domenica 18 maggio 2025
sabato 27 aprile 2024
La Rinconada, la città estrema oltre le nuvole – Marta Zelioli
C’è un posto dove si vive letteralmente sopra le nuvole, a 5100 metri sul livello del mare. Descritto in questo modo potrebbe sembrare un luogo da sogno, da visitare assolutamente, poiché caratteristico e senza eguali. Le cose non stanno esattamente così (anche se, effettivamente, per essere caratteristico lo è), quindi prima di prepararvi per cercare in rete un albergo – che peraltro non esiste – e pensare a souvenir e calamite, mettetevi comodi e continuate a leggere.
La località in questione è considerata la più vicina allo spazio.
Lì, terra e nuvole si fondono, l’atmosfera si assottiglia notevolmente, gli
abitanti vivono con il 50% di ossigeno rispetto alla norma e la città è 300
metri più alta del Monte Bianco. Chi è nato in questo posto – oppure chi ha
deciso di trasferirvisi – ha subìto delle vere e proprie modifiche a livello
corporeo e produce il doppio delle cellule del sangue rispetto a chi abita in
altri luoghi.
Questa città è nota come “la più pericolosa al mondo”, ha un
aspetto triste e cupo, molto roccioso, poiché nemmeno gli alberi riescono a
sopravvivere. Essendo così in disparte rispetto al resto del mondo, a farla da
padroni sono la criminalità e ogni tipo di pericolo. La città in questione
è La Rinconada, si trova sulle Ande peruviane, per la precisione
nella regione di Puno. Vi si è avventurato uno youtuber turco,
Ruhi Çenet, e ha fatto un piccolo reportage per mostrare, per sommi capi, qual
è la vita in questo posto dimenticato.
Per quale motivo una persona dovrebbe pensare di andare a vivere,
se non per uno smodato senso di autolesionismo, a La Rinconada? Il
trasferimento viene azzardato da chi desidera andare in cerca dell’oro, oppure
per fuggire alla legge. Sì, perché a La Rinconada vi sono delle miniere,
gestite ovviamente da gruppi criminali, e la gente vi si reca spontaneamente
pensando di poter fare fortuna. Quindi, a condurre le persone in questo
terribile luogo è uno dei sette peccati capitali: l’avidità.
Più selvaggia del selvaggio West
La Rinconada si trova a sei ore di distanza da Puno e a due ore da
Putina. In queste città si possono prendere dei combis (si tratta di minibus) per raggiungere la
cima del mondo. Anche arrivare non è semplice, poiché con il passare dei
chilometri le strade si fanno sempre più malandate e spesso, proprio
percorrendo il tragitto, si è vittima di incidenti stradali. Sono infatti
assenti le protezioni a bordo strada e i bus precipitano letteralmente giù
dalla montagna.
Questo assurdo e maledetto ‘pellegrinaggio’ ha avuto inizio quasi 40 anni
fa, quando gruppi criminali si sono spostati e hanno portato con sé dei
minatori disperati e speranzosi di poter fare fortuna. Voler visitare La
Rinconada può significare sparire nel nulla, non esiste infatti alcun registro
in cui viene segnalata la vostra presenza quando siete lì. L’accostamento con
la citazione di Dante – “Lasciate ogni speranza voi
ch’entrate” – è dunque quanto mai azzeccata. Il suo
soprannome, in fondo, è “il paradiso del Diavolo”.
Se quanto appena narrato non dovesse bastarvi, se doveste avere la mala
pensata di andare a visitare La Rinconada, forse attratti proprio da quest’aura
misteriosa e disgraziata al tempo stesso, tenete presente che dovreste
portare con voi una bombola di ossigeno per consentire al vostro corpo
di abituarsi gradualmente al severo cambio di altitudine.
