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mercoledì 1 aprile 2020

I bambini? Meglio che touch…ciano poco - Mauro Presini



Durante un incontro con un gruppo di genitori (mentre parlavo del bisogno che hanno i bambini, anche a scuola, di giocare di più all’aperto, di correre, di far capriole, di buttarsi nei mucchi di foglie secche, di saltare i fossi, di giocare con la terra, di costruire con materiali diversi) ho criticato sia l’eccessiva propaganda che alcuni colleghi fanno a proposito dei presunti risultati educativi ottenuti grazie alle loro Lavagne Interattive Multimediali, sia l’uso eccessivo dei tablet e degli smartphone da parte dei bambini.
In questi casi infatti, invece di adoperare le mani per realizzare qualcosa di concreto, le dita si limitano a “toccare” alcune parti dello schermo che, a loro volta, avviano un’applicazione o un procedimento virtuale; di conseguenza ho parlato dei rischi di una sorta di “analfabetismo motorio”.
Nel farlo ho inventato un parola che non esiste: ho detto infatti che “i bambini che touch…ciono troppo potrebbero avere problemi perché sono diversi gli studi sulle interazioni con lo sviluppo neurocognitivo, il sonno, la vista, le funzioni metaboliche e lo sviluppo emotivo in età evolutiva.”
“Touch…ciono”, che si pronuncia: “tacciono”, è una storpiatura del verbo inglese “to touch” che vuol dire “toccare” e del verbo italiano “tacere” che vuol dire “star zitti”.
Questo lapsus, solo apparente, nasconde qualcosa di voluto: cioè il tentativo di evidenziare che l’uso eccessivo di questi strumenti, anche da parte di bambini molto piccoli, sia una scelta (involontaria?) di certi genitori per zittirli “ipnotizzandoli” con le immagini di videogiochi o di filmati.
Molti bambini hanno un accesso ai loro tablet quasi illimitato ed è molto diffuso vedere nei locali pubblici i genitori che cenano tranquillamente con, seduti di fianco, i loro figli “sedati”, zitti e con lo sguardo assente, che si cibano delle immagini che provengono dai monitor del cellulare dei genitori o del tablet.
Io non voglio demonizzare l’uso di questi strumenti ma credo che i genitori dovrebbero  insegnare ai bambini a farne un uso consapevole: limitando gli orari, scegliendo i giochi che fanno, controllando le attività in rete e soprattutto proponendo anche altre alternative.
Credo anche che i genitori dovrebbero insegnare concretamente ai loro figli il senso ed il valore del dialogo cioè a parlare bene insieme, fin da piccoli, sia a casa che nei locali pubblici.
È davvero molto importante altrimenti c’è il rischio di avere bambini che pensano di sapere e di saper fare perché il tablet gli ha insegnato a superare degli ostacoli, solo virtuali, ma che poi possono soffrire di un altro tipo di analfabetismo: quello emotivo.
Infatti, non avendo imparato a parlare per ascoltare e per capirsi potrebbero non essere in grado di trovare le parole per comunicare adeguatamente e soprattutto per incanalare le loro rabbie, le loro frustrazioni, le loro felicità, le loro tristezze, le loro paure, i loro bisogni  insomma per esprimere i loro stati d’animo.
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Forse la sto facendo più grande di quella che è ma, da maestro elementare, sono preoccupato.
In questi casi mi aiuta l’ironia e, visto che penso spesso per paradossi, immagino certi bambini male istruiti e male educati, per quel che hanno imparato “touch…endo”, che  rispondono a certe domande di certi genitori, i quali per sembrare amorevoli con i loro figli usano il “bambinese”, cioè quella lingua cantilenante piena di vezzeggiativi e di parole semplificate, come ad esempio: pappa, ciccia, bua, totò, bau, tato, cacca, babau, ecc.
… e allora mi diverto ad immaginare che, ad esempio, quando un bambino si fa male e la mamma gli chiede se si è fatto la BUA, il figlio le risponda che è troppo piccolo per avere una relazione sessuale con la moglie del BUE… o ancora quando passa un cane e qualcuno gli dice: “Amore, guarda il BAU”, il bambino indottrinato in malo modo dai tablet, scambi quella parolina per la scuola tedesca di arte e design: il Bauhaus e consideri il cane un’opera d’arte moderna… o infine quando il genitore minaccia il figlio dicendogli: “Se non fai il bravo ti faccio totò sul sederino” questo si aspetti che il genitore gli faccia l’imitazione di Antonio De Curtis, in arte Totò, sulle natiche.
Stupidaggini, ovviamente, ma che servono a provocare una reazione: ci interessano i bambini? Ci interessa cosa pensano? Ci interessa cosa provano? Gli parliamo? Li ascoltiamo? Come li ascoltiamo? Come gli parliamo?
La frase finale di una stupenda poesia di Danilo Dolci recita: “Ciascuno cresce solo se sognato”… ecco forse la domanda delle domande provocatorie è proprio questa: li sogniamo i bambini? E se sì, come li sogniamo?
Se non lo facciamo, non possiamo aspettarci che crescano, al massimo possiamo sperare che touch…ciano un po’ meno.

