Visualizzazione post con etichetta futuro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta futuro. Mostra tutti i post

domenica 2 agosto 2026

Cosa succederebbe ai cani se sparissero gli umani?

 

Una bioeticista e un biologo hanno provato a fare qualche ipotesi per capire meglio il rapporto che abbiamo con loro (e come migliorarlo)

Immaginare cosa succederebbe al mondo se la specie umana scomparisse da un momento all’altro, del tutto o in grande parte, è un esperimento mentale che hanno fatto moltissimi scrittori e sceneggiatori e probabilmente anche tante altre persone: le fantasie sull’apocalisse esistono da millenni e sono sia una fonte di intrattenimento sia un modo per riflettere sull’esistenza. C’è però anche chi si è figurato possibili scenari di estinzione umana per fare ragionamenti scientifici: ad esempio su cosa succederebbe ai cani.

I cani sono stati i primi animali a essere domesticati e quindi in una certa misura a essere “creati” dagli esseri umani: nel corso dei millenni, favorendo gli accoppiamenti tra animali con certe caratteristiche di comportamento e di aspetto fisico piuttosto che altre, gli umani hanno condotto progressive selezioni artificiali che hanno portato dal lupo (Canis lupus) al cane (Canis lupus familiaris), che ne è una sottospecie, e poi alle diverse e numerose razze che distinguiamo. Come per tutte le specie domestiche, la vita dei cani dipende da quella degli umani, sia nel caso dei cani che hanno qualcuno che li nutre regolarmente, sia nel caso dei randagi, che sopravvivono in gran parte grazie ai rifiuti prodotti dalle persone.

Per questo la prima difficoltà che i cani dovrebbero affrontare in caso di sparizione di tutte le persone sarebbe la ricerca di fonti di cibo, ragionano la bioeticista Jessica Pierce e l’ecologo Marc Bekoff in I cani senza di noi, pubblicato in italiano da Haqihana, una casa editrice specializzata in saggi divulgativi sul comportamento canino.

Secondo i due studiosi, autori di vari libri sui cani e sul nostro rapporto con loro, è «quasi certo» che i cani sopravviverebbero a una scomparsa improvvisa degli umani «ammesso che non avvenisse su un pianeta diventato completamente invivibile per la crisi climatica». Questa conclusione deriva dal fatto che i cani che attualmente vivono in libertà in diverse zone del mondo riescono a sopravvivere abbastanza bene (secondo una stima citata da Pierce e Bekoff i cani randagi sarebbero 800 milioni nel mondo, quelli con una famiglia 200 milioni) e dalla flessibilità alimentare dei cani, che si adattano a mangiare anche cose diverse dalla carne: potrebbero sostentarsi con piante, frutti e insetti, oltre che con piccoli mammiferi e uccelli.

Nell’immediato è verosimile che molti cani morirebbero – alcuni, più piccoli e deboli, anche uccisi e mangiati da altri cani – ma è probabile che nel complesso riuscirebbero ad adattarsi a nuovi stili di vita, facendo affidamento sugli istinti che hanno in comune con i lupi e gli sciacalli. Ovviamente le cose andrebbero in modo diverso in diverse parti del mondo a seconda delle specifiche caratteristiche climatiche, delle risorse naturali di cibo e della competizione con altre specie di predatori: in alcune regioni i cani prospererebbero, in altre potrebbero scomparire a loro volta. In generale però la specie continuerebbe a scorrazzare per il pianeta.

Pierce e Bekoff hanno poi provato a immaginare cosa ne sarebbe dei cani nel più lungo periodo successivo alla scomparsa degli umani, e più in particolare a come i cani sarebbero cambiati dalla selezione naturale, tolta di mezzo quella artificiale. Per i due studiosi tentare di rispondere a questa domanda, anche senza poter mai verificare la bontà delle proprie ipotesi, è utile per capire meglio che animali sono i cani e i rapporti che abbiamo con loro.

Il punto di partenza del loro ragionamento è che i cani non tornerebbero a essere lupi.

Sappiamo che quando un gruppo di animali domestici si trova a vivere in libertà e perde ogni contatto con gli umani avviene un processo di feralizzazione, cioè di adattamento a uno stato selvatico. Le caratteristiche proprie delle specie domesticate – una maggiore mansuetudine, in aggiunta a tanti aspetti fisici – non scompaiono, quindi non si può parlare di una “de-domesticazione”, ma di un avvicinamento dei singoli animali ai comportamenti delle specie selvatiche sì. Nel caso in cui il gruppo di animali feralizzati continui a vivere in libertà per diverse generazioni, e in cui quindi la selezione naturale inizi ad agire, gli scienziati parlano di inselvatichimento secondario.

Non sappiamo quante generazioni di cani dovrebbero susseguirsi per arrivare ai «cani post-umani», ma secondo Pierce e Bekoff è probabile che sarebbero molto diversi dai cani di oggi e diversi tra loro in base al contesto geografico. I cani più piccoli potrebbero specializzarsi nella caccia di insetti, piccoli rettili e anfibi, mentre quelli più grandi dovrebbero trovare altre strategie di adattamento e nel tempo diverse popolazioni di cani potrebbero evolvere in specie canine diverse.

Ma si può anche ipotizzare che il rimescolamento dei geni canini portato dalla nuova libertà di accoppiamento porti a cani post-umani tutti di “taglia media”, cioè con un peso intorno ai 15 chili – ci sono cani che pesano poco più di un chilo e altri che superano i 100.

Le altre caratteristiche fisiche sarebbero a loro volta influenzate dall’ambiente: ad esempio, ipotizzano Pierce e Bekoff, nei climi più freddi potrebbero essere favorite e dunque prevalere le orecchie più piccole, che disperdono meno il calore; nei climi miti invece è possibile che le orecchie di dimensioni maggiori, più adatte a captare i rumori, si rivelerebbero più utili nella caccia.

Di certo scomparirebbero quei tratti fisici dei cani che gli umani hanno selezionato per ragioni estetiche ma che sono legati a problemi di salute, come i musi schiacciati dei carlini che causano problemi respiratori e l’eccesso di pieghe della pelle degli shar pei. Sparirebbero anche le orecchie pendule dei cocker e le code arricciate dei chow chow, perché sia le code che le orecchie sono usate dai cani per comunicare tra loro, e sarebbero favorite quelle che permettono di farlo meglio. Potrebbero scomparire anche le pellicce a macchie e di colori diversi, che non hanno alcuna funzione biologica.

– Leggi anche: Il governo olandese vuole vietare il possesso di cani e gatti di certe razze

Nel campo della riproduzione ci sarebbero sicuramente dei cambiamenti, ed è possibile che le femmine andrebbero in calore solo una volta all’anno invece che due (una più frequente disponibilità all’accoppiamento rispetto alle specie selvatiche è una delle caratteristiche comuni a tutte le specie domesticate). Un’altra possibilità è che, come succede nei branchi di lupi, la collaborazione dei padri, zii e altri membri di un gruppo di cani diventerebbe un elemento importante per la crescita dei cuccioli. Ma può anche darsi che i cani – o certe specie evolute dai cani – svilupperebbero stili di vita solitari.

È più difficile immaginare cosa succederebbe ai tratti comportamentali dei cani selezionati dalla domesticazione: l’ipersocialità sviluppata stando con gli umani verrebbe sfruttata con altri scopi dai cani post-umani o si perderebbe come tratto caratteriale di specie?

Pierce e Bekoff hanno finito il loro ragionamento cercando di stabilire se in prospettiva per i cani un mondo senza umani sarebbe un mondo migliore: sono giunti alla conclusione che i vantaggi (come la scomparsa di patologie dovute agli incroci tra cani della stessa razza, un maggior spazio in cui muoversi e maggiori possibilità di socialità) supererebbero gli svantaggi (come la maggiore esposizione alle malattie, l’assenza di cure e di cibo disponibile in abbondanza).

