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domenica 1 settembre 2024

Una diga sul Vanoi per risolvere la crisi idrica. Ma che diritto abbiamo di sacrificare una valle? – Italia Nostra

 

 

Poco più a monte di dove abitiamo, nelle terre a confine tra Trentino e Veneto, si sta dibattendo animatamente sul progetto che prevede la costruzione di una diga nell’ultima valle dove un torrente scorre libero. Scarse notizie sono arrivate in pianura, eppure la vicenda riguarda tutto il Veneto, tutto il Trentino e tutta l’Italia. Il progetto della diga sul Vanoi risale agli anni Venti del secolo scorso e a più riprese è stato valutato e scartato a causa dei reali pericoli idrogeologici. Dopo un centinaio di anni, tenendo conto degli studi degli anni 60 e degli anni 80, un nuovo progetto, un po’ più a monte dei precedenti, si è fatto avanti per ingabbiare anche queste acque che scorrono selvagge e per ora libere.

Lo Studio di fattibilità delle alternative progettuali (DOCFAP) redatto da un raggruppamento temporaneo di imprese il cui capogruppo è Lombardi Ingegneria S.r.l., su affidamento del Consorzio di Bonifica Brenta, è stato inviato con una lettera datata 2 luglio 2024 – all’interno della fase di consultazione preliminare (ex art. 5 del DPCM n. 76/2018) – solo ad alcuni Enti, avvisando dell’intenzione di avviare il dibattito pubblico, previsto dalla Legge, obbligatorio poiché la diga supererebbe i 30 m di altezza. In seconda battuta altri Enti e alcune associazioni, fra cui le nostre, sono state aggiunte e invitate a esprimere interesse a partecipare e a proporre eventuali osservazioni al riguardo: è stato quindi possibile venire a conoscenza dei documenti relativi al progetto.

Notizie più specifiche e la possibilità di essere convocati per il dibattito pubblico si sono palesate a seguito di una diffusa mobilitazione popolare del trentino e del bellunese, animata da un susseguirsi di pronunciamenti avversi da parte di enti pubblici di quella zona. Di particolare rilievo fra questi una diffida firmata il 12 luglio 2024 dal Presidente della Provincia autonoma di Trento Maurizio Fugatti al Consorzio di Bonifica Brenta a non dare seguito al progetto. Del resto, come sottolineato da molti, questa opera non appare in alcun documento di programmazione urbanistica comunale, provinciale o regionale.

Alcuni dei nostri Comuni, invece, si erano già precedentemente pronunciati a favore della realizzazione di questo invaso e nessuna mobilitazione finora è avvenuta in pianura, dove molti cittadini – probabilmente – non sono consapevoli dei rischi che questo progetto potrebbe comportare: per esempio il possibile allagamento dei territori a valle dell’invaso in caso di ipotetico collasso della diga, aggravato anche dalla conseguente probabile tracimazione della diga del Corlo di Arsiè, evento che potrebbe quindi interessare una estesa parte del territorio di Bassano e poi numerose altre zone lungo l’asta fluviale fino a Piazzola sul Brenta (come da documento obbligatorio di simulazione di DAM BREAK prodotto dagli stessi progettisti). La localizzazione dell’invaso viene prevista nella Val Cortella lungo il corso del torrente Vanoi, poco prima della sua confluenza col Cismon, in un luogo i cui problemi idrogeologici sono stati già segnalati nei precedenti studi e confermati dalla Carta di Sintesi della Pericolosità della Provincia di Trento, nella quale è segnata a livello P4, ovvero il grado più elevato.

La diga è fortemente voluta da chi sostiene sia indispensabile per la pianura al fine di risolvere i problemi causati dal cambiamento climatico, rendendo più efficaci le infrastrutture irrigue, la bonifica idraulica, la difesa dalle esondazioni e costituendo un nuovo bacino di accumulo. I problemi della pianura, tuttavia, non sono dovuti esclusivamente al cambiamento climatico ma ad un modello di urbanizzazione e un sistema di agricoltura che sono stati riconosciuti da molti come non più sostenibili. La realizzazione dell’invaso, per alcuni opera imprescindibile per tentare di risolvere la crisi idrica della pianura e per questo molto attesa, potrebbe portare con sé una serie di notevoli ripercussioni di carattere ambientale che influirebbe non solo a monte ma su tutto l’ecosistema fluviale, alterando le dinamiche di deposito dei sedimenti, la portata del fiume e gli habitat delle comunità vegetali e animali, determinando nella valle del Vanoi lo stravolgimento della vita, del benessere e delle attività di tutti i suoi abitanti. La localizzazione in quell’area di una massa d’acqua di almeno 20 milioni di m3 (previsti nella meno impattante e più accreditata delle 4 ipotesi analizzate nello studio, l’ipotesi C) influirebbe sul clima degli abitati a monte e i cantieri decennali altererebbero la viabilità e implicherebbero sbancamenti di notevoli dimensioni e la probabile messa in circolazione di una grande quantità di polveri.

Si sottolinea che la valle del Vanoi è tutelata in quanto sito Natura 2000 e che esiste specifica normativa appena approvata dal Consiglio Europeo che impone fra l’altro il rispetto della naturalità dei corsi d’acqua e del loro fluire libero per almeno 25.000 Km entro il 2030, ristabilendo quindi connessioni e abbattendo sbarramenti esistenti. Una direttiva volta nel suo complesso a mitigare gli effetti della crisi climatica e a contrastare la drammatica perdita di biodiversità in atto. Che diritti abbiamo allora di sacrificare l’ennesima valle in nome dell’emergenza climatica, senza valutare l’attuazione di interventi veramente sostenibili e notevolmente più economici di questa impresa titanica che a colpi di cemento cancellerebbe un territorio intero?

