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giovedì 29 gennaio 2026

OTTAVO SACRAMENTO: LA GATTABUIA - Gian Luigi Deiana

un giorno della mia vita.

era il 22 gennaio del 1976, cioè cinquant’anni fa, e così come oggi anche quel giorno era giovedi: me lo ricordo perchè in paese, ad ardauli, era giorno di mercato, e ciò avveniva immancabilmente di giovedì;

infatti fu lì che fummo arrestati, con tanto di mamme, zie, e gente dei vicinati in giro lì davanti; eravamo in due, anche se col supporto di altri compagnetti più giovani cui fortunatamente avevamo imposto di stare appena in disparte;

l’antefatto fu semplice: il quotidiano isolano “l’unione sarda” aveva informato, già qualche giorno prima, che alcuni giovani sardi che svolgevano il servizio di leva a novara erano stati arrestati, e inviati al carcere militare di gaeta; l’articolo tuttavia non esplicitava le motivazioni, ma nell’elenco dei nomi era ricompreso anche quello di un nostro giovane paesano;

allora vi era una forte tendenza alla condivisione di questo genere di problemi, e la nostra condivisione consisteva in un piccolo collettivo politico; quindi ci mettemmo subito in azione per poter acquisire notizie fondate su un arresto collettivo per noi inusuale, con reclusione in carcere militare, riservato in piemonte a un tale gruppo di militari sardi;

ne venne che questi, giorni prima, avevano presenziato alla riunione di consiglio comunale della città, appunto novara, e avevano chiesto di poter rendere pubblico un fatto per loro molto grave: e che genere di fatto?

ebbene, un loro commilitone, sardo anche lui, era deceduto in quei giorni per causa di una polmonite: la questione verteva sul fatto che questo ragazzo sarebbe stato costretto ad alzarsi per l’alzabandiera nonostante avesse evidenziato la propria condizione e fosse fortemente febbricitante; ma morì e tornò semplicemente a casa, come quando si muore, senza debite scuse e senza plausibile spiegazione;

fu la reticenza di tale condotta che mosse quei commilitoni alla denuncia pubblica, e fu la denuncia pubblica a muovere la macchina della repressione; e anche la reticenza dei quotidiani isolani osservava a sua volta il proprio gioco di ruolo: tacere;

e così noi, che nel nostro piccolo eravamo riusciti a venire a capo di tutto il quadro, decidemmo a nostra volta di fare quello che si doveva fare: ne demmo una comunicazione informale al nostro consiglio comunale, realizzammo alcuni manifesti riguardanti quelli che a noi sembravano gli abusi grandi e piccoli del potere militare, e la mattina del giovedi ci presentammo con i nostri manifesti nella piazza del mercato, con tutta la gente davanti; a noi ci sembrava così la democrazia;

non ci volle molto tempo, solo forse un’ora: arrivò dal comando dei carabinieri una specie di squadra speciale, con abbondanza di scena e di camionette, e fummo semplicemente ammanettati, presi anche in giro per come precipitavamo nello sgomento, e portati in carcere in città, ad oristano;

dopo una lunga sequenza di chiavistelli, noi due fummo alfine separati, ciascuno nella sua cella di isolamento: circa due metri per tre, con un buco per i bisogni da una parte e una branda dall’altra; il peggio era la presa di luce, cioè una finestra in gran parte murata in obliquo per impedire la vista orizzontale, limitandola alla sola visibilità di un rettangolo di cielo, piccolo e a sbarre; si chiama la bocca di lupo, ed è il più semplice esempio di quanto può essere stupida la crudeltà, e crudele la stupidità;

io in realtà ero in paese solo temporaneamente: ero lì per preparare l’ultimo esame di università e impostare la tesi, ma tutta la famiglia genitoriale risiedeva intorno a viterbo, e mio padre e mia madre non sapevano alcunchè di quanto mi stava succedendo; questo mi sgomentava, più di ogni altra cosa: mia madre;

ma il giorno dopo, lo sgomento diventò una specie di angoscia: in un foglietto verde ci si comunicava che avremmo dovuto rispondere di sette capi di imputazione, dal vilipendio alle forze armate alla questua non autorizzata: erano tutte balle, ma il peggio arrivò qualche giorno dopo: si aggiunse infatti l’imputazione del reato di “associazione sovversiva”: è un capo di imputazione davvero angosciante, poichè è talmente vago che ti si può poi accollare di tutto, e soprattutto ti si può circuire con il fine di coinvolgere altri;

e così non ci restava che confidare, per quel poco di prassi giuridica che avevamo imparato a masticare in giro, confidare nella valutazione del giudice deputato all’esame della fondatezza delle accuse;