Per i due studiosi portare avanti l’esperimento mentale, riflettere su questi vantaggi e svantaggi ma anche dedicare maggiori studi ai cani randagi e feralizzati potrebbe aiutarci a comportarci meglio nei confronti dei cani: capendo meglio la loro natura, saremmo più in grado di garantirgli buone condizioni di vita. Ad esempio, evitando che nascano animali sofferenti a causa di certe caratteristiche fisiche comuni a certe razze create dagli umani, ma anche facendo passeggiare e correre i cani in spazi sufficientemente grandi, e facendo interagire i cani tra loro nel modo migliore per dargli una buona qualità della vita.

da qui

venerdì 24 luglio 2026

Il futuro del pianeta si deciderà in Brasile - Eliane Brum

 

Una delle più importanti scienziate esperte di clima, la brasiliana Luciana Gatti, ha sorpreso tutti annunciando la sua candidatura a deputata federale alle elezioni di ottobre. La logica di Gatti, che da trent’anni fa ricerche sull’Amazzonia e sull’impatto dei gas serra generati in gran parte dallo sfruttamento del bestiame nella foresta, è cristallina. “La situazione climatica sta andando verso il caos. Dobbiamo fare qualcosa di diverso, uscire dagli schemi. Il congresso sta accelerando la nostra estinzione”, ha spiegato in un’intervista al sito d’informazione sull’Amazzona Sumaúma. Gatti si riferisce al fatto che il parlamento brasiliano sta annullando le leggi di protezione ambientale e ostacolando la demarcazione delle terre dei popoli nativi. “Non possiamo restare a guardare questo congresso assurdo, ignorante, e limitarci a rimanere nel nostro angolino, a fare gli scienziati. Il compito di tutti noi è cambiare il parlamento”.

La decisione può sembrare radicale o addirittura disperata, ma dal punto di vista etico è forse l’unica che abbia senso. La scienziata, come altri che intendono lasciare i laboratori per candidarsi a un seggio al congresso, sa meglio della maggior parte delle persone cosa sta succedendo: nella porzione brasiliana la principale foresta pluviale del pianeta emette già più anidride carbonica di quanta ne assorba. Nel 2024 ne ha immagazzinato 476 milioni di tonnellate, ma ne ha emesse 755 milioni, superando la quota assorbita di 279 milioni di tonnellate. Ciò significa che uno dei grandi serbatoi di carbonio del pianeta sta collassando.

Chi conosce l’Amazzonia sa che la foresta non sopravvivrebbe a un altro governo di estrema destra, per questo l’attenzione è concentrata sul parlamento brasiliano

Studi come quelli di Gatti e dei suoi colleghi dimostrano che nelle zone disboscate le temperature aumentano e le precipitazioni diminuiscono. Le piogge dell’America Latina dipendono dalla salute del bioma amazzonico, grande regolatore del clima del pianeta. Questa meraviglia, creata nel corso di più di cinquanta milioni di anni, è stata sistematicamente distrutta in poco più di cinquant’anni e negli ultimi tempi a un ritmo ancora più accelerato. Se muore, moriremo anche noi.

Questa è la portata della posta in gioco nelle elezioni brasiliane. E dovrebbe interessare il mondo intero. Il governo di estrema destra di Jair Bolsonaro (2019-2022) ha aggravato – e di molto – la distruzione della foresta. Ma il ritorno al potere di Luiz Inácio Lula da Silva nel 2023 non ha salvato l’Amazzonia. In parte perché il suo governo è formato da una coalizione di ben undici partiti, che annovera sostenitori dell’agroindustria e dei combustibili fossili in ministeri chiave; e anche perché Lula appartiene a quella corrente della sinistra globale ancora convinta che sia possibile ridurre le disuguaglianze sottraendo materie prime alla natura. Ma, soprattutto, perché il governo non ha la maggioranza in parlamento e perché alla camera e al senato dominano i politici legati ai principali responsabili di deforestazione e inquinamento: l’industria mineraria e quelle della carne, della soia e dei pesticidi.

Il parlamento attuale ha smantellato gran parte della legislazione ambientale e rende sempre più difficile demarcare i territori degli indigeni. La legalizzazione dell’attività mineraria nelle loro terre è il prossimo passo. Chi conosce l’Amazzonia sa che probabilmente la foresta non sopravvivrebbe a un altro governo di estrema destra. Per questo l’attenzione è concentrata sul congresso, dove l’estrema destra si sta adoperando per ampliare il proprio controllo, soprattutto al senato, l’unica istituzione competente a destituire i magistrati della corte suprema. Poiché negli ultimi anni la corte ha annullato alcune sue leggi ritenendole incostituzionali, il suo obiettivo è quello di eliminare gli ostacoli ai propri abusi di potere.

Anche i presunti “progressisti” si concentrano sulla contesa parlamentare, ma per motivi opposti. Il ritorno dell’estrema destra al governo, questa volta con Flávio Bolsonaro, il primogenito dell’ex presidente, sarebbe catastrofico per il paese e metterebbe quasi tutta l’America Latina sotto la tutela di Donald Trump. Ma altri quattro anni di legislazione come quella attuale, anche se Lula fosse rieletto, aggraveranno il collasso climatico e causeranno la morte di molte più persone.

Marina Silva, deputata federale ed ex ministra dell’ambiente e dei cambiamenti climatici di Lula, ora aspirante candidata al senato, è riuscita a ridurre la deforestazione in Amazzonia. Ma ridurre non basta. La media è di cinque alberi abbattuti al secondo. Tuttavia anche se la deforestazione si fermasse, l’accelerazione del collasso continuerebbe.

C’è solo una via d’uscita: riforestare. Lo dicono scienziate come Luciana Gatti. Dal prossimo congresso brasiliano dipende la vita ben oltre i confini del Brasile. ◆ et

Questo articolo è uscito sul numero 1675 di Internazionale, a pagina 36. 

da qui

lunedì 28 aprile 2025

Volevo rispondere a Fubini sul gas russo ma ho rinunciato: lo stile mellifluo non mi appartiene – Ferdinando Boero

 Tutte le mattine ascolto Prima Pagina, di Rai Radio Tre. Questa settimana c’è Federico Fubini, del Corriere della Sera. Specialista di economia. Parla con voce pacata, melliflua, e molti ascoltatori che telefonano si complimentano per come conduce la trasmissione. Il 17 aprile ha parlato del gas russo. Un tempo molto conveniente per noi, ci informa: i prezzi erano molto vantaggiosi. Ma, se dovessimo ricominciare a comprare da loro, i prezzi sarebbero senz’altro più alti, visti i prezzi degli altri fornitori. Fubini suggerisce, quindi, che se oggi compriamo gas da altri, a prezzi più alti, i russi alzerebbero anche loro i prezzi. Così, dico io, continueremmo a comprare dagli altri, visto che non ci sarebbe differenza.

Mi gratto la testa e, mentre sta distillando altre pillole di saggezza interpretativa di quel che legge dai giornali, scrivo un messaggio alla redazione. Gli ascoltatori possono scrivere messaggi oppure telefonare. Ecco il mio messaggio: “Se ci sono più fornitori di una merce ci avete sempre detto che i prezzi sono più bassi per la concorrenza, ora ci dite il contrario: prima compravamo solo dalla Russia, ma ora con più fornitori il prezzo del gas russo salirà ! Ma perché raccontate queste storie? Nando“. Gli ascoltatori devono firmare i messaggi con il nome, niente cognome, e specificare da dove li mandano. Niente messaggi anonimi. C’è differenza se un messaggio lo ha scritto Nando oppure Asdrubale. E se lo manda da Suzzi ha significato ben differente se, per caso, lo dovesse mandare da Pizzonero.

 

La redazione trova interessante il mio messaggio e risponde: Se vuole la richiamiamo per il filo diretto. Ho chiamato, in passato, ma è capitato che il giornalista mi interrompesse senza lasciarmi finire, distorcendo quel che gli stavo dicendo, senza lasciarmi possibilità di replica. Mentre penso se accettare o no, Fubini legge con entusiasmo un articolo di Fabrizio Cicchitto, un bruco che da craxiano ha metamorfosato in farfalla: berlusconiano. Il curriculum di Cicchitto è garanzia di qualità dei suoi giudizi e Fubini dice: è uno che la politica la conosce bene.

