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mercoledì 9 agosto 2023

Coltiviamo l’antispecismo, non la carne - Rita Ciatti

 

La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta - Theodor W. Adorno


Nel dibattito sulla carne coltivata sembrano esserci solo due possibili risposte: favorevoli o contrari. Ogni narrazione alternativa, come quella proposta da Adriano Fragano in questo articolo viene presa come atto di lesa maestà, accompagnato dal ricatto morale: non ci pensi a tutte le vite che potresti salvare?
Eppure trattandosi di un’innovazione importante il discorso merita di essere approfondito sotto tantissimi aspetti, in particolare quello antispecista perché in quanto persone umane attiviste per la liberazione animale dovremmo innanzitutto avere non solo sempre presente l’obiettivo che ci prefiggiamo, ma anche essere in grado analizzare ogni campagna, progetto o invenzione alla luce di quest’ultimo.

In questo articolo vorrei provare a fare un discorso ampio in cui la carne coltivata non è tanto l’oggetto principale, semmai il pretesto.
L’antispecismo (analogamente all’anarchismo), non è una teoria finalizzata a riformare l’esistente – la nostra società, la politica, l’economia, il sistema culturale, simbolico e materiale, entro cui viviamo e di cui assorbiamo e interiorizziamo schemi di pensiero, di valori e morale –, ma a cambiarlo radicalmente.
Uno dei capisaldi del nostro attuale sistema è il dominio: sulla Natura in senso ampio, ossia i territori, le foreste, i fiumi, i mari, le montagne, ecc., le mappe geopolitiche (che vengono ridefinite continuamente in base a interessi economici o di controllo delle risorse) e su tutti i viventi del pianeta, in particolare le minoranze, i più fragili e soprattutto sugli altri Animali. Per giustificare questo dominio la nostra specie nel corso dei secoli ha elaborato ideologie diverse usando di volta in volta le narrazioni più efficaci in base al contesto: razzismo, specismo, sessismo, motivazioni economiche, equilibri politici, per citarne alcune.
Lo specismo, che è quello che ci interessa in questa trattazione, è appunto un’ideologia finalizzata a giustificare, normalizzare e naturalizzare il trattamento di assoluto dominio che riserviamo agli Animali di altre specie; la loro esclusione morale da cui ne consegue la definizione di un sistema di valori del vivente, gerarchico e autoreferenziale, o meglio, autoriferito. Dentro questo sistema specista prendono vita alcune vie di fuga che risultano però illusorie. E lo sono, non tanto perché non vanno dritte al punto, ma perché da questo punto ideale, che nel nostro caso è la liberazione animale (materiale e simbolica) deviano in maniera pericolosa; il problema infatti, metaforicamente parlando, non è il passo intermedio o la deviazione in sé, ma il tipo di deviazione o di strategia attuate.

Immaginare una società antispecista significa immaginare una società come finora non è mai stata realizzata ed è in tal senso che, seppur tra mille difficoltà, impedimenti, ostacoli – anche proprio nella definizione di un orizzonte ideale – dovremmo muoverci. L’antispecismo, l’abbiamo sempre detto, è una teoria e una prassi in costruzione, non una soluzione immediata che si può pensare di raggiungere con qualche innovazione tecnologica, ma lasciando intatto il concetto di dominio; sarebbe come pensare che l’invenzione della lavatrice e della lavastoviglie abbiano potuto liberare le donne dal patriarcato. Indubbiamente sono state invenzioni utili che hanno di parecchio migliorato e alleggerito il lavoro delle donne, ma non sono servite a scardinare i ruoli di genere associati ai sessi che tutt’oggi perdurano (secondo i quali sono le donne a dover lavare i panni e i piatti), tanto meno la violenza di cui le donne sono ancora vittime. Allo stesso modo non può bastare un’innovazione come la carne coltivata a scardinare il ruolo entro cui da sempre releghiamo gli altri Animali.
Ciò che facciamo, compreso ciò che mangiamo e le nostre scelte in generale, definiscono anche il nostro cervello, nel senso proprio di modificazione materiale, in quanto il cervello è un organo plastico. Gli atti, ciò che apprendiamo per imitazione, plasmano il pensiero. Ed è per questo che si continua a restare affezionati al mito della carne, anche se sappiamo bene che non abbiamo bisogno di mangiare Animali per stare in salute.
Mangiare carne di Animali significa mangiare corpi di Animali, quindi considerarli alla stregua di prodotto, non di soggetti senzienti paritari, e questo a prescindere da come tale carne sia ottenuta.
Le persone umane speciste chiedono la carne e noi gli diamo la carne, anziché proporgli alternative.
Possiamo davvero parlare di innovazione?

Ancora: l’antispecismo non contempla semplicemente la fine della sofferenza degli Animali, ma la fine del nostro dominio sugli Animali e in generale l’affrancamento dal concetto di dominio stesso, compreso quello intraspecie. In questo senso l’antispecismo implica una ridefinizione anche dell’Umano e di quella rete di significati e significanti che chiamiamo lingua, atti, politica, etica, morale, quindi cultura in senso ampio, intesa come tutto ciò che la nostra specie produce, sia di materiale, che di intellettuale; senza questa rete di significanti e significati non esisterebbe la ben nota opposizione tra umanità ed animalità ed è proprio dal tentativo di conciliare e sanare questa cesura che l’antispecismo dovrebbe partire. Ridefinire questo universo entro cui ci muoviamo e agiamo è un compito arduo ed è compito dell’antispecismo perché la liberazione animale non può che esigere un cambiamento radicale di pensiero e di atti. Gli Animal Studies oggi sono materia di ricerca, approfondimento e studio, non solo passatempo di gente annoiata che ama gli Animali.
Se questo dominio da cui dobbiamo affrancarci sia solo socio-culturale o anche biologico è ancora da appurare. Sono fermamente convinta che tutto ciò che l’Animale umano pensi possa prima o poi essere realizzato, per il solo fatto che l’abbia pensato. Finora la Storia ci ha dimostrato che tutti i sogni tecnologici dei decenni passati sono o stanno per essere realizzati, purtroppo non in maniera orizzontale e includente per tutti i viventi. La tecnologia infatti ha migliorato le sorti di una percentuale minima di popolazione umana (anzi, il gap tra soggetti ricchi e poveri negli ultimi decenni sta aumentando) e di certo ha peggiorato quella degli Animali. Allevamenti intensivi, mattatoi automatizzati gestiti da robot (se ne parla ormai da un po’), allevamenti-grattacielo, Animali modificati geneticamente così da avere carni più magre o ridurre l’impatto ecologico delle loro deiezioni, tanto per fare qualche esempio. L’ultima trovata ingegneristica è la carne coltivata.