In caso contrario, sarebbe molto rischioso raggiungere la vetta. Si
andrebbe incontro al mal di montagna, con sintomi come emicrania, nausea,
vertigini. Fondamentale, inoltre, è bere molto, poiché è importante
mantenersi idratati. Ma non acqua del luogo (anche lì c’è la
fregatura), quella è contaminata. Come antidoto, gli abitanti del
posto propongono ai turisti le foglie di coca per poter rilassare il corpo e
consentirgli di abituarsi alla differenza di altitudine e combattere quindi il
mal di montagna. Un classico rimedio della nonna, insomma.
La Rinconada, “il paradiso del Diavolo”
La Rinconada è una sorta di vecchio West, la gente viene qui per un’unica
ragione, come già detto, quella di trovare l’oro tramite le miniere. Del
resto, in America Latina la caccia al prezioso metallo è sempre stata molto
sentita, a partire dagli antichi Aztechi, passando per gli Inca, che per
questo motivo schiavizzavano intere popolazioni: l’avidità che percorre i
secoli. La montagna è controllata dalla Corporación Minera Ananea, che
subaffitta il territorio a dei gruppi illegali.
Le persone vivono in baracche di metallo senza finestre. Le temperature non
sono affatto miti, vista la sua altezza, infatti, fa piuttosto freddo. La notte
si arriva anche a dei cali fino a -10 gradi, le estati durano poco, gli inverni
anche, brevi e nevosi, ma si tratta di un luogo freddo e coperto per tutto
l’anno. All’interno della miniera le temperature scendono anche a -20. Nonostante
lo stile di vita sia proibitivo, la gente che vi abita ha dichiarato che chi
sopravvive non è chi è dotato di un fisico resistente, ma colui che è più forte
mentalmente, perché la pressione psicologica è molto più dannosa del resto,
che è tutto dire.
Prodotti chimici mortali come il cianuro e il mercurio, che servono per
lavorare l’oro, hanno avvelenato il suolo e l’acqua agricola. L’unica
fonte di acqua potabile della città proviene dai laghi e questi sono
contaminati a loro volta dal mercurio. I bambini giocano
fino a tardi per le strade, hanno a disposizione sia la scuola primaria che
secondaria. Per proseguire eventualmente il loro percorso di studi, poi,
l’unica possibilità è trasferirsi altrove, oppure rimanere lì e lavorare nelle
miniere.
A causa della corsa all’oro, al momento gli abitanti sono saliti a
50mila (numeri non ufficiali, non essendoci un censimento). Come se
non bastasse, tutte queste persone depositano in mezzo alla strada i loro
rifiuti creando un ambiente ulteriormente tossico, in quanto il governo
non offre loro alcun servizio di smaltimento dell’immondizia. Per le vie
della città sono presenti letteralmente delle montagne di pattume, una
discarica a cielo aperto. Non va meglio per quanto riguarda le fogne, che sono
a loro volta assenti, e le acque di scarico scorrono per le strade. Ovviamente
la vita media è molto bassa: 35 anni di età. In realtà, ci si stupisce di come
arrivino così lontano.
Chi vi rimane a vivere, muore a causa di malattie polmonari e
infezioni respiratorie che col tempo corrodono il sistema nervoso, portando
a deformazioni e a perdita di memoria, per poi far sopraggiungere paralisi e
morte. E se non sei abbastanza fortunato da morire di “vecchiaia”, gli abitanti
hanno dichiarato che ogni due settimane scompare qualcuno. Nel
nulla.
Tra superstizione e criminalità
A troneggiare in cima alla città mineraria vi è la bella addormentata (Bella Durmiente), una montagna così chiamata perché,
guardandola con attenzione, si può intuire il profilo di una donna che
riposa. Per questo motivo nelle miniere non vi possono lavorare le
donne, perché la leggenda dice che lei ne sarebbe gelosa e potrebbe arrabbiarsi
tanto da provocare dei terremoti. La popolazione femminile quindi si
arrangia cercando l’oro nelle rocce gettate fuori dalla miniera, sperando di
raccogliere qualcosa tramite gli scarti.
Si possono notare queste piccole figure vagare intorno alle miniere nel
tentativo di recuperare qualcosa in questo modo: con dei martelli
spaccano le pietre e cercano di racimolare dei minerali utili. Si
chiamano pallaqueras, che dal quechua significa pallay, “raccogliere da terra”.