Rispondo all’offerta di intervento con un No grazie. Tempo di scrivere e Fubini ci delizia con altre perle di saggezza, tipo i conti che ha fatto su quanto ci metteremo ad estinguerci visto che muore più gente di quanta ne nasce. Riconosce, però, che troppi giovani se ne vanno, ma per lui 2 più 2 fa 22. Il tasso di fertilità attuale è basso (2) e i pochi giovani che facciamo se ne vanno (2). Non gli viene il dubbio che, con offerte di condizioni lavorative migliori i giovani si fermerebbero nel nostro paese e che i tassi di fertilità potrebbero aumentare (4)? Tiene separate le due variabili (22) e non gli viene il dubbio che l’alta mortalità attuale è dovuta al fatto che noi, i figli dei baby boom, siamo tantissimi e che siamo arrivati alla fine del nostro ciclo di vita?

Se i rappresentanti di una coorte (si chiama così il gruppo di individui di una data generazione) molto numerosa arrivano alla fine del ciclo di vita, ci sarà un boom delle morti, come c’è stato il boom delle nascite che ha portato a quella coorte. Morti noi, le condizioni si ristabilizzeranno se i giovani resteranno in Italia perché il paese ha qualcosa da offrire. E il tasso di fertilità aumenterà. Si risolleverà anche l’Inps, visto che i morti non prendono la pensione. A meno che il nonno, rimasto vedovo, sposi la badante ucraina di 22 anni e le lasci la pensione di reversibilità, una volta passato a miglior vita, con il sorriso sulle labbra. Non tutti i vecchietti si possono permettere le Olgettine ma, nel loro piccolo, possono cercarne almeno una.

 

Fubini mi ricorda molto Severgnini e Mieli. Gentilissimi, non perdono mai la calma, pacati. E distillano perle di saggezza dall’alto del più autorevole quotidiano italiano: è lo stile che piace tanto ai benpensanti, altrimenti detti moderati. Non dico che sia necessario affrontarli con lo stile di Sgarbi che, poveretto, è entrato in depressione forse perché si è reso conto di agire come un guitto, una macchietta, e non un fine intellettuale. Però anche persone pacate perdono la pazienza quando capiscono che le si sta prendendo in giro, tipo Prodi. Scherzo, Prodi è uno di quelli che ci prendono in giro.

Penso a Massimo Cacciari che scrive libri molto arzigogolati, infarciti di dotte citazioni in lingua originale, ma che, di fronte a gente così si inalbera e li manda a quel paese, usando un linguaggio da angiporto. Anche Franco Battiato, che di solito parlava di dervisci e di centri di gravità permanente, arrivato in certi ambienti usò terminologie poco rispondenti a quello che ci si sarebbe aspettato da lui. Così facendo si passa dalla parte del torto, e si viene espulsi per fallo di reazione.

Nessun problema a interagire con gente così, ad armi pari. Ma sul Corriere si scrive solo se si pratica quello stile, a quanto pare. Subdole banalità spacciate come perle di saggezza, addolcite dal miele. E da un sorrisino di compatimento, alla Mieli.

da qui

giovedì 16 gennaio 2025

Una mia paziente mi ha descritto i suoi colleghi di ufficio: ho riconosciuto subito il burn out - Luciano Casolari


Franco Basaglia, importante psichiatra del 1900, affermava che: “Da vicino nessuno è normale”. In questi giorni ho parlato con una giovane laureata in Matematica che mi è venuta a consultare perché sconcertata per le caratteristiche dei colleghi nel luogo di lavoro ove è stata destinata. Ha vinto un concorso ed è entrata in un grande ente pubblico. Mi descrive le persone con cui deve collaborare. Alcune, dai tratti da lei delineati, rappresentano classiche figure della patologia mentale. Altre descrizioni mostrano livelli elevati di burn out, insofferenza verso il lavoro e tendenza a scaricare sugli altri le proprie frustrazioni.

La giovane matematica si domanda se riuscirà a resistere in questa situazione. Sta mettendo in dubbio anche se stessa in quanto se tante persone con cui lavora sono così diverse da lei: “Non sarà lei quella strana?”. Ultimo dubbio che la arrovella è il chiedersi se a forza di rimanere a contatto con persone così strambe non arriverà anche lei a soffrire di qualche forma di malessere? Si tratta di ragazza molto in gamba, intelligente laureata con ottimi voti, vissuta tutta la vita in una buona famiglia che l’ha amata e ora, da poco, sposata con un ingegnere.

Una riflessione che ho fatto dentro di me ascoltando il suo racconto è che forse ha vissuto finora in un ambiente molto tranquillo e confortevole. Le asperità della vita le sono state risparmiate da una famiglia “normale” che ha cercato di aiutarla in tutto e da un luogo piuttosto supportivo ove vive in cui la parrocchia, le amicizie e i primi amori fungono da protezione. Intorno il mondo è in fiamme tra guerre assurde, rivalità, povertà dilagante con miliardi di esseri umani messi al mondo senza uno straccio di protezione verso il domani. Viene da chiedersi se l’accudimento, istintivo, che tendiamo ad avere verso i figli o i nipoti sia un modello educativo adeguato? O se sarebbe meglio prepararli, già da piccoli, alle difficoltà dell’esistenza?

Sul piano della psicologia sono abbastanza consapevole che la sofferenza mentale è molto più diffusa di quello che si crede o che emerge. Non sono affatto stupito quando, come recentemente a New Orleans, a Magdeburgo e a Villa Verucchio di Rimini, qualcuno si scaglia contro i passanti. So per esperienza clinica che tantissime persone covano dentro di sé un intenso malessere, idee paranoidi instillate dai mezzi di comunicazione e vivono in solitudine odiando le altre persone. Spesso mi sono chiesto come mai così pochi di costoro arrivano ad aggredire gli altri? A poco servono le leggi repressive verso questi sofferenti che, anzi, si sentono galvanizzati dal dover affrontare delle istituzioni molto strutturate. A Magdeburgo addirittura l’aggressore era un medico psichiatra che, teoricamente, dovrebbe attuare un lavoro di analisi personale per cercare di scacciare questi mostri mentali.

Non so se riuscirò ad aiutare questa ragazza perché lei è venuta a chiedere protezione. Immagina che io sia in grado o abbia gli strumenti per capire il mondo e che possa fornirglieli. Io però in molti casi non lo capisco questo pazzo universo e nei casi in cui riesco a comprendere alcuni aspetti sono comunque impotente nell’individuare strumenti idonei a farvi fronte. Possiamo lavorare assieme per sorreggerci a vicenda per affrontare questa complessità consapevoli che il vecchio mondo protettivo in cui in Italia siamo vissuti negli ultimi 50 anni sta gradualmente scomparendo.

Un nuovo Medio Evo forse è alle porte in cui, senza più un ordine mondiale, masse enormi di esseri umani saranno succubi di credenze, idee strampalate inculcategli dai nuovi mezzi di controllo della popolazione e da quello che alcuni definiscono “Brain rot” (marciume mentale dovuto all’uso eccessivo dei mezzi di comunicazione)?

da qui

martedì 12 marzo 2024

L'Italia dei paesi - Franco Arminio

 

L’Italia tutta è in crisi demografica, come tante parti del mondo. L’Italia ha delle zone sempre più intensamente spopolate. 

È in atto da più di un decennio una strategia di ripopolamento che le chiama aree interne. Qui si preferisce chiamarle aree intense per indicare che non sono luoghi banali a cui dedicare attenzioni residue, ma devono essere i luoghi da cui partire per le sfide dell’Italia e della politica. Non si tratta di aiutare dei poveretti. Le aree intense sono una grande occasione di pensare alle persone e ai luoghi quando si fanno delle politiche. Pensare alla vita di una partoriente, di un bambino, di un giovane, di un anziano. Pensare alla vita e non al solito baratto: finanziamenti in cambio di consenso elettorale. Questo metodo sta letteralmente uccidendo le aree intense e quindi un patrimonio enorme per l’intero paese: pensiamo solo a quante case, spesso di pregio, ci sono in quelle aree e allo stato di abbandono in cui versano. Basta fare un giro in Svizzera per capire come siamo messi: in Svizzera non esistono i musei delle porte chiuse a cui si stanno riducendo tanti paesi dell’Italia intensa. A conti fatti nei paesi italiani abitano ancora 13 milioni di persone e almeno la metà stanno in zone fortemente disagiate. Quindi stiamo parlando di un’emergenza che non riguarda un’esigua minoranza di territorio e di popolazione.

