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venerdì 29 agosto 2025

Ascoltare i morti - Raúl Zibechi

 

L’assemblea dei morti, caduti nella lotta, dialoga con gli zapatisti vivi. Questo scambio è stato rappresentato nel primo spettacolo dell’Incontro di Ribellioni e Resistenze, “Algunas partes del todo“, al Semenzaio di Morelia dal 2 al 16 agosto.

I morti spiegano ai combattenti attuali che nella storia delle rivoluzioni e delle lotte la piramide si riproduce sempre; ci sono sempre alcuni in cima. E chiedono loro di non ripetere i loro errori perché, se lo facessero, la piramide permarrebbe, e con essa le stesse oppressioni contro cui si sono ribellati. Ecco quanto è semplice la storia del XX secolo, vista dal basso.

La cultura politica zapatista comporta cambiamenti fondamentali rispetto a ciò che generazioni di ribelli hanno appreso e riprodotto fino ad oggi. Non si tratta di piccoli cambiamenti di stile o di parole, ma di una trasformazione radicale e profonda che implica critica e autocritica, portando a un nuovo modo di vedere e di fare. Se consideriamo ogni singolo aspetto della lotta rivoluzionaria, possiamo comprendere la profondità dei contrasti tra lo zapatismo e la vecchia cultura politica di sinistra.

Negli anni Settanta, uno degli slogan che ci guidava era: “Siate come il Che”. Da un lato, faceva appello a un’etica di impegno militante, di mettere a repentaglio il proprio corpo e dare la vita se necessario, che trovo ancora valida. Dall’altro, ci invitava a seguire le sue orme, il che trovo problematico perché propone un percorso senza aver fatto una valutazione autocritica.

Dal 1994, l’EZLN ha intrapreso un cammino proprio, tracciato dai popoli organizzati e non dall’avanguardia, che è stata presto rovesciata, forse mettendo al timone il CCRI (Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno).

Il motto “comandare obbedendo” implica una rottura completa con i modelli d’avanguardia che obbediscono solo a ciò che viene deciso dalla leadership dell’avanguardia, ovvero maschi, bianchi o meticci, con istruzione universitaria, ben parlanti e poca o nessuna disponibilità ad ascoltare la gente.

Una rivoluzione in lotta. Ma così diversa, così distinta, che molti militanti non hanno la capacità o la volontà di comprendere, di accettare che le cose non debbano essere come prima. Per quanto l’EZLN cerchi di spiegare di essere un movimento diverso, non è facile per chi rimane fedele alla vecchia cultura politica comprendere in cosa consistano la proposta e i modi di fare zapatisti.

Una prima questione si riferisce a quel dialogo tra morti e vivi, che si riassume nella piramide e nella necessità di distruggerla o abbatterla, non di capovolgerla, come ha sottolineato il Capitano Marcos in uno dei suoi recenti comunicati.

Una seconda questione riguarda i concetti di trionfo e sconfitta, per fare solo un esempio. Per la vecchia cultura, il trionfo è la presa del potere o, nella versione elettorale, l’accesso al Palazzo del Governo. Si tratta di riunire molte persone, che chiamano “masse”, che sono quindi inerti, attratte dall’attuale capo o leader, che devono semplicemente seguire. Per avere successo, non è solo necessario essere numerosi, ma anche unirsi e unificare i propri ranghi in modo da poter essere guidati dall’alto della piramide. In questa cultura, la piramide non solo è necessaria, ma diventa il centro, e questo dipende da chi sta in cima, sotto questo o quel nome. Potrebbe essere Evo Morales o chiunque altro, e quando se ne va, tutto crolla perché ha prosciugato l’energia collettiva, disorganizzando le persone, che ripongono tutto al di fuori di sé, nell’attuale capo o leader. Per il popolo, trionfare, guadagnare, significa rimanere persone. Qualcosa che non implica entrare nel palazzo, prendere il potere dagli altri, cosa che non serve a nulla e indebolisce il popolo. Si tratta di costruire il nostro: salute, istruzione, potere, o come vogliamo chiamare quel modo di prendere decisioni e di farle rispettare.

In terzo luogo, il dialogo con i morti richiede una valutazione delle rivoluzioni passate. Tutte sono cominciate con la crisi degli stati nazionali, e tutte li hanno resi più forti, più potenti, mentre le loro società sono diventate più fragili e dipendenti. In breve, più piramidi, più alte, più imponenti. Questa è la triste realtà di tutte le rivoluzioni, sebbene abbiano portato anche cose positive al popolo.

