

Meno vincoli per le imprese e più veleni nell’aria

«L’Europa accelera sulla competitività per frenare sul Green deal», la sintesi di Andrea Valdambrini. Perché l’Europa economica è nei guai ma il sostegno armato all’Ucraina non si tocca e neppure in neo patriottismo riarmato. Prima i conti reale della spesa con Zelensky dove, la politica ‘creativa’ scopre che non si possono rubare i soldi del tesoro russo che Mosca aveva depositato soprattutto nelle banche belghe, avverte il governo locale. Acquisito di essere al verde, il taglio definitivo alla già asmatica politica verde dell’Unione, perché serve più competitiva per armarsi meglio. Precondizione competitività, scrivono 19 dei 27 (Italia in testa), è la ‘semplificazione legislativa’. Come chiesto/preteso da Trump mille volte. Europa americana.

 

Addio favola ambientale. Ma l’obiettivo del 90% di riduzione delle emissioni rispetto al 1990 entro il 2040 resta sulla carta. Per salvare almeno le apparenze.

 

Interessi nazionali anche sulla salute

E ‘l’Europa del fare’ promette mezzi definiti ‘pragmatici e realistici’, nel perseguimento degli ‘obiettivi climatici’. Ovviamente sulla base della «situazione della competitività globale». Primo ‘sconto’ dedicato all’ «automotive» dove l’Italia, di sponda con la Germania, cerca uno spiraglio sull’utilizzo dei biocarburanti. Bisognerà però convincere Francia e Spagna, esplicitamente contrarie a ogni deroga. E la Commissione media al ribasso con lo spettro dell’aumento dei prezzi di carburanti ed ene-rgia. Poche voci contro ed esterne ai governi. «Siamo di fronte al più grande attacco di sempre contro il Green deal», denuncia Bas Eickhout, europarlamentare olandese e leader dei Verdi europei che accusa l’Ue di «consegnando le chiavi del futuro delle tecnologie pulite alla Cina».

Ma l’aula europarlamentare ribolle

Mercoledì nell’Aula di Strasburgo si sono coalizzati i malumori dei progressisti, messi di fronte al ‘flirt  tra popolari e destre’. Quasi un matrimonio. Un voto ha respinto di misura due direttiva di ‘sconto ambientale’. Immediata reprimenda dal leader Ppe Weber e del cancelliere tedesco Merz, mentre la presidente del Parlamento europeo Metsola –invece di tutelare l’assemblea simbolo della democrazia popolare europea, ha promesso un voto di riparazione: «È nostro compito mantenere gli impegni». ‘Nostro’ di chi e impegni verso chi? Oltre all’inciampo organico ‘baltico’ nella Commissione, ora anche la splendida e minuscola isola di Malta.

Neo ambientalismo alla Salvini

Per Luca Martinelli «Basta forse leggere le parole di Matteo Salvini per capire perché il Green Deal europeo è sotto attacco». E con la sintesi proverbialmente moderata elenca in vero GreenDeal leghista. «Il ponte sullo Stretto, l’alta velocità ferroviaria, la Tav o il Tunnel del Brennero o la Napoli-Bari sono il GreenDeal. Non le idiozie di Bruxelles». Idiozie precedenti, non queste ultime. A massacrare certi ‘buoni propositi’ è stata la stessa maggioranza, in particolare il Partito popolare europeo, alla rincorsa certi consensi elettorali.

Ad esempio far saltare i vincoli per la riduzione del 50% dei pesticidi entro il 2030, «Il che significa che continuerà l’uso di sostanze chimiche nocive, perpetuando un pesante costo per la salute umana, l’ambiente e l’economia», avverte il Corporate Europe Observatory.

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mercoledì 15 maggio 2024

COME LA UE HA PRIVATIZZATO IL NOSTRO CIBO: PER IL BENE DELLE MULTINAZIONALI - Daniele Ioannilli

 

L'Europa pianifica produzione e distribuzione del cibo per il profitto del mercato contro noi cittadini. Storia e prospettive dopo la sovranità alimentare perduta.