Premetto subito che nei confronti della carne coltivata mantengo comunque un atteggiamento non del tutto negativo (anche se come idea in sé la trovo abbastanza aberrante), anzi, ne vedo almeno un utilizzo positivo (che dirò tra poco), ma assolutamente non la considero un passo avanti nella realizzazione di una società antispecista, né argomento che dovrebbe essere incluso negli Animal studies o nell’attivismo, dal momento che non mette in discussione il concetto del nostro dominio sugli altri Animali, né l’opposizione umanità vs animalità, né ci dice nulla di nuovo sugli Animali (che continuano a essere considerati risorse rinnovabili).
La carne coltivata, esattamente come il neowelfarismo, rientra infatti nel campo delle riforme del reale all’interno di un paradigma di pensiero ancora specista, in cui il nostro rapporto con gli Animali non solo non viene minimamente intaccato (figuriamoci radicalmente), ma addirittura ne riconferma l’impronta al dominio.
La premessa errata di chi obietta dicendo che intanto risparmieremmo molte vite animali, a parte il ricatto morale, è che ci si continua a muovere nel campo del reale così com’è, abbandonando ogni proposito di cambiamento radicale. Il fine di chi per motivi etici appoggia la carne coltivata infatti non è evidentemente l’antispecismo, né il cambiamento del nostro rapporto con gli Animali, bensì il riduzionismo, ossia la riduzione della sofferenza e del numero degli Animali ammazzati. Provvedimento questo assai analogo a quello delle riforme sul benessere animale, che difatti mirano a ridurre un poco la sofferenza degli Animali allevati e a migliorare le pratiche di uccisione; analogo anche alle campagna, sempre riduzioniste, questa volta del consumo di carne, che fanno uso degli argomenti indiretti e che invitano a ridurre il consumo di carne perché è cancerogena, è causa di malattie cardiovascolari, o perché gli allevamenti inquinano, o ancora perché (come in una abbastanza recente campagna della LAV uscita durante la pandemia da Covid-19), gli allevamenti possono portare al verificarsi di zoonosi.
Il concetto di lotta all’ingiustizia nell’obiettivo del riduzionismo è totalmente espunto. Come se un’ingiustizia dovesse sparire nella misura in cui ne diminuiscono i soggetti oppressi. Quindi per un mero motivo di calcolo, quantitativo. Da notare che nessuna lotta contro altre ingiustizie propone una riduzione della violenza, bensì la sua abolizione. Nessuno direbbe mai che dovremmo ridurre la violenza sulle donne o i crimini omofobici. Che poi di fatto non sarà mai possibile abolire in toto la violenza umana, non significa che non dovremmo combattere quella che ha motivazioni ideologiche specifiche (patriarcato, eteronormatività, specismo, razzismo, ecc.).
La carne coltivata ridurrà l’uccisione di un gran numero di Animali? Sì. Ma ridurrà ciò che è alla base del nostro dominio sugli Animali? No. L’ingiustizia dell’uccisione del numero restante, anche se piccolo, e di quelli allevati e trattati come mero magazzino di materia organica su cui fare biopsie sparirà? No. Come non spariscono le ingiustizie delle minoranze etniche o delle comunità in cui le donne sono totalmente sottomesse, anche se nel resto del mondo stiamo messe meglio di decenni fa (almeno sulla carta).
Non si può inoltre fare a meno di notare l’incongruenza di chi lamenta l’orrore della realtà così com’è, della società in cui si vive, salvo poi appellarsi a questo reale ogni qual volta sembra troppo faticoso, anche solo mentalmente, provare a cambiarlo. Se il reale non ci piace, dovremmo provare a cambiarlo. Siamo diventati antispecisti proprio perché non ci piaceva la realtà dello sfruttamento animale ora vorremmo fare spallucce affermando che il reale è quello che è, la gente vuole mangiare carne? La carne coltivata anche se ne riduce la sofferenza e il numero degli individui uccisi, non va evidentemente nella direzione della liberazione animale.

L’obiezione che viene mossa più di frequente a chi si sforza di immaginare soluzioni che possano realmente andare in direzione della costruzione di un mondo nuovo (non quello distopico immaginato da Aldous Huxley ne Il Mondo Nuovo, ma uno antispecista, anarchico, non gerarchico, dove tutti i viventi hanno pari accesso alle risorse e cooperano per una felicità condivisa) è che si tratterebbe di utopia perché “Il mondo è quello che è e non diventerà mai vegano”. Questa frase mi è stata detta, negli anni e in ordine sparso, da attiviste a attivisti di Greenpeace che fanno propaganda di pesca sostenibile mentre vogliono salvare le Balene, da allevatori a favore del benessere animale, quindi con ovvi interessi economici, da persone umane ovviamente speciste che tarano la loro morale non sull’idea di giusto e sbagliato (inteso nell’accezione laica di beneficio o danno a qualcuno), ma su ciò che viene considerato normale dalla maggioranza, da persone umane che, come diceva Adorno, non hanno capito che la libertà, a volte, non è scegliere tra due posizioni offerte dal sistema (conservativo e conservatore), ma saper immaginare una via di fuga totalmente estranea all’agire corrente.
Partire dalla premessa che il mondo è quello che è e non cambierà mai significa non provare nemmeno a cambiarlo, significa tirare i remi in barca e al massimo muovere la manina per far oscillare appena la barchetta su cui ci troviamo, senza spostarci di un millimetro verso l’orizzonte di una terra diversa, nuova, ancora da scoprire e dove, chissà, davvero potrebbe essere possibile un vivere più armonioso tra tutti i viventi; allora l’unica scelta sensata potrebbe essere proprio quella di scendere da quella barchetta e imparare a nuotare. Senz’altro più faticosa, ma l’antispecismo e l’attivismo non sono un hobby per passare il tempo.
Ci si aggrappa a tutte quelle riforme illusorie come l’abolizione delle gabbie (End the Cage Age, sottoscritta da allevatori e associazioni animaliste insieme), la riduzione del consumo di carne (flexitarismo, che è un modo diverso per dire onnivorismo, ossia mangiare anche corpi di Animali) promossa sempre anche da associazioni animaliste, battaglie giuridiche per decidere se uccidere un’Orsa sottratta ai suoi boschi e ai suoi figli o spostarla in un’altra prigione, solo un po’ più grande; e ora la carne coltivata.
Partire dall’assunto che il mondo non diventerà mai vegano (tradotto: non si smetterà mai di mangiare Animali) significa sostenere e rafforzare proprio il consumo dei corpi Animali; significa propinare agli interlocutori di una società malata lo stesso veleno che l’ha fatta ammalare, solo ottenuto in modo diverso. Quel veleno è il dominio, corredato o meno da violenza fisica (e se non fisica, psicologica).
“Il mondo non cambierà mai” è l’aforisma dei poveri di immaginazione.
L’antispecismo invece è una teoria seria, rivoluzionaria, una teoria che si sposa per passione, per volontà, per desiderio di giustizia; non un termine da tradire continuamente nella pratica e nei pensieri.