C’è molto di più che si riassume nei sette principi zapatisti. La cultura dell’avanguardia è molto simile a quella della sinistra elettorale: consiste nel prendere il potere. Ecco perché sono passati così facilmente dalla guerriglia alle elezioni. Lo zapatismo rappresenta qualcosa di diverso. Rifiuta l’omogeneità come tentativo di dominio fascista; rifiuta l’unità perché si realizza sotto la guida di qualcuno, individuale o collettivo. Niente di più, niente di meno.


Pubblicato anche su La Jornada (qui l’articolo in spagnolo)

da qui

venerdì 5 agosto 2022

Il collasso e la nostra inerzia - Raúl Zibechi

 

Che l’umanità stia cominciando a risentire della confluenza di crisi e pandemie che configurano una situazione di caos o collasso della vita sul pianeta, sembra fuori discussione. Che le classi dominanti facciano il loro gioco per rimanere nella loro posizione di privilegio e che i politici abbiano poca intenzione di muoversi, sembra altrettanto evidente a gran parte della popolazione.

Ciò che sconcerta e provoca angoscia è la scarsa reazione dei settori più colpiti dal collasso in corso. Stiamo assistendo a manifestazioni, scioperi e persino ad alcune rivolte di natura insurrezionale, come quella che ha di recente investito l’Ecuador, ma la tendenza principale è verso l’inerzia, verso il ritorno a una normalità che, sotto sotto, tutti e tutte vogliamo. Le ragioni dell’assenza di risposte all’altezza delle sfide che abbiamo di fronte sono molto diverse. Una di queste è che le vecchie forme di azione collettiva, coniate soprattutto dal movimento operaio, sono ormai insufficienti di fronte alle sfide attuali. Una nuova cultura politica non può nascere da un giorno all’altro, anche se ci sono esperienze territoriali che sono assai promettenti.

Giorni fa l’European Laboratory of Political Anticipation [Laboratorio Europeo di Anticipazione Politica], un think tank [centro di pensiero] europeo che si dedica ad analizzare e anticipare gli sviluppi economici globali da una prospettiva europea indipendente, ha messo in guardia su alcune questioni centrali nell’editoriale del suo bollettino del mese di giugno.

La prima è che siamo stiamo andando verso una crisi totale di una civiltà vecchia di 500 anni, che ci condurrà a capofitto in un nuovo medioevo globale («2023 – 2030 : Phase terminale de l’apocalypse “ennuyeuse”». Al di là del riferimento più che discutibile a quel periodo della storia presunto oscuro, il grande problema è che la transizione verso una nuova organizzazione sistemica non è stata preparata e, quindi, non avverrà in modo controllato.

In breve, gli anni che seguono possono essere drammatici. Il Laboratorio stima che già quest’anno può prodursi una rottura, di fronte alla paralisi dei governi, alla scarsità, a un impoverimento generalizzato senza precedenti, a carestie e disastri naturali, che configurano un collasso potenziato dalla crescita insostenibile della disuguaglianza.

La seconda è la questione centrale: crisi potenzialmente terrificanti e senza precedenti storici si susseguono senza avere un impatto irreversibile sulla nostra vita quotidiana, il che diminuisce la paura e fa sì che le persone finiscano per riprendere il normale corso della loro vita. Questo problema ci interpella in pieno come movimenti e come persone anticapitaliste. Il disastro a cui stiamo assistendo ci trova impreparati ad affrontarlo. Uno svantaggio che può essere superato con organizzazioni collettive territoriali, in grado di garantire la sopravvivenza e la vita in tempi di morte e distruzione. La crisi in Ucraina ci insegna che scommettere sugli Stati, come fanno le sinistre europee, è una cattiva strada. Se non ci prepariamo a questa situazione, i danni possono essere enormi.

Gli zapatisti e le zapatiste hanno lanciato un grido di allarme nel 2015: a noi pare che stia arrivando una tormenta tremenda. Magari, ci sbagliamo, ma voi che ne pensate? Foto https://indixenas.com

Come sottolinea l’editoriale citato sopra, nemmeno i grandi Stati del Nord sono in grado di arrestare il collasso. Il sistema punta quindi sulla repressione e sulla militarizzazione. Il Laboratorio ritiene che l’irresistibile tentazione di intensificare il controllo sulle masse sia ora l’unico modo per mantenere ciò che rimane del sistema. Un controllo facilitato dalle nuove tecnologie, che offrono a chi comanda una gamma di poteri senza precedenti. Quelli che stanno ai vertici dispongono di una strategia ampiamente collaudata in altre transizioni: militarismo e guerra per ridisegnare il mondo che sta collassando. È la scelta degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, ma anche della Russia e della Cina, e di qualsiasi altra grande potenza, al di là del discorso che esibiscono.

