Visualizzazione post con etichetta Valeriu Nicolae. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Valeriu Nicolae. Mostra tutti i post

domenica 1 dicembre 2019

I miei esagerati genitori rom - Valeriu Nicolae




Il sangue blu ereditato dai rom aristocratici di Budrea e dai nobili alcolisti di Ghelmegioaia – il cui pallore era ampiamente compensato dal razzismo – mi è sempre stato di grande aiuto.
La prima volta che mi sono reso conto dei vantaggi delle mie eclettiche origini è stato intorno all’età di dieci anni. Mi era stato affidato il compito di andare alla ricerca di mio padre, il quale non era affatto una persona imprevedibile. Così l’ho rintracciato in un baleno: dibatteva di complicati problemi filosofici sulle origini della signora Viorica, la diabolica padrona dell’osteria Alla cagna tramortita.
Sono riuscito a convincerlo a tornare insieme a casa solo dopo grandi sforzi, visto che non aveva ancora finito i soldi e nella bettola – Dio sia lodato! – di roba da bere ce n’era in abbondanza. L’impegno profuso nell’approfondita valutazione della qualità dell’acquavite e le sette birre già trangugiate stavano cominciando a far sentire le loro conseguenze negative sulla stabilità di mio padre. Il risultato è che al suo secondo inciampo siamo ruzzolati entrambi per terra, e in qualche modo io gli sono caracollato sopra. Dopo una bestemmia liberatoria, mio padre si è ricordato del portafogli. E io mi sono subito messo a cercarlo nelle sue tasche.

Un piano preciso
All’improvviso, però, mi è piombata addosso una bella scudisciata, seguita da un robusto calcio nel sedere e da un fiume di invettive contro gli zingari. Due persone “per bene” hanno pensato che io – cioè il ragazzetto dalla pelle scura – stessi cercando di derubare il loro compatriota bianco e biondo, chissà perché ridotto allo stremo delle forze. La solidarietà tra ubriaconi era probabilmente la più radicata caratteristica sociale e culturale del quartiere dove abitavamo, a Craiova.
Alla fine mio padre è riuscito a spiegare ai due, per la loro disgustata incredulità, che ero suo figlio. Tempo cinque minuti, stavo per prenderle di nuovo, questa volta da due adolescenti rom che avevano visto la scena e pensavano di poter approfittare della situazione. L’abbiamo scampata grazie all’aiuto del nostro postino, che gli ha urlato contro nella lingua degli zingari.

Le botte hanno rappresentato una parte estremamente importante della mia infanzia. Oggi tendo a credere che Dio, soprattutto tramite la devota mano di mia madre, avesse per me un piano preciso: farmi diventare il Rocky Balboa della famiglia. Il caso, però, ha voluto che avessi una mandibola fragile, una struttura ossea piuttosto gracile e una velocità di movimento molto superiore alla media, alimentata principalmente dall’esigenza di darmela a gambe di fronte alla prospettiva dei litigi che rischiavano di finire a botte.
Per puro caso ho capito che, per sfuggire alle punizioni di mia madre, dovevo introdurre un elemento di sorpresa prima che lei impugnasse il mattarello. Mio padre, invece, non aveva né la prontezza né la concentrazione necessaria per scatenarsi contro di me, motivo per cui mi sono sempre concentrato sullo studio della psicologia femminile.
I pettegolezzi del condominio – soprattutto quelli che riguardavano le comari Condoiu e Antoci, nemiche giurate di mia madre – erano precisi e attendibili, così come le rivelazioni sui posti dove mio padre nascondeva gli alcolici e sulle ultime conquiste amorose di zio Gogu.
Sul lungo periodo, il tempo investito per specializzarmi nel dirottare le discussioni potenzialmente capaci di scatenare conflitti ha avuto per me conseguenze inaspettatamente benefiche.

