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venerdì 24 gennaio 2025

PFAS: le nostre analisi sull’acqua potabile rivelano dati preoccupanti in tutte le Regioni d’Italia - Giuseppe Ungherese

 

La nostra spedizione ”Acque senza Veleni”, che ha avuto luogo tra settembre e ottobre 2024 per verificare la contaminazione da PFAS (sostanze poli- e per-fluoroalchiliche) dell’acqua potabile in tutte le regioni d’Italia, è nata per rispondere alla crescente preoccupazione della popolazione e per sopperire alla mancanza di dati pubblici a riguardo. I PFAS, noti anche come “inquinanti eterni”, sono sostanze chimiche usate in numerosi processi industriali e prodotti di largo consumo, che si accumulano nell’ambiente e che sono da tempo associate a gravi rischi per la salute.

Ben prima di enti pubblici e agenzie governative abbiamo:

1) Realizzato la prima mappa nazionale della contaminazione da PFAS nelle acque potabili italiane, misurando la presenza di queste molecole nelle reti acquedottistiche di tutte le Regioni italiane;

2) Monitorato 58 sostanze, ovvero più del doppio delle 24 molecole che la nuova direttiva europea impone di quantificare;

3) Analizzato la presenza di molecole ultracorte (ad esempio Acido Trifluoroacetico, TFA, e Acido Acido perfluoropropionico, PFPrA) su cui, nonostante le preoccupazioni della comunità scientifica internazionale e dei legislatori comunitari per i loro effetti sulla salute umana, non esistono dati pubblici anche laddove si effettuano i controlli sui PFAS.

Per realizzare la prima mappa nazionale indipendente della contaminazione da composti poli- e per-fluoroalchiliche (PFAS) nell’acqua potabile, abbiamo raccolto 260 campioni in 235 comuni appartenenti a tutte le Regioni e Province autonome italiane. La quasi totalità dei campioni è stata prelevata presso fontane pubbliche e, una volta raccolti, i campioni sono stati trasportati presso un laboratorio indipendente e accreditato per la quantificazione di 58 molecole appartenenti all’ampio gruppo dei PFAS.

Per ogni provincia, i campionamenti hanno interessato tutti i comuni capoluogo e almeno un altro comune. In alcune grandi città sono stati eseguiti due campionamenti (Ancona, Bari, Cagliari, Campobasso, Firenze, Genova, L’Aquila, Milano, Napoli, Palermo, Potenza, Reggio Calabria, Roma, Torino, Trieste, Venezia). L’obiettivo della nostra indagine è fare luce su una delle forme di inquinamento più pericolose che abbia mai colpito il nostro Paese e spingere le istituzioni a mettere in atto misure concrete per proteggere la popolazione contro i PFAS.



CONSULTA LA MAPPA DEI RISULTATI

INDICE

I risultati delle analisi

Le regioni più contaminate

Le città più contaminate

I problemi della futura normativa anti-PFAS

La contaminazione da PFOA nei Comuni

La contaminazione da PFOS nei Comuni

La contaminazione da TFA nei Comuni

Conclusioni

I risultati delle analisi: PFAS presenti nel 79% dei campioni di acqua potabile analizzati

In 206 campioni su 260 analizzati, è stata trovata almeno una delle 58 sostanze PFAS monitorate: ciò significa che il 79% dei campioni di acqua potabile risulta contaminato. 

Solo in 54 campioni (21%), non è stata registrata la presenza di alcun PFAS. 

Consulta il report completo con tutti i risultati delle analisi PFAS divisi per Regione.

 

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In ogni Regione almeno 3 campioni di acqua potabile sono contaminati 

Pur essendo stato analizzato un numero di campioni differente, sono almeno 3, in ogni Regione, i campioni risultati contaminati da PFAS, eccezion fatta per la Valle d’Aosta (qui i campioni contaminati erano 2 su un totale di 2 analizzati).