Alcuni dicono che la Cina non agisce in questo modo, ma non vogliono ricordare come Pechino ha schiacciato la protesta popolare a Hong Kong, facendo appello alla violenza della polizia e alla brutalità armata, come qualsiasi altro paese che combatte per l’egemonia.

Decenni di democrazia e progresso hanno anestetizzato una buona parte della popolazione, che continua a credere che lo Stato o i leader politici ci salveranno o che il denaro servirà a qualcosa nei momenti estremi del collasso. L’individualismo ci condanna.

Sette anni fa gli zapatisti hanno segnalato l’imminenza di una tempesta sistemica, ma pochi hanno capito l’urgenza della chiamata a organizzarsi. Contro le comunità meglio organizzate, i poteri che stanno ai vertici lanciano bande armate che i media battezzano come narcotrafficanti per dissimulare che sono la punta di diamante del capitalismo.

Il mondo che conoscevamo è scomparso; il capitalismo crollerà nello stesso modo in cui è nato: grondando sangue e fango da tutti i pori (Marx). Possiamo solo creare forme collettive di potere, poteri dal basso, per sopravvivere come popoli al collasso e al caos.


Fonte: “La inercia que nos impide reaccionar al colapso”, in La Jornada, 01/07/2022.
Traduzione a cura di Camminardomandando

https://comune-info.net/il-collasso-e-la-nostra-inerzia/

lunedì 28 febbraio 2022

Ezln, Danone e la rapina dell’acqua - Ezln e Cni

 

 “Ci dichiariamo in stato di allerta di fronte alla possibile persecuzione dei fratelli e delle sorelle della Casa de los Pueblos Altepelmecalli, ritenendo il governo federale responsabile di aver utilizzato il suo gruppo armato – chiamato Guardia Nazionale – per intensificare la guerra del denaro contro la vita”.

L’ Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) e il Congresso Nazionale Indigeno – Consiglio di Governo Indigeno (CNI-CIG) utilizzano parole chiare dopo lo sgombero dello scorso 15 febbraio contro le popolazioni che occupavano le strutture dello stabilimento Bonafont (gruppo Danone) di Puebla, per prevenire furti e sovrasfruttamento di acqua.

Con il comunicato, EZLN e CNI-CIG condannano “l’escalation repressiva, che viene dalle viscere del governo del capitale, che si fa chiamare 4T (Quarta Trasformazione), contro la resistenza e la lotta per la vita” dell’organizzazione Pueblos Unidos de la Región Cholulteca y de los Volcanes , che dal 22 marzo 2021 ha iniziato la costruzione di uno spazio culturale e politico autonomo nello stabilimento di Bonafont e lo ha trasformato nella Casa de los Pueblos.

L’EZLN e il CNI-CIG si sono espressi contro “l’offensiva repressiva” delle autorità verso i diversi popoli e le organizzazioni del Paese, che si è manifestata sotto forma di assassinii di difensori dei diritti umani, imposizione di megaprogetti, criminalizzazione della resistenza, e militarizzazione.

Hanno indicato come casi emblematici il recente omicidio dell’oppositore del Progetto Integrale Morelos (PIM), Francisco Vázquez, commesso l’11 febbraio ad Ayala. Vázquez, presidente del consiglio di sorveglianza dell’Associazione degli utenti del fiume Cuautla (Asurco), “aveva alzato la voce contro il furto d’acqua dagli ejidos della regione di Ayala a favore del funzionamento della centrale termoelettrica di Huexca”.

 

Gli zapatisti hanno condannato anche la criminalizzazione della comunità Otomí residente a Città del Messico e dell’attivista Diego García Bautista, che occupa l’Istituto Nazionale dei Popoli Indigeni (INPI), ora Casa de los Pueblos Samir Flores Soberanes. E hanno denunciato la persecuzione del Consiglio supremo indigeno di Michoacán, che si è recentemente mobilitato “contro il disprezzo, il razzismo e l’espropriazione e per la rimozione dell’oltraggioso monumento noto come Los Constructores a Morelia, Michoacán”. Non hanno inoltre mancato di condannare “l’indifferenza e la complicità criminale della Guardia Nazionale di fronte alle violenze nel Guerrero”, la militarizzazione dell’Istmo di Tehuantepec per l’imposizione del Corridoio Transistmico e dei suoi “poli di sviluppo”, e l’utilizzo della Guardia Nazionale e dei gruppi armati per reprimere gli esponenti delle scuole normaliste di Ayotizanapa Guerrero; Tiripetio, Michoacán; e Mactumactza, Chiapas.

