lunedì 31 agosto 2026

Sardegna 2026: come il turismo cafone ruba (definitivamente) l'anima ai nostri luoghi più belli - Angela Fais

 

Appena trascorso Ferragosto, possiamo tirare le somme della stagione turistica che ormai volge al termine. Nell’estate 2026, secondo i dati del Ministero del Turismo, si registra un 4,4% di presenze in più rispetto al luglio dello scorso anno e ad agosto e ferragosto un tasso di occupazione superiore a Spagna e Francia. Dunque grande entusiasmo, che porta il Ministro Gianmarco Mazzi a definire quella del 2026 “ un'estate da record”. «Questi risultati -dichiara- ci rendono orgogliosi e sono frutto del lavoro di squadra del Governo Meloni con Regioni, operatori e associazioni. Abbiamo puntato su digitalizzazione, destagionalizzazione, accessibilità e promozione. Oggi l’Italia è percepita dai turisti come la destinazione europea più sicura e questo ci rende ancora più competitivi».

Ma va tutto così bene? Davvero il turismo è questa manna dal cielo?

In questi giorni girano sui social diversi filmati del mare della Sardegna che, da La Maddalena a Cala Luna, è invasa da motoscafi, gommoni e megayatch. Meravigliose baie colonizzate da cafoni, spesso ormeggiati senza neppure rispettare i limiti prudenziali previsti dalle ordinanze emanate dalle Capitanerie di Porto, costituendo un pericolo non solo per la sicurezza dei bagnanti ma anche per il delicato ecosistema del Parco. Il presidente del Parco Nazionale della Maddalena, Rosanna Giudice, dichiara allarmata che il Parco è stato preso d’assalto dai turisti ma “il carico antropico che il Parco può sopportare è stimato in circa 2500 presenze al giorno. Attraverso un controllo aereo invece ne abbiamo rilevato 6500”.

Purtroppo la situazione non riguarda solo la Costa Smeralda né la sola Sardegna. Estremamente significativo, tuttavia, quanto accade proprio a Ussassai, piccolissimo paese di 430 anime nella Barbagia di Seulo, all’interno del Parco naturale del Gennargentu; quasi a dimostrare che, come già detto,  l’undertourism non fornisce nessuna soluzione. Qui infatti frotte di escursionisti hanno preso d’assalto quella che è oramai divenuta l’attrattiva del luogo, a causa delle “liste dei desideri di viaggio”, opera dei troppi autori digitali ciarlanti sui social. Stiamo parlando delle piscine naturali scavate nella roccia da torrenti e sorgenti boschive. Spazi molto piccoli e raccolti, un ecosistema dal delicato equilibrio che potrebbe subire un danno rilevante ad accogliere un numero di visitatori spropositato. Oltre al rischio ambientale si pone anche un problema di sicurezza dato che le auto dei turisti creano anche una pericolosa congestione stradale. Questa situazione ha costretto il sindaco Francesco Usai a emettere un’ordinanza che, coraggiosa e necessaria, introduce il divieto assoluto di balneazione ed escursionismo.

A ragion veduta il sindaco mette anche in rilievo le criticità di un sistema che a oggi non avrebbe portato affatto i soldi promessi alla comunità, ma soltanto disagi. “Questo tipo di turismo non porta soldi a Ussassai, anzi ha portato 0,0 centesimi! In paese non li si vede neppure di striscio questi personaggi, neppure ci passano dal paese e stanno solo distruggendo il nostro territorio”.

Dunque non possiamo più considerare ancora il turismo come la principale leva dell’economia nazionale. Iniziamo invece a valutare gli enormi problemi che un turismo del genere, dato in pasto alla speculazione di un mercato senza regole, porta a cittadini e territori. Impossibile, infatti, reggere pressioni antropiche della portata di quelle che il turismo di massa sta generando negli ultimi anni e che portano i luoghi a una vera e propria erosione dal punto di vista materiale, ma non solo. L’erosione è anche simbolica, relativa alla dimensione semantica. Un luogo che subisce un processo di mercificazione e di omologazione infatti, si riduce a scenografia da visitare a migliaia e in fila, scattando selfie. Così, scatto dopo scatto, si costruisce una nuova dimensione, privata di qualsiasi autenticità. Al luogo si strappa l’anima. La ricchezza simbolica di un territorio, infatti, rimanda a una stratificazione culturale e antropologica, storica e sociale di cui la comunità normalmente è consapevole. Molto difficile, invece, che questi elementi possano essere colti dal turista che, sempre più spesso, di un luogo si limita a cogliere il paesaggio, nella sua dimensione di carattere meramente estetico. Tuttavia, per cogliere una dimensione ulteriore, di ordine simbolico, è necessario vivere in quel luogo, o quantomeno rimanerci a lungo. Con visite ‘mordi e fuggi’ il turista resta avulso da questo universo semantico.

Allora quando nel “Ramo d’oro” di J. G. Frazer si discute di come molte popolazioni tradizionali considerassero la fotografia, il ritratto in generale, non come semplice copia, ma una sorta di doppio che trattiene una quota dell’energia vitale del soggetto e sottrae una parte dell’anima, dobbiamo ammettere come in effetti in quella credenza risuoni legittimo un fondo di verità incontestabile.

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domenica 30 agosto 2026

Quanto costa ammalarsi? Quella fattura incredibile dell’ospedale - Antonello Caporale


A casa di Giuseppe la fattura della clinica di Sion, in Svizzera, recava la cifra esatta della sua permanenza per circa 15 ore nel reparto di terapia intensiva. Quindici ore, non quindici giorni. Dunque: 67 mila franchi, che al cambio fanno 70mila euro, per quel ricoverò dì emergenza nella notte di Capodanno. Il papà di Giuseppe ricorda che in quelle ore suo figlio fu posto in attesa di essere trasportato altrove. Andò a Milano, all’ospedale di Niguarda. E Niguarda, per i successivi quattro mesi di cure, non ha chiesto un solo euro.

Giuseppe, al pari di tanti altri ragazzi, fu coinvolto nel rogo di Crans Montana, la discoteca dove persero la vita tanti giovanissimi e tanti altri stanno ancora lottando per le ferite causate dalle fiamme che avvolsero il locale, un buco senza uscita di sicurezza, nella notte di festa che si sarebbe poi trasformata in un incubo.

Fermiamoci però a quella fattura. Quanti di noi dovrebbero chiedere aiuto in banca, quanti avrebbero necessità di indebitarsi, e quanti nemmeno riuscirebbero a saldare il conto?

Quella fattura è il documento ufficiale che ci porta a considerare la sanità pubblica come un bene insopprimibile, le cure aperte a tutti, gratuite per tutti, in ogni momento della nostra esistenza, come una necessità più che un bisogno.

Quella fattura ci dice della giustezza di una condizione in cui la vita non sia segnata dal censo e dunque la giustezza del principio sul quale fonda l’idea progressista che la società non va divisa, non va separata non va retrocessa tra ricchi e poveri, ma resta uguale, paritaria, indiscutibilmente indistinta di fronte alle necessità della vita.

La sanità come l’istruzione sono i capitoli speciali di ciò che noi pensiamo che un governo debba fare, sono le tutele minime, i bisogni essenziali, i livelli di assistenza irrinunciabili.

Questo grumo di bisogni collettivi si chiama bene comune perchè è un valore che accomuna, identifica, misura la dignità e la consistenza civile di un popolo.

Ma davanti alla riflessione, che più di un economista ci pone, e che cioè la sanità pubblica e gratuita, non può essere tale per tutti e per sempre noi cosa rispondiamo?

Se esiste un costo che non riusciamo più a compensare, che le entrate non sono più tali da poter essere garantite le migliori cure per tutti, allora viene da chiedersi: non è che stiamo già perdendo quel che ci sembrava fosse per tutti e per sempre?

Non è che gli ospedali pubblici, la medicina territoriale, l’assistenza sociale abbia già il volto di una misura minima per gente che è in basso nella scala sociale? E che le assicurazioni private garantiscano a chi può un livello più elevato di assistenza? Non è già così?

La sinistra secondo me dovrebbe chiederselo, anzi dovrebbe anticipare la domanda e dire: sì, è già così. E vale poco denunciare la riduzione della qualità dell’assistenza se non si affronta il nodo centrale: i soldi che servono per retribuire le competenze che servono.