Il Passo del Brennero ha un’altitudine di soli 1372 metri. Nella Storia è quindi stata una porta da e per l’Italia molto favorevole: è da qui che passarono le legioni romane alla conquista dell’Europa e successivamente gli imperatori tedeschi diretti a Roma dal Papa per ottenerne l’investitura. Ed è da qui che oggi passa la maggior parte dei prodotti agroalimentari importati dall’Italia. E’ stato quasi naturale per Coldiretti intensificare qui simbolicamente la sua protesta, dopo aver intercettato agli inizi dell’aprile scorso ben 17 mila kg di pane surgelato proveniente dalla Repubblica Ceca e diretto ad Altamura in Puglia, patria del pane DOP.

E’ solo cronaca? Ovviamente no. Contestualizzare questa notizia, allargando lo sguardo, ci  permette di capire come ragioni la Commissione Europea – che va ricordato, è il solo organo con potere legislativo ed esecutivo, il Parlamento europeo non alcun ruolo politico decisivo.

Se guardiamo in modo separato le regolamentazioni, poi gli obiettivi ideali che queste intendono perseguire, ed infine il concreto comportamento dell’Europa nel settore agroalimentare complessivo, vediamo che innanzitutto sembra esserci una netta divisione tra l’agroalimentare di qualità, il cosiddetto “made in Italy” che si può fregiare dei marchi DOP, IGP e STG; e quello destinato al “grande pubblico”, all’alimentazione di massa, quella quotidiana di sopravvivenza.

Quando l’Europa “immagina”  l’agroalimentare nelle sue politiche si riferisce a quello di qualità, per il quale sono previste le norme che conosciamo ed, effettivamente, ne beneficia in termini di alcune tutele. Numeri alla mano abbiamo:

– 170 prodotti DOP

 

– 126 prodotti IGP

DOP e IGP sono prodotti legati al territorio dei quali è provata l’origine storica. A differenza del DOP, l’IGP può avere ingredienti non di quell’area specifica a cui si riferisce; ad esempio la Bresaola della Valtellina è un IGP in cui la carne può provenire da una diversa area geografica ma la lavorazione deve essere fatta in Valtellina secondo tradizione.

– 2 prodotti STG che sono la mozzarella e la pizza napoletana.

I prodotti SGT non sono legati al territorio, è importante solo che seguano la ricetta tradizionale che ha ottenuto il marchio SGT.

I prodotti DOP e IGP beneficiano di alcune importanti deroghe: non sono sottoposti ad alcune regole in materia sanitaria, di igiene, produzione e conservazione e gli viene garantito il rispetto di standard particolari di produzione, come il caso di specifici processi di stagionatura che normalmente sarebbero vietati.

Nei Trattati Internazionali che tante volte si citano con diffidenza, i prodotti con questi marchi ottengono delle tutele ad hoc volte a favorirne la diffusione e impedire importazioni di imitazioni con anche – in qualche caso – la tutela da imitazioni in paesi terzi non europei.

Questo agroalimentare “made in” di qualità ha ovviamente, rispetto alla produzione di massa, dei costi più elevati che si riversano poi sul prezzo finale. Ma essendo prodotti di “lusso”, chi vuole quel prodotto DOP piuttosto che IGP è anche disposto a pagare di più.

In questo contesto, è più comprensibile come le politiche del Green Deal siano portate avanti in modo ideologico e poco realistico. Ideologia Green che si traduce in costi maggiori sopportabili solo per quelle produzioni il cui prezzo finale non è determinante per il consumatore, come appunto avviene per i prodotti di lusso.

C’è poi l’agroalimentare quotidiano, di sopravvivenza, in cui il prezzo finale del prodotto è un fattore quasi essenziale nella scelta del consumatore. E qui valgono altre regole rispetto ai marchi protetti del “made in Italy” di cui si è detto poc’anzi. Ora valgono le regole del mercato più competitivo.

Ed è questo che si spiega come mai l’Europa seppur ne abbia la capacità, non persegua l’autosufficienza produttiva alimentare. Comportamento in linea con il suo fine ultimo, ovvero il privatizzare ogni aspetto della vita e dell’economia, e cioè consegnare alle multinazionali il controllo di esse.