“Riteniamo il governo federale del Messico responsabile di questa escalation repressiva contro i nostri popoli e chiediamo che cessino le azioni della Guardia Nazionale e delle forze di polizia contro coloro che si oppongono allo sfruttamento-distruzione della natura e all’espropriazione dei territori e del patrimonio comunitario dei popoli originari per imporre i progetti di morte promossi dallo Stato messicano”, hanno detto l’EZLN e il CNI-CIG, per poi invitare i popoli del Messico e del mondo “a essere vigili di fronte a questa ondata di repressione neoliberista» e a essere solidali con le comunità in lotta.

Di seguito il comunicato completo:

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STOP ALLA REPRESSIONE DEI POPOLI ORIGINARI IN MESSICO

Al popolo del Messico.

Ai popoli del mondo.

Alla Sexta Nazionale e Internazionale.

Ai mezzi di comunicazione.

Denunciamo che il 15 febbraio intorno all’1:20, le forze repressive del malgoverno, composte da elementi della Guardia Nazionale, la polizia di stato di Puebla e la polizia municipale di Juan C. Bonilla, hanno invaso e smantellato gli spazi di resistenza e organizzazione della Casa de los Pueblos Altepelmecalli, spazio culturale e politico autonomo che fino al 22 marzo 2021 è stato lo stabilimento fisico della società Bonafont, azienda transnazionale che da anni ruba e sovrasfrutta le falde acquifere della regione di Cholulteca.

Condanniamo fermamente l’escalation repressiva che viene dalle viscere del governo della capitale, che si fa chiamare 4T, contro la resistenza e la lotta per la vita delle nostre sorelle e fratelli dei Pueblos Unidos della regione di Cholulteca e dei Vulcani che, sostenendo la difesa della vita collettiva, ha trasformato questo focolaio di morte in uno spazio di incontro e di scambio nel mezzo della determinazione di imporre il Progetto Integrale Morelos a Morelos, Puebla e Tlaxcala, che prevede un gasdotto attraverso il territorio dei popoli dei Vulcani, dove germoglia la speranza fatta di ribellione e di antiche e nuove forme di organizzazion

Ci dichiariamo in allerta di fronte alla possibile persecuzione dei fratelli e delle sorelle della Casa de los Pueblos Altepelmecalli e consideriamo il governo federale responsabile dell’utilizzo del suo gruppo armato chiamato Guardia Nazionale per intensificare la guerra del denaro contro la vita. Lo riteniamo responsabile della tutela delle imprese dell’azienda Bonafont che spossessa, monopolizza, privatizza e trae profitto in modo immorale dall’acqua dei nostri villaggi, dove subiamo l’emergere di doline e il prosciugamento di pozzi, sorgenti, fiumi e i flussi, come è il caso del fiume Metlapanapa, che il Fronte popolare della regione di Cholulteca e dei Vulcani ha difeso dallo sfruttamento e dalla contaminazione a beneficio dei corridoi industriali.

Denunciamo l’offensiva repressiva del malgoverno neoliberista messicano contro le nostre compagne e compagni che, dalle loro geografie, alzano la bandiera dell’organizzazione del basso per chiamarci a combattere per la vita, CONDANNIAMO:

1.      L’omicidio del compagno Francisco Vázquez, presidente del consiglio di vigilanza dell’ASURCO, che ha alzato la voce contro il furto dell’acqua dagli ejidos della regione di Ayala per il funzionamento della centrale termoelettrica di Huexca, Morelos.

2.      La criminalizzazione del popolo Otomí e del compagno Diego García da parte del titolare di quell’oscura istituzione del malgoverno che chiamano INPI, che serve come organismo replicante dell’indigenismo e per il controllo clientelare nelle nostre comunità, istituzione che aveva i suoi uffici in quella che oggi è la Casa de los Pueblos Samir Flores Soberanes.

3.      La persecuzione contro il Consiglio Supremo Indigeno di Michoacán, viste le sue recenti mobilitazioni contro il disprezzo, il razzismo e l’espropriazione e per la rimozione dell’oltraggioso monumento noto come Los Constructores a Morelia, Michoacán.

4.      L’indifferenza e la complicità criminale della Guardia Nazionale di fronte alle violenze in Guerrero, mentre i cartelli della droga attaccano le comunità del Consiglio Indigeno e Popolare di Guerrero-Emiliano Zapata che si oppongono ai megaprogetti estrattivi e denunciano la complicità dei governi con i gruppi narco-paramilitari, assassinando e facendo sparire i nostri fratelli.