Naturalmente parlare di soldi senza dire degli sprechi, delle catene familistiche, dei manager incapaci è come voler illustrare il paesaggio in un disegno senza fornirsi di matita.

Curare gli sprechi, agevolare il contrasto a quella che viene chiamata la malasanità è però solo una parte di ciò che serve.

Esiste una definizione per risolvere questo dilemma. Si chiama contributo di solidarietà. Chi ha le capacità economiche accetti – per salvare la gratuità del processo sanitario – di contribuire minimamente a un extra. Faccio un esempio: a me sembra che sia ingiusto aprire le porte del pronto soccorso gratuitamente a tutti, senza distinzione di portafoglio. Pagare un ticket per il pronto soccorso, quando si chiede una prestazione d’urgenza, per chi ha un reddito alto è un costo che può essere affrontato. Sono poche decine di euro e solo nel caso che…

Tanti di noi hanno usufruiito delle cure in urgenza, magari per qualche ora e magari anche decisive piuttosto che banali. Avremmo potuto far fronte a un ticket e anzi, secondo me, saremmo stati felici di averlo pur di ottenere un servizio efficiente e non, com’è adesso, entrare spesso in un circuito infernale dove la permanenza è senza tempo.

In tanti avremmo la forza di pagare un ticket di poche decine di euro pur di godere di una assistenza migliore e ponendo in essere la continuità dell’assistenza sanitaria universale e gratuita ai bisognosi, a chi non può permettersi nemmeno il ticket oppure può giungere a una soglia di esenzione più modesta ma certamente significativa.

Questa è la solidarietà, lo sforzo di tenere aperte le porte a chi ha di meno e di sostenere chi ha la ventura di trovarsi in basso nella scala sociale.

La solidarietà contro l’individualismo che non significa contrastare il merito, il talento che ciascuno possiede e la fatica, l’impegno con i quali tanti modulano la propria vita.

Ma per selezionare chi può e chi non può pagare questo extra bisogna che si ritorni al punto centrale: avere cura che i redditi siano dichiarati senza furbizie in modo che il povero sia veramente tale e il furbo sia scovato e perseguito.

La vera sfida è nelle parole, scrive George Lakoff nel suo più noto bestseller (“Non poensare all’Elefante. La tecnica per battere la destra e reinventare la sinistra, a partire dalle parole che usiamo ogni giorno”).

Se ci iscriviamo a un club o a un circolo qualsiasi paghiamo una quota di iscrizione. Perché? Perché non siamo stati noi a costruire la piscina. E dobbiamo pagare la manutenzione. Non abbiamo costruito noi il campo da baseball. E qualcuno deve pulirlo.

Chi non paga le tasse e manda in rovina il suo Paese è un traditore.

Ecco, torniamo al punto che dice Latoff: la vera sfida è nelle parole.

“Non usare le stesse parole dell’avversario o si finirà per veicolare le stesse idee”.

Allora, e qui cade il discorso: ogni cambiamento che immaginiamo si scontra con due pre-condizioni. La bonifica del terreno dalle cattive pratiche (sprechi, ingiustizie, ruberie) e l’anticipo delle risposte prima che ci vengano inflitte le soluzioni da altri.

Spiegarlo, rispiegarlo e rispiegarlo ancora è l’unico modo per destinare alla vita di chiunque, e soprattutto dei più sfortunati, la possibilità di godere di una rete di protezione quando se ne ha bisogno, e dunque la sanità per l’appunto, e una rete di offerta formativa, l’istruzione appunto, per dare al proprio talento, senza esclusione di razza, di sesso e di condizione economica, la gratificazione che merita.

https://www.ilfattoquotidiano.it/fq-newsletter/a-sinistra-del-24-aprile-2026/

sabato 29 agosto 2026

Finalmente in Italia il registro dei titolari effettivi! Non un’arma letale ma utile contro il riciclaggio - David Gentili

 

L’antiriciclaggio sconfigge ai tempi supplementari la tutela della privacy! Il registro dei titolari effettivi, finalmente, vedrà la luce anche in Italia. Tutto ciò è accaduto il 21 maggio 2026, grazie a una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea. La Across Fiduciaria SpA, la Galvani Fiduciaria Srl, la Sfo Fiduciaria Srl l’Unione Fiduciaria SpA, l’Assoservizi Fiduciari, la Torino Fiduciaria – Fiditor Srl e la Ser-Fid Italiana Fiduciaria e di Revisione SpA, hanno perso. Avevano impugnato dinanzi al Tar le norme di recepimento italiane della direttiva europea che istituiva il registro in tutta l’Unione. Il Consiglio di Stato ha sospeso il giudizio e ha deciso di interpellare la Corte europea. Qualche giorno fa la sentenza. Finalmente!

La IV Direttiva europea 2015/849 che istituiva il registro è del 25 giugno 2015 ed è stata recepita tramite il Dlgs del 25 maggio 2017, n. 90, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 140 del 19 giugno 2017. Il registro, quindi, lo aspettavamo da ben 9 anni.

Non vorrei però sopravvalutarlo. Non è un’arma letale come potrebbero essere le interdittive antimafia o le misure di prevenzione personali e patrimoniali, ma uno strumento utile a individuare operazioni sospette a rischio riciclaggio. Se uno vuole capire chi siano i reali proprietari di una società accederà al Registro dei Titolari effettivi sul sito della Camera di Commercio.

Proprio in queste settimane si conclude l’iter parlamentare di un altro decreto legislativo, quello che ci dice chi può accedere al registro e chi no. Chi ha diritto a capire chi si cela (nome e cognome data e luogo di nascita) dietro a strutture societarie artatamente complesse e opache che vengono anch’esse rese note sul sito. Purtroppo non tutti i cittadini come era stato deciso nel 2015 potranno accedere. Una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) questa volta del 22 novembre 2022 aveva dichiarato invalida la disposizione imponeva agli Stati membri di garantire l’accesso ai dati sulla titolarità effettiva “in ogni caso al pubblico”.

Allora avevo fatto accesso autonomamente al registro del Lussemburgo, nel settembre del 2020 per scoprire che Salvatore Cerchione e Gianluca Davanzo erano titolari effettivi dell’AC Milan spa. Ora possono accedere, con accesso immediato, non filtrato, diretto e libero, senza che il titolare effettivo venga informato della consultazione: le autorità competenti (MEF, UIF, Banca d’Italia, CONSOB, DIA, DNA, Guardia di Finanza). Gli organismi internazionali e dell’Unione Europea (AMLA, EPPO, OLAF, Europol ed Eurojust). I soggetti obbligati come banche, avvocati, commercialisti notai e intermediari finanziari, esclusivamente se l’accesso è utile per svolgere l’adeguata verifica della clientela proprio per ottemperare alla normativa antiriciclaggio italiana, la 231/2007.

E infine possono accedere anche i soggetti con legittimo interesse presunto (giornalisti iscritti all’albo e gli enti del terzo settore). I professori e ricercatori universitari e di enti pubblici di ricerca. Per tutti gli altri soggetti (accesso “caso per caso”) il richiedente dovrà dimostrare un legame (nesso funzionale) concreto con lo specifico soggetto giuridico o trust di cui chiede le informazioni. Poi dopo 12 giorni scatta il silenzio-dissenso.

E le pubbliche amministrazioni? Hanno accesso gratuito ma solo per gli appalti. Assurdo. Se si vuole capire chi ci sia dietro una fiduciaria, un trust, un fondo immobiliare che firma una convenzione urbanistica e investe nel nostro territorio non si può. Se si vuole capire se segnalare una attività commerciale come attività sospetta a rischio riciclaggio? Neanche.

E infine, l’ultima “chicca”. Quella che lascia un retrogusto amaro in bocca: la Camera di commercio registra i dati di chi accede. Se il titolare esercita il proprio diritto di accesso, la Camera di commercio gli comunicherà l’identità specifica della pubblica amministrazione che ha consultato i suoi dati. Mi sembra un errore come quello di limitare l’accesso di comuni, regioni, aziende partecipate e sanitarie ai soli appalti.

