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martedì 3 dicembre 2024

Black Friday, qualche considerazione di rito - Salvatore Bianco e Fabrizio Venafro

 

Quando il Grande Giorno arriva con la sua ingiunzione consumistica può accadere che un tarlo si insinua nella mente, prima sottile poi sempre più pressante, e spinge a considerare l’incipit celebre del Capitale di Marx, «il mondo si presenta come una immane distesa di merci», nonostante il tempo trascorso, ancora come la cornice teorica più adeguata per inquadrare un fenomeno come il Black Friday.

 1. Con velocità fulminea, da fenomeno di costume circoscritto e un po’ bizzarro è divenuto in pochi anni, complice il villaggio globale, evento planetario, con un giro di affari vorticoso. Solo in Italia ha fatto registrare, anno su anno, un incremento di circa il 55% di vendite e ha coinvolto sedici milioni di persone, superando abbondantemente i due miliardi di giro d’affari. Il successo ne ha dilatato la durata tanto che si parla di settimanadel Black Friday. Lo spazio geografico di provenienza è certo, gli USA, ma la provenienza del nome, venerdì nero, come conviene ad un mito sia pure di oggi, al contrario della puntuale ricorrenza, è controversa e segnala che anche le origini siano spesso una costruzione ex post, che accompagnano i cambiamenti culturali di un’epoca. Ed allora che sia la riattualizzazione tetra del giorno in cui gli schiavi finivano in saldo oppure la giornata in cui gli operai disertavano le fabbriche dopo le intemperanze del Ringraziamento o, ancora, racchiuda l’imprecazione dei poliziotti della stradale di Filadelfia che in quel venerdì del ’61 furono letteralmente travolti da un traffico eccezionale dovuto alle orde di consumatori, come detto, queste ricostruzioni, sono un po’ tutte vere o, se si preferisce, tutte un po’ false. Vero è che una storia come quella dei poliziotti lamentosi non poteva reggere alla lunga come stimolo allo shopping ed, allora, sotto regime neoliberista, meglio la narrazione dei libri contabili dei negozi che da quel fatidico venerdì passano dall’inchiostro rosso delle perdite a quello nero dei guadagni.

Ma cosa spinge una fiumana di gente, arrischiando la loro stessa incolumità, come dimostrano taluni episodi americani finiti in tragedia, a prendere letteralmente d’assalto i centri commerciali o come sciame digitale inondare le piattaforme immateriali del web? La risposta è in una foto a colori che sbuca dalla copertina di una rivista patinata, dai dettagli nitidi e con punto di osservazione da sorvolo. Ritrae una delle tante scene che si sono ripetute in questi giorni ovunque nelle moderne cattedrali del commercio. E’ una calca di gente infervorata che assedia in circolo uno dei tanti altari allestiti per l’occasione, sotto gli occhi compiaciuti dell’officiante di turno, di una nota marca di prodotti elettronici, che mostra – così si intuisce – ai consumatori lì convenuti l’oggetto devozionale. I cartellini con lo sconto promesso saturano poi tutto l’ambiente circostante. E non si sottolineerà mai abbastanza la funzione decisiva dello sconto volto a piegare quella sorta di riluttanza all’eccesso, che frena e che in questo modo viene tacitata. Perché la meccanica dello sconto, è bene sempre rammentarlo, con la sua implacabile logica del risparmio, serve a seppellire quell’antica vocazione alla parsimonia e alla misura che ci abita da tempi remoti.

Sembrano delinearsi i contorni del fenomeno. Un rito senza teologia in cui tutti noi siamo immersi, devoti di un culto che non promette espiazione, salvezza, ma solo crescente debito e conseguente colpa, «questo culto – scrive Benjamin riferendosi al capitalismo – è colpevolizzante-indebitante», che è poi il più vistoso apparente paradosso di una civiltà che ha promesso benessere ma non poteva che realizzare debito, basandosi in ultima istanza sul credito del denaro.

D’altronde, la radice ultima di un meccanismo che postula una crescita infinita in un quadro di risorse finite e per giunta in rapido deperimento non può che risiedere in una credenza, una fede o qualche forma moderna di superstizione razionalistica.