sabato 29 giugno 2019

Problemi di sonno? Importante navigare sul web in modo sano - Heather Cleland Woods, Holly Scott




 [Traduzione a cura di Elena Intra dall’articolo originale di Heather Cleland Woods e Holly Scott pubblicato su The Conversation]

Sia in Europa che negli Stati Uniti, oltre il 90% degli adolescenti ha il volto immerso nello schermo prima di andare a letto. Spesso, questo comporta un danno per il sonno. È molto più probabile che chi sta davanti allo schermo prima di dormire riporti poi problemi ad addormentarsi, risvegli durante la notte e meno ore di sonno in generale. Tali difficoltà sono legate non solo a un rendimento scolastico più scarso, ma anche un aumento del rischio di problemi di salute, come il diabete e le malattie cardiache, con l’avanzare dell’età.
Di conseguenza, l’uso dello schermo da parte degli adolescenti viene considerato una malsana dipendenzada gran parte dei media. Ma questa narrativa si basa su un fraintendimento cruciale della ricerca. Il problema non è l’uso degli schermi nelle ore notturne, ma il modo in cui vengono utilizzati.
Dopo che un recente studio ha dimostrato come limitare l’uso dello schermo per una settimana potrebbe ripristinare le normali abitudini di sonno negli adolescenti, i titoli dei media hanno ampiamente acclamato questa soluzione come la “salvezza” per i ragazzi dal sonno disturbato. Tuttavia, questi titoli hanno quasi esclusivamente ignorato il fatto che indossare occhiali anti luce blu fosse un metodo altrettanto efficace.
L’esposizione alla luce blu, con le sue conseguenze sull’attenzione, è indubbiamente un problema: quando proviene dai nostri schermi durante le ore notturne, può interrompere i naturali ritmi circadiani che secernono gli ormoni del sonno necessari per preparare i nostri corpi al riposo. Ma è anche un problema facile da risolvere. Esistono già applicazioni su telefoni e computer portatili che modificano l’intensità della luce in base all’ora del giorno, avvicinandosi, in modo un po’ irrealistico, allo stesso effetto dell’indossare occhialini speciali.
La chiave è il contenuto
C’è una questione molto più urgente che sta al centro della relazione tra l’uso dei dispositivi all’ora della buonanotte e il sonno, non solo per i giovanissimi ma per tutti. Gli schermi che osserviamo non sono privi di contenuti e il modo in cui interagiamo con essi è fondamentale.
Le attività passive come la lettura di contenuti neutri per lo più non creano problemi, a patto che si presti attenzione a evitare di tenere il cervello che frulla fino a tarda notte. L’area chiave di preoccupazione sono i social media. Quasi la metà dei giovani di età compresa tra i 13 e i 17 anni ammette di essere quasi costantemente online, e questi utenti assidui hanno maggiori probabilità di riportare problemi ad addormentarsi, oltre a svegliarsi ripetutamente durante la notte.
Oltre il 90% degli adolescenti prima di addormentarsi, naviga online.
Ma questi impatti negativi dipendono anche dalla nostra relazione con i social media, piuttosto che dal loro semplice utilizzo. Il lavoro svolto, sia dal nostro laboratorio che da altri, suggerisce che gli impatti negativi dei social media sulla qualità del sonno possono essere il risultato di ansia, depressione e abbassamento dell’autostima che questi possono indurre. Fondamentalmente, gli effetti negativi dei social media sulla salute mentale non sono inevitabili, ma dipendono dal modo in cui interagiamo online. Se impiegato nel modo giusto, l’utilizzo dello schermo può effettivamente essere utile.