Colori matrimoniali
Sempre negli stessi anni, mia sorella si è sposata. Il matrimonio è stato parecchio divertente. Mio padre non ha tradito le nostre aspettative e si è sbronzato già di prima mattina, ma ha resistito eroicamente fino alla fine della festa. Mia madre, invece, si era cucita da sola un vestito di un azzurro splendente, scelto forse per far dispetto a mio padre.
Ricordo che allora ho riflettuto sulla sua scelta, immaginando nella mia testa che, se si fosse usato quel colore nei semafori, nessuno avrebbe potuto azzardarsi a dire di non averlo notato. Ho anche confidato la mia riflessione a mia madre, la quale ha reagito tirandomi addosso la paletta per raccogliere la spazzatura. L’idea che il dono dell’umorismo e la capacità di accettare critiche sul look non fossero le doti principali della parte femminile del ramo aristocratico dei Budrea è stata in seguito confermata dalla scodella di minestra che Geta mi ha scagliato contro quando ho osato farle notare che la sua pelliccia avrebbe suscitato l’invidia di tutta la comunità dei ratti di Balta Sărată.
Con mio grande stupore, l’abito di mia madre ha ricevuto molteplici apprezzamenti dagli altri convitati e, soprattutto, dalle donne, tutte vestite per non far sfigurare la bellezza e l’eleganza di mia sorella.
Il matrimonio di mio fratello è stato addirittura più spettacolare. Non ho ancora capito se le sarte di Craiova fossero specializzate nella produzione di paralumi per il campionato mondiale di kitsch oppure se ero io a non comprendere la loro eleganza. Dopo la festa, tutti i miei compagni di scuola mi hanno chiesto ragguagli sul menù, aspetto particolarmente rilevante nella Romania degli anni ottanta, quando tutti avevamo perennemente fame. Gli ho raccontato che c’erano abat-jour ripiene di involtini e ortaggi in salamoia alcolica: una descrizione elegante e allo stesso tempo realistica delle coppie invitate. Vado ancora fiero di questa battuta, neanche avessi tredici anni.
Dopo i due matrimoni, mia madre avrà usato il suo abito azzurro per fare altri vestiti almeno una decina di volte. Doveva mantenere una famiglia insieme a un alcolizzato, una famiglia che contava anche qualche parente molto povero e che senza di lei sarebbe morto di fame. Alla fine l’ha perfino trasformato in un abito da lavoro. Per fortuna a me ha risparmiato pantaloni o camicie fatti con quella stoffa lucente, nonostante la sua passione per l’attività sartoriale e la convinzione che la macchina da cucire di casa dovesse essere costantemente in azione. Ancora oggi, in preda ai suoi tipici attacchi di laboriosità, mia madre continua a confezionare biancheria ricamata da corredo di cui certi cantanti di manele andrebbero sicuramente molto fieri.

(Traduzione di Michaela Topala)
Questo articolo è stato pubblicato dal settimanale romeno Dilema Veche.