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venerdì 28 agosto 2026

Sulla sovranità alimentare la sinistra ha perso - Riccardo Bocci

Tratto da Altreconomia 288 — Gennaio 2026

 

A novembre 2026 saranno passati trent’anni dalla Conferenza mondiale sull’alimentazione tenutasi a novembre 1996 presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) a Roma, voluta dall’allora neo direttore generale, il senegalese Jacques Diouf, primo africano a presiedere l’Agenzia. Dopo più di due decenni dall’ultima Conferenza del 1974, Diouf riteneva inaccettabile “la tragedia umana di 800 milioni di persone senza un adeguato accesso al cibo” e per questo chiedeva un cambio di passo alla sua organizzazione. Purtroppo, come abbiamo visto anche nell’ultima rubrica del 2025 dedicata alla Fao, da allora la situazione non ha registrato molti progressi.

Di quel momento vorrei però ricordare non tanto l’evento ufficiale ma quello parallelo organizzato dalla società civile, con il coordinamento della Via Campesina, presso la stazione Ostiense. Infatti è in questa occasione che viene coniato il concetto di “sovranità alimentare” che dal 1996 ha animato un fecondo dibattito tra organizzazioni del Nord e del Sud globale e marcato la sua presenza nei vari consessi in cui le istituzioni internazionali si incontravano: dai vari G8 o G20 passando dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto) fino alle famose Conferenze delle parti (Cop) delle Convenzioni su ambiente e cambiamenti climatici.

Il percorso nazionale, europeo e globale dei movimenti sociali espresso nei social forum di inizio anni Duemila non può essere raccontato senza considerare l’importanza che la sovranità alimentare e i movimenti a essa associati hanno giocato nel muovere le coscienze e mobilitare le persone.

La questione agricola era tornata prepotentemente nell’agenda politica dei movimenti sociali e, con più fatica, si faceva strada anche nella politica. Allora era ancora attivo un canale di comunicazione e reciproco ascolto con una parte della sinistra parlamentare che sosteneva anche economicamente i processi in corso. L’edizione del social forum a Firenze nel 2002 può essere vista come il momento di massimo splendore di questo percorso.

Le persone senza adeguato accesso al cibo nel 1996 erano 800 milioni. Una tragedia umana che dopo trent’anni non si è ancora conclusa

Che cosa resta di quegli anni? Via Campesina ha dedicato tre Forum mondiali alla sovranità alimentare (in Mali, a Nyéléni, nel 2007 e nel 2015 e in Sri Lanka nel 2025) ma questi eventi sono diventati quasi per “addetti ai lavori”, un bel castello arroccato a cui mancano le connessioni vitali con il territorio circostante. I movimenti sociali che la alimentavano e di cui si nutriva sono invecchiati, appassiti nel frattempo.

La sovranità alimentare invece di essere capita, tradotta e praticata dalla sinistra politica, inebriata dalla sbornia neoliberista, è stata sdoganata a destra dando il nome al nuovo ministero dell’Agricoltura coniugata come difesa ideologica, sterile e commerciale di un fantasioso “Made in Italy”.

L’agricoltura è così scomparsa dal dibattito pubblico come tema sociale, animato, vissuto e praticato da chi la crisi agricola, frutto della tensione irrisolta tra tradizione e modernità, la vive tutti i giorni. Non sono scomparsi i conflitti, sono semplicemente diventati invisibili. Le nuove tecnologie, dai droni ai nuovi Ogm, sono diventate l’orizzonte salvifico e mediatico dentro cui è stato incanalato il futuro dell’agricoltura con una saldatura tra mondo sindacale, politico e scientifico. E, ironia della sorte, quasi come una vendetta del capitalismo che tutto mangia e digerisce, la stazione Ostiense che ha dato i natali alla sovranità alimentare oggi è diventata la sede di Eataly, il negozio emblema del “Made in Italy buonista”.

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mercoledì 26 agosto 2026

Cosa ci insegnano i black out sull’energia (e perché non possiamo andare verso il modello Dubai) - Elisabetta Ambrosi

Sono stata in vacanza in un villaggio turistico per alcuni giorni. Ad un certo punto, era il giorno di Ferragosto, probabilmente il picco dei consumi energetici dell’anno, c’è stato un black out lungo alcune ore. Il villaggio aveva ovviamente grandi generatori, ma consumando una quantità enorme di energia, 20.000 kilowatt, così mi è stato detto, non riuscivano a riattivare la luce in tutte le casette e in tutti i camper.

Nei giorni successivi, la luce andava e veniva e insieme anche a lei l’acqua, visto che le pompe per diffonderla non funzionavano allo stesso tempo. Le persone cominciavano ad essere nervose, avevano pagato per stare lì, l’intermittenza continua era irritante e non permetteva alcun programma – “Noi quando andiamo via lasciamo il cane nel camper con l’aria condizionata, se va via l’elettricità muore”, diceva una coppia irritata. D’altronde, la richiesta di energia era ai massimi livelli, quindi i guasti erano possibili.

Visto che il clima continuerà a peggiorare, e la richiesta di energia continuerà ad aumentare d’estate, soprattutto per la domanda di raffrescamento, non possiamo che cominciare a fare i conti con questi black out. In due modi: anzitutto, bisognerebbe imparare ad attrezzarsi. Anche partendo da cose piccole. Ad esempio io viaggio ovunque con almeno un paio di torce grandi con batteria, utilissime molto più dei cellulari se è buio, perché fanno un fascio di luce.

Poi, bisognerebbe sempre avere con sé dell’acqua, in tanica e in bottiglia perché a volte, anche se non sempre, se non c’è luce non c’è anche l’acqua. Se possibile, inoltre, utilissimo sarebbe un generatore a benzina oppure caricabile con dei pannelli solari, per attaccarci appunto computer, cellulare oppure, se di numerosi kilowatt, anche forno, frigorifero, dove il cibo rischia di marcire.

Ma soprattutto dovremmo fare un cambiamento a 360 gradi sull’energia, cominciando a ragionare sulla difficoltà di produrla e sui legame tra quantità di energia e ciò che quella quantità ci consente di fare. Per “accendere” un villaggio con centinaia di piazzole e case, piscina, area ristorante, teatro, giochi etc servirebbero almeno decine di ettari di spazio e decine di migliaia di pannelli solari. Questo solo per alimentare, appunto, un resort/campeggio tra i tanti ormai nel nostro paese.

 

In altre parole, per ogni nostro “lusso” vacanziero, dalla piscina pulita all’aria condizionata nelle case in affitto agli asciugamani puliti lavati in enormi lavatrici, serve una enorme quantità di energia fossile o rinnovabile. Che va faticosamente prodotta. Non siamo abituati a fare questo calcolo mentale. Aiuta molto avere un mezzo di trasporto elettrico, perché allora bisogna premurarsi di caricare la batteria e calcolare con esattezza i chilometri che possiamo fare con tot di batteria. Ed è un esercizio utile per capire che la sostenibilità non è compatibile con il lusso estremo.

In questo senso, non possiamo andare verso il modello energetico “Dubai”. Ho molti amici che sostengono che sì, la crisi climatica è tremenda, ma se a Dubai vivono e anche bene con oltre 40 gradi alla fine possiamo sperare almeno di finire in quel modo. Ma non è esattamente così. Ci attrae il lusso e l’ipertecnologia di Dubai, ma per vivere in quel modo servono tonnellate di petrolio che non solo non abbiamo, ma che contribuiscono ad alimentare ancora di più la crisi climatica in un circolo senza fine.

E non abbiamo neanche, a dire la verità, l’energia rinnovabile necessaria per cascate d’acqua ovunque e parchi tematici al chiuso. Il modello Dubai è inarrivabile e al tempo stesso assolutamente deprecabile, perché distrugge il clima e il pianeta.

E’ ovvio che chi fa qualche giorno di vacanza all’anno dopo un mese di ondata di calore in città e prima di tornare al lavoro vuole un po’ di lusso, dalla piscina con gli scivoli dove portare il bambino e rilassarsi un po’ all’aria condizionata in casa. Va anche bene, non dobbiamo per forza tutti mangiare panini vegetariani in una casetta spartana sull’Appennino, però almeno dovremmo:

1) sopportare i black out sapendo che purtroppo sono fisiologici e attrezzarci noi per vivere bene durante l’assenza di luce;

2) cominciare a pensare che l’energia non è infinita, proprio per nulla, anzi è finita e limitata e produrne in quantità infinita è impossibile. Ecco perché dovremmo quanto meno sempre più sapere quanta energia consumano i nostri comportamenti e le nostre scelte.