Per quanto detto sopra, a mio avviso la carne coltivata non è argomento di cui si dovrebbe occupare l’antispecismo, nel senso della sua promozione e divulgazione, esattamente come le associazioni animaliste non dovrebbero aderire a riforme sul benessere animale: non dovrebbero spendere denaro ed energie in campagne che da una parte dichiarano di voler migliorare le sorti degli Animali, dall’altra non ne rinnovano nemmeno lo status apparente, figuriamoci quello ontologico, continuando persino a chiamarli “carne”, “prodotti alimentari”, solo più salubri dal punto di vista della salute umana. Ci pensa già il sistema a proporre e portare avanti – e con mezzi e risorse economiche ben più ingenti delle nostre –, a diffondere e promuovere queste campagne o innovazioni tecnologiche, nate in seno di una società specista.
La carne coltivata è carne del corpo di individui senzienti che continueranno a essere visti, pensati, immaginati, usati e mangiati in quanto cibo. La differenza è certamente nel modo di far arrivare sul piatto questa carne e certamente non è una differenza da poco, eppure poco cambia in un’ottica antispecista perché non contempla nessun cambiamento, né simbolico, né reale, del nostro rapporto con gli Animali. Gli Animali continueranno a essere allevati, anche se in misura minore, per essere sottoposti a biopsie. E, dato che rimarranno Animali, il loro corpo verrà usato SENZA IL LORO CONSENSO. Continueranno a essere i consumati e noi i consumatori: si potranno uccidere quando non serviranno più o comunque usare in tutti gli altri modi possibili che conosciamo.

Se una pratica è ingiusta questa va abolita alla radice, non riformata in alcuni suoi aspetti. L’antispecismo, come già affermato, non mira a eliminare la sofferenza, ma a cambiare il nostro rapporto con i viventi di altre specie e anche l’idea stessa di Umano e di umanità.
Un’umanità e animalità senza sofferenza è già stata immaginata e descritta tante volte in letteratura e nel cinema: basta assopire le emozioni, le sensazioni, anche tramite l’assunzione di droghe o panacee: del resto è quello che il sistema ci propone da sempre, stordimenti vari che siano alcol, sostanze stupefacenti, televisione, mito del lavoro e della produzione (sei felice se produci e consumi), religioni, ecc. (suggerisco la visione di un bellissimo film degli anni Settanta, Rollerball).
L’antispecismo invece non è assopimento o eliminazione del dolore, giacché non prevede l’eliminazione della sofferenza, ma delle ingiustizie e soprusi a danno di altri esseri senzienti.
Il dolore e la sofferenza, quando non provocati intenzionalmente a causa di soprusi e ingiustizie, fanno parte della vita.

Detto ciò, la carne coltivata potrebbe avere indubbiamente almeno un enorme lato positivo: nutrire tutti quegli Animali carnivori obbligati che per qualche ragione hanno bisogno del nostro aiuto, magari perché feriti e quindi in momentanea cattività in un rifugio o CRAS o anche in condizione di cattività a lungo termine poiché impossibilitati a essere reimmessi in Natura (gravemente disabili, bisognosi di cure continue, ecc.). Da persona vegana e antispecista, nonché anche gattara, ho sempre vissuto con molto dolore la contraddizione di dover dare carne ai Gatti che vivono con me e a quelli di cui in passato mi sono occupata in colonie urbane; inoltre talvolta mi è capitato di dover soccorrere e accudire per qualche giorno o anche solo una notte Uccelli carnivori. Ora, premettendo che sulla questione “Gatti come Animali domestici” ci sarebbe da fare un discorso a parte, rimane aperta la questione “come aiutare un carnivoro senza per questo dover causare la morte di altri Animali?”. La carne coltivata potrebbe essere la risposta. Pensiamo anche alle cliniche veterinarie che hanno necessità di tenere a disposizione grossi quantitativi di carne per nutrire i loro pazienti.
Ovviamente da persone umane antispeciste è giusto che includiamo nella nostra considerazione morale tutti gli Animali bisognosi di aiuto, carnivori compresi, ma non è giusto che per aiutarli si contribuisca allo sfruttamento e uccisione di altri Animali. La carne coltivata ovvierebbe a questo enorme dilemma morale.
Questa per me è l’unica propaganda che dovremmo fare noi antispecisti riguardo la carne coltivata: cibo per gli Animali carnivori.

Chi ha a cuore la vita degli Animali prigionieri degli allevamenti, invece di appoggiare la carne coltivata, potrebbe agire in favore dell’abolizione dei sussidi europei agli allevamenti. Certo, nemmeno questa è una richiesta antispecista, ma perlomeno va nella direzione giusta perché mira a creare danni economici alla filiera della zootecnia (persino nel manifesto dell’Animal Liberation Front c’è come obiettivo quello di danneggiare e sabotare le strutture che sfruttano e uccidono gli Animali).
La liberazione animale non è un processo che si possa ottenere nell’immediato ed è evidente che necessiti di passi intermedi, ma questi passi devono essere compiuti nella direzione giusta (quella di un cambiamento radicale) e si devono avvalere di strumenti adeguati, che non siano le, seppur invitanti, innovazioni tecnologiche proposte da un sistema che comunque non ha nessuna intenzione di rinunciare al dominio sui viventi.

da qui

giovedì 4 maggio 2023

Post semi-serio – Rita Ciatti

 

Ieri ho risposto a una domanda di un post di una pagina generalista. La domanda era: cosa non mangereste mai per nessun motivo al mondo, o una cosa del genere.

Io ho risposto "animali e prodotti del loro sfruttamento". 

C'erano tantissimi altri commenti. 

Indovinate sotto al quale si è scatenata una flame? 

Che ve lo dico a fare...

Allora, gente, siamo messi male, malissimo. Età media dei commentatori sui 30 anni, quindi non parliamo di persone anziane che non hanno accesso ai media.