mercoledì 1 agosto 2018

La felicità di Rică e Pavel in Svezia (2) - Valeriu Nicolae



La sera abbiamo giocato a calcio, a basket e a ping pong con gli altri bambini. Anche se hanno alle spalle storie di vita terribili (guerre, abusi sessuali, lavoro forzato, carcere, violenze), tutti i ragazzi sono felici di poter giocare insieme. Pavel è decisamente il protagonista, perché a pallone va meglio di tutti gli altri.
In campo ci sono anche tre vecchietti, tra cui io. Per sbaglio faccio un fallo a uno di loro. Ma ci mettiamo subito a ridere e continuiamo a giocare. Scalzi. Esattamente quarantott’ore più tardi, durante una cena elegante, vengo a sapere che è uno tra i più ricchi uomini svedesi.
L’albergo è sensazionale. Non sono stato mai in un posto così bello. Non è particolarmente lussuoso, ma è arredato con un gusto impeccabile e dà l’impressione di essere a casa. I proprietari sono molto alla mano e si comportano meravigliosamente con Rică e Pavel.
I bambini sono ancora un po’ stupiti per quello che stanno vivendo. Mangiano felici tutto quello che gli viene offerto. Mia nonna minacciava sempre di farmi il sedere a strisce se mi avesse scoperto a rubare qualcosa, ma allo stesso tempo mi diceva di non rifiutare mai ciò che mi veniva offerto. A quanto pare non sono stato l’unico a ricevere consigli del genere.
La mattina comincia con una passeggiata in riva al lago. Pavel è meravigliato dalle cataste di legno lasciate incustodite. È tutto incredibilmente pulito e il fatto che una macchina passi a lavare le strade sembra quasi uno spreco di soldi. È pieno di anatre, oche e cigni e c’è un silenzio incredibile.
Il castello della signora regina è pieno di quadri. Penso che forse una maggiore varietà genetica non avrebbe guastato, se non altro perché la maggior parte delle opere esposte potrebbe essere usata nelle terapie di shock. I mobili di mogano, il letto imperiale, le torri di difesa, lo stato assolutamente perfetto in cui si trova l’edificio, che ha più di cinquecento anni, lasciano i bambini a bocca aperta.
Robot e cariche pubbliche
Il protocollo è molto rigido e gli organizzatori sembrano impauriti dai gruppi di visitatori un po’ più scuretti della media, soprattutto quando ci perdiamo nelle stanze dell’enorme castello. Facciamo rapidamente amicizia con il gruppo del Sudafrica, che arriva dalla township di Città del Capo. Cantano in modo assolutamente formidabile e hanno un ritmo incredibile. Pavel è entusiasta di portare vestiti simili ai loro e del fatto che gli fanno suonare i loro djembé quando ne ha voglia. Rică è una vergogna per il suo popolo: non ha nessun senso musicale. Il giorno dopo, tuttavia, si prenderà la rivincita dimostrando di saper lavorare il legno molto meglio di tutti gli altri.
La cerimonia dura quasi un paio d’ore. La regina sembra un’ammiratrice del presidente romeno Klaus Iohannis. O forse ha solo seguito lo stesso processo di robotizzazione a quanto pare necessario per chi svolge cariche pubbliche. Quando ci consegna il premio ci facciamo delle foto con lei: il risultato è piuttosto divertente, soprattutto perché ho il premio proprio nella mano che tengo dietro alla regina. Il giorno dopo un amico gira un video favoloso in cui sembro un super figo. Lo faccio vedere agli svedesi. Anche loro si mettono a ridere a crepapelle.
La sera giochiamo di nuovo insieme, nella palestra della scuola di Mariefred. È una scuola vecchia di qualche centinaio di anni, ma sembra messa molto meglio di qualsiasi istituto romeno.
Rică decide che vuole far vedere agli altri come si pesca con le mani. I bambini cominciano a mischiarsi, nonostante le difficoltà di comunicazione. Arriviamo in albergo dopo le undici di sera. Rică e Pavel hanno stampato in faccia un sorriso a 32 denti: non li ho mai visti così felici. Si addormentano all’istante. Sono morto di stanchezza e mi addormento presto anch’io. Ma non prima di aver sentito Rică ridere nel sonno.