Ad esempio, il tempo trascorso utilizzando piattaforme basate su immagini come Instagram e Snapchat (ma non piattaforme basate su testo come Twitter) è associato a una diminuzione della solitudine, probabilmente per via di un maggiore senso di intimità e interconnessione. Tuttavia, questo vantaggio dipende dall’utilizzo della piattaforma come metodo di interazione con altre persone – coloro che invece si limitano a trasmettere contenuti in realtà segnalano una maggiore solitudine. Dipende anche dal seguire persone che si conoscono: più estranei si seguono, più è probabile riportare sintomi depressivi.
Potrebbe anche sorprendere sapere che il confronto sui social non è sempre problematico – l’importante è come lo si fa. Paragoni basati sull’abilità, come confrontarsi con post di “aspirazione fit” che mostrano immagini di corpi che solo alcuni di noi hanno il tempo e la capacità di raggiungere, possono portare a depressione e invidia. Al contrario, i confronti sulle opinioni, in cui gli utenti dei social media cercano le opinioni degli altri per dare un senso al mondo che li circonda, possono portare le persone a sentirsi ispirate e ottimiste.
Navigazione notturna sana
Tenendo conto di tutto ciò, ecco alcuni suggerimenti basati sulle più recenti ricerche su schermi e social media per aiutare a sfruttare al massimo la navigazione serale e dormire sonni tranquilli.
• Usare le piattaforme per creare community e mantenere i contatti attraverso l’interazione: troppa navigazione solitaria o il lavoro di auto-esposizione possono danneggiare la propria tranquillità e, quindi, la facilità ad addormentarsi. E ricordare sempre che le “immagini perfette” che vediamo non sempre corrispondono alla vita reale.
• Cercare di lasciare l’ultima mezz’ora prima di dormire per fare qualcosa di non troppo stimolante. Mettere giù il telefono un po’ di tempo prima di addormentarsi è una buona abitudine, ma se si ha intenzione di usarlo, meglio usare un’applicazione per regolare la luce dello schermo e fare qualcosa di passivo, non emotivo, che faciliti l’arrivo della sensazione di essere assonnati.
• Se si pensa che le attività stiano ostacolando il proprio sonno, o che le routine familiari della buonanotte non corrispondano al proprio ritmo, meglio parlane con qualcuno. Il sonno è importante ma genitori che mandano i figli adolescenti a letto prima che siano pronti a dormire non è sempre la miglior soluzione.
Abbiamo bisogno di allontanarci dalla narrativa dominante degli schermi e dei social media come un male, come un ostacolo a uno sviluppo sano. Usare i dispositivi prima di andare a letto non deve rappresentare un vizio che induce sensi di colpa. Il mondo online è ricco e diversificato.
Come ogni interazione sociale, l’uso dei social media può essere dannoso se sfruttato nel modo sbagliato, ma il mondo virtuale che apre può anche essere soddisfacente, informativo e rafforzativo. Quindi cerchiamo di creare una società che li usi in modo sano – non solo bloccando la luce blu, ma bloccando le cose che ci fanno sentire blue.

mercoledì 13 febbraio 2019

Travolti dalle informazioni - Annamaria Testa


Oggi affrontiamo un bombardamento cognitivo che non ha precedenti nella storia. Per dire: già nel 2008 l’università della California aveva calcolato che l’individuo medio è esposto a 34 gigabyte di contenuti ogni giorno, e a un diluvio di più di centomila parole.
Bene: si considera che la mente umana possa elaborare un massimo di 120 bit di informazione al secondo. Non è poco, ma una normale conversazione da sola consuma circa un terzo di questa potenza di elaborazione.
Il concetto di information overload è stato coniato nel 1964, da Bertram Gross, che ne dà questa definizione: “Abbiamo un sovraccarico d’informazioni quando la quantità di dati inseriti in un sistema è superiore alla sua capacità di elaborazione”. Oggi, sul tema, esiste una gran mole di ricerche.

