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domenica 12 luglio 2026

La centrale agrivoltaica a San Leonardo di Siete Fuentes (Santulussurgiu) è priva delle valutazioni ambientali - Grig

 San Leonardo di Siete Fuentes, nel Montiferru, territorio comunale di Santulussurgiu (OR), è una località ricca di boschi di Leccio e altre essenze mediterranee, percorsa da acque cristalline, dove sorge l’antica Chiesa romanico-pisana di San Leonardo.

Il sito è tutelato con vincolo paesaggistico e culturale (decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.).

Eppure, proprio lì con una semplice procedura abilitativa semplificata (PAS), una società energetica triestina intende realizzare una centrale agrivoltaica di potenza nominale pari a 19,847 MW (potenza dichiarata da immettere in rete pari a 16,8 MW) con relative opere di connessione.

Impianti simili, per la potenza prevista, devono essere assoggettati alla preventiva e vincolante procedura di verifica di assoggettabilità a valutazione d’impatto ambientale (V.I.A.).

Così aveva affermato l’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG) nel suo atto di opposizione (14 aprile 2026) alla realizzazione dell’impianto agrivoltaico in assenza delle procedure di legge, coinvolgendo il Ministero della Cultura, la Regione autonoma della Sardegna, il SUAPE del Montiferru e Alto Campidano, la Soprintendenza per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Cagliari, il Comune di Santulussurgiu.


E il Servizio Valutazioni e Incidenze Ambientali della Regione autonoma della Sardegna ha accolto l’istanza ecologista e ha affermato a chiare lettere che i lavori non possono partire.

Infatti, il Servizio regionale Valutazioni e Incidenze Ambientali, mai formalmente coinvolto nella procedura autorizzativa, ha dichiarato (nota prot. n. 21211 del 9 luglio 2026) :“…si è potuto dedurre che:

• l’impianto è localizzato nel territorio di Santu Lussurgiu, in terreni distinti in catasto al foglio 28, particelle 49, 42, 19, al foglio 29, particelle 3 e 2938, al foglio 30 particella 122, in un’area estesa circa 30 ha a destinazione agricola, classificata E2 secondo il P.U.C vigente;

• la potenza di picco dell’impianto è di 19,847 MWp;

• l’impianto sarebbe d tipo agrivoltaico in quanto il progetto è corredato da una proposta di gestione agricola delle superfici interessate, basata prevalentemente sull’utilizzo pastorale e foraggero del fondo, come desumibile dall’oggetto e secondo quanto riportato nella nota del C.F.V.A. “.

Conseguentemente, l’impianto energetico in progetto “dovrà essere sottoposto alla procedura di verifica di assoggettabilità a V.I.A. di competenza di questo Servizio”.

Inoltre, il Servizio regionale Valutazioni e Incidenze Ambientali ha ricordato che

“• ai sensi dell’art. 29, comma 1 del D. lgs 152/2006 e s.m.i., i provvedimenti di autorizzazione di un progetto adottati senza la verifica di assoggettabilità a VIA o senza la VIA, ove prescritte, sono annullabili per violazione di legge;

• la L.R. n. 20/2024 e s.m.i., nella parte ancora vigente a seguito del pronunciamento della Corte Costituzionale, con sentenza n. 184/2025, prevede all’art. 1, c. 6, che «La realizzazione degli impianti e degli accumuli FER, indipendentemente dalla loro collocazione […], è vincolata al rispetto dei requisiti e delle prescrizioni di cui all’allegato G […]», il quale, tra l’altro, al c. 2, dispone che gli «[…] impianti agrivoltaici nelle zone urbanistiche omogenee E “Agricole” […] possono essere proposti esclusivamente da coltivatori diretti (CD) e imprenditori agricoli professionali (I.A.P.)»;

• il D.lgs 190/2024, come modificato dalla legge 15 gennaio 2026, n. 4, prevede altresì, all’art. 11 bis, comma 2, che «per l’installazione di un impianto agrivoltaico, il soggetto proponente si dota di dichiarazione asseverata redatta da un professionista abilitato che attesti che l’impianto è idoneo a conservare almeno l’80 per cento della produzione lorda vendibile».”.

Il progetto, invece, oltre a non aver svolto la preventiva e vincolante procedura di verifica di assoggettabilità a V.I.A., è stato proposto dalla società energetica triestina San Leonardo di Siete Fuentes srl, non da un coltivatore diretto o da un imprenditore agricolo. Non pare aver, poi, certificata l’idoneità alla conservazione di almeno l’80% dell’energia producibile lorda.

Decisamente poco consona, invece, la posizione espressa dal SUAPE dell’Unione dei Comuni del Montiferru e Alto Campidano (nota prot. n. 1186 del 23 aprile 2026), che ha trovato corretta la procedura di autorizzazione PAS, senza nemmeno ipotizzare una revoca per evidenti carenze autorizzatorie.

Comunque, piaccia o no Insomma, non se ne fa nulla, almeno per ora.

Non si sente proprio il bisogno di uno stravolgimento di un sito di così grande rilevanza naturalistica e storico.culturale.

Qualche dato sulla tutt’altro che virtuosa transizione energetica in Italia.


La realtà della speculazione energetica.

L’inesistenza di una buona pianificazione energetica, basata sulle reali esigenze e sulla salvaguardia dei valori ambientali, storico-culturali, identitari, socio-economici del territorio ha provocato una situazione semplicemente folle e ingestibile.

Fra gli indici più eclatanti è la corsa all’approvazione di un qualsiasi progetto produttivo di energia da fonti rinnovabili.

I numeri sono chiari, pubblici e incontestabili.

In tutto il territorio nazionale le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna s.p.a. (gestore della rete elettrica nazionale) al 30 aprile 2026 risultano complessivamente ben 5.813, pari a 320,71 GW di potenza, suddivisi in 3.613 richieste di impianti di produzione energetica da fonte solare per 142,27 GW (44,36%), 2.061 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a terra per 108,22 GW (33,74%), 99 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a mare per 67,66 GW (21,10%), 23 richieste di impianti di produzione energetica da fonte idroelettrica per 2,24 GW (0,70%), 12 richieste di impianti di produzione energetica da biomasse per 0,7GW (0,08%) e 5 richieste di impianti di produzione energetica da fonte geotermica per 0,07 GW (0,02%).

I sostenitori senza se e senza ma di qualsiasi impianto rinnovabile obiettano che non tutte le istanze di connessione di nuovi impianti alla rete poi si realizzano.

Vero, ma è anche vero che tali procedure hanno un costo e difficilmente si trova un qualsiasi imprenditore desideroso di buttar soldi al vento.

Lo testimonia il numero delle procedure di valutazione d’impatto ambientale (V.I.A.) in corso relativamente a progetti di nuovi impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili (FER), secondo i dati pubblicati dal Ministero della Cultura – Soprintendenza speciale per il PNRR.

Sempre al 30 aprile 2026 sono in corso ben 2.593 procedure di V.I.A. su tutto il territorio nazionale per impianti produttivi di energia da fonti rinnovabili per 203,297 GW di potenza, cioè più di 2,5 volte gli 80 GW in più ritenuti necessari al 2030 secondo l’attuale pianificazione energetica (Piano nazionale integrato Energia e Clima – PNIEC).

Il numero più elevato è in Puglia (387), segue la Sardegna (246), poi la Basilicata (148), dopo le altre Regioni.

La Soprintendenza speciale per il PNRR da tempo ha espresso chiaramente che cosa sta accadendo, perché , dopo approfondite valutazioni, ha evidenziato in modo chiaro e netto: “… è in atto una complessiva azione per la realizzazione di nuovi impianti da fonte rinnovabile (fotovoltaica/agrivoltaica, eolico onshore ed offshore) … tanto da prefigurarsi la sostanziale sostituzione del patrimonio culturale e del paesaggio con impianti di taglia industriale per la produzione di energia elettrica oltre il fabbisogno … previsto … a livello nazionale, ove le richieste di connessione alla RTN per nuovi impianti da fonte rinnovabile ha raggiunto il complessivo valore di circa 328 GW rispetto all’obiettivo FF55 al 2030 di 70 GW” (nota Sopr. PNRR prot. n. 51551 del 18 marzo 2024)”.