Cominciare a conoscere il lessico dell’energia, materia che andrebbe assolutamente studiata a scuola (ma non a fisica, come materia obbligatoria per tutti), a maneggiare le quantità, a conoscere il rapporto tra quantità e cosa ci permette di fare quella quantità di energia/elettricità, a imparare come si produce l’energia e quali i costi per averla. Avremmo così delle competenze utilissime per capire cosa fare, dove andare in vacanza, come attrezzarci, cosa aspettarci, anche. Per non essere, insomma impreparati.

Capiremmo molto bene anche le ragioni della crisi climatica, che risiedono, quasi banalmente, in uno squilibrio tra energia prodotta in maniera pulita e azioni necessarie con quell’energia (e dunque nel conseguente ricorso alle energie inquinanti fossili). Capiremmo molto meglio, infine, chi e come votare. E non per andare per forza verso una decrescita infelice, ma verso vacanze un po’ più sostenibili e magari persino con meno black out.

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martedì 25 agosto 2026

"La cosa più atroce non è il caldo. È l'acquiescenza della gente" - Francesco Erspamer

La cosa più atroce non è il caldo. È l'acquiescenza della gente. Che neppure quando soffre, quando è depressa o stressata, quando vede la qualità della propria vita precipitare, quando si sente soffocare in città devastate da turisti e migranti e in campagne strangolate da coltivazioni intensive e capannoni postindustriali, neppure allora prova a pensare, organizzarsi, lottare. Perché provocherebbero angoscia: molto meglio accendere la televisione o dare l’ennesima occhiata (la precedente era stata data dieci secondi prima) all’iPhone d’ordinanza, o in modo da dimenticare il senso di impotenza appena provato convincendosi di vivere, comunque, nel migliore dei mondi possibili come il Pangloss di Voltaire.

Il neoliberismo ha stravinto: il popolo e le comunità hanno perso la loro voce e la coscienza della loro identità. Ci sono solo individui, ostinatamente attaccati alla loro esigenza, no, non di diversità, la diversità del reale li inquieta, l'esigenza che hanno è di sentirsi diversi loro, nel modo programmato da media e pubblicità, identici a milioni di altri purché non ai loro vicini, purché estranei agli ambienti in cui sono nati e cresciuti, a luoghi che in qualche modo li vincolerebbero e costringerebbero alla responsabilità, molto meglio restare sempre in movimento, in una fuga perpetua verso un altrove virtuale e dunque immaginario, come Odisseo secondo il film amerikano che spopola nei cinema delle colonie, prima fra tutte l’Italia. Dei coglioni, insomma.

I coglioni di destra, in particolare, si rifugiano nel negazionismo: il riscaldamento globale è un'invenzione, e quando proprio non possono nasconderlo, lo trasformano in una inevitabilità: dovuta al Sole o all’angolazione della Terra, in sostanza ai massimi sistemi, quindi meglio adattarsi, che è quello che comunque davvero gli piace fare, ossia seguire le mode, sentirsi eternamente giovani comprando il nuovo più nuovo, e per farlo depredare la natura, finché ce n'è, e al tempo stesso cancellare la Storia, che costringerebbe a riflettere.

I coglioni di sinistra si rifugiano nel nichilismo: siccome la colpa è nostra, di noi occidentali (senza distinzione fra, mettiamo, statunitensi e italiani) e in particolare di noi cattolici (i protestanti sono molto meglio perché parlano direttamente con Dio, e i puritani ancora di più in quanto sono sostanzialmente dei «woke» ante litteram), allora è giusto che tutto vada in rovina, un cupio dissolvi (se non sapete cosa significa fate la fatica di informarvi) dal quale emergeranno energie nuove, pure, trasgressive, liberatorie in quanto non contaminate dalla civiltà ma passate direttamente dal bisogno all’opulenza consumista.

Due forme di individualismo, esattamente come pianificato, da sempre, dal capitalismo. C’è ancora qualcuno a cui interessa resistergli? Non perché sia probabile che si possa vincere: la ragione impone pessimismo e se non fosse così, se il successo fosse a portata di mano, lo inseguirebbero tutti gli utilitaristi, gli ambiziosi e gli avidi. La resistenza si fonda su un altro sentimento, che Gramsci chiamava ottimismo della volontà e che altro non è se non la socializzazione della disperazione. Non c’è speranza nel sé, solo ansia e frustrazione; aggregarsi aiuta a uscirne, permette di trasformare le pulsioni autodistruttive in rabbia e in azione, di indirizzarle verso il bene comune, non importa se difficile da definire, l’essenziale è che ci trascenda.

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lunedì 24 agosto 2026

Dimenticate l’ascensore: il gesto di ogni giorno che può ridurre del 39% il rischio di morte cardiovascolare

Un gesto semplice, quotidiano e alla portata di tutti potrebbe rivelarsi uno degli alleati più potenti per la longevità. Scegliere di ignorare l’ascensore e salire le scale a piedi è una vera e propria strategia salva-vita avvalorata dalla scienza. Una vasta meta-analisi condotta dai ricercatori dell’Università dell’East Anglia e del Norfolk and Norwich University Hospital NHS Foundation Trust ha dimostrato che l’uso regolare delle scale riduce in modo significativo il rischio di mortalità precoce e il pericolo di sviluppare patologie cardiovascolari gravi.

La ricerca, presentata al congresso scientifico ESC Preventive Cardiology della Società Europea di Cardiologia, ha analizzato i dati relativi a nove studi indipendenti che hanno coinvolto un campione complessivo di oltre 480.000 partecipanti di età compresa tra i 35 e gli 84 anni. Il monitoraggio, proseguito per un periodo medio di 14 anni, ha preso in esame sia individui in buone condizioni fisiche sia soggetti con un passato di eventi cardiaci o malattie arteriose periferiche. I risultati emersi mettono in luce come la continuità in questa abitudine sia correlata a una riduzione del 24% del rischio di morte per qualsiasi causa rispetto a chi non sale mai le scale.

L’impatto più impressionante della ricerca riguarda tuttavia la salute del sistema cardiocircolatorio. Per coloro che utilizzano abitualmente i gradini, la probabilità di morire a causa di complicanze cardiovascolari crolla infatti del 39%. Inoltre, la pratica costante è associata a una netta diminuzione dell’incidenza di infarti del miocardio, insufficienza cardiaca e ictus. “Anche brevi esplosioni di attività fisica – spiega Sophie Paddock, cardiologa e autrice principale dello studio – hanno impatti estremamente benefici sulla salute, e brevi sessioni di salita delle scale dovrebbero rappresentare un obiettivo raggiungibile da integrare facilmente nelle routine quotidiane”. L’efficacia di questo esercizio risiede nella combinazione unica tra lavoro aerobico e sforzo muscolare contro gravità, un mix che stimola rapidamente la frequenza cardiaca e attiva grandi gruppi muscolari come quadricipiti e glutei senza richiedere attrezzature specifiche.

Un altro aspetto rilevante evidenziato dai ricercatori è l’effetto dose-risposta: i benefici sembrano crescere in modo proporzionale al numero di gradini affrontati ogni giorno. Sebbene ulteriori approfondimenti siano necessari per stabilire la quota ideale di rampe quotidiane, i dati preliminari confermano che ogni sforzo aggiuntivo porta un contributo concreto al benessere generale. “Sulla base di questi risultati, incoraggeremmo le persone a incorporare la salita delle scale nella loro vita quotidiana. Lo studio suggerisce che più scale si salgono, maggiori sono i benefici”, aggiunge Paddock, concludendo con un invito diretto rivolto a tutti. “Che sia al lavoro, a casa o in qualsiasi altro luogo, se avete la possibilità di scegliere tra le scale e l’ascensore, prendete le scale: aiuterà il vostro cuore”.

Lo studio


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domenica 23 agosto 2026

A chi serve davvero un linguaggio che non integra? - Andrea Locci

 

Il dibattito sull’identità sarda ci ha dato strumenti preziosi per nominare la marginalizzazione culturale dell’isola. Ha restituito parole a una storia che per troppo tempo è stata raccontata da altri. Ma quando il linguaggio della militanza diventa un codice accessibile solo a chi è già dentro, rischia di allontanare proprio chi vorrebbe avvicinarsi. In una comunità segnata da decenni di interruzione nella trasmissione culturale, usare un linguaggio che presuppone strumenti già formati significa ignorare gli effetti stessi di quella rimozione. E allora una domanda scomoda si impone: senza spazi reali di accoglienza, a chi appartiene davvero la sardità? A chi stiamo parlando?