Ideologicamente, cosa sta facendo l’Europa? In nome di una idealizzata “salvaguardia” del pianeta ha elaborato delle politiche ambientali racchiuse nel cosiddetto Green Deal Europeo  che entro il 2050 vuole azzerare l’impatto ambientale dell’uomo sotto vari punti di vista, dall’emissione di CO2 al consumo del suolo, all’inquinamento in generale mediante la riduzione di fertilizzanti e pesticidi. L’insieme di queste normative che considerate singolarmente ed isolatamente potrebbero essere senz’altro condivisibili, hanno come risultato pratico una riduzione della produzione, da cui si genera automaticamente un aumento del costo della stessa e quindi del prezzo che paga il consumatore finale con il risultato di portare molti prodotti a essere fuori mercato.

Una minore produzione genera scarsità di offerta a cui si deve far fronte aumentando le importazioni a basso costo ed ecco che si spiega come sia possibile per Coldiretti assistere all’invasione di prodotti agroalimentari extra UE.

E’ un cane che si morde la coda: meno si produce più i prezzi salgono, più si importa a basso costo per permettere alla gente normale di sopravvivere, più le produzioni nazionali vanno fuori mercato. Così come per l’immigrazione incontrollata che ha prodotto l’abbattimento dei salari, così l’importazione massiccia  sta determinando il fallimento delle piccole e medie imprese agroalimentari. Sono effetti che in economia si conoscono e già osservati empiricamente, quindi con un po’ di malizia potremmo azzardare a dire anche voluti.

Perchè gli altri prodotti extra Ue sono per noi Europa a basso costo? Per maggiore bravura? Per una semplice questione di cambio monetario favorevole? Non solo. Lo sono soprattutto per l’asfissiante regolamentazione comunitaria che impone sì un livello piu alto di sicurezza e qualità nei prodotti agroalimentari, ma come detto causa anche problemi di bassa produzione e alti prezzi. Che ideologicamente potrebbe anche andare bene, se non fosse che l’eccellenza è pretesa dalle aziende europee, ma si importano poi prodotti extra UE che da queste regole non ne sono danneggiati.

Coldiretti e tutto il sistema agroalimentare in questi mesi di protesta puntano molto sul rispetto del concetto di “reciprocità delle regole”, ossia sull’autorizzazione a importare solo quei prodotti che rispettano le normative europee di produzione.

Molti dei paesi extra UE non rispettano, o per meglio dire, hanno regole diverse più permissive rispetto l’Europa in materia di sicurezza alimentare, ambientale e diritti dei lavoratori.

I numeri non sono di poco conto: rispetto al fabbisogno complessivo la produzione nazionale è alquanto bassa soprattutto in considerazione del fatto che per clima e territorio l’Italia potrebbe essere molto vicina all’autosufficienza produttiva. E invece produciamo solo il 36% del grano tenero, il 53% del mais, il 51% della carne bovina, il 56% del grano duro per la pasta, il 73% dell’orzo, il 63% della carne di maiale e dei salumi, il 49% della carne di pecora e di capra, l’84% dei formaggi e del latte; tutto il resto per arrivare al 100% del fabbisogno viene importato.

La Puglia, regione altamente adatta all’agricoltura è invece la 1° regione del Sud per importazione di prodotti agroalimentari da paesi extra UE. Nel 2022 erano 1,7 miliardi i kg di prodotti importati, nel 2023 sono saliti a 3 miliardi con un aumento secco del 66%. Cifre folli per un territorio ad altissima vocazione agricola di qualità e quantità. Estendendo questa tendenza a tutto il territorio Italiano, si può capire quanto la situazione per le aziende agroalimentari nazionali sia delicata e perchè stiano protestando.

Frutta e verdura egiziana invadono il nostro mercato. L’Egitto tratta le Arance con il Clorpirifos un pesticida bandito in UE nel 2020. Dalla Turchia arrivano nocciole che secondo il dipartimento del lavoro USA vengono prodotte sfruttando il lavoro minorile. E l’asta per il frumento, sempre in Turchia, affossa il prezzo di quello italiano, pugliese in particolare. Dall’Argentina arrivano i limoni trattati con il pesticida PROPICONAZOLO, bandito nel 2019. Dalla Cina arriva il concentrato di pomodoro che abbatte il prezzo di quello italiano. Dal Sud Africa arrivano uva e arance. E il grano a bassissimo costo dall’Ucraina, mentre dal Canada è essiccato con il glifosato, da noi bandito.