2. Se il termine Black Friday è suscettibile di congetture, l’ethos che lo anima ha origine certa. Come successe con lo spirito del capitalismo, grazie all’intuizione protestante che l’accumulo di ricchezza fosse un segnale di appartenenza alla comunità di eletti (come ci insegna Weber), anche lo spirito del consumismo ha un suo punto di origine ben preciso. E non a caso lo troviamo nella terra dove si insediarono quegli stessi che erano portatori dell’originaria fede: gli Stati Uniti. Qui, negli anni Cinquanta, vengono gettate le basi dello spirito consumistico, necessario corollario di un apparato iperproduttivista che si regge sul primo spirito. Da allora, si lavora incessantemente per creare una nuova antropologia fondata sul soddisfacimento compulsivo di un godimento senza fine che si esaurisce dopo ogni acquisto e cerca una propria riesumazione nel prossimo oggetto del desiderio (Lacan parlava in proposito del discorso del capitalista).

Sono passati appena dieci anni dalla fine del conflitto mondiale e già si stava esaurendo la spinta alla crescita innescata dalla ricostruzione delle macerie lasciate in Europa e in Giappone. Negli Stati Uniti si temeva una crisi di sovrapproduzione perché il mercato era già saturo. Allora si cercarono altri modi per convincere le persone ad acquistare merci di cui, in fondo, non avevano bisogno. Una società che si crede ricca solamente perché consuma beni inutili. Ma per far questo deve cambiare il concetto stesso di bene. Come racconta Vance Packard ne I persuasori occulti, lavoro pioneristico perché osserva in tempo reale il mutamento di sistema, negli uffici marketing delle aziende cominciano ad essere assunti gli psicologi, affinché suggeriscano come convincere i consumatori ad acquistare ciò che non gli serve. Ancora più di prima, allora, il bene diventa l’incarnazione di un sogno, di uno status, di un carisma che sarebbe acquisito solo in virtù del possesso di un determinato oggetto. Da allora le auto, negli Stati Uniti, aumentano di dimensione, divenendo simbolo della personalità del guidatore. Nel 1955 viene pubblicato un articolo di Victor Lebow sul Journal of Retailing che è considerato il manifesto del capitalismo di consumo. Lebow auspicava che il consumo divenisse un vero e proprio stile di vita, esprimendo la necessità che gli oggetti avessero una vita breve, fossero sostituiti e gettati a un ritmo sempre più rapido. Attualmente il capitalismo intero si fonda su questa teorizzazione. L’usa e getta permette di abbassare il rischio delle crisi di sovrapproduzione ma non fa i conti con il fatto che tale stile non è sostenibile dal pianeta. Oggi ogni attività delle persone ruota intorno all’acquisto ritualizzato di merci, tanto da fare dei centri commerciali il non-luogo di ogni relazione umana, laddove prima erano le piazze della città ad essere il centro relazionale delle comunità urbane. Ciò significa che il capitalismo ha operato una vera mutazione antropologica facendo del lavoro e dell’acquisto di merci lo scopo esistenziale. Chiedere di lavorare meno e di consumare in modo consapevole diviene un discorso eversivo in questo contesto. Anche se tale atto eversivo si rende necessario alla luce della crisi ecologica cui stiamo assistendo. Il comportamento ecologico non è neutro rispetto al sistema di sviluppo.

 Il mercato è indubbiamente forte e pervasivo, ma la storia ha mostrato che alle idee serve più tempo ma che poi possono invertire la freccia della storia in determinate circostanze; l’immaginazione di una soggettività collettiva da costruire non catturata alla lunga può essere la svolta dirompente di questo scorcio di nuovo millennio.  E se un nocciolo di verità le parole contengono, allora Black Friday, o venerdì nero, ci ammonisce circa il treno impazzito su cui stiamo correndo verso il baratro, che le guerre atroci in svolgimento stanno inverando. E dovrebbe anche ammonirci circa il poco tempo a disposizione per tirare il freno.

da qui

lunedì 5 luglio 2021

Il futuro è oggi. L’urgenza di un modello di sviluppo alternativo - Fabrizio Venafro

 