Ho dedicato anni alla cultura sarda da quando ero abbastanza giovane da credere che bastasse un abito tradizionale e un ballu tundu per sentirmi parte di qualcosa. Era un’ingenuità, certo. Ma era anche l’unico accesso che avevo. Non me ne vergogno: era il mio modo di cercare. Col tempo ho capito che la sardità non è qualcosa che si possiede una volta per tutte. È qualcosa che si attraversa. E questa riflessione nasce da lì: non da un sapere compiuto, ma da una ricerca ancora aperta.

Il lavoro di chi ha recuperato la storia di marginalizzazione che la Sardegna ha subito per secoli è stato indispensabile. Senza quella ricerca non avremmo le parole per nominare la svalutazione sistematica di tutto ciò che è sardo — della lingua, delle tradizioni, della memoria. Questo va riconosciuto senza ambiguità. Ma c’è un punto che non possiamo ignorare. Quando un linguaggio nato per liberare diventa un codice che solo chi è già dentro sa leggere, smette di aprire porte e diventa una soglia invisibile. E le soglie invisibili, anche quando non sono costruite per escludere, finiscono per tenere fuori proprio chi avrebbe bisogno di entrare. Chi non possiede ancora quel codice non si sente giudicato. Si sente semplicemente fuori posto. E chi si sente fuori posto, prima o poi, smette di bussare.

Ho visto questo meccanismo all’opera nel mondo del folklore sardo, che frequento da decenni. Ho visto persone compiere un percorso reale di crescita culturale — studiare le fonti, mettere in discussione le pratiche, cambiare rotta — trasformarsi col tempo in qualcos’altro. La lucidità conquistata con fatica diventava una posa. Il cantiere della conoscenza, che aveva prodotto cose preziose, sembrava improvvisamente chiuso. Non per ipocrisia. Per un meccanismo più sottile: quando questo nuovo modo di guardare la cultura diventa la nuova normalità, chi quella svolta l’ha vissuta davvero rischia di smettere di interrogarsi. Di trasformare la propria lucidità in autorità. E l’autorità, lentamente, in una nuova soglia.

C’è una contraddizione che dobbiamo avere il coraggio di nominare: non possiamo denunciare la rimozione culturale e allo stesso tempo usare un linguaggio che presuppone strumenti che molti non hanno ancora ricevuto. Le due cose fanno fatica a stare insieme. Cosa significa concretamente questa rimozione? Significa il padre che ha smesso di parlare sardo ai figli perché pensava che sarebbe stato un ostacolo. Significa generazioni cresciute senza strumenti per leggere criticamente la propria cultura — non per pigrizia, ma perché quegli strumenti non venivano trasmessi.

Quella interruzione non è una colpa individuale. È la conseguenza diretta di decenni di marginalizzazione sistematica. È esattamente ciò che la militanza ha avuto il merito di nominare. E allora la domanda è inevitabile: ha senso rispondere a quella rimozione con un linguaggio accessibile solo a chi è già formato?

La Sardegna non si libera escludendo i sardi. La nostra storia non è fatta di purezze. L’identità sarda non è mai stata un monolite: è sempre stata un percorso. E un percorso non può essere custodito da pochi. Deve essere condiviso, attraversato, discusso, messo in circolo. Questo non significa abbassare la guardia critica. Significa capire che la guardia critica, da sola, non basta. Senza accoglienza, anche la critica più raffinata rischia di parlare sempre agli stessi. E l’isolamento culturale, in una comunità già attraversata da decenni di rimozione, non è resistenza. È una forma di resa.

Quando un movimento culturale, dopo anni di lavoro serio e necessario, riesce a coinvolgere solo una piccola cerchia — sempre le stesse persone, negli stessi ambienti, con lo stesso linguaggio — forse non è solo rigore. È anche un segnale d’allarme. Una cultura che non riesce ad allargarsi non si sta consolidando. Si sta restringendo. E una cultura che si restringe ha già perso la sua battaglia più importante: quella della trasmissione.

Serve qualcosa di concreto. Non un manifesto, non un altro spazio di dibattito tra chi già sa. Serve uno spazio dove chi arriva tardi non debba sentirsi fuori posto. Dove fare domande non sia un atto di coraggio. Dove l’errore non sia una colpa, ma un passaggio necessario. Uno spazio del genere richiede una scelta precisa da parte di chi quella consapevolezza l’ha già costruita: mettere le proprie competenze al servizio di chi è ancora in cammino, invece di usarle per segnare distanze. Tornare indietro — non per rinunciare a ciò che sappiamo, ma per non dimenticare come ci si sentiva quando non lo sapevamo ancora.

Là fuori c’è Andrea di trent’anni fa, con il suo abito tradizionale e il suo ballu tundu, che cerca qualcosa che ancora non sa nominare. C’è Efisio, che vuole capire da dove viene ma non sa da dove cominciare. C’è Bainzu, che parla italiano perché suo padre ha deciso così, e se lo porta dentro come una colpa che non ha commesso. C’è Azzurra, che non si sente a casa da nessuna parte. C’è Sofia, che scopre la Sardegna a quarant’anni e si vergogna di non averlo fatto prima.
Non stanno aspettando la perfezione. 
Stanno solo aspettando una porta aperta.

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venerdì 21 agosto 2026

La Sardegna non ha bisogno di un’altra sigla, ma di uno stato - Michele Zuddas

 

Prima ancora di domandarsi se la Sardegna possa permettersi l’indipendenza, sarebbe forse opportuno chiedersi se possa permettersi di continuare a non averla. Un popolo che misura esclusivamente il prezzo della propria libertà e non quello della propria dipendenza finisce quasi sempre per trasformare la prudenza in rassegnazione, convincendosi che sia naturale vivere dentro un sistema nel quale le decisioni fondamentali sul proprio territorio, sulle proprie risorse, sul proprio modello energetico, sulla politica industriale e perfino sulle prospettive demografiche vengano assunte altrove, come se la sovranità fosse un privilegio riservato ai grandi Stati e non il presupposto elementare attraverso il quale una comunità decide chi deve beneficiare della ricchezza che essa stessa produce.

Proprio qui si annida il più grande equivoco che continua a deformare il dibattito sull’indipendenza, perché da decenni ci viene insegnato a considerare l’economia una disciplina neutrale, capace di produrre risposte inevitabili e indipendenti dalla volontà politica, mentre ogni sistema economico rappresenta sempre un sistema di potere, stabilisce chi controlla le risorse, chi determina gli investimenti, chi distribuisce il reddito e, soprattutto, chi possiede il diritto di decidere il futuro di una comunità, ragione per la quale chiedersi se la Sardegna possa diventare uno Stato senza domandarsi chi governa oggi la sua economia equivale a osservare l’ombra ignorando il corpo che la produce.

La Sardegna conta poco più di un milione e mezzo di abitanti, una popolazione superiore a quella di diversi Stati europei pienamente sovrani; produce ogni anno un prodotto interno lordo che supera i quaranta miliardi di euro; dispone di una posizione geografica che nessun centro di ricerca geopolitica esiterebbe a definire strategica; possiede quasi duemila chilometri di coste, uno dei patrimoni ambientali più importanti del Mediterraneo, università, centri di ricerca, competenze professionali riconosciute in tutto il mondo e una produzione energetica che in numerosi periodi dell’anno supera il fabbisogno dell’isola, eppure continua a percepirsi come una terra incapace di amministrare sé stessa, quasi che il problema risieda nella scarsità delle risorse e non nella scarsità del potere di decidere come quelle risorse debbano essere utilizzate.

La vera questione, dunque, non consiste nello stabilire se l’indipendenza costi, perché ogni forma di organizzazione politica comporta inevitabilmente dei costi, ma nel comprendere quanto costi la dipendenza, quanto costi l’emigrazione di migliaia di giovani che ogni anno trasferiscono altrove competenze costruite grazie agli investimenti pubblici dell’isola, quanto costi uno spopolamento che svuota paesi, scuole e imprese, quanto costi una pianificazione energetica nella quale i profitti rischiano troppo spesso di seguire strade diverse da quelle percorse dai sacrifici delle comunità locali, quanto costi un modello economico nel quale il valore aggiunto continua a concentrarsi fuori dalla Sardegna mentre qui rimangono gli effetti ambientali e sociali delle scelte compiute da altri.