Perché accade allora?

Perché l’energia da fonti rinnovabili per legge viene pagata al produttore anche se non viene consumata.

In Sardegna – isola e perciò con collegamenti energetici limitati – la situazione è ancora più folle.

Nell’Isola, le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna s.p.a. (gestore della rete elettrica nazionale) al 30 aprile 2026 risultavano complessivamente ben 613, pari a 44,58 GW di potenza, suddivisi in 383 richieste di impianti di produzione energetica da fonte solare per 16,04 GW (35,98%), 206 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a terra per 13,96 GW (31,31%), 23 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica  a mare 14,58 GW (32,70%) e 1 richiesta di impianti di produzione energetica da fonte idroelettrica per 0,01 GW (0,01%).

44,58 GW significa più di 23 volte gli impianti oggi esistenti in Sardegna, aventi una potenza complessiva di 3,660 GW (dati Terna  statistiche regionali, 2023).

I 246 procedimenti di V.I.A. in corso riguardano nuovi impianti produttivi di energia da fonti rinnovabili per 40,847 GW di potenza, comunque più di 6,58 volte la potenza da installare (6,2 GW) al 2030 secondo l’attuale pianificazione energetica.

Un’overdose di energia che non potrebbe esser consumata sull’Isola, non potrebbe esser trasportata verso la Penisola (quando entrerà in funzione il Thyrrenian Link la potenza complessiva dei tre cavidotti sarà di poco più di 2 mila MW), non potrebbe esser conservata (a oggi gli impianti di conservazione approvati sono molto pochi e di potenza estremamente contenuta).

Attualmente, la Sardegna continua a produrre ben più energia di quanto serva a livello regionale, il resto lo esporta: nel 2023 (ultimi dati disponibili, Terna  statistiche regionali, 2023) sono stati prodotti 12.563,1 gigawattora (GWh), di cui 8.621,6 derivanti dal termoelettrico; 1.935,6 dall’eolico; 1.520,9 dal solare; 483,5 dall’idroelettrico; 1,5 da impianti di accumulo.  Tuttavia, il fabbisogno regionale non ha superato i 7.636,9 GWh e ben 3.508,3 GWH sono stati esportati verso la Penisola. Si verificano perdite per 507,8 GWh. 

L’esportazione di energia è risultata pari al 27,92% di quella prodotta.

Risultano installati (2023) impianti energetici a combustibili fossili per MW 2.365 di potenza installata e impianti energetici da fonti rinnovabili per MW 3.660.  

La produzione energetica a intermittenza degli impianti rinnovabili e la capacità comunque limitata (anche in prospettiva) di accumulo fa si che, pur avendo una potenza installata ben superiore, producano meno gigawattora (GWh).

Per contrastare i cambiamenti climatici l’unica prospettiva sensata è quella della corretta transizione energetica dalle fonti fossili tradizionali (petrolio, carbone, gas naturale) alle fonti rinnovabili (sole acqua, vento).

Per la Sardegna, invece, vengono adottate scelte schizofreniche, essendo stata aperta anche la strada per l’utilizzo massivo del gas naturale, oggi assente, nonostante il pesante impatto ambientale e socio-economico e la decisamente scarsa utilità.

Che cosa si potrebbe fare. Le proposte.

Dopo aver quantificato il quantitativo di energia elettrica realmente necessario a livello nazionale, sarebbe cosa ben diversa se fosse lo Stato a pianificare in base ai reali fabbisogni energetici le aree a mare e a terra dove installare gli impianti eolici e fotovoltaici e, dopo coinvolgimento di Regioni ed Enti locali e svolgimento delle procedure di valutazione ambientale strategica (V.A.S.), mettesse a bando di gara i siti al migliore offerente per realizzazione, gestione e rimozione al termine del ciclo vitale degli impianti di produzione energetica.

Inoltre, come afferma e certifica l’I.S.P.R.A.(vds. Report Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2023, Report n. 37/202)), è molto ampia la superficie potenzialmente disponibile per installare impianti fotovoltaici sui tetti, considerando una serie di fattori che possono incidere sulla effettiva disponibilità di spazio (presenza di comignoli e impianti di condizionamento, ombreggiamento da elementi costruttivi o edifici vicini, distanza necessaria tra i pannelli, esclusione dei centri storici).

Qui la stima ISPRA 2023, suddivisa per superfici utili per ogni Comune italiano.

Dai risultati emerge che la superficie netta disponibile può variare da 757 a 989 km quadrati. In sostanza, si spiega, “ipotizzando tetti piani e la necessità di disporre di 10,3 m2 per ogni kW installato, si stima una potenza installabile sui fabbricati esistenti variabile dai 73 ai 96 GW”. A questa potenza, evidenziano i ricercatori dell’Ispra, si potrebbe aggiungere quella installabile in aree di parcheggio, in corrispondenza di alcune infrastrutture, in aree dismesse o in altre aree impermeabilizzate; “ipotizzando che sul 4% dei tetti sia già installato un impianto, si può concludere che, sfruttando gli edifici disponibili, ci sarebbe posto per una potenza fotovoltaica compresa fra 70 e 92 GW”. Analoghe considerazioni sono state argomentate (vds. Fotovoltaico, all’Italia basterebbero i capannoni industriali, su Nuova Energia 3/2023) dal Prof. Angelo Spena, professore emerito di Fisica Tecnica Ambientale e Gestione ed Economia dell’Energia presso l’Università degli Studi di Roma – Tor Vergata, in precedenza presso le Università di Roma La Sapienza e di Perugia, attualmente Presidente del Gestore Mercati Energetici (GME), società pubblica che agisce nel rispetto degli indirizzi del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) e delle previsioni regolatorie definite dall’Autorità di Regolazione per Energia Rete e Ambiente (ARERA). Il GME organizza e gestisce i mercati dell’energia elettrica, del gas naturale e quelli ambientali, nel rispetto dei principi di neutralità, trasparenza, obiettività e concorrenza.

Ulteriore elemento produttivo – finora non adeguatamente preso in considerazione – è individuabile nella realizzazione di pannelli fotovoltaici lungo le principali arterie stradali (autostrade, superstrade)

Energia producibile senza particolari impatti ambientali e conflitti sociali.

Energia producibile in modo diffuso, democratico, più facilmente controllabile dalle popolazioni interessate.

Forse, la risposta alla domanda è proprio qui: tale produzione energetica danneggerebbe i grandi produttori, compresi quelli di proprietà pubblica.

Qui un approfondimento del complesso rapporto fra energia e territorio e sulle proposte del GrIG: Quali soluzioni per una transizione energetica che realmente rispetti l’ambiente e il territorio?

Che cosa può fare ognuno di noi.

Nessun cittadino che voglia difendere il proprio ambiente e il proprio territorio, salvaguardando contemporaneamente il proprio portafoglio, può lavarsene le mani.

Quanto sta accadendo oggi in Italia nell’ambito della transizione energetica sta dando corpo ai peggiori incubi sulla sorte di boschi, campi, prati, paesaggi storici del nostro Bel Paese.

Il sacrosanto passaggio all’utilizzo delle fonti di energia rinnovabile (sole, vento, acqua) dalle fonti fossili tradizionali (carbone, petrolio, gas naturale) in assenza di pianificazione e anche di semplice buon senso sta favorendo le peggiori iniziative di speculazione energetica.

E’ ora che ciascuno di noi faccia sentire la sua voce: firma, diffondi e fai firmare la petizione popolare Si all’energia rinnovabile, no alla speculazione energetica!