Il recente ennesimo disastro ecologico causato dall’affondamento di una nave cargo al largo delle coste dello Sri Lanka, ripropone prepotentemente la questione ambientale e in particolare dell’enorme quantità di plastica prodotta e dispersa nelle acque del globo. Dopo giorni di incendio, la nave affonda disperdendo enormi quantitativi di plastica e petrolio nell’oceano e sulle spiagge. È stato stimato che negli oceani la quantità di materiale inorganico immesso dall’uomo è ormai maggiore di quella di materia organica, costituita da pesci e alghe. Le microplastiche presenti nel ciclo dell’acqua sono ormai diffuse ovunque e fanno parte dell’alimentazione dei pesci (costituendo una sorta di plancton tossico) e tramite questi della nostra. L’invenzione della plastica, salutata quale grande progresso del XX secolo, si sta rivelando un vero e proprio cavallo di Troia per la salute umana. Un materiale che ha insitauna contraddizione dovuta al fatto che, a dispetto della lunga durata, viene impiegato per la produzione di oggetti usa e getta. Quello della plastica è solo uno dei problemi ambientali che ci vengono posti dalle sfide per il futuro e che pongono l’attuale modello di sviluppo sul banco degli imputati. La cosa bizzarra, quasi uno scherzo del destino, è che continuando secondo il modello espansivo perseguito finora, la catastrofe si abbatterà sullo stesso genere umano che ne subirà direttamente le conseguenze e potrebbe autoestinguersi. La Terra sopravvivrà a tutti gli stress cui la stiamo sottoponendo, ma si può dire la stessa cosa per il genere umano? Il nostro è un genere che provoca la propria estinzione e questa è una peculiarità della nostra specie, che pur si distingue per l’uso della razionalità. Siamo una specie che fa tabula rasa dell’ambiente circostante, alla stregua di quei virus che non si adattano all’organismo che occupano e lo distruggono. L’evoluzione segnata da un progressivo adattamento all’ambiente sta cambiando verso e si rovescia nel proprio opposto.

Occorre, allora, riflettere se questa sia una caratteristica umana ovvero pertenga a una cultura specifica di una parte dell’umanità. Lo stesso termine Antropocene viene messo in discussione da qualche studioso che non condivide questa indiscriminata attribuzione di responsabilità al genere umano. D’altra parte, se la responsabilità è capillarmente diffusa, allora non vi è una vera e propria responsabilità; è semplicemente il portato della natura umana. E, come lo scorpione che punge la rana che lo traghetta dall’altra parte del fiume, nulla si può contro la propria natura. Nel rifiutare tale paradigma Jason Moore conia un termine cacofonico ma efficace nel porre la questione su un binario più idoneo: Capitalocene. Moore non rifiuta il concetto di Antropocene su basi scientifiche e geologiche, ma contrappone il termine Capitalocene a quello di un Antropocene alla moda, per porre la dovuta attenzione alle origini e alle forze che hanno scatenato la crisi ecologica del XXI secolo[1]. Il ricorso generalizzato al termine Antropocene, avulso da un’analisi scientifica, per Moore, ha lo scopo di nascondere il nodo delle disuguaglianze, della mercificazione, dell’imperialismo e di cancellare le specificità storiche del capitalismo, attribuendole alla generalità degli esseri umani. I cambiamenti climatici e la crisi ambientale rappresentano la quintessenza dello spirito predatorio del capitalismo con il corollario della colonizzazione di aree periferiche che, da una parte subiscono la depredazione di risorse naturali e materie prime, dall’altra subiscono gli effetti del cambiamento climatico e dell’inquinamento in forma più deflagrante rispetto ai paesi industrializzati. Quando il capitale mira alla conquista di nuovi territori, sia per motivi di estrazione di risorse che di allargamento del mercato, consuetudini ed equilibri secolari vengono spazzati via e ogni cosa viene sottoposta alla logica delle leggi del mercato e della competizione spinta.

Un fenomeno cui, ad esempio, Mike Davis attribuisce i milioni di morti dovuti alle grandi carestie che colpirono la Cina e l’India nel XVIII secolo. In nome del libero mercato, furono annullati quei tradizionali sistemi di gestione del rischio (come l’immagazzinamento di prodotti agricoli  nella prospettiva di fronteggiare periodi di scarsità) che culture millenarie avevano costruito fino ad allora, con il risultato che, mentre la popolazione moriva di fame, treni con derrate destinate all’Europa solcavano le terre indiane e cinesi[2]. Secondo Davis, quello che oggi viene chiamato Terzo mondo è l’esito di squilibri di reddito e ricchezza formatisi soprattutto nell’ultimo quarto dell’Ottocento, quando le grandi masse contadine extraeuropee furono integrate nell’economia mondiale. Lo sviluppo industriale di stampo capitalistico originato dalla rivoluzione industriale ha provocato non solo la grande accelerazione nella devastazione degli ecosistemi ma ha anche operato una torsione nelle economie e negli assetti sociali a livello mondiale che nel XXI secolo mostra tutta la sua drammaticità.