Fuori tempo utile
Più cose abbiamo a cui stare attenti, meno riusciamo a prestare attenzione. Più cose abbiamo di cui tenere conto, più cerchiamo scappatoie che ci mettano al riparo dall’intollerabile fatica di dover prendere troppe decisioni con troppe variabili. Infine, più cose ci sono che confliggono per catturare la nostra attenzione, più rischiamo di prestare attenzione a quelle non rilevanti.
Parliamo di information overload (sovraccarico cognitivo) quando facciamo fatica a capire perché abbiamo troppi elementi a disposizione, e il nostro cervello non ce la fa a considerarli e valutarli tutti, e a farlo in tempo utile.
Tutto ciò pregiudica la nostra capacità di recepire, selezionare e comprendere gli stimoli che veicolano informazioni importanti per noi. E ha delle conseguenze. Per dire: scegliamo di dar retta agli (incalzanti e attraenti) stimoli visivi dello schermo del telefono e andiamo a sbattere contro il palo della cui noiosa presenza non ci siamo accorti.
Ma anche quando le conseguenze non sono così gravi, sta di fatto che, mentre la quantità di stimoli cresce, la nostra capacità di stare attenti diminuisce. Uno studio svolto dalla Microsoft nel 2016 attesta che, rispetto all’anno 2000, la finestra temporale d’attenzione per chi sta in rete si è ridotta di un terzo: se in precedenza di trattava di 12 secondi, oggi smettiamo di stare attenti dopo soli otto secondi. Per dire: un pesce rosso, che arriva a nove secondi, ha più tenuta di noi.

Stimoli-spazzatura
Questo fenomeno, per inciso, ne innesca un altro: se la capacità di prestare attenzione diminuisce, e se contemporaneamente cresce la disponibilità di informazione, la competizione per catturare la scarsa attenzione delle persone si intensifica a dismisura. E si gioca su emozioni forti come rabbia e paura, su titoli urlati, sulla tossica capacità di sorprenderci delle notizie false.
Così, una quantità di stimoli-spazzatura, che sono molto più potenti ed efficacidella media (ce l’ha detto il Mit nel 2018) intasa il nostro già provato sistema sensoriale. L’ulteriore conseguenza è che, permettendo agli stimoli più prepotenti (non a quelli più importanti) di catturare la nostra scarsissima attenzione, ci esponiamo a una percezione distorta e ansiogena di quanto ci circonda.
Un’altra conseguenza di cui tener conto è questa: molti degli stimoli che recepiamo contengono un’esplicita richiesta di retroazione: guarda! Scopri! Impara! Ridi! Arrabbiati! Scandalizzati! Condanna! Commenta! Condividi! Partecipa! Iscriviti! Compra! Non perdere l’opportunità! Risparmia!
Così, ci tocca decidere se aderire o meno a ciascuna di queste richieste: altra fatica cognitiva che intossica la nostra mente obbligandoci ad aggiungere all’infinità di decisioni grandi e piccole che la vita ci domanda di prendere ogni giorno un’infinità di ulteriori decisioni, tanto minute quanto irrilevanti.
C’è un dato ulteriore: la consuetudine tossica e la condivisione di stimoli altamente drammatici può renderci più insensibili e meno coinvolti. È l’effetto spettatore che, secondo lo psicologo sociale Stanley Milgram, si può (un po’ sbrigativamente) riassumere così: se tutti vedono e nessuno fa niente, anch’io mi sento autorizzato a non far niente. Su, fatevi venire in mente qualche esempio, che in giro ce ne sono diversi.