Per rendere il tutto ancor più pittoresco, la superstizione la fa da
padrona: non solo alle donne è proibito lavorare per quanto dichiarato
poc’anzi, vi è anche il rischio di essere uccisi e sacrificati alla
terra. Questo viene definito il “pago“, o meglio “pago a la tierra”. Si viene letteralmente seppelliti
vivi dentro la miniera, una donazione alla montagna per poter trovare l’oro. Si
tratta di un rituale Inca per soddisfare la Pachamama, Madre
Natura, che deve essere nutrita.
I minatori non hanno naturalmente alcuna tutela e rischiano la vita molto
di frequente. E quando uno di questi muore, la famiglia viene risarcita con 600
dollari. Incidenti come esplosioni e avvelenamenti da gas avvengono 25
volte più di frequente rispetto ai Paesi avanzati, ovviamente, sembra anche
assurdo a questo punto specificarlo, non esiste alcun tipo di assicurazione e
di pensione. Il loro sistema di lavoro peraltro è obsoleto, si chiama “Cachorreo” e consiste nell’avere un giorno a
disposizione per cercare l’oro a fini personali, mentre il resto del mese
lavorano gratis per l’azienda proprietaria del giacimento. Indubbiamente un
affarone…
La Rinconada e i pericoli della notte
L’elettricità in città è disponibile solo in alcuni punti, nei luoghi dove
non vi è luce non è consigliabile avventurarsi. Le discoteche e i bar
notturni sono pericolosissimi, in città è molto diffuso il traffico di esseri umani
e naturalmente la prostituzione minorile. Vengono sfruttate circa 2500
ragazzine, che si fanno pagare due dollari per soddisfare i minatori. Non è
nemmeno presente una prigione, non avrebbe senso, la legge tradizionale non
esiste.
Come unico luogo di cura vi è una clinica molto piccola, di sole due
stanze. In modo del tutto inaspettato in questo luogo di perdizione vi sono
molti campi da calcetto, incredibilmente ben tenuti fra l’altro. Questa è la
loro unica distrazione sana e fa quasi sorridere pensare a come il calcio sia
arrivato anche fin là sopra.
A La Rinconada è molto frequente subire furti, poiché la gente porta con sé
l’oro. D’altronde non vi sono delle banche disponibili. In compenso,
logicamente, è pieno di negozi ‘Compro Oro’. In particolare, sono
pericolosi quei luoghi da loro definiti “cantinas”, dove si
ritrovano per bere e se si è ubriachi si corre il serio rischio che qualcuno si
approfitti della poca lucidità e che si venga quindi facilmente aggrediti.
Nelle zone più critiche, dove non vogliono che si avvicinino degli
estranei, sono presenti i ronderos, delle
guardie selezionate dallo stesso villaggio. Questa è la loro unica legge. Sono
persone molto rispettate, hanno l’autorità di poter fare quello che
vogliono: punirti, picchiarti e (perché no?) torturarti. Perfino
uccidere se si fanno prendere la mano.
Naturalmente, se non sei di lì rischi ancora di più. Molti turisti
inconsapevoli sono arrivati in zone vietate e non si è più saputo nulla di
loro. La loro scomparsa viene coperta con le scuse più banali, come
l’essere caduti in un dirupo o qualche aggressione animale. In realtà, la
gente del posto sa che sono intervenuti i ronderos con la
loro giustizia sommaria. In alcune zone dove sono presenti questi guardiani non
entra nemmeno la polizia, che secondo quanto descritto esiste a scopo puramente
decorativo e comunque, anche se volesse agire, sarebbe in netta minoranza
rispetto ai criminali e avrebbe sicuramente la peggio.
La Rinconada non è solo un ambiente malsano, dove accade di tutto e dove
qualsiasi tipo di nefandezza è la regola: rapine, stupri, torture, omicidi,
violenza di ogni tipo e sacrifici umani. La ricerca spasmodica dell’oro
ha anche portato a uccidere la stessa terra dove vivono, che cercano di
omaggiare, paradossalmente, tramite i loro antichi rituali.
