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sabato 27 aprile 2024

La Rinconada, la città estrema oltre le nuvole – Marta Zelioli

 

C’è un posto dove si vive letteralmente sopra le nuvole, a 5100 metri sul livello del mare. Descritto in questo modo potrebbe sembrare un luogo da sogno, da visitare assolutamente, poiché caratteristico e senza eguali. Le cose non stanno esattamente così (anche se, effettivamente, per essere caratteristico lo è), quindi prima di prepararvi per cercare in rete un albergo – che peraltro non esiste – e pensare a souvenir e calamite, mettetevi comodi e continuate a leggere.

 

La località in questione è considerata la più vicina allo spazio. Lì, terra e nuvole si fondono, l’atmosfera si assottiglia notevolmente, gli abitanti vivono con il 50% di ossigeno rispetto alla norma e la città è 300 metri più alta del Monte Bianco. Chi è nato in questo posto – oppure chi ha deciso di trasferirvisi – ha subìto delle vere e proprie modifiche a livello corporeo e produce il doppio delle cellule del sangue rispetto a chi abita in altri luoghi.

Questa città è nota come “la più pericolosa al mondo”, ha un aspetto triste e cupo, molto roccioso, poiché nemmeno gli alberi riescono a sopravvivere. Essendo così in disparte rispetto al resto del mondo, a farla da padroni sono la criminalità e ogni tipo di pericolo. La città in questione è La Rinconada, si trova sulle Ande peruviane, per la precisione nella regione di Puno. Vi si è avventurato uno youtuber turco, Ruhi Çenet, e ha fatto un piccolo reportage per mostrare, per sommi capi, qual è la vita in questo posto dimenticato.

Per quale motivo una persona dovrebbe pensare di andare a vivere, se non per uno smodato senso di autolesionismo, a La Rinconada? Il trasferimento viene azzardato da chi desidera andare in cerca dell’oro, oppure per fuggire alla legge. Sì, perché a La Rinconada vi sono delle miniere, gestite ovviamente da gruppi criminali, e la gente vi si reca spontaneamente pensando di poter fare fortuna. Quindi, a condurre le persone in questo terribile luogo è uno dei sette peccati capitali: l’avidità.

Più selvaggia del selvaggio West

La Rinconada si trova a sei ore di distanza da Puno e a due ore da Putina. In queste città si possono prendere dei combis (si tratta di minibus) per raggiungere la cima del mondo. Anche arrivare non è semplice, poiché con il passare dei chilometri le strade si fanno sempre più malandate e spesso, proprio percorrendo il tragitto, si è vittima di incidenti stradali. Sono infatti assenti le protezioni a bordo strada e i bus precipitano letteralmente giù dalla montagna.

 

Questo assurdo e maledetto ‘pellegrinaggio’ ha avuto inizio quasi 40 anni fa, quando gruppi criminali si sono spostati e hanno portato con sé dei minatori disperati e speranzosi di poter fare fortuna. Voler visitare La Rinconada può significare sparire nel nulla, non esiste infatti alcun registro in cui viene segnalata la vostra presenza quando siete lì. L’accostamento con la citazione di Dante – “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate” – è dunque quanto mai azzeccata. Il suo soprannome, in fondo, è “il paradiso del Diavolo”.

Se quanto appena narrato non dovesse bastarvi, se doveste avere la mala pensata di andare a visitare La Rinconada, forse attratti proprio da quest’aura misteriosa e disgraziata al tempo stesso, tenete presente che dovreste portare con voi una bombola di ossigeno per consentire al vostro corpo di abituarsi gradualmente al severo cambio di altitudine. 

In caso contrario, sarebbe molto rischioso raggiungere la vetta. Si andrebbe incontro al mal di montagna, con sintomi come emicrania, nausea, vertigini. Fondamentale, inoltre, è bere molto, poiché è importante mantenersi idratati. Ma non acqua del luogo (anche lì c’è la fregatura), quella è contaminata. Come antidoto, gli abitanti del posto propongono ai turisti le foglie di coca per poter rilassare il corpo e consentirgli di abituarsi alla differenza di altitudine e combattere quindi il mal di montagna. Un classico rimedio della nonna, insomma.

La Rinconada, “il paradiso del Diavolo”

La Rinconada è una sorta di vecchio West, la gente viene qui per un’unica ragione, come già detto, quella di trovare l’oro tramite le miniere. Del resto, in America Latina la caccia al prezioso metallo è sempre stata molto sentita, a partire dagli antichi Aztechi, passando per gli Inca, che per questo motivo schiavizzavano intere popolazioni: l’avidità che percorre i secoli. La montagna è controllata dalla Corporación Minera Ananea, che subaffitta il territorio a dei gruppi illegali.

 

Le persone vivono in baracche di metallo senza finestre. Le temperature non sono affatto miti, vista la sua altezza, infatti, fa piuttosto freddo. La notte si arriva anche a dei cali fino a -10 gradi, le estati durano poco, gli inverni anche, brevi e nevosi, ma si tratta di un luogo freddo e coperto per tutto l’anno. All’interno della miniera le temperature scendono anche a -20. Nonostante lo stile di vita sia proibitivo, la gente che vi abita ha dichiarato che chi sopravvive non è chi è dotato di un fisico resistente, ma colui che è più forte mentalmente, perché la pressione psicologica è molto più dannosa del resto, che è tutto dire.

Prodotti chimici mortali come il cianuro e il mercurio, che servono per lavorare l’oro, hanno avvelenato il suolo e l’acqua agricola. L’unica fonte di acqua potabile della città proviene dai laghi e questi sono contaminati a loro volta dal mercurio. I bambini giocano fino a tardi per le strade, hanno a disposizione sia la scuola primaria che secondaria. Per proseguire eventualmente il loro percorso di studi, poi, l’unica possibilità è trasferirsi altrove, oppure rimanere lì e lavorare nelle miniere.