 

Noi soffriamo di una sorta di miopia geografica: pur essendo una nazione fatta in gran parte di paesi e di montagne facciamo politiche come se fossimo fatti solo di pianure: l’Italia non è solo Roma e Milano e l’allarme inquinamento della pianura padana ci ricorda che è un errore mortale concentrare tutta la produzione nelle pianure. Sappiamo tutti che la crisi climatica non è un’ipotesi, ma un dramma in pieno svolgimento. E non dobbiamo guardare solo a quello che vuol dire per noi umani: pensiamo alla spaventosa riduzione della biodiversità. Da questo punto di vista è evidente che nelle aree intense, facendo politiche adeguate, il cambiamento climatico può diventare un’occasione per attrezzare zone del paese utili ad accogliere chi vuole fuggire dalle estati torride, chi vuole passare un poco o molto tempo tra gli alberi e non in mezzo al cemento e all’asfalto perenne con cui abbiamo arredato le zone urbane. Non pensiamo al turismo domenicale o di Pasquetta e Ferragosto, ma ad azioni organiche che sappiano investire in primo luogo sulla cultura: troppi beni culturali vengono restaurati e poi restano chiusi.

Chiediamo alla politica di mettersi alla prova veramente sulle aree intense. Cominciare da qui, dal grande cantiere della sfiducia. Se in Italia il cinquantacinque per cento delle persone sente che la propria voce è inascoltata (la media europea è del trentasei per cento), si può dire che nei piccoli paesi montani questa percentuale sale al novanta per cento. Praticamente le politiche attuali è come se mettessero acqua in un secchio rotto. Senza infierire sul fatto che molte azioni sono anche profondamente sbagliate: che senso ha dare venti milioni di euro a un paese che poi non sa come spenderli?

La strategia nazionale delle aree interne aveva uno spirito diverso quando è stata concepita, era il “centro” a recarsi nei paesi ed erano loro a disegnare il proprio futuro. Il metodo che ha provato a introdurre era importante proprio perché le politiche hanno bisogno di seguire un metodo, non possono essere improntate all’umore del politico di turno.

 

Oggi grazie a quella strategia abbiano una visione di come stiamo messi, abbiamo una sceneggiatura, ma è necessario cominciare a girare il film. E bisogna prendere atto che il lavoro di sceneggiatura è stato troppo lungo. E mentre giravano le carte, i ragazzi, cioè gli attori possibili del film, andavano via. Tra l’altro bisogna impedire che la strategia venga eccessivamente regionalizzata diventando un “progetto senza strategia” e abbia come unico obiettivo la spesa delle risorse comunitarie e del PNRR più che il ripopolamento e la rigenerazione dei luoghi. Non serve solo tenere la gente, serve un ripopolamento cognitivo: arieggiare i paesi con un nuovo slancio, servono abitanti di una comunità ruscello più che di comunità pozzanghera. 

È necessario a questo punto un perentorio atto di richiamo verso le aree intense rivolto a chi ha lasciate, a chi è rimasto e a chi non c’è mai stato: bisogna mettere all’attenzione di tutti la sfida di rigenerare questo pezzo d’Italia che non è confinato in una provincia o in una regione, ma è diffuso ovunque, da Nord a Sud.

La sfida deve partire dalla giusta impostazione della strategia messa in atto a suo tempo da Fabrizio Barca: no al localismo, no al dirigismo. Le questioni delle aree intense si affrontano con un intreccio di intimità e distanza, serve la visione centrale e serve il confronto acceso e sperimentale coi territori, ciò che vale per una zona non vale per un’altra. La differenza deve stare nelle risposte non nella domanda: da questo punto di vista le istanze che arrivano al centro dalla Val Maira o dall’Irpinia sono le stesse, mentre sono ben diverse le istanze di Napoli o di Milano. Da questo punto di vista la tenuta dell’unità della nazione parte proprio dalle aree intense, ma servono politiche alte e non rimasugli finanziari, serve investire sulle persone e non su opere, tipo rifacimento di piazze che spesso danno l’idea di mettere un anello al dito di uno scheletro. 

Non servono solo convegni tra addetti ai lavori, serve che ogni area abbia un gruppo di giovani allenatori, mischiando chi è del territorio con chi viene da fuori. Questi ragazzi devono stare almeno tre anni con la funzione di allenare letteralmente chi è fuori forma: non si può affrontare la partita con chi non sta in piedi. Ci vuole un grande intervento pubblico per mettere a lavoro nelle aree intense ragazzi e ragazze italiane che spesso sono andati via, che spesso stanno all’estero. Possono essere agronomi, biologi, architetti, urbanisti, medici, informatici, artisti. A loro spetta il compito di mettere testa e gambe per chiamare queste aree alla sagra del futuro: la tenuta identitaria non basta, è su un progetto di futuro che si possono davvero ravvivare i paesi. 

Lo sviluppo locale si fa in primo luogo coi ragazzi e con chi vuole costruire un futuro, e poi con tutte le altre fasce della popolazione. Bisogna mobilitare i cittadini e non gli esperti a procacciarsi finanziamenti che poi non hanno ricadute reali sulla vita dei luoghi. È chiaro che ogni politica corre dei rischi, nessuna politica ha risultati garantiti, ma la via di mettere le aree intense in mano alla migliore gioventù italiana può darci anche una scossa emotiva, un sussulto visionario di cui abbiamo bisogno. Non si possono ripopolare dei territori tenendo questa questione al margine dell’agenda politica e mediatica: non si è mai visto in televisione un dibattito in prima serata sulla questione. Per intenderci: fino a quando il ragionamento sui paesi è riservato a trasmissioni fatte in orari marginali vorrà dire che non abbiamo capito l’importanza della questione. Parlare dei servizi: scuole, trasporti, sanità, partendo dalle persone che devono fare le cose più che dai piani che girano da un ufficio all’altro. Parlare della filiera dello sviluppo locale puntando in primo luogo su una nuova filiera dell’energia (dall’idrogeno alle altre energie rinnovabili, badando alle ricadute sul territorio più che agli interessi delle multinazionali) e su una innovativa filiera agricola (le proteste di questi giorni sono la spia di un disagio che non è solo economico, gli agricoltori si sentono trascurati). 

Le aree intense sono anche la resistenza dell’intelligenza artigianale all’intelligenza artificiale, il luogo dell’intreccio tra il computer e il pero selvatico, il laboratorio di azioni urgenti e concrete per costruire una nuova poetica dell’abitare, un nuovo umanesimo di cui l’Italia può e deve essere punto di riferimento nel mondo. Noi non possiamo contare tanto su quello che produciamo, ma su un’idea di un futuro che sappia di antico e di nuovo, su un modo di fare comunità radicate e aperte all’impensato in un mondo sempre più irreale, abitato da un’umanità ridotta a una sommatoria di spaventi e solitudini, incapace di darsi un destino comune e non violento.

da qui

martedì 2 gennaio 2024

Clima, finanza, ambiente. I fatti del 2023 e le speranze per il 2024 - Andrea Barolini

 

I principali avvenimenti del 2023, dalla Cop28 di Dubai ai rapporti che inchiodano banche e finanza sul clima. E cosa può farci ancora sperare

La crisi climatica è sempre più al centro dell’attenzione. Che sia per la cronaca degli eventi meteorologici estremi, o per l’illogica querelle tra comunità scientifica e ong, da un lato, e negazionisti dall’altro, almeno se ne parla. Per lo meno su social network e stampa alternativa, visto che quella mainstream continua a relegare quasi sempre le notizie sul clima nei trafiletti a pagina 32. 

Valori considera quello del riscaldamento un problema reale, gigantesco e che va trattato nei termini a più riprese indicati dalle Nazioni Unite, a cominciare dal segretario generale António Guterres. Che la transizione ecologica sia imprescindibile (a partire da quella energetica che implica l’abbandono delle fonti fossili e lo sviluppo delle rinnovabili) lo può ancora negare solo chi è in malafede o chi è ignorante. Non tutti invece hanno chiaro quanto, per operare tale cambiamento, sia necessario l’apporto del mondo finanziario. 

Il rapporto Banking on climate chaos, in primavera, ha spiegato che le banche continuano a concedere a chi sfrutta a vario titolo carbone, petrolio e gas cifre semplicemente folli: 5.500 miliardi soltanto tra il 2016 e il 2022. Quanto basta per spingerci dritti verso la catastrofe climatica. Con il solito apporto anche delle italiane Unicredit e Intesa Sanpaolo. D’altra parte, anche le banche che affermano di impegnarsi per sostenere la transizione e la decarbonizzazione in realtà utilizzano metriche che permettono di dichiarare di aver ridotto le “emissioni finanziate” anche senza agire troppo sui fondi concessi. E i portafogli dei grandi asset manager sono quasi tutti incoerenti con i piani di decarbonizzazione.