La petizione popolare, promossa dall’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG), si firma qui https://chng.it/MNPNNM9Q62. Ormai siamo più di 23 mila ad averlo già fatto.

Fra le migliaia di sottoscrizioni, quelle di personalità della cultura impegnate nella tutela del Bel Paese (fra queste Caterina Bon Valsassina, dirigente del Ministero della Cultura e Direttrice dell’Istituto Centrale del Restauro, Margherita Eichberg, Soprintendente per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale, Gino Famiglietti, dirigente del Ministero della Cultura), archeologi (fra loro Carlo Tronchetti, Angela Antona, Margherita Corrado), uomini di scienza (come l’antropologa Maria Gabriella Da Re, lo psicoterapeuta Alberto Schön, il biologo ed etologo Sandro Lovari), personalità impegnate nella società, in politica e nell’economia, come Renato Soru, Vannozza Della Seta, Cesare Baj, anche personaggi dello spettacolo, come l’attrice Caterina Murino e la notissima cantante Nada, impegnata da tempo per contrastare la speculazione energetica nella sua Maremma.

Soprattutto migliaia e migliaia di cittadini che vogliono esser ascoltati.

Siamo ancora in tempo per cambiare registro.

In meglio, naturalmente.


da qui

martedì 23 dicembre 2025

Il territorio sardo può esser in buona parte tutelato dalla speculazione energetica - Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

 

La recentissima sentenza Corte cost. 16 dicembre 2025, n. 184 ha delineato la ripartizione delle competenze riguardo l’ubicazione degli impianti produttivi di energia da fonti rinnovabili, dichiarando illegittime varie parti della legge regionale Sardegna 5 dicembre 2024, n. 20 di individuazione delle aree idonee e non idonee per l’installazione di impianti produttivi di energia da fonti rinnovabili, accogliendo in gran parte il ricorso governativo n. 8 del 2025 che ne chiedeva la declaratoria di illegittimità costituzionale (art. 127 Cost.) per contestata violazione delle competenze esclusive statali in tema di energia e ambiente.

E’ ben noto, infatti, che la giurisprudenza costituzionale sia estremamente chiara nell’attribuire allo Stato l’emanazione dei principi fondamentali della materia “energia”, fra cui le disposizioni in materia di individuazione di aree idonee e non idonee per l’ubicazione degli impianti, la predisposizione di un’autorizzazione unica per la costruzione e l’esercizio dei medesimi impianti, previa intesa in sede di Conferenza Stato – Regioni – Province autonome (vds. sentenza Corte cost. n. 27/2023sentenza Corte cost. n. 11/2022;  sentenza Corte cost. n. 177/2021sentenza Corte cost. n. 106/2020) e l’abbia in precedenza ribadito con la sentenza Corte cost. n. 28 dell’11 marzo 2025 che aveva dichiarato illegittima la legge regionale Sardegna n. 5/2024, contenente la moratoria temporanea degli impianti produttivi di energia da fonti rinnovabili in palese contrasto con l’art. 20, comma 6°, del decreto legislativo n. 199/2021, secondo cui “nelle more dell’individuazione delle aree idonee, non possono essere disposte moratorie ovvero sospensioni dei termini dei procedimenti di autorizzazione”.  

La Corte ha ricordato ancora che la qualifica di non idoneità di un’area non può tradursi in un automatico divieto di installazione degli impianti produttivi di energia da fonti rinnovabili (vds. Corte cost. n. 134/2025), ma ha l’effetto conseguenziale di negare l’accesso ai procedimenti autorizzatori semplificati previsti dal legislatore statale per velocizzare la diffusione delle fonti rinnovabili nelle aree invece definite idonee.

E basterebbe questo per accantonare la proposta di legge popolare denominata Pratobello ’24, contenente addirittura (art. 3) una moratoria sine die.

Ma allora non vi sarebbero freni al dilagare  alla speculazione energetica in stile Far West che sta ponendo in pericolo i valori ambientali, naturalistici, storico-culturali e identitari dell’Isola senza nemmeno risolvere il problema della decarbonizzazione e consentire il raggiungimento degli obiettivi in materia fissati a livello nazionale ed europeo?

No, non è così.

Rimarrebbero, in ogni caso, applicabili le altre discipline di salvaguardia del territorio.

In primo luogo, è bene ricordare che in Sardegna fin dall’entrata in vigore del piano paesaggistico regionale (P.P.R. – 1° stralcio costiero, esecutivo con D.P.RAS n. 82 del 7 settembre 2006), “negli ambiti di paesaggio costieri …  è comunque vietata la realizzazione di centrali eoliche e di trasporto di energia di superficie” (art. 112 delle N.T.A.). E tale divieto è confermato dal decreto-legge 21 novembre 2025, n. 175 (art. 2, comma 4°, lettera m).

Inoltre, trovano applicazione i vincoli temporanei vigenti fino all’adozione delle norme d’individuazione delle aree idonee e inidonee all’ubicazione di impianti produttivi di energia da fonti rinnovabili: l’art. 6, comma 1°, del decreto-legge n. 50/2022, convertito con modificazioni e integrazioni nella legge n. 91/2022, in relazione all’installazione di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili ha individuato una “fascia di rispetto … determinata considerando una distanza dal perimetro di beni sottoposti a tutela di sette chilometri per gli impianti eolici e di un chilometro per gli impianti fotovoltaici”. Successivamente, con l’art. 47, comma 1°, del decreto-legge n. 13/2023, convertito con modificazioni e integrazioni nella legge n. 41/2023, la fascia di tutela è stata ridotta a “tre chilometri” per gli impianti eolici e a “cinquecento metri” per gli impianti fotovoltaici. 

Tali fasce di rispetto sono state confermate dal decreto-legge 21 novembre 2025, n. 175 (art. 2, comma 4°, lettera m).

Si tratta di fasce di rispetto dal limite delle zone tutelate con vincolo culturale (artt. 10 e ss. del decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.) e/o con vincolo paesaggistico/ambientale (artt. 136 e ss. e 142 del decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.), per cui è fondamentale, per esempio, l’incremento dei provvedimenti di vincolo culturale da parte del Ministero della Cultura in presenza di beni di proprietà privata (vds. T.A.R. Sardegna, Sez. I, 29 maggio 2024, n. 414).

Inoltre, non possono esser destinati legittimamente a sede di impianti energetici le aree appartenenti ai demani civici (legge n. 1766/1927 e s.m.i.legge n. 168/2017 e s.m.i.regio decreto n. 332/1928 e s.m.i.), perchè il regime giuridico delle terre collettive “resta quello dell’inalienabilità, dell’indivisibilità, dell’inusucapibilità e della perpetua destinazione agro-silvo-pastorale” (art. 3, comma 3°, della legge n. 168/2017 e s.m.i.).

Infine, la stessa Corte costituzionale (sentenza Corte cost. 16 dicembre 2025, n. 184) ha affermato che “il regolamento n. 2024/1991/UE si preoccupa di chiarire che gli Stati membri possono stabilire che la realizzazione di determinati impianti incidenti su specifiche parti del loro territorio sia esclusa dalla presunzione di interesse pubblico prevalente, facendo quindi venir meno il relativo favor” verso l’incremento di produzione elettrica da fonti rinnovabili.  Il medesimo Regolamento UE 2024/1991 (il c.d. Nature Restoration Law) prevede, quindi, la possibilità per gli Stati membri di individuare aree di valore naturalistico assolutamente non idonee all’ubicazione degli impianti produttivi di energia da fonti rinnovabili.