Le Regioni in cui la contaminazione da PFAS è più grave

Al netto del numero differente di campioni analizzati per ogni Regione, è possibile avere un’indicazione della diffusione della contaminazione su scala regionale considerando il numero di campioni contaminati rispetto al totale analizzati. Le situazioni più critiche si registrano in Liguria (8/8), Trentino Alto Adige (4/4), Valle d’Aosta (2/2), Veneto (19/20), Emilia Romagna (18/19), Calabria (12/13), Piemonte (26/29), Sardegna (11/13), Marche (10/12) e Toscana (25/31).

Le Regioni in cui si riscontrano meno campioni contaminati sono, nell’ordine Abruzzo (3/8), l’unica regione con meno della metà dei campioni positivi alla presenza di PFAS, seguita da Sicilia (9/17) e Puglia (7/13)…

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venerdì 18 ottobre 2024

Fast fashion: ogni settimana 15 milioni di vestiti usati soffocano il Ghana (e c’entra anche l’Italia) - Giuseppe Ungherese

  

Il fast fashion è all’origine di un disastro ambientale e di salute pubblica che si sta verificando ad Accra, in Ghana, a causa dei crescenti volumi di esportazioni di indumenti di seconda mano che provengono dai Paesi del Nord globale (Italia inclusa). A rivelarlo è il nuovo rapporto di Greenpeace Africa e Greenpeace Germania intitolato “Fast Fashion, Slow Poison: The Toxic Textile Crisis in Ghana”, risultato di un’investigazione durata mesi. 

Il documento mette in luce le conseguenze disastrose del fast fashion, un modello di produzione basato sulla sovrapproduzione di capi a basso costo e consumo rapido che finisce per inquinare in modo massiccio questo Paese dell’Africa occidentale. 

Per avere una misura del problema basta pensare a Kantamanto, il secondo mercato di abiti usati più grande del Ghana, che accoglie ogni settimana circa 15 milioni di vestiti (quasi tutti capi di fast fashion) provenienti soprattutto dal Nord del mondo. Purtroppo, quasi la metà di questi capi non trova acquirenti e si accumula nelle discariche, contribuendo a una crisi ambientale senza precedenti. E l’Italia ha un ruolo in tutto questo.

Il ruolo dell’Italia nell’export di abiti usati

Il Ghana è la seconda destinazione per l’importazione di abiti usati dall’Europa, e l’Italia risulta tra i maggiori esportatori mondiali. Con quasi 200 mila tonnellate di vestiti inviati nel 2022, il nostro Paese si posiziona al nono posto a livello globale e terzo in Europa, dietro a Belgio e Germania. 

Molti dei capi inviati appartengono a marchi di fast fashion noti come H&M, Zara e Primark, mentre brand emergenti come SHEIN si stanno rapidamente aggiungendo alla lista. Questi abiti, in gran parte invendibili, non solo non trovano nuova vita, ma finiscono spesso in discariche illegali o vengono bruciati, con gravi conseguenze per l’ambiente e la salute delle comunità locali.

 

Gli impatti del fast fashion sulla salute e sull’ambiente sono devastanti

La gestione inadeguata dei vestiti usati in Ghana sta innescando una vera e propria emergenza sanitaria. Nei lavatoi pubblici dell’insediamento di Old Fadama ad Accra, Greenpeace ha rilevato livelli preoccupanti di sostanze tossiche nell’aria, tra cui il benzene e altri idrocarburi cancerogeni. Questa contaminazione mette a rischio la vita delle persone che vivono in prossimità di queste zone e contribuisce all’inquinamento del suolo e delle acque. Oltre alla questione chimica, un altro problema è l’abbondanza di fibre sintetiche, come il poliestere, presente in circa il 90% dei capi analizzati. Queste fibre rilasciano microplastiche, inquinando fiumi e mari e trasformando intere coste in vere e proprie “spiagge di plastica”.