L’attuale modello di sviluppo, consiste in un capitalismo che si foraggia grazie al consumismo indiscriminato da parte delle popolazioni dei paesi industrializzati, di cui ha modificato i comportamenti, realizzando quella mutazione antropologica che Victor Lebow auspicava negli anni cinquanta, ossia che il consumo rapido di merci non durevoli diventasse il nostro stile di vita. Il feticismo delle merci è divenuto il nuovo imperativo. Secondo una visione ancora dominante, qualsiasi idea di progresso e di sviluppo, o di ripresa da fasi depressive come quella legata alla pandemia, non può che essere legata alle parole d’ordine della crescita del prodotto interno lordo. Questa comporta la produzione di merci attraverso l’estrazione e la trasformazione di risorse naturali che, dopo un breve ciclo di vita, si trasformano in rifiuti. In passato, tale modello è stato accolto come il più idoneo a garantire prosperità per il maggior numero di persone. Ma il risultato conseguito è stato decisamente al di sotto delle aspettative. Oggi, nonostante le grandi contraddizioni prodotte dall’attuale paradigma, con crescente aumento della disuguaglianza, della povertà, del disagio psicofisico, della precarietà non solo lavorativa ma esistenziale, dell’incertezza rispetto al futuro (per alcuni ricercatori persino la decrescita della natalità nell’Occidente ricco va attribuita all’incertezza del futuro determinato dal riscaldamento climatico[3]) sembra viga la rassegnazione indotta da quel motto coniato da Margaret Thatcher secondo cui There is no alternative. Eppure, se non si vuole precipitare nella catastrofe paventata dei cambiamenti climatici, occorre un cambio di paradigma, come si sente auspicare da più parti. Il problema è dato dal senso che si vuole attribuire a questo cambiamento. Se questo debba consistere in un miglioramento tecnologico, quindi in una transizione verso l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili che non costringa a ripensare il dogma della crescita, ovvero se debba coinvolgere gli stili di vita degli individui e, di conseguenza, riscrivere le regole del sistema economico.

Della prima soluzione si parla molto e sembra essere scritta nell’agenda di molti paesi industriali avanzati che pongono alla base dello sviluppo futuro il ricorso a energie rinnovabili al fine di contenere gli effetti del riscaldamento climatico. Che la sensibilità verso il clima abbia raggiunto un grado elevato ce lo confermano sia le posizioni di molti politici che l’atteggiamento di aziende che si spacciano per ecofriendly. Persino una multinazionale come Eni, che estrae petrolio in Africa degradando l’ambiente e alimentando la corruzione degli amministratori locali[4], o come i produttori di acqua in bottiglie di plastica fanno del greenwashing, ossia si spacciano per avere una sensibilità ambientalista in maniera surrettizia. La necessità di una riconversione ecologica che incentivi la produzione di energia da fonti rinnovabili per arrivare a un risultato di zero emissioni di gas serra è impellente. Occorre però contemplare i rischi di una deriva che questa riconversione implica, con conseguenze geopolitiche e sociali. Gran parte della tecnologia più avanzata si basa sullo sfruttamento di quelle che vengono definite terre rare: cobalto, litio, coltan, grafite, antimonio, oro, argento, etc. Molte di queste si trovano in paesi economicamente poco sviluppati e politicamente poco progressisti. Il rischio è quello di accentuare quello sfruttamento economico col corollario del foraggiamento di governi autoritari e dell’oppressione delle popolazioni locali che già affliggono molti paesi dell’Africa, dell’America latina e dell’Asia e di incrementare, di conseguenza, i flussi migratori verso i paesi benestanti come già sta avvenendo ora a causa del cambiamento climatico. In un mondo globale, non si può pensare di isolare gli effetti negativi in un singolo paese, non esiste più l’esternalità dei costi (caratteristica tra le principali dello sviluppo capitalistico), dato che per ogni spesa il conto verrà presentato a tutti, anche se, come per i cambiamenti climatici e le pandemie, all’inizio il disagio asseconda la linea della frattura di classe e colpisce i più svantaggiati. Quindi, l’estrazione delle terre rare dovrebbe mettere in conto sia la riscrittura dei rapporti con i paesi che le producono[5], che il rispetto per l’ambiente nelle pratiche estrattive. Ciò si dovrebbe ripercuotere anche sui costi dei prodotti finali, andando a modificare pratiche di consumismo compulsivo che caratterizzano i paesi avanzati.