5.      La militarizzazione dell’Istmo di Tehuantepec per imporre il megaprogetto del Corridoio Interoceanico Salina Cruz-Coatzacoalcos, nonché l’occupazione illegale delle terre delle nostre comunità per tale progetto, come avviene con la comunità binnizá di Puente Madera, appartenente ai beni comunali di San Blas Atempa, Oaxaca.

6.      L’uso della Guardia Nazionale e dei gruppi armati degli stati e dei municipi per reprimere gli studenti delle scuole rurali normali di Ayotzinapa, Tiripetío e Mactumatzá che protestano per chiedere giustizia e migliori condizioni per le loro scuole.

Riteniamo il governo federale del Messico responsabile di questa escalation repressiva contro i nostri popoli e chiediamo che cessino le azioni della Guardia Nazionale e delle forze di polizia contro coloro che si oppongono allo sfruttamento-distruzione della natura e all’esproprio dei territori, patrimonio comunitario dei popoli originari, per imporre i progetti di morte promossi dallo Stato Messicano.

Invitiamo i popoli, le nazioni e le tribù indigene del Messico, così come le organizzazioni e i gruppi alleati, a vigilare su questa ondata di repressione neoliberista annunciata dal governo capitalista di questo paese attraverso l’accordo pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Federazione il 22 novembre 2021, che dichiara i progetti e le opere del governo federale di interesse pubblico e sicurezza nazionale come pretesto per utilizzare le sue forze armate contro quei popoli che si oppongono allo spossessamento e alla distruzione senza precedenti del territorio messicano.

Invitiamo le persone, i gruppi, i collettivi, le organizzazioni e i movimenti nei territori di SLUMIL K´AJXEMK´OP (nota anche come “Europa”) a mobilitarsi e pronunciarsi contro la transnazionale Bonafont-Danone – con sede in Francia – e le rappresentanze dell’attuale governo federale messicano in Europa.

Per la Vita!

Solidarietà e sostegno ai popoli originari del Congresso Nazionale Indigeno!

Distintamente.

16 febbraio 2022

Per la ricostruzione integrale dei nostri popoli

Mai più un Messico senza di noi

Congresso Nazionale Indigeno-Consiglio Indigeno di Governo

ESERCITO ZAPATISTA DI LIBERAZIONE NAZIONALE

Commissione Sexta

Testo originale: https://enlacezapatista.ezln.org.mx/2022/02/16/alto-a-la-represion-en-contra-de-los-pueblos-originarios-en-mexico/

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domenica 4 luglio 2021

Costruendo autonomie. Le cooperative post-capitaliste - Caterina Amicucci

 

E infine dal mare arrivò “La Montagna”.  Il vecchio veliero con a bordo la prima delegazione marittima zapatista è approdato nella città galiziana di Vigo, aprendo ufficialmente il Capitolo Europa del “Viaggio per la Vita”. Una traversata a ritroso dal Messico, colonizzato 500 anni fa, al vecchio stanco e malato continente europeo.  Si concretizza la prima tappa dell’iniziativa lanciata lo scorso ottobre dalle montagne del Chiapas: contagiare il mondo con il virus della resistenza e della ribellione, incontrando chi oggi si rifiuta di seguire il sistema nel suo rapido incedere verso il collasso. Ciò che accadrà nei prossimi mesi lo sapremo solo camminando, domandando e soprattutto  partecipando, ma  quel che è certo è che,  considerata la dimensione della sfida e la congiuntura storica e sanitaria, la sfida non potrà lasciare indifferenti.

Invaderà l’Europa, in maniera organizzata, dunque, la lotta che per 27 anni più di ogni altra, e naturalmente non senza contraddizioni, ha costruito e praticato autonomia. Si affiancherà ad essa, in incontri già programmati, l’altra esperienza che in questi anni, con altrettante contraddizioni e nel contesto di una guerra dimenticata, ha praticato autonomia: il Confederalismo Democratico curdo nel Nord-est della Siria.

 

Come potremo interloquire sul tema dell’autonomia in un momento in cui da queste parti nemmeno la privazione di libertà fondamentali ha generato il bisogno di una riflessione critica collettiva? Al netto delle esperienze di autogestione e mutualismo, quali pratiche sistemiche di autonomia potremo cogliere l’occasione di scambiare, esplorare ed approfondire?

Questa è la prima tappa di un viaggio esplorativo in questa direzione cominciato nella Barcellona in una fredda primavera del 2021.  Le peculiarità storiche e sociali del contesto catalano sono note e non è intenzione di questo limitatissimo lavoro analizzarle o celebrarle, ma semplicemente restituire  e condividere l’ecosistema sociale che a partire dal 15M, di cui quest’anno ricorre il decennale, ha generato quello  che si può definire il movimento cooperativista postcapitalista.

