Il Responsible Research Hospital di Campobasso, alle
prese con 72 milioni di debiti, vuole cedere un ramo d'azienda a un altro
soggetto privato, separandone la gestione da quella dell’oncologia. A rischio
la continuità delle cure. Intanto neurochirurgia e cardiochirurgia sono già in
mano ai privati. E 31mila molisani rinunciano a curarsi
Il reparto
di oncologia affidato a un privato. Quello di radioterapia a un
altro. Insomma, la diagnosi e la cura divise. È l’ultimo capitolo della
parabola della sanità in Molise: le classifiche dell’assistenza agli
ultimi posti in Italia, reparti essenziali ormai completamente in mano ai
privati, la politica che si intreccia con la sanità in un modo
inestricabile. “Il Molise esiste davvero?”, chiedeva a mo’ di battuta anni fa
un comico. Certo che esiste, è una regione stupenda, con una storia antica che
risale ai sanniti e ai romani. Ma l’Italia spesso si dimentica di questa terra,
di quello che vi succede. La vicenda del Responsible Research Hospital
racchiude in sé tutto questo. Come racconta il consigliere regionale Massimo
Romano (Costruire Democrazia): “Eravamo negli anni Novanta quando a
Campobasso – in città già esiste lo storico e fatiscente Cardarelli – venne
costruita una nuova struttura ospedaliera. Un progetto realizzato con soldi
pubblici”. E non pochi, parliamo di circa cento miliardi di lire
dell’epoca, l’equivalente di altrettanti milioni di euro di oggi. Doveva essere
l’inizio di una rinascita. È stato esattamente il contrario. La struttura è
affidata ai privati: venne chiamato Cattolica e Gemelli Molise. Con
un nodo da sciogliere di fondo, come Romano domanda da tanti anni: la proprietà
dell’immobile adesso di chi è? E, se fosse passata ai privati, che fine
avrebbero fatto i denari pubblici utilizzati per realizzarla?
“È della
Cattolica”, è la risposta dei gestori che si succedono. La gestione oggi è
affidata al Responsible Research Hospital. E qui il filo un poco si perde,
perché la società a sua volta fa capo al fondo svizzero Responsible Capital
che ha visto alla sua guida il finanziere Stefano Petracca,
quello che già era stato protagonista della travagliata parabola calcistica del
Rimini. Ma restiamo al Molise. Il nuovo ospedale di Campobasso affidato
alla Responsible aveva mosso i primi passi con grandi promesse: investimenti,
ricerca e compagnia bella. Come stia andando è su siti e tv – Informamolise
e al Tgr – che riportano anche le denunce di due consiglieri regionali M5S,
Roberto Gravina e Angelo Primiani: la società che
gestisce la struttura ha accumulato 72 milioni di debiti soprattutto per
i fornitori e le attrezzature mediche. Ed ecco, appunto, l’ultima pagina di cui
si discute in queste ore: il gruppo in mano al fondo svizzero ha lasciato
trapelare la possibilità, per tappare le falle, di cedere un ramo d’azienda.
La radioterapia, appunto. Parliamo di un’attività redditizia che in
diverse città d’Italia – vedi Genova – è nel mirino dei privati che hanno
lanciato l’abbordaggio al settore.
Da privato a
privato, dirà qualcuno, poco dovrebbe cambiare. Romano, però, non è per niente
convinto: “Così si divide in due la struttura. E si rischia di lasciare nel
disagio persone che sono malate e hanno bisogno di serenità, oltre che di cure
di prim’ordine. Dividendo proprio oncologia da radioterapia e affidandole a due
gestori diversi, è a rischio la continuità clinica di una struttura
punto di riferimento per tutti i pazienti del Molise e anche delle regioni
vicine. Per non dire – aggiunge il consigliere – della situazione lavorativa
dei 400 dipendenti”. Ma qui la questione si aggancia a un’altra: il monopolio
del privato nella sanità molisana con interi settori essenziali dove il
pubblico ormai è praticamente assente. “Non c’è soltanto la radioterapia, per
cui ci si può rivolgere solo al privato, ma ci sono anche la neurochirurgia
e la cardiochirurgia”, spiega Romano. La cardiochirurgia pubblica di
fatto non è mai esistita in Molise. Intorno al Duemila nasce il reparto che
viene, però, affidato immediatamente proprio alla Cattolica e quindi al Gemelli
e infine a Responsible. Ancora più sorprendente la vicenda di neurochirurgia
che invece esisteva all’ospedale Cardarelli di Campobasso. Ma nel 2017 il
servizio passa – non senza polemiche – a Neuromed, colosso della sanità
privata locale per decisione dell’allora presidente della Regione Paolo di
Laura Frattura (un passato nel centrodestra, ma poi passato al
centrosinistra).