Le obiezioni che vengono puntualmente poste a noi vegani direi che possono essere riassunte in quattro macro-insiemi: quello dell'etica, quello della nutrizione, quello della zoologia e quello dell'antropologia.

Nel primo rientrano tutte quelle che fanno appello a ragionamenti di etica al ribasso e che vorrebbero dimostrare che nessuno al mondo può dirsi davvero etico: anche le piante soffrono, anche i raccoglitori di pomodori sono sfruttati, anche il tuo telefonino comporta sfruttamento, quando cammini schiacci le formiche e così via. 

In pratica, siccome è impossibile vivere in modo totalmente etico, tanto vale mangiarsi pure gli animali. A questo punto, ma perché non anche tua nonna? 

Poi, altra obiezione è la sempreverde (parlando di verde, appunto): ma allora che ti mangi, non si può campare solo di insalata e pomodori (sul serio? Il vasto mondo dei vegetali dunque offrirebbe solo pomodori e insalata?), ti ammalerai entro pochi anni (bah, sono vegana da dieci e, toccando ferro, godo di buona salute e peraltro nemmeno solo particolarmente salutista, anzi), e tutte le varianti del caso.

Ora, siamo nel 2021, ci sono più account di vegan food blogger su Instagram e Youtube che stelle in cielo e ancora pensi che io mangi cicoria tutto il giorno? 

Passiamo agli esperti di zoologia: anche gli animali si mangiano tra loro (quali? No, perché ci sono anche animali erbivori e poi non è che si mangiano tra loro, altrimenti potremmo analogamente giustificare il cannibalismo), gli animali sono cattivi, gli animali sono feroci ecc.

Poi però subito dopo si rimarca l'immensità dell'homo sapiens, che sarebbe diverso da tutti gli altri. Decidetevi, o siamo animali tra gli animali e quindi se ti incontro ti stacco la testa a morsi, oppure in virtù del fatto che siamo capaci di compiere tante belle cose, compresa l'invenzione di Dio, della legge, della filosofia, della libertà, dei diritti umani ecc. possiamo anche fare un passetto ulteriore e arrivare a formulare un'etica comprensiva del rispetto di tutti gli esseri senzienti.

Per ultima, la più bella: l'homo sapiens da quando è nato (sic!) ha sempre cacciato. Detta da chi probabilmente non sa nemmeno posizionare gli eventi della storia più recente e probabilmente non ti saprebbe nemmeno dire la data della rivoluzione francese, figuriamoci discettare delle abitudini dei nostri antenati. 

Oh, comunque meno male che siamo noi vegani che rompiamo il caxxo ai carnisti... 

P.S.: ho mangiato animali anche io per tanti, troppi anni. Eppure quando venivo a contatto con un vegetariano (e parliamo di anni fa, quando non c'erano nemmeno tutte le informazioni di oggi), stavo zitta, consapevole di non avere scuse. Al massimo mi azzardavo in un: ti ammiro, io non ci riesco, ma vorrei. 

E alla fine ci sono riuscita perché se capisci che gli altri animali sono esseri senzienti, tutte le scuse prima o poi cadono.

da qui

lunedì 7 febbraio 2022

Le ragioni del veganismo: cambiare i significati culturali associati alla carne - Rita Ciatti

 

Si tende a credere che la nostra specie abbia sempre mangiato animali perché ne avrebbe necessità al pari delle specie carnivore. Questo è falso. Noi non siamo animali carnivori, ma onnivori, questo significa che possiamo avere una dieta varia e che non ci è affatto necessario mangiare altri animali per stare in salute. Da dove deriva allora questa convinzione che sia necessario mangiare animali e i loro derivati?

Sappiamo che sin dall’antichità ci sono state persone, più o meno famose, vegetariane e strettamente vegetariane (vegane, anche se il termine all’epoca non era ancora stato coniato) e senza che vi fossero in commercio tutti i prodotti sostitutivi che è facile trovare oggi. La gente comune mangiava soprattutto legumi, vegetali, cereali. La carne era considerata un “bene” di lusso.

Jeremy Rifkin, nel suo saggio Ecocidio, racconta come la “cultura della bistecca” si sia imposta in occidente attraverso i secoli, “dagli albori della civiltà umana, passando attraverso il mito dei cowboy, gli infernali mattatoi di Chicago e le stalle superautomatizzate, fino ai giorni nostri” per poi diffondersi su tutto il globo.

Dal barbecue a McDonald’s

Mangiare carne, in particolare quella bovina, cioè potersi permettere l’acquisto di carni rosse per molto tempo è stato un traguardo che testimoniava il successo della scalata sociale, l’avvenuto raggiungimento di un certo benessere economico.

Nel sogno americano non poteva mancare la casa di proprietà con giardino dove poter fare il barbecue con gli amici durante il tempo libero. La diffusione globale dei vari McDonald’s ha poi fatto il resto rendendo accessibile a tutti quello che prima era un “prodotto” di lusso e aggiungendo altri significati all’atto del mangiare carne. I McDonald’s non sono soltanto posti in cui poter consumare degli hamburger, ma “esperienze”: ludiche per i più piccini e di socializzazione per gli adolescenti. Con una loro precisa iconografia costituiscono quasi dei riti di passaggio per i bambini americani.

Questo immaginario del consumo di carne e dei luoghi ove si consuma, che sia il giardino con il barbecue la domenica o il fast food cittadino, ha condizionato e letteralmente colonizzato – attraverso il cinema, la letteratura, il turismo di massa, la televisione – anche il nostro stile di vita e soprattutto ha contribuito a far divenire l’oggetto “carne” un vero e proprio status symbol da cui fatichiamo ad affrancarci nonostante la messa in guardia dei suoi effetti devastanti sulla salute e sull’ambiente e le opere di sensibilizzazione riguardo la crudeltà di ciò che facciamo agli animali, i quali sono semplicemente dei referenti assenti, anzi, spesso nemmeno referenti, dal momento che a livello di significati associati la “carne” è divenuta un vero e proprio oggetto simbolico di cui si perde la natura del processo di trasformazione attraverso il quale dall’allevamento è giunta sugli scaffali del supermercato.

Il culto della carne

Mangiare carne quindi non è mai stato soltanto un atto legato al mangiare, ma soprattutto un atto di appropriazione culturale: del sogno americano, di conquista del nuovo mondo, della natura, di trionfo del razionale e del controllo sull’irrazionale e sul caos. In poche parole mangiare carne è un po’ il contraltare laico dell’assunzione del corpo del Cristo durante il rito della Comunione. Il culto della carne è una vera e propria religione con i suoi santuari, i suoi riti, i suoi significati occulti.