Sarebbe tuttavia un errore immaginare che basti conquistare la sovranità per risolvere automaticamente questi problemi, perché uno Stato sardo che si limitasse a riprodurre gli stessi rapporti economici, gli stessi privilegi e le stesse concentrazioni di potere esistenti oggi cambierebbe la geografia delle istituzioni senza modificare la condizione dei cittadini, trasformando l’indipendenza in una semplice sostituzione delle élite invece che in una trasformazione della società, ed è proprio per evitare questo rischio che il sardismo del XXI secolo dovrebbe avere l’ambizione di proporre non soltanto una diversa forma dello Stato ma una diversa idea di economia, nella quale energia, acqua, infrastrutture strategiche, porti, reti digitali e patrimonio naturale vengano considerati beni comuni sottratti alla pura logica della rendita e amministrati nell’interesse della collettività.

Una Repubblica sarda moderna dovrebbe trattenere la gran parte del gettito fiscale prodotto nel proprio territorio, creare un fondo sovrano alimentato dai proventi dell’energia e delle concessioni pubbliche, investire stabilmente nella ricerca scientifica, destinare una quota significativa della ricchezza prodotta all’università, all’innovazione tecnologica, alla digitalizzazione della pubblica amministrazione e al rientro dei giovani emigrati, favorire la nascita di cooperative, piccole imprese ad alta tecnologia e filiere industriali capaci di trasformare nell’isola ciò che oggi viene esportato come semplice materia prima, perché nessuna comunità diventa davvero libera se continua a vendere risorse e ad acquistare valore aggiunto.

Eppure, tutto questo rimarrebbe soltanto un esercizio teorico se prima non si affrontasse una questione ancora più decisiva, quella dell’unità del popolo sardo, poiché nessuna trasformazione politica diventa possibile quando una comunità continua a pensarsi come la somma di appartenenze contrapposte invece che come una nazione consapevole dei propri interessi permanenti.

Prima di domandarsi con chi costruire l’unità bisognerebbe infatti trovare il coraggio di chiedersi che cosa, in realtà, meriti davvero di essere unito, perché la storia dei popoli insegna che non tutto ciò che può essere accostato deve necessariamente convivere e non ogni somma produce una comunità, allo stesso modo in cui nessun grande cuoco ha mai immaginato che bastasse gettare gli ingredienti dentro una pentola perché da quel gesto nascesse un piatto capace di raccontare una terra, una cultura e una memoria, essendo vero esattamente il contrario, e cioè che ogni ingrediente acquista valore soltanto quando viene scelto con rigore, dosato con intelligenza e armonizzato con gli altri senza perdere la propria natura.

Forse è proprio questa la metafora che manca al dibattito politico sardo, nel quale la parola unità viene spesso pronunciata come se indicasse una semplice operazione di accumulo, una progressiva addizione di sigle, associazioni, movimenti e appartenenze destinata, quasi per una misteriosa legge della matematica politica, a produrre automaticamente una forza più grande della somma delle sue parti, mentre la vita delle comunità dimostra che gli insiemi costruiti senza un principio ordinatore finiscono quasi sempre per trasformarsi in aggregati privi di identità, incapaci di riconoscere una direzione comune proprio perché nessuno ha mai avuto il coraggio di interrogarsi su quale fosse il fine prima ancora dei mezzi.

La Sardegna, invece, possiede oggi un’occasione che raramente si presenta nella storia di un popolo, perché le grandi mobilitazioni contro la speculazione energetica hanno dimostrato che esiste già una coscienza nazionale molto più avanzata delle organizzazioni politiche che pretendono di rappresentarla, dal momento che migliaia di cittadini hanno saputo riconoscersi senza chiedersi quale fosse la tessera dell’altro, se provenisse dalla sinistra o dalla destra, dal mondo cattolico o da quello laico, comprendendo istintivamente che la difesa della propria terra appartiene a una dimensione più alta delle appartenenze importate dalla politica italiana.

Chi continua a immaginare l’unità come la costruzione dell’ennesimo contenitore rischia di riprodurre proprio quella cultura politica dalla quale il sardismo dovrebbe emanciparsi definitivamente, perché i contenitori servono a custodire organizzazioni mentre una nazione ha bisogno di custodire un progetto, e il progetto della Sardegna non può consistere nella semplice conquista di nuove istituzioni ma nella costruzione di una società più giusta, più competente, più democratica e più capace di redistribuire il potere insieme alla ricchezza.
Essere sardisti, allora, non significa aggiungere un’altra ideologia alle ideologie esistenti, ma liberarsi finalmente delle categorie attraverso le quali lo Stato italiano ha insegnato ai sardi a leggere sé stessi, comprendendo che un imprenditore e un operaio, un pastore e un ricercatore universitario, un credente e un laico, un uomo di destra e uno di sinistra possono continuare a pensare diversamente su molte questioni senza smettere di riconoscersi nella priorità assoluta degli interessi permanenti della Sardegna, perché una nazione matura non cancella il pluralismo ma lo organizza attorno a un bene comune superiore.

Se davvero dovrà aprirsi una nuova stagione politica, essa non nascerà dalla fusione di simboli né dalla costruzione dell’ennesima sigla destinata a consumarsi nella competizione elettorale, ma dalla capacità di trasformare quella coscienza popolare già esistente in un progetto di governo fondato sulla sovranità democratica, sulla giustizia sociale, sulla conoscenza, sulla tutela dei beni comuni e sulla responsabilità collettiva, poiché il contenitore esiste già e coincide con la Sardegna stessa, con la sua lingua, con la sua storia, con il lavoro delle sue donne e dei suoi uomini e con il diritto di un popolo a decidere del proprio destino, mentre ciò che ancora manca non è l’unità, ma il coraggio di riconoscere che essa non rappresenta il punto di arrivo del sardismo, bensì il primo indispensabile strumento attraverso il quale rendere finalmente possibile tutto il resto.

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giovedì 20 agosto 2026

Eruzioni Etna. Perchè USA e NATO non mollano Sigonella - Antonio Mazzeo

Gli operatori fanno i conti sui danni economico-finanziari (centinaia di milioni di euro) ma né il governo regionale nè le autorità nazionali spiegano perchè in questa drammatica emergenza di Ferragosto non sia stata richiesta l’apertura al traffico civile della base militare USA e NATO di Sigonella, a meno di 20 km in linea d’aria da Fontanarossa, risparmiata dalle ceneri (la direzione dei venti ha colpito lo spazio aereo ad est e sud-est del vulcano).

L’impiego alternativo di Sigonella era stato assicurato tra il novembre e il docembre 2012 in occasione dei lavori di rifacimento delle piste di Catania Fontanarossa.

Le forze armate italiane e statunitensi ed i principali centri di ricerca universitari e di vulcanologia sono perfettamente a conoscenza della maggiore “protezione” dalle emissioni delle ceneri della base militare, posta a sud-ovest dal vulcano.

Inoltre sono stati predisposti sofisticati sistemi di monitoraggio e controllo dell’Etna che consentono di prevedere con largo anticipo le attività eruttive ed i possibili effetti, specie in termini di intensità delle emisisoni, loro direzione ed aree di ricaduta.

Vogliamo citare in proposito quanto evidenziato nella prestigiosa rivista scientifica “Natural Hazards and Hearth System Sciences” della European Geosciences Union (13 giugno 2025) da sette ricercatori italiani dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – INGV (sezioni di Bologna e Catania) e delle Università degli Studi di Genova e “Aldo Moro” di Bari (titolo: Estimating the mass of tephra accumulated on roads to best manage the impact of volcanic eruptions: the example of Mt Etna, Italy).

I ricercatori spiegano in particolare che “la localizzazione dell’Etna, insieme ai venti predominanti da ovest e da nord-ovest in alta altitudine, favorisce la dispersione e la ricaduta di ceneri e materiali piroclastici principalmente verso est (31%), sud est (35%) e nord ovest (29%), con solo il 6% diretti verso sud. Questi valori sono derivati dall’analisi dei dati ottenuti durante i 39 eventi eruttivi registratisi tra il febbraio e ottobre 2021. Questi risultati sono coerenti con la storica distribuzione statistica della direzione e velocità dei venti bel periodo 1990–2007 ad altitudini comprese tra i 5 e i 10 km.”.