A causa della corsa all’oro, al momento gli abitanti sono saliti a 50mila (numeri non ufficiali, non essendoci un censimento). Come se non bastasse, tutte queste persone depositano in mezzo alla strada i loro rifiuti creando un ambiente ulteriormente tossico, in quanto il governo non offre loro alcun servizio di smaltimento dell’immondizia. Per le vie della città sono presenti letteralmente delle montagne di pattume, una discarica a cielo aperto. Non va meglio per quanto riguarda le fogne, che sono a loro volta assenti, e le acque di scarico scorrono per le strade. Ovviamente la vita media è molto bassa: 35 anni di età. In realtà, ci si stupisce di come arrivino così lontano.

Chi vi rimane a vivere, muore a causa di malattie polmonari e infezioni respiratorie che col tempo corrodono il sistema nervoso, portando a deformazioni e a perdita di memoria, per poi far sopraggiungere paralisi e morte. E se non sei abbastanza fortunato da morire di “vecchiaia”, gli abitanti hanno dichiarato che ogni due settimane scompare qualcuno. Nel nulla.

Tra superstizione e criminalità

A troneggiare in cima alla città mineraria vi è la bella addormentata (Bella Durmiente), una montagna così chiamata perché, guardandola con attenzione, si può intuire il profilo di una donna che riposa. Per questo motivo nelle miniere non vi possono lavorare le donne, perché la leggenda dice che lei ne sarebbe gelosa e potrebbe arrabbiarsi tanto da provocare dei terremoti. La popolazione femminile quindi si arrangia cercando l’oro nelle rocce gettate fuori dalla miniera, sperando di raccogliere qualcosa tramite gli scarti.

 

Si possono notare queste piccole figure vagare intorno alle miniere nel tentativo di recuperare qualcosa in questo modo: con dei martelli spaccano le pietre e cercano di racimolare dei minerali utili. Si chiamano pallaqueras, che dal quechua significa pallay, “raccogliere da terra”.

Per rendere il tutto ancor più pittoresco, la superstizione la fa da padrona: non solo alle donne è proibito lavorare per quanto dichiarato poc’anzi, vi è anche il rischio di essere uccisi e sacrificati alla terra. Questo viene definito il “pago“, o meglio “pago a la tierra”. Si viene letteralmente seppelliti vivi dentro la miniera, una donazione alla montagna per poter trovare l’oro. Si tratta di un rituale Inca per soddisfare la Pachamama, Madre Natura, che deve essere nutrita.

I minatori non hanno naturalmente alcuna tutela e rischiano la vita molto di frequente. E quando uno di questi muore, la famiglia viene risarcita con 600 dollari. Incidenti come esplosioni e avvelenamenti da gas avvengono 25 volte più di frequente rispetto ai Paesi avanzati, ovviamente, sembra anche assurdo a questo punto specificarlo, non esiste alcun tipo di assicurazione e di pensione. Il loro sistema di lavoro peraltro è obsoleto, si chiama “Cachorreo” e consiste nell’avere un giorno a disposizione per cercare l’oro a fini personali, mentre il resto del mese lavorano gratis per l’azienda proprietaria del giacimento. Indubbiamente un affarone…

La Rinconada e i pericoli della notte

L’elettricità in città è disponibile solo in alcuni punti, nei luoghi dove non vi è luce non è consigliabile avventurarsi. Le discoteche e i bar notturni sono pericolosissimi, in città è molto diffuso il traffico di esseri umani e naturalmente la prostituzione minorile. Vengono sfruttate circa 2500 ragazzine, che si fanno pagare due dollari per soddisfare i minatori. Non è nemmeno presente una prigione, non avrebbe senso, la legge tradizionale non esiste.

 

Come unico luogo di cura vi è una clinica molto piccola, di sole due stanze. In modo del tutto inaspettato in questo luogo di perdizione vi sono molti campi da calcetto, incredibilmente ben tenuti fra l’altro. Questa è la loro unica distrazione sana e fa quasi sorridere pensare a come il calcio sia arrivato anche fin là sopra.

A La Rinconada è molto frequente subire furti, poiché la gente porta con sé l’oro. D’altronde non vi sono delle banche disponibili. In compenso, logicamente, è pieno di negozi ‘Compro Oro’. In particolare, sono pericolosi quei luoghi da loro definiti “cantinas”, dove si ritrovano per bere e se si è ubriachi si corre il serio rischio che qualcuno si approfitti della poca lucidità e che si venga quindi facilmente aggrediti.

Nelle zone più critiche, dove non vogliono che si avvicinino degli estranei, sono presenti i ronderos, delle guardie selezionate dallo stesso villaggio. Questa è la loro unica legge. Sono persone molto rispettate, hanno l’autorità di poter fare quello che vogliono: punirti, picchiarti e (perché no?) torturarti. Perfino uccidere se si fanno prendere la mano.

Naturalmente, se non sei di lì rischi ancora di più. Molti turisti inconsapevoli sono arrivati in zone vietate e non si è più saputo nulla di loro. La loro scomparsa viene coperta con le scuse più banali, come l’essere caduti in un dirupo o qualche aggressione animale. In realtà, la gente del posto sa che sono intervenuti i ronderos con la loro giustizia sommaria. In alcune zone dove sono presenti questi guardiani non entra nemmeno la polizia, che secondo quanto descritto esiste a scopo puramente decorativo e comunque, anche se volesse agire, sarebbe in netta minoranza rispetto ai criminali e avrebbe sicuramente la peggio.

La Rinconada non è solo un ambiente malsano, dove accade di tutto e dove qualsiasi tipo di nefandezza è la regola: rapine, stupri, torture, omicidi, violenza di ogni tipo e sacrifici umani. La ricerca spasmodica dell’oro ha anche portato a uccidere la stessa terra dove vivono, che cercano di omaggiare, paradossalmente, tramite i loro antichi rituali.