martedì 31 luglio 2018

Una classe di bambini rom in visita alla regina di Svezia (1) - Valeriu Nicolae


“Stiamo andando a incontrare la regina di Svezia!”. Il signore dell’aeroporto guarda Rică come fosse l’incarnazione bruna dell’ultimo modello di Boeing Dreamliner. Rică mostra un sorriso a trentadue denti. Anche Pavel sorride. Entrambi hanno poco più di 14 anni ma me dimostrano 12. Sono belli come il sole, ma è evidente che non sono proprio dei romeni etnicamente puri.
L’uomo sembra preoccupato. Poi guarda me. Mi sorride. Mi stringe la mano e si complimenta per quello che faccio. Mi dice che legge i miei articoli. La cosa mi imbarazza. Passiamo rapidamente il controllo passaporti. I bambini spalancano gli occhi increduli per la gente che incontrano, per l’eleganza del posto. Poi se la svignano e si piazzano davanti a una finestra a guardare gli aerei. Rimangono appiccicati al vetro per almeno mezz’ora.
Il viaggio in aereo è un’avventura. Rică e Pavel sono eccitati per quanto va veloce l’aereo ed entusiasti alla vista delle nuvole. A un certo punto si addormentano. Li sveglio poco prima di atterrare a Stoccolma. Sono impressionati e incuriositi da tutto e mi fanno decine di domande, alle quali devo per forza rispondere.
Ad aspettarci c’è una decina di bambini biondi che sventolano una bandiera della Romania e una della fondazione World’s children’s prize, che ha organizzato il nostro viaggio. Vogliono farsi le foto insieme a noi. Pavel scherza e mi dice che probabilmente mi hanno confuso con il cantante Florin Salam.
Viaggiamo per una novantina di minuti sull’autostrada, a bordo di un furgoncino Mercedes che ha il cambio automatico, come mi fa notare Rică in continuazione. I bambini fanno a gara a indovinare i modelli e le marche delle macchine che vedono per strada. Gli racconto della Volvo e parliamo di automobili. Pavel si annoia e chiede della musica, ma rimane un po’ deluso quando scopre che qui che non hanno il manele.
Passiamo vicino a Stoccolma e il panorama li lascia a bocca aperta.
Arriviamo a Mariefred. La cittadina sembra uscita da una favola. È pieno di oche e di anatre e Rică, che ha vissuto gran parte della sua vita nel parco di Vacareşti, alla periferia di Bucarest, rimane abbastanza stupito del fatto che nessuno pensi a organizzare una grigliata. Sul lago, più lontani, si vedono anche parecchi cigni, ma la cosa lo lascia indifferente. Le anatre, invece, sono proprio sul sentiero dove camminiamo noi.
Anche il palazzo sembra ritagliato dai cartoni animati, come osserva Pavel. Mi chiedono se nel canale che circonda il castello ci sono gli squali e i coccodrilli. Perfino l’albergo dove alloggiamo sembra finto: è una casetta di legno, con l’interno arredato come una vecchia casa svedese e tutte le comodità del caso, il tutto concepito con grande raffinatezza.
Dopo aver mangiato quanto tre famiglie svedesi, i bambini si addormentano profondamente. Ci svegliamo alle sei e mezza di mattina. Alla colazione finiscono tutto il pane e rimangono colpiti da quanti tipi di marmellate e succhi di frutta abbiamo a disposizione, anche se sono un po’ delusi perché sono tutte naturali.
Una scuola normale
Andiamo a visitare una scuola e lì ho uno shock assoluto. Circa centocinquanta bambini ci aspettano come fossimo la reincarnazione degli Abba. I piccoli hanno già parlato di noi in classe e sanno quello che facciamo. Ci fanno un sacco di domande, poi giochiamo a pallone, a basket, a ping pong e infine cantiamo. A dire il vero canta solo Pavel: quello che facciamo io e Rică non si può definire tale.
I bambini svedesi parlano inglese in modo incredibile. Chiedo se si tratta di una scuola privata o per ricconi. Mi rispondono che è una scuola di quartiere, assolutamente normale.
I servizi e le strutture sono stupefacenti. Sala da musica, atelier per la lavorazione del legno, studio d’arte, laboratorio di cucito. Ogni ventisei bambini ci sono due insegnanti e due assistenti. Gli scolari stanno in calzini, tutti seduti per terra. Lavorano su pc portatili, utilizzando ogni sorta di gioco educativo. Hanno perfino un ambulatorio medico che farebbe invidia alle migliori cliniche private di Bucarest.
Anche la mensa potrebbe passare per un ristorante di buon livello da noi in Romania. Ci sono due tipi di bevande: acqua e latte. Il menù include verdure, pesce, zuppe e un piatto cinese. Non hanno dolci, ma in compenso c’è la frutta.
In serata torniamo a Mariefred. Veniamo fermati da decine di bambini e adulti che vogliono congratularsi con noi. Le anatre non ci chiedono niente, ma da come sono andate le cose finora non ci sorprenderemmo se anche loro volessero scattarsi un selfie con noi. Le nostre avventure in Svezia non finiscono qui, ve ne parlerò anche nel prossimo pezzo.
(Traduzione di Mihaela Topala)