Riguardo gli impianti energetici offshore, se è vero che la Corte costituzionale ha confermato sia esclusiva competenza statale “mediante l’approvazione dei piani di gestione dello spazio marittimo” (attualmente art. 2, comma 1°, lettera h, del decreto-legge 21 novembre 2025, n. 175), finora si son fatti i conti senza l’oste, perchè i piani approvati con decreto ministeriale n. 237 del 25 settembre 2024 non hanno e non possono avere prescrizioni vincolanti oltre il limite delle acque territoriali (12 miglia marine dalla battigia) in quanto non è stata istituita la Zona Economica Esclusiva (ZEE) italiana, lo strumento giuridico necessario per l’istituzione di limiti e prescrizioni oltre le 12 miglia marine.

E in assenza di una definita Zona Economica Esclusiva (ZEE) concordata a livello internazionale con gli altri Stati rivieraschi del Mediterraneo occidentale (Spagna, Algeria, Tunisia), come richiesto dalla Convenzione internazionale dell’O.N.U. sul diritto del Mare (UNCLOS), qualsiasi decisione in proposito vale meno della carta su cui è scritta.

La speculazione energetica.

Il ricorso all’energia prodotta da fonti rinnovabili è fondamentale per il contrasto ai cambiamenti climatici, tuttavia non versiamo il cervello all’ammasso dell’ideologia dell’ambientalmente corretto che scivola troppo spesso nell’oggettivo favore verso un’ipocrita speculazione energetica, che danneggia ambiente e soldi dei cittadini. 

La Soprintendenza speciale per il PNRR, dopo approfondite valutazioni, ha evidenziato in modo chiaro e netto: “nella regione Sardegna è in atto una complessiva azione per la realizzazione di nuovi impianti da fonte rinnovabile (fotovoltaica/agrivoltaica, eolico onshore ed offshore) tale da superare già oggi di ben 7 volte quanto previsto come obiettivo da raggiungersi al 2030 sulla base del FF55, tanto da prefigurarsi la sostanziale sostituzione del patrimonio culturale e del paesaggio con impianti di taglia industriale per la produzione di energia elettrica oltre il fabbisogno regionale previsto” (nota Sopr. PNRR prot. n. 27154 del 20 novembre 2023 e nota Sopr. PNRR prot. n. 51551 del 18 marzo 2024).

Ma questo vale per tutto il territorio nazionale: “tale prospettiva si potrebbe attuare anche a livello nazionale, ove le richieste di connessione alla RTN per nuovi impianti da fonte rinnovabile ha raggiunto il complessivo valore di circa 328 GW rispetto all’obiettivo FF55 al 2030 di 70 GW” (nota Sopr. PNRR prot. n. 51551 del 18 marzo 2024).

Qui siamo alla reale sostituzione paesaggistica e culturale, alla sostituzione economico-sociale, alla sostituzione identitaria

In tutto il territorio nazionale le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna s.p.a. (gestore della rete elettrica nazionale) al 31 luglio 2025 risultano complessivamente ben 6.133, pari a 336,11 GW di potenza, suddivisi in 3.912 richieste di impianti di produzione energetica da fonte solare per 155,40 GW (44,90%), 2.063 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a terra per 110,18 GW (31,83%), 117 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a mare per 77,72 GW (22,46%), 24 richieste di impianti di produzione energetica da fonte idroelettrica per 2,49 GW (0,72%), 11 richieste di impianti di produzione energetica da biomasse per 0,24 GW (0,07%) e 6 richieste di impianti di produzione energetica da fonte geotermica per 0,08 GW (0,02%).

Significa energia che dovrà esser pagata dal gestore unico della Rete (cioè soldi che usciranno dalle tasse dei contribuenti).

Gli unici che guadagneranno in ogni caso saranno le società energetiche, che – oltre ai certificati verdi e alla relativa commerciabilità, nonchè agli altri incentivi – beneficiano degli effetti economici diretti e indiretti del dispacciamento, il processo strategico fondamentale svolto da Terna s.p.a. per mantenere in equilibrio costante la quantità di energia prodotta e quella consumata in Italia: In particolare, riguardo gli impianti produttivi di energia da fonti rinnovabili, “se necessario, Terna invia specifici ordini per ridurre aumentare l’energia immessa in rete alle unità di produzione”, ma l’energia viene pagata pur non utilizzata.  I costi del dispacciamento sono scaricati sulle bollette degli Italiani.

 

Inoltre, la Commissione europea – su richiesta del Governo Italiano – ha recentemente approvato (4 giugno 2024) un regime di aiuti di Stato “volto a sostenere la produzione di un totale di 4 590 MW di nuova capacità di energia elettrica a partire da fonti rinnovabili”.   In particolare, “il regime sosterrà la costruzione di nuove centrali utilizzando tecnologie innovative e non ancora mature, quali l’energia geotermica, l’energia eolica offshore (galleggiante o fissa), l’energia solare termodinamica, l’energia solare galleggiante, le maree, il moto ondoso e altre energie marine oltre al biogas e alla biomassa. Si prevede che le centrali immetteranno nel sistema elettrico italiano un totale di 4 590 MW di capacità di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili. A seconda della tecnologia, il termine per l’entrata in funzione delle centrali varia da 31 a 60 mesi”.

Il costo del regime di aiuti in favore delle imprese energetiche sarà pari a 35,3 miliardi di euro e, tanto per cambiare, sarà finanziato “mediante un prelievo dalle bollette elettriche dei consumatori finali”.

Insomma, siamo all’overdose di energia producibile da impianti che servono soltanto agli speculatori energetici.

Che cosa si potrebbe fare.

Dopo aver quantificato il quantitativo di energia elettrica realmente necessario a livello nazionale, sarebbe cosa ben diversa se fosse lo Stato a pianificare in base ai reali fabbisogni energetici le aree a mare e a terra dove installare gli impianti eolici e fotovoltaici e, dopo coinvolgimento di Regioni ed Enti locali e svolgimento delle procedure di valutazione ambientale strategica (V.A.S.), mettesse a bando di gara i siti al migliore offerente per realizzazione, gestione e rimozione al termine del ciclo vitale degli impianti di produzione energetica.

Inoltre, come afferma e certifica l’I.S.P.R.A. (vds. Report Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2023, Report n. 37/2023), è molto ampia la superficie potenzialmente disponibile per installare impianti fotovoltaici sui tetti, considerando una serie di fattori che possono incidere sulla effettiva disponibilità di spazio (presenza di comignoli e impianti di condizionamento, ombreggiamento da elementi costruttivi o edifici vicini, distanza necessaria tra i pannelli, esclusione dei centri storici).

Qui la stima ISPRA 2023, suddivisa per superfici utili per ogni Comune italiano.

Dai risultati emerge che la superficie netta disponibile può variare da 757 a 989 km quadrati. In sostanza, si spiega, “ipotizzando tetti piani e la necessità di disporre di 10,3 m2 per ogni kW installato, si stima una potenza installabile sui fabbricati esistenti variabile dai 73 ai 96 GW”. A questa potenza, evidenziano i ricercatori dell’Ispra, si potrebbe aggiungere quella installabile in aree di parcheggio, in corrispondenza di alcune infrastrutture, in aree dismesse o in altre aree impermeabilizzate; “ipotizzando che sul 4% dei tetti sia già installato un impianto, si può concludere che, sfruttando gli edifici disponibili, ci sarebbe posto per una potenza fotovoltaica compresa fra 70 e 92 GW”. Analoghe considerazioni sono state argomentate (vds. Fotovoltaico, all’Italia basterebbero i capannoni industriali, su Nuova Energia 3/2023) dal Prof. Angelo Spena, professore emerito di Fisica Tecnica Ambientale e Gestione ed Economia dell’Energia presso l’Università degli Studi di Roma – Tor Vergata, in precedenza presso le Università di Roma La Sapienza e di Perugia, attualmente Presidente del Gestore Mercati Energetici (GME), società pubblica che agisce nel rispetto degli indirizzi del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) e delle previsioni regolatorie definite dall’Autorità di Regolazione per Energia Rete e Ambiente (ARERA). Il GME organizza e gestisce i mercati dell’energia elettrica, del gas naturale e quelli ambientali, nel rispetto dei principi di neutralità, trasparenza, obiettività e concorrenza

Energia producibile senza particolari impatti ambientali e conflitti sociali.