passammo nell’attesa giorni infelici: e tuttavia radio carcere fece una rapida ricognizione: alcuni detenuti dei paesi vicini, autorizzati anche ad assistere le guardie nella somministrazione dei ranci, si premuravano di avvicinarsi con discrezione ai nostri sportellini dei pasti, e in due sguardi proporsi per eventuali contingenze, accennare ad amici comuni e comunque incoraggiarci: erano gli angeli del signore, gente con anni di carcere addosso che si premura di incoraggiare te, che sei lì da soli due giorni;

quando si ragiona sul carcere, tra un suicidio o una redenzione, è necessario considerare la dimensione carcerara degli angeli del signore: “visitare i carcerati”, per esempio, è una delle opere di misericordia raccomandate dalla dottrina cristiana, quella vera che non è quella dei comizi;

ma il giudice ci disse semplicemente che non vi era fondatezza in tutte quelle accuse: che quindi eravamo liberi, e dovevamo soltanto trovare il modo di tornare a casa;

erano passati in realtà solo dieci giorni, là dentro per noi: ma furono allora per noi i giorni più estenuanti di quella nostra età: l’estenuazione dell’incertezza, e del ritrovarsi dietro le sbarre in balia del caso;

….. e poi ? e poi tornammo alle nostre cose, ai nostri compagni e alla necessaria attenzione alla macchina militare: la macchina militare che conosciamo oggi è lontana anni luce da quella che sperimentavamo allora, e le sue carneficine sono ben altra cosa che i soprusi di allora; nel tempo si è moltiplicata la dimensione, e forse anche la disumanità; e si è fatta a pezzi ovunque la modalità di procedere a una pace;

eppure, a distanza di così tanti anni, venni poi a sapere che in uno strano traffico tra agenti dell’arma e un giro di tossicomani, precisamente nella città di piacenza, si trovò coinvolto il capo della squadra speciale che quel giorno ci aveva messo le manette ai polsi, in quel giovedì di mercato; ma in fondo le manette possono ben girare, anche di polso in polso;

questa ultima mia malignità non mi dà in realtà sollievo alcuno; intendo solo rendere un omaggio al cinquantenario di quel giorno, poichè allora noi ritenemmo di fare quello che si doveva fare; e rendere omaggio, sempre e dovunque, e soprattutto dietro le sbarre, agli angeli del signore.

da qui

sabato 11 gennaio 2025

TRANS SARCIDANA - Gian Luigi Deiana

un vagabondaggio, tre ferrovie abbandonate, e un dicembre tragico dell’umanità


il sarcidano non è solo un territorio interno della sardegna: sub specie storica, e più ancora preistorica, ne è piuttosto l’insieme degli organi vitali, quelli dai quali dipende la salute e il senso di tutto il resto, tutto il corpo di questa isola piena di spiriti;

all’atto della proclamazione dell’unità d’italia, un secolo e mezzo fa, si impose ovunque, in questa approssimativa nuova nazione, una sorta di prova di ferro: letteralmente di ferro, cioè fare qua e là la ferrovia;

e dunque la ferrovia, il nuovo leviatano della modernità, non poté eludere l’organo vitale di questa grande isola (per sé, di fatto, ben poco sabauda e forse ben poco italiana): e quindi non poté eludere il sarcidano, poiché essa, altrimenti, non avrebbe avuto senso;

la linea ferroviaria sarcidanese presenta approssimativamente la forma di una ypsilon, Y; dovremmo poter immaginare la sua gamba di ferro e i suoi due bracci di ferro come segmenti di circa ottanta chilometri ciascuno: ma solo in senso virtuale; la traduzione reale è ben più complicata;

la gamba della ferrovia di pianura, cagliari-mandas, si distende per circa sessanta chilometri; attraversa distese lievi, da sempre votate alla coltivazione del grano, ma incrocia anche piccole storie di ribellione e dell’anarchia; là dietro, nell’orizzonte del tempo, dormono i secoli delle economie schiavistiche classiche, e poi delle economie feudali successive ma forse più classiche ancora;

quando da sud entri nel sarcidano, togliti il cappello, e onora l’anarchia;

dopo mandas, un borgo eretto a granducato quattro secoli fa ((circa 1630, ai tempi di un grande cambiamento in cui, per un piccolo esempio, al guado di un piccolo fiume slavo-germanico chiamato spreer nacque un minuscolo borgo che poi ebbe il nome di berlino)), dopo mandas cominciano le selve, i contrafforti e le montagne: qui la ferrovia si diparte, secondo logiche in parte orografiche e in parte cervellotiche: un ramo va a nord, per oltre ottanta chilometri, e finisce al borgo montano di sòrgono; l’altro ramo va a est, esattamente per centosessanta chilometri, e finisce all’approdo marinaro di arbatax;