Un posto maledetto, senza pace e consolazione alcuna, dove domina incontrastata l’avidità che è in grado di portare solo morte e distruzione. Un circolo senza fine di brutti vizi che si rincorrono, nonostante tutti siano pienamente consapevoli di quello a cui vanno incontro, il luogo continua a vedere un riciclo continuo di presenze, il desiderio di ricchezza è più forte di qualunque altro. Forse, un giorno, la Bella Addormentata deciderà davvero di svegliarsi e di scuotersi di dosso tutto questo orrore.

da qui

 



mercoledì 3 aprile 2024

Un anno dopo Sainte-Soline: solidarietà, rabbia e gioia per le strade di Nantes



Un anno fa, decine di migliaia di noi hanno marciato in mezzo ai campi delle Deux-Sèvres contro i megabacini, e siamo rimasti intrappolati dalla repressione militare, intrappolati sotto il rombo delle granate sparate a migliaia.

da Contre Attaque

 

Mentre la rabbia si impadroniva del Paese dopo l’uso del 49.3, nel bel mezzo di un movimento sociale, il governo aveva scelto questo 25 marzo 2023 per colpire i corpi e terrorizzare le menti.

Su un terreno perfettamente controllato, e nonostante l’immenso coraggio dei manifestanti, i gendarmi pesantemente armati e supportati da droni ed elicotteri erano stati incaricati di spezzare le forze vitali del movimento sociale ed ecologista.

Questa ondata di violenza ha causato più di 200 feriti, tra cui diverse decine di mutilati, due persone in coma e un intero movimento traumatizzato. I malfattori che ci guidano pensavano di aver seminato paura, ma hanno fallito in più di un modo. Non solo le azioni ambientali continuano in molte forme, nei cortei e nel contesto delle azioni di disarmo, ma la data del 25 marzo è diventata un simbolo. Quella di una rabbia che è rimasta intatta.

Un anno dopo, a Nantes come in tutta la Francia, è stato organizzato un “mega-boom” in memoria di questa giornata e per le vittime della violenza di stato. Non era una dimostrazione di tristezza, ma piuttosto di potere.

Al calar della notte, davanti alla prefettura, risuonavano canti, slogan erano appesi agli alberi, un giovanissimo rapper dava fuoco alla strada. Dopo alcuni discorsi, le repliche dei camion dei gendarmi hanno preso fuoco tra gli applausi. Un piccolo corteo danzante e musicale è stato messo in moto dietro bellissimi striscioni e fumogeni colorati. La presenza minacciosa dei poliziotti, che puntavano il corteo con potenti lampade, non ha smorzato l’allegria e la serata è proseguita in Place du Bouffay.


Come recita lo slogan degli insorti in Cile: “Ci hanno rubato tutto, anche la paura”.


Foto: @olimouazan @desordreglobal

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giovedì 8 aprile 2021

Cosa nasconde la fast-fashion? - Deborah Lucchetti

 

Il docu-film Le ali non sono in vendita, viaggio nel labirinto della fast fashion interseca arte e attivismo: al documentario con interviste su temi complessi, si affianca infatti il viaggio onirico ed estetico degli studenti e il loro percorso di riappropriazione dei propri vestiti

 

Da tempo la Campagna Abiti Puliti denuncia l’insostenibilità di questo modello di sviluppo: la produzione continua di nuove collezioni e la vendita a basso costo impone alle lavoratrici tessili ritmi di lavoro disumani per paghe da fame.

Turni estenuanti, violenze fisiche e psicologiche, straordinari non retribuiti, libertà di associazione violata sono alcune delle caratteristiche alla base del ciclo della fast fashion.

Inoltre, come ultimo anello di una catena di potere fortemente sbilanciata a favore dei marchi committenti, le lavoratrici stanno pagando in larga parte il conto della crisi.

Consapevoli che il cambiamento passi anche attraverso l’educazione alla cittadinanza attiva al consumo critico delle nuove generazioni, FAIR in collaborazione con hòferlabproject ha promosso una serie di workshop di approfondimento in quattro Istituti di Milano, Genova, Foggia e Torino seguiti da due masterclass a Genova e Torino, coinvolgendo i giovani studenti attraverso un approccio sperimentale che unisse la pratica artistica e l’attivismo.

Il docufilm, arricchito da interviste ad esperti, infografiche e approfondimenti, racconta questo percorso dando voce ai ragazzi e alle ragazze che lo hanno vissuto. Attraverso una metafora onirica, che passa da Dedalo e dal filo di Arianna, i giovani aprono al mondo la loro riflessione sul presente e sul futuro della moda, lanciano una chiamata all’azione che si fa appello corale al cambiamento.

 

Un percorso corale che ha coinvolto anche l’artista e rapper AME 2.0 con la canzone Cambiare ispirata alle dichiarazioni raccolte dai giovani durante i workshop e ai principi della Campagna Abiti Puliti.

Un viaggio emozionante che ci ha permesso di osservare da vicino il punto di vista dei ragazzi e delle ragazze che acquistano i capi della fast fashion e ne frequentano i luoghi.

Attraverso un viaggio a cavallo fra l’arte e l’attivismo, siamo riusciti a costruire con loro uno spazio di confronto al contempo intimo e politico sugli impatti multidimensionali della moda, sulle persone e sul tema del consumo critico. Sono loro i veri protagonisti di questo film, sono loro che domandano un cambiamento radicale del modello di produzione e consumo

Il docufilm è stato realizzato con i contributi dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e dell’Unione Europea e grazie ai contributi derivanti dalla campagna 5 per mille 2017 e 2018.

 

Grazie alla collaborazione di Streeen! – piattaforma streaming VOD dedicata al cinema indipendente e d’autore con base a Torino – il docufilm è disponibile in visione gratuita in tutta Italia, inserita nel canale FREEE! di streeen.org che offre al pubblico contenuti ricercati e free.