Che cosa può fare ognuno di noi.

Nessun cittadino che voglia difendere il proprio ambiente e il proprio territorio, salvaguardando contemporaneamente il proprio portafoglio, può lavarsene le mani.

Quanto sta accadendo oggi in Italia nell’ambito della transizione energetica sta dando corpo ai peggiori incubi sulla sorte di boschi, campi, prati, paesaggi storici del nostro Bel Paese.

Il sacrosanto passaggio all’utilizzo delle fonti di energia rinnovabile (sole, vento, acqua) dalle fonti fossili tradizionali (carbone, petrolio, gas naturale) in assenza di pianificazione e anche di semplice buon senso sta favorendo le peggiori iniziative di speculazione energetica.

E’ ora che ciascuno di noi faccia sentire la sua voce: firma, diffondi e fai firmare la petizione popolare Si all’energia rinnovabile, no alla speculazione energetica!

La petizione popolare, promossa dall’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG), si firma qui https://chng.it/MNPNNM9Q62. Ormai siamo in più di 22 mila ad averlo già fatto.

Siamo ancora in tempo per cambiare registro.

In meglio, naturalmente.

da qui

sabato 23 agosto 2025

E’ ora di aprire gli occhi sulla speculazione energetica - Fabrizio Quaranta

IN FRAUDANTES MACHINAE AD RENOVATIONEM (ET MERCENARIOS EARUM PRAEDATORES) - Fabrizio Quaranta

Seguo la questione rinnovabili da diversi anni. Di giornalisti e intellettuali che hanno intuito l’imbroglio millantato di verde e coraggiosamente puntato il dito verso questa deriva speculativa c’era Carlo Petrini di slow food e Gian Antonio Stella che scrive sul Corriere. Un po’ ne ha scritto anche Antonello Caporale. E c’era anche un Mauro Pirani già anziano che lanciava l’allarme. La lucida, documentata e controcorrente denuncia di Sgarbi. Ma poi il vuoto totale. Su alcuni giornali, ahimè soprattutto locali, ogni tanto qualche coraggioso cronista cerca di attenzionare la sporadica verità sull’impudico e violento assalto saccheggiatore, ma poi ci sono potenti lobby che sovrastano tutto con la forza dei media e del denaro e si scrive e trasmette quello che del resto lettori e telespettatori obnubilati da anni di ossessiva propaganda vogliono quietamente sentirsi dire.

Quando si lanciò in grande stile il piano green new deal c’era chi gioiva in buona fede forse e chi piangeva perché sapeva dove mettevano soldi e dove si andava a finire. La speculazione con folle incentivi a miliardi e miliardi dati per venti e più anni hanno drogato il mercato e spostato gli investimenti verso questi settori.

Poi arriva la spinta della guerra, si chiude con l’economico gas russo e si punta tutto sull’elettrico e al culto religioso, dogmatico diktat politicamente corretto delle “zero emissioni”. Ora quasi tutti i media controllati da pochi fondi proprietari, accentratori di interessi forti, spingono sui settori più speculativi e promettenti… Farmaci, armi, e, soprattutto, industria delle rinnovabili. Gli armamenti comunque vanno a fossili. Compreso aerei e navi sia civili che industriali, ma questo è un dettaglio da miscredenti che non deve rovinare le acquisite certezze confessionali.

Sarebbe allora, una buona volta, invece che la grande stampa e i media la smettessero con poco dignitose sviolinate alla speculazione energetica rinnovabilista e al loro ancor meno degno codazzo sodale.

Malgrado deboli paraventi, siamo infatti davanti a multinazionali avide di oltre 400 mld di incentivi pubblici all’arrembaggio dei territori, per il più grande assalto ambientale della Storia italiana mascherato di “verde”, da troppo tempo ormai supportato vergognosamente da media e politica con un’ossessiva, suadente quanto falsa propaganda persuasiva e manipolatrice.

L’assalto saccheggiatrice della speculazione energetica multinazionale: la più grande tragedia ambientale della Storia italiana, ipocritamente mascherata di verde: antiscientifico, prezzolato e falso alibi di impossibile mitigazione locale di cambiamenti climatici globali.

 Le multinazionali della speculazione energetica, spesso le stesse società col core business nel vituperato “fossile”, stanno infatti massacrando l’Italia più bella, millantando come falsissimo alibi, ridicole riduzioni di CO2 climalteranti localidel tutto ininfluenti sui cambiamenti climatici globali.

Nel solo anno 2023 la Cina ha infatti emesso 16 000 milioni di tonnellate di CO2 equivalente (in sistematica crescita dal 1990, + 411%), il 30% delle emissioni globali mondiali. Elevatissimi e in crescita anche gli apporti di India e altri Paesi cd BRICS, con la vittimistica narrazione del riscatto dal perfido Occidente (la cui economia suicida a rinnovabili stanno seppellendo appunto con l’economico carbone).  L’Italia ha emesso 374 milioni di CO2 (in drastica diminuzione dal 1990, – 27%), appunto uno striminzito 0,71% totale delle emissioni globali mondiali (tra l’altro per il 44% imputabile a usi termici, il 34% ai trasporti e SOLO IL 22% alla produzione di energia elettrica).

Quindi se azzerassimo utopicamente le emissioni da produzione elettrica distruggendo completamente e irreversibilmente il nostro patrimonio agronaturale e storico-culturale con dilaganti impianti industriali rinnovabili ridurremmo di un ridicolo, infinitesimale e quindi assolutamente inutile 0.15% (=0.71 × 0.22) le nostre emissioni, senza nessunissimo effetto sui cambiamenti climatici come invece sbandiera il falso alibi dei saccheggiatori tinti di fintoverde.

Del resto MEZZA ITALIA È GIÀ MASSACRATA DA ANNI DA QUESTA MONNEZZA che aumenta e dilaga inesorabile e ha già compromesso buona parte delpiù fragile Sud (1700 pale già feriscono a morte l’ex provincia granaria di Foggia), indifeso e più esposto alla criminalità, per poi rimandare la corrente al Nord energivoro con ulteriori lievitazioni dei costi. MA, malgrado questo già grande sacrificio, NESSUN MIGLIORAMENTO C’È STATO NELLE DINAMICHE CLIMATICHE, anzi…

 Anzi…l’International Energy Agency (IEA), nel World Energy Outlook del 2023, sottolinea come il governo cinese preveda di arrivare al picco delle emissioni nel 2030, per cui non possiamo che prevedere ulteriori folli aumenti delle emissioni cinesi di CO2. Ma è allora qui che andrebbero ridotte le enormi emissioni climalteranti, responsabili dei cambiamenti climatici globali, malgrado certe masochistiche sviolinate dei media occidentali che assolvono il bravo Dragone per 4 specchietti fotovoltaici (per le allodole).

Ma la ben orchestrata, suadente e falsa propaganda, reiterata ossessivamente,  prova a nascondere la tragica realtà: un massiccio consumo di suolo (che ha raggiunto 20.000 ha, raddoppiato nell’ultimo anno) un massacro di territori, natura, campi e boschi che si erano salvati da decenni di selvaggia speculazione edilizia, ora nel mirino di  cavallette impazzite attratte dall’odore di giganteschi, inauditi incentivi pubblici poi scaricati sulle nostre bollette: almeno 400 miliardi € dal 2010 al 2030,  pari al 13% del debito pubblico italiano e 20 manovre finanziarie lacrime e sangue, altro che gli squallidi falsi slogan “abbasseremo le bollette”.