Il progetto in realtà non presenta alternative alla costruzione di invasi di diverse dimensioni e capienza. Ma molti sottolineano altre possibilità per risparmiare, tesaurizzare l’acqua. Gli esempi di forme alternative di ricarica della falda acquifera sono già stati sperimentati e hanno dato ottimi risultati: si pensi alle Aree Forestali di Infiltrazione (le cosiddette AFI) o all’allargamento dell’alveo dei fiumi. Politiche di risparmio dell’acqua dovrebbero essere adottate con sistematicità, sia nell’industria che nel settore domestico, mentre è improrogabile l’implementazione di pratiche agricole meno idroesigenti. Piccoli bacini di accumulo delle acque piovane potrebbero essere ospitati da ex cave o realizzati vicino ai luoghi di utilizzazione accogliendo acque di riciclo come già sperimentato. Infine, lo sghiaiamento dei 5 bacini già presenti lungo la valle del Cismon e dei suoi affluenti permetterebbe di recuperare la capacità degli invasi attivi e disponibili.

Non siamo i comitati e le associazioni del “no” come alcuni politici, in maniera superficiale, ci hanno etichettati. Non è questione di dire “no” a tutto, ma di dire “basta” allo sperpero di territorio, al restringimento degli habitat naturali, alla distruzione di quella che è la casa nostra e degli altri esseri viventi! È tempo di cambiare paradigma: in altri paesi si riconosce personalità giuridica ai fiumi e ai laghi, mentre in Italia si continua ad agire secondo una logica di estrattivismo e di predazione delle risorse. È necessario rovesciare il modo di pensare, scostandosi dal concetto di “utilità immediata” e adottando un pensiero lungimirante e rispettoso. C’è bisogno di essere accompagnati in questo cambiamento da contributi esperti, sia sulle dinamiche ambientali sia sulle esperienze di nuovo governo della risorsa idrica e sulla innovazione delle pratiche agricole. Proporremo a metà settembre un evento pubblico al quale inviteremo alcuni studiosi con cui siamo in contatto per trovare soluzioni basate sulla natura piuttosto che su interventi ingegneristici così impattanti.

Italia Nostra Bassano del Grappa
Acqua Bene Comune Vicenza
Associazione per il Rispetto Ambientale A.RI.A. bassanese
Centro di Iniziativa Politico Culturale Romano Carotti Bassano del Grappa
Consulta per l’Ambiente

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giovedì 31 agosto 2023

Il turismo di massa a Venezia e nel Veneto - Dante Schiavon


Finalmente (agosto 2023) è arrivata la raccomandazione dell’UNESCO affinché Venezia venga  inserita nella lista del “Patrimonio mondiale in pericolo”.

La motivazione: “non sarebbero state adottate misure  sufficienti per contrastare il deterioramento del sito dovuto in particolare al ‘turismo di massa’ e ai cambiamenti climatici”.

Ma quanta ipocrisia, da parte del Presidente della Regione Veneto Luca Zaia, nel  relazionarsi al richiamo dell’Unesco su Venezia e sugli effetti del turismo di massa, quasi lui contasse come il due di coppe quando la briscola è bastoni  in una partita politica in cui  da le carte da quasi vent’anni. 

E quanta  parzialità,  superficialità, quasi accondiscendenza nel racconto mediatico di quello  che il turismo di massa  sta arrecando e potrà arrecare all’ambiente, non solo a Venezia, ma in tutte le località di richiamo del Veneto.

E quanta apatica indifferenza nel fideistico corpus elettorale del Presidente Zaia verso  gli effetti di un nuovo capitolo del libro veneto sulla mercificazione delle risorse ambientali e storiche ereditate (Venezia, le Dolomiti) e sull’uso, consumo e gestione delle risorse naturali (cementificazione del suolo, inquinamento dell’aria delle città venete, inquinamento delle acque sotterranee e di superficie per residui di pesticidi e di Pfas).  

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L’ultimo capitolo del libro veneto  sulla mercificazione delle risorse naturali, ambientali e storiche ereditate si intitola turismo industriale.

La turistificazione industriale è un processo poliedrico (ambientale, politico, economico,  culturale) portato avanti nel tempo, in più fasi e con più atti legislativi, accompagnati immancabilmente  dal linguaggio della propaganda.

Lo scopo finale di tale processo, a mio giudizio, è quello di usare il turismo industriale come una consistente leva economica che venga in soccorso dello  scricchiolante modello economico del Nord-Est  che, tra l’altro,  ha capannonizzato e ingrigito il paesaggio, la terra e la campagna veneta.

In questo percorso di mercificazione delle risorse la valorizzazione turistica si sta rivelando  una  valorizzazione monetaria, commerciale di singoli luoghi, esaltati da cartoline mediatiche prodotte anch’esse a livello industriale da  influencer e media e usate come specchietto per le allodole per nascondere la scomparsa del  paesaggio veneto  nella sua dimensione propriamente paesaggistica,  sempre più degradato e cementificato.

Venezia è un caso emblematico delle conseguenze ambientali e antropologiche del  turismo di massa: un  turismo industriale a cui viene affidato il compito di aumentare il PVL (Prodotto Veneto Lordo) messo in crisi dagli effetti della globalizzazione. 

Una strategia amministrativa e politica di cortissimo respiro, infiocchettata da gigantesche operazioni di marketing territoriale, che fa fuori l’essenza valoriale, ecologica, naturalistica, storica, antropologica  dei beni cosiddetti turistici. 

