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giovedì 6 agosto 2026

Dalla moda ai rider, lo scudo per le imprese sul caporalato - Roberto Rotunno

Diventerà molto più difficile sanzionare un’azienda per caporalato o sfruttamento dei lavoratori. Pensiamo a processi come quelli di Milano sugli appalti dei grandi marchi di moda, quelli di Prato sulla filiera del tessile, le inchieste sui big della logistica o sulle app che consegnano cibo a domicilio: le indagini per portare avanti iniziative giudiziarie simili saranno rese ben più rognose e complesse per i pubblici ministeri. Con il rischio di ridurre il disincentivo che oggi tenta di prevenire fenomeni che colpiscono il nostro mondo del lavoro, quasi sempre i più deboli.

Sarà un altro degli effetti del disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri dell’altroieri, fortemente caldeggiato dalla Confindustria. Per questo, al contrario, la Cgil è pesantemente critica. Il provvedimento interviene sulla legge 231 del 2001, quella che ha regolamentato la responsabilità penale delle imprese. Si tratta, in particolare, della norma che stabilisce la possibilità di perseguire l’azienda come ente, per questo si distingue dalle classiche norme penali che si rivolgono alle singole persone. Quindi la premessa è doverosa: questo scudo non interviene a favore dei manager per le loro responsabilità personali. Salverà invece molte imprese che oggi possono essere colpite da multe per gli illeciti commessi dai loro dirigenti. L’impatto sul mondo del lavoro sarà rilevante, specialmente nelle catene di appalti e in un momento storico caratterizzato da diffusi fenomeni di sfruttamento che, in diversi territori, hanno dato vita a importanti iniziative delle Procure. Tra febbraio e marzo, il pubblico ministero di Milano Paolo Storari ha posto sotto controllo giudiziario per caporalato Glovo e Deliveroo. Lo stesso magistrato, alla fine del 2025, ha avviato indagini su case di moda come Versace, Gucci, Prada, Dolce&Gabbana. Altre inchieste riguardano imprenditori che operano nel tessile di Prato o grossi gruppi delle consegne come Ceva. Sui processi già in corso non dovrebbero esserci conseguenze, perché il testo fa partire gli effetti solo per il futuro. Tuttavia, l’obiettivo sembra chiaro: scoraggiare processi come questi. In che modo?

Tecnicamente, il disegno di legge ribalta l’onere della prova. Attualmente, quando emergono vicende legate a sfruttamento e lavoratori sottopagati, le imprese vengono indagate per la legge 231; per sfuggire alla condanna, sono tenute loro a dimostrare di aver adottato modelli organizzativi e gestionali idonei a prevenire irregolarità nella filiera. Un meccanismo sgradito alla Confindustria, che lo paragona a una responsabilità oggettiva. Ecco quindi come agisce il salvagente lanciato dal governo: da ora in poi sarà il pubblico ministero a dover subito dimostrare quale sia la precisa falla nel sistema dei controlli interni. Per questo le indagini saranno molto più macchinose: serviranno intercettazioni, cimici e altri sistemi per scoprire in quali passaggi sono stati elusi i protocolli.

C’è poi una norma che allunga un’ulteriore mano alle aziende: questi modelli organizzativi saranno redatti secondo le linee guida stabilite dalle stesse associazioni dei datori di lavoro, praticamente da tutte le organizzazioni di categoria aderenti alla Confindustria; questo sarà garanzia di conformità. Alessandro Genovesi, responsabile Cgil del settore appalti e contrattazioni, ipotizza le possibili degenerazioni di questo sistema. “Le linee guida – spiega – potrebbero prevedere la comunicazione preventiva degli audit da parte di un committente al fornitore. Oppure potrebbero stabilire che sia sufficiente che l’impresa in appalto abbia un documento di valutazione del rischio (Dvr) senza l’obbligo di controllare gli ambienti di lavoro, per esempio l’aria condizionata in un furgone”.

Secondo la Cgil, questa novità “deresponsabilizza le imprese in nome della semplificazione”. Norme severe in tema di responsabilità penale, in particolare negli appalti, servono anche a disincentivare il ricorso a ditte esterne attraverso sistemi a cascata che nascondono spesso irregolarità e mancanza di sicurezza. Il governo ha però voluto dare un segnale alla Confindustria e in generale al sistema di imprese, in linea con altri provvedimenti che hanno ammorbidito i controlli e aggiunto scappatoie dai procedimenti. “Così – conclude Genovesi – la destra si rivolge alla parte peggiore del Paese, non potendo dare mancette monetarie per via della mancanza di risorse, dà mancette normative, riducendo i lacci e lacciuoli”.

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lunedì 27 aprile 2026

La Cassazione “sindacalista”: svolta penale sugli sfruttatori - Marco Palombi

La sentenza. Chi minaccia licenziamenti per imporre orari più lunghi e/o meno salario è un “estorsore” e rischia 10 anni di carcere

Giorgia Meloni, bontà sua, come ogni 1° maggio si appresta a regalarci un nuovo decreto Lavoro: questo del 2026, a stare alle anticipazioni, sarà anche più inutile dei precedenti (vedi il pezzo a destra). L’atteggiamento del governo nei confronti del “fondamento della Repubblica”, d’altra parte, è ben riassunto dalla sua rinuncia ad esercitare la delega per migliorare la retribuzione e la contrattazione collettiva: l’unica idea di Meloni e soci in proposito è la concessione di qualche sgravio per salario secondario e welfare aziendale, roba che aumenta un po’ il netto in busta paga a danno della futura pensione e dei conti dell’Inps.

In un panorama disperante, e d’altra parte non da oggi e non dall’altroieri, è forse il caso di far notare – ai lettori, al governo e all’opposizione – che persino in materia di lavoro è stata la magistratura negli ultimi anni a supplire all’assenza della politica avendo in mano solo la Costituzione e il codice penale, adattando leggi vecchie e nuove all’odierno contesto di povertà lavorativa e sfruttamento diffuso: una supplenza che alcune recentissime sentenze penali della Cassazione potrebbero rendere ancor più cogente, perché forniscono una nuova ed efficace arma a sindacati, ispettori del lavoro, avvocati e chiunque altro si occupi di tutelare dalla ferocia del mercato i lavoratori meno garantiti.