 Queste tecnologie infatti

·         non sono in grado di autofinanziarsi,

·         non garantiscono la costanza dei flussi di corrente,

·         sono fortemente inquinanti,

·         fanno impennare il costo dell’energia con danno diffuso tra famiglie e imprese,

·         fanno esplodere il debito pubblico

·         per riempire le tasche di pochi e privilegiati imprenditori che amano fare impresa senza rischio di impresa (tanto cmq paga Pantalone).

·         L’Italia è un paese tra i più densamente abitati nell’Unione Europea e nel contempo presenta valori di ventosità poco interessanti per questa tecnologia. Pur essendo il quinto paese d’Europa per potenza eolica installata, l’Italia risulta essere ultima in Europa per produttività degli stessi impianti.

Negli ultimi 25 anni, l’Italia ha assistito a un’espansione massiccia e incontrollata delle fonti rinnovabili elettriche intermittenti – eolico e fotovoltaico – con un impatto devastante su territorio, paesaggio e coesione sociale. Circa 44 GW di potenza installata si concentrano oggi in poche regioni, quelle con il più alto valore paesaggistico e agricolo come Sardegna, Sicilia, Puglia, Basilicata e Toscana.

Questa espansione è avvenuta senza alcuna pianificazione, in assenza di strumenti di coordinamento tra Stato e Regioni, e spesso tramite decreti-legge ad hoc, approvati in tempi rapidissimi, che hanno introdotto semplificazioni procedurali estreme. Mentre i meccanismi di tutela previsti dalla legge come la pianificazione paesaggistica o la Valutazione Ambientale Strategica sono stati sistematicamente rinviati o svuotati di efficacia, la normativa di protezione del paesaggio, della biodiversità e del suolo è stata di fatto smantellata. Il risultato è che oggi, in Italia, ottenere autorizzazioni per attività industriali tradizionali è spesso difficile, ma per impianti eolici o fotovoltaici i permessi sono estremamente facilitati, fino a prevedere addirittura l’esproprio dei terreni.

A fronte di questa accelerazione forzata e quindi antidemocratica, i risultati in termini energetici e climatici sono stati fallimentari. L’Italia continua a dipendere per circa l’80% da fonti fossili per i suoi consumi energetici totali, e nel 2023 solo il 4% dei consumi finali di energia nazionali è stato coperto da eolico e fotovoltaico.

Malgrado la forte crisi agricola italiana, con carenza per quasi tutte le materie prime alimentari (ci manca oltre il 60% di grano e il 50% di mais e poi praticamente tutte le altre) vengono occupati i migliori (e già insufficienti) terreni pianeggianti fertili col fotovoltaico, addirittura con procedure di esproprio coattivodi privati contro altri privati, tra l’altro produttori di eccellenze agroalimentari: forse neanche nel Basso Medioevo!

Un LAND GRABBING de’ noantri che evidentemente non merita l’attenzione delle trasmissioni tivvì che invece prosperano di scandali.

Una volta l’agricoltura godeva di sovvenzioni per tirare avanti ed evitare tragici abbandoni a cascata. Poi la Ue decise che non si possono dare aiuti di Stato.

Gli agricoltori in agonia per la globalizzazione dei mercati, cedono i terreni e per necessità si arriva purtroppo a svendere o chiudere.

Poi non manca pure l’ignoranza e la cupidigia che porta a fregarsene e essere contenti di qualche effimera elemosina di centinaia di euro di fronte a irreversibili saccheggi e predazione di storie millenarie ridotte a bottino elettrico da fonti rinnovabili.

Colate di migliaia di tonnellate di cemento (ca 5000 t, inamovibili per ogni plinto) minano, offendono e deturpano irreversibilmente fertili campi agricoli e intonsi crinali montani, per innalzare grattacieli eolici di 200m che svettano e rumoreggiano a centinaia di km/h anche vicino ad abitazioni e testimonianze identitarie della nostra storia, cultura e bellezza, facendo strage di insetti pronubi e avifauna utile agli equilibri biologici

Studi e ricerche di importanti istituti scientifici (tenuti nascosti) provano danni irreversibili su esseri umani, flora e fauna terrestre/marina:

·         Disboscamenti e creazione di enormi strade dove c’erano piccoli sentieri per camminatori e ciclovie

·         Innesco di vecchie e nuove frane su crinali già a rischio idrogeologico

·         Incremento di formazione delle cd. “bombe d’acqua” in cresta, prodotte principalmente per la presenza degli altissimi aerogeneratori che riducono drasticamente la velocità di transito della perturbazione in corrispondenza della cresta, favorendo così la concentrazione di pioggia, forte ruscellamento, erosione e disastrose alluvioni a valle.

·         Cementificazione di suoli naturali o agricoli (5000 tonn di cemento; 200 di acciaio per ogni aerogeneratore)

·         Rischio innesco incendio dagli stessi aerogeneratori e/o ostacolo allo spegnimento di boschi e colture agrarie con mezzi aerei.

·         Rischio gravi danni da caduta dei tralicci o delle pale per rotture meccaniche

·         Ingenti quantità di lubrificanti sintetici derivati del petrolio (oltre 300 litri per turbina, da rinnovare periodicamente), altamente infiammabili e di difficile gestione in caso di incendio.

·         150kg e più di microplastiche eterne PFAS rilasciate da ogni singola pala all’anno, entrano nei polmoni, sangue e cervello;

·         vibrazioni in aria e terra ed infrasuoni che generano la sindrome da pala eolica su persone ed animali: stress su sistema nervoso, vascolare, linfatico e cellulare, ipossia e radicali liberi. Diversi animali non fecondano più le uova.

·         Persone ed animali abbandonano luoghi vicini all’eolico

·         con documentata svalutazione degli immobili.

·         Grave e irreversibile danno alle economie legate al turismo lento, oggi così importante per la sopravvivenza delle filiere produttive della maggior parte dei territori rurali interni italiani

·         Rilascio di metalli velenosi da eolico offshore: alluminio, zinco, indio, bario e cromo trovati nei molluschi.

·         Strage di avifauna rara e (teoricamente) protetta e insetti pronubi indispensabili al ciclo biologico di varie specie agrarie.

Ci sarebbe poi da discutere sul ripristino dei siti a fine vita dell’impianto:

·         intanto vedere se è prevista una data precisa o solo un termine indicativo (i progetti indicano magari 25/30, occorre leggere sulle varie autorizzazioni).

·         Viene richiesta una fideiussione a garanzia di questi lavori oppure sono semplici garanzie “a parole”?

·         Fisicamente non è poi possibile un vero ripristino delle stesse condizioni preesistenti, dei grossi blocchi delle fondamenta raschieranno forse un metro?

·         Il suolo fertile si concentra nei primi cm di profondità del terreno e una volta persi microorganismi e sostanza organica non è che basta un po’ di terreno di riporto (preso dove?) per ottenere nuovamente un terreno fertile idoneo all’agricoltura. Il terreno è frutto di un lento processo di degradazione della roccia madre, se al posto di essa c’è un monolite di cemento armato cosa si deve degradare?

·         Le vitali e imprescindibili funzioni di fertilità e filtraggio delle acque sono gravemente compromesse da queste impattanti opere gigantesche e inutili che spesso intaccano anche le falde profonde

·          Con il fotovoltaico a terra (e la sua ipocrita versione aggiraregole dell’agrivoltaico) il terreno, presto abbandonato della sua finta funzionalità agraria, diventa ”superficie artificiale” e dopo si può fare tutto su un terreno “superficie artificiale”. Discariche, impianti, capannoni ecc. Il colpevole andrebbe denunciato per danno erariale.