Il viaggio inizia dietro la Sagrada Familia dove hanno sede la COS, Cooperativa di Salute integrativa e Sostre Civic, la cooperativa che promuove il modello di co-abitazione con diritto d’uso.

Laura non è un medico, faceva parte di una cooperativa che lavorava sui parti naturali e i parti in casa. A quel nucleo originario hanno iniziato ad unirsi altre figure professionali operanti nel campo della salute che nel 2011 hanno dato vita alla prima cooperativa di salute integrativa della Spagna. “Lavoriamo in complementarietà ed a volte in collaborazione con il sistema pubblico. Offriamo delle prestazioni che non sono coperte dal sistema sanitario e lo facciamo attraverso una visione olistica e integrale della cura, garantendo un prezzo accessibile e prevedendo anche un sistema di solidarietà per chi non ha mezzi economici”. “Le nuove sfide sono quelle di recuperare e autogestire strutture sanitarie chiuse a causa dei tagli alla sanità e coinvolgere molto più attivamente tra i nostri soci i migranti che hanno bisogno di strumenti di attenzione e partecipazione specifici”.

La pandemia ha drammaticamente aumentato la richiesta di sostegno psicologico e la cooperativa si è attrezzata per dare risposte concrete così come si è impennato il bisogno di soluzioni abitative collettive. Su questo lavora da anni la cooperativa Sostre Civic, attraverso un modello che promuove il superamento del concetto di proprietà individuale sperimentando un sistema misto di acquisto e affitto, rendendo la coabitazione molto più accessibile da un punto di vista economico e psicologico considerando che il dominio culturale del capitalismo si è insinuato nei gangli di ogni individuo anche di chi vuole abbatterlo.

 “Siamo una cooperativa di progetti che conta più di mille soci. La cooperativa si occupa di chiedere il finanziamento per comprare o adattare gli immobili. I soci che vivono nei nostri progetti devono contribuire con il 20% del finanziamento. Un contributo che si recupera nel caso in cui si decida di andarsene. Poi mensilmente ognuno paga la sua quota per contribuire a restituire il prestito. Non si è proprietari individualmente ma collettivamente e questo sistema garantisce che la sottrazione del bene al mercato speculativo sia permanente”. Ana e Sabrina stanno avviando un progetto di co-abitazione vicino a Olot, hanno optato di aderire a Sostre Civic invece di formare una loro cooperativa autonoma. “Abbiamo fatto questa scelta perché in futuro come gruppo di persone potremmo cambiare idea, per esempio se la proprietà che abbiamo individuato dovesse acquistare valore potremmo decidere di venderla e ricavarci denaro. Attraverso Sostre Civic ciò non è possibile perché sono mille soci che devono prendere la decisione. È una garanzia che quel bene resterà nel circuito dell’economia solidale a prescindere dalle nostre scelte individuali”.

Ma a Barcellona il vero cuore pulsante del cooperativismo è il quartiere di Sants che trova nello spazio autogestito di Can Battlò il suo centro operativo. Una mappa disegna una ragnatela di cinquantacinque diverse realtà cooperative nell’arco di pochi chilometri tutte in rete fra loro attraverso la formula dell’intercooperazione. Fra questi l’Ateneo Cooperativo Coopolis e il polo cooperativo “La Comunal”, ovvero uno spazio condiviso tra sette cooperative e un’associazione che comprende anche una libreria ed un ristorante.

Ivan attivista, militante da sempre  ed autore di diversi libri sul cooperativismo e sull’economia solidale racconta “Ne La Comunal lavorano 80-90 persone sommando le diverse  comunità, la libreria con il ristorante, il giornale con il centro di advocacy, ci basiamo sulla formula dell’intercooperazione  con la quale pensiamo di essere più capaci di costruire un fronte comune per contrastare  il capitalismo, per appoggiarci reciprocamente ed avere più forza. “La Comunal” nasce perché esiste una tradizione di movimenti sociali nel quartiere e di un tipo di cooperativismo che si è sviluppato negli ultimi anni e che qui si è riunito nell’ Impuls cooperatiu de sants che raggruppa 35 cooperative che lottano per una riappropriazione collettiva del quartiere”.  La traiettoria teorica e politica di Ivan è molto ampia e tocca anche il delicato rapporto con le istituzioni che negli ultimi anni hanno dato ampio appoggio, sulla base di interessi sociali e politici differenti, al movimento cooperativista catalano attraverso la creazione di un dipartimento “Economia Sociale e solidale” nel comune di Barcellona ed il finanziamento degli atenei cooperativi in ogni provincia promosso dalla Generalitat Catalana.