 

Una crisi dai contorni neocoloniali

Secondo Sam Quashie-Idun, autore del rapporto di Greenpeace, la situazione del Ghana è un chiaro esempio di squilibrio globale. Le nazioni ricche del Nord del mondo, attraverso l’eccesso di produzione e lo smaltimento di indumenti di scarsa qualità, stanno di fatto trasferendo i loro rifiuti in Paesi più poveri come il Ghana. Questo riflette una mentalità neocoloniale, in cui i benefici economici restano concentrati nelle mani delle grandi aziende, mentre le popolazioni del Sud del mondo ne pagano il prezzo in termini di salute e degrado ambientale. Quashie-Idun sottolinea la necessità di un trattato internazionale che metta fine a questa ingiustizia e tuteli le comunità più colpite.

 

Per fermare l’inquinamento causato dal fast fashion servono azioni urgenti e mirate

Affrontare la crisi del fast fashion significa innanzitutto vietare l’importazione di indumenti non riutilizzabili, limitando le importazioni ai soli capi che possano davvero avere una seconda vita. 

Inoltre, è fondamentale che le grandi aziende di moda si assumano la responsabilità dell’intero ciclo di vita dei loro prodotti, comprese le fasi di smaltimento e riciclo, tramite un sistema di “Responsabilità estesa del produttore” (EPR) a livello globale. 

Infine, per contrastare il problema in modo duraturo, la comunità internazionale dovrebbe sostenere lo sviluppo di un’industria tessile sostenibile in Ghana, creando nuove opportunità economiche per il Paese e limitando la dipendenza dall’importazione di abiti di seconda mano.

La sfida è complessa, ma un cambiamento radicale è possibile. Solo con una cooperazione globale e un’azione decisa si potrà porre fine all’impatto devastante del fast fashion in Ghana, tutelando ambiente e comunità.

Basta fast fashion, è tempo di una moda responsabile!

Chiedi insieme a noi un’azione immediata per porre fine al fast fashion e promuovere un’industria tessile a misura di pianeta.

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sabato 28 marzo 2020

Dove finisce la tua plastica - Giuseppe Ungherese*


Che l’inquinamento da plastica sia ormai un problema è noto a tutti noi. Quasi ogni giorno vediamo le immagini di spiagge in giro per il mondo coperte da grandi quantità di rifiuti, oppure quelle di animali marini come balene, capodogli e tartarughe che soffrono l’inquinamento da plastica sia perché la ingeriscono, sia perché restano intrappolati in cumuli di rifiuti.

CI SONO DIVERSI MODI PER COMBATTERE questa contaminazione che assume proporzioni sempre più allarmanti. Gran parte delle persone pensa di fare la sua parte non abbandonando i rifiuti nell’ambiente e facendo una corretta raccolta differenziata. Iniziative lodevoli che fanno parte del dovere civico di ognuno di noi, ma che sono veramente sufficienti? Purtroppo no. Se analizziamo il sistema di riciclo nel nostro Paese, nemmeno tra i peggiori a livello europeo, scopriamo che solo poco più del 40 per cento della plastica da imballaggi che differenziamo correttamente ogni giorno nelle nostre case viene effettivamente riciclata. Ma perché così tanta plastica non viene riciclata? Le ragioni possono essere molteplici. Ad esempio, molti imballaggi sono costituiti da più materiali, come plastica e metallo, i cosiddetti poliaccoppiati di difficile riciclo. Alcuni casi? La stragrande maggioranza dei tubetti di dentifricio, oppure la confezione grigia che contiene sottovuoto il caffè in polvere. Anche il prezzo delle materie prime influenza il sistema di riciclo, e nello specifico la domanda di plastica riciclata sul mercato.

COME DOCUMENTATO DA UN RECENTE rapporto Ocse, a seconda del prezzo del petrolio, la plastica vergine potrebbe essere più conveniente rispetto a quella riciclata. E infine c’è il problema delle plastiche eterogenee miste (film, pellicole e plastiche monostrato) che possono rappresentare una quota consistente dello scarto della raccolta degli imballaggi (tra il 20 e il 50 per cento a seconda della piattaforma di selezione). Quest’ultima tipologia di plastiche è, sì, tecnicamente riciclabile ma molto spesso non viene richiesta sul mercato, finendo per rappresentare una sorta di rifiuto del rifiuto che crea non pochi problemi di gestione. In alcuni casi viene spedita addirittura all’estero, viaggiando per migliaia di chilometri via terra o via mare, per essere avviata a riciclo. Ma quella spedita oltre i confini nazionali viene effettivamente riciclata?