il ramo nord, mandas-sorgono, attraversa di netto la barbagia occidentale, e si può intuire la ragione di investimento su una ferrovia così azzardata: là c’era il legname necessario alle vere ferrovie italiche, quelle del nord; tuttavia, non so perchè, la linea si fermò proprio lì, a sorgono, mentre secondo logica avrebbe potuto guadagnare, ormai agevolmente, la piana del tirso e di lì centrare macomer e poi bosa: cioè il mare occidentale;

e invece no: la linea macomer-bosa, cioè cinquanta chilometri, fu realizzata; il territorio intermedio, mandrolisai-barigadu, ovvero la subregione tra sorgono e macomer, invece no: nonostante i gangli essenziali fossero acquisiti proprio dalla società delle ferrovie; insomma, il ramo occidentale di questa ipsilon delle ferrovie minori appare proprio come un braccio spezzato, ovvero un braccio senza avambraccio: ora non ci si fa proprio caso, a meno che tu non ci vada a piedi, con tutto il tempo necessario a fantasticarci sopra; puoi farlo: hai qualche centinaia di chilometri a disposizione per fantasticarci sopra;

la linea mandas-arbatax, appunto il ramo orientale, centosessanta chilometri ovvero almeno duecentomila dei tuoi passi su traversine e su ghiaia, fu invece integralmente compiuta; ma come linea è cervellotica oltre ogni dire; io a fare tutti quei centosessanta chilometri affiderei non tanto quei bravi che vantano ammirevoli camminate sul cammino di santiago, là in spagna: io vi affiderei santiago stesso, santu jaccu nostru; sarei anche contento di vagabondare con lui: perché i santi, se fa, non stanno lì a far perdere tempo a Dio onnipotente: i santi veri vanno in giro;

questo ramo, il ramo orientale della trans sarcidana, attraversa con immensi tornanti tutta la barbagia orientale: orroli, nurri, biddanoatolu, betilli, sadali, seui, niala, ussassai, gairo, villagrande, arzana, lanusei, elini, sella illocci, tortolì, e finalmente arbatax e il mare;

confesso ora che ho difficoltà a mettere insieme la descrizione dei luoghi al di fuori di me e di ciò che si muoveva dentro di me, e che io all’andare dei passi cercavo pazientemente di acquietare: perchè io ero in fuga;

io ero in fuga da una guerra di cui non sono bersaglio; da case distrutte che non sono la mia; da bambini uccisi che non sono i miei; solo l’immagine di mia madre e mio padre, giù al camposanto, mentre incrociamo lo sguardo;

eia, io ero in fuga: ottanta + centosessanta + cinquanta … duecentonovantachilometri di trans sarcidana, come una infinita preghiera;

cinquecentomila traversine corrose, rotaie silenziose e pazienti, forse quattrocentomila passi, uno più uno meno, di uno che benedice la diserzione, la lotta per disertare, e l’anarchia;

mi è capitato di ringraziare non so chi, forse il grande spirito, in quelle ore di mezzogiorno in cui ho trovato corbezzoli per mettere nello stomaco qualcosa, sotto di elini o sotto di magomadas; e quelle immagini meravigliose là di prima mattina a tinnura, tra la chiesa e la scuola, senza nessuno in giro: c’è gente che sa dipingere davvero in sardegna, sui vecchi muri, o che sa dare spiritualità a ceppaie di castagno ormai apparentemente inutili e morte;

e la grande pace delle piccole greggi della planargia, verso sindia; e la stupefacente curiosità dei piccoli gruppi di caprette, verso elini; e quel cartello di un piccolo ovile non mi ricordo dove, che diceva: “caro ladro, se lo fai per bisogno non affannarti a entrare qui di nascosto: chiedi quello che ti può servire, perché noi e le nostre bestie siamo una famiglia, anche per te; e non stare a cercare varchi nella rete: il cancello qui è aperto” ….

quando cammini le immagini si presentano lentamente, con tutta l’immensa umiltà del creato e con l’effimera illusorietà dell’opera umana; camminavo dentro una nenia visionaria, e qua e là mi sentivo come in uno stato di benefica ipnosi; la mia nenia si svegliava e si acquietava sui versi di un piccolo poema americano intitolato “visions of johanna”, e johanna qui era la mia isola, con signorili mandrie di vacche montane sui pendii e qua e là il monotono rumore di pale eoliche sui crinali … e la sibilla, con una mano piena di pioggia;

non so perchè sto scrivendo queste cose ora; forse perchè sono su una nave, come capita spesso a noi sardi, e la nave non ha ancora lasciato il porto; l’attesa, eterna compagna;

o forse perchè la fuga, la fuga, in questo tempo che ha sdoganato l’assassinio di massa, il terrore quotidiano, il genocidio pianificato, e la falsità come testata giornalistica globale, la fuga è in realtà quasi l’unico modo per rientrare dentro di sè:

la fuga.

da qui