Non è un caso che in Regione Veneto la sezione “Strategia Regionale della Biodiversità e  dei Parchi”  sia finita sotto la Direzione Turismo: una forzatura istituzionale di senso e di significato, tipica di una politica arrogante e autoreferenziale, non incalzata da una efficace contro narrazione del sistema veneto. 

E non c’è solo Venezia in questo tritatutto industriale dei beni turistici.

Rispetto alla soverchiante urbanizzazione pedonale e marittima di Venezia cosa sta accadendo in altri siti Unesco della Regione?

Cosa  si sta facendo e cosa sta  facendo l’Unesco per non arrivare alla situazione limite di Venezia? 

Ad esempio, perché gli effetti sugli habitat faunistici e vegetazionali, in conseguenza dell’organizzazione di un evento sportivo globale, planetario,  come lo sono le XXV Olimpiadi Invernali,  non sono ancora stati oggetto di alcun richiamo da parte dell’Unesco?

Un evento la cui  traduzione operativa, urbanistica e logistica  sul  territorio alle pendici delle Tofane ha già comportato e sta comportando la creazione di nuove  piste, l’allungamento e rimodellamento con allargamento di quelle esistenti (anche in versanti soggetti a valanghe), la creazione di bacini idrici per l’innevamento artificiale, la creazione di nuovi impianti di risalita, di nuovi parcheggi, di nuove strade di accesso e raccordi fra piste da sci e fra strade di collegamento, la  riduzione di superfici  boscate, il taglio di centinaia di alberi, la riduzione di superfici  a prato o a pascolo:  tutte “azioni”  che hanno già determinato un consumo di suolo di circa 40 ettari, a cui si vorrebbe (le “intenzioni”) aggiungere la costruzione di una anacronistica pista da bob a spese anche  di  un lariceto secolare.

E cosa  potrà accadere in un prossimo futuro  in un altro sito dichiarato Patrimonio dell’Umanità: le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene.

Cosa c’è di diverso, rispetto al sovraffollamento antropico fuori controllo di Venezia, in un’area vitivinicola già soggetta a importanti fenomeni di erosione  per  quello che potrà accadere a seguito di mega operazioni  di marketing territoriale che possono portare ad un aumento del flusso turistico  dagli attuali 400.000 visitatori al loro raddoppio in 5 anni?

Non bisogna essere dei geni per comprendere la  compromissione urbanistica e ambientale che comporterebbero nuove infrastrutturazioni (strade, parcheggi, nuove strutture ricettive, ecc.) in un’area collinare e boschiva, relativamente ridotta  e idrogeologicamente fragile. Certo, la consapevolezza sulle caratteristiche dei luoghi che si amministrano nasce dalla conoscenza della loro geografi”.

Una consapevolezza che chi amministra la Regione non può acquisire solo  attraverso  un debordante presenzialismo sui social e alle  sagre,  facendosi immortalare per l’ennesimo brindisi  con le bollicine.  

In un’area, quella del Prosecco, in cui l’espansione  imperialistica della Glera e l’uso intensivo della chimica di sintesi avevano già fatto vacillare la decisione dell’Unesco circa l’esito positivo della candidatura a Patrimonio dell’Umanità.

Un’indecisione che l’Unesco ha risolto stilando 14 prescrizioni su cui  però   non sembra minimamente preoccupata di vigilare. 

Cosa c’è di diverso, nella sostanza e non nella forma, rispetto a Venezia?

Forse i tempi in  cui  potrà materializzarsi una situazione off limits come quella di Venezia?

Cosa c’è di diverso, da non meritare un richiamo dell’Unesco,  nelle leggi regionali del Veneto che riguardano i siti Patrimonio dell’Umanità  presenti in regione?

Leggi regionali che consentono, in un caso, nell’area delle Colline del Prosecco, di urbanizzare l’area agricola  dei vigneti ampliando, a scopo ricettivo, fino a 120 metri cubi  le vecchie casere  e, nell’altro caso, nell’area delle Dolomiti, dì costruire, parificandole ai rifugi alpini, delle strutture ricettive di lusso (le chiamano “stanze panoramiche”) oltre i 1600 metri di altitudine.

Il turismo industriale modello balneare non è sostenibile, tanto meno nelle aree Unesco, perché provoca l’asfissia culturale, ambientale, economica e antropologica dei siti.

Alla valorizzazione  turistica dei luoghi vanno posti dei limiti invalicabili che riguardano la loro  conservazione, manutenzione e la gestione controllata e contingentata dei flussi (si tratti di Venezia, delle Dolomiti, delle Colline del Prosecco).

Va fermata ulteriore urbanizzazione, ulteriore cementificazione.

Va fermata  la folle corsa pubblicitaria del marketing territoriale social tenendo conto della  capacità di assorbimento antropico del luogo pubblicizzato e del suo contesto paesaggistico-ambientale e, soprattutto, della qualità di vita  dei residenti.  

La  valorizzazione turistica dei luoghi   naturali  o storico-artistici  non può essere oggetto di ulteriori pianificazioni infrastrutturali  e di business che potrebbero abbassare il  pregio naturalistico, storico-artistico, estetico e attrattivo dei luoghi e compromettere il tessuto  antropologico delle comunità residenti:  è sempre  una questione di “limiti”, un concetto difficile da assimilare, ma drammaticamente vitale per la sopravvivenza degli ecosistemi, della stessa economia dei luoghi nel lungo periodo,  dei sistemi di vita delle popolazioni locali. 

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Non si riflette abbastanza sugli effetti del turismo di massa sul precario equilibrio antropologico delle comunità che vivono nei siti turistici: il dramma turistico  di Venezia è  lì a ricordarcelo. 