La riconversione ecologica sarebbe, quindi, un’arma spuntata se non accompagnata a modifiche negli stili di vita. E siamo alla seconda questione che va letta in perfetta sinergia con la prima. Occorre rigettare quella visione che identifica il benessere con il consumo di merci e impostare un’esistenza prospera non legata alla crescita indefinita del consumo di beni. Per l’economista Tim Jackson, la prosperità non si realizza attraverso un crescente possesso materiale ma ha a che fare con l’eliminazione della fame, mira a dare una casa a tutti, a porre fine alla povertà e all’ingiustizia e a dare speranza in un mondo più pacifico[6]. Nonostante tutta la tecnologia di cui disponiamo e la ricchezza economica prodotta nel mondo, la prosperità come definita da Jackson è tutt’altro che compiuta e rimane un miraggio per quella metà più povera della popolazione mondiale che guadagna il 7% dei redditi totali, mentre l’1% che si situa al vertice della piramide possiede il 50% della ricchezza globale[7]. Kate Raworth, nel constatare il fallimento dell’attuale modello economico, propone un’economia della ciambella, una raffigurazione grafica che rappresenta l’area sicura ed equa, quella della ciambella appunto, entro cui si deve muovere l’azione dell’uomo: superare le privazioni critiche dell’umanità senza produrre degrado ambientale[8]. Abbandonando il modello neoliberale che, calibrato sull’analisi microeconomica, ha come riferimento il breve periodo, l’economia deve tornare a ragionare in termini di lungo periodo. Raworth e Jackson concordano nel rifiutare il Pil quale indice del benessere e nel coniugare esigenze redistributive, egalitarie e ambientali come punti cui un’economia che si pone come fine quello della prosperità umana.

L’imperativo della crescita ha dato forma all’economia moderna che si basa soprattutto sulla produzione di beni materiali ma non si cura delle condizioni reali che sono alla base di una vita appagante. D’altra parte, gli indicatori per definire una vita soddisfacente riportano tutti a dati quantitativi incentrati sul possesso di beni. Per contrastare il fenomeno della disutilità marginale del consumo (l’ennesimo bene acquisito ci offre un grado di soddisfazione decrescente) e della saturazione del mercato, si è ricorso all’obsolescenza programmata e a massicce campagne di marketing che presentino un nuovo bene come altamente desiderabile e imprescindibile per la  realizzazione personale. Lo psicanalista Jacques Lacan, non a caso, definiva discorso del capitalista quello proprio di un regime che pone a fondamento di sé l’imperativo sregolato del consumo di consumo e che fonda un’etica antit-etica a quella weberiana del sacrificio del godimento nel presente per garantire l’accumulazione e un profitto futuro[9]. Il capitalismo, nel rendere fattuale tale discorso, produce e introduce nel mercato oggetti che anziché soddisfare la domanda l’alimentano compulsivamente, realizzando una forma di assoggettamento e non di liberazione. Il prodotto primario del discorso del capitalista consiste nell’insoddisfazione resa permanente, in quanto la soddisfazione prodotta dal possesso di un oggetto lascia presto il posto all’anelito di possederne uno nuovo in un loop che coinvolge l’intera esistenza individuale e collettiva. Il portato di questo discorso, per dirla con Lacan, o della mercificazione dei rapporti sociali, per dirla con Marx, è un mondo invaso dalle merci che non arrecano reali benefici ai loro possessori, del tutto schiavi di un comportamento compulsivo e autolesionista. Per Lacan, il discorso del capitalista è più una manifestazione della pulsione di morte che un’espressione della volontà di realizzare il desiderio. Il taglio psicanalitico di questa critica al capitalismo ha il pregio di illuminare l’attuale sistema egemone sotto una luce che ne evidenzia le pulsioni liberticide e autodistruttive. 