In effetti, come scrisse Ceronetti nel Il silenzio del corpo, nel 1979: “Dicono di avere abolito i sacrifici animali! Soltanto il rito hanno abolito: li sterminano ininterrottamente, illimitatamente, senza bisogno: il sacerdote si è fatto industria.”

Il mito del cowboy che raduna le mandrie a cavallo – ricordiamo che il popolo Kurga, proveniente dalle steppe euroasiatiche nel 4.400 AC, fu il primo ad allevare i cavalli e ad addomesticarli per poterli cavalcare, pratica che rese possibile l’allevamento e gestione di mandrie sempre più numerose di bovini – racchiude in sé significati legati alla conquista, al coraggio, alla mascolinità. Tutt’oggi la carne è associata alla forza e a quei valori che testimoniano l’essere veri uomini, mentre mangiare vegetali viene ritenuto segno di debolezza, di eccessiva sensibilità, un’alimentazione per “signorine” delicate. Ovviamente questi stereotipi sul femminile e maschile associati ai vegetali e alla carne si alimentano e rafforzano a vicenda.

Si è ancora convinti, nonostante le evidenze scientifiche dicano il contrario, che per fare sport sia necessario assumere proteine animali altrimenti non si avrebbe l’energia necessaria, quando in realtà l’energia è data dai carboidrati e dagli zuccheri.

Tutte queste credenze faticano a scomparire perché continuano a venire trasmesse culturalmente attraverso il linguaggio, i modi di dire, gli stereotipi, la cultura di massa e ovviamente la pubblicità ingannevole di chi trae profitto dagli allevamenti di animali.

Non basta cambiare modalità di produzione, è necessario acquisire una coscienza antispecista

Oggi la cultura della carne, con l’emergere della questione ambientale, fortunatamente è in netto declino, ma siamo ancora ben lontani dall’acquisizione di una vera coscienza antispecista perché, sebbene i cambiamenti sociali possano essere veloci, anche grazie ai traguardi tecnologici, le coscienze delle persone sono invece molto più lente a cambiare. Non si scalza facilmente dalle convinzioni comuni un’abitudine con tutti i significati stratificati annessi e connessi che si porta dietro, soprattutto quando hanno a che fare con la socialità e con l’affettività.

Quello cui stiamo assistendo oggi infatti non è tanto la messa in discussione della cultura della bistecca, quanto della sua modalità di produzione. Che si parli di carne artificiale o di allevamenti più sostenibili da un punto di vista ambientale (magari idroponici o di animali modificati geneticamente oppure di altre specie quali insetti) sembra proprio che il tratto distintivo della nostra specie sia quello di non voler rinunciare a mangiare carne.

Questo ovviamente anche perché, se da una parte è difficile risalire a quel referente assente che è l’individuo animale, dall’altra siamo ancora totalmente immersi in un’ideologia specista e antropocentrica che potremmo definire di suprematismo dell’umano. Per cui, anche ammesso che si “riconosca” il pollo, il vitello, il maiale, il manzo, l’agnello, si continua a considerare irrilevante la sua uccisione. “Un sacrificio” laico che continua a rendersi necessario per soddisfare i capricci dell’umano in un perpetuarsi di menzogne sulla presunta necessità.

La nostra identità si è formata attraverso un gioco di opposizione continua tra noi e gli altri animali. Animali che dominiamo, che addomestichiamo, di cui mangiamo le carni. Abbiamo talmente introiettato questa opposizione ontologica che evidentemente la sola idea di dover rinunciare ad allevarli, dominarli, mangiarli ci fa temere di perdere la nostra identità.

Oggi nuove sfide ci stanno facendo comprendere l’illusorietà del controllo sulla natura. Siamo animali vulnerabili e nessuna logica di dominio potrà renderci immortali o farci stare al sicuro.

Come scrive Rifkin sempre in Ecocidio: “I principi fondamentali dell’Illuminismo hanno spogliato la natura della propria vitalità e derubato le altre creature della propria essenza originale e del proprio valore intrinseco. Nel mondo moderno, freddo e calcolatore, abbiamo scambiato la salvezza eterna con l’interesse materiale personale, il rinnovamento con la convenienza, la capacità generativa con le quote di produzione.
[…] L’effetto sull’uomo e sull’ambiente del modo moderno di pensare e di strutturare le relazioni è stato quasi catastrofico: ha indebolito gli ecosistemi e minato alla base la stabilità e la sostenibilità delle comunità umane. La grande sfida che dobbiamo affrontare è rappresentata dal lato oscuro della moderna visione del mondo: dobbiamo reagire al male occulto che sta trasformando la natura e la vita in risorse economiche che possono essere mediate, manipolate e ricostruite tecnologicamente per adeguarle ai ristretti obiettivi dell’utilitarismo e dell’efficienza economica.
”[1]

Mettere in discussione il mangiare carne significa quindi mettere in discussione un’idea precisa di umanità e di civiltà. Significa rinunciare al suprematismo umano e comprendere che questa ideologia di dominio, anziché renderci immortali, ci sta in realtà spingendo verso un baratro.

Dalla parte degli animali: trasformare la bistecca da status symbol a simbolo di morte e violenza

Dalla nostra, o meglio, dalla parte del veganismo e dell’antispecismo, abbiamo una verità dimostrabile: la senzienza e desiderio di libertà degli altri animali, il valore intrinseco delle loro esistenze, la loro capacità di fare esperienza del mondo.

Abolendo gli allevamenti e ogni altra forma di sfruttamento e uccisione degli animali potremmo veramente entrare in una nuova era volta al rispetto delle altre specie con cui convidiamo il pianeta. La scelta vegana è oggi l’unica scelta possibile di rispetto degli animali e del pianeta in cui viviamo.

Sarà un lavoro lungo, ma è necessario cambiare tutti quei significati positivi che culturalmente associamo alla carne per mostrarli sotto una nuova luce. Illuminare le zone oscure della sua produzione, la violenza implicita in ogni allevamento, la sottrazione di risorse idriche e di terreni, la distruzione del pianeta.

 

da qui

sabato 13 novembre 2021

Cosa mangiano i vegani, o meglio, chi non mangiano e perché – Rita Ciatti

Riprendo in questo articolo le argomentazioni in favore del veganismo, o meglio le risposte che noi vegani siamo chiamati a dare tutte le volte che ci confrontiamo con i carnisti. Nella prima parte avevo affrontato il tema dell’etica al ribasso, mentre qui affronto, da una prospettiva comunque antispecista, quello della nutrizione.