E sono aspetti essenziali da inglobare nella nostra visione di un futuro per questi luoghi che non possono essere assimilati a  delle zone industriali a cielo aperto  in funzione del PVL (Prodotto Veneto Lordo).

La risorsa turismo in certi luoghi va maneggiata con cura, va centellinata e può dare il suo contributo all’economia  dei territori, ma non può degenerare  in un turismo di massa indifferente alla  capacità di assorbimento antropico, alla tutela dei paesaggi e alla salvaguardia dello  spirito identitario delle comunità interessate dai flussi turistici.

Rispetto  ai fatturati del turismo modello balneare, che compromettono nel medio-lungo periodo  la risorsa ambientale, la gestione controllata dei flussi turistici quasi certamente avrà dei ritorni  economici  più contenuti (e sostenibili nel tempo),  ma potrebbe  anche rendere fertile  un terreno su cui attecchiscono nuovi desideri/aspirazioni  di appartenenza alle  comunità e  assecondare così, unitamente a misure di incentivazione economica e sociale,  un processo di ripopolamento residenziale, sia del centro storico di Venezia e sia delle aree interne del Veneto (i borghi e i paesi  di montagna e di collina) che stanno vivendo una fase di lento spopolamento. 

Dante Schiavon, socio GrIG – Veneto

 

da qui

 

martedì 20 luglio 2021

le Mamme NoPfas contro la MITENI in Veneto - Daniela Bezzi

  

Dalle Mamme NoTap, che in Salento hanno cercato di difendere la loro magnifica Terra Madre da quel vero e proprio stupro che è il gasdotto della Trans Adriatic Pipiline dall’Azerbaijan, eccoci di nuovo al nord dello stivale, per la precisione in Veneto. Per raccontare l’impressionante nocività che da anni vede impegnate le Mamme NoPfas insieme al Comitato Genitori Attivi contro l’ex colosso chimico MITENI, responsabile dell’inquinamento della seconda falda acquifera più grande d’Europa: sversamenti di sostanze chimiche nell’arco di decenni, in una zona rossa di ca 150 km2 che impatta su una popolazione di ca 350.000 abitanti in decine di comuni, il peggior disastro ambientale in Italia e tra i più grandi del mondo.

Storia di straordinaria coesione nella peggior sventura che possa capitare: quella di scoprirsi aggrediti da un nemico insapore, incolore, inodore, insomma invisibile, di cui hai fatto uso da sempre con la normale acqua del rubinetto. E quindi che fare, arrendersi alla fatalità? Ma proprio per niente! Quando le mamme si incazzano, come recita il titolo del film-inchiesta che Andrea Tomasi ha realizzato su questa storia nel 2019, smuovono montagne.

 


Per cui eccole che studiano, si confrontano su quel che trovano on line, cercano di capire. E poi le lettere: ai giornali, alle Amministrazioni locali, ai Sottosegretari dei vari Ministeri di Sanità e Ambiente, lettere sempre molto personali, da mamme a manager e politici (quasi sempre uomini) che sono anche dei padri. E poi le delegazioni: persino a Bruxelles e Strasburgo, grazie all’appoggio dei deputati del GUE al Parlamento Europeo. E più volte a Roma, pronte a resistere in sit in anche per tre giorni filati – come nel giugno del 2019 per ottenere udienza al Ministero dell’Ambiente. E alla fine il Ministro di allora Sergio Costa le ascolta, e le cose cominciano a muoversi.

E dopo anni di manifestazioni, incartamenti, approfondimenti, dopo consulenze legali sempre più specialistiche e autorevoli, dopo le prime udienze preliminari al Tribunale di Vicenza oltretutto complicate dalla pandemia, queste formidabili Mamme NoPfas possono essere fiere di aver inaugurato il loro percorso di giustizia, perché il 1° luglio è finalmente cominciato il vero e proprio Processo. Ed essere riuscite a mobilitare ben 318 cittadini, insieme a Medicina Democratica, WWF, Lega Ambiente, Italia Nostra, oltre alle USL di Vicenza, Padova e Verona, i vertici della Regione Veneto, delle varie Province e Comuni, lo stesso Ministero dell’Ambiente, che si sono costituiti parte civile nella prima Class Action degna di questo nome in Italia, è un indubbio successo.

Sul banco degli imputati quindici manager che nell’arco degli anni si sono avvicendati ai vertici della MITENI di Trissino, colosso della chimica nata verso la metà degli anni ’60 come polo di ricerca per le industrie tessili dei Conti Marzotto (quando si chiamava RiMar), poi acquisita da ENIChem nel 1988 in joint venture con la giapponese MITsubishi (da cui appunto MITENI) che nel 1999 ne divenne al 100% proprietaria per poi cederla (2009) all’olandese ICIG Group, colosso tedesco con base in Lussemburgo, tanto per avere un’idea delle forze in campo.

 

 “Me li ricordo come fossero adesso quei giorni di marzo 2017” rievoca Michela Piccoli, tra le più attive portavoce delle Mamme NoPfas “quando insieme ad altre mamme mi trovai in mano le analisi del sangue che i nostri figli avevano appena fatto, sollecitati della Regione Veneto. Nessuna ci capiva granché, io forse un po’ più delle altre perché faccio l’infermiera. Ma i valori parlavano chiaro: il sangue che scorreva nelle vene dei nostri figli, oltre che di tutti noi, era gravemente contaminato da questa sostanza dalla sigla lì per lì incomprensibile, PFAS, che non ci mettemmo molto a capire in tutta la sua nocività. Ci incontrammo in un bar qui a Lonigo, dove vivo, e così nacque il Comitato”.