E qui la
vicenda della sanità molisana incrocia quella della politica locale. Fino quasi
a diventare la stessa cosa. L’Istituto Neurologico Mediterraneo è
infatti centro di eccellenza della sanità molisana e non solo. Si tratta, come
dice il sito della società, “di un Irccs, cioè Istituto di Ricerca e
Cura a Carattere Scientifico. È un centro di rilevanza nazionale e di altissima
specializzazione per patologie afferenti alla Neurochirurgia, Neurologia,
Neuroriabilitazione e tutte le applicazioni relative alle Neuroscienze in cui
sono utilizzabili la Neuroradiologia, l’Angiocardioneurologia e la Chirurgia
Vascolare”. Dell’Istituto Neurologico Mediterraneo, tuttavia, non si è parlato
soltanto per i suoi meriti scientifici, ma anche per la sua vicinanza con la
politica. L’Irccs è stato ed è ancora controllato da Neuromed, che fa capo alla
famiglia Patriciello, quella dell’europarlamentare Aldo. In Molise non
c’è una persona che non lo conosca: un politico che nel suo lungo percorso ha
cambiato, così dicono le cronache, quasi dieci bandiere.
L’ultima, l’attuale, è quella della Lega Nord: l’inossidabile Aldo
Patriciello è risultato secondo alle elezioni europee del 2024, proprio
dietro al generale Roberto Vannacci. Ma è tornato ancora una
volta a Bruxelles, dove siede da vent’anni in Parlamento, grazie alla rinuncia
del generale al seggio ottenuto in questa circoscrizione. Ma è nel passato che
Patriciello ha costruito la sua fortuna, dove politica, mattone, sanità,
editoria vanno a braccetto. Aldo infatti negli anni Novanta è stato assessore
di Michele Iorio, l’uomo che ha guidato il Molise per lustri. Iorio che
fu scalzato infine proprio da Paolo di Laura Frattura. Una vera dinastia quella
dei Patriciello con due cognati che hanno guidato il Consiglio regionale.
E magari erano anche amministratori di Neuromed. Pubblico e privato nella
stessa persona.
Intanto per
17 anni la sanità molisana è stata commissariata dal 2007, un record
nazionale. Si registra un disavanzo sanitario di 160 milioni,
mentre gli operatori privati fatturano circa 50 milioni oltre il limite
previsto dalla Regione. I risultati della gestione sanitaria in Molise si
vedono dai dati. La fondazione Gimbe in un suo studio ha segnalato un
paradosso: nonostante il Molise con 2.319 euro per abitante sia al primo posto
in Italia nel riparto del Fondo sanitario indistinto, il livello di
assistenza è spesso agli ultimi posti in Italia. Questo avviene anche
perché circa un terzo della spesa pubblica regionale viene assorbito dal privato
convenzionato, svuotando le strutture pubbliche. Indicativi sono anche i
numeri relativi ai Lea (Livelli essenziali di assistenza), dove la
regione si pone al penultimo posto in Italia con 192 punti, davanti soltanto
alla Calabria (189). Non basta. Il Molise vanta, si fa per dire, il più basso
numero in Italia di medici dipendenti per persona: appena 1,35 ogni
mille abitanti. Un fenomeno descritto dal dottor Massimo Peccianti,
segretario Anaao Assomed Molise, in una recente intervista proprio al Fatto:
“La carenza di personale è veramente estrema. L’Azienda sanitaria regionale del
Molise bandisce concorsi in continuazione, ma vanno puntualmente deserti: se un
bando è per dieci posti, si presentano in cinque e forse solo uno accetta
l’assunzione. In passato sono arrivati medici cubani, alcuni dei quali sono
ancora in servizio, e poi ci sono i ‘gettonisti’ che coprono i turni in
Pediatria al Cardarelli di Campobasso e a Isernia”. Intanto i medici molisani
attendono ancora parte della retribuzione del 2022.
Con un
risultato drammatico: secondo le statistiche, in Molise circa 31mila persone –
su 284mila abitanti, quindi il 10,9% – hanno ormai rinunciato a
curarsi. L’ultimo episodio che testimonia lo sfascio è la storia del Ferdinando
Veneziale di Isernia. Un ospedale che offre assistenza a un bacino di oltre
80mila abitanti, soprattutto provenienti dai piccoli paesi di montagna. Eppure
su una pianta organica che richiedeva 13/14 medici strutturati al pronto
soccorso, ne sono rimasti in servizio 4/5. Non solo: i reparti di
emodinamica (essenziale per curare gli infarti) e il punto nascita rischiano da
anni la chiusura. Così a dicembre del 2025 il sindaco Pietro Castrataro
ha cominciato una lotta che è finita su tutti i giornali d’Italia: per 167
notti ha dormito in tenda davanti all’ospedale per difendere il presidio
sanitario. A gennaio 7mila persone hanno sfilato per una fiaccolata. Ma non è
bastato nemmeno questo. La sorte dell’ospedale di Isernia è ancora incerta,
così come quella della radioterapia di Campobasso.