Coopolis è uno di questi ed ha sede in Can Batllo. Un incubatore di nuovi progetti cooperativi che possono trovare una sede ed un appoggio nella loro fase iniziale. Enrico, italiano che vive  in Catalogna da molti anni, è presidente di Coopdevs una cooperativa che si dedica allo sviluppo di soluzioni tecnologiche per il mondo cooperativo che ha sede a Coopolis. È anche fondatore di Katuma,  l’istanza catalana del progetto internazionale Open Food Network. “Katuma è una piattaforma che consente ai consumatori di mandare gli ordini al proprio gruppo d’acquisto. Il gruppo tramite lo stesso strumento raggruppa gli ordini per produttore e li invia. Il produttore sa quindi esattamente cosa è stato ordinato da chi. Il sistema gestisce questi due processi, la raccolta delle richieste e la distribuzione. Abbiamo iniziato in due o tre e lavoravamo su un prototipo che stavamo sviluppando noi, poi abbiamo scoperto l’esistenza della rete internazionale Open Food Network già attiva da alcuni anni in paesi come l’Australia a l’Inghilterra. Abbiamo abbandonato il nostro prototipo perdendo in innovatività tecnologica ma guadagnando da un punto di vista di comunità internazionale”.

 

Un’esperienza del tutto peculiare e radicale è quella della Cooperativa Integral Catalana. Nata a partire dalla “truffa solidale” di Enric Duran, l’attivista che approfittando della bolla creditizia che ha condotto alla crisi finanziaria del 2008, ho ottenuto mezzo milione di prestiti senza restituirli e investendoli in progetti come la CIC ed è oggi attualmente latitante.  La Cooperativa oggi non più attiva come alcuni anni fa, puntava alla creazione di nodi locali che scambiassero prodotti e servizi in maniera esterna al sistema fiscale  e monetario del sistema capitalista forzando agli estremi le strutture giuridiche esistenti e utilizzando monete alternative ed altri sistemi di scambio.

Seppur queste ed altre esperienze fanno parte delle Rete dell’economia solidale che in Catalogna conta più di 300 realtà, l’avanzamento prodotto in questi ultimi anni di pratica e di riflessione sembra essere la transizione dal concetto di rete a quello di ecosistema. Ovvero la creazione di uno spazio economico esterno al capitalismo che individua in maniera collettiva i bisogni del territorio offrendo delle risposte finalizzate alla sottrazione al capitale e alla riappropriazione progressiva di pezzetti della catena produttiva e riproduttiva. Gli strumenti per operare sono la replicabilità delle buone pratiche ovvero l’esportazione di modelli funzionanti in altri territori che hanno bisogni simili e l’intercooperazione che oltre a far leva sulla collaborazione e lo scambio interno di prodotti e servizi, è un meccanismo che rileva i bisogni degli stessi progetti cooperativi offrendo soluzioni organizzativamente ed economicamente condivise.

E da questo punto vista è indispensabile l’accesso al credito garantito nell’ecosistema cooperativista catalano dalla Coop 57 che raccoglie il risparmio e presta esclusivamente alle cooperative socie.

La sua funzione principale è il finanziamento di progetti di economia sociale e solidale attraverso l’intermediazione finanziaria. La cooperativa  raccoglie risparmi nell’ambito della società civile e li convoglia in forma di prestiti verso gli attori dell’economia sociale e solidale principalmente cooperative.

C’ è da augurarsi che la “Gira Zapatista” non sia solo un’esperienza epica,  ma qualcosa che possa sprigionare l’energia per osare e produrre avanzamento nella costruzione di nuovi spazi di autonomia, di trasformazione e di pratica di democrazia reale. Guardando lontano ma, a volte, neanche troppo.