I semi di soia sono importati per l’84% (50% dal Brasile e il 35% dagli USA), la farina di soia importata per il 97%.

Dal Marocco e Russia importiamo il 68% dei fertilizzanti fosfatici, questo secondo uno studio fatto da Aretè per il parlamento europeo. Nella pubblicazione “Atlas des Pestidices” (2023) scopriamo che il 25% dei pesticidi usati in America e 149 dei 504 usati in Brasile, sarebbero in Europa banditi.

Da studi e analisi fatte dall’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) nel 2023 sui residui di pesticidi di produzione e lavorazione, anche nel prodotto finito ci sono rischi: il 6,4% dei prodotti importati sono oltre i limiti di legge per residui chimici irregolari, rispetto lo 0,6% di quelli italiani. 10 volte di più.

L’invasione di prodotti extra UE è poi favorita dai trattati bilaterali commerciali siglati dalla UE con i vari “blocchi” mondiali, cosi suddivisi:

– Paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico

– Paesi delle Americhe

– Paesi dell’Asia e dell’Australasia

– Paesi del Medio Oriente e del Golfo

– Paesi EFTA – PEV (i cosiddetti Paesi di vicinato, come l’Ucraina)

Trattati che (molto sinteticamente) tolgono dazi su determinati prodotti, secondo un blando principio di reciprocità, e finiscono per favorire i prodotti importati in quanto ciò che noi esportiamo non danneggia i paesi di destinazione, mentre ciò che noi importiamo ci danneggia in quanto rende fuori mercato i prodotti della nostra terra.

Questo perchè? Perchè mentre i paesi dai quali importiamo sono normalmente produttori di materia prima e hanno bisogno del prodotto finito o semilavorato; noi invece siamo allo stesso tempo sia produttori di prodotto finito che di materia prima. E se usiamo la loro materia prima, togliamo spazio alla nostra.

Nel 2023 l’importo di cibo extra UE è stato della cifra record di 63 miliardi di euro, mentre l’export europeo verso il resto del mondo è stato di 210 miliardi di euro di cui 1/3 circa proveniente dall’Italia pari a 64 miliardi di euro. Dati Coldiretti.

A guadagnare da questo modello sono soprattutto le grandi multinazionali dell’agrobusiness. Da quando i primi pesticidi sono entrati in commercio (anni ’50 circa), il prezzo del cibo è aumentato di 5 volte mentre il guadagno dei contadini si è dimezzato.

Oltre che sulla salute, gli effetti negativi dell’uso massiccio di prodotti chimici si manifesta anche nella perdita progressiva di biodiversità: i terreni non vengono fatti riposare o alternati nella coltivazione in favore delle monocolture piu redittizie diventando così aridi, necessitando quindi di sempre piu prodotto chimico. Le piante invece diventano sempre meno capaci di sopportare autonomamente le avversità climatiche ed i parassiti, come se venisse loro indebolito il “sistema immunitario”.

Sin qui possiamo riassumere il quadro nel seguente modo:

– Il cibo di alta qualità made in Italy viene in qualche modo protetto mediante i marchi DOP – IGP e STG.

– Il cibo per l’alimentazione quotidiana, di massa, mediante normative particolarmente restrittive ed ideologiche viene sfavorito a vantaggio di quello di origine extra UE.

A questo punto entra nel discorso un terzo livello, espressione dell’anima fortemente tecnologica e transumanista dell’UE. Livello dietro al quale potrebbe nascondersi uno dei sogni delle multinazionali dell’agroalimentare e della chimica: la privatizzazione del cibo.

Obiettivo raggiungibile attraverso l’attuazione della PAC (Politica Agricola Comune) all’interno della quale c’è l’Agricoltura 5.0 e la nuova genetica green, denominata in Italia come TEA.

Cos’è la TEA? TEA è l’acronimo di “Tecnologie di Evoluzione Assistita” il cui obiettivo/scopo è quello di aumentare la produzione di prodotto senza un maggior impiego di mezzi di produzione, che sono fertilizzanti, pesticidi o terreni da coltivare.