Un posto maledetto, senza pace e consolazione alcuna, dove domina
incontrastata l’avidità che è in grado di portare solo morte e
distruzione. Un circolo senza fine di brutti vizi che si rincorrono, nonostante
tutti siano pienamente consapevoli di quello a cui vanno incontro, il luogo
continua a vedere un riciclo continuo di presenze, il desiderio di
ricchezza è più forte di qualunque altro. Forse, un giorno, la Bella
Addormentata deciderà davvero di svegliarsi e di scuotersi di dosso tutto
questo orrore.
mercoledì 3 aprile 2024
Un anno dopo Sainte-Soline: solidarietà, rabbia e gioia per le strade di Nantes
Un anno fa, decine di migliaia di noi hanno marciato in mezzo ai campi delle Deux-Sèvres contro i megabacini, e siamo rimasti intrappolati dalla repressione militare, intrappolati sotto il rombo delle granate sparate a migliaia.
Mentre la rabbia si impadroniva del Paese dopo l’uso
del 49.3, nel bel mezzo di un movimento sociale, il governo aveva scelto questo
25 marzo 2023 per colpire i corpi e terrorizzare le menti.
Su un terreno perfettamente controllato, e nonostante
l’immenso coraggio dei manifestanti, i gendarmi pesantemente armati e
supportati da droni ed elicotteri erano stati incaricati di spezzare le forze
vitali del movimento sociale ed ecologista.
Questa ondata di violenza ha causato più di 200
feriti, tra cui diverse decine di mutilati, due persone in coma e un intero
movimento traumatizzato. I malfattori che ci guidano pensavano di aver seminato
paura, ma hanno fallito in più di un modo. Non solo le azioni ambientali
continuano in molte forme, nei cortei e nel contesto delle azioni di disarmo,
ma la data del 25 marzo è diventata un simbolo. Quella di una rabbia che è
rimasta intatta.
Un anno dopo, a Nantes come in tutta la Francia, è stato organizzato un “mega-boom” in memoria di
questa giornata e per le vittime della violenza di stato. Non era una
dimostrazione di tristezza, ma piuttosto di potere.
Al calar della notte, davanti alla prefettura,
risuonavano canti, slogan erano appesi agli alberi, un giovanissimo rapper dava
fuoco alla strada. Dopo alcuni discorsi, le repliche dei camion dei gendarmi
hanno preso fuoco tra gli applausi. Un piccolo corteo danzante e musicale è
stato messo in moto dietro bellissimi striscioni e fumogeni colorati. La
presenza minacciosa dei poliziotti, che puntavano il corteo con potenti
lampade, non ha smorzato l’allegria e la serata è proseguita in Place du
Bouffay.
Come recita lo slogan degli insorti in Cile: “Ci hanno
rubato tutto, anche la paura”.
Foto: @olimouazan @desordreglobal
martedì 15 agosto 2023
martedì 8 agosto 2023
sabato 13 agosto 2022
domenica 19 dicembre 2021
giovedì 3 giugno 2021
giovedì 8 aprile 2021
Cosa nasconde la fast-fashion? - Deborah Lucchetti
Il docu-film Le ali non sono in vendita, viaggio nel labirinto della
fast fashion interseca arte e attivismo: al
documentario con interviste su temi complessi, si affianca infatti il viaggio
onirico ed estetico degli studenti e il loro percorso di riappropriazione dei
propri vestiti
Da tempo
la Campagna Abiti Puliti denuncia l’insostenibilità di
questo modello di sviluppo: la produzione continua di nuove collezioni e la
vendita a basso costo impone alle lavoratrici tessili ritmi di lavoro disumani
per paghe da fame.
Turni
estenuanti, violenze fisiche e psicologiche, straordinari non retribuiti,
libertà di associazione violata sono alcune delle caratteristiche alla base del
ciclo della fast fashion.
Inoltre,
come ultimo anello di una catena di potere fortemente sbilanciata a favore dei
marchi committenti, le lavoratrici stanno pagando in larga parte il conto della
crisi.