 

Poly Fluoro Alkyl Substances, Pfas identifica insieme ai Pfos (perfluoroottansolfonico), ai Pfoa (Acido perfluorottanoico) e a una quantità di acronimi non meno astrusi (per chi di chimica non sa granchè) una famiglia di ben 4.730 sostanze chimiche, che dagli anni ’40 in poi hanno trovato applicazione in un’infinità di prodotti, dai tessuti impermeabili, al packaging per gli alimentari, alla cosmetica, vernici, tappeti e rivestimenti antimacchia, schiume ignifughe, spray di vario genere, le famose pentole antiaderenti (il micidiale Teflon, brevetto targato DuPont), cere e brillantanti vari, stoviglieria usa-e-getta, per esempio per il take away, l’elenco sarebbe lunghissimo. Il mensile Salvagente ha dedicato a questo habitat di nocività l’intero numero di giugno, insieme alla guida Inquinanti per sempre e la conclusione che se ne trae è che ci siamo tutti dentro. Probabile che la nostra acqua del sindaco non sia irrimediabilmente inquinata come nella zona rossa del Veneto, ma gran parte di ciò che usiamo e riteniamo di smaltire correttamente in discarica è sicuramente trattato di quelle medesime sostanze.

 

Il loro impatto sull’ambiente è inimmaginabile, non solo per la particolare resistenza di queste sostanze a qualsiasi smaltimento nell’ambiente, oltre che per l’organismo umano, ma perché la ricerca circa gli effetti a livello epidemiologico è quasi appena cominciata.

“All’inizio eravamo solo in quattro: oltre a me la Giovanna Dal Lago che ha cinque figli e in tutti loro è stata trovata una percentuale di Pfas da 10 a 40 volte superiore ai valori considerati normali; e poi la Chiara Panarotto, tre figli nella stessa situazione, e la Elena Canola anche lei di Lonigo dove vivo io, che di figli ne ho due” rievoca Michela.

“La Regione aveva promosso questo monitoraggio tra centinaia di ragazzi in età adolecente, i giornali scrivevano che già dal 2013, anno in cui l’ISPRA (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) aveva aderito al progetto Perforce su iniziativa della EU, la falda acquifera che alimentava i nostri acquedotti era pesantemente inquinata – ma nessuno ci aveva avvisato! Annunciava uno screening epidemiologico ben più ampio, su 185mila residenti di età compresa tra i 14 e i 65 anni. Per tutti, i livelli di nanogrammi per millilitro di sangue erano altissimi, ben oltre la soglia massima che sarebbe di 8 ngr, le analisi di alcuni lavoratori della MITENI segnalavano addirittura 90.000 ngr! E non capivamo come potesse essere successo. Per esempio, nella nostra famiglia avevamo sempre bevuto acqua in bottiglia, per cui immagina le congetture: sarà l’acqua con cui riempiono la piscina, sarà quando ci laviamo… sarà il cibo a essere inquinato, sarà la polvere, sarà l’aria.

L’Arpav del Veneto insisteva sulla falda inquinata, per cui niente più orto, guai attingere acqua dai pozzi, chi aveva qualche gallina le dava da bere solo acqua minerale per non rischiare di assumere con le uova un concentrato di veleno. E niente più chilometro zero, solo verdure e frutta provenienti da fuori. I giornali locali riferivano circa le patologie riscontrate nei dipendenti MITENI, e c’era di tutto: diabete, disturbi alla tiroide, aumento del colesterolo, mammelle anomale, tumori ai testicoli, ma come dovessimo difenderci… nebbia fitta. Capimmo che se volevamo trovare una risposta alla rabbia che ci montava dentro, dovevamo fare da sole e impegnarci full time nei più diversi ruoli.“

Giovanni Cecchi, laureato al Dipartimento di Antropologia dell’Università di Bologna, ha analizzato con notevole sensibilità le dinamiche che fin dall’inizio hanno nutrito di valori propositivi questo movimento, con una Tesi dal titolo La salute al contrario. Non solo rabbia, insomma, per queste Mamme NoPfas alle prese con il disastro ambientale nel contesto veneto (questo il sottotitolo), ma serissimo lavoro di squadra declinato in tutti i possibili modi, e con grande spirito di sorellanza, unite da un’ingiustizia troppo grande per essere ignorata, armate di quel fondamentalismo che non ammette deroghe perché fa capo alla vita, alla legittima rivendicazione di tutele, a un’aspettativa di futuro che dovrebbe darsi per scontata e invece dev’essere continuamente difesa, come se non bastasse la Costituzione. Da quattro che erano si trovarono presto in decine e poi centinaia, determinate a sensibilizzare il maggior numero di persone circa la nocività di quel nemico invisibile che per anni avevano tutti assorbito con l’acqua.

Molto efficaci furono le magliette che dall’estate di quello stesso anno, le rese testimonial ovunque andassero: magliette bianche con sopra stampati a caratteri cubitali i nomi dei figli, accanto ai valori di veleno per millilitro di sangue. “Le indossavamo ovunque, a far la spesa, in piazza a bere il caffè, girando in bicicletta. A luglio andammo a parlare con i carabinieri del NOE (Nucleo Operativo Ecologico) il cui rapporto parlava chiaro: di quello scempio la MITENI sapeva già dal 2008, alla vigilia della cessione alla tedesca ICIG – ovvero cinque anni prima che lo studio del CNR lanciasse l’allarme!”.