TEA è la versione vegetale del transumanesimo per l’uomo. E’ presentata come la soluzione al problema climatico e produttivo, ovvero vista la tesi dominante della bassa produzione causata dal cambiamento climatico e dall’eccessivo consumo di suolo, è accettata da tutti con entusiasmo, Coldiretti in primis; visto che ha già avuto modo di esprimere giudizi favorevoli nei riguardi di queste nuove tecniche che rendono le coltivazioni resistenti a parassiti e ad eventi climatici avversi.

Attraverso la modifica dei geni della pianta si otterrebbe di più e meglio quello che sin ora si sta ottenendo con l’uso dei prodotti chimici.

Si presentano le TEA come perfette soluzioni a problemi come l’approvvigionamento di cibo, materie prime, problemi logistici e geopolitici che possono far lievitare i prezzi come successo con la guerra Ucraino-Russa o durante l’emergenza Covid-19 (omettendo di considerare come i problemi avuti siano stati in realtà manovre speculative della grande finanza).

Fondamentale notare come l’intero settore dei pesticidi e delle sementi sia in mano a sole 4 grandi multinazionali della chimica: Sygenta – Bayer – Corteva – Basf, che detengono il 70% del mercato mondiale dei pesticidi e il 57% di quello delle sementi. Una concentrazione e una commistione di interessi che gli fa detenere nei fatti la sovranità alimentare mondiale.

Se alla proprietà delle sementi, che già oggi sono sterili ossia sono semi che non generano altri semi costringendo il coltivatore a comprarne sempre di nuovi anzichè –  come sarebbe naturale – prenderli dalla pianta coltivata, queste multinazionali sfruttando la TEA possono creare sementi e quindi piante, secondo qualsiasi necessità o richiesta del mercato: da piante resistenti a clima e malattie, a piante ipernutrienti o dalla iperproduzione di frutti.

Essendo però tutta ricerca coperta da brevetto, ed essendo la UE una entità fondamentalmente giuridica e non politica (il suo “core” è favorire il business privato delle Corporations) la TEA si può vedere anche come il grimaldello col quale queste multinazionali arriverebbero alla privatizzazione del cibo. Privatizzazione come risposta a problemi indotti artificialmente dalle stesse politiche agricole della UE.

La parola “grimaldello” non è stata usata a caso. La privatizzazione del cibo è già stata tentata attraverso il cosiddetto OGM, rifiutato dal consumatore e opinione pubblica. Questo OGM rientra dalla finestra (di Overton), attraverso la TEA che opera una sottile distinzione per renderlo accettabile. Distingue il grado di intervento genetico in due livelli.

In entrambe le situazioni c’è un intervento sulla pianta con una modifica ai suoi geni, però mentre negli OGM si ottiene un qualcosa che in natura non sarebbe mai –  o difficilmente – possibile, nel livello TEA la nuova varietà di pianta sarebbe “fabbricabile” anche naturalmente, solo che avrebbe bisogno di tantissimo tempo ed incroci diversi.

Una sottigliezza linguistica che le multinazionali stanno usando per diversificare le normative TEA e OGM.

Considerando anche la politica energetica che vuole trasformare gran parte dei terreni agricoli in spazi dove produrre energie rinnovabili, rivolgersi a queste nuove sementi private ultratecnologiche sarà l’unica strada da percorrere se un’azienda del settore vorrà tentare di resistere sul mercato.

E quindi il consumatore che l’Europa ripete di voler tutelare come suo fine ultimo, e per il quale verrebbe fatto tutto quanto, cosa puo’ e potrà scegliere per mangiare? Cosa acquistare da mettere in tavola?

– Comprare cibi DOP o IGP o biologici, se disponibili, pagando prezzi piu alti, se può permetterselo.

– Comprare cibi a basso costo (che diventano a costo normale passando per grande distribuzione) nutrizionalmente poveri.

– Orientarsi sui prodotti di queste future nuove piante TEA, di cui ancora non si conoscono gli eventuali effetti negativi sulla salute.

– Orientarsi sui nuovi cibi green quali larve, vermi, grilli e cavallette e le loro farine che si stanno affacciando sul mercato europeo.

