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martedì 27 dicembre 2022

Sogno di una festa in un’isola normale - Matteo Porru

Tutto ciò che in Sardegna non funziona e, si spera, un giorno potrebbe essere sanato in modo definitivo

 

Facciamo finta che sia tutto un film. Un cinepanettone, visto il periodo. Uno di quei film in cui manca una trama, le circostanze sono inverosimili e la stragrande maggioranza dei personaggi o vive male o finisce peggio – non che la vita sia molto diversa -. Titolo: Natale in casa Demurtas. Soggetto: il protagonista è sardo – di un paese a vostra scelta nell’entroterra -, vive all’estero e torna a casa solo per le feste di fine anno. È Natale e a Natale si può dare di più, e infatti il nostro eroe dà centinaia di euro a una compagnia che, via terra o via mare, lo riporti sull’isola.

Potrebbe prendere la macchina, per tornare in paese, ma la Carlo Felice ha più cantieri che chilometri. Fra corriera e treno, sceglie il treno, e per arrivare in stazione deve prendere un taxi che, per partito preso, carte di credito non ne accetta più. A corto di liquidi e di energie psicofisiche, finalmente Demurtas suona il campanello, appoggia le valigie sull’entrata e lo abbracciano madre, padre, fratelli e parenti di grado via via inferiore. Non segue lo sport, il nostro eroe, ma gli basta un quarto d’ora di chiacchierata per sapere che la Dinamo bene o male ce la fa e che il Cagliari è quasi in Lega Pro. Di notte sta male, gli sale la febbre, la famiglia si chiude in conclave e discute, forse è l’influenza australiana, qualcuno dice covid, nonno propone il tampone, per zia è solo un colpo di freddo. Negativo, ma con una febbre da cavallo e in preda alle allucinazioni, Demurtas si vede catapultato nella Sardegna arcaica e piena di mistero dello spot della Regione, fino a rinsavire grazie all’effetto combinato delle pezze fredde e del paracetamolo. Vorrebbe andare alla guardia medica, e ci andrebbe, se non l’avessero chiusa. Riuscirà il nostro eroe a rimettersi in tempo per il cenone senza appestare gli altri membri della famiglia? Riuscirà a vincere, almeno quest’anno, una partita a Burraco? Riuscirà a lasciare l’isola senza pensare quante lacune potrebbero essere sanate in maniera definitiva, e quante risorse manchino al territorio? Natale in casa Demurtas: più che andare al cinema, guardatevi intorno.

da qui

martedì 9 marzo 2021

dice Matteo Porru

Sono un ragazzo di vent’anni. Noi ragazzi la pandemia l’abbiamo pagata cara, tanto, molto più di quanto la gente pensa, perché dai sono ragazzi e si adattano, perché sono ragazzi e hanno tempo. Come se non sapesse, la gente, che è da ragazzo che hai fame e ti mangi il mondo, che è da ragazzo che hai bisogno degli altri, di sfogarti, di abbracciarti. Del contatto fra corpi, degli sguardi d’intesa, di capirti più in fondo, di accettarti anche dentro. Vedo tanti ragazzi che camminano per la mia città. Qualcuno senza mascherina. E mi arrabbio. Ragà, abbiamo pagato caro, ma non potevamo fare altro. Non abbiamo avuto scelta.

Nessuno chiederà mai scusa per quello che abbiamo perso, perché nessuno ha sbagliato, non c’è un colpevole. Ma se andiamo in giro senza mascherina, l’errore lo facciamo noi. Se andiamo in giro fregandocene, ma sì ricominciamo porcatroia voglio vivere, e dimentichiamo il prezzo che abbiamo pagato, pagheremo ancora. Di più. Se andiamo in giro come se non fosse successo nulla, siamo irresponsabili, cretini e pure ingenui. Aperitivo fuori? Facciamolo all’aperto, distanziati. Un amico ci offre un passaggio? Seduti dietro, con mascherina. Inciso: la mascherina copre naso e bocca, entrambi, non uno dei due a caso. È una rottura di palle? Sì. Possiamo fare altro? No. Perché dobbiamo farlo? Perché sì, perché è giusto, per rispetto di chi non c’è più, di chi sta lottando, della nostra famiglia, degli amici, di chi potremmo contagiare, di noi stessi.

E allora parlo a te. Sì, tu che dici come prima ma come prima, ora, non si può. Tu che mi passi vicino e mi guardi male perché ho una mascherina (come se tu non la tenessi, a scuola) ma sono io che guardo male te. Tu che dici che non ci respiri, fidati che respiri benissimo. Tu che non ne puoi più, neanche io ne posso più. Ma non possiamo fregarcene. Non dobbiamo fregarcene. Quindi, caro tu, se domani ti invitano a casa di amici e siete in ottanta tu non andare e dillo a tutti, che stanno facendo una cazzata. Sii prudente, stai attento. Non so quando ne usciremo. Non lo so più. Ma un giorno farai il trasloco per andare a vivere dove vorrai e troverai un pacco di mascherine, una decina, ancora perfette. Sorriderai e dirai cazzo, meno male che è finita. Ma non trovarti davanti a quel pacco a dire cazzo, se le avessi indossate. Ma non è ancora arrivato, quel giorno, caro tu. Ora serve prudenza, ora serve attenzione. Spero la avrai. Buona vita.

da qui