Sembra incredibile, eppure, nonostante il web pulluli di canali Youtube su cosa mangino i vegani, di account Instagram dedicati all’alimentazione vegetale e via dicendo, c’è ancora chi chiede “ma allora cosa mangi?” supportato dalla convinzione che senza corpi di animali a fettine e bicchieroni di latte di altri animali non si possa vivere.
Non sono ironica e non voglio fare sarcasmo, ma è davvero strano anche perché se c’è un argomento che è riuscito a passare a livello di comunicazione mainstream è proprio quello della cucina e alimentazione vegetale, che è altra cosa dal veganismo, come sappiamo. Infatti si può benissimo mangiare vegetale senza per questo essere vegani, il che, se da una parte ci crea non pochi problemi nel comunicare il concetto giusto di antispecismo e liberazione animale perché in sostanza non si arriva mai a mettere in discussione lo specismo, dall’altra dovrebbe quanto meno aiutarci nel superamento di alcuni luoghi comuni.

Il veganismo e l’alimentazione a base vegetale

Il veganismo è un concetto filosofico molto complesso che investe ogni campo del nostro agire quotidiano e che mette in discussione non soltanto le credenze diffuse e interiorizzate che abbiamo degli altri animali e dell’animalità in generale, ma anche della nostra specie e del ruolo che siamo chiamati a svolgere sul pianeta: per inciso, nessun ruolo in particolare, non siamo custodi o padroni della terra, siamo semplicemente una parte del tutto e ciò che dovremmo veramente fare è, semplicemente, ridimensionarci.

Quindi, se parlare di veganismo può essere senz’altro un compito più arduo, molto meno dovrebbe esserlo parlare di alimentazione e nutrizione vegetale, eppure anche qui dobbiamo fare i conti con una serie di credenze errate che ci hanno trasmesso sin da quando siamo venuti al mondo e per questo probabilmente così difficili da estirpare.

Cosa mettere nel piatto

L’errore di pensiero più comune è quello di credere che mangiando vegetale si debba eliminare sostanzialmente quasi tutto, da qui la credenza che ci rimanga solo l’insalata.

Sì e no.

Si devono senz’altro eliminare gli animali, i corpi degli animali – io mi rifiuto di chiamarli “carne” perché il termine “carne” implica una neutralizzazione semantica, ossia lenisce l’immagine mentale corrispondente alla cruda realtà – e tutti i prodotti derivati dal loro sfruttamento, cioè latte, uova, miele. Ma questi possono essere banalmente rimpiazzati dai loro sostituti di origine vegetale: ossia parliamo di tantissime preparazioni e non di insalata o erbetta.

Per esempio, parlando di latte e latticini (quindi formaggi, ricotte ecc.): in commercio ci sono svariate tipologie di bevande vegetali simili al latte reperibili ormai in ogni negozio o supermercato, discount compresi; bevande da cui si possono ottenere e realizzare formaggi freschi e stagionati, ricotte, yogurt, dolci, budini, gelati ecc., praticamente l’equivalente vegetale di quello che tradizionalmente è ottenuto dal latte vaccino, caprino o di bufala; così come ci sono affettati vegetali in tutto e per tutti simili agli equivalenti a base di corpi animali e sostituti per addensare preparazioni in tutto e per tutto simili alle uova o dolcificanti simili al miele (peraltro, ho scoperto da poco che esiste il miele vegetale: identico di sapore a quello ottenuto sfruttando le api poiché la materia prima sono sempre i fiori).

Mangiamo alcuni animali per tradizione e non per necessità

Il latte di mucca non è necessario per la crescita dei piccoli umani, né ovviamente nella nostra vita da adulti.

Il latte di mucca serve, come in ogni specie animale appartenente all’ordine dei mammiferi, a nutrire i cuccioli fino alla fase di svezzamento e ogni tipo di latte di ogni specie di mammiferi contiene i nutrienti per far crescere quella specie lì in particolare.

Noi non siamo vitelli. Non siamo capre. Non siamo pecore. E non siamo nemmeno bufali. Perché mai dovremmo avere necessità di bere latte di mucca, di pecora, di capra, di bufala per stare in salute?

Tutte le preparazioni culinarie che hanno informato il nostro gusto possono venire realizzate lo stesso. Le lasagne della nonna, il risotto della zia, le fettuccine di mamma possono essere preparate con la besciamella vegetale. Il sapore è identico, ma se anche fosse leggermente diverso, potreste in tutta onestà accettare di mandare al macello individui senzienti per una sfumatura di sapore? Lo si accetta solo perché si cresce nella convinzione che il valore delle loro vite sia inferiore al nostro.

“Siamo carnivori e ci ammaliamo o addirittura moriamo se non mangiamo gli animali”

Quali animali? Quali animali dovremmo mangiare per sopravvivere?

Come mai, pur essendo individui appartenenti alla specie umana, quindi con le medesime necessità biologiche, questi animali di cui dovremmo necessariamente nutrirci variano invece di paese in paese, di cultura in cultura?

Qualcosa in questa affermazione dovrebbe suggerirci che in realtà noi mangiamo alcuni animali per cultura e non per necessità, giacché, se davvero fossimo predatori carnivori per necessità non staremmo tanto a guardare la specie da metterci nei piatto e mangeremmo tranquillamente anche cani e gatti senza inorridire da un punto di vista etico.

In alcuni paesi mangiano i cani e i gatti, in effetti; in altri anche i delfini e le balene. In altri ancora procioni, ratti, serpenti, tartarughe, insetti, locuste, vermi.

Il ribrezzo che proveremmo se ci trovassimo nel piatto insetti o cani indica che, ben al di là di necessità biologiche, attribuiamo agli altri animali precise funzioni (da compagnia, da latte, da carne ecc.) originate da una serie di motivazioni culturali.

Il fatto che originariamente siano state prescelte alcune specie è indicativo della facilità con cui, con i mezzi di allora, è stato facile addomesticare determinate specie, quindi il dominio ha sempre un’origine biologica in questo senso, ossia di attitudine e predisposizione, ma non fondata sulla necessità come è per le specie davvero carnivore, bensì per scelta e libero arbitrio o interessi legati al profitto e all’ascesa sociale condizionata da criteri sempre culturali.

Vale a dire che se abbiamo una predisposizione genetica non è certo quella della predazione biologica, bensì del dominio sui viventi attuato tramite la forza e la violenza e poi giustificato con la naturalizzazione e la normalizzazione culturali.