In Italia per accaparrarsi questi soldi pubblici si accavallano freneticamente le istanze per nuovi impianti: in tutto il territorio nazionale le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna s.p.a. (gestore della rete elettrica nazionale) al 31 luglio 2025 risultano complessivamente ben 6.133 (SEIMILACENTOTRENTATRE!!! 17 al giorno, oltre 300 per Regione, ma oltre 1000 in alcune meno fortunate de Sud) pari a 336,11 GW di potenza, oltre 4 volte l’obiettivo di 80, imposto dal Green Deal europeo (in effetti ben 6 volte alla data di oggi, visto che sono stati già installati oltre 20 GW e che quindi ne servirebbero meno di 60)

Le 6133 richieste di saccheggio del territorio sono suddivise in

·         3.912 richieste di impianti di produzione energetica da fonte solare per 155 GW (45%),

·         2.063 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a terra per 110 GW (32%),

·         117 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a mare per 78 GW (22%).

Questa overdose di energia provocata da fonti intermittenti e inaffidabili viene e verrà pagata profumatamente anche se costretti a non usarla nei tanti e crescenti momenti di sovraccarico, con crescenti spese di adeguamenti infrastrutturali, nuove centrali a gas come riserva strategica e comunque rischi di catastrofici black out come successo in Spagna.

Anche se qualcuno gongola, nonostante in Europa la potenza installata di pale e pannelli sia superiore al nucleare, le rinnovabili poi producono molto, ma molto meno elettricità e la producono tutta insieme, quando spesso si accavallano e non serve. Infatti non sostituiscono le centrali tradizionali ma le affiancano perché quando il sole e il vento non ci sono, bisogna ricorrere a gas e carbone ….E allora quanto territorio è stato invano sacrificato per un risultato modesto, di scarsa efficacia seppur di falsa propaganda

Il reiterarsi da anni di articoli giornalistici sedicenti democratici e progressisti  e “indignate” trasmissioni di inchiesta a favore dell'”inevitabile” assalto speculativo delle multinazionali per il nostro (???) bene è malinconico segno dei tempi e della deriva della democrazia popolare che fu sinceramente  ambientalista: ricordano le vecchie veline dei giornali della destra palazzinara che  negli ultimi 70 anni ha cementificato e  massacrato impunemente gran parte delle campagne e dei sobborghi delle già armoniche città ereditate da secoli rendendole in pochi anni inguardabili e invivibili, malgrado la beffa dei nomi bucolici delle oscene lottizzazioni, un po’ come il tanto ossessivo quanto falso millantare di verde il saccheggio di territori in corso da parte della speculazione energetica.

Ora quel che poco che si è salvato di agronaturale, quello struggente paesaggio storico culturale che ancora permea la nostra identità e permette filiere agroalimentari di eccellenza e quindi turismo di qualità e freno allo spopolamento delle aree interne, si vuol definitivamente degradare e banalizzare a ennesime sordide periferie industriali facendo posto a giganteschi impianti eolici e fotovoltaici tanto ”cari” al lucro insaziabile della selvaggia speculazione energetica multinazionale.

Ed è palese che tutto questo nulla ha a che fare con l’eventuale produzione di corrente pulita o calcoli di costi/benefici ambientali ecc.

Queste imprese energetiche guadagnano nel mettere a terra gli impianti, consumando suolo e massacrando paesaggio e ogni filiera agroturistica, e del resto (e tanto più il disco rotto dei cambiamenti climatici usato come penoso alibi) non frega niente a nessuno. Fra qualche anno succederà come per i capannoni degli anni ‘70 che in breve tempo (prendi i soldi e scappa) furono abbandonati e rimasero per lo più vuoti e fatiscenti in appezzamenti brulli e sporchi: un triste quadro che ricorre e svilisce tutta l’Italia. Come per le aree industriali negli anni ’70, le aree a servizi negli anni ’80, le aree commerciali negli anni ’90, le aree per la logistica negli anni 2000, con il nuovo escamotage dell’agrivoltaico si aggirano le regole di tutela della terra agricola e si tornano a consumare fertili pianure per la produzione di cibo. Un enorme cavallo di troia pieno di grossi capitali, per lo più soldi nostri, delle nostre bollette o della fiscalità generale, che rovineranno addosso al “fattore terra”, compromettendo per sempre terreni vergini. Non è infatti MAI successo per le precedenti ondate speculative, che si riuscisse a ripristinare l’uso agricolo di questi terreni selvaggiamente consumati e degradati. Per lo più giacciono abbandonati come squallide periferie industriali e vengono scientemente ignorati dall’ondata speculativa successiva che invece si rivolge a nuovi superstiti terreni agricoli intonsi come nuove vergini da stuprare.

Non è allora un caso il comune sentire della subdola delegittimazione contro le Soprintendenze, tra le poche efficaci e meritorie Istituzioni pubbliche a fronteggiare vecchi e nuovi barbari predatori di territori.

 Una gran mole di impianti industriali spacciati con ipocrita e falso termine manipolatore di “parchi” impattano e impatteranno sempre più sui territori migliori rimasti, con investimenti colossali ma senza rischio d’impresa perchè garantiti da altrettanti colossali incentivi di centinaia di miliardi che paghiamo con le ns bollette e la fiscalità generale (altro che la clamorosa e falsa bufala propagandista sulle “rinnovabili che abbassano le bollette”).

Invano Comuni, Regioni, Enti di tutela, agricoltori, cittadini residenti o meno, amanti della natura, della cultura e del paesaggio, bollati con arrogante ignoranza provocatoria come NIMBY, si oppongono a questo ben orchestrato aggiramento delle norme che tutelano i territori.

Ma se certe sedicenti altezzose élite intellettualoidi, in scia e protette dal pensiero unico rassicurante si sentono talmente supponenti da rieducare il “popolo che non capisce” e indurlo a rassegnarsi che dovranno vivere nella schifezza industriale perchè (ipse dixit?)  il paesaggio inesorabilmente” cambia nel tempo”, resta il fatto che alle tutto sommato limitate schifezze che offendono oggi la naturalità e il paesaggio rurale dei luoghi sopravvissuti a vecchi assalti (un tempo unanimemente combattuti), ora se ne aggiungerebbero tante altre, ma stavolta enormi, diffuse e irreversibilmente esiziali.

E comunque un vecchio reato non ne giustifica uno nuovo ben peggiore. Aver rubato caramelle nel passato, non autorizza oggi un omicidio, anzi una strage di vivibilità.

Del tutto forzato e stridente risulta comparare turbine alte 200 metri posizionate sulle creste dei crinali rispetto ai (pochi e distanti) tralicci dell’alta tensione che, nelle aree collinari, non superano i 15-20 metri: a differenza di quest’ultimi, una turbina eolica di grandi dimensioni come quelle previste in Appennino è nettamente visibile a decine di chilometri di distanza in un raggio di pari dimensione.

 Almeno i giornali con presunzione democratica scevra da forti  condizionamenti economici non si accodino alla incessante propaganda mediatica  della speculazione energetica nella sua tragicomica vulgata per cui installare in zone di pregio ambientale come gli Appennini o nelle aree agricole dell’indifeso Sud, dell’amata Sardegna, dell’Italia più bella e sana, decine di pale eoliche di dimensioni pari ai più imponenti grattacieli italiani non è altro che il naturale proseguimento della “ congenita antropizzazione del territorio”, stucchevole argomento dei nuovi salotti bene indottrinati, quando invece si tratterebbe di una deturpazione paesaggistica di proporzioni tali da ritenersi senza precedenti nella storia dell’uomo, per dimensioni e tempi di attuazione, in quanto non sedimentata in centinaia d’anni come le modificazioni del paesaggio del passato.

La pur necessaria decarbonizzazione e una efficace transAzione energetica verso le rinnovabili non obbliga però lo Stato, gli enti locali e i cittadini italiani a essere pressati e minacciati dagli studi legali delle multinazionali dell’energia per realizzare “urgentemente” grandi e impattanti impianti FER, con addirittura espropri di privati verso altri privati, mai visto nella Storia italiana, alla faccia della tanto sbandierata Costituzione (in particolare nei suoi artt. 9, 41 e 43).