Sarebbe però errato inquadrare il capitalismo come una naturale autobiografia dell’umanità, dato che ne costituisce solo una deriva patologica. Ce lo dimostra la sua breve esistenza, nell’arco della storia umana, la sua limitata estensione geografica agli albori, nonché il ricorso alla violenza per essere poi imposto come modello egemone sia economico che culturale. Non ci sarebbe stato, infatti, il capitalismo, senza l’appoggio dello stato nazionale che attraverso la prevaricazione, la violenza coloniale e imperialista lo ha esteso, fin dal XVII secolo, in tutto il globo. Solo apparentemente, con l’ideologia neoliberale tornata in voga alla fine degli anni Settanta del XX secolo, si è consumato il divorzio tra lo stato e il capitalismo, o il mercato che dir si voglia. In realtà lo stato, per quanto minato nella sua autonomia da organismi sovranazionali e da imprese multinazionali, ha potenzialmente ancora la barra del timone e ancora la esercita secondo quelle modalità contraddittorie che, come notava James O’Connor[10], devono garantire l’accumulazione del capitale e la propria legittimazione di fronte alle masse. Ma quella barra potrebbe essere girata fino a invertire una tendenza che, lasciata allo spontaneismo del capitale, porterebbe all’autodistruzione.

La crisi ecologica non è semplicemente l’ennesima crisi prodotta da un sistema che dalle crisi è sia dominato che dipendente (l’accumulazione riprende più forte dopo ogni crisi). Potrebbe essere quella che porta al collasso l’umanità, alla stregua di quanto è successo sull’isola di Pasqua, paradigma di un sistema chiuso collassato a causa dell’uso indiscriminato delle risorse[11]. Per questo rappresenta anche l’occasione per uscire da una logica produttiva qual è quella capitalista. Certo è che non possiamo aspettarci un processo spontaneo. Lo stato è l’arena del conflitto di interessi contrapposti e, senza la formazione di una coscienza collettiva antagonista a questo modello economico, sarà difficile non soccombere alle sirene di una transizione energetica che non mette minimamente in discussione lo stile di vita e che si guarda bene dal ridisegnare le priorità che devono dettare i nostri comportamenti collettivi e individuali. Anche perché il potenziale messo in campo dal capitale per conservare un business as usual, in termini di opinion maker e di compenetrazione con il potere politico, è imponente. La democrazia, se fatta agire, ha la potenzialità di poter realizzare gli interessi della collettività e non dei potentati economici. Ma, per farla funzionare, occorre prepararsi e battere il capitale a cominciare da quel campo della cultura che l’ha visto egemone negli ultimi quarant’anni. Un nuovo pensiero critico è quanto mai urgente, le risorse culturali e tecnologiche ci sono, occorre solo spingerle verso una nuova fase in cui l’egemonia sia al servizio dei molti e non dei pochi. In sostanza verso un sistema socialista, non declinato nel verso di quello storico sperimentato nell’Europa dell’est nel XX secolo, ma finalizzato a creare prosperità a livello globale nei limiti tracciati dalla ciambella.


[1]    Jason W. Moore, Antropocene o Capitalocene? Scenari di ecologia-mondo nell’era della crisi planetaria,  Ombre Corte, 2017.

[2]    Mike Davis, Olocausti tardovittoriani. El Nino, le carestie e la nascita del terzo mondo, Feltrinelli, 2001.

[3]    É la tesi di uno studio americano publicato nel marzo 2021 da “Population and environment” ad opera di Sabrina Helm, Joya Kemper e Samantha K. White dal titolo No future, no kids – no kids, no future?

[4]    Cfr. http://www.popoli.info/easyne2/Primo_piano/Eni_in_Africa_un_bilancio_negativo.aspx e https://www.amnesty.it/nigeria-scoperte-gravi-negligenze-parte-shell-ed-eni/

[5]    Agli interessi che ruotano intorno all’estrazione del litio si deve il golpe in Bolivia con il conseguente esilio del presidente  Evo Morales. Cfr. https://rebelion.org/el-litio-y-la-soberania-mexico-y-bolivia/

[6]    Tim Jackson, Prosperità senza crescita. I fondamenti dell’economia di domani, Edizioni Ambiente, 2017,.

[7]    Ibidem

[8]    Kate Raworth, L’economia della ciambella. Sette mosse per pensare come un’economista del XXI secolo, Edizioni Ambiente, 2017.

[9]    Massimo Recalcati, L’uomo senza inconscio. Figure della nuova clinica psicoanalitica, R. Cortina Editore, 2010.

[10]  James O’Connor, La crisi fiscale dello stato, Einaudi, 1979.

[11]  Jared Diamod, Collasso. Come le società scelgono di morire o vivere, Einaudi, 2005.

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