Dopo averci fatto credere che il futuro era la grande distribuzione invece del “pizzicagnolo” sotto casa, la grande azienda invece del vecchio contadino, l’abbondanza vincente sulla stagionalità dei prodotti della propria terra, la chimica migliore del ciclo naturale.. il cittadino consumatore cos’ha da dire?

da qui

lunedì 19 luglio 2021

Green Deal europeo, un piano da difendere nonostante le ambiguità - Monica Frassoni

 

 

La Presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen insieme ai Commissari Timmermans, Gentiloni, Simson, Aldean e Wojciechowski ha presentato ieri quello che è uno dei più consistenti pacchetti legislativi mai completati nella sua storia; 8 proposte di revisione di direttive e regolamenti esistenti e 4 nuove iniziative in materia soprattutto energetica che rappresentano un pezzo centrale del Green Deal europeo, il programma partito due anni fa per portare la UE a essere il primo continente a emissioni zero nel 2050, attraverso una lunga lista di norme in tutti i settori dell’economia, industria, ambiente, accompagnate dal riorientamento e dall’aumento delle risorse a disposizione della UE.

 

Il contenuto del programma

Se il Green Deal è un elemento chiave di Next Generation EU ed è quindi integrato anche nello sforzo di uscita dalla crisi pandemica intrapreso a livello europeo.
Il Green Deal, la decisione di aumentare dal 
40% al 55% gli obiettivi di riduzione delle emissioni al 2030 e di raggiungere la neutralità climatica nel 2050, racchiusi nella Legge sul Clima che entra in vigore questo mese, sono una conseguenza diretta dei richiami incessanti di scienziati ed esperti, delle grandi mobilitazioni dei Friday for Future e della crescente consapevolezza dell’estrema minaccia rappresentata dai cambiamenti climatici non solo per l’ambiente, ma anche per l’economia e la vita tout court: l’idea è cioè che il Green Deal sia una “strategia per la crescita” alternativa a quella attuale ancora fondata sui combustibili fossili; ha anche l’obbiettivo di portarci fuori dalla crisi, di dare nuove prospettive di lavoro e di inclusione sociale, di ridisegnare il nostro modo di muoverci, di abitare, di consumare, il tutto riducendo le diseguaglianze e il nostro impatto su risorse e ambiente.

Un sogno? Forse e come vedremo i problemi non mancano. Ma bisogna riconoscere che, al di là del merito, il grande lavoro fatto dalla Commissione europea e il suo scarso (in termini numerici) e spesso criticato staff è stato davvero straordinario e rappresenta bene il senso e l’utilità del progetto europeo; in questi mesi c’è stato anche uno sforzo reale di ascolto dei vari attori in campo, dalle ONG all’industria, anche se ovviamente alcune voci sono forse state più ascoltate di altre.

Le proposte di direttive, regolamenti e altre iniziative riguardano l’aumento degli obbiettivi per rinnovabili, l’efficienza energetica, la riorganizzazione del sistema di scambio delle emissioni (ETS) e la sua controversa estensione al settore degli edifici e dei trasporti, il regolamento detto di “condivisione dello sforzo” di abbattimento delle emissioni nei settori finora non coperti dall’ETS, la tassazione energetica, che prevedeva finora stimoli ai combustibili fossili, l’uso del suolo, silvicultura e strategia forestale, norme più stringenti per ridurre le emissioni di automobili e furgoni, regole per le infrastrutture, per i carburanti alternativi (leggi ricariche per mobilità elettrica) e per i carburanti per aviazione e navigazione, misure per imporre dazi ad importazioni ad alto contenuto di CO2 (misure di adeguamento del carbonio alle frontiere); viene poi proposto un Fondo Sociale per il Clima per contribuire a rimediare al rischio gilets jaunes, cioè una reazione di rigetto di queste misure da parte dei settori sociali più in difficoltà. Il Fondo verrebbe finanziato con 72,2 miliardi di risorse europee provenienti per il 25% dai proventi del sistema di scambio di emissioni e potenzialmente da altrettante nazionali nei prossimi 7 anni.
Nei prossimi mesi il pacchetto sarà inoltre completato dalle proposte sulle linee guida per l’applicazione concreta del principio “
Energy efficiency first”, il super controverso pacchetto sul gas, la direttiva sugli edifici e le nuove linee guida sugli aiuti di stato, tutti aspetti molto importanti dell’agenda sul Green Deal. Ora la parola passa al Parlamento Europeo e al Consiglio dei rappresentanti degli Stati, che sono co-legislatori a pari livello. Si prevede che i negoziati dureranno per tutto il 2022.