 

Ad analoghe conclusioni è giunto uno studio del Dipartimento di ingegneria Civile e Architettura dell’Università di Catania e di altri centri di ricerca accademici sui “possibili riutilizzi del rifiuto vulcanico nel campo dei materiali edili”, coordinato dalla prof.ssa Loredana Contrafatto. In un articfolo pubblicato dal sito di UNICT il 26 Febbraio 2024, la docente scrive in proposito che “a causa della direzione dei venti dominanti sono soprattutto i comuni del versante orientale e sud-orientale ad essere maggiormente colpiti dalla ricaduta delle ceneri vulcaniche e a soffrirne i disagi logistici e le conseguenze economiche maggiori”,

Pentagono e NATO possono stare tranquilli dunque e ciò spiega come nella “settimana di passione” ferragostana la base di Sigonella sia rimasta sempre pienamente operativa.

Attendiamo di conoscere il motivo per cui la Regione Siciliana non abbia chiesto al governo Meloni e alla Difesa di concedere anche parzialmente l’uso delal base militare per “tamponare” gli enormi disagi causati dalla chiusura dello scalo di Fontanarossa.

 

Tre anni avevamo assistito ad un ipocrita “balletto” propagandistico-elettorale tra il governatore Renato Schifani e il ministro della Difesa Guido Crosetto, proprio in merito all’apertura di Sigonella al traffico aereo civile. “Ieri sera ho chiamato il ministro Crosetto al quale ho chiesto la possibilità dell’utilizzo dello scalo dell’aeroporto militare di Sigonella, dopo aver rappresentato il grave stato di criticità in cui si trova il sistema aeroportuale siciliano a seguito della ridottissima attività dello scalo di Fontanarossa”, scriveva Schifani il 20 luglio 2023. “Il ministro, dopo le dovute consultazioni, mi ha informato circa la possibilità dell’utilizzo dello scalo militare, come già avvenuto in una precedente situazione di inagibilità dell’aeroporto di Catania, a causa della pioggia di polvere vulcanica (sic.). Ringrazio a nome dei siciliani il ministro Crosetto per la grande sensibilità dimostrata sulla vicenda, che denota ancora una volta la serietà ed affidabilità del governo Meloni”.

Nella stessa giornata del 20 luglio 2023, il ministero della Difesa italiana emetteva la seguente nota. “L’aeroporto militare di Sigonella è stato reso disponibile per allentare la pressione sugli aeroporti siciliani. In particolare lo scalo civile di Catania. Il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha infatti dato immediata disponibilità dello scalo militare di Sigonella venendo incontro alla richiesta del Presidente della Regione Sicilia, Renato Schifani”.

In verità alla fine non si fece nulla: lo scalo non fu messo a disposizione degli aerei passeggeri, ma la ricaduta mediatica per Regioen Sicilia e Difesa fu enorme.

Stavolta si poteva fare e in tempi rapidissimi, ma non è stato fatto. Volere è potere. Ma né Schifani né Crosetto hanno inteso voler fare qualcosa. Nè purtroppo l'”opposizione” politica e le forze sindacali di regime hanno voluto proferire parola.

Che lo ricordino alle tornate elettorali 2027 i siciliani e le decine e decine di migliaia di turisti condannati alla tragica odissea di questa bollentissima estate. Buona domenica

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mercoledì 19 agosto 2026

Aeroporti: ordine del giorno - Lucia Chessa

 

Che sorpresa in consiglio regionale. Dopo aver eliminato lo stanziamento di 30 milioni di euro che avevano destinato alla privatizzazione degli aeroporti sardi, che detto così, se ci fai caso, fa già ridere (o piangere), hanno votato un bell’ordine del giorno. All’unanimità. Proposto dalla destra, meritoriamente, ma votato da tutti, maggioranza ed opposizione.

Un bell’ordine del giorno dove il Consiglio Regionale, impegna la giunta a garantire che la società che controllerà gli aeroporti sardi sia a maggioranza pubblica. Cioè l’esatto contrario del percorso impostato e seguito fino a ieri da Alessandra Todde.

Non si sa bene se i consiglieri del Campo Largo avessero capito bene cosa stavano votando. Non è chiaro se fossero consapevoli che stavano pesantissimamente sconfessando l’operato della Giunta e cannoneggiando le fondamenta stesse del castello che la Presidente aveva costruito in mesi di solitarie trattative con il presidente della camera di commercio di Cagliari e il fondo privato di investimento F2i Ligantia. Lo so che può sembrare strano. Lo so che sembra impossibile ipotizzare inconsapevole ed unanime leggerezza nel voto su una partita come questa. Ma il momento era concitato. Un emendamento dopo l’altro, nel giro di meno di una settimana, stavano programmando, anzi frantumando due miliardi e mezzo di euro in decine se non centinaia di piccoli interventi ad personam, puntuali li chiamano loro, attraverso i quali ogni consigliere si curava il proprio collegio, senza bandi a cui tutti potessero partecipare, senza criteri in base ai quali effettuare gli stanziamenti, senza niente se non lo sguardo benevolo di un consigliere regionale su quella singola associazione, quel singolo comune, quel singolo evento, quel singolo futuro elettore.

Quell’ordine del giorno a me, firmataria di un ricorso al Presidente della Repubblica contro l’operato della Regione Sardegna che avrebbe consegnato ad un preciso privato, sempre senza bando, gli aeroporti sardi, fa estremamente piacere. Potrebbe mettere una pietra tombale su quel pessimo e prepotente percorso di privatizzazione, sempre che i consiglieri della maggioranza non abbiano la faccia tosta di tornare indietro dopo essersi studiati le carte ed essersi resi conto di quello che hanno votato. Tenderei a non escluderlo completamente anche se, certo, credo che gli venga in salita.

Ma la domanda è. Come mai nessuno della maggioranza, in primo luogo la Presidente Todde, dopo una inversione ad U rispetto ad un percorso che caparbiamente si è seguito per mesi e forse per anni, un percorso anche dispendioso di incarichi esterni e di consulenze, come mai nessuno sente il bisogno di spiegare ai cittadini?

E anche il gruppo di centro destra, rispetto ad un Consiglio che sconfessa in questo modo l’operato della Giunta e della presidente, rispetto ad un voto che la mette palesemente in minoranza rendendola ovviamente inaffidabile agli occhi di tutti gli interlocutori coinvolti e non coinvolti nell’operazione, come mai non chiede a gran voce le dimissioni.

Il Campo Largo, in parlamento, platealmente ha chiesto le dimissioni di Giorgia Meloni perché è andata sotto di un voto e qui nel Consiglio Regionale Sardo la destra cosa fa? Giocherella?

Si. Giocherella esattamente come fa il Campo Largo in parlamento. Maggioranza ed opposizione sono due facce della stessa medaglia che si inter-scambiano il ruolo e, a turno, recitano la loro parte in un teatrino che ci trascina giù. E questo spettacolo avvilente è esattamente la ragione per la quale occorrerebbe rifondare tutto e immaginare un’altra via capace di invertire la tendenza.

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martedì 18 agosto 2026

Quando la transizione verde prende fuoco: il paradosso della rete elettrica dal Mediterraneo alla Sardegna - Francesco Santoianni


Da qualche settimana un caso greco sta facendo scuola tra chi si occupa di gestione del rischio: gran parte degli incendi più devastanti dell'estate 2026 non sarebbe partita da un fulmine, da una sigaretta o da un piromane, ma da un cavo elettrico vecchio, mal mantenuto, che ha ceduto sotto il caldo e il vento. È un caso di scuola perché mette insieme tre elementi che, in teoria, dovrebbero remare nella stessa direzione — la transizione energetica, la prevenzione del rischio incendio, la finanza pubblica — e che invece, nella pratica, finiscono per remare l'uno contro l'altro. E non è un problema solo greco: guardando ai dati di quest'estate, lo stesso schema si ritrova, con varianti locali, in Sicilia, in Calabria e in Sardegna.