 

Ottobre 2017: non meno di 10.000 persone sfilano per la prima manifestazione delle Mamme NoPfas nel cuore di Lonigo, ed è una fiumana, con le mamme, i papà, gli scout, l’arcobaleno del miglior attivismo ambientale, gli striscioni che riportano ancor più grandi i valori di Pfas riscontrati nel sangue di molti ragazzini. Sulle note di Acqua azzurra, acqua chiara di Lucio Battisti il corteo si conclude nel centro di potabilizzazione Acque Veronesi, con il Vescovo di Vicenza, Beniamino Pizziol, che affiancato da un gruppo di indiani Sikh e altri stranieri (in omaggio alla multiculturalità del territorio) recita alcuni versi del cantico della creature di San Francesco: “la richiesta di acqua pulita è richiesta di vita”.

“Momento bellissimo, tra i più belli nel nostro album dei ricordi” sottolinea Michela. “Che ci fece capire quanto fosse importante portare la questione ai più alti livelli, senz’altro all’attenzione di Luca Zaia ai vertici della Regione e poi al Ministero dell’Ambiente, impresa non da poco.”

 

Il 2018 si inaugura con un lettera di papa Francesco, nientemeno: “Vi benedico, andate avanti”. Tramite il segretario Pietro Parolin le incoraggia a “proseguire con pazienza e perseveranza nel cercare le vie buone per la soluzione del problema” e si raccomanda al Vescovo di tenerlo informato.

Nel febbraio del 2018 si sbloccano 80 milioni di euro per la costruzione di un nuovo acquedotto e il TG locale riporta la notizia come “l’indubbia vittoria strappata a Roma dalla Regione Veneto insieme a tre mamme, Michela, Ivana e Nike, che al tavolo tecnico politico del Ministero hanno ottenuto la dichiarazione dello stato di emergenza, preliminare alla nomina di una figura chiave come quella del commissario.”

Risultato attribuibile anche alla passione ambientalista dei legali che da tempo sono al lavoro su questa vicenda, in particolare Edoardo Bortolotto, che oltre ad essere il difensore (come avvocato del lavoro affiliato a Medicina Democratica) di 41 ex lavoratori della MITENI, rappresenta le tante associazioni fin dall’inizio coinvolte. Studiando la casistica di nocività ambientale legata al Pfas in giro per il mondo, Bortolotto è venuto a contatto con una vicenda del tutto simile a quella di Trissino però in USA, West Virginia. Protagonista l’avvocato Robert Bilott, che nel 2001 aveva denunciato la possente DuPont per sversamenti chimici nel fiume Ohio – esattamente come la MITENI aveva fatto sul Poscolo, il corso d’acqua più vicino allo stabilimento. Causa lunga e difficile che nel 2016 decollò grazie a un articolone sul New York Times Magazine che diventò poi libro-inchiesta e nel 2019 persino film, uscito in Italia col titolo Cattive Acque alla vigilia della pandemia per cui visto pochissimo – ma gran successo in USA.

 

Su invito del collega Bortolotto l’avvocato Bilott vola in Veneto per un sopralluogo – e come vede quel fiumiciattolo non si risparmia: “La DuPont ha fatto quel che ha fatto per anni in un fiume come l’Ohio, con uno scorrimento ben più vivace… non oso immaginare la quantità di veleni che si sono sedimentati nelle falde acquifere da questo stagnante canale!” ed ecco spiegata l’enormità e gravità del disastro, e dell’impatto su una popolazione quattro volte più numerosa di quella che la DuPont dovette indennizzare dopo una Class Action di 3.500 querelanti.
“Quando ha visto le analisi del sangue dei nostri figli è rimasto allibito: non aveva mai visto valori così alti” sottolinea Michela. “E non meno allibito dinnanzi all’immobilismo delle nostre autorità, come se la nocività dei Pfas non fosse ampiamente documentata a livello mondiale, come se
potessero esserci dei dubbi sulle responsabilità della MITENI!”

I mesi seguenti sono un crescendo di attivismo, a cominciare dalla delegazione di giugno al Parlamento Europeo, ospiti del GUE e poi ancora in settembre a Bruxelles.

 

Nel mezzo c’è il ricordo di un eroico presidio, 5 giorni e 5 notti filate (fine agosto 2018) davanti alla Procura di Vicenza: “Hanno avvelenato i nostri figli, ora vogliamo giustizia” dicono i loro striscioni. E finalmente arriva una presa di posizione del Ministero dell’Ambiente che definisce la Pfas questione prioritaria. “Sono venuto a incontrarvi, per la seconda volta in pochi mesi, non solo per testimoniare la vicinanza e la sensibilità del governo al vostro dramma ma per portarvi azioni concrete”: così comincia il messaggio dello stesso Ministro di allora Sergio Costa che inaugura il tavolo istituzionale per il rinnovo delle condotte, riprogettare l’intero sistema acquifero, interventi che richiederanno ingenti finanziamenti da Roma.

19 giugno 2019, ennesima trasferta a Roma con un programma intensissimo: ore 10 presentazione del film-inchiesta di Andrea Tomasi Quando le mamme si incazzano, presso la sede de Il Salvagente; ore 11 Udienza da Papa Francesco, con la mamma Annamaria Panarotto che gli consegna una lettera a nome di tutte (emozione grande!); ore 16 ennesimo incontro con Sergio Costa al Ministero dell’Ambiente. “Una trasferta quella memorabile, in 150 in autobus dal Veneto fino al Vaticano per la soddisfazione di sentirsi dire almeno dal Papa della Laudato Si’: ‘coraggio, siete nel giusto, non mollate…’”.