 

I rischi di una proposta ambigua

La proposta della Commissione è un insieme di migliaia di pagine di norme e articoli e ci vorrà un po’ per digerirli tutti, ma già possiamo fare alcune considerazioni generali. Innanzitutto, il pacchetto è al centro dell’attenzione di due forti tendenze, che vanno in senso diametralmente opposto, come è evidente da alcune delle primissime reazioni. Da un lato ci sono le voci di coloro che pur non potendo più negare che i cambiamenti climatici esistono e vadano governati, dopo avere per anni impedito di agire per tempo, oggi continuano a spingere per ritardare, fare dei distinguo, chiedere prudenza, usando l’argomento sicuramente importante della salvaguardia dei posti di lavoro per non attrezzarsi a cambiare e soprattutto pretendono il privilegio di continuare ad essere esentati dai costi reali della transizione, che anche in questo pacchetto continuano ad essere in buona misura scaricati su cittadini e finanze pubbliche: parliamo di una parte ancora troppo importante dell’industria automobilistica e energivora che soprattutto in Germania (e quindi in Commissione), ma anche in Italia, ha un impatto davvero sproporzionato (vedi le dichiarazioni di Cingolani sul “bagno di sangue” rappresentato dalla transizione ecologica) data la sua capacità di influenza e la sua disponibilità economica nel fare lobby a tutti i livelli.
Dall’altro c’è invece l’evidenza dell’obiettiva accelerazione dei fenomeni distruttivi e di grande e negativo impatto dei cambiamenti climatici, dello sfruttamento eccessivo delle risorse e dell’inquinamento che 
non permette di perdere tempo: bisogna liberarsi al più presto della dipendenza dai fossili, gas incluso.

Greta Thunberg in un recente intervento, durissimo e lucidissimo come sempre, denuncia come le azioni intraprese potrebbero essere molto positive perché siamo ancora in tempo per invertire la marcia, ma ci sono troppe scappatoie, ambiguità, continuano investimenti e sussidi miliardari ai fossili e le politiche in atto non sono assolutamente abbastanza radicali e i governi si danno a un greenwashing continuo ed irresponsabile. È chiaro che la trasformazione necessaria sarà difficile e dura. Ma è la conseguenza del grande ritardo accumulato e più tempo si perde facendo scelte a metà, e peggio sarà anche da un punto di vista della sostenibilità e consenso sociale. E comunque l’alternativa lo sarebbe ancora di più. Se scegliamo questo secondo punto di vista, è chiaro che il pacchetto presenta molti gravi punti deboli e che bisognerà mettere in atto una mobilitazione notevole in Italia e in Europa per poterlo migliorare. Peraltro, se in Europa esistono gli strumenti di relativa trasparenza per capire chi dice cosa e chi preme in quale direzione, è molto più difficile vedere come si forma la posizione che l’Italia rappresenta in Europa su questi temi, data l’assenza di dibattito pubblico, il disinteresse dei media e l’opacità dei meccanismi di controllo.

Il macroscopico punto debole del pacchetto sta nel tentativo della Commissione di trovare una impossibile ed inefficace mezza via tra i due orientamenti spiegati più sopra. Ma questo tentativo rischia di mettere in pericolo l’essenza stessa del Green Deal, come denunciano da tempo le associazioni ambientaliste europee riunite in Climate Action Network o EEB, ma anche diverse associazioni dell’industria più consapevole dei rischi ma anche delle enormi opportunità che esistono in termini di business, competitività e lavoro.
Una ragione fondamentale della debolezza del pacchetto sta nel target insufficiente di 
riduzione delle emissioni del 55% per il 2030 inserito dalla Legge sul Clima dopo una battaglia furibonda; la scienza considera invece necessario che l’UE contribuisca con una riduzione di emissioni del 65% entro il 2030 al raggiungimento dell’obbiettivo globale di 1,5° massimo di riscaldamento del pianeta entro la fine del secolo; dunque ci vorrebbe un aumento delle rinnovabili e dell’efficienza rispettivamente del 50% e del 45%. Gli obbiettivi proposti di aumento di rinnovabili (40%) e di efficienza energetica (36%) sono quindi insufficienti da soli ad avvicinarci per tempo alla neutralità climatica.