 La stessa produzione di energia pulita generata da impattanti installazioni di tipo industriale può essere del resto agevolmente raggiunta, come dichiarato dagli ultimi rapporti ISPRA (ente scientifico pubblico di grande spessore ancora a schiena dritta) attraverso la collocazione dei pannelli fotovoltaici sui tetti delle zone residenziali non tutelate, commerciali, industriali per non parlare degli enormi spazi della invadente logistica. Solo una parte dei tantissimi tetti civili e dei capannoni industriali già disponibili potrebbero fornire da subito 100.000 ha di superficie (ISPRA-Report Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2023, Report n. 37/202), permettendo di installare una potenza tra 70 e 90 GW e quindi centrando facilmente il target di 80 previsto per il 2030 (che con i 19 aggiunti nel 2024 in effetti è ora già sceso a 61 GW). Costi e tempi di realizzazione oltretutto sarebbero ridotti, visto che queste strutture, rispetto ai terreni agricoli, sarebbero già meglio attrezzate per ospitare un impianto. Se poi si aggiungono anche strutture pubbliche, parcheggi, aree oggetto di bonifica, cave e miniere dismesse, strutture ferroviarie e comunque le immense aree già consumate, impermeabilizzate e spesso fatiscenti, si potrebbero avere a disposizione altri 800 000 ettari di superfici piane!!!(monitoraggio ISPRA) che sarebbero più che sufficienti per raggiungere tutti gli obiettivi ambientali e di domanda energetica al 2050 e oltre senza intaccare il prezioso e sempre più raro suolo agricolo (Ecoscienza 2023 – 2, anno XIV pagine 24-25.  GLI SPAZI PER IL FOTOVOLTAICO ALTERNATIVI AL SUOLO a cura di Pasquale Dichicco, Ines Marinosci, Michele Munafò- ISPRA). Tra l’altro, oltre alle rinnovabili, si incentiverebbe anche il restauro conservativo ed estetico di migliaia di immobili che spesso precludono la vivibilità delle periferie urbane senza invece creare ulteriori nuove mostruosità. E quindi nuove immense squallide periferie industriali.

Su queste le aziende potrebbero avere pure crediti d’imposta, anziché scialare con folli incentivi che finiscono ora ai fondi esteri. E poi sulle tante aree degradate, sulle centinaia di chilometri quadrati di superfici già impermeabilizzate e consumate presenti in Italia, dunque senza arrecare ulteriori danni alle poche aree ancora incontaminate del Paese.

E poi non si può non parlare della truffa dell’agrivoltaico,

nel ben tracciato solco della ipocrita furbizia italiana aggiraregole, quelle regole che seppur tardivamente solo da poco tempo hanno impedito finalmente il tombamento diretto della fertilità dei migliori terreni di pianura, ma che ora si vogliono bypassare sollevando un poco da terra i lugubri paramenti funebri con la falsa lusinga che possa continuare l’attività agricola.  Ma invece con la riduzione della radiazione solare si hanno comunque inevitabili contrazioni della fotosintesi e quindi perdite produttive e qualitative per le poche colture agrarie artificiosamente messe a dimora come paravento per giustificare il core-business delle multinazionali energetiche.

Solo uno dei tanti capitoli del consueto assalto lucrativo al territorio.

Ulteriore drammatico e irresponsabile consumo di suolo e dei suoi ineludibili servizi ecosistemici, in primis proprio lo stoccaggio di immensi quantitativi di CO2, con disfacimento del paesaggio e della superstite ruralità dei territori.

Il fotovoltaico e l’agrivoltaico consumano suolo agricolo, distruggono anch’essi i paesaggi e soprattutto provocano impennate dei prezzi dei terreni agricoli rendendo la terra inaccessibile agli ultimi agricoltori rimanenti o ai giovani che con coraggio persistono nel voler vivere in campagna per far vivere le campagne.

Ovviamente le società energetiche privilegiano terreni di pianura perché più comodi da infrastrutturare. Il paradosso è che si tratta quasi sempre della risorsa collettiva più scarsa: i mortiferi progetti si abbattono infatti sui terreni più fertili, spesso utilizzati con criteri etici ed ecologici da piccoli produttori che consapevolmente ne preservano i servizi ecosistemici, in una realtà geografica con la fisionomia complessiva di una catena montuosa immersa nel Mediterraneo. L’Italia ha perso il 30% delle sue terre coltivate in 25 anni e importa il 60% del suo grano e di praticamente tutte le materie prime. La sovranità alimentare non è mai stata così lontana.

Una diffusione massiva del fotovoltaico nell’edilizia residenziale con le Comunità Energetiche Rinnovabili invece consentirebbe, tra l’altro, una gestione diretta della produzione elettrica da parte dei cittadini e finalmente un vero risparmio in bolletta, riducendo sensibilmente i costi elevati ma poco chiari di dispacciamento e migrazione dell’energia, oltre a garantire (queste si, non le bufale delle multinazionali) decine di migliaia di posti di lavoro a medie e piccole imprese per l’installazione capillare degli impianti.

È notoriamente infinitesimale e del tutto inutile l’incidenza di questi pur enormi impianti industriali sulla riduzione delle emissioni globali mondiali che sono generate invece dai vecchi e nuovi capitalismi (USA vs Cina e India): con gli impianti energetici industriali italiani non si salva di certo il pianeta come invece incalza ossessiva una falsa retorica di parte.

Ridurre la nostra già microscopica percentuale (0.15%) di CO2 climalterante farebbe un baffo ai cambiamenti climatici globali, mentre si annienterebbe in maniera irreversibile una delle poche ricchezze che ancora rimangono all’Italia e al mondo: la storia, la cultura, l’identità del paesaggio italiano, non solo patrimonio nazionale, ma dell’intera umanità.

Fermiamo finche’ siamo in tempo il più grande e lucroso scempio ambientale della Storia italiana impudicamente mascherato di finto verde.

Un patrimonio culturale, agricolo e ambientale ricco e famoso nel mondo non merita certo di essere sottoposto all’irreversibile degrado elargito da infrastrutture ingombranti e di enorme e irreversibile impatto su ecosistemi, biodiversità, paesaggi, economie e identità locali: per questo le comunità che si vedono imporre tali opere sono scosse da crescenti tensioni e conflitti sociali.

Un attacco mortale, in grado di azzerare la GRANDE BELLEZZA superstite e le correlate attività agroturistiche, ma ancor di più di azzerare il futuro delle aree interne “colpevoli” di essere le più incontaminate e indifese. A meno che non si tratti di un futuro di abbandono, nel quale si aprono ghiotte occasioni per speculatori di ogni tipo: le valli più interne, dall’aspetto “verginale”, si prestano bene ad ospitare le cose più immonde e le speculazioni più inconfessabili. Del resto, è negli intendimenti del Governo abbandonare le aree interne ad una “fine dignitosa” (qualunque cosa voglia dire).

BASTA SCEMPI, TETTI E AREE DISMESSE BASTANO

ce lo dice vanamente da anni ISPRA, istituto scientifico pubblico tra i più seri e affidabili, e le stesse ferree (grida manzoniane?) premesse e disposizioni dei documenti europei sulla idonea dislocazione delle rinnovabili recepiti in Italia, ma invece si continua impunemente a consumare prezioso e raro suolo vergine, comodo e lucroso per la speculazione, tragico per tutti noi.

Non so proprio come ne usciremo da questo immenso barbarico bottino di territori.

 Intanto resistiamo alle prediche indecorose dei falsi profeti e uniamo le forze dal basso.

La sacra terra non è Res Nullius da tombare irreversibilmente per lucri privati.

Questa TransAzione si può fare e si faccia sulle tante aree già compromesse e consumate, ma si risparmi quel che resta del suolo e dei paesaggi unici che tutto il mondo ci invidia.

da qui