Allo stesso modo, per quanto riguarda le aziende private nel loro complesso, troppo spesso le promesse assomigliano molto, troppo ad operazioni di greenwashing. Un report dell’organizzazione non governativa Carbon Disclosure Project ha analizzato più di 18mila aziende: tra queste, più di 4mila hanno pubblicato un piano di transizione climatica. Eppure, solo 81 di questi risultano «credibili», secondo la stessa ong. Lo 0,4%! Passando all’automotive, la musica non cambia. Dopo il Dieselgate del 2015, livelli di emissione “sospetti” continuano in almeno il 77% dei test effettuati su auto diesel in Europa. E c’è perfino chi si è adoperato per boicottare le verità scientifiche sugli impatti sulla salute delle emissioni domestiche. 

Tutto cambia, insomma, affinché nulla cambi. O comunque troppo poco. Il risultato è che l’obiettivo di limitare la crescita della temperatura media globale ad 1,5 gradi centigradi, come indicato nell’Accordo di Parigi, è quasi fuori portata. Ad esserne responsabili sono soprattutto i Paesi ricchi del mondo. Per la precisione, in particolare, i ricchi che abitano soprattutto nei Paesi ricchi. Ciò mentre le popolazioni indigene continuano a pagare il prezzo più alto del riscaldamento climatico, e quelle dei Paesi a basso reddito potrebbe  presto non avere ospedali a sufficienza, proprio per colpa (tra gli altri fattori) della crisi climatica. 

Gli eventi meteorologici estremi, quelli invece non risparmiano già nessuno. Il disastro dell’Emilia-Romagna è solo uno dei drammi che abbiamo vissuto, stiamo vivendo e vivremo in futuro. Anche per questo si moltiplicano le azioni in giustizia contro i governi: ultime in ordine di tempo quella che ha portato alla condanna del Belgio e quella intentata da Greenpeace e ReCommon contro Eni in Italia.

Ciò nonostante, a livello istituzionale perfino l’Europa ha scelto di piazzare al posto del sincero ambientalista olandese Frans Timmermans il suo connazionale Wopke Hoekstra: ex del colosso petrolifero Shell e di McKinsey. È il mondo che non vuole cambiare. Quello che scopre che siamo sommersi da inquinanti eterni e ancora non legifera per porvi rimedio (ammesso che ciò sia almeno in parte possibile). Quello che continua ad estrarre dal mondo molte più risorse di quante esso sia in grado di riprodurne. Quello che sceglie come presidente della Cop28 un petroliere. Quello che privilegia i profitti di pochi rispetto al benessere di tanti. Quello che continua a finanziare l’industria della difesa inondando il mondo di armi in un nome della “salvaguardia della pace e della sicurezza” mentre ovunque si moltiplicano i conflitti. 

Ma non c’è da stupirsi. È il nostro modello di sviluppo ad imporre tutto questo. Il sistema economico nel quale viviamo si nutre di questo: della massimizzazione del profitto ad ogni costo, dell’accumulo di risorse e ricchezza nelle mani di pochi, delle disuguaglianze, del vendere la bugia secondo la quale ci si dovrebbe accontentare delle briciole che piovono da chi se la spassa. L’augurio per il 2024 è che la trasformazione, inevitabile, avvenga il più presto possibile. L’ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis ne è certo: «Quando il feudalesimo stava già crollando, tutto attorno era ancora basato su di esso. Oggi il capitalismo è già finito, anche se tutto è ancora basato su di esso». Il cambiamento, secondo l’ex ministro, rivoluzionerà sia i mercati finanziari che quelli del lavoro: «La speranza è il mio dovere e ad essa mi aggrappo – ha affermato -. Anche contro ogni evidenza empirica». 

da qui

mercoledì 20 dicembre 2023

Il Gruppo d’Intervento Giuridico nell’ultimo anno. E che cosa farà.

“il Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) … protagonista di durissime battaglie a colpi di codice civile (in gran parte vinte o stravinte) contro tante storture edilizie e leggine criminogene di mezza Italia”.

Così Gian Antonio Stella  (Il Corriere della Sera, «L’ecomostro» davanti a Tavolara per le nozze del principe di Giordania. Tirato su per Hussein di Giordania. I timori dei residenti. «Il giorno dopo deve essere tutto smontato, a costo di andare con la chiave inglese», 23 maggio 2023).

 

Così ne parla Paolo Biondani: “da anni difende il territorio italiano … il Gruppo d’Intervento Giuridico (Grig)” (Chi appicca un incendio in Italia resta impunito, L’Espresso, 7 settembre 2023).

 

E così ci ha delineato Salvatore Settis: “Fra coloro che, per scardinare l’ingiustizia e l’assalto ai beni comuni, praticano la tattica puntiforme della protesta o del ricorso in giudizio su questioni singole, secondo il modello degli advocacy groups, l’esempio più interessante in Italia è probabilmente il Grig (Gruppo di intervento giuridico) di Cagliari, attivo dal 1992, che ha svolto più di duemila azioni legali in difesa dell’ambiente in Sardegna, ma è recentemente ‘sbarcato’ in Toscana impegnandosi su azioni concrete (Tav sotto Firenze, tenuta di Rimigliano in Comune di San Vincenzo, inquinamento a Piombino)” (in Azione popolare. Cittadini per il bene comune, Einaudi, 2012, pag. 208).

Da più di trent’anni esiste il GrIG: ecco che cosa ha fatto nell’ultimo anno e che cosa farà…

continua qui


venerdì 17 marzo 2023

Cosa possiamo ancora fare? - Alberto Castagnola

La fase attuale del sistema economico

Si moltiplicano le analisi che evidenziano una svolta sostanziale dell’economia capitalistica, non ancora pervenuta a livello politico e nei mezzi di comunicazione di massa. In italiano è uscito di recente un testo dal titolo molto attraente, “Karl Marx aveva ragione”, (1), dove si sostiene che il capitalismo ha bisogno di riforme profonde, altrimenti soccomberà. In effetti si susseguono enormi problemi collegati fra loro.

La crisi energetica, lo scontro commerciale tra Cina e Stati Uniti, il rischio di una guerra mondiale, l’attacco dei populisti e dei leader autoritari alla democrazia e molti altri se ne potrebbero aggiungere. E l’articolo continua: “Fino a poco tempo fa, per tutti questi problemi sarebbe stata proposta una sola soluzione: il mercato.

Oggi chi ci crede più? Soprattutto alla luce del grande moltiplicatore di tutte le storture del sistema: la crisi climatica.” Ora non possiamo pensare che analisi di questo genere possano rivelarsi risolutive a breve termine, però non possiamo ignorare il fatto che la crisi climatica è in fase di rapido peggioramento (2) e che la mancanza quasi assoluta di interventi e politiche degli Stati in materia ambientale potrebbe nel giro di pochi anni diventare inutile di fronte a fenomeni che abbiano superato “il punto di non ritorno” dei quali gli scienziati parlano sempre più spesso, oppure  finora totalmente ignorati, come l’innalzamento del livello dei mari e le mutazioni avvenute nelle emissioni di metano.

Quali sono oggi le inizative possibili e concrete.

In linea generale sono almeno due i processi che potrebbero prendere forma nella fase attuale del sistema capitalistico dominante. La prima appartiene ancora integralmente a questo sistema, e comprende una molteplicità di politiche e azioni concrete che cercano di attenuare le difficoltà che le economie incontrano e di ridurre gli effetti negativi della crisi climatica in pieno sviluppo. Le strutture economiche sarebbero chiamate a modificarsi per tenere conto dei principali fenomeni indotti dal clima, senza però intaccare in alcun modo le logiche di fondo e strutturali del sistema dominante.

Questo tentativo viene effettuato periodicamente in sede IPCC dove si parla di mutazioni e adeguamenti, ma solo marginali e spesso, nella realtà, completamente trascurati per rispondere alle pressioni delle attività economiche in atto. In termini più generali si parla di “sostenibilità”, indicando in tal modo una serie di piccoli adattamenti alle modificazioni prodotte dagli andamenti climatici, senza intaccare in alcun modo le logiche di fondo del sistema economico complessivo.

Il secondo processo, in pratica ancora non calato nella realtà, descrive gli interventi, su una realtà socioeconomica ed ecologica in via di rapido peggioramento, che diventano sempre più urgenti e difficili da realizzare. Anzi questo tipo di processi è ormai costellato da analisi e previsioni che prendono sempre più in considerazione la pratica impossibilità di realizzare gran parte delle iniziative in tempi utili per modificare radicalmente gli andamenti climatici. In altri termini, aumentano le analisi che prendono in considerazione la pratica impossibilità di intervenire e suggeriscono solo misure dirette a contenere le perdite ambientali  e il numero delle vittime.

A tale proposito citiamo la copertina di un volumetto di Jonathan Franzen, stampato già nel 2019, intitolato “E se smettessimo di fingere?”  e che in copertina continua:  “Ammettiamo  che non possiamo più fermare la catastrofe climatica”  e ”L’apocalisse climatica sta arrivando.

Per prepararci ad affrontarla abbiamo bisogno di ammettere che non possiamo prevenirla”. ( 3 ) E da allora sono passati altri quattro anni. In effetti anche interventi di pura sopravvivenza su scala planetaria richiederebbero parecchi anni per essere progettati e attuati, in particolare nei paesi con minori risorse e capacità, ma che rappresentano oltre due terzi della attuale popolazione mondiale.

Di quali iniziative possiamo parlare

Vediamo ora in concreto di quali forme di transizione possiamo realisticamente parlare. In primo luogo è interessante sottolineare che di recente si stanno moltiplicando le analisi che evidenziano i limiti del sistema capitalistico in termini molto radicali, sottolineando cioè  i limiti e le carenze che mostra nel suo funzionamento (non i danni che provoca) e delineano un futuro molto limitato per la sua sopravvivenza.

Ne indichiamo solo alcune, più stimolanti e concrete. L’articolo “Karl Marx aveva ragione”, già citato,  afferma che il capitalismo ormai  funziona male e i suoi problemi peggiorano con la crisi climatica, a sua volta definita “il grande moltiplicatore di tutte le storture del sistema”. In particolare, cosa ne pensa il fondatore del più grande fondo speculativo del mondo e titolare di un patriminio stimato in 26 miliardi di dollari, Ray Dalio?:  “Esagerando con le cose buone, si  rischia di farle implodere. Se queste cose non si trasformano muoiono”, “Il capitalismo ha bisogno di riforme profonde.

Altrimenti soccomberà. E sarà giusto così” . E in effetti ci sono troppe cose che non funzionano, l’inflazione aumenta il divario tra ricchi e poveri, la quasi totalità degli obiettivi climatici non è stata raggiunta e la politica non riesce a riparare le continue crepe del sistema. E perfino i grandi gruppi discutono dell’opportunità di privilegiare finalmente gli interessi della collettività rispetto a quelli degli azionisti.

“ Ma ormai le debolezze del sistema sono così evidenti: la globalizzazione è fuori controllo, la ricchezza finsce quasi per intero in tasca al 10% più ricco della popolazione, il consumo irresponsabile delle risorse rovina il pianeta e la finanza si abbandona a eccessi continui “.

“Fino a poco tempo fa, per tutti questi problemi sarebbe stata proposta una sola soluzione: il mercato. Oggi chi ci crede più?  Inoltre di idee per un ordine economico più giusto e sostenibile ne circolano molte e arrivano dagli schieramenti ideologici più diversi. In sintesi si può dire che affermano la necessità di “meno mercato, più Stato, meno crescita”.

Il testo riporta anche  una affermazione di un economista che in passato era il capo dei consulenti economici  del presidente Bush: “Per avere successo nel lungo periodo un sistema economico deve migliorare il tenore di vita del maggior numero di persone possibile. Non mi pare che il capitalismo attuale abbia ampi margini per aumentare il benessero collettivo”. E ancora, secondo Kohei Saito, un economista giapponese, “Il collasso del pianeta potrà essere fermato solo da un sistema postcapitalistico senza più crescita, in cui la produzione rallenta e la ricchezza è redistribuita in modo mirato”.

 

“L’appello di Saito per una cultura marxista della decrescita, con orari di lavoro ridotti e più attenzione a lavori meno prientati al profitto e con maggiore utilità sociale, come l’assistenza agli anziani e ai malati, ha centrato lo spirito dei tempi “. Secondo Mariana Mazzuccato, ora all’University College di Londra, una esperta molto ricercata, “Da solo, il mercato non ha nessuna speranza di vincere le sfide del ventunesimo secolo, soprattutto quella della crisi climatica. Per arrivare a una economia a emissioni zero bisogna cambiare il sistema economico”.  “Ci si chiede perchè i soldi escano fuori di colpo solo nelle emergenze, mentre per questioni sociali importanti, come la sanità e l’ambienta, sembra sempre tutto impossibile perchè bisogna tenere sotto controllo il debito pubblico”.

Nel testo c’è anche un’altra osservazione: “Solo che, se il pianeta continua a riscaldarsi a questo ritmo, non è chiaro per quanto tempo ancora la rinuncia alla crescita possa essere considerata una scelta volontaria?” E questa è una domanda cruciale, alla quale tutti dovremmo rispondere nel giro di pochi mesi. Il testo fornisce una prima risposta, quella dei fratelli Freitag, una azienda che produce borse e portafogli in 25 paesi: “Il turbocapitalismo non riesce più a offrire le risposte giuste e  produce danni eccessivi: le cose possono funzionare anche ad un ritmo più lento, più equilibrato e più sano per tutti”.

Il testo, infine,  descrive le posizioni di due studiosi, Shafik e Redecker, che suggeriscono ulteriori percorsi alternativi. In conclusione, sembra si possa affermare che le critiche al sistema dominante si stanno moltiplicando, mentre le ipotesi di alternative radicali sono forse ancora alla stato di suggestioni, sicuramente valide ma ancora non entrate a far parte di una realtà alternativa effettiva, di cui però è sempre più elevato il grado di realismo.

Sempre al fine di inserire le ipotesi di evoluzione in un quadro di massimo realismo, sembra opportuno citare molto sinteticamente quanto riportato in due recentissimi articoli apparsi in italiano nel gennaio 2023, “Il collasso che sta per arrivare” e “Il ghiacciaio del destino”, i titoli sono impressionanti, il contenuto ancora di più.

Nel primo, apparso su “Le Scienze”, (4) si descrivono i risultati di due spedizioni di ricerca sulla piattaforma di ghiaccio Thwaites in Antartide, che hanno rivelato che potrebbe sgretolarsi in meno di un decennio. Si tratta di una massa di ghiaccio grande due terzi dell’Italia, formata da una piattaforma galleggiante, da un ghiacciaio in parte marino, in parte sulla terraferma e da una parte completamente su base terrestre. In precedenti esplorazioni si era già scoperto che l’intera area aveva uno spessore di ghiaccio di circa 4000 metri che poggiava su un antico fondo oceanico a 2500 metri sotto il livello del mare.

Nel 1978 un glaciologo aveva già lanciato un primo allarme, circa l’eventuale scioglimento dei ghiacci nella regione. Le ultime spedizioni, ancora in corso, hanno rivelato una situazione già in parte compromessa. L’articolo è molto lungo, ed è correlato da mappe, grafici, immagini e non sono sicuro di aver compreso tutto quanto vi è accuratamente analizzato. In sintesi, tutti questi ghiacciai sono in lento movimento a causa del riscaldamento globale, ma le preoccupazioni immediate riguardano la piattaforma galleggiare, che è percorsa da fratture che si stanno allargando e che quindi potrebbe sbriciolarsi in un breve volgere di anni.

Ma la sua distruzione non bloccherebbe più la parte del ghiacciaio in parte marino e in parte a base terrestre, che potrebbe accelerare il suo movimento verso il mare e non ostacolerebbe più la parte più interna del Thwaites. Secondo gli scienziati l’intero processo potrebbe svolgersi entro un decennio e non sono escluse possibili accelerazioni.