SECONDO LE ULTIME INDAGINI condotte dall’unità investigativa di Greenpeace sembrerebbe di no. Nelle scorse settimane abbiamo infatti scoperto un traffico illegale di rifiuti in plastica spediti dall’Italia ad aziende malesi, pari a più di 1.300 tonnellate solo nei primi nove mesi del 2019 quando, su un totale di 65 spedizioni dirette in Malesia, 43 sono state inviate a impianti privi dei permessi per importare e riciclare rifiuti stranieri. Oltre all’analisi documentale, un nostro team si è recato in Malesia e – con l’ausilio di telecamere nascoste – è riuscito raccogliere testimonianze video in alcune delle aziende malesi disposte a importare illegalmente i nostri rifiuti, tra cui plastica contaminata e rifiuti urbani. Inoltre, ha documentato la presenza di rifiuti plastici provenienti dall’estero, Italia inclusa, abbandonati all’aperto in enormi discariche a cielo aperto senza alcuna sicurezza per l’ambiente e la salute umana, in barba ai regolamenti europei vigenti. Infatti, secondo la normativa comunitaria di riferimento (Regolamento n. 1013/2006), i Paesi europei possono spedire i propri rifiuti fuori dall’Ue esclusivamente per “riciclo e recupero”, in impianti con standard ambientali e tecnici pari a quelli comunitari e che operano con “metodi ecologicamente corretti” ovvero “in conformità di norme in materia di tutela della salute umana e ambientale grosso modo equivalenti a quelle previste dalla normativa comunitaria”. Ma come è possibile che i nostri rifiuti possano viaggiare senza intoppi e raggiungere nazioni così lontane non rispettando la normativa europea? Secondo quanto riportato dalla Direzione Distrettuale Antimafia, interpellata da Greenpeace, una delle ragioni è da individuare nei pochi controlli. Infatti, meno del 2,5 per cento dei container che spediamo dai porti italiani è ispezionato con visita merci e molti porti non hanno addirittura aree adatte per aprire e controllare i container.

QUELLO DOCUMENTATO IN MALESIA non è però un caso isolato. Nei mesi scorsi ci siamo imbattuti in un caso analogo in Turchia, scoprendo un sito illegale di stoccaggio di rifiuti in plastica molto probabilmente provenienti dalla nostra raccolta differenziata, e nel sud della Polonia dove almeno cinquanta balle di rifiuti in plastica di provenienza italiana erano abbandonate in un ex distributore di carburante.

QUESTE SITUAZIONI SONO INACCETTABILI e non appartengono a un Paese che può definirsi civile e inoltre evidenziano, ancora una volta, alcune delle numerose criticità legate alla gestione delle materie plastiche a fine vita. Se consideriamo che di tutta la plastica prodotta al mondo a partire dagli anni Cinquanta, solo il 9 per cento è stato effettivamente riciclato, non sorprende imbattersi in pratiche di presunto riciclo. Il sistema di riciclo su scala globale, più volte invocato da aziende e governi come la principale soluzione per risolvere il problema dell’inquinamento da plastica, da solo non può essere considerato una soluzione efficace. Con una produzione di plastica globale che, entro il 2050, quadruplicherà i volumi del 2015, è possibile che la situazione peggiori ulteriormente e le pratiche illegali aumentino in modo vertiginoso. Che fare allora? Continuare a differenziare correttamente i rifiuti è doveroso ma, anche per non vanificare gli sforzi quotidiani di milioni di cittadini italiani, bisogna che governi e aziende riducano subito la produzione di plastica monouso, spesso inutile e superflua, che da sola oggi costituisce il 40 per cento della produzione globale. Solo così riusciremo a impedire che la Terra si trasformi in un Pianeta di plastica.

* responsabile campagna Inquinamento di Greenpeace Italia