Decide l’algoritmo
In sostanza: più aumenta l’informazione disponibile, più aumenta la fatica preliminare e aggiuntiva di analizzare e selezionare ciò che ci serve, più aumenta la quantità di decisioni da prendere, più aumentano la fatica, il senso di inadeguatezza, l’indifferenza. Per resistere alla fatica del decidere, cerchiamo di esternalizzarla, e di lasciarla, quando è possibile, agli algoritmi.
Se cerchiamo qualcosa con Google, e ci accontentiamo dei primi risultati prodotti dalla prima parola chiave che abbiamo scritto, in realtà lasciamo che sia un algoritmo a decidere quali sono le informazioni a cui dobbiamo esporci. Se dobbiamo decidere un percorso e lo costruiamo con Google Maps, sarà un algoritmo a dirci che strada dobbiamo prendere. La stessa cosa succede con le pantofole da comprare in rete, o con la serie da guardare stasera. O con le notizie che troviamo sui social media.
Certo: avendo a disposizione quantità crescenti di dati che ci riguardano, gli algoritmi imparano a conoscerci sempre meglio (ricordo l’inquietante promessa fatta dai fondatori di Cambridge Analytica: con 300 like su Facebook, l’algoritmo ti conosce meglio di tua madre).
La tecnologia distrugge il libero arbitrio, scrive Yuval Noah Harari (l’articolo esce, con una diversa traduzione, anche su Repubblica), proponendoci una prospettiva che sembra tratta da Black mirror ma, a pensarci bene, è meno distopica di quanto potrebbe sembrare.
da qui

sabato 2 giugno 2018

L’impatto invisibile dell’era digitale - Silvia Ribeiro



Quando pensiamo all’era digitale, probabilmente la prima cosa che ci viene in mente sono i computer, i telefoni cellulari e altri ovvi elementi di quanto viene chiamato ICT*: tecnologie di informazione e comunicazione. Sembra qualcosa di “etereo”, ma in realtà comporta enormi impatti ambientali ed energetici. Inoltre, l’industria digitale va ben oltre queste prime immagini. È una delle basi fondamentali dello tsunami tecnologico che è già su di noi, ma che difficilmente percepiamo in tutte le sue dimensioni. Tra queste, ad esempio, il rapido sviluppo di “Internet delle cose”, che si propone di sostituire il commercio convenzionale – inclusa anche la spesa settimanale delle famiglie -; la tecnologia digitale che muove i mercati finanziari; le transazioni e le valute digitali; la digitalizzazione dell’agricoltura, con l’uso di automi, droni, satelliti, sensori e big data; l’optogenetica, che si propone di manipolare gli esseri viventi a distanza; l’onnipresenza di videocamere e sensori che comunicano con giganteschi database, che possono includere persino i nostri dati genomici; l’ ”Internet dei corpi”, con la digitalizzazione della medicina e le nuove biotecnologie, e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale che è alla base di tutto questo. Sono tutti settori con forti impatti – scarsamente compresi dalla società – e l’elenco è solo all’inizio.
Uno degli aspetti più pesanti e allo stesso tempo “invisibili” dell’era digitale, è che contrariamente a quanto si potrebbe pensare, gli impatti materiali sull’ambiente, sulle risorse e sulla domanda di energia sono enormi. Jim Thomas, condirettore del Gruppo ETC, lo esemplifica in tre settori: l’iceberg dell’infrastruttura digitale, la domanda di archiviazione dei dati e la vorace domanda energetica per l’uso delle piattaforme digitali.
L’infrastruttura digitale e delle telecomunicazioni già installata, è molto disuguale. Mentre nella maggioranza dei paesi dell’Africa e degli altri paesi del Sud globale non arriva al 20 per cento di accesso della popolazione, nell’America del Nord supera il 90 per cento. Nel complesso, costituisce ciò che Benjamin Bratton definisce “la più grande costruzione accidentale di infrastruttura che l’umanità abbia mai fatto”. Vale a dire, l’infrastruttura è connessa – o sostiene di esserlo – a tutti gli angoli del pianeta, ma non sono mai state prese decisioni congiunte su di essa, sulle sue molteplici implicazioni e impatti. Gran parte della discussione globale su questo argomento, spesso promossa dalle società di telecomunicazione e big data, riguarda i presunti aspetti di equità (“tutti devono aver diritto di accedere alla rete”), e pertanto quello che propongono è che i governi o gli organismi di sostegno allo sviluppo, devono costruire e finanziare le infrastrutture dove non ci sono, e in molti casi darne la priorità rispetto ad altre necessità. Quello che in genere non si menziona è che l’espansione dell’infrastruttura digitale implica, tra le altre cose, l’aumento della rete di radiazione elettromagnetica ovunque, che ha gravi effetti negativi, ma poco studiati, sulla salute e sulla biodiversità. È, inoltre, un motore di conflitti per l’estrazione dei materiali necessari a costruire telefoni cellulari e altri dispositivi di trasmissione e ricezione.
Al contempo, l’archiviazione di tutta l’informazione digitale generata sul pianeta, è stata stimata per il 2016 in 16,1 zettabyte (un zettabyte è un bilione di gigabyte). Per il 2025, si calcola che saranno richiesti 163 zettabyte, 10 volte di più (IDC) [IDC International Data Corporation].