 

QUI si può vedere il film

 

da qui

domenica 1 marzo 2020

Occupare Lisbona per affermare il diritto alla casa - Francesca Berardi



È un sabato pomeriggio di dicembre, a Lisbona il cielo è terso. Nella sede di un’associazione culturale a Intendente – quartiere a due passi dalla centrale piazza Martim Moniz – è in corso un’assemblea di Habita, un gruppo di attivisti che da più di dieci anni si batte per il diritto alla casa. A un certo punto si formano due gruppi di discussione. Nella sala principale decine di persone discutono di affitti, speculazioni, gentrificazione. Accanto, in una piccola stanza, altri condividono storie, paure e preoccupazioni su un tema specifico: l’occupazione. Sono tutte donne, di età e origini diverse, e tutte – a parte una che racconta di dormire in un vano scale – vivono in edifici occupati, nella maggior parte dei casi con dei figli.
Tra di loro c’è Joana. La donna ha cinque figli, una di 19 anni che è a sua volta madre di due bambini. In tutto sono dieci e dividono tre stanze in un appartamento occupato nel quartiere residenziale di Ajuda, nella zona occidentale di Lisbona, dove la stessa Joana è nata neppure quarant’anni fa. La casa è di proprietà del comune e Joana vive con l’ansia di essere sfrattata. Tuttavia, quando partecipa a incontri come questo, trova un po’ di sollievo. “Mi sento più forte, meno sola,” dice appena terminata la riunione. In effetti – secondo gli attivisti – il numero di persone che si trova nella sua situazione è in sensibile aumento da un paio di anni. “Solo da noi negli ultimi mesi si sono presentate più di un centinaio di persone che vivono in occupazione, quasi tutte donne, madri senza alternativa”, racconta Antonio Gori – residente a Lisbona ma originario di Prato – attivista di Habita.
I dati sulle occupazioni raccolti da Habita danno un’idea del fenomeno chiaramente non completa, ma sono gli unici disponibili insieme a quelli di associazioni come Stop despejos (Stop sfratti). Gli attivisti concordano nel dire che ci sono “centinaia” di famiglie in occupazione, ma nessuno riesce a quantificare con precisione quante siano. La loro impressione, così come quella dei residenti di vari quartieri con cui ho parlato, è che la maggior parte viva in case di proprietà del comune.

Le case vuote del comune
L’amministrazione ne possiede 26mila, dove si stima che vivano 75mila persone, circa un settimo dell’intera popolazione di Lisbona. Molte restano vuote e vengono occupate. Secondo le ricerche fatte per O que vai acontecer aquí?, documentario del collettivo di artisti Left hand rotation, le case disabitate sono più di duemila. Il comune smentisce, dicendo che si tratta di una cifra esagerata, ma si rifiuta – nonostante ripetute richieste – di diffondere dati precisi.
Le autorità si muovono con cautela per perseguire un obiettivo a lungo termine: liberare tutte le case occupate e riassegnarle con dei bandi. “La questione abitativa è una delle nostre priorità”, sostiene Ana Jara, eletta con il Partito comunista portoghese (Pcp) al municipio di Lisbona, “ma non dirò mai di essere d’accordo con l’occupazione di case popolari”. Inoltre, spiega Jara, se le case sono vuote probabilmente è perché sono in cattive condizioni. “Il problema non è solo avere una casa, ma avere una casa dignitosa”, chiarisce.
Tuttavia, i tempi della burocrazia sono sempre molto diversi da quelli della vita, e ci sono persone – soprattutto madri con bambini – che non ce la fanno ad aspettare ristrutturazioni e bandi. “L’amministrazione di Lisbona ha buone intenzioni, ma nella pratica non riesce ad affrontare l’emergenza abitativa che ha contribuito a creare”, sostiene Luís Mendes, professore all’istituto di geografia e pianificazione del territorio dell’Universidade de Lisboa, tra i più autorevoli esperti di gentrificazione e speculazione edilizia in Portogallo, oltre che membro attivo dell’organizazzione Morar em Lisboa (Abitare a Lisbona).
L’impatto di Airbnb
Le occupazioni sono solo uno degli aspetti più visibili della crisi abitativa che sta colpendo l’area metropolitana della capitale portoghese. Il puzzle è complesso ed è composto da pezzi tanto diversi quanto complementari: dall’uso sregolato di Airbnb a una legge che ha liberalizzato il mercato degli affitti senza tenere troppo conto delle esigenze dei cittadini più in difficoltà, ai Golden visa concessi dal governo, che hanno attirato ingenti investimenti stranieri in campo immobiliare. Il risultato è una città dove convivono diecimila famiglie in situazioni abitative precarie e milioni di turisti che ogni anno affittano appartamenti per periodi più o meno brevi.
Nel 2018 sono stati 4,5 milioni. Alla fine del 2019 su Airbnb c’erano più di 22mila annunci, il 75 per cento riguardanti interi appartamenti. Secondo il libro Lisboa e a Airbnb – pubblicato nel 2019 da un gruppo di studiosi – nella capitale portoghese ci sono almeno 25 proprietari che gestiscono in totale centinaia di annunci (uno di loro, da solo, ne gestisce 437). Tra il 2017 e il 2018, questo piccolo gruppo ha generato introiti superiori ai 24 milioni di euro.
Nel quartiere storico di Alfama più della metà delle case è destinata ad affitti brevi per turisti. “Ma svuotandolo dei suoi abitanti, non si fa altro che ammazzare un quartiere”, dice Mendes. “A Lisbona la situazione in certi casi è estrema, ma la città non è un caso isolato. Il contenimento degli effetti di Airbnb è un problema europeo”. Mendes è tra i promotori della campagna di raccolta firme Housing for all, una petizione partita da Vienna per chiedere alle istituzioni europee di sostenere investimenti nel campo dell’edilizia popolare e di regolare gli affitti a breve termine.