Altro elemento di grandissima preoccupazione, perché se è vero che la trasformazione è urgente e necessaria è anche vero che i suoi costi devono essere sostenuti in modo equo, è la proposta di ampliare il sistema di scambio di emissioni – che ha lo scopo di spingere al cambio di sistema aumentando i prezzi delle tecnologie più inquinanti – ai settori degli edifici e dei trasporti, mantenendo allo stesso tempo fino al 2035 (!!!) un sistema di esenzioni e vantaggi per le industrie energivore e non facendo nulla per ridurre i sussidi pubblici ai settori “fossili” (in Italia 19 miliardi di euro all’anno). È evidente che in questo modo si segue il modello tedesco di fare pagare ai cittadini il costo della transizione. Modello improponibile per una parte importante della UE e un’arma formidabile in mano ai boicottatori del Green Deal. Non è un caso che le prime voci “fossili” che si sono levate hanno usato l’argomento dei costi sociali per respingere le misure più ambiziose del pacchetto ritenendole insostenibili. Personalmente, sono anche abbastanza diffidente sulle assicurazioni date dalla Commissione rispetto alla capacità dell’istituendo Fondo sociale di coprire davvero i costi dei vantaggi concessi all’industria poco green, ma anche all’agricoltura che resta il settore meno toccato dalle nuove regole del Green Deal e l’unico per il quale non esistono obblighi numerici di riduzione delle emissioni. Come ha sottolineato recentemente la Corte dei Conti Europea il principio di “chi inquina paga” è applicato in modo ancora inefficace nella UE e fondi pubblici coprono costi che dovrebbero essere gli inquinatori a pagare. Quindi c’è il rischio che anche questo fondo copra spese, come l’acquisto di auto elettriche, che  finirebbero per avvantaggiare ancora una volta settori restii a contribuire direttamente o come aiuti diretti in bolletta non condizionati al cambio del sistema energetico.  Peraltro questa politica di sconti ed esenzioni ha fortemente rallentato la decarbonizzazione di una parte importante dell’industria e del settore agricolo europei. Sono sicura che li vedremo agire molto attivamente per mantenere i loro privilegi nell’imminente processo legislativo.

 

Riprendere le mobilitazioni

Mi preoccupa anche l’insistenza sul potenziale dell’idrogeno e delle biomasse come nuove soluzioni miracolo, a discapito di una valorizzazione che sarebbe invece molto più tempestiva ed efficace sia per la decarbonizzazione che per la creazione di posti di lavoro di qualità di economia circolare e cambio di modelli di produzione e consumo.
Ovviamente, ci sono 
numerosi aspetti molto positivi e molto importanti da difendere con le unghie e con i denti nel pacchetto. Dalle misure sull’efficienza energetica, che estendono obblighi sfidanti a tutte le attività del settore pubblico, dall’acqua agli edifici, ed escludono i risparmi ottenuti con dispositivi fossili, all’importanza del principio dell’”efficienza energetica prima di tutto”; dall’inclusione delle emissioni marittime e dell’aviazione nell’ETS, all’allineamento della fiscalità energetica  che se adottato avrebbe un impatto positivo sulla riduzione dei vantaggi dei combustibili fossili, alle misure che faciliteranno l’istallazione di energie rinnovabili (in Italia dovremmo moltiplicarle per 6 per realizzare i nostri obiettivi!), ecc..

Ma è chiaro che ancora nulla è acquisito e il lungo percorso verso la neutralità climatica dell’UE, che ci permetterà di giocare a pieno il ruolo positivo ed essenziale che ci siamo dati nella battaglia globale per il clima, è ancora irto di ostacoli. Sono perciò convinta che solo una ripresa potente e immediata, dopo lo stop imposto dal COVID, della mobilitazione dei giovani (e meno giovani) dei Fridays for Future e di tutto l’associazionismo ambientalista e non solo, un controllo stretto del processo legislativo da parte dei media, del mondo accademico, dell’impresa e agricoltura green potranno spingere le istituzioni a tutti i livelli a rinunciare alla loro persistente dipendenza fossile e a realizzare pienamente il Patto verde europeo.

da qui