Per rendere la cifra un po’ più tangibile, sarebbero circa 16 miliardi di dispositivi di archiviazione, approssimativamente due dischi rigidi ad alta capacità per ogni persona sul pianeta. Questo richiede una quantità enorme di materiali, che includono l’estrazione di molti elementi, compresi quelli rari e scarsi, la produzione massiccia di sostanze chimiche sintetiche (e rifiuti tossici) e un’enorme quantità di energia per l’estrazione, la produzione, la distribuzione e l’uso, compreso il funzionamento e la ventilazione dei dispositivi, eccetera.
I fabbisogni energetici sono spesso resi invisibili, perché si suppone che la digitalizzazione richieda meno energia di altre attività, cosa che in alcuni casi potrebbe succedere. Tuttavia, uno degli esempi più convincenti del contrario è l’uso di valute digitali come il bitcoin. Secondo dati recenti, una semplice transazione in bitcoin, richiede la stessa quantità di energia utilizzata da una casa media negli Stati Uniti durante due settimane! (Digiconomist.net)
Questi sono alcuni esempi degli impatti che generalmente non vengono considerati. Tutti implicano anche effetti devastanti sulle comunità e le popolazioni dei luoghi dove si estraggono le risorse, oltre alle conseguenze sulla salute degli utenti e di coloro che stanno vicino alle linee e alle torri di trasmissione, così come sulla fauna, la vegetazione e la biodiversità.
L’enorme fabbisogno energetico dell’infrastruttura e dell’attività digitale si somma ai principali fattori che causano il cambiamento climatico. Per tutto questo, è necessario che dalle basi della società ci assumiamo l’analisi e la valutazione molteplice degli sviluppi tecnologici, incorporando tutti i suoi aspetti, non solamente quelli che le industrie vogliono venderci.

* ICT Information and Communications Technology
Articolo pubblicato su La Jornada con il titolo Impactos invisibles de la era digital
Traduzione per Comune: Daniela Cavallo

mercoledì 8 gennaio 2014

robot-umani 2 a 1

SORPRESA. Il web non è in mano agli umani ma a un’altra specie, a volte invasiva e pericolosa, e senz’altro meno nota al navigatore medio. Quella dei bot, abbreviazione per "robot", ma non veri e propri androidi: piuttosto, programmi e funzioni automatizzate che svolgono su internet i compiti più disparati, buoni e cattivi: dalle scansioni dei motori di ricerca alle duplicazioni maligne di dati personali fino agli attacchi più devastanti. A certificare il sorpasso, di cui si era già avuto un primo segnale lo scorso marzo, è Incapsula, una società specializzata statunitense che della lotta ai robot della Rete ha fatto il suo core business. 
Secondo una colossale indagine il 61,5 per cento del traffico sul World Wide Web è dunque da attribuirsi a entità non umane. Insomma, non arriva da ricerche, letture, navigazioni, download e forum – tutte queste attività si fermano al 38,5 per cento – ma da azioni automatizzate. Il cuore della ricerca è costituito dall’analisi di quasi un miliardo e mezzo di visite di bot a 20mila siti internet di 249 Paesi del mondo negli ultimi novanta giorni. Dai blog personali ai negozi elettronici, dai portali governativi ai siti delle big company passando per quelli di istituzioni finanziarie e forum: per quanto scivolosa sia questa posizione, da Incapsula sostengono che la selezione sia rappresentativa del mare magnum di internet. Rispetto all’ultima rilevazione il traffico prodotto dai bot ha subito un’impennata del 21 per cento fino a toccare appunto la maggioranza assoluta di quello complessivo. "La maggior parte di questa crescita è da attribuire all’incremento di visite da parte dei cosiddetti bot buoni – raccontano da Incapsula – vale a dire agenti certificati di software così come motori di ricerca, la cui presenza è cresciuta dal 20 al 31 per cento negli ultimi dodici mesi"…