Consapevoli
che il cambiamento passi anche attraverso l’educazione alla cittadinanza attiva
al consumo critico delle nuove generazioni, FAIR in
collaborazione con hòferlabproject ha promosso una serie di
workshop di approfondimento in quattro Istituti di Milano, Genova, Foggia e
Torino seguiti da due masterclass a Genova e Torino, coinvolgendo i
giovani studenti attraverso un approccio sperimentale che unisse la pratica
artistica e l’attivismo.
Il docufilm,
arricchito da interviste ad esperti, infografiche e approfondimenti, racconta
questo percorso dando voce ai ragazzi e alle ragazze che lo hanno
vissuto. Attraverso una metafora onirica, che passa da Dedalo e dal
filo di Arianna, i giovani aprono al mondo la loro riflessione sul presente e
sul futuro della moda, lanciano una chiamata all’azione che si fa appello
corale al cambiamento.
Un percorso
corale che ha coinvolto anche l’artista e rapper AME 2.0 con
la canzone Cambiare ispirata alle dichiarazioni raccolte dai
giovani durante i workshop e ai principi della Campagna Abiti Puliti.
Un viaggio
emozionante che ci ha permesso di osservare da vicino il punto di vista dei
ragazzi e delle ragazze che acquistano i capi della fast fashion e ne
frequentano i luoghi.
Attraverso
un viaggio a cavallo fra l’arte e l’attivismo, siamo riusciti a costruire con
loro uno spazio di confronto al contempo intimo e politico sugli impatti
multidimensionali della moda, sulle persone e sul tema del consumo critico.
Sono loro i veri protagonisti di questo film, sono loro che domandano un
cambiamento radicale del modello di produzione e consumo
Il docufilm
è stato realizzato con i contributi dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione
allo Sviluppo e dell’Unione Europea e grazie ai contributi derivanti dalla
campagna 5 per mille 2017 e 2018.
Grazie alla
collaborazione di Streeen! – piattaforma streaming VOD
dedicata al cinema indipendente e d’autore con base a Torino – il docufilm è
disponibile in visione gratuita in tutta Italia, inserita nel canale FREEE! di
streeen.org che offre al pubblico contenuti ricercati e free.
QUI si può vedere il film
giovedì 12 marzo 2020
domenica 1 marzo 2020
Occupare Lisbona per affermare il diritto alla casa - Francesca Berardi
L’amministrazione ne possiede 26mila, dove si stima che vivano 75mila persone, circa un settimo dell’intera popolazione di Lisbona. Molte restano vuote e vengono occupate. Secondo le ricerche fatte per O que vai acontecer aquí?, documentario del collettivo di artisti Left hand rotation, le case disabitate sono più di duemila. Il comune smentisce, dicendo che si tratta di una cifra esagerata, ma si rifiuta – nonostante ripetute richieste – di diffondere dati precisi.
Le occupazioni sono solo uno degli aspetti più visibili della crisi abitativa che sta colpendo l’area metropolitana della capitale portoghese. Il puzzle è complesso ed è composto da pezzi tanto diversi quanto complementari: dall’uso sregolato di Airbnb a una legge che ha liberalizzato il mercato degli affitti senza tenere troppo conto delle esigenze dei cittadini più in difficoltà, ai Golden visa concessi dal governo, che hanno attirato ingenti investimenti stranieri in campo immobiliare. Il risultato è una città dove convivono diecimila famiglie in situazioni abitative precarie e milioni di turisti che ogni anno affittano appartamenti per periodi più o meno brevi.
A Lisbona il mercato immobiliare sembra non avere più a che vedere con le persone che ci abitano e lavorano, classe media inclusa. Tanto che il termine gentrificazione non basta più. Mendes parla di “turbogentrificazione”.
Il problema della casa ha ricadute anche sulla salute mentale delle persone. A Lisbona ho intervistato decine di persone in situazioni abitative precarie. Quasi tutte dicevano di soffrire di depressione, attacchi di ansia, insonnia. Più di una mi ha detto di aver pensato al suicidio.