A ben guardare, così come abbiamo modificato il nostro habitat con l’ausilio di una tecnologia sempre più raffinata, abbiamo anche modificato le altre specie adattandole alle nostre funzioni di uso, consumo e trasformazione. Tutto ciò non è predazione, ma appunto dominio.

Siamo davvero carnivori, ossia moriamo se non uccidiamo e mangiamo animali?

Quindi non siamo carnivori, ma carnisti, ossia abbiamo interiorizzato la credenza che mangiare animali sia normale, naturale, necessario, ma in realtà siamo onnivori, o meglio, polifagi, cioè possiamo scegliere da un elenco molto variegato di alimenti che si trovano in natura.

Quello di cui abbiamo bisogno sono le proteine, i carboidrati, i grassi, le vitamine e i sali minerali, tutti nutrienti che possiamo tranquillamente e banalmente trovare nei vegetali.

Alimentazione vegetale e ambiente

Ma cosa significa “vegetali”? Che mangiamo solo insalata (quindi, di nuovo, ancora questa domanda)?

No, vegetale significa tutto ciò che ci dà la terra, a parte gli altri esseri senzienti che dovrebbero vivere per loro stessi e non per darci qualcosa a noi o in funzione nostra.
Cereali, legumi, ortaggi, semi, frutta, verdure e tutti insieme assemblati, spremuti, lavorati, affumicati, stagionati, fermentati, trattati per darci qualsiasi prodotto si voglia ottenere che abbia anche una forma e sapore simile a quello cui ci hanno abituato da piccoli.

La fettina che mangiate, il polpettone della zia, il formaggio stagionato, il salume affumicato, l’arrosto della nonna e così via sono sempre il risultato di un processo lunghissimo e pieno di violenza, cioè l’insieme della tradizione violenta da superare, da sostituire.

Un vitello, una mucca, un maiale, un pollo, un pesce, un tonno sono esseri non solo vivi, ma viventi, cioè che fanno esperienza del mondo.
Il processo che li trasforma da corpo che si muove, che interroga, che sperimenta, che prova, che sente, che partorisce cuccioli, che ama, che gioca, che prova emozioni e sensazioni a fettina inerte aromatizzata sul bancone della macelleria o sullo scaffale del supermercato non è uno spettacolo di magia.
Non è prestidigitazione.
Non è quel vuoto semantico di cui ci parlano le etichette del benessere animale, ossia quello spazio innominato che sta in mezzo alla parola “pascolo” e “piatto di casa tua”.

In mezzo c’è una realtà di cui va tenuto conto: una realtà di abuso, di oppressione, di violenza, di sofferenza, di sangue, di coltelli, di seghe elettriche, di gas soffocante, di pistole captive, di nervi, di cartilagini spezzate, di urla e di terrore.

Se possiamo vivere benissimo senza mangiare animali. E possiamo perché appunto siamo onnivori e non carnivori. Perché sterminare miliardi di esseri senzienti? Perché esser parte di una maggioranza complice di questa oppressione e violenza?

Oggi si parla tanto di transizione alimentare per alleggerire l’impatto ambientale.
Questo è un argomento valido, ma indiretto rispetto al tema più ampio dell’antispecismo e che soprattutto, non mettendo in discussione l’uso degli animali per motivi etici, ma solo perché considerati elementi inquinanti, potrebbe cercare (già sono presenti in teoria) soluzioni ancora più violente e aberranti.
Corpi animali modificati geneticamente, razze che inquinano di meno o che hanno percentuali più basse di grasso, allevamenti idroponici, allevamenti di insetti o animali più piccoli che richiedono minori risorse idriche e meno spazio.
Non dobbiamo semplicemente chiedere di ridurre il consumo di animali o di fare una transizione alimentare per motivi ecologici e di spazio, ma di ripensare il nostro rapporto con le altre specie.

La transizione fondamentale che dovremmo fare è quella cognitiva: quella che ci porterà a vedere gli altri animali come gli individui che dunque sono e non come i prodotti o le macchine in cui li abbiamo trasformati.

da qui

venerdì 29 ottobre 2021

Le ragioni del veganismo e le risposte dei fedeli al carnismo - Rita Ciatti

 

Quando i carnisti* si confrontano con i vegani, per difendere la loro posizione, danno vita ad una serie infinita di obiezioni, spesso davvero fantasiose. Le argomentazioni spaziano su diversi livelli e Rita Ciatti le divide in quattro macro-insiemi: quello dell’etica al ribasso; quello della nutrizione; quello della zoologia/etologia; quello dell’antropologia. Questo articolo affronta il primo, l’etica al ribasso.

 

La maggioranza ha sempre ragione?

Mettete una persona vegana in una stanza (anche virtuale, cioè l’account o la pagina di un social qualsiasi) insieme a carnisti convinti (l’aggettivo “convinti” potrebbe essere quasi pleonastico, dal momento che il carnismo*, come lo specismo in generale, è assimilabile a un atto di fede, cioè è l’adesione incondizionata a una credenza culturale basata su presupposti che oggi possono essere facilmente smontati e dimostrati come fallaci) e quasi inevitabilmente si scatenerà una rissa (metaforica, si spera). Il luogo comune vede la persona vegana pronta ad accusare, giudicare, aggredire tutte le altre; nella realtà accade quasi sempre il contrario: basta che si dichiari di non mangiare animali e derivati e subito si viene tempestati da obiezioni di vario tipo, volte sia a rassicurare e confermare la propria fede nel carnismo, sia ad attaccare e screditare il veganismo da più parti.

Il solo fatto di esporsi su un argomento così divisivo ci rende facilmente vulnerabili in quanto minoranza che mette in discussione credenze e idee radicate culturalmente (almeno per quanto riguarda il mangiare gli animali e derivati, pratica che comunque non esaurisce lo specismo), sostenute dalla maggioranza e che possono essere riassunte nella proposizione: mangiare “carne”, cioè animali, è normale, naturale, necessario.

Stanchi di rispondere sempre alle stesse obiezioni, a volte ci salviamo ricorrendo all’ironia e sarcasmo. I social pullulano di meme, post e persino account Instagram di attivisti che usano l’arma della comicità per prendere in giro i carnisti.

La semplice esistenza delle persone vegane (e spesso vegane da decenni) è la conferma che mangiare carne e derivati non è necessario ed è per questo che la sola nostra presenza in determinati contesti sociali può disturbare.

Le obiezioni possono essere riassunte in quattro macro-insiemi che contengono quattro fallacie logiche, cioè ragionamenti che sono illogici di per sé poiché partono da presupposti viziati, errati oppure semplicemente eludono il tema principale introducendone un altro apparentemente affine, ma concettualmente distante. Questi macro-insiemi sono: quello dell’etica al ribasso; quello della nutrizione; quello della zoologia/etologia; quello dell’antropologia.