Turbogentrificazione
A Lisbona il mercato immobiliare sembra non avere più a che vedere con le persone che ci abitano e lavorano, classe media inclusa. Tanto che il termine gentrificazione non basta più. Mendes parla di “turbogentrificazione”.
Mentre in Portogallo il salario minimo aumenta lentamente – si è passati da 500 euro nel 2016 a 600 nel 2019, e l’obiettivo del governo guidato dal socialista António Costa è di arrivare a 750 nel 2023 – il costo delle case cresce in modo sregolato, secondo i modi e i tempi della finanza. I dati dell’Instituto nacional de estatística (Ine) mostrano che nel secondo trimestre 2019 a Lisbona si è registrato un prezzo medio al metro quadro di 3.154 euro, circa 400 euro in più rispetto al 2018. Gli affitti hanno raggiunto una media di 585 euro al mese per 50 metri quadri.
“E io cosa dovrei fare? Sono esausta”, dice Monica. È seduta su un materasso buttato a terra, nella casa che occupa da oltre un anno nel quartiere Lumiar, un’area popolare della cosiddetta Alta de Lisboa. Vive insieme al più piccolo dei suoi due figli, un ragazzo di quattordici anni. A parte il materasso per terra, un letto, un piccolo mobile su cui è appoggiata una tv e un atlante comprato per il figlio, non ha nulla. Neppure un tavolo. In bagno manca l’acqua corrente. Per lo scarico riempie delle taniche a casa di parenti che vivono in un appartamento lì vicino. Siccome non ha una cucina, da loro va anche a cena: in cambio compra delle cose con il sussidio di disoccupazione di 470 euro e le prepara per tutti. “Per fortuna mio figlio può mangiare a scuola sia a colazione sia a pranzo”, racconta. “Negli ultimi anni ho cambiato casa sei volte, ma ho sempre fatto di tutto affinché lui rimanesse nella stessa scuola. Almeno quello…”, dice.
La vita di Monica – arrivata dall’Angola in Portogallo ad appena otto anni – è crollata nel 2007 quando il marito l’ha abbandonata con migliaia di euro di debiti. “Il mio più grande errore è stato sposare la persona sbagliata”, dice, “un uomo con due facce”. Ricercato dalla polizia per un traffico di documenti falsi, è scappato in Angola senza dirle niente. “Non ne sapevo nulla. Un giorno la polizia mi ha svegliato all’alba puntandomi la pistola contro, ma lui non era a casa”, ricorda Monica.
L’appartamento in cui abitavano, e su cui stavano pagando il mutuo, è stato pignorato, e per anni la maggior parte del suo salario se n’è andato per saldare i debiti. “Mi restavano meno di 400 euro al mese, sono riuscita a sopravvivere solo grazie agli aiuti degli assistenti sociali della Santa Casa”. Fino a un paio di anni fa Monica è riuscita a trovare case in affitto ai margini estremi della città, o appena fuori, ma ora neanche quello. “Essere una madre single non mi aiuta, e nemmeno il colore della mia pelle”.
Monica ricorda che una delle ultime case che ha affittato era un bilocale in una zona conosciuta come Bairro de Angola, a Camarate, fuori dei confini della città, ma ancora abbastanza collegata con la scuola del figlio. Pagava 400 euro al mese, mentre sostiene che i suoi vicini, una coppia di bianchi, pagassero 330 allo stesso proprietario per un’abitazione con una stanza da letto in più. Monica racconta di essere in lista di attesa per una casa popolare già da una decina di anni, ma finora non si è mosso nulla.
Anche Luis dice che le discriminazioni razziali sono un ostacolo. Ventisei anni, discendente da una famiglia rom, una compagna e due figli, cinque anni fa ha occupato uno spazio inutilizzato di proprietà del comune. “Siamo ridotti così anche a causa del razzismo”, dice, “eppure la mia famiglia, quella dei Ramos, è arrivata in Alentejo nel 1500”.
Per raggiungere la sua abitazione bisogna camminare mezz’ora dalla stazione della metro più vicina, Ameixoeiras. Si passa in mezzo a grandi condomini popolari e lungo una strada costeggiata da spazi verdi. Nel giardino di una delle case ci sono pecore e galline. Questo paesaggio – diviso tra i blocchi di cemento delle costruzioni e il suono leggero della campagna – è piuttosto comune nella periferia di Lisbona. “Ho fatto tutto con le mie mani”, dice Luis con orgoglio, mostrando delle pareti di cartongesso e il sistema con cui è riuscito a creare una doccia collegata a una caldaia. La casa è essenziale, ma ha tutto il necessario, anche una lavatrice.
Al momento l’uomo è disoccupato, ma ogni tanto gli capita un lavoro. “Sono rom, chi mi offre un contratto?”. Non chiede aiuto alle associazioni di attivisti perché è disilluso. “Siamo in attesa di una casa popolare da sei anni. Ho accettato di essere intervistato perché voglio che la gente sappia come siamo ridotti a vivere”. La compagna, Margarida, parla solo appena lui esce un attimo, chiamato da un vicino. Ha gli occhi azzurri, come la bambina che allatta al seno e che porta il suo stesso nome. Dice che è stanca di dover combattere con i ratti. “Sono sfinita. È come vivere in strada, non ci sono barriere”, dice. Confessa di sentirsi isolata.