Citeremo qui solo di sfuggita le giustamente famose inchieste per sfruttamento e caporalato del pm di Milano Paolo Storari nei settori della logistica, della moda, della grande distribuzione e, ovviamente, del delivery: sequestri e commissariamenti delle case madri (e non delle scatole vuote societarie che assumevano i lavoratori) alla fine del 2025 avevano portato a 50mila assunzioni regolari e incassi per l’erario da 600 milioni di euro su tasse e contributi evasi. Ottimi risultati, ancorché – nonostante le inchieste abbiano più volte passato il vaglio della Suprema Corte – non paiano aver “ispirato” il lavoro dei colleghi in altre parti della penisola, dove anzi a volte si mettono persino sotto processo sindacalisti e lavoratori troppo conflittuali…

La novità di queste settimane però, come detto, sono alcune sentenze penali della Cassazione. La prima degna di rilievo riguarda proprio il perimetro di applicazione della legge sul caporalato del 2016, quella alla base delle inchieste milanesi: pensata per l’agricoltura e l’industria, gli ermellini ne hanno ormai esteso l’applicazione a tutto il settore dei servizi (tre quarti degli occupati totali) pur con un caveat. Scrivono i giudici: la legge sul caporalato trova “applicazione, per la collocazione della norma e per il dato semantico del termine manodopera, in tutti i casi di utilizzazione, assunzione o impiego di prestatori d’opera che, indipendentemente dall’ambito economico (e quindi anche nel cosiddetto terziario, ovvero in quell’ambito economico che eroga servizi anziché produrre beni materiali) svolgano un’attività di lavoro subordinato prevalentemente manuale”. Ristorazione, commercio, turismo: milioni di lavoratori sono ora tutelati da questa definizione.

La stessa sentenza, che ribadisce un orientamento presente pure in altre pronunce, stabilisce anche un’altra cosa importante: il pagamento di stipendi da fame non è solo un illecito civile, ma può integrare il reato di sfruttamento previsto dalla legge del 2016. La Corte l’ha stabilito sul caso di alcuni lavoratori di una stazione di servizio carburanti: poche centinaia di euro di stipendio, orari più lunghi di quelli contrattuali, straordinari e festivi non pagati, tredicesima e quattordicesima retrocesse al datore di lavoro. Per la Cassazione, l’impresa ha approfittato dello “stato di bisogno” di quei dipendenti, commettendo quindi il reato previsto dalla legge sul caporalato: “Questa Corte ha già chiarito come, ai fini dell’integrazione del reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, lo stato di bisogno non vada inteso nel senso di uno stato di necessità tale da annientare in modo assoluto qualunque libertà di scelta, bensì come una situazione di grave difficoltà, anche temporanea, tale da limitare la volontà della vittima e indurla ad accettare condizioni particolarmente svantaggiose”.

La novità più rilevante, però, è forse ancora un’altra: “Qualora il datore di lavoro prospetti al dipendente la perdita dell’occupazione ove non accetti condizioni deteriori rispetto a quanto dovuto e da ciò derivi, per il primo, un ingiusto profitto, si configura il delitto di estorsione”. Una situazione di violenza, anche implicita, in cui si sono trovati milioni di lavoratori e che da oggi può non essere più roba da giudice del lavoro, ma da pubblico ministero e per un reato procedibile d’ufficio (magari su input dell’ispettorato del lavoro o per altra via), i cui dieci anni di pena massima sono un deterrente assai più efficace di sanzioni amministrative spesso inferiori all’ingiusto profitto di cui parla la Suprema Corte.

Anche sui salari da fame la giurisprudenza, civile in questo caso, è assai più avanti della politica, ancorché assai meno effettuale e minacciosa per gli sfruttatori di quella penale. Fin dal 2023 la Cassazione ha stabilito che non basta nemmeno nascondersi dietro un Contratto nazionale, magari “pirata”, per poter pagare una miseria e che il giudice ha il dovere di quantificare, di volta in volta, un minimo adeguato. Glielo impone la direttiva Ue del 2022 sui “salari adeguati” e soprattutto l’articolo 36 della Costituzione, che garantisce al lavoratore due diritti distinti, ma integrati: una retribuzione “proporzionata” al lavoro svolto e “sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Non è il prezzo di mercato, per la Carta, a guidare quello del lavoro.

Ma come determinare quel minimo? La giurisprudenza ha lavorato su varie soglie giudicate invalicabili: da quella di povertà Istat all’importo della Naspi, della cassa integrazione o del Reddito di cittadinanza, dai minimi garantiti da altri Ccnl applicabili al caso specifico al rapporto tra salario minimo lordo e il 60% di quello mediano. Queste “indicazioni giuridiche”, scriveva la Corte tre anni fa, “interpellano gli agenti datoriali” (le imprese) e “si rivolgono inoltre al legislatore, che deve operare politiche di sostegno al reddito in funzione della promozione individuale e sociale dei lavoratori”. Tre decreti 1° maggio dopo pare che il legislatore non abbia capito…

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venerdì 31 gennaio 2025

Caporali e morti di freddo dalle Langhe alla Puglia - Jean-René Bilongo

  

Anche nelle zone agricole più prospere del Nord le condizioni di lavoro e di vita della forza lavoro immigrata, anche regolare, è vicina alla condizione di schiavitù. Lo denuncia il Rapporto dell’Osservatorio Placido Rizzotto e lo conferma la magistratura. Leggi sull’immigrazione e prefetture non aiutano.

 

Il 10 dicembre scorso, mentre il Paese era sconvolto dalla tragedia di Calenzano, la spaventosa esplosione del deposito di carburanti con il corollario di morti che ne era conseguito, da Alba in provincia di Cuneo, rimbalzava la notizia del ritrovamento dei corpi di due giovani migranti in un casolare abbandonato in località Gamba di Bosco. L’effetto era quello di un fulmine a cielo sereno, anche perché i defunti erano conosciuti dalla locale rete solidale. Oltretutto la vicenda non poteva essere liquidata con la solita impudenza figlia della bolgia tossica sui migranti: in quel caso, non erano “clandestini”, ma titolari di regolare permesso di soggiorno. 

Ci si dovrebbe chiedere perché mai i due giovani subsahariani, 25 anni l’uno e 28 l’altro, dovessero ripararsi in un rudere abbandonato, in un contesto sociale ricco come il cuneese, per poi morire asfissiati dal monossido di carbonio sprigionato dal braciere con il quale cercavano di riscaldarsi.

Senza nessuna intenzione inquisitoria, ma solo per provare a esplorare le possibili cause di una simile tragedia, occorrerebbe tenere presenti tre coordinate: al livello locale, la dimensione nazionale, il solco europeo. 

Cinque mesi prima della tragedia, in piazza ad Alba c’era stata un’importante manifestazione, catalizzata dalla FLAI provinciale e regionale, per dire no al caporalato e allo sfruttamento sempre più radicati nei campi e nei vigneti delle Langhe. La cronaca rilancia un quadro locale alquanto deprimente: condizioni di schiavitù, lavoratori annichiliti, sfruttati, talvolta pestati. Alla conferenza-stampa di una recente operazione di polizia giudiziaria contro la piaga del caporalato, il procuratore di Asti sosteneva che il quadro appurato dagli inquirenti fosse solo “la punta dell’iceberg”. L’eufemismo parla da sé: il marciume è molto più esteso di quanto sembri. Del bacino stanziale di sofferenza occupazionale di 8/10 mila nell’economia primaria del Piemonte, svettano Cuneo e Asti quali province più permeate dagli abusi a danno dei lavoratori, come evidenziato dal VII Rapporto agromafie e caporalato.

Ecco, un’agricoltura prospera in cui interi segmenti finiscono per usare a proprio vantaggio le condizioni inique imposte alla manodopera. E’ risaputo che quelle terre piemontesi attraggono ogni anno migliaia di “transumanti dell’agricoltura” in cerca di occasioni di lavoro che sanno di trovare in loco, in base al ciclo biologico delle colture. Proprio come i due asfissiati di Alba.

La seconda coordinata da esplorare è quella dell’accoglienza dei migranti, la sua impalcatura, le sue regole. Verrebbe spontaneo chiedersi come mai i due non fossero inseriti in qualche schema di accoglienza. Succede semplicemente che il sistema di accoglienza sbarra l’ingresso o espunge dai propri dispositivi chi ha un reddito superiore anche di un solo centesimo all’importo di € 6mila. Un indirizzo assurdo che il ministero dell’Interno impartisce alle prefetture, con l’ingiunzione di agire di conseguenza. La cifra che ne emerge è che i migranti beneficiari di misura sociale di vitto-alloggio devono necessariamente lavorare in nero, pena l’espulsione dall’accoglienza qualora si raggiunge la sanzione stabilita.

Un’assurdità che assume i contorni di una disposizione di legge ma che, in verità, è figlia di un’interpretazione tendenziosa dell’impianto normativo sull’accoglienza, sulla scorta della Direttiva UE di riferimento, recepita nell’ordinamento domestico con il Decreto Legislativo 142 del 18-08-2015. Nelle sue pieghe, la norma contempla all’articolo 23, tra i motivi di revoca dell’accoglienza, “l’accertamento della disponibilità da parte del richiedente di mezzi economici sufficienti”. Un assunto dal quale è scaturita un’interpretazione letterale della disposizione medesima. In pratica, se il fruitore di accoglienza matura un reddito superiore anche di un solo euro all’importo dell’assegno sociale (più o meno 6.000 euro), viene allontanato ipso facto dalla struttura. La conseguenza è intuibile: per evitare la scure, si deve semplicemente lavorare in nero. 

Una pratica assurda che seguono pedissequamente le prefetture in tutta Italia, scegliendo di ignorare un passaggio successivo dello stesso articolo 23 che specifica come “nell’adozione del provvedimento di revoca si tiene conto della situazione”  dell’interessata/o, precludendo da ogni ipotesi di allontanamento ad esempio “le persone per le quali è stato accertato che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica, (…)”. 

Nell’esperienza di tutela concreta contro simile applicazione fredda della norma, ci si è scagliati contro un provvedimento di allontanamento adottato dalla prefettura di Brindisi nei confronti di una pluralità di migranti colpevoli di aver lavorato in agricoltura, con regolare contratto, con tanto di reddito accertato. Posto di fronte all’argomentazione della FLAI, alla luce di quanto contemplato in combinato disposto dall’articolato Decreto Legislativo di recepimento della Direttiva Accoglienza, il prefetto fu costretto ad annullare, in autotutela, la misura adottata dai suoi uffici. 

Al netto delle disposizioni di legge, è necessario strutturare schemi di accoglienza per i lavoratori che si spostano da un distretto agricolo all’altro, seguendo appunto il ciclo delle colture. Lo suggeriscono troppi drammi di persone carbonizzate, asfissiate o assiderate in ripari di fortuna, in ogni parte del Paese.

Jean-René Bilongo è il presidente dell’Osservatorio Placido Rizzotto

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lunedì 9 dicembre 2024

Langhe. Barolo e caporalato - Alberto Gaino

 

L’ipocrisia di tanti imprenditori è il miglior alleato del caporalato. Il maggiore è invece l’inerzia con la quale una parte delle Procure della Repubblica applica la norma del codice penale che, dal 2016, definisce il perimetro per perseguire gli sfruttatori di chi è in stato di “necessità”.

L’ipocrisia riguarda l’atteggiamento diffuso fra i datori di lavoro che si rivolgono a imprese individuali e a finte cooperative – spesso costituite da ex lavoratori – per ottenere manodopera a bassissimo costo e con la quale non hanno rapporti formali. Il caso estivo delle Langhe è tuttora tra i più significativi: mostra che la norma introdotta otto anni fa è inefficace contro l’ipocrisia di certi imprenditori di Barolo e Barbaresco che vendono le loro bottiglie a 50 euro l’una, e realizzano «margini di guadagno scandalosi – come dichiara don Mario Melotta, direttore della Caritas di Alba – grazie a paghe in nero di soli 3 euro l’ora per 10-12 ore consecutive di lavoro». Anche i margini di guadagno dei caporali sono scandalosi, perché quegli uomini e donne (un’indagine astigiana ha individuato una “caporala” che girava in Bmw per le colline del Moscato) speculano pure sui bisogni primari (sete, fame) di quanti sfruttano, imponendo loro di pagare anche acqua e panini, oltre al trasporto nelle vigne. I 30-40 euro al giorno sulla carta “calano”, così, drasticamente a fine giornata. Dice ancora don Melotta: «La vita dei migranti sotto questa gente è da sopravvivenza, dopo grandi fatiche quotidiane. Prova ne sono i piedi piagati al termine di giornate di lavoro trascorse con le infradito adattate a calzari da lavoro. Parliamo davvero di persone disperate. Se no, chi si ridurrebbe ad accettare compensi così bassi?».

Come riuscire ad applicare la legge 199/2016 per il contrasto al caporalato? Controlli mirati sulle estensioni dei vigneti di ogni impresa, numero di dipendenti regolari, inclusi quelli a tempo determinato (i filari vanno curati per gran parte dell’anno, specialmente se si offre poi vino biologico) e ore ufficialmente lavorate per la vendemmia. Incrociando i dati si chiarisce chi impiega manodopera irregolare. Ma ciò avviene in maniera ampiamente insufficiente. Il bilancio post-vendemmia dell’Ispettorato del lavoro di Cuneo e dei carabinieri è stato riportato dalla Gazzetta d’Alba, il 24 ottobre scorso: 88 ditte controllate, 7 casi riscontrati di illiceità dell’appalto da parte di “contoterzisti”, irregolarità in materia di sicurezza sul lavoro contestate a 54, cioè il 62 per cento del totale. E infine a 20 è stata comminata la sospensione dell’attività. Il dato che colpisce di più è che siano stati individuati solo 48 braccianti (di cui 10 stranieri) a lavorare in nero quando, durante la vendemmia, vengono impiegati dai 4 ai 5 mila lavoratori. La stessa Gazzetta d’Alba riferisce, in altro servizio, che il caporalato controlla il 40 per cento della manodopera impiegata durante la vendemmia nelle Langhe. Qualcosa si è mosso, incluso l’annuncio del Consorzio di tutela, di costituirsi parte civile nei processi. Ma è ancora poco.

Il fronte variegato della magistratura nella lotta al caporalato è un secondo fattore di peso. Lo sottolinea Claudio Riccabone, responsabile della Caritas di Canelli: «Le indagini della Procura di Asti hanno portato a numerosi arresti e spinto parte delle coop sospette a trasferire la propria attività, a cominciare dalla sede legale, nel Saluzzese e nell’Albese». Chi si mette a posto e chi si sposta dove spera di rischiare meno. Non c’è solo la vendemmia in ballo. Il caporalato si è diffuso prima ancora che sulle colline in pianura dove si coltivano ortaggi e si curano le piante da frutta per buona parte dell’anno. Quest’anno, semmai, l’attenzione dell’opinione pubblica su questo fenomeno criminale si è accesa, prima, sul caso di Latina del migrante mandato a casa dal datore di lavoro con il braccio staccato e riposto in una cassetta, e poi sulla scoperta mediatica delle Langhe, simbolo dell’uva più pregiata in Italia, anche come terra in cui sguazza il caporalato grazie all’interesse di tanti imprenditori di ricavare ad ogni costo dal proprio vino margini di profitto altissimi.

Un dato importante è che alla chiesa albese questa ipocrisia (della serie «la cosa non mi riguarda perché io pago un certo signore che porta nelle mie vigne i suoi lavoratori»), spesa per giustificare la compromissione con il caporalato è andata di traverso. Lo documenta un recente coraggioso servizio di Famiglia Cristiana in cui compaiono le interviste al vescovo della diocesi albese, monsignor Marco Brunetti, e all’ex presidente del Consorzio di tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani, Matteo Ascheri. Il vescovo ha pure indirizzato una lettera alle comunità parrocchiali: «Chi sfrutta i lavoratori più fragili come i migranti incorre in un gravissimo peccato che lo esclude dalla comunione eucaristica». Semmai c’è da chiedersi se vi sia stato qualche don Abbondio.

Anche Ascheri si è speso per la sua parte: da presidente del Consorzio di tutela, nel marzo scorso, ha firmato con istituzioni e parti sociali il protocollo di contrasto al caporalato a seguito del quale le 550 aziende socie del Consorzio avrebbero dovuto rinunciare a lavorare con certi soggetti che, a dirla tutta, sono ben conosciuti da gran parte degli imprenditori. Ascheri è un produttore vinicolo stimato: dirige l’azienda di famiglia, 12 dipendenti fissi, 20 ettari di vigneto, 240 mila bottiglie l’anno («metà di Barolo e l’altra metà di Barbera e Nebbiolo»). Per questo era stato scelto come presidente del Consorzio. Firmando il protocollo si è esposto: «Dal 2020 – ha raccontato a Famiglia Cristiana – mi sono pronunciato apertamente contro il caporalato. Ma sono stato lasciato solo». E a inizio estate non si è ricandidato: «Mi sono vergognato di rappresentare alcune aziende e con la mia ho deciso di uscire dal Consorzio». Scelta clamorosa e preveggente: in occasione di quest’ultima vendemmia il protocollo è stato largamente disatteso. Ascheri ne aveva fatto e continua a farne una questione di etica del lavoro, ma anche di immagine per lo stesso consorzio che presiedeva: le Langhe sono diventate un simbolo di terra che dà ricchezza, tanto da attirare investitori da tutto il mondo e turisti stranieri interessati all’enogastronomia. Diventare anche la terra di un vergognoso sfruttamento di lavoratori fra i più vulnerabili rischia di trasformarne l’immagine.

Su molti imprenditori – che non avrebbero alcun motivo di sottopagare i propri lavoratori e di lasciarli vivere in casolari diroccati lungo il Tanaro – agisce forse, paradossalmente, il Dna di immigrati ereditato dalle famiglie: le Langhe sono state in passato terre molto povere da cui partivano i bambini per andare a lavorare in Francia, i maschi nelle industrie del vetro, le femmine a raccogliere lavanda e altri fiori in Provenza o per essere impiegate come servette nelle famiglie. Succedeva nell’Ottocento, e questa particolare migrazione ha continuato a verificarsi sino agli anni ‘50 del Novecento. Tali radici, anziché agire da anticorpo contro lo sfruttamento dei migranti, potrebbero aver incoraggiato qualcuno a pensare storto: «Tocca a tutti, quindi ci sta che ce ne laviamo le mani».

Il sistema è apparentemente perfetto, avvolto nella carta argentata dell’ipocrita Grande Convenienza. Chi va ad Alba in questi giorni post-vendemmia può respirare un’atmosfera da liberi tutti: la vendemmia è finita, tanti migranti si sono spostati a lavorare altrove, ne restano, ma ancora più invisibili. E la “questione caporalato” pare assopirsi. Ma è veramente come sembra a chi arriva da fuori? Monsignor Pierpaolo Fellicolo, direttore della Fondazione Migrantes, sostiene la pratica della legalità come ricetta per sconfiggere il caporalato e racconta come sia decisivo per cambiare le cose riuscire a rendere visibili i lavoratori stranieri vittime di un fenomeno che impedisce loro di progettare un futuro dignitoso: casa, famiglia, scuola per i figli, integrazione sociale. Dice: «La denuncia è fondamentale. Ma lo è anche la politica del fare. Faccio un esempio. In Campania, come Fondazione Migrantes, abbiamo acquistato due pulmini e li abbiamo messi a disposizione di un primo gruppo di lavoratori migranti. Con i pulmini a disposizione è stato assai meno complicato riuscire, da parte loro, ad organizzarsi in cooperativa. Il passo successivo, con più denaro in tasca, è diventato cercare casa nei paesi, e noi li abbiamo aiutati a superare i pregiudizi. Cominciare a vivere nei paesi li ha resi improvvisamente visibili e ciò ha messo in moto un meccanismo di relazioni: ci si incontra per strada, nei negozi, nei bar. Le prime volte si sconta una certa diffidenza, poi si passa a un cenno di saluto e si finisce per prendere un caffè insieme, a volte. È una politica di relazione di piccoli passi, ma decisivi, uno dopo l’altro, per creare una rete di integrazione nelle comunità».

In Campania tanti paesi sono vivi, nelle Langhe molto meno. Carlin Petrini, fondatore di Slow Food, racconta dell’avvicendarsi di ristoranti stellati alle vecchie osterie, della scomparsa dei negozietti e pure dei preti, delle abitazioni private trasformate in B&B, dell’esaurirsi del tessuto sociale che rendeva solide le antiche comunità. Ci può stare che in quel vuoto trovi spazio, convenienza e persino vitalità un fenomeno orrendo come la tratta delle persone nei campi più ricchi di futuro per chi li sfrutta. Non certo per i migranti, il cui ultimo luogo di reclutamento quotidiano, ad Alba, per la stagione della vendemmia, era non a caso il cimitero locale.

https://volerelaluna.it/territori/2024/12/09/langhe-barolo-e-caporalato/

lunedì 1 luglio 2024

Caporalato: da Nord a Sud, le 405 località dove lo sfruttamento è sistematico - Luisiana Gaita

 

 

Dai due maxighetti della Capitanata con ottomila persone, alle campagne di Ragusa dove tuttora, nonostante inchieste e arresti, le braccianti rumene vivono in condizioni di totale sfruttamento, lavorativo e sessuale; dal Friuli Venezia Giulia dove la Flai-Cgil raccoglie decine di denunce contro i caporali, alla Piana di Gioia Tauro. La definisce “una bomba a orologeria” Jean René Bilongo, presidente dall’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil, che della situazione del caporalato in Italia conosce i numeri e, soprattutto, le storie. Tutte diverse, tutte difficili. La verità è che poteva accadere anche altrove la vicenda di Latina, dove il bracciante indiano Satnam Singh è stato abbandonato davanti casa dopo aver perso un braccio in un incidente sul lavoro ed è morto dissanguato. Sarà presentato il prossimo autunno il VII Rapporto Agromafie e caporalato, ma già la scorsa edizione ha fornito una vera e propria mappa del caporalato in Italia, individuando 405 tra località e aree in cui lo sfruttamento è sistematico.

La geografia del caporalato – “Abbiamo individuato 45 aree nel Nord Ovest, 84 nel Nord Est, 82 al Centro, 123 al Sud e 71 nelle Isole, a dimostrazione che questo non è un fenomeno che riguarda solamente e soprattutto il Meridione” sottolinea Jean René Bilongo a ilfattoquotidiano.it. Dalla mappa pubblicata sul rapporto è evidente che ci sono, poi, situazioni particolarmente critiche localizzate in alcune regioni. Basti pensare che in Sicilia ci sono 53 aree tra quelle individuate, in Veneto sono 44, in Puglia 41, nel Lazio 39, in Emilia-Romagna 38, in Calabria 29, in Campania 28, in Toscana, Piemonte e Lombardia rispettivamente 27, 22 e 21. “Le aree dove il fenomeno ha assunto da anni o sta assumendo dimensioni preoccupanti sono tantissime. Tra queste ci sono certamente – dice il presidente dell’Osservatorio Placido Rizzotto – la Capitanata in Puglia, la Piana di Gioia Tauro in Calabria, il Matapontino in Basilicata, ma anche la situazione a Rauscedo, frazione del comune di San Giorgio della Richinvelda, in Friuli-Venezia Giulia. E poi Trapani, Vittoria, in provincia di Ragusa e Cassibile (Siracusa), la piana del Fùcino, in provincia dell’Aquila, in Abruzzo”. Oltre a paghe da miseria, sfruttamento e condizioni di lavoro inaudite, che accomunano i braccianti che vi arrivano in Italia da Paesi diversi, poi ogni area fa storia a sé.

Gioia Tauro, una bomba a orologeria – “Stiamo registrando un aumentare delle situazioni di disagio psichico, per esempio, a Gioia Tauro. Segno che lo smantellamento delle tendopoli non dà i risultati sperati, anche perché non ci sono alternative, a parte il Villaggio della solidarità” è la tesi di Bilongo. Qui, infatti, ad aprile è stato sgomberato il campo container di Rosarno, insediamento nato dopo la rivolta del 7 gennaio 2010, ma rimasto provvisorio per circa dieci anni, arrivando ad ospitare anche più di 300 persone. Novanta lavoratori stagionali sono stati trasferiti nel ‘Villaggio della solidarietà’, realizzato nell’area della Betom Medma, ex cementificio confiscato alla cosca Bellocco. I posti, però, non bastano. A maggio 2024, inoltre, il consiglio comunale ha bocciato la delibera per sbloccare la riqualificazione dell’area di San Ferdinando, dicendo no all’ecovillaggio per i lavoratori immigrati, una struttura per ospitare 350 persone, già finanziata dalla Regione Calabria con 10 milioni di euro di fondi comunitari. L’obiettivo era quello di chiudere proprio la tendopoli di San Ferdinando che, insieme al campo container di Rosarno e ai casolari abbandonati di Contrada Russo, a Taurianova, è stata oggetto di un recente report dell’organizzazione umanitaria Medici per i Diritti Umani (Medu). Nella Piana, secondo il dossier, oggi ci sono circa mille persone, in calo rispetto alle circa 2.500 degli anni precedenti al 2020, dovuto a una contrazione nell’offerta di lavoro derivante dalla crisi ormai pluriennale del settore agrumicolo. “Le condizioni di vita e di lavoro dei braccianti – spiega Medu – restano ancora ben lontane dagli standard minimi di dignità. I nuovi insediamenti istituzionali, inaugurati con estremo ritardo, costi elevati e fondati dubbi sulla sostenibilità futura, queste soluzioni riguardano solo una minima parte dei braccianti”. Resta il dubbio su quali saranno le sorti di centinaia di braccianti che raggiungeranno la Piana all’inizio della prossima stagione.

Piana di Metaponto, il centrodestra non apre il centro di accoglienza – Domande che ci si pone anche nella piana di Metaponto, in Basilicata. Il centrodestra alla guida della Regione ha deciso di non riaprire il centro di accoglienza per i lavoratori stagionali. “La mancata riapertura a Palazzo San Gervasio del Centro di accoglienza rende di fatto meno controllabile il fenomeno del caporalato” denuncia Antonio Nisi, dirigente Cia Basilicata, riferendo che “per ora a Palazzo sono arrivati tra i 50 e i 60 extracomunitari, quasi tutti di origine africana, ma il problema sarà decisamente più grave nelle prossime settimane”.

Il caporalato nel ricco Friuli tra vigneti e allevamenti di polli – Bilongo ricorda che nell’ultimo rapporto Agromafie e caporalato, le due aree indicate per il Friuli sono state Rauscedo e San Giorgio della Richivelda, entrambe a Pordenone. “Qui c’è ormai un sistema radicato – sostiene il sindacalista – che coinvolge cooperative spurie (quelle che mascherano l’individualità del caporale con una personalità giuridica di natura collettiva, ndr), commercialisti e professionisti di varia natura, come mostrano le indagini aperte sul territorio”. Nel 2021, in particolare, è stata aperta un’inchiesta dopo che una cinquantina di immigrati provenienti dal Pakistan e dall’Afghanistan, hanno denunciato i propri sfruttatori. Alcuni di loro erano costretti a lavorare non solo per dodici ore al giorno nei vigneti, ma anche di notte, raccogliendo i polli negli allevamenti. Questi lavoratori, e si tratta di un caso senza precedenti, hanno ottenuto il permesso di soggiorno proprio per lo sfruttamento subìto dai caporali.

Portati nella Piana del Fucino con i voli charter perché “indispensabili”. E sfruttati – Anche la Piana del Fucino, in Abruzzo, non fa eccezione. Il Pil prodotto nel Fucino è pari a circa un terzo di quello della regione. Oggi, tra i lavoratori stagionali, la maggioranza è di origine magrebina ed il resto di origine macedone, pakistana, tunisina. Come denunciato di recete dal sindacato Flai Cgil dell’Aquila, dopo quanto emerso nelle assemblee con i braccianti agricoli “il caporale di turno stabilisce differenze di paga oraria fra lavoratori che pure svolgo la stessa mansione nei campi, l’uno al fianco dell’altro, facendo dei profitti sulla loro fatica”. Bilongo ricorda con amarezza i tempi in cui, in pieno lockdown, gli imprenditori agricoli del Fucino fecero arrivare a proprie spese, a bordo di voli charter, i braccianti marocchini nel frattempo rientrati in patria, perché ritenuti “indispensabili” nella raccolta di patate, finocchi, lattuga e spinaci. “Passata la pandemia – commenta – tutto è tornato come prima, con le paghe da fame pre-pandemiche”.

Per gli immigrati della Capitanata “quella è l’Italia” – Tra Foggia e Manfredonia, in Puglia, c’è una situazione che Bilongo definisce “ormai storica”. L’area è quella della Capitanata, “dove ci sono due maxi ghetti con circa 8mila persone”. Borgo Mezzanone è nato negli anni Novanta, poi dal 2018 si è allargato nel vicino Centro di accoglienza per richiedenti asilo, chiuso e abbandonato dopo il decreto Salvini. Le condizioni sono rimaste disperate e, così, negli ultimi anni sono diversi i braccianti che hanno perso la vita in un rogo o perché intossicati dal monossido di carbonio mentre cercavano di riscaldarsi con un braciere. “Quella, però – commenta il sindacalista – è una situazione che neppure esplode, perché è consolidata. Quei ragazzi credono che quei luoghi siano la normalità. Per loro quella è l’Italia”. Diverse le inchieste, le storie di migranti per 10 ore di lavoro nei campi 15 euro al giorno, meno i cinque da restituire per il trasporto.

In Sicilia, dagli stupri di Vittoria ai raccoglitori di olivi nell’ex cementificio – Diverse le aree siciliane nella ‘mappa del caporalato’. Dieci anni fa, a Vittoria (Ragusa) scoppiò il caso delle bracciante rumene costrette non solo allo sfruttamento nei campi, ma anche a quello sessuale. Casi di figli nati, ma anche di tanti, tantissimi aborti. “Dopo le inchieste e gli anni passati – racconta Bilongo – ci sono meno aborti, ma le donne rumene sono ancora costrette a partecipare ai festini, per accontentare i caporali e i loro amici”. A Cassabile (Siracusa) ogni anno da aprile a giugno, in occasione della raccolta delle patate, diverse centinaia di migranti, soprattutto di origine marocchina e sudanese, si aggiungono ai circa 5 mila residenti del Comune. Normalmente si apre una struttura “ma una parte corposa dei lavoratori che arrivano vivono in condizioni inaccettabili”. A Trapani, invece, è stata sgomberata a maggio scorso l’area dell’ex cementificio ‘Calcestruzzi Selinunte’, a Castelvetrano occupata dai migranti che ogni anno arrivano per la raccolta delle olive: “Centinaia di sub-sahariani che, anche in questo caso, vivono in condizioni disumane, nonostante concorrano a sostenere una filiera importante per tutto il territorio”. Condizioni di vita “indecenti” anche per il ghetto di contrada Ciappe Bianche, in territorio di Paternò, dove viveva il bracciante marocchino Mouna Mohamed, ucciso a febbraio 2024 da un connazionale, in una stazione di servizio. Qui vivono i migranti impiegati negli agrumeti della Piana di Catania, sfruttati per pochi euro al giorno.

Il caporalato fuori dai campi. I casi del Veneto – Nel report dell’Osservatorio Placido Rizzotto, si dà ampio spazio anche al Veneto e, in particolare alla provincia di Treviso. Non che manchino le storie di braccianti, anche minorenni, a cui era stata promessa una paga di 6 euro all’ora e un contratto regolare per lavorare nei vigneti, ma che hanno visto solo botte e minacce di morte, ma è anche un buon esempio per mostrare che il caporalato non si fa solo in agricoltura. D’altro canto, ad aprile scorso è stato chiesto il processo per nove cittadini cinesi che sfruttano operai nei laboratori tessili e del comparto calzaturiero di ditte con sedi tra i comuni di Altivole, Borso del Grappa e Asolo. Nello stesso mese, altre due operazioni sono state condotte in due laboratori finiti nel mirino della Finanza, anche per caporalato, a Istriana e in quattro aziende di Villorba. Forse, però, il caso più emblematico resta quello di Grafica Veneta, l’azienda finita nella bufera a luglio 2021, quando 11 persone sono state arrestate per caporalato nei confronti di altrettanti lavoratori pakistani, sfruttati, picchiati, e costretti a turni di 12 ore al giorno, senza alcuna indennità. Né dignità.

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giovedì 3 marzo 2022

Lotta al caporalato, una partita ancora tutta da giocare - Maurizio Franco

 

In agricoltura il caporalato è la norma e lo sfruttamento è prassi. Ma le strategie di contrasto del fenomeno sono insufficienti.

 

L’ultima notizia in ordine cronologico. Il caporalato è realtà tangibile in Veneto. L’operazione “Polvere di stelle” – condotta dai carabinieri del gruppo tutela lavoro di Venezia e dal nucleo operativo dell’Ispettorato di Vicenza – ha svelato i meccanismi di un sistema finalizzato allo sfruttamento nelle campagne. Cooperative spurie, braccianti migranti, aggiogati al ricatto occupazionale e costretti a turni massacranti negli slum agricoli del nord-est, e il ruolo chiave di una consulente del lavoro in grado di districarsi nelle burocrazie aziendali: il mix perfetto per fenomeni concatenati – schiavitù nei campi e intermediazione illecita di manodopera – che da sempre portano disperazione nel settore primario italiano. Le realtà agricole coinvolte sono 35, disseminate tra le zone del vicentino e del veronese. Cinque le misure cautelari eseguite dal novembre 2020. Le indagini sono scaturite dalle segnalazioni, nel 2019, del sindacato Cgil. “Questo è il classico esempio di caporalato 4.0, favorito e reso più difficile da smascherare da professionisti che si prestano a questa pratica illegale”, ha detto Giosuè Mattei, Flai-Cgil Veneto.

Il reclutamento in agricoltura è la piaga del mondo produttivo. Informalità e illegalità diffusa contraddistinguono l’impalcatura traballante del collocamento nelle campagne: non solo in Italia, ma anche all’estero. E non solo nel meridione ma anche nel nord del Paese. I fatti sopracitati, ad esempio, dimostrano come gli ingranaggi del lavoro nero si siano adattati alle trasformazioni del settore, tanto da mimetizzarsi: i camioncini, su cui sono stipate le braccia che andranno poi a raccogliere i frutti della terra, e i caporali al soldo del “padrone” hanno ceduto il passo – in alcuni casi, perché in altre il dramma ancora si concretizza inevitabilmente con queste immagini – a forme di intermediazione liquida, ristagnanti nel grigiore del diritto pubblico.

L’Ispettorato nazionale del lavoro ha ampliato esponenzialmente l’attività di controllo su tutto il territorio nazionale effettuando, dal 2019 al 2021, il 400 per cento in più di ispezioni. Nel 2020, come riporta Openpolis che radiografa i dati dell’ente supervisore, sono stati registrati 865 casi di caporalato. Soltanto nelle zone dell’Agro Pontino, in provincia di Latina, attraverso un’azione congiunta di monitoraggio per il progetto “Alt Caporalato”, sono state analizzate 24 attività imprenditoriali, “tutte irregolari per lavoro nero”.

 

Un affare di filiera

Stando alle stime elaborate dall’Istat, il tasso di lavoro non regolare tra gli addetti all’agricoltura è il più elevato tra tutti i settori economici, “attestandosi al 24,2 per cento nel 2018 – con un’incidenza di lavoro irregolare tra i lavoratori dipendenti pari al 34,9 per cento”. L’agricoltura detiene un primato nel parterre economico e sovrasta di gran lunga il comparto edilizio e della logistica.

Il caporalato è la norma e lo sfruttamento è prassi, soprattutto di questi tempi. Il Covid-19 ha evidenziato le falle già presenti, accelerando i processi di marginalizzazione e ghettizzazione degli operai agricoli. Secondo l’osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil, nel 2020, il numero degli sfruttati è lievitato attorno alle 180mila unità. Migliaia di persone che vivono una condizione di inequivocabile precarietà esistenziale. Con paghe da fame, senza tutele contrattuali, con turni massacranti da 12 ore al giorno.

“In un momento storico come questo, dove il mondo produttivo è aggravato dagli esorbitanti rincari sull’energia ed è martoriato dalla crisi economica, il rischio è che l’unica variabile su cui le aziende vanno a tagliare, purtroppo, è il costo del lavoro”, dice Fabio Ciconte, direttore di Terra!, associazione che da oltre un decennio porta avanti la battaglia – con inchieste sul campo e campagne politiche di pressione – contro il caporalato e lo schiavismo in agricoltura. “Per prevenire questa situazione, oggi è necessario più che mai equilibrare i rapporti di filiera, agendo sulle dinamiche del mercato. Oltre al divieto imposto sulle aste al doppio ribasso, la pratica sleale messa in campo da alcune insegne della Grande distribuzione organizzata, non ho visto nient’altro”, spiega Ciconte, rimarcando però l’impegno che il fronte istituzionale ha profuso negli ultimi anni per lenire il dramma lavorativo.

Nel 2018 il ministero del Lavoro si è fatto carico di un fardello abbastanza pesante, istituendo il “Tavolo Caporalato“. Lo strumento è composto da 11 membri che rappresentano a loro volta gli attori istituzionali delle politiche pubbliche sulle tematiche del lavoro. Oltre ai carabinieri, alla guardia di finanza e alle parti sociali (associazioni datoriali, sindacati ed enti del terzo settore). Lo scopo è intavolare una strategia efficace di contrasto allo sfruttamento in agricoltura e al fenomeno variegato del caporalato. “Il Tavolo riveste un ruolo di indirizzo e coordinamento delle istituzioni coinvolte al fine di assicurare la programmazione e la gestione condivisa degli interventi a livello nazionale e locale” si legge sul sito del ministero. “Il Tavolo si raccorda inoltre con la Cabina di Regia della Rete del lavoro agricolo di qualità al fine di rafforzare questo strumento, valorizzando le imprese iscritte e i loro prodotti”. La Rete del lavoro agricolo di qualità è il fiore all’occhiello della legge 199 del 2016, la cosiddetta norma “anticaporalato”, un arsenale legislativo in dotazione alle istituzioni. In sintesi la Rete è un registro di imprese virtuose, una sorta di certificazione pubblica che attesta la rettitudine delle aziende, in materia fiscale, penale e di rispetto delle tutele del lavoro. “Sinceramente temo che la Rete non sia uno strumento adatto per combattere il fenomeno. Le aziende non capiscono quest’eccesso di burocrazia in più. Inoltre, per quale motivo dovrebbero iscriversi alla rete? Quali sono i benefici?”, commenta il direttore di Terra!. E i numeri sono abbastanza eloquenti: al 12 gennaio 2021, le imprese agricole ammesse nelle maglie della Rete sono soltanto 5.227. Il flusso delle domande di adesione, però, è aumentato, come certificato dai dati Inps e dal Ministero del Lavoro, “in particolar modo a fine 2020, in concomitanza con la richiesta effettuata da alcune importanti realtà della Grande distribuzione organizzata dell’iscrizione alla Rete per permettere ai fornitori di partecipare alla propria filiera commerciale”. Quando il vertice della filiera sentenzia, gli anelli si rinsaldano.

 

Il Piano triennale

Il Piano Triennale di contrasto allo sfruttamento lavorativo in agricoltura e al caporalato (2020-2022) è l’apice del processo avviato dal Tavolo. È sviluppato in sinergia con l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) e in collaborazione con la Commissione europea. Ed è imperniato su quattro “assi strategici” (prevenzione, vigilanza e contrasto, protezione e assistenza e reintegrazione socio-lavorativa) che, a loro volta, sono declinati in 10 azioni prioritarie: dall’implementazione di un sistema informativo per il mercato del lavoro agricolo alla garanzia di alloggi dignitosi e servizi di trasporto, passando per la “trasparenza dei servizi di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro agricolo e pianificazione dei flussi di manodopera”. Per l’attuazione del Piano, nel 2020, sono stati stanziati 700 milioni di euro. “Molte delle iniziative paventate dal Tavolo non hanno ancora trovato forma esplicita. La tensione delle istituzioni è indirizzata soltanto su un versante della questione, il lavoro e i flussi migratori. Elementi fondamentali per fronteggiare il caporalato e lo sfruttamento. A nostro avviso, però, è necessario intervenire con urgenza sulle contraddizioni della filiera, bilanciando i poteri al suo interno e restituendo dignità al settore produttivo”, afferma Ciconte. “Qualcosa, in merito, è accennato nel Piano. Ma non è ancora abbastanza. La lotta al caporalato è una partita ancora tutta da giocare”.

https://www.micromega.net/lotta-al-caporalato/

mercoledì 10 giugno 2020

L’autobus anti-caporalato. Un passaggio per la legalità


«Abbiamo sessanta giorni per raccogliere i fondi necessari per acquistare un pullman di seconda mano che possa essere usato gratuitamente dalle lavoratrici e dai lavoratori della terra, e questo per ostacolare e intaccare sempre di più e in profondità le maglie del caporalato in agricoltura», sono queste le parole del sindacalista Yvan Sagnet contenute in un video realizzato per lanciare un’iniziativa etica e sociale importante, possibile solo attraverso una raccolta fondi.
«Sessanta giorni – prosegue Sagnet – per raccogliere 50 mila euro per acquistare un pullman per accompagnare le donne lavoratrici (braccianti) nei campi, togliendole dalle mani dei caporali». Un’iniziativa, nata per contrastare il caporalato promossa dalla Rete Internazionale No Cap.
«Circa venti mila lavoratrici italiane si spostano tutti i giorni dal Salento verso le aziende del barese e del metapontino con mezzi di trasporto di proprietà dei caporali – ricorda ancora Sagnet nel video di lancio per la raccolta fondi online -. Un vero e proprio sistema nel quale si annidano soprusi e un’insopportabile differenza salariale di genere: il salario delle braccianti è del 30% inferiore a quello degli uomini. Per lavori dove la manodopera femminile è particolarmente ricercata».
Da oggi, dunque, è possibile sostenere la Campagna di crowdfunding per acquistare il pullman da destinare al trasporto gratuito delle donne braccianti verso le campagne, eliminando di fatto l’intermediazione illegale alla fonte in luoghi di lavoro certificati.
La piattaforma del crowdfunding è GoFundMe.
Una situazione quella del trasporto illegale di persone verso i luoghi di lavoro diventata insostenibile per l’Associazione capitanata da Sagnet: «Per contrastare un’illegalità consolidatasi nel tempo – prosegue il sindacalista – è nata l’idea di realizzare questo progetto mirato e dedicato in particolar modo alla situazione delle donne vittime di caporalato nel Sud Italia e nel Salento. L’acquisto del pullman per accompagnare le lavoratrici agricole nei campi, sarà un’alternativa concreta all’attività illegale dei caporali.
Il pullman – conclude Sagnet – sarà ceduto in comodato d’uso gratuito alle aziende che decideranno di regolarizzare il lavoro dei e delle braccianti. Oggi abbiamo bisogno del tuo contributo per offrire degne condizioni di lavoro alle lavoratrici liberandole dall’oppressione del caporalato», ha concluso Sagnet.
La scritta «Rete anti-caporalato» sulle fiancate laterali del pullman sarà costituita dai nomi di ciascun donatore.