La Grecia: il 75% degli ettari bruciati parte dai tralicci

Secondo i dati preliminari della Direzione Investigativa sui Reati di Incendio Doloso della Grecia, ripresi da Politico e da Brussels Signal, gli incendi finora attribuiti a guasti della rete elettrica avrebbero prodotto circa il 75% della superficie bruciata nel Paese nel 2026. Le due fiamme più gravi di fine luglio — nell'Attica occidentale e a Creta — hanno distrutto oltre 14.500 ettari e causato quattro morti, e in entrambi i casi i vigili del fuoco hanno indicato come causa un guasto alla rete.

Il paradosso, spiegato bene anche da EU Alive, è che la parte di rete elettrica coinvolta corre quasi sempre in superficie, attraverso boschi sempre più secchi e aree rurali sempre più spopolate: bastano poche scintille in una giornata di vento per innescare un incendio che nessuno controlla più. Il WWF Grecia, citato da Spotmedia, ha calcolato che già nel 2025 sei dei dieci incendi maggiori erano partiti dalla rete elettrica, per il 55% della superficie bruciata quell'anno.

Il punto politicamente scomodo, però, è un altro: negli stessi anni in cui la rete elettrica greca accumulava un arretrato di manutenzione — accumulato nel tempo, aggravato dagli otto anni dei tre programmi di aggiustamento economico applicati tra il 2010 e il 2018.— Bruxelles celebrava la Grecia come un campione della transizione energetica, grazie a oltre 1,8 GW di nuovo fotovoltaico collegato alla rete solo nel 2025. Il gettito di CO2 evitata da quei pannelli rischia però di essere azzerato, se non superato, dalle emissioni degli incendi provocati dalla stessa rete che nessuno ha mai davvero messo in sicurezza.

L'Italia non è un'eccezione: Sicilia e Calabria in prima fila

Chi pensa che si tratti di un problema tutto greco farebbe bene a guardare i dati italiani. Secondo il dossier L'Italia in fumo di Legambiente, ripreso da Telemia, nel 2025 la Calabria ha registrato 603 incendi per quasi 17mila ettari bruciati, seconda in Italia solo dietro la Sicilia.

In Sicilia il problema si è manifestato quest'estate in una forma gemella a quella greca: non solo incendi, ma un collasso parallelo della rete di distribuzione. Come racconta MeridioNews sulla base di un'analisi del Sole 24 Ore, tre città siciliane sono in testa alla classifica nazionale per interruzioni di energia elettrica, e la causa principale — spiega un docente di Sistemi Elettrici dell'Università di Palermo — sono i guasti ai giunti dei cavi di media tensione, che con il caldo estremo si dilatano e cedono. A Palermo, Catania e nel Ragusano i blackout si sono susseguiti per settimane, come documentano Giornale di Sicilia e Corriere di Sciacca, con i sindaci che chiedono tavoli urgenti con il gestore e valutano azioni legali.

Un articolo del Sole 24 Ore quantifica il problema su scala nazionale: per mettere in sicurezza le reti italiane servirebbero investimenti nell'ordine di 15 miliardi di euro, a fronte di piani attuali che — pur significativi — restano strutturalmente insufficienti rispetto alla velocità con cui il clima sta cambiando le condizioni operative di cavi pensati per un altro secolo.

La Sardegna: lo stesso copione, un'estate dopo l'altra

Se c'è una regione italiana in cui il legame tra rete elettrica fragile, ondate di calore e rischio incendio si è manifestato con particolare evidenza, quest'estate, è la Sardegna. A metà luglio l'isola è finita "in tilt": Sardiniapost ha contato 33 blackout in un solo giorno tra il Cagliaritano, il Sud Sardegna e la Gallura, con punte di 47,6°C a Orani e l'allerta incendi in codice arancione confermata per l'intera isola.

Il sovraccarico dovuto ai condizionatori si è sommato, come racconta Radio Sintony, a un'ondata di incendi che ha coinvolto anche i vigili del fuoco impegnati sul fronte del caldo estremo. A Maracalagonis un intero paese è rimasto senza corrente per ore, fino all'arrivo di un generatore mobile piazzato accanto a una scuola d'infanzia.

Non si tratta di un episodio isolato: già a inizio 2025 Casteddu Online raccontava di interruzioni durate anche 17 ore in diversi centri dell'isola, con un tecnico del settore che indicava come causa "cavi datati" e un isolamento dei conduttori ormai "cotto dal sole" — parole che potrebbero essere state pronunciate identiche in Grecia o in Sicilia. A quel punto Adiconsum Sardegna ha parlato apertamente di reti "inadeguate", mentre l'Anci regionale ha chiesto un piano straordinario e l'apertura di un tavolo permanente con E-Distribuzione, Terna e Arera, sottolineando — parole che meriterebbero di essere incorniciate nell'ufficio di ogni pianificatore — che "ogni estate non può trasformarsi in una nuova emergenza elettrica". La richiesta, riportata anche da Cagliaripad, è di istituire un organismo permanente Regione-Comuni-gestori per programmare insieme prevenzione e manutenzione, invece di rincorrere l'emergenza ogni luglio.

La differenza rispetto alla Grecia, in questo caso, non è nella causa ma nella scala: la Sardegna non ha alle spalle un decennio di programmi di aggiustamento del FMI, ma sconta comunque decenni di investimenti concentrati su generazione e connessioni (specie rinnovabili, vista la vocazione dell'isola) più che su manutenzione capillare della rete di distribuzione a bassa e media tensione — la parte meno "fotogenica" del sistema elettrico, quella che non genera rendita finanziaria ma che, quando cede, può incendiare una montagna.

Non solo incendi: la stessa fragilità dietro l'apagón iberico

Il filo che lega vecchie reti, clima estremo e crisi a cascata non riguarda solo gli incendi. Il 28 aprile 2025 un blackout ha lasciato al buio per ore quasi tutta la Spagna e il Portogallo, oltre a parte della Francia meridionale: circa 60 milioni di persone coinvolte, trasporti e ospedali in tilt, secondo la ricostruzione di Euronews. L'indagine tecnica di ENTSO-E, la rete europea dei gestori di trasmissione, ha attribuito la causa primaria a una serie di eventi a cascata innescati da un'oscillazione di tensione mal gestita dagli impianti tradizionali — non, come inizialmente ipotizzato da alcuni commentatori, dall'eccesso di rinnovabili — secondo quanto riassunto da GreenMe e da Italian Climate Network.

Anche qui lo schema di fondo è simile a quello greco e sardo: un sistema elettrico che cresce rapidamente sul lato della generazione (in Spagna il 60% dell'elettricità viene già da fonti rinnovabili) mentre il coordinamento e la resilienza dell'infrastruttura di trasmissione e distribuzione restano un passo indietro rispetto alla velocità del cambiamento. La scheda di Wikipedia ricorda che il blackout ha causato anche vittime indirette, per lo più legate a generatori difettosi usati in emergenza dai cittadini rimasti senza corrente.

Perché succede sempre così

Il filo comune tra Atene, Palermo, Catania, Cagliari e Madrid non è un complotto né una fatalità: è una logica di investimento. Costruire un nuovo parco fotovoltaico o eolico crea un asset che genera un flusso di ricavi per decenni, un bene che può essere finanziato, comprato e rivenduto sui mercati dei capitali — come dimostrano le operazioni miliardarie di gruppi come RWE, BP o TotalEnergies sugli impianti greci degli ultimi anni. Sostituire un cavo marcio in mezzo a un bosco o rinforzare un giunto di media tensione in periferia, invece, non genera nessuna rendita: evita solo che una montagna prenda fuoco o che un quartiere resti al buio. È un costo puro, non un investimento che attira capitali privati, e per questo tende sistematicamente a restare in fondo alla lista delle priorità — soprattutto nei paesi e nelle regioni che escono da anni di disciplina di bilancio.

Per chi si occupa di gestione del rischio e protezione civile, la lezione è semplice da enunciare e difficile da applicare: la manutenzione ordinaria dell'infrastruttura elettrica è, a tutti gli effetti, una misura di prevenzione antincendio e di resilienza climatica — non un capitolo di spesa a parte, separato dalla pianificazione emergenziale. Finché continuerà a essere trattata come tale, ogni estate rischia di ripresentare lo stesso conto, da Atene alla Sardegna.

  

Fonti principali: Video OttolinaTV  L’Europa Green ha dato fuoco alla Grecia?  Politico/E&E NewsBrussels SignalEU Alive, Legambiente via TelemiaMeridioNewsIl Sole 24 OreSardiniapostReport Sardegna 24Euronews.


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