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giovedì 9 gennaio 2020
Comuni diversi, comuni virtuosi
sabato 4 gennaio 2020
L’Italia disabitata nello sguardo del poeta Franco Arminio - Valentina Pigmei
Dal vivo Franco Arminio non ha i toni del predicatore laico, quelli che ti aspetteresti dopo aver letto le sue poesie, poesie che a volte sono scritte in forma di preghiera e fanno pensare talvolta a un nuovo francescanesimo. È un uomo simpatico, insonne, coltissimo, una “creatura dell’urgenza”, come lui stesso si definisce, un’anima svelta, secondo un mio personale distinguo che applico alle persone che incontro. La lentezza non è prevista nei movimenti di quest’uomo vicino ai sessanta, la sua vitalità è quella del ragazzo. Racconta che da bambino non riusciva a stare fermo, né a scuola né in chiesa né in pizzeria: non è cambiato di molto.
Al festival di Gubbio è arrivato per un reading-concerto assieme ai figli Livio e Manfredi. Lui insiste sempre sull’importanza del canto. Il canto e la poesia sono forme di conoscenza, ripete, la letteratura è una forma di conoscenza. Di più, sono forme di politica: spazi che possono riconnettere le persone per un tempo più o meno breve e attraverso una comunanza di intenti. Momenti in cui si costruiscono quelle che lui chiama “intimità provvisorie”.
Franco Arminio si è candidato ben tre volte senza mai essere eletto: una con il Partito democratico al tempo di Walter Veltroni, cinque anni fa con la lista Tsipras e una nel maggio scorso come sindaco di Bisaccia, il paese dove vive, in Irpinia, con una lista civica.
domenica 7 luglio 2019
Visioni di Sardegna (documentari Cines 1932 - coordinamento artistico di Gavino Gabriel)
Dalla scheda di "Fuori Orario": 4 brevi documentari prodotti dalla Cines-Pittaluga nel 1932 con il coordinamento artistico di Gavino Gabriel, musicologo che fondò e diresse negli anni '20 la Discoteca di Stato; i titoli sono: IL NURAGHE (4'28'') Di origine fenicia, il nuraghe fu fortezza e rifugio per la generosa e guerriera gente di Sardegna. Sono circa trecentomila queste ciclopiche costruzioni sparse nell'isola a testimoniare con l'arcaicità della loro origine il valore culturale della tradizione. Attorno ad esse vive una gente temprata ed armoniosa, testimonia dal corteo di volti scolpiti nelle immagini. SERENATA IN GALLURA (4'35'') Il mistico tradizionale rispetto che ha il sardo per la donna, tale da considerare questa la madonna della casa, è raccontato in questa doppia serenata di due pretendenti per una giovane ragazza: l'antica serenata a quattro voci e la moderna ad una voce sola accompagnata dalla chitarra. IL SORTILEGIO DEL GRAPPOLO (4'30'') È il gioco "all'annamurate" in uso durante la vendemmia, il rito del corteggiamento. Il giovanotto cui toccherà l'ultimo acino del grappolo ballerà con la giovane e graziosa distributrice che naturalmente, ha già stabilito in segreto il fortunato pretendente. LA VENDEMMIA (4'10'') Dai paese vicini e lontani scendono alle vigne i vendemmiatori allegri di due speranze: un buon raccolto, una bella compagnia nel lavoro regolato da una tradizione che ha i sapori del rito. E la canzone sarda, ultima eco dei canti ellenici, s'intreccia alle viti, agli alberi, ai cuori.
sabato 13 gennaio 2018
giovedì 11 gennaio 2018
mercoledì 18 gennaio 2017
Sardegna, La difesa di un paradiso
grazie ad Alessia per la segnalazione
mercoledì 4 gennaio 2017
domenica 1 gennaio 2017
Punto Di Non Ritorno (Before The Flood) di e con Leonardo DiCaprio
http://www.climalteranti.it/2016/12/21/before-the-flood-un-film-da-vedere/