 

Ma in ottobre eccole di nuovo a Venezia, per denunciare i ritardi nelle operazioni di bonifica, ed è una vera e propria ‘invasione’ con la partecipazione da tutt’Italia della neo-nata rete di Mamme da Nord a Sud: ben 34 comitati che sull’esempio della Mamme NoPfas si sono attivati nei mesi precedenti. L’assessore all’Ambiente Gianpaolo Bottacin non gradisce: “Basta con questo clima d’odio, la bonifica dell’area MITENI non è di nostra competenza, attendiamo che il governo nomini il Commissario straordinario”, il solito rimpallo di responsabilità. Ma a suffragare l’ipotesi di reato per disastro ambientale, c’è la relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle attività illecite nel ciclo dei rifiuti del febbraio 2018. “La MITENI non ha informato gli enti che era a conoscenza che la sorgente dell’inquinamento non era stata rimossa fin dal 1990, continuando a contaminare il terreno e la falda” si legge a pagina 50. E poco dopo si rileva che già nel 2008 Mitsubishi aveva stimato tra i 5,5 e i 6,5 milioni di euro per lo smantellamento e la bonifica del sito, oltre ai 18 milioni per la bonifica – per poi andarsene, perché nel febbraio 2009 la multinazionale ICIG acquisiva l’impianto per la cifra simbolica di un euro.

 

I dati sulle condizioni di salute della popolazione presentati dalle Mamme alla Commissione ecomafie nello stesso periodo sono comunque allarmanti e tra i più autorevoli alleati delle Mamme NoPfas c’è Vincenzo Cordiani, onco-ematologo presso l’Ospedale di Valdagno la cui testimonianza (e copiosa documentazione) alla prima udienza preliminare del 25 novembre 2019 viene ripresa dal TG1 e dice una cosa sola: la situazione è grave, basta temporeggiare.

Di lì a poco arriveranno dalla Cina le avvisaglie di quella epidamia da Coronavirus che nell’arco di qualche settimana scoppierà in primis proprio nel nord Italia, per dilagare nella pandemia che ci vede tuttora in affanno. E nonostante l’apparenza del ‘tutto sotto controllo’ orchestrata da Zaia ai vertici della Regione Veneto, quell’accumulo di nocività derivante dai Pfas ha inciso parecchio sugli indici di mortalità, come documenta uno studio dell’epidemiologo Annibale Biggeri: il 60% in più che nel resto del Veneto durante la prima ondata e il 40% in più durante la seconda.

 

Giusto in tempo per la seconda Covid-ondata le Mamme riescono a strappare un ultimo incontro a Roma con il Ministro Costa – che però scompare di lì a poco dal loro orizzonte con la fine del Governo Conte, l’incoronazione del Governo Draghi e il Ministero della Transizione Ecologica al posto di quello dell’Ambiente. Per cui puntuale letterina in data 3 marzo 2021 al neo insediato Ministro Cingolani: «Gentile ministro Roberto Cingolani, siamo le Mamme No Pfas del Veneto e scriviamo per darle il benvenuto, desiderose di vedere messe in pratica le tanto attese promesse fatte dal suo predecessore», guai darsi per vinte!

 

In aprile l’ultima udienza preliminare, prima del ‘vero’ processo iniziato il 1° luglio. Che andrà come andrà, perché siamo in Italia e non in West Virginia – e per giunta nell’Italia del PNRR scritto dalla McKinsey come piace a Draghi, ovvero più orientato alle superiori ragioni del PIL (con tutte le deroghe del caso), che al benessere dei cittadini, nonostante il tributo di vite umane pagate con la pandemia. Il primo a non farsi illusioni è Matteo Ceruti, avvocato di parte civile che il 1° luglio ha potuto solo esporre i capi d’accusa, perché nessuno dei 15 accusati era presente. “E però una Class action di oltre 318 querelanti non è poco, considerando anche l’impegno per le famiglie, perché ogni iscrizione non costa meno di € 300”, mi fa notare Michela Piccoli. “Non sai quante ce ne inventiamo per raccogliere fondi, l’ultima iniziativa è stata vendere delle piantine che ci erano state regalate da un vivaio.”

 

Prossimo appuntamento con la giustizia: 16 settembre. Ma sulla questione che alle Mamme sta più a cuore, ovvero sulla richiesta di fissare precisi limiti agli scarichi, vincolanti a livello nazionale, è stallo totale.

E purtroppo l’emergenza Pfas non è finita con la chiusura di MITENI, è solo migrata in quel di Alessandria, Spinetta Marengo, dove il gruppo belga Solvay ha addirittura incrementato la produzione di queste sostanze ultra-nocive. Da notare: in USA la Solvay ha avuto il veto di produzione di Pfas, che nell’Italia della Transizione Ecologica sono permessi!

Diversamente dal Veneto però, la sensibilizzazione al problema in Piemonte stenta a decollare: un assorbimento occupazionale di 600 addetti non è cosa da poco. E insomma siamo al solito ricatto: il lavoro contro la salute, contraddizione irrisolvibile se non ricorrendo a un radicale cambio di passo. È quel che provano a dire i tanti Comitati Attivi (non solo di Mamme) che stanno crescendo da Nord a Sud della penisola – e di loro ci occuperemo nelle prossime puntate.

Chiudo queste note con la notizia dell’audizione della Procura di Vicenza davanti alla Commissione Ecomafie in data 8 luglio, circa le ‘responsabilità per condotte commissive o omissive in fatto di prevenzioni infortunio sul lavoro nei confronti dei lavoratori di MITENI’.