da qui

sabato 15 dicembre 2018

Loro si preparano, noi… - Raúl Zibechi



Settimane fa, lo scrittore e professore di cultura virtuale Douglas Rushkoff, ha pubblicato un articolo intitolato “La sopravvivenza dei più ricchi e come tramano per abbandonare la nave”. Ritengo necessario rifletterci su, perché racconta dell’incontro tra uno dei principali teorici del cyberpunk e un piccolo gruppo di imprenditori miliardari, i quali rivelano che stanno pensando a come riuscire a cavarsela nel mondo che ci aspetta.
Di fronte a cinque maschi ricchissimi, “delle alte sfere del mondo degli hedge funds”, Rushkoff ha potuto scoprire pronostici e proposte di queste persone a cui non abbiamo abitualmente accesso. Lo hanno tempestato di domande.
“Quale regione sarebbe meno colpita dalla crisi provocata dal cambiamento climatico? La Nuova Zelanda o l’Alaska? È vero che Google sta costruendo a Ray Kurzweil una dimora per ospitare la sua mente? Riuscirà la sua coscienza a sopravvivere alla transizione o, al contrario, perirà e ne rinascerà una completamente nuova?”
Il direttore generale di un’agenzia di brokeraggio, che sta costruendo un bunker, gli ha rivolto una domanda tanto intelligente quanto angosciata: “Come riuscirò a imporre la mia autorità alla mia guardia di sicurezza dopo l’evento?”
Lo scrittore spiega: “L’evento. Questo era l’eufemismo che adoperavano per il collasso ambientale, l’agitazione sociale, l’esplosione nucleare, la diffusione inarrestabile di un virus o il momento in cui l’hacker di Mr. Robot pone fine a tutto”.
Rushkoff spiega che i super-ricchi sono coscienti che avranno bisogno di guardie armate “per proteggere le loro strutture dalle masse incollerite”. Ma non hanno chiaro come le pagheranno “quando il denaro non avrà più valore”. Né come proteggeranno le loro scorte di cibo. Insomma, stanno cercando di proteggersi davanti al “cambiamento climatico, all’aumento dei livelli del mare, ai grandi flussi migratori, alle pandemie globali, al panico nazionalista o all’esaurimento delle risorse”.
Fin qui i punti centrali dell’articolo, che chiunque può analizzare per poi giungere, in ogni caso, a conclusioni diverse. È vero che si può concludere che questi [uomini] molto ricchi soffrono di una certa dose di paranoia e di allucinazioni sul futuro. Tuttavia, se sono giunti a questo punto è perché sanno qualcosa del mondo che noi non dobbiamo ignorare. Ritengo ci siano due temi di fondo.
Il primo è che quei super-ricchi pensano a lungo termine, fanno proiezioni sul futuro, analizzano i rischi e cercano soluzioni. Come diceva Fernand Braudel, la classe dominante possiede informazioni  privilegiate che le consentono di prendere decisioni a suo benefici.
Il secondo è che tutta la loro riflessione ruota attorno all’”evento”: il caos sistemico imminente nel quale stiamo entrando, affinché quel momento non li colga impreparati, per avere un “piano B”, alternative reali e non rimanere intrappolati senza via d’uscita.
Certamente, le vie d’uscita che cercano sono tremende, come preparare un futuro post-umano, o la colonizzazione di Marte, elevare le proprie menti a super-computer o un futuro digitale per superare la condizione umana, senza dipendere da sentimenti come la compassione e l’interdipendenza, al fine di assicurarsi la sopravvivenza. Non hanno il minino attaccamento all’etica della vita.
Penso che come movimenti antisistemici possiamo imparare qualcosa da questi machiavellici miliardari. Vedo tre aspetti centrali.
Il primo è la necessità di capire che l’”evento”, la “tormenta” come segnalano gli zapatisti, è all’orizzonte. La fine di ogni sistema-mondo è stata così. La caduta di Roma, il declino del feudalesimo e l’ascesa del capitalismo quando la peste nera uccise due terzi della popolazione europea; le due guerre mondiali del secolo scorso che seppellirono l’egemonia britannica.
Il secondo è che pianificano vie d’uscita da a una situazione apocalittica. Elon Musk dice che è poco probabile che non si abbia una nuova guerra mondiale e nucleare. Il magnate ha una soluzione: “Una base lunare e un’altra su Marte forse potrebbero aiutare a rigenerare la vita qui sulla Terr. Si dirà che sono deliri, ma non dobbiamo ignorare quello che pensa la classe dominante.
Non voglio entrare nel dibattito sulle proposte concrete dei ricchi, bensì riflettere sulla necessità di costruire delle vie d’uscita tra los de abajo. Loro, i ricchi, non si fidano né dello Stato, né dei monopoli che controllano, nemmeno delle loro guardie private. Cercano l’autonomia, un’autonomia chiaramente  individualista, perché pensano solo a sé stessi.
Il terzo è che le soluzioni collettive che coinvolgono interi popoli sono molto più complesse che le vie d’uscita individualiste per un piccolo nucleo. Quella è una nostra responsabilità ed è tremenda.
Da quello che vedo attorno a me, noi, de abajo, ci “intratteniamo” guardando la televisione, giocando con i cellulari, votando ogni tot di anni e applaudendo il salvatore di turno. Solo alcuni popoli originari, alcuni gruppi di donne e di giovani, stanno lavorando per un futuro di autonomia e di dignità.
Articolo pubblicato su La Jornada con il titolo “Ellos” se preparan. Nosotros…
Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo