giovedì 30 novembre 2023

Paolo Maddalena - Per costituzione le spiagge dell'Italia devono restare agli italiani

 

La Commissione Europea ha inviato una lettera di “costituzione in mora” all’Italia in merito alla mancata messa a “gara europea” delle concessioni balneari. Il suo obiettivo è fornire a tutti i “prestatori di servizi” europei, attuali e futuri, “la possibilità di competere per l’accesso” a questa nostra importante risorsa economica, costituita dalla “gestione” delle “spiagge”. Benché questo atteggiamento, di pura matrice neoliberista, che aiuta i ricchi a carico dei poveri, sia stata ribadita anche da una sentenza della Corte di giustizia europea (cause riunite C-458/14 e C-67/15), è agevole controbattere che essa è in palese contrasto con gli intoccabili “principi e diritti fondamentali” sanciti nella nostra Costituzione, i quali, come costantemente affermato dalla giurisprudenza costituzionale cosiddetta dei “contro limiti”, “prevalgono” sul diritto europeo.


Sorprendente è peraltro l’atteggiamento che su questo argomento sembra abbiano assunto la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni e il Ministro delle infrastrutture Matteo Salvini, i quali, secondo notizie di stampa, vorrebbero risolvere il problema posto dalla Commissione Europea, lasciando in vita le “concessioni” già in atto e ponendo “a gara europea”, soltanto quelle poche “spiagge libere”, che sono rimaste a disposizione degli italiani. Una inaccettabile scelta che, mantenendo fede agli ignobili principi neoliberisti, che avvantaggiano i ricchi e danneggiano i poveri, toglierebbe ai cittadini meno abbienti, che non sono in grado di pagare gli esosi prezzi imposti dai “concessionari”, l’uso comune e diretto delle “spiagge libere”. 

La verità è che, sia alla Commissione europea, sia ai nominati esponenti del nostro governo, è sfuggito un fatto estremamente importante: la circostanza che, con il passaggio, sancito in Costituzione, dallo Stato persona, soggetto singolo e astratto, allo Stato comunità, soggetto plurimo e concreto, anche il concetto di “appartenenza” ha cambiato il suo schema di riferimento, che non può essere più quello della “proprietà privata” (che può essere compressa, ad esempio, dalla costituzione di un usufrutto),  ma la “proprietà pubblica”, da considerare, come subito notò il Giannini all’indomani dell’avvento della Costituzione, “una proprietà collettiva demaniale”, come tale non “svuotabile del suo contenuto” e cioè della “gestione” e dei conseguenti “profitti” che questa produce, poiché quello che è di tutti non può, evidentemente, essere dato a un singolo soggetto.

E non è chi non veda come, in questo nuovo assetto costituzionale, l’istituto della “concessione” dei beni demaniali, non ha più cittadinanza giuridica, poiché, come appena accennato, la sua attuazione comporterebbe una “compressione” della “proprietà pubblica demaniale” del Popolo, una compressione che è esplicitamente vietata dall’ articolo 42 della Costituzione, che, nel sancire che “la proprietà è pubblica o privata”, chiaramente si riferisce a una proprietà pubblica “piena”, nonché dal successivo articolo 43 Cost., secondo il quale “i servizi pubblici essenziali (tra i quali rientrano i servizi balneari), le fonti di energia e le situazioni di monopolio” devono essere in mano pubblica o di comunità di lavoratori o di utenti.

In altri termini, nell’attuale assetto costituzionale, i beni demaniali devono restare (con i loro cospicui  guadagni) nell’ambito della “pubblica Amministrazione”, che è da ritenere l’”organo” del quale si serve lo Stato comunità, per il perseguimento dei suoi fini , tra i quali primeggia quello della “eguaglianza economica e sociale”, come solennemente  prescrive il secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione. 

Dunque, si potrà parlare di contratti di appalto per la prestazione dei singoli servizi, come quelli di ristorazione, di uso di sedie a sdraio o di spogliatoi, per realizzare le cosiddette “spiagge attrezzate”, ma non si potrà di certo costituire un pressoché gratuito “diritto di impresa” ai “concessionari dei servizi balneari”.

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I cambiamenti climatici e le guerre hanno la stessa cultura predatoria - Filippo Giorgi

 

Nel 2007 facevo parte del comitato direttivo dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), che quell’anno vinse il premio Nobel per la Pace, ex-aequo con Al Gore. Ero ovviamente molto orgoglioso di condividere questo riconoscimento con la comunità scientifica dell’IPCC, ma quando mi si chiedeva perché dare il Nobel per la pace a un gruppo di scienziati del clima, devo ammettere che trovavo difficoltà ad avere una risposta convincente.

Oggi però questa risposta mi è molto più chiara, perché ho realizzato che i cambiamenti climatici e il degrado ambientale hanno la stessa matrice culturale della guerra e della povertà, quella che chiamerei una cultura «predatoria deviata».

Predatoria perché come gli esseri umani si arrogano il diritto di razziare, sfruttare e uccidere altre comunità di esseri umani per i propri interessi (e a volte per motivi non ben specificati), così si arrogano il diritto di depredare e distruggere in maniera indiscriminata le risorse limitate del pianeta, risorse che peraltro appartengono anche, se non soprattutto, alle generazioni future.

Cultura deviata perché è vero che esistono tante specie di animali predatori – il leone, l’aquila, lo squalo – ma queste predano per necessità e mantengono un equilibrio con l’ambiente che le circonda, in quanto sanno che alterare questo equilibrio significa minacciare la loro stessa sopravvivenza.

Invece la specie umana sta minando in maniera irreparabile il suo equilibrio con il pianeta in cui vive, e questo inevitabilmente metterà a repentaglio lo sviluppo sostenibile della società come oggi la conosciamo.

Le grandi crisi del ventunesimo secolo sono crisi ambientali: inquinamento, perdita di biodiversità, scarsità di acqua, cibo ed energia, un clima sempre più ostile e distruttivo. Siamo in una folle corsa verso la «tempesta perfetta» a causa degli interessi spropositati («deviati») di una piccola frazione di esseri umani che detiene la maggior parte delle ricchezze del pianeta, mentre la gran parte della popolazione mondiale vive ai limiti se non al di sotto della soglia di povertà ed è spesso costretta a migrare dalle proprie terre per sperare in una vita migliore.

Quali ingredienti migliori per fomentare le tensioni geopolitiche che in questi anni stanno affliggendo tante parti del nostro pianeta. Forse l’essere umano è il predatore per eccellenza, ma il sistema socioeconomico in cui viviamo, ossessionato dalla crescita continua (concetto che non si trova in natura), che amplifica le disparità sociali, economiche e di disponibilità delle risorse, sicuramente gioca un ruolo fondamentale nel rafforzare questa cultura predatoria.

Ma non si può cedere alla rassegnazione, che è foriera di indifferenza e inazione. Tutto parte dalla consapevolezza che ogni nostra azione lascia un’impronta, seppur piccola, sul pianeta, e contribuisce a creare una cultura.

Se agiamo collettivamente e consapevolmente, possiamo essere noi gli artefici di un futuro migliore che lasceremo in eredità ai nostri figli.
Oggi la scienza ci fornisce le soluzioni alle emergenze ambientali che assediano il pianeta, soluzioni tecnologicamente ed economicamente realizzabili, che coinvolgono le nostre azioni quotidiane come le grandi scelte della comunità internazionale.

Ma questo non basta, se non è accompagnato da un cambiamento, lo definirei un progresso, culturale. Abbandoniamo la cultura predatoria per una cultura dell’empatia, un’empatia per gli esseri umani come per la natura che ci sostiene, trasmettiamola ai nostri figli, e avremo eradicato il seme della guerra e della povertà e insieme raggiunto una nuova armonia con il pianeta.

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mercoledì 29 novembre 2023

Il crollo della spesa sanitaria - Federico Giusti

 

L’incremento del fondo sanitario viene previsto dalla prossima legge di Bilancio ma il presunto aumento di spesa in realtà non corrisponde a verità, stiamo parlando infatti di risorse destinate ad alcune voci afferenti al capitolo sanità ma non propriamente alla salute pubblica.

Figura 1. Spesa sanitaria pubblica nei paesi OCSE in % del PIL (anno 2022 o più recente disponibile)



Trattasi infatti di soldi vincolati al rinnovo dei contratti collettivi nazionali di lavoro dei dipendenti della sanità pubblica che da due anni sono senza contratto fino all’Accordo per i medici di base che da qui a pochissimi anni saranno in numero insufficiente anche a causa del numero chiuso per l’accesso ai corsi di laurea, breve e lunga, delle facoltà di Medicina. Questioni dirimenti per capirci ma da qui ad asserire che la spesa sanitaria aumenti corre grande differenza, in realtà Meloni segue la strada dei tagli al settore già intrapresa da Mario Draghi.

Figura 2. Spesa sanitaria pubblica nei paesi OCSE in $ pro-capite (anno 2022 o più recente disponibile)



Fatti due conti parliamo di 2,3 miliardi inseriti nella Legge di Bilancio mentre per abbattere le liste di attesa, assumere personale in deroga ai tetti di spesa, investire insomma nella salute pubblica servirebbero ben altre cifre. E non si dice che le risorse stanziate alla sanità privata sono invece in aumento mentre il Fondo Sanitario Nazionale resta fermo e non tiene conto della inflazione. Per capire quanto un paese spenda per la sanità e la salute pubblica occorre guardare rapporto tra spesa sanitaria e PIL nazionale tanto che nel settembre scorso Sole 24 Ore, impietosamente, scriveva che la spesa sanitaria italiana nel 2022 era inferiore, del resto come i salari, alla media OCSE e il nostro paese si collocava al sedicesimo posto per spesa pro capite. In allegato una tabella che evidenzia la reale spesa italiana in materia di sanità.

Figura 3. Trend spesa pubblica pro-capite 2008-2022: media paesi europei area OCSE vs Italia



Molte patologie oggi sono legate all’inquinamento, allo stress correlato al lavoro, al diffondersi di malattie e tumori, alla scarsa prevenzione derivante dalle croniche difficoltà in cui si trova il Servizio Sanitario Nazionale, dalle difficoltà economiche insorgenti e tali da precludere a molte famiglie l’accesso a strutture private magari per non attendere un anno prima di sottoporsi a una mammografia. Molti sanitari oggi sono in realtà interinali o dipendenti di cooperative e ditte in appalto e con marcate differenze salariali rispetto a colleghie del SSN. Prima di cantare vittoria il Governo dovrebbe guardare i dati invece di occultarli dietro a presunti stanziamenti che servono a malapena a rinnovare i contratti scaduti mentre invece sono assenti i fondi reali ossia quelli destinati all’abbattimento delle liste di attesa, al potenziamento della medicina di base e preventiva, alla riapertura dei plessi sanitari chiusi a colpi di tagli e di spending review.

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martedì 28 novembre 2023

Vaccini e turbo cancro: il rapporto era noto già dal 2020 – Alberto Capece

Nel 2020 uno  studio pubblicato sul Journal for Immunotherapy of Cancer del  British Medical Journal  suggeriva  che avere più anticorpi IgG4 di qualsiasi tipo rende più rapida la progressione dei tumori. Così scrivevano gli autori:”  In una  coorte di pazienti con cancro esofageo  abbiamo scoperto che i linfociti B contenenti IgG4 e la concentrazione di IgG4 erano significativamente aumentati nel tessuto tumorale e le concentrazioni di IgG4 aumentavano nel siero dei pazienti con cancro. Entrambi erano positivamente correlati all’aumento della malignità del cancro e alla prognosi sfavorevole, vale a dire che più IgG4 sembravano associarsi a una crescita più aggressiva del cancro.  Abbiamo inoltre scoperto che  IgG4, indipendentemente dalla sua specificità antigenica, inibisce le classiche reazioni immunitarie  di citotossicità cellulo-mediata anticorpo-dipendente, fagocitosi cellulare anticorpo-dipendente e citotossicità complemento-dipendente.

Come si collega tutto questo ai vaccini e al turbo cancro che si è manifestato dopo le massicce campagne di imposizione dei sieri a mRna? E’ semplice: questi anticorpi IgG4 vengono solitamente creati in risposta a  sostanze irritanti persistenti  come per esempio nelle parassitosi. Sfortunatamente, le iniezioni ripetute del vaccino Covid a mRNA sono percepite dal nostro sistema immunitario come un “irritante persistente” e causano l’aumento degli anticorpi IgG4. Questo avviene non solo per la ripetizione delle iniezioni ma anche a causa dell’espressione genetica dell’mRna che  non si ferma mai nella metà delle persone vaccinate costituendo un continuo fattore di infiammazione. Ciò a è dovuto al fatto che il filamento genetico che viene introdotto nell’organismo è difeso fin troppo bene da un film lipidico che ne impedisce la distruzione e dunque ha tempo di diffondersi ovunque e di rimanere per un tempo indefinito,

Ma non basta: l’IgG4 è un anticorpo che  ha la concentrazione più bassa tra i sottotipi di IgG negli individui sani e la sua funzione non è stata ben compresa. L’IgG4 è  considerato un “anticorpo bloccante” a causa della sua ridotta capacità di innescare reazioni immunitarie. Pertanto, qualunque sia la molecola a cui esso reagisce,  la successiva reazione immunitaria viene attenuata e questo potrebbe spiegare la maggiore sensibilità alle malattie, Covid compreso,  da cui è afflitta una considerevole percentuale dei pluri vaccinati . Ora la cosa che più di ogni altra stupisce e dovrebbe generare ira anche nel gregge più mansueto e che tutto questo si sapeva già prima dell’inizio delle vaccinazioni. Eppure si è andati avanti lo stesso nonostante studi sugli animali avessero già evidenziato che il materiale dei sieri a mRna  non rimane affatto in loco  come – mentendo – dicevano i produttori. Ed anzi questo era stato il motivo per cui questa tecnica non era mai stata usata sull’uomo. Fino a che qualcuno ha deciso che l’uomo non meritasse tanta attenzione.

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lunedì 27 novembre 2023

C’è sempre più Italia fuori dall’Italia - Giovanni Caprio

 

In 18 anni gli italiani nel mondo sono raddoppiati: da poco più di 3 milioni a poco meno di 6 milioni. A partire sono soprattutto i giovani tra i 28 e i 34 anni che non lavorano e non studiano, i lavoratori precari, i disoccupati, le giovani donne e 1 su 4 aono laureati e ricercatori. Si tratta di un’emigrazione che fotografa il disagio giovanile, una nuova generazione di poveri, ma che vede anche le donne andar via per ritrovare in un altro Paese pari opportunità e più tutele nella maternità. Infatti, a differenza di quanto è avvenuto nelle precedenti ondate migratorie, in cui la tradizionale figura di donna migrante era spinta al trasferimento per riunire la famiglia e ricongiungersi agli uomini che l’avevano preceduta in cerca di fortuna, negli ultimi anni essa è stata sostituita da quella di una donna moderna e dinamica, motivata anche dalla prospettiva di una vita indipendente, di un maggior benessere economico e di una carriera professionale più gratificante. L’unica Italia che cresce è solo quella all’estero: i bambini italiani nati all’estero sono 91mila: oltre il 20% rispetto ai poco meno di 400.000 nati in Italia, di cui 57 mila neonati figli di immigrati. E’ il 18° Rapporto italiani nel mondo 2023 della Fondazione Migrantes a fotografare questa Italia “fuori dall’Italia”.

Al 1° gennaio 2023 -si legge nel Rapporto- i connazionali iscritti all’AIRE sono 5.933.418, il 10,1% dei 58,8 milioni di italiani residenti in Italia. Mentre l’Italia continua inesorabilmente a perdere residenti (in un anno -132.405 persone, lo -0,2%), l’Italia fuori dell’Italia continua a crescere anche se in maniera meno sostenuta rispetto agli anni precedenti. Il 46,5% dei quasi 6 milioni di italiani residenti all’estero è di origine meridionale (il 15,9% delle sole Isole), il 37,8% del Settentrione (il 19,1% del Nord Ovest) e il 15,8% del Centro. Negli ultimi 20 anni, quindi, e poi ancora di più nell’ultimo decennio, abbiamo assistito non solo a un revival del fenomeno, ma a un drastico cambiamento dello stesso. Rispetto alle caratteristiche tradizionali – origine meridionale, protagonismo dell’oltreoceano, emigrazione familiare – la mobilità degli italiani più recente, caratterizzata da partenze dalle regioni del Centro-Nord dopo, nella maggior parte dei casi, un periodo più o meno lungo di mobilità interna Sud-Nord, sta riscrivendo la storia dell’Italia legata ai flussi migratori dei suoi residenti.”

E’ la Sicilia la regione d’origine della comunità più numerosa (oltre 815 mila). Seguono – restando al di sopra delle 500 mila unità – la Lombardia (quasi 611 mila), la Campania (+548 mila), il Veneto (+526 mila) e il Lazio (quasi 502 mila).

L’attuale presenza italiana all’estero è europea. “L’Europa -sottolinea il Rapporto della Fondazione Migrantes- accoglie oltre 3,2 milioni di connazionali (il 54,7% del totale) mentre il continente americano segue con oltre 2,3 milioni (40,1%). Oggi le comunità italiane più numerose si trovano in Argentina (oltre 921 mila iscritti, il 15,5% del totale), in Germania (oltre 822 mila, il 13,9%), in Svizzera (oltre 639 mila, il 10,8%). Seguono Brasile, Francia, Regno Unito e Stati Uniti d’America. Nelle prime dieci posizioni si registrano ben tre continenti – America del Nord e Latina, Europa e Oceania – ma non occorre superare la 27° posizione perché tutti i continenti siano rappresentati.

C’è anche una “mobilità previdenziale” che ha motivazioni più diverse, dalla ricerca di luoghi esotici più amati dal punto di vista culturale o climatico alla necessità di paesi con politiche di defiscalizzazione, dal desiderio di posti diffusamente sponsorizzati anche dalle agenzie nate proprio per accompagnare la Terza Età nel processo migratorio, all’esigenza di ricongiungersi con i propri familiari. “Quella che, dall’incrocio dei dati, appare come la ragione più battuta, si legge nel rapporto, è che gli anziani vanno negli stessi luoghi dove si sono trasferiti figli e nipoti. Il desiderio che spinge un uomo o una donna avanti nell’età, molte volte vedovo/a, a vivere un percorso migratorio oggi, mettersi in discussione e affrontare l’ignoto è, quindi, una sorta di processo di ricongiungimento familiare moderno spesso portato avanti in modo non ufficiale.

Sconcerta registrare che il 44% di coloro che hanno lasciato l’Italia nel 2022 era un giovane tra i 18 e i 34 anni. Stiamo perdendo il futuro. Si tratta di due punti percentuali in più rispetto agli anni precedenti. E il motivo è innanzitutto l’assensa di lavoro dignitoso. Molti giovani rinunciano a cercare lavoro nel nostro Paese perché si imbattano quasi esclusivamente in contratti con scarsi diritti, con salari da fame, con orari che non vengono rispettati e con scarse opportunità di crescita. Si imbattono cioè in quei settori in cui –come certifica l’INPS– oltre il 50% dei lavoratori è povero: un dato che da solo ridicolizza tutta le retorica del merito dall’attuale governo. E non dimentichiamo che lavoratori italiani guadagnano circa 3.700 euro in meno della media dei colleghi europei.

Tuttavia, c’è chi a dispetto di difficoltà e problemi ha deciso di non andar via oppure di ritornare. “Negli ultimi anni, di legge nel Rapporto, si registrano fenomeni di restanza (…). La restanza si riferisce alla decisione di individui o famiglie di rimanere o tornare nelle loro comunità d’origine: una scelta personale motivata da un forte legame con il territorio che si muove anche su un piano comunitario in quanto può tradursi in iniziative imprenditoriali, progetti culturali e sociali (…). Come scrive l’antropologo Vito Teti, la restanza non è un elogio del restare come forma di nostalgia regressiva, ma è un invito a pensare il restare come nucleo fondativo di nuovi progetti, aspirazioni e rivendicazioni. Si tratta, quindi, di una scelta di responsabilità che porta a investire il territorio di intenzioni, azioni e pratiche di cura.”

Qui la sintesi

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domenica 26 novembre 2023

I costi ambientali nascosti delle auto elettriche

Un po’ di sana informazione sui costi ambientali e sociali nascosti degli autoveicoli elettrici.

La trasmissione Report (RAI 3) ci consente di farci un’idea, così come già fece Presa Diretta nel 2021.

E da dove viene il Litio che costituisce parte fondamentale delle batteria elettriche?

Quale impatto reale hanno sull’ambiente e la geopolitica?

Proviamo a pensarci

Consigliamo la visione del servizio giornalistico, ne vale proprio la pena.



Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)


qui il video



da Report19 novembre 2023

Green Hypocrisy. (Giulio Valesini, Cataldo Ciccolella)

Deforestazione, centrali a carbone, interi villaggi sgomberati con la forza, scarti chimici nelle acque, operai bruciati vivi, schiavi bambini, fauna e flora devastate, incidenti mortali.

Sono il prezzo nascosto dell’auto elettrica.

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sabato 25 novembre 2023

SUPERINTENSIVO: A CHI CONVIENE? - Ivano Gioffreda

 

A chi e a cosa convengono l’intensivo e il superintensivo nella nostra agricoltura? Quale impatto possono avere queste forme di coltivazione sulla nostra economia e sul nostro paesaggio?

Ce ne parla l’agrotecnico Ivano Gioffreda, che con questo video inaugura una nuova rubrica del nostro canale, interamente dedicata all’agricoltura.

venerdì 24 novembre 2023

Allevatori di sussidi: l’Abruzzo preda delle mafie - Giovanni Soini, Stefano Chianese, Filippo Zingone

 

Le organizzazioni criminali puntano all’accaparramento dei fondi Ue destinati all’agricoltura. Proviamo a fare luce sulle dinamiche predatorie e sui legami imprenditoriali della mafia dei pascoli

«C’è un assalto al territorio. Se non stai al gioco, ti fanno fuori da tutto». Sono le parole che un pastore, rimasto anonimo, riferisce a Lina Calandra, professoressa di geografia presso il Dipartimento di scienze umane dell’Università dell’Aquila, nel corso di uno studio condotto sul campo tra il 2017 e il 2020. La ricerca era partita in modo semplice: insieme al gruppo di lavoro del Laboratorio Cartolab del Dipartimento di scienze umane, la professoressa e i suoi collaboratori hanno intervistato più di 1.000 persone, tra figure istituzionali, pastori e professionisti. La domanda dei ricercatori è semplice: «Come va sul territorio per chi vi opera e per chi lo vive quotidianamente?». Una domanda che ha scoperchiato un vaso di Pandora e che ha portato Lina Calandra e i suoi collaboratori a imbattersi in una situazione che fino a quel momento non immaginavano.

Da quello che gli intervistati raccontano, sembrerebbe che la gestione dei terreni da pascolo sull’Appennino abruzzese sia spesso direttamente legata a imprenditori provenienti da fuori regione, che si appropriano di terreni minacciando e intimidendo i pastori locali. Diversi intervistati hanno raccontato di mezzi agricoli bruciati, animali uccisi e abbandonati, ma anche di minacce personali. L’obiettivo però, non è fare estorsione, né l’appropriazione in sé dei terreni. Secondo le testimonianze di molti intervistati, sarebbe piuttosto l’appropriazione dei fondi europei previsti dalla Pac, il Piano agricolo comune, una politica agraria comune a tutti i Paesi dell’Unione europea, gestita e finanziata con risorse del bilancio dell’Ue.

 

L'inchiesta in breve

·         In Abruzzo c’è una presenza criminale che punta all’accaparramento dei fondi europei destinati all’agricoltura. Una delle prime persone a denunciarlo pubblicamente è stata la professoressa Lina Calandra dell’Università dell’Aquila in una ricerca condotta tra il 2017 e il 2020

·         La professoressa ha parlato con diversi pastori che le hanno riferito di furti di bestiame, incendi e minacce. Questo la porta a individuare un sistema organizzato finalizzato all’accaparramento dei terreni e dei relativi sussidi europei che lega aziende del nord, sud e centro del Paese

·         Anche la consigliera De Felicis, del comune di Lucoli (Aq), ha notato delle irregolarità sul territorio riguardo la concessione dei terreni e l’uso improprio che di questi terreni viene fatto da imprenditori di fuori regione

·         Nel settembre del 2023 scatta l’operazione Transumanza. Condotta dalla Guardia di finanza di Pescara e diretta dalla DDA dell’Aquila, coinvolge 75 soggetti ed enti che avrebbero simulato il possesso dei requisiti necessari per ottenere la disponibilità di terreni e di corrispondenti titoli Pac, rilasciati gratuitamente dalla Riserva nazionale dei titoli ai nuovi giovani imprenditori agricoli

·         Già nel 2022 erano state emesse interdittive antimafia nei confronti di quattro aziende zootecniche abruzzesi, che avevano rivelato gli interessi di alcune consorterie criminali campane e pugliesi

·         Dall’analisi di IrpiMedia risulta, a partire dalle interdittive, l’esistenza di una struttura complessa e ramificata su scala nazionale che lega imprenditori attivi in diverse parti d’italia che, con diverse società, riescono ad aggiudicarsi l’uso di enormi quantità di terreni da pascolo tramite i quali incassare i fondi europei

Di truffe piccole e grandi sui fondi Pac ce ne sono state molte, nessuno però, in Abruzzo, immaginava che dietro queste truffe si nascondesse un sistema collaudato e organizzato.

«Diverse storie a livello giornalistico sono state scritte sulla situazione dei nostri pascoli, ma tutte con un taglio che minimizza il problema: qualche furbetto che intasca i fondi Pac» ma quello che lo studio in questione ha evidenziato «è un sistema organizzato a livello nazionale, altro che singoli furbetti», afferma la professoressa.

Dalla riforma della Pac del 2003 l’accesso ai sussidi ha sempre creato degli spazi grigi che lasciano la possibilità di appropriarsi in modo illecito degli aiuti europei al reparto agropastorale. Ma le interviste condotte tra il 2017 e il 2020 hanno rivelato un fenomeno ben più grave. «C’è mafia sul pascolo. I pascoli vengono presi da ditte prestanome, ma non puoi metterti di traverso perché ci passi i guai», afferma un intervistato. C’è mafia sul pascolo. Queste parole non potevano passare inosservate, soprattutto quando più di 200 intervistati fanno riferimento a un sistema mafioso e ad atti intimidatori e violenti. Ma in che senso «c’è la mafia»? Questa è la domanda alla quale la professoressa Calandra ha provato a dare risposta andando oltre il suo ruolo accademico…

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giovedì 23 novembre 2023

L’industria aeronautica sconvolge il clima. Proteste in Belgio di Code Rouge

La terza edizione di Code Rouge si avvicina. Dopo TotalEnergies ed Engie, ora è la volta del settore aeronautico. Dal 15 (sera) al 17 dicembre, insieme, lo faremo tremare! #PeopleNotFlights. Questa volta, Code Rouge (Codice Rosso, un movimento ambientalista belga, N.d.R.) affronta l’aviazione! 

Sebbene non sia un segreto che l’aviazione è un disastro per il clima, imponga condizioni di lavoro incerte e abbia un impatto devastante su natura, agricoltura e salute, il settore beneficia ancora di numerosi vantaggi fiscali e sussidi per milioni di euro, consentendone la crescita oltre i limiti planetari, e questo a beneficio dell’1% della popolazione responsabile di oltre la metà delle emissioni dei voli passeggeri. Tuttavia, è la maggioranza complessiva delle comunità emarginate, precarie e trattate con razzismo a pagarne il prezzo. È giunto il momento di tenere a freno l’industria aeronautica per farle compiere una svolta radicale, mettendo al primo posto le persone e il pianeta.

L’industria aeronautica sconvolge il clima

L’aviazione è una delle forme di trasporto a maggior impatto climatico. Gli aerei emettono non solo CO2  – che rappresenta circa il 2,5% delle emissioni globali – ma anche ossidi di azoto (NOx), particolato carbonioso, fuliggine e scie di condensazione, che contribuiscono al riscaldamento globale in misura doppia rispetto alle emissioni di CO2. In definitiva, l’impatto climatico di un volo può essere fino a 80 volte maggiore di quello di un viaggio in treno per la stessa tratta. E questo impatto sul clima aumenta di anno in anno.

Le emissioni del settore aereo stanno crescendo più rapidamente di quelle di qualsiasi altro modo di trasporto e le proiezioni indicano che, senza azioni incisive, le emissioni triplicheranno entro il 2050, il che equivarrebbe a un quarto del bilancio di carbonio globale per un aumento di 1,5°C. Mentre la scienza indica chiaramente che ridurre i voli è l’unica soluzione efficace a breve termine, l’industria continua a crescere e a venderci le sue bugie sui carburanti “verdi” sostenibili e sugli aerei elettrici che non offrono alcuna possibile riduzione delle emissioni a breve termine.

Ingiusto ed estremamente inutile

Il problema sono i jet privati, i voli cargo non necessari e la sovrabbondanza di voli turistici. L’80% della popolazione mondiale non ha mai preso l’aereo e l’1%  della popolazione mondiale è responsabile di oltre la metà delle emissioni globali dei passeggeri aerei. Ciò include voli turistici e voli privati. Quanto ai voli cargo, servono per trasportare in maniera ultrarapida prodotti di bassa qualità acquistati su internet, come il “fast fashion”, una pratica inquinante legata al capitalismo globale che incoraggia la sovrapproduzione e il consumo eccessivo e ha un impatto climatico 100 volte più importante  per tonnellata di merci trasportate rispetto al trasporto marittimo.

Anche i voli passeggeri commerciali sono in aumento, in parte dovuto al fatto che le compagnie aeree low cost approfittano dei benefici fiscali e minano le condizioni di lavoro per continuare a espandersi, rafforzando così le disparità di prezzo che schiacciano la concorrenza dei treni per le tratte brevi.

Nel frattempo, i jet privati ​​sono più numerosi che mai, portando a un raddoppio delle loro emissioni tra il 2021 e il 2022. Sebbene siano riservati ai super-ricchi, spetta alla maggioranza della popolazione mondiale subirne le conseguenze in termini di condizioni meteorologiche estreme, malattie legate alle emissioni o inquinamento acustico, rendendo questi aerei un attacco scandaloso al principio di giustizia climatica e sociale. Quindi, mentre l’aviazione presenta alcuni vantaggi in settori specifici ed è essenziale per consentire alle comunità di migranti e agli sfollati di rimanere in contatto con le proprie famiglie, la maggior parte delle attività del settore sono inutili e intrinsecamente ingiuste.

E questo con i nostri sussidi e le agevolazioni fiscali

Nonostante il suo impatto disastroso sul clima, il settore dell’aviazione gode, nel mondo, di un trattamento preferenziale rispetto ad altri mezzi di trasporto. Le compagnie aeree non pagano le tasse sul kerosene né l’IVA sui biglietti aerei, a differenza di tutti gli altri mezzi di trasporto come automobili e treni. Il Belgio perde così 700 milioni di euro all’anno in contributi fiscali da parte del settore dell’aviazione. L’industria aeronautica non solo sfugge alle tasse: è anche abbondantemente finanziata grazie al denaro pubblico e quindi, in ultima analisi, dai cittadini.

Per esempio, gli aeroporti regionali beneficiano di milioni di sussidi che consentono alle compagnie aeree low cost di ottenere enormi profitti, per non parlare degli aiuti statali ricevuti da queste stesse compagnie per salvarle dalla bancarotta al tempo della pandemia. Infine, le autorità stanno investendo milioni in infrastrutture attorno agli aeroporti, denaro pubblico che potrebbe essere utilizzato molto meglio per finanziare mezzi di trasporto alternativi (come i treni), istruzione, assistenza sanitaria, finanziamento di perdite e danni, riparazioni o la rivoluzione energetica, mentre tanti cittadini faticano a nutrirsi e a riscaldarsi.

A scapito della sicurezza alimentare e della salute

L’aviazione non riguarda solo gli aerei: questo settore richiede infrastrutture invasive come gli aeroporti che non solo occupano molto spazio, ma ci ancorano a questo sistema di trasporti per decenni. In un paese piccolo come il Belgio, semplicemente non c’è spazio – né bisogno – per sei aeroporti internazionali. Sui 2.500 ettari attualmente occupati dai vari aeroporti, l’agricoltura agroecologica potrebbe nutrire più di mille persone o assorbire più di 20.000 tonnellate di CO2 all’anno. Al contrario, gli aeroporti vengono ampliati a scapito dei terreni agricoli, essenziali per la nostra sovranità alimentare. La cementificazione dei nostri spazi naturali e agricoli ci rende ancora più vulnerabili ai fenomeni meteorologici estremi, come hanno chiaramente dimostrato le inondazioni del 2021.

Ma non è tutto: questi numerosi aeroporti nel mezzo di un Paese densamente popolato sono dannosi anche per la salute pubblica. Attualmente in Belgio più di mezzo milione di persone vive nei pressi degli aeroporti, esponendosi a maggiori concentrazioni di polveri sottili e a disturbi del sonno (a causa dei voli notturni) che hanno un impatto significativo sul sistema respiratorio e cardiovascolare, provocando asma, malattie cardiache e ipertensione. Sono soprattutto le donne a subire gli effetti dannosi di questo inquinamento atmosferico. A risiedere vicino agli aeroporti sono comunità precarie, emarginate e discriminate che spesso non hanno altra scelta se non quella di vivere lì a causa degli alti costi degli alloggi altrove, e che vedono aumentare di anno in anno il numero dei voli e l’inquinamento che ne deriva. Inoltre, basta un solo incidente perché si verifichi una catastrofe terribile come quella di Bijlmermeer (vicino ad Amsterdam).

Condizioni di lavoro difficili

Il trasporto aereo è un’importante fonte di posti di lavoro, molti dei quali vengono svolti in condizioni di lavoro sempre più precarie e difficili. Gli addetti ai bagagli, i magazzinieri e il personale di rampa sono spesso tenuti a svolgere compiti pericolosi e massacranti, aggravati da pratiche discutibili del datore di lavoro, come contratti a breve termine e lavoro freelance, carenza di personale o lavoro notturno. Anche professioni relativamente apprezzate come gli equipaggi di cabina o i piloti sono oggi soggette a dumping sociale, favorito in particolare dall’espansione del low-cost.

Questi lavori sono anche fonte di costi significativi per la comunità in termini di sussidi, investimenti e impatto sul clima e i numerosi lavori poco qualificati sono molto sensibili alla delocalizzazione e all’automazione.

Nel prossimo futuro, l’aviazione dovrà decrescere radicalmente per garantire un futuro vivibile al pianeta e molti di questi posti di lavoro scompariranno, rendendoli particolarmente precari. Al contrario, una ricollocazione delle catene di produzione associata a una riduzione collettiva dell’orario di lavoro potrebbe creare nuove opportunità a livello nazionale in condizioni di lavoro migliori. È quindi giunto il momento di investire tutte queste risorse pubbliche nello sviluppo di posti di lavoro di qualità, significativi e socialmente utili.

È tempo di agire

Mentre gli scienziati concordano sul fatto che l’aviazione debba decrescere nel breve termine per garantire un futuro vivibile alla Terra, questo settore continua a crescere indipendentemente dai limiti planetari. Ecco perché Code Rouge chiede la fine immediata dei sussidi all’aviazione, il divieto per i jet privati ​​e la decrescita radicale del settore aereo.

Dal 15 al 17 dicembre ci imbarcheremo in un’azione di massa per la giustizia sociale e climatica, contro l’industria aeronautica. Unisciti a noi! www.code-rouge.be

Traduzione dal francese di Enrica Marchi. Revisione di Thomas Schmid.

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mercoledì 22 novembre 2023

Sospesa la caccia nella zona dove sono presenti i giovani Orsi figli dell’Orsa Amarena - Grig

 

Orso marsicano (Ursus arctos marsicanus)

Su richiesta dell’Ente Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, la Regione Abruzzo ha sospeso la caccia al Cinghiale (Sus scrofa) nella zona dove sono presenti i due giovani Orsi (Ursus arctos marsicanus) figli della povera Orsa Amarena.  

Una buona notizia senza dubbio.

La sospensione della caccia al Cinghiale è prevista fino al prossimo 30 novembre, data entro cui gli orsacchiotti dovrebbero trovarsi in ibernazione, il letargo invernale.

Come tutti ricordiamo, l’uccisione dell’Orsa Amarena, nel settembre scorso, ha costituito un gravissimo atto contro la natura e la biodiversità del Bel Paese, avverso cui il GrIG ha inoltrato denuncia-querela alla magistratura, intendendo costituirsi parte civile in un’eventuale sede dibattimentale.

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

da Kodàmi, 9 novembre 2023

Caccia al cinghiale sospesa per proteggere i figli dell’orsa Amarena.

L’imminente apertura della caccia al cinghiale rischiava di compromettere l’incolumità dei figli dell’orsa Amarena. La Regione Abruzzo ha però accolto la richiesta inviata dai vertici del Parco d’Abruzzo di vietare questa attività nelle aree frequentate dai giovani orsi. (Maria Neve Iervolino)

(foto A.N.S.A.)


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martedì 21 novembre 2023

AFGHANISTAN: OPPIO E TALEBANI - Maria Morigi

  

L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) ha pubblicato un comunicato1 con i risultati d’inchiesta “La coltivazione di oppio in Afghanistan nel 2023 è diminuita del 95% in seguito al divieto della droga”. Kabul/Vienna, 5 novembre 2023


L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) ha pubblicato un comunicato1 con i risultati d’inchiesta “La coltivazione di oppio in Afghanistan nel 2023 è diminuita del 95% in seguito al divieto della droga”. Kabul/Vienna, 5 novembre 2023

Nel comunicato si accenna che la drastica diminuzione è il risultato del “divieto di droga imposto dalle autorità di fatto nell’aprile 2022” e si precisa: “La coltivazione di oppio è diminuita in tutte le parti del paese, da 233.000 ettari a soli 10.800 ettari nel 2023. La diminuzione ha portato a un corrispondente calo del 95% nella fornitura di oppio, da 6.200 tonnellate nel 2022 a sole 333 tonnellate nel 2023.”

Se ne evince che prima, sotto il governo a democrazia importata, produzione e consumo di droga erano alle stelle in Afghanistan!

Le autorità cui si riferisce il comunicato – senza nominarli – sono i Talebani, cioè il governo dell’Emirato islamico dell’Afghanistan proclamato l’11 settembre 2021 dopo il tragico ritiro delle forze USA-NATO e non riconosciuto dall’Occidente. E certo, si fa fatica ad ammettere che i Talebani operano non solo in base a severi principi etici 2, ma per salvare il popolo afghano da una crisi alimentare e umanitaria definita dal World Food Program come “la più devastante del pianeta”. Perché la realtà è che l’Afghanistan è stato completamente abbandonato dopo l’occupazione ventennale. I soldi, 10 miliardi di dollari che Stati Uniti, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale avevano garantito quali riserve finanziarie, sono stati bloccati dopo la caduta di Kabul. Questi 10 miliardi, per essere fruibili, devono essere acquisiti da un governo riconosciuto in piena legittimità a livello internazionale.

1 Link del comunicato UNODC https://www.unodc.org/unodc/en/press/releases/2023/November/afghanistan-opium-cultivation-in-2023-declined-95-per-cent-following-drug-ban_-new-unodc-survey.html

2 Negli anni ‘90 l’Asia centrale produceva 3/4 dell’oppio mondiale. La produzione, in aumento vertiginoso dal crollo dell’Unione Sovietica, era legata al boom petrolifero dei “Quattro Cavalieri” (Exxon-Mobil, Chevron-Texaco, BP-Amoco, Royal DutchShell), e il ‘paradiso della corruzione’ afghano mise sul mercato 4.600 tonnellate di oppio nel solo 1998. L’anno seguente, quando i Talebani annunciarono un giro di vite sulla produzione dell’oppio, la CIA, l’aristocrazia afghana e i sostenitori turchi dei Lupi Grigi (il cui contrabbando interessava l’oleodotto del Mar Caspio dei Quattro Cavalieri) ne furono contrariati. I campi di papavero infatti si trasferivano a nord, grazie i Sauditi che finanziavano lo spostamento della produzione e gruppi di militanza armata anti-talebani.

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lunedì 20 novembre 2023

Perché ci siamo rassegnati alla scomparsa delle edicole? - Michele Lupi

 

Ne sono rimaste poche e quelle ancora in attività faticano a trovare la propria identità nello spazio che occupano. Garantirne l’esistenza significa ripensare il mercato editoriale e ragionare in termini di prossimità, attribuendo una rinnovata rilevanza ai quartieri.


Mi sono sempre chiesto perché, in tutti questi anni, ci siano state così poche idee indirizzate a rivoluzionare o almeno a dare un futuro a quei chioschi (roventi d’estate, gelidi d’inverno) chiamati edicole. Quando facevo il direttore di riviste, un tentativo di pensare a cosa sarebbero diventate le edicole, una volta che la crisi della carta stampata avrebbe strangolato la distribuzione dei giornali, l’avevo innescato. Ricordo ancora un editoriale d’apertura di Rolling Stone Italia, scritto forse nel 2011, in cui segnalavo il progetto di una società svedese che proponeva di trasformare le edicole degli aeroporti in distributori automatici on demand, in grado cioè di stampare sul momento il giornale scelto dal cliente: niente più catena distributiva, ma un semplice invio di file digitali da parte dell’editore a un sistema automatizzato che avrebbe “sputato” la copia stampata, al momento e nelle mani del lettore. Niente più tirature, niente più distribuzione.

Quell’editoriale ricordo che provocò la reazione del rappresentante italiano degli edicolanti, che mi scrisse una lettera di fuoco (ma devo dire anche cordiale) per accusarmi di essere un sabotatore degli edicolanti: in pratica stavo – seppur involontariamente – alimentando con idee nuove la crisi di un mestiere antico. È sempre così: la tecnologia semina il panico, e viene accusata di mangiarsi i posti di lavoro – basta guardare cosa sta accadendo oggi con le polemiche su ChatGPT e sull’Intelligenza Artificiale. Il problema, però, non è la tecnologia in sé, ma l’evoluzione della società e dei costumi, che chi si occupa di tecnologia cerca di cavalcare e alla quale vuole anche dare risposte.

Allora ne nacque un acceso scambio epistolare, dove la controparte “edicolanti” muoveva critiche legittime: «Voi giornalisti, ma soprattutto i vostri editori, non venite mai a parlare con noi, che rappresentiamo la parte finale della vostra filiera e siamo gli unici davvero a contatto con i vostri lettori: conosciamo tutti i loro gusti, conosciamo le lamentele, sappiamo cosa vogliono. Eppure, con noi, nessuno parla». Avevano ragione. Come sono andate le cose lo sappiamo: i grandi editori hanno fatto un’immensa fatica a capire e ad adattarsi ai cambiamenti, il modello di business tradizionale non ha retto e ora – nel mondo della carta stampata – quelli che erano i titoli più autorevoli faticano molto e le uniche cose davvero interessanti e vivaci – perché fatte con passione e cuore – sono i prodotti della stampa indipendente.

Se guardiamo agli Stati Uniti, il mercato delle riviste di carta è florido per quelle indipendenti (che hanno strutture leggere, nate oggi) e drammatico per gli editori tradizionali, i vecchi dinosauri. Il problema distributivo resta: se la stampa indipendente vive di un circuito proprio – che non sfrutta il sistema delle edicole – tutto il resto della stampa tradizionale boccheggia da anni. L’emorragia di edicole sul territorio italiano è evidente: a leggere i dati, si apprende che il 25 per cento dei Comuni italiani non ha più un’edicola in attività. Oltre a questo, un altro 30 per cento (l’equivalente di circa 2500 Comuni) possiede una sola edicola aperta.

In base alla ricerca condotta dal Sindacato Nazionale Autonomi Giornalai, aderente alla Confcommercio, in Italia a oggi ci sono poco meno di dodici mila edicole in attività (il numero esatto – al momento della ricerca – dice che erano 11.904), con ben 844 punti vendita chiusi nel 2021. Solo a Roma, sono ben 54 le edicole che hanno cessato l’attività nello stesso anno, ma il numero sale a 77 se si considera l’intera provincia. Un dato interessante è questo: circa il 40 per cento delle edicole sono imprese femminili. Per fortuna non ci sono solo chiusure: tra subentri e nuove imprese, il numero delle aperture è di circa 500: più di un quarto di queste, hanno come titolare un under 40.


E qui arriviamo alla mia esperienza personale: nonostante siamo ben oltre i quaranta anni di età, con quattro amici (Martina, Alioscia, Paolo e Alessandro) ho deciso di comprare un’edicola. Non è proprio un acquisto: tecnicamente si tratta di rilevare una licenza da edicolante, perché il suolo sul quale poggia l’edicola non si può comprare, essendo del Comune di Milano, che lo dà in concessione. Il tema è simile a quello delle spiagge – con tutti i problemi e le polemiche legate alla direttiva Bolkestein relativa ai servizi nel mercato europeo – ma in sostanza la cosa più importante è che un’edicola non può cambiare destinazione d’uso, e quindi deve continuare con la sua attività di vendita giornali e non può essere trasformata in qualche cosa d’altro, tipo baretto, chiringuito o altro. Ampliando la licenza si possono vendere anche altri beni di consumo, ma non si può fare mescita: per intendersi, si può vendere un succo di frutta chiuso, sigillato, ma non lo si può servire in un bicchiere. Per capirci, non si può fare concorrenza ai bar.

Quando abbiamo visto che l’edicola del nostro quartiere (a Milano, Lambrate, in via Conte Rosso) aveva definitivamente tirato giù le saracinesche cessando l’attività, abbiamo deciso di intervenire rilevandola. Quindi non per trasformare il chiosco in un negozietto di souvenir o in un chiringuito, ma semplicemente per cercare di salvare e ridare slancio al ruolo sociale dell’edicola all’interno della nostra comunità: per immaginare sul campo, soprattutto, cosa possono diventare le edicole oggi. Ci siamo subito infatti accorti di quanto l’edicola di via Conte Rosso mancasse a tanti residenti: agli anziani – che, non utilizzando i supporti digitali, con la chiusura non potevano più leggere un quotidiano – ma anche ai bambini, che in quell’edicola compravano riviste per l’infanzia, i libri e qualche giocattolo. Da sempre le edicole hanno un ruolo importante come punto d’incontro dei quartieri, ma anche come punto d’ascolto. Noi siamo infatti partiti dal concetto di lettura, non solo della carta stampata, ma anche del territorio. L’edicola della quale oggi siamo proprietari è una bella struttura longilinea, adagiata sulle mattonelle rosa che delimitano l’angolo tra viale delle Rimembranze di Lambrate e via Conte Rosso. Quando abbiamo notato il cartello «Vendesi», era da tempo che stavamo cercando un progetto da sviluppare insieme, qualcosa che ci permettesse di essere utili al quartiere, e che potesse darci la possibilità anche di divertirci.

Nelle prime riunioni, a casa di Alioscia, frontman dei Casino Royale e gestore di Elita Bar in zona Navigli, eravamo davvero a zero: abbiamo cercato di capire quale potesse essere la via giusta, trovando un equilibrio tra l’attività di vendita di riviste e giornali e un’attività culturale di più ampio respiro. Abbiamo studiato, incontrato i responsabili del Comune di Milano che ci hanno spiegato. Il nostro obiettivo era, soprattutto, l’evitare che quel chiosco diventasse «un residuato del passato, come una sorta di cabina telefonica nell’epoca dei cellulari» (la frase è di Andrea Innocenti, del Sindacato dei Giornalai). Adesso non ci resta che partire.

https://www.rivistastudio.com/edicole-crisi/

domenica 19 novembre 2023

Si sapeva che era politica, ora è nero su bianco - Il Chimico Scettico

 

 

Come riportato negli stralci pubblicati negli ultimi giorni, si legge che il 6 aprile del 2020 Silvio Brusaferro, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e allora portavoce del Comitato Tecnico Scientifico istituito durante la dichiarata emergenza legata al Sars-Cov2, manda dei grafici e dei dati a Roberto Speranza, allora Ministro della Salute, circa l’andamento epidemico positivo nel Paese per concordare la linea da adottare. In quel periodo la discussione prevedeva la possibilità, sulla base dei dati scientifici in possesso al CTS, di riaprire alcune attività dopo mesi di lockdown, la cui fine sarebbe arrivata un mese dopo. Speranza risponde a Brusaferro dicendo: «Domani tieniti sulle curve all’inizio [intese quelle del contagio, ripetute con bollettino giornaliero]. Poi vediamo domande. Due avvertimenti: 1) tutto quello che direte può finire fuori alla stampa. 2) se vogliamo mantenere misure restrittive conviene non dare troppe aspettative positive». A queste parole, Brusaferro risponde: «Ok. Quindi niente modelli come quello che ti ho mandato. Ci raccordiamo domani. Buonanotte». Dopo che, il giorno dopo, il Presidente dell’ISS e membro del CTS aveva svolto il compito dettato da Speranza, l’ex Ministro della Salute scrive: «Ottimo. Tenete duro ora». Brusaferro risponde in cerca di conferma: «Sufficiente?». Speranza ribadisce: «Ottimo». Brusaferro interroga Speranza sulla linea da tenere: «Glielo diciamo? Che prevediamo sempre la chiusura?». Speranza sentenzia: «Si. Chiaramente».

Oggi il funzionamento del meccanismo di gestione della pandemia in Italia viene messo nero su bianco, e non dall'apposita Commissione parlamentare, ma dalla documentazione raccolta dalla magistratura. Non è precisamente una novità, nel 2020 Miozzo, inventore dell'inutilissima mascherina di comunità che comunque doveva essere usata, aveva già spiegato come andavano le cose (https://ilchimicoscettico.blogspot.com/2020/09/come-si-gestisce-la-sanita-pubblica-col.html).

Quindi più di uno aveva capito di che regia si trattasse, ai tempi, e già un annetto fare si potevano tirare le conclusioni (https://ilchimicoscettico.blogspot.com/2022/12/yes-it-was-yes-it-is.html). L'agenda politica fatta di stronzate era percepibile fin da prima dalla dell'autocelebrativo libro di Speranza Perché guariremo, velocemente pubblicato e poi ritirato nell'autunno del 2020, in cui il ministro raccontava del suo sforzo eroico per far sdoganare quelle mascherine farlocche.

Una nota su una presenza politica in quelle riunioni con il CTS: c'era anche la Zampa (https://it.wikipedia.org/wiki/Sandra_Zampa), al tempo sottosegretaria alla salute. Una, che quando la pressione politica per la composizione del governo Draghi risparmiò Speranza, passò da sottosegretaria a esperta (imbullonata saldamente al ministero, ovviamente esperta, sì, di politica PD). Fiera sostenitrice delle estensioni più estreme del green pass all'italiana (https://www.open.online/2021/07/19/covid-19-zampa-green-pass-supermercati/), la signora da vera esperta ha iniziato un percorso di smarcamento (https://www.youtube.com/watch?v=JmOThuwsQ7Q&t=50s). Ma era lì in quelle riunioni in cui la politica dettava la linea.

"Non disturbate il guidatore", dicevano. Ma al volante c'era un incapace con evidenti manie di grandezza e gonfio di vuote parole.

Verrebbe da commentare che no, l'Italia oggi non è un grande paese e quindi si merita ducetti come lui e come quelli che a lui sono seguiti. Un tribunale politico? Ma magari! Pronto a scommettere sulla completa inutilità e inefficacia della commissione parlamentare. Però un po' di annali sarebbe bene iniziare a scriverli giusti. Tante volte uno storico volesse pubblicare un libro sulla pandemia in Italia, chissà.

Ricordatevi che ai tempi medici e accademici divorati dal fervore per il giusto, scientificamente opinabile o inconsistente, rilanciarono quella linea di gestione come indiscutibile - notare nel brano Brusaferro sulle scuole e quanto la loro chiusura non avesse basi. Una gestione indiscutibile nonostante statistiche che gridavano vendetta al cielo (numeri rilevati inferiori all'errore sulla rilevazione stessa, quindi non significativi).

Ora probabilmente si dirà che i decisori agirono male ma ottenendo un risultato sacrosanto e "scientifico". E che il problema della Svezia, a cui furono indirizzate tonnellate di fango, è che agirono male ottenendo un risultato esecrabile e ascientifico. Perché alla fine conta solo quel che è giusto per giusti. Per questo il dibattito scientifico fu impossibile quasi da subito e la cosa qua sopra e altrove fu ribadita più di una volta (https://ilchimicoscettico.blogspot.com/2021/03/onesta-nellopposizione-tra-opinioni.html).

Quindi sì, è bene ripeterlo: erano le stronzate dell'agenda politica di qualcuno.

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