Ma la parte più proccupante riguarda lo scioglimento di ghiacciai di questo spessore nel mare: gli oceani potrebbero aumentare da un minimo di 65 centimetri fino a tre o cinque metri, con le conseguenze che possiamo solo immaginare su tutti gli insediamenti umani sulle coste, su interi paesi già oggi sotto il livello del mare, sull’intera pianura padana già oggi in difficoltà per la siccità e la ridotta portata del Po. Nel secondo articolo, apparso su “Internazionale” (5), e riferito alle stesse spedizioni, già nel titolo viene descritta la reazione a catena che  farà salire di più di tre metri il livello dei mari, anche se gli scienziati stanno cercando di capire quando tutto ciò succederà. Nel testo si forniscono elementi storici sull’intera vicenda, si descrive lo scioglimento dal basso che caratterizza i ghiacciai e li mette in movimento, si parla delle indicazioni raccolte da un robot sottomarino immerso sotto le pattaforme. Gli autori poi descivono i rapporti con l’Antartide che hanno numerosi paesi, sia in termini di ricerche che militari; descrive le esperienze di altri ricercatori nell’intera regione polare; evidenzia il riscaldamento dell’intera regione polare non dipendente dai meccanismi attuali dovuti alla anidride carbonica; indica in quali città si avranno i peggiori effetti del collasso previsto nella zona; infine intervista un esperto che afferma:

”Per quanto riguarda l’innalzamento del livello dei mari non ci sono dubbi: la situazione è fuori controllo”. I due articoli si completano a vicenda  e dovrebbero essere studiati e compresi a fondo da quanti sono realmente preoccupati dagli andamenti climatici globali e per la pratica mancanza di provvedimenti adeguati da parte della stragrande maggioranza dei governi.

E’ ancora possibile agire, quali i limiti e i vincoli

In questa situazione, è ancora possibile agire o impegnarsi per una società diversa? In effetti, diventano stimolanti e  attraenti tutti i progetti e i percorsi che abbiano come prospettiva la completa sostituzione del capitalismo con una società totalmente diversa, ma che in primo luogo si prende cura del Pianeta e della urgente necessità di ridurre tutti gli inquinamenti e di eliminare o trasformare tutte le attività produttive e tutte le forme di utilizzazione delle risorse naturali che incidono sugli equilibri del pianeta e della sua atmosfera. Se queste prospettive vengono giudicate necessarie e realizzabili, allora delineare processi  verso un assetto completamente nuovo diventa un lavoro concreto e urgente.

Naturalmente, mentre le catastrofiche prospettive dei danni climatici, che incalzano ogni mese e ogni anno più velocemente, lo richiederebbero, nel sistema dominante   non sono certo maturi i tempi per un qualche ricorso alle logiche di fondo della riduzione della crescita. Quindi la strada percorribile è quella degli specifici interventi subito utili (anche se modesti e parziali), restando però attenti a dare la precedenza a quelli che, sia pure marginalmente, in qualche modo sono diversi dalla logica della crescita illimitata. 

Cosa possiamo fare oggi: condizioni, vincoli, grado di realismo, potenzialità

Le misure finora adottate ed etichettate come interventi per l’ambiente, sono poche e poco incisive, ma soprattutto rientrano nelle norme di una maggiore “sostenibilità”. Tendono cioè a migliorare superficialmente il sistema capitalistico, senza incidere sui suoi meccanismi sostanziali. Possiamo qui ricordare i vari Green New Deal adottati da qualche organizzazione internazionale ed europea, le misure che adottano dei miglioramenti a fini ambientali (molto pubblicizzati) ma che non modificano le logiche di fondo dell’economia dominante, le poche concessioni ai risvolti ambientali concessi da enti locali e anche da alcuni governi, e tutte le iniziative di base che hanno obiettivi di tutela ambientale, ma che non hanno la portata e la forza politica di incidere sulla struttura portante del sistema economico.

Vi sono tuttavia una serie di iniziative e attività già in corso, sia decise dagli Stati, sia avviate da  iniziative di base, espresse direttamente dalle popolazioni, ovviamente con una pluralità di caratteristiche e di finalità, che  possono essere prese in considerazione e utilizzate per i nuovi obiettivi:

1.      Sono sempre più numerose le affermazioni di chi ritiene ormai impossibile intervenire sugli andamenti climatici se non per rallentare o modificare marginalmente i fenomeni in corso.

2.      L’andamento del clima è sempre più complesso, esteso e veloce; si moltiplicano gli eventi estremi, aumentano senza soste il riscaldamento dei mari e lo scioglimento dei ghiacciai, si hanno le prime indicazioni di aree di siccità in aumento e di scarsità gravi di acqua potabile, nelle zone insulari e in molte zone costiere è sensibile l’aumento del livello dei mari.                      

3.      Gli scienziati individuano sempre nuove trasformazioni in atto, come nel caso delle emissioni di metano o dell’espansione delle aree di siccità.

4.      I tempi disponibili per eventuali interventi massicci e radicali per modificare il clima si accorciano sempre più, forse sono ancora disponibili otto-dieci anni o forse meno. In ogni caso ancora non vi è traccia di svolte importanti in questo campo a livello dei governi e quindi ogni giorno che passa si riducono le opportunità di cambiamenti radicali.

5.      In altri termini, forse possiamo già parlare solo di interventi emergenziali diretti a salvaguardare il maggior numero possibile di vite umane, oppure di interventi concentrati solo nelle regioni esposte a rischi maggiori al fine di “spostare” intere popolazioni.

6.      Infine, non sono certo da escludere, anche in paesi con un certo livello di industrializzazione, il moltiplicarsi di situazioni gravi causate da meccanismi climatici, e che richiedano consistenti interventi di urgenza anche internazionali.

Se queste premesse sono valide, le pagine seguenti descrivono solo delle iniziative che possono sia incidere sul clima che salvaguardare le popolazioni, affidate al lavoro e all’impegno di chi abita determinate zone e che presentano delle caratteristiche tecniche e fisiche che le rendono realizzabili per opera delle relative popolazioni locali.  Sono anche concepite per permettere una maggiore concentrazione di interventi in tempi stretti per fronteggiare gli effetti di eventuali “eventi estremi”, qualora il clima sempre più dannoso subisse delle accelerazioni, già verificatesi negli ultimi anni e che ormai  sembrano diventare sempre più probabili.

Prime proposte di interventi settoriali a scala nazionale

In questa situazione indicare delle azioni e delle attività di contrasto degli andamenti climatici ormai indiscutibili è una operazione complessa, poiché si può essere convinti che le mutazioni in corso siano ormai inarrestabili e insieme di dover comunque avviare o moltiplicare delle attività che possono non incidere sui fenomeni negativi in corso o essere completamente assorbite dai peggioramenti in corso.

Inoltre è particolarmente difficile indicare degli obiettivi  quando di fatto non si può sperare in una inversione di tendenze ormai ben affermate. D’altra parte, a livello sociale non sono ancora emersi la molteplicità di gruppi di pressione capaci di incidere sulle attività di quasi tutti i governi e di un ristretto gruppo di potenti transnazionali.

Quanto segue, pertanto, è coscientemente un tentativo (si spera non disperato) di indicare dei campi di azione dove già esistono da tempo soggetti attivi significativi e dove potrebbero coagularsi delle forze sociali molto diffuse, non appena sarà riconosciuta in un numero sufficiente di paesi l’assoluta necessità di cercare di invertire le tendenze climatiche o almeno di ridurre i loro effetti peggiori. Infine, non si è trascurata, nella scelta dei settori prioritari d’intervento, il vantaggio che si potrebbe avere, nel caso di alcuni eventi climatici estremi particolari, – carenze di acqua potabile, incendi, alluvioni, ecc. –  una rete operativa già funzionante e collaudata, capace di realizzare interventi che vadano anche al di là delle urgenze.

A. Interventi idrogeologici e riduzione sprechi di acqua

Controllo degli argini dei principali corsi d’acqua, ripristino dei percorsi originali, verifica della importanza del “cuneo salino”, creazione di centri di controllo automatici nei punti cruciali dei percorsi, potenziare i centri di analisi dei rapporti tra scioglimento dei ghiacciai e livello della portata dei fiumi, creazione, sul modello cinese, di un gruppo di persone accuratamente formate, responsabili della sorveglianza di ogni tratto dei fiumi principali, per prevenire esondazioni e cambiamenti improvvisi di percorso.  Misure analoghe per i laghi e in genere dei bacini idrici artificiali o a monte delle dighe. Controlli sui punti di prelievo di acqua autorizzati e illegali. In caso di siccità crescente, verificare i prelievi per usi agricoli e i consumi eccessivi delle abitazioni.