E con l’annuncio di una docu-inchiesta di Luisa Di Simone che andrà in onda su Rai3 il 16 luglio alle 23 dal titolo appunto Il Veleno nell’Acqua. E infine con l’invito a partecipare al progetto-ricerca del fotografo Marco Carmignani di cui alleghiamo locandina e che non vediamo l’ora di veder pubblicato, o perché no emulato, perché è di queste ‘storie di cambiamento’ che abbiamo un gran bisogno.

da qui

domenica 22 maggio 2016

(le volpi a guardia delle galline) Inchiesta sul recupero della fauna selvatica a Padova. Un clamoroso caso di conflitto di interessi - Grig

Il Centro Recupero Animali Selvatici della LIPU Padova chiude i battenti per una convenzione provinciale che non gli è stata più rinnovata e che quindi impedisce l’affidamento della fauna selvatica ferita agli esperti della Lega Italiana Protezione Uccelli, per la cura, la riabilitazione e infine la restituzione all’ambiente naturale. Perciò tutti a casa.
Tutti davvero?
In qualche meandro del sito internet della Provincia di Padova, scopriamo che la LIPU Padova ha un “concorrente”.  Si tratta dell’Associazione di Volontariato Ornitologica “IL GHEPPIO ONLUS” con sede operativa a Villafranca Padovana in Via G. Matteotti, 53, rappresentata dal Presidente pro-tempore, Bison Giorgio nato a Villafranca Padovana il 29/11/1944.
Il disciplinare che regola i rapporti tra la Provincia di Padova e la LIPU, e il disciplinare stipulato tra la Provincia di Padova e “Il Gheppio” sono praticamente una fotocopia l’uno dell’altro, eccetto che per 2 voci:
la LIPU Padova all’art. 1 co. 2 ha un punto aggiuntivo che “Il Gheppio” non ha, e suona così:“La LIPU si impegna a svolgere le seguenti attività: 2. prestazioni gratuite per la visita e le prime eventuali cure veterinarie da parte dei volontari L.I.P.U.;”. “Il Gheppio” invece ha a sua volta una voce (art.1 punto 4) che la LIPU non ha: “L’Associazione di Volontariato Ornitologica “IL GHEPPIO ONLUS” si impegna a fornire le seguenti prestazioni: detenzione dei soggetti di cui non è stata possibile la riabilitazione al volo;”. La LIPU dunque può ospitare degli uccelli per un tempo limitato, anche se non più curabili.
Tecnicamente, invece, “Il Gheppio” può detenere a vita uccelli selvatici “compromessi” (non ci è dato sapere se l’infermità venga documentata da un medico veterinario oppure sia frutto di autocertificazione da parte dei responsabili della struttura).
Che strana difformità di trattamento ad opera del Dirigente del servizio caccia e pesca, Dott. Renato Ferroli…
Ma chi sono allora i responsabili del “Centro recupero fauna selvatica Il Gheppio”? Diamo un’occhiata all’organigramma.
Il Presidente è un certo Giorgio Bison, il Vicepresidente risponde al nome di Patrizio Carraro, il Segretario si chiama Mattia Gobbin. A queste tre persone dobbiamo aggiungerne una quarta, tale Enrico Volpin, che compare, nel disciplinare della Provincia di Padova, tra i collaboratori de “Il Gheppio” autorizzati a detenere fauna selvatica presso la propria abitazione. Cominciamo da Giorgio Bison che sappiamo essere nato a Villafranca Padovana, dove del resto si trova la sede del Centro recupero fauna selvatica. Proviamo un po’ di combinazioni sul motore di ricerca e inseriamo qualche parola magica e voilà, scopriamo che Giorgio Bison è Presidente della Federazione Italiana Della Caccia nella sezione comunale di Villafranca Padovana. Mah?! Accanto al nome di Bison leggiamo una sigla “UCIM”. U.C.I.M. sta per “UNIONE CACCIATORI ITALIANI MIGRATORISTI” ed è definito “settoriale della Federcaccia”. Sì sa, ogni cacciatore ha le sue preferenze: ci sono quelli che amano la caccia grossa (safari, cinghiali, ecc.) e poi ci sono quelli che cadono nella follia per uccelli migratori di pochi grammi o anatre migratrici che arrivano dalla Mitteleuropa, dalla Scandinavia o dalla Siberia. Uccelli che si fanno qualche migliaia di chilometri in volo per farsi massacrare in Italia.
In gergo, i “migratoristi”, sono proprio quelli che vanno a caccia di uccelli migratori (caccia specialmente da appostamento fisso con utilizzo di uccelli da richiamo in gabbia). Il Presidente del “Centro recupero fauna selvatica Il Gheppio” di Villafranca Padovana è una di queste persone.
Ma Giorgio Bison è anche tra i 10 componenti del Comitato Direttivo dell’Ambito territoriale di caccia PD1 “Alta Padovana”. L’Ambito territoriale di caccia è una suddivisione del territorio agro-silvo-pastorale dove si esercita la caccia, ed è amministrato da una struttura di tipo associativo con interesse pubblico che opera a fini di gestione faunistico-venatoria del territorio all’interno di confini fissati dal piano faunistico-venatorio regionale (Piano Faunistico – Venatorio Regionale approvato con L. R. n. 1/2007).
Questi enti di diritto privato, quali sono gli ATC, non si occupano solo della distribuzione dei tesserini venatori regionali dei cacciatori residenti nell’ambito di competenza per conto della Provincia, ma orchestrano la cosiddetta “riqualificazione ambientale faunistica”, che dal nome sembra una figata, nella realtà si tratta di acquisto e lancio di migliaia di animali pronta-caccia  (lepri, fagiani, starne, ecc.), di realizzazione di allevamenti di fauna stanziale domesticata, organizzati in forma di azienda agricola, nonché di massacro di tutti gli “elementi di disturbo alla caccia”: ad esempio, massacro delle volpi e dei Corvidi.