Conseguenze sulla salute
Il problema della casa ha ricadute anche sulla salute mentale delle persone. A Lisbona ho intervistato decine di persone in situazioni abitative precarie. Quasi tutte dicevano di soffrire di depressione, attacchi di ansia, insonnia. Più di una mi ha detto di aver pensato al suicidio.
“Molti problemi di cui ci parlano i nostri pazienti, dallo stress all’isolamento, sono collegati a situazioni abitative precarie ”, racconta Cristiano Figuereido, medico di famiglia al Centro de saude di Martim Moniz, a due passi dalla piazza del Rossio. Il centro segue 15mila persone e Figuereido spiega che per alcuni di loro la struttura sperimenta un programma chiamato “prescrizione sociale”. “In molti casi invece delle medicine prescriviamo un incontro con l’assistente sociale qui in sede”, racconta.
 “La casa è forse il principale problema in questo momento a Lisbona”, spiega il direttore del centro Martino Gliozzi, originario di Imola. Il problema non coinvolge solo chi vive in situazioni limite, di occupazione o sfratto. “Ho una paziente costretta a usare dei sacchetti di plastica al posto del gabinetto. Il padrone di casa le ha rotto lo scarico del bagno per costringerla ad andarsene. Roba da medioevo. In certi casi, discutendo con i pazienti le possibili cause dei problemi di salute, ci rendiamo conto che più che di un medico, alcuni hanno bisogno di un assistente sociale, o addirittura di un avvocato”, spiega Gliozzi. Il centro ha da poco conquistato un importante premio nazionale per il suo approccio sperimentale.
Il comune di Lisbona ha attivato un numero verde per chi è stato sfrattato o è a rischio sgombero, e si sta muovendo per ristrutturare e assegnare le case popolari. Nel novembre 2019 sono stati aperti dei bandi per assegnare 120 alloggi con affitti calmierati, rivolti soprattutto alla classe media. Solo nel primo giorno si sono candidate più di mille persone, oggi sono quattromila. Il sindaco Fernando Medina ha lanciato l’ipotesi di ampliare il programma, affittando dai privati altri mille appartamenti per poi subaffittarli a prezzi contenuti.
“L’abitazione è un diritto, ma è anche una merce. E il mercato sta uccidendo il diritto, questo è chiaro”, sostiene Helena Roseta, 72 anni, in politica da cinquanta, deputata all’assemblea costituente dopo la dittatura di Salazar. All’inizio dell’ottobre 2019 ha lasciato la sua carica di presidente del consiglio municipale di Lisbona e di deputata in parlamento, ma prima si è battuta per far approvare una legge per il diritto a un’abitazione adeguata per ogni cittadino. “Non darà una casa a nessuno, ma per lo meno stabilisce regole e obblighi. Perché porti a dei risultati deve essere applicata, ed è ciò che mi auguro”, sostiene.
Secondo Roseta – che si batte per il diritto alla casa dagli anni sessanta – le stime sulla crisi abitativa a Lisbona e più in generale in Portogallo non riflettono la realtà. “La situazione è sicuramente più grave”, spiega. Parlando delle occupazioni che vedono come protagoniste le madri single, Roseta aggiunge che “affrontare il problema della casa significa occuparsi anche della discriminazione di genere e della violenza domestica”. Per questo ai gruppi di attivisti per il diritto alla casa si è unito il movimento femminista di Lisbona, così da affrontare il problema con un approccio intersezionale. “Molte donne si trovano a dover scegliere tra la strada e la violenza”, spiega Roseta, aggiungendo che “anche l’amministrazione di Lisbona si sta impegnando a tenere conto di questo aspetto”.
Edna ha lasciato la casa dove è cresciuta a 15 anni, incinta, anche a causa dei maltrattamenti subiti dal compagno della madre. Ora ha 29 anni e abita con i suoi tre figli in un appartamento occupato di proprietà del comune. È nel quartiere dove ha sempre vissuto, a Chelas, nella parte orientale di Lisbona. “Sono stata buttata fuori da cinque case, ho un lavoro precario e il mio figlio più piccolo ha problemi di respirazione. Non ho scelta”, dice mentre prepara uno stufato di carne nella sua cucina. Edna è nata nell’ex colonia portoghese di Sao Tomé e sta facendo le pratiche per ottenere la cittadinanza portoghese. Racconta di aver fatto richiesta di una casa al comune già dieci anni fa. “A volte mi assale la tristezza, ma non mi lascio deprimere. Non posso permettermelo. Ho paura che mi tolgano la custodia dei bambini”, spiega.
Ha dipinto di rosa la camera di sua figlia di nove anni e ha da poco cominciato a lavorare in un centro di assistenza per anziani, dove riceve il salario minimo. “Cerco di mantenere viva la speranza, ma è dura”. Mostra una notifica di sfratto ricevuta più di un anno fa. C’è scritto che aveva tre giorni per lasciare la casa. “Ancora non sono venuti a buttarmi fuori. Ho il cuore in gola ogni volta che sento bussare. Mi rilasso solo nei weekend perché so che non lavorano”. I vicini l’aiutano: “Mi capiscono e mi proteggono”, racconta. Forse perché conservano il ricordo di un’altra crisi abitativa, quella degli anni della dittatura, quando nel quartiere c’erano le baracche degli operai. Dopo il 25 aprile 1974, giorno della rivoluzione dei garofani contro il regime, interi quartieri furono occupati da movimenti di sinistra e studenteschi.
“Erano anni diversi, il popolo portoghese allora mostrò la sua forza, si rese protagonista”, ricorda Helena Roseta. “Anche un grande politico conservatore come Diogo Freitas do Amaral quarant’anni dopo ha difeso quelle occupazioni. Per lui erano legittime, come la rivoluzione”.

Questo articolo è parte di un’indagine sulla crisi abitativa a Lisbona condotta grazie al progetto europeo Horizon 2020 Rock.


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giovedì 9 gennaio 2020

Comuni diversi, comuni virtuosi


Il documentario “Sogni Comuni. Viaggio nelle Amministrazioni Virtuose” – regia di Alessandro Scillitano e introduzione di Paolo Rumiz – racconta di piccoli borghi ostinati, di territori degli Appennini ribelli, di comunità che mettono in campo risorse imprevedibili per costruire “ponti” per un futuro diverso. Uno spaccato, di certo non esaustivo, di un modo diverso di fare politica, di essere cittadini e cittadine, di occuparsi di gestione del territorio, accoglienza, tutela dell’ambiente, rifiuti…

sabato 4 gennaio 2020

L’Italia disabitata nello sguardo del poeta Franco Arminio - Valentina Pigmei


Fatemi un favore, dice Franco Arminio, alla fine di ogni suo incontro con il pubblico, andate a visitare un paese più piccolo del vostro, se il vostro paese conta seimila abitanti visitatene uno che ne ha quattromila, se ne ha quattromila andate in uno più piccolo, e così via, senza motivo, senza che ci sia una sagra, una festa, un evento, andateci e basta. Poi cercate una persona anziana, sedetevi vicino a lui o a lei, e ascoltate quello che ha da dire. “I paesi per prima cosa bisogna guardarli, andare a trovarli con un moto di passione. Attraversarli e guardarli”. Salvarli con gli occhi, come scrive in una delle sue poesie più belle. Chissà se in Italia i paesi in via di spopolamento si salvano in questo modo, chissà se davvero vanno salvati o se interessa a qualcuno farlo. Sono più di vent’anni che il poeta e paesologo Arminio scrive e si occupa di questi temi: il suo oggi può suonare come appello ingenuo, poco realistico, tuttavia non lo è affatto.
Nel 2019 appare più chiaro che la via dell’attenzione sia l’unica possibile. Mescolare geografia e commozione, poesia e etnologia, politica e canti. “Non ho mai creduto alla morte dei paesi. I paesi si trasformano. Soprattutto, non bisogna pensare al paese come città mancata”. L’hanno capito l’economista e politico Fabrizio Barca, il ministro per il sud Peppe Provenzano che prestano ascoltano questo signore dell’Alta Irpinia che predica la poesia come forma di conoscenza. Lo aveva capito per primo Gianni Celati che nel lontano 1992 pubblicò per primo Arminio nella raccolta Narratori delle riserve (Feltrinelli), e scrisse che il suo “era un modo del tutto inedito di guardare le cose al sud”.
La paesologia non è altro che una forma di attenzione. E forse non sono le città che salveranno i paesi, ma viceversa. Quelle città che in tutta l’Europa vanno a una velocità diversa dal resto delle province che le circondano. Dovremmo cominciare a pensare che i paesi “felicemente inoperosi” dell’Italia interna, quelli abbandonati dalla politica, quelli di cui si occupa il forum Diseguaglianze diversità presieduto da Barca, sono la ricchezza di una nazione fatta da una miriadi di piccoli comuni e attraversata in verticale da una lunga catena montuosa oggi sempre più disabitata e divisiva.

Un processo
Dal vivo Franco Arminio non ha i toni del predicatore laico, quelli che ti aspetteresti dopo aver letto le sue poesie, poesie che a volte sono scritte in forma di preghiera e fanno pensare talvolta a un nuovo francescanesimo. È un uomo simpatico, insonne, coltissimo, una “creatura dell’urgenza”, come lui stesso si definisce, un’anima svelta, secondo un mio personale distinguo che applico alle persone che incontro. La lentezza non è prevista nei movimenti di quest’uomo vicino ai sessanta, la sua vitalità è quella del ragazzo. Racconta che da bambino non riusciva a stare fermo, né a scuola né in chiesa né in pizzeria: non è cambiato di molto.
A Gubbio arriva in una giornata di diluvio per il festival “Umbria in voce”, quinta edizione di una piccola ma preziosa festa della voce diretta e ideata da Claudia Fofi. In Geografia commossa dell’Italia interna scrisse che l’Umbria è “una terra inchiodata, incastrata al centro d’Italia, terra che non luccica, non freme”.
“Non conosco bene queste terre, ma non sento un grosso fremito, no. L’esito delle elezioni regionali non mi ha stupito per nulla. Per ricostruire le zone terremotate, bisogna che ci siano delle energie telluriche, mentre qui in Umbria non ci sono. Certo, ci vogliono i finanziamenti, le burocrazie, ma se un paese sta morendo è difficile che riesca a ricostruirsi. La ricostruzione è il completamento di un processo che era già cominciato prima del terremoto. Adesso c’è un grande lavoro da fare, non bisogna ricostruire i paesi, ma le cose”.
Arminio ha cominciato a scrivere proprio raccontando la ferita più grande, quella del terremoto dell’Irpinia. “Andare nei paesi è stata una scoperta, un processo che adesso è diventato consapevole. Un tempo andavo nei posti per vedere, non per essere visto. Adesso sono un famoso sconosciuto, ma rimango abituato al vento contrario che di solito mi accoglie nei paesi. Scrivo per riparare il vaso rotto, trasformare le ferite in opportunità”. I viaggi per lui sono uno scarto tra un posto e l’altro. Un modo di sentirsi al confine tra un luogo e l’altro. “Il paese da cui vengo e dove vivo, Bisaccia, è tra Campania e Puglia, e la mia scrittura è tra prosa e poesia”.
Grazie a questa scrittura, Arminio ha conquistato un seguito notevole. Basta andare a sentire uno dei suoi incontri, quasi mai nelle città, raramente nelle librerie – “Le librerie no, non mi piacciono, non c’è mai l’atmosfera giusta” – per rendersene conto. Arminio spiega che lui vende direttamente i suoi libri, che a sua volta compra dalla casa editrice, o alle presentazioni o tramite il baratto: “Mi mandano olio, salumi, regali di ogni tipo, e io spedisco il libro”.
L’impatto che ha sulla gente, anche sui non lettori, è di certo anche frutto di un lavorio continuo e molto pionieristico sulla rete, quella rete che come dice lui “ha unito le città e i paesi”. Autore di una ventina di libri, le sue raccolte di poesie hanno avuto un’accoglienza non comune: Cedi la strada agli alberi ha superato le ventimila copie; L’infinito senza farci caso, uscito da poco per Bompiani, ha già venduto novemila copie. Se si escludono i libri di Guido Catalano o altri “poeti” nati per così dire su internet, nessuno in Italia ha raggiunto un pubblico di lettori così ampio scrivendo in versi.

Canto, poesia, stile
Al festival di Gubbio è arrivato per un reading-concerto assieme ai figli Livio e Manfredi. Lui insiste sempre sull’importanza del canto. Il canto e la poesia sono forme di conoscenza, ripete, la letteratura è una forma di conoscenza. Di più, sono forme di politica: spazi che possono riconnettere le persone per un tempo più o meno breve e attraverso una comunanza di intenti. Momenti in cui si costruiscono quelle che lui chiama “intimità provvisorie”.
Arminio lavora moltissimo sulla lingua e non lascia mai la presa della frase: “Sono molto legato alla lingua, alle sue sfumature. La lingua è la mia stella polare. La letteratura è come si dicono le cose. Il mio ultimo libro è una raccolta di poesie d’amore scritte in un linguaggio semplice, ma a me non interessa l’amore in sé, m’importa della lingua. Anche in prosa, non faccio reportage, ma introduco sempre un elemento incongruo, immaturo, arbitrario”.
A differenza di uno scrittore come Roberto Saviano – che lo ha definito “uno dei poeti più importanti di questo paese, il migliore che abbia mai raccontato il terremoto e ciò che ha generato” –, Arminio interpreta l’impegno in un modo diverso, non gli interessa denunciare . “Non penso che i paesi moriranno o comunque non mi interessa. Il punto non è un paese morto in più o in meno. Il punto è che la nostra cultura politica, i nostri intellettuali non s’interessano dell’Italia interna o lo fanno in maniera terroristica. Non serve denunciare, ma fare le politiche giuste. Invece le politiche liberiste sono miopi perché hanno puntato sul risparmio, sui tagli. Mentre bisogna valorizzare il capitale umano virtuoso, bisogna premiare chi fa cose belle. Ci vuole più politica, non meno politica, perché per premiare devi essere forte. Per questo mi sono candidato”.

Una strategia
Franco Arminio si è candidato ben tre volte senza mai essere eletto: una con il Partito democratico al tempo di Walter Veltroni, cinque anni fa con la lista Tsipras e una nel maggio scorso come sindaco di Bisaccia, il paese dove vive, in Irpinia, con una lista civica.
“Alla sinistra manca completamente una narrazione sui paesi e sulle zone montuose. Non sa letteralmente che dire, il Pd pensa che il distacco sia una qualità, non lo è. La Lega invece ha una radice popolare, poco salottesca. Lo dico sempre a Peppe Provenzano: potete fare tutti i dispositivi legislativi che volete, ma se il vostro partito non ha una narrazione sui luoghi e non considera giovani e vecchi, non serve a nulla”.
Che cosa bisogna fare dunque? “L’importante è coinvolgere tante persone nella strategia contro lo spopolamento: penso ad artisti e intellettuali cha vadano nei piccoli luoghi e motivino le persone a restarci. Non credo sia solo una questione di opportunità economiche. Bisogna che ci siano giovani agenti di sviluppo locale che vadano fuori a fare esperienze e poi siano chiamati a risiedere per lunghi periodi nei paesi. In un piccolo centro spesso il capitale umano va alla malora. Provenzano deve avere il coraggio di individuare dei meccanismi per premiare i virtuosi. E gli intellettuali non possono stare alla finestra, devono assumere la questione delle aree disagiate dell’Italia come una questione cruciale. Poesia e impegno civile a servizio dei piccoli paesi. I paesi li salvano persone che vanno e vengono, che portano intimità e distanza”.
Per i paesi ci vogliono pensieri impensati, dice Arminio. Di fronte alle notizie delle sardine che hanno invaso le piazze, viene da dire che a volte i pensieri impensati sono quelli giusti. Tuttavia, il nuovo movimento si esprime di più nelle piazze della città, mentre la Lega – per fare l’esempio di una regione dove si andrà al voto a gennaio 2020 – in Emilia-Romagna prevale nei piccoli paesi, in vaste aree dell’Appennino, in varie zone della Bassa e nel delta del Po. Il fatto è che in Italia le aree interne rappresentano il 52 per cento dei comuni; il 22 per cento della popolazione e circa il 60 per cento della superficie. Il territorio montano rappresenta il 35,2 per cento della superficie nazionale, ma ci abita solo il 12,2 per cento della popolazione.
Il problema della mobilità è enorme. Nell’entroterra le strade e le linee ferroviarie non funzionano o scarseggiano; mentre in senso verticale, quelle che collegano il sud con Torino o Milano, funzionano. “È l’Italia voluta da Agnelli. L’Italia interna era più collegata ai tempi dei romani”. In questa Italia, lo spopolamento è molto forte anche nel nord. “Nel settentrione l’effetto dei paesi vuoti è ancora più grande perché le persone stanno meno in giro, anche per via del freddo. Eppure, le città di quelle regioni sono più attrattive rispetto a quelle del sud. A Bisaccia restano quasi quattromila persone, perché intorno a noi le città vicine sono Foggia, Avellino, Benevento, Potenza: città dove non trova lavoro neppure chi ci abita”.
Alcuni paesi stanno scomparendo. Altri sono stati snaturati da una modernità che porta solo desolazione, ma qualcosa c’è ancora. Un tessuto da cucire c’è. Proviamo per questi anni futuri ad ascoltare l’insegnamento di Franco Arminio, non resta che pensare un po’ meno alla storia e un po’ più alla geografia: “Amare è un impegno da geografi, /esploratori che mentre vengono accolti / si fanno terra da esplorare”.

domenica 7 luglio 2019

Visioni di Sardegna (documentari Cines 1932 - coordinamento artistico di Gavino Gabriel)



Dalla scheda di "Fuori Orario": 4 brevi documentari prodotti dalla Cines-Pittaluga nel 1932 con il coordinamento artistico di Gavino Gabriel, musicologo che fondò e diresse negli anni '20 la Discoteca di Stato; i titoli sono: IL NURAGHE (4'28'') Di origine fenicia, il nuraghe fu fortezza e rifugio per la generosa e guerriera gente di Sardegna. Sono circa trecentomila queste ciclopiche costruzioni sparse nell'isola a testimoniare con l'arcaicità della loro origine il valore culturale della tradizione. Attorno ad esse vive una gente temprata ed armoniosa, testimonia dal corteo di volti scolpiti nelle immagini. SERENATA IN GALLURA (4'35'') Il mistico tradizionale rispetto che ha il sardo per la donna, tale da considerare questa la madonna della casa, è raccontato in questa doppia serenata di due pretendenti per una giovane ragazza: l'antica serenata a quattro voci e la moderna ad una voce sola accompagnata dalla chitarra. IL SORTILEGIO DEL GRAPPOLO (4'30'') È il gioco "all'annamurate" in uso durante la vendemmia, il rito del corteggiamento. Il giovanotto cui toccherà l'ultimo acino del grappolo ballerà con la giovane e graziosa distributrice che naturalmente, ha già stabilito in segreto il fortunato pretendente. LA VENDEMMIA (4'10'') Dai paese vicini e lontani scendono alle vigne i vendemmiatori allegri di due speranze: un buon raccolto, una bella compagnia nel lavoro regolato da una tradizione che ha i sapori del rito. E la canzone sarda, ultima eco dei canti ellenici, s'intreccia alle viti, agli alberi, ai cuori.