Sui ghiacciai alpine e appenninici, misurare con continuità il grado di scioglimento delle nevi e dei ghiacci. Controllare rigidamente gli impianti per la produzione di neve artificiale.

Per gli acquedotti, effettuare subito tutti gli investimenti necessari per evitare perdite nella fase del trasporto dell’acqua. Controllare tutti i punti di distribuzione dell’acqua nei centri ubani di ogni dimensione. Controllare di frequente i consumi idrici negli impianti industriali e nelle abitazioni ed eventualmente introdurre misure per limitare i consumi e ridurre gli sprechi. Effettuare periodicamente campagne per ridurre gli sprechi al momento del consumo negli impianti, negli uffici e nelle abitazioni. Controllare con continuità le navi di ogni dimensione, specie se dirette all’estero, e i porti di attracco.

Sostenere e potenziare i centri per studi e ricerche riguardanti il settore idrogeologico.  

B. Riforestazione

 I processi di deforestazione sono in uno stato avanzato nella maggior parte dei paesi e il tempo di una sparizione pressochè totale delle zone coperte da alberi si riduce continuamente. Secondo il Global Forest Resouces Assessment della Fao del 2020 le foreste ricoprivano circa il 31% delle terre emerse, circa 4 miliardi di ettari. Più di metà del terreno ricoperto da foreste nel mondo appartiene a soli sei paesi, Russia, Brasile, Canada, Stati Uniti, Congo e Cina. Il 45% delle foreste è nella fascia tropicale, con le due più grandi foreste pluviali al mondo, quella dell’Amazzonia e quella della Repubblica Democratica del Congo.

Tra il 1990 e il 2020 sembra che il ritmo di deforestazione stia diminuendo: il primo decennio si deforestavano circa 8 milioni di ettari di foreste ogni anno, dal 2000 al 2010 se ne deforestavano circa 5 milioni di ettari, dal 2011 al 2020 solo 4,74 milioni. L’andamento della deforestazione è in aumento in Africa, Il Brasile guida  la classifica dei paesi che hanno registrato la più alta perdita annua netta di di superficie forestale, tra il 2010 e il 2020, seguito dalla R.D. Del Congo, Indonesia, Angola, Tanzania, paraguay, Myanmar, Bolivia e Mozambico.  Nella sola Amazzonia dall’agosto 2020 al giugno 2022 sono stati distrutti 13.000 chilometri quadrati di foresta pluviale, quella più antica e mai sfiorata da attività umane, con un aumento del 22% rispetto all’anno precedente. 

Si tratta di un ritmo di deforestazione preoccupante, oltre che in termini quantitativi anche qualitativi, per la perdita di aree tra le più ricche di biodiversità del pianeta, e che tra l’altro non prende in considerazioe lo stato di salute di foreste degradate a causa di sovrasfruttamento, inquinamento, disastri originati da  eventi climatici, incendi o conflitti.  Inoltre vi sono delle iniziative che si propongono di “riparare” le emissini eccessive di anidride carbonica: ad esempio in Nuova Zelanda il governo si è posto l’obiettivo  di piantare un miliardo di alberi entro il 2028; in Italia, in Emilia-Romagna, il progetto “Mettiamo radici per il futuro” ha portato alla piantumazione di 587.OOO nuovi alberi in aree pubbliche e private. Però si tratta purtroppo ancora di iniziative di piccole dimensioni rispetto alla necessità urgente di riostituire le foreste dell’intero pianeta.

Inoltre mentre in Europa  le foreste  erano formate in origine da faggi e querce, molti boschi sono stati ripiantati con pecci e pini. Ma l’aspetto che preoccupa di più gli esperti di foreste è la sempre crescente frequenza degli eventi meteorologici estremi, incendi, tempeste violente, infestazioni di insetti e soprattutto il caldo eccessivo e la siccità che possono peggiorare gli effetti di tutto il resto. (6)

C, Moltiplicazione delle comunità autonome

In Italia, come in numerosi altri paesi, negli ultimi anni si sono moltiplicate le comunità di base, cioè la intensificazione delle relazioni e degli scambi all’interno di gruppi di persone che decidono di modificare i loro consumi e le loro attività, economiche e culturali e di svolgerli in misura crescente al di fuori del mercato di tipo capitalistico.

Si può trattare degli abitanti di un piccolo comune, oppure di parti di quartieri di città più grandi, o ancora di una intera vallata o di un’area omogenea impoverita dalle emigrazioni. Ciò che conta è l’aumento delle persone coinvolte e delle realzioni che si stabiliscono di comune accordo, nonché la sperimentazione continua di nuove attività sempre più autonome rispetto al contesto sociale ed economico di partenza. In Italia tali comunità superano ormai le 600 e una recente ricerca le ha censite secondo alcune categorie di attività prevalente

§  Salvaguardia e valorizzazione di beni comuni

Ogni comunità locale, enti locali e associazioni di base in primo luogo, devono individuare e analizzare i beni comuni che incidono su ogni territorio. Una prima lista: mura antiche (etrusche, romane, medievali) strade romane, scavi e giacimenti, torri medievali,  cattedrali, chiese, conventi, palazzi municipali, palazzi nobiliari e storici, statue e monumenti, musei e collezioni di arte,  fontane e ville, feste, giochi e processioni tradizionali, produzione e utilizzazione di strumenti musicali, produzioni artigianali, imbarcazioni tradizionali,  strutture antiche industriali e tecnologiche, mari e isole,  valli e monti particolarmente attraenti, centri di produzione di cibi tipici ecc. (7)

L’italia è particolarmente ricca di tutto ciò, però è necessario distinguere tra beni tradizionalmente curati  e celebrati periodicamente e beni che sono in stato di abbandono o scarsamente noti. Moltissimi enti locali curano annualmente gli eventi per cui sono noti, ma nel resto dell’anno una parte delle loro ricchezze è trascurata o addirittura in via di sparizione. Inoltre in molti luoghi i giri turistici si limitano a mostrare rapidamente i monumenti più noti e trascurano completamente intere aree delle antiche culture

Considerazioni finali

Il presente articolo ha molti limiti, sia di qualità che di contenuti, ma è stato pensato come una proposta, o al massimo come una provocazione, rivolta alle organizzazioni di base che hanno ancora l’intenzione e la forza di agire in un contesto sociale e politico molto difficile, e in un’epoca foriera di  gravissime difficoltà e immani disastri. E’ forse solo una ipotesi di reazione, per evitare di seguire percorsi ormai superati dagli eventi e immaginare invece delle alternative realistiche e urgenti. In altre parole, si può dare per scontato che governi e partiti non abbiano più nemmeno il tempo di reagire alla catastrofe in corso, mentre tra le associazioni di base ne esistono un certo numero ancora capace di intuire le alternative possibili e di essere pronta a modificare i propri comportamenti per fronteggiare un futuro già gravemente compromesso. L’articolo è quindi una sollecitazione  (una provocazione, una sfida). I contenuti suggeriti possono essere completamente modificati o sostituiti, i tempi delle possibilità (delle finestre di opportunità) sono purtroppo immodificabili.

Note

1.      AA.VV. “Karl Marx aveva ragione, “Internazionale” n. 1493, del 20 gennaio 2023, pag.40-47

2.      Tim Jackson, “Prosperità senza crescita”, Edizioni Ambiente, 2017

3.      Jonathan Franzen, “E se smettessimo di fingere?” Ammettiamo che non possiamo più fermare la catastrofe climatica, Giulio Einaudi Editore, Torino, 2020

4.      Douglas Fox, “Il collasso che sta per arrivare”. Le Scienze, gennaio 2023, pag. 42- 52

5.      AA.VV “Il ghiacciaio del destino”, “Internazionale” n. 1493, 5 gennaio 2023, pag.38-47

6.      Pievani e Varotto, “Il giro del mondo nell’Antropocene”, una mappa dell’umanità del futuro, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2022, pag. 153-163

7.      Ugo Mattei, Beni comuni, un manifesto”, Edizioni laterza, Roma-Bari, luglio 2011  

da qui