 

Oggi affronteremo quello dell’etica al ribasso.

In questo insieme rientrano tutte quelle risposte/obiezioni che fanno appello all’impossibilità di adottare comportamenti etici al cento per cento, da cui il rifiuto di fare almeno quello che è nelle nostre possibilità fare e l’intento di screditare il veganismo assimilandolo a una sorta di pratica ascetica che non raggiunge i suoi obiettivi, come se l’obiettivo del veganismo non fosse quello di opporsi allo sterminio sistematico di miliardi di individui senzienti, ma di raggiungere l’immortalità di tutti i viventi (sì, sono ironica, ma quando ti dicono “Anche i vegani ogni volta che respirano possono uccidere un moscerino e poi anche l’insalata soffre” forse è proprio questo che pensano); e anche quelle obiezioni che confondono il tema dell’antispecismo con quello dell’ecologismo e dei diritti umani.

Un pomodoro, un telefonino, una mucca: trova le differenze.

Qualche esempio: “Anche i pomodori implicano sfruttamento perché vengono raccolti da persone sfruttate economicamente”; “Anche il telefonino o pc dal quale stai scrivendo comporta sfruttamento”.

In sé queste proposizioni sono vere. Spesso la frutta e verdura che compriamo è stata raccolta da operai sfruttati. Per produrre telefonini e PC vengono sfruttate persone, talvolta bambini.

Ma, uno, non abbiamo realmente la certezza che sia sempre così (almeno nel caso della frutta e verdura) e abbiamo comunque la possibilità di informarci sulla provenienza, evitando magari i prodotti che provengono da zone che sappiamo essere controllate dalla mafia o camorra e prediligendo quelli a Km. 0 che vendono nei mercati cittadini; due, si sta mettendo sullo stesso piano ontologico un animale con un pomodoro o un animale con un telefonino, dimenticando che lo sfruttamento delle persone che raccolgono la frutta o che sono impiegate nella produzione di alcuni prodotti è semmai un argomento indiretto rispetto allo sfruttamento e uccisione degli animali. Peraltro non è che gli addetti ai mattatoi o gli operai impiegati negli allevamenti siano trattati meglio e anzi, in alcune regioni, tipo la Campania, spesso gli allevamenti di bufale per produrre la nota mozzarella di bufala sono controllati dalla Camorra, quindi, a parità di sfruttamento indiretto di chi lavora per raccogliere pomodori, telefonini o “carne” e derivati animali, almeno scegliendo prodotti vegetali non siamo complici dello sterminio di altri esseri senzienti, che poi è questo il motivo per cui si diventa vegani, non altri (altrimenti non dovremmo parlare di veganismo, ma di alimentazione vegetale).

In tutti e tre i casi citati come esempio abbiamo più attori: animale ucciso, allevatore, macellaio e consumatore; frutto raccolto (poniamo sia il pomodoro), agricoltore, raccoglitore, consumatore; prodotto lavorato, operaio, consumatore.

Quindi, se a livello di sfruttamento degli attori umani che lavorano il “prodotto” in alcuni casi possiamo porci su un piano di presunta parità, quello che cambia enormemente è la natura ontologica del “prodotto”. In un caso è un frutto della terra, un pomodoro; in un altro ancora è un mero oggetto; nell’altro è invece un essere senziente, un individuo che viene considerato al pari di una merce, che viene ucciso per essere trasformato in prodotto, ma che non è un prodotto, non è un oggetto, non è una macchina per produrre qualcosa. Eludere questa differenza fondamentale significa ragionare in modo illogico e fallace.

Quindi, al netto delle problematiche etiche indirette che possono esserci nella produzione di ortaggi/verdure/frutta è comunque sempre più etico scegliere i prodotti vegetali anziché quelli che comportano l’uccisione di individui senzienti.

Un pomodoro non viene privato della sua esistenza ed esperienza nel mondo. Un telefonino è un oggetto, una cosa. Una mucca, un maiale, un pollo, un pesce, una gallina, un tacchino, una bufala ecc. invece sono esseri senzienti che vengono allevati per essere trasformati in prodotti.

La fallacia logica è nel considerarli già prodotti da consumare: al pari di un pomodoro, una carota o un PC.

E no, non si è consumatori consapevoli se si dichiara di conoscere la provenienza degli animali allevati e uccisi, a meno che per consapevole non si intenda: sì, sono consapevole di prender parte di un sistema che schiavizza e stermina esseri senziente, quindi di essere complice di un sistema di dominio e violenza.

 

E allora i batteri?

Rientrano nell’etica al ribasso anche tutte le scuse inerenti l’impossibilità di evitare l’uccisione di animali molto piccoli: “Quando vai in macchina schiacci insetti sul parabrezza, quando cammini uccidi le formiche, non puoi evitare di investire un gatto e ucciderlo”.

Anche questa proposizione è vera, ma non possiamo usarla come scusa in quanto c’è differenza tra un’azione intenzionale e un’azione involontaria.

Ovviamente se parlassimo di esseri umani non useremmo mai questa scusa per giustificare l’omicidio.

Pur non potendo evitare di ferire, investire con l’auto, far del male a qualcuno involontariamente; di certo non useremmo un incidente come scusa per promuovere campi di concentramento umani (semmai se ne usano altre e storicamente spesso prima di arrivare a compiere atrocità su altre etnie si è sempre ricorso alla loro riduzione all’animalità in quanto insieme ontologico negativo e degradato per eccellenza proprio per innalzare l’umano e alcune tipologie di umano in particolare a seconda dei periodi storici e del paese in cui si vive).

Siamo animali molto grandi e possiamo uccidere involontariamente insetti o altri piccoli animali nel solo atto di muoverci e uscire di casa; ciò non deve esimerci però dall’evitare la violenza intenzionale. Possiamo uccidere parassiti o batteri (i batteri non credo siano senzienti, come non lo sono i virus) per sopravvivenza, ma si tratta appunto di una forma di legittima difesa e non è di questo che si occupano il veganismo e l’antispecismo.

Il pescatore thailandese è più vegano del vegano occidentale? No.

L’altra fallacia logica invece tiene in considerazione l’impatto ambientale e anche in questo caso si mettono sullo stesso piano i prodotti vegetali e gli animali. Il parametro usato è quello dell’impatto, dimenticando la natura senziente degli animali e la loro soggettività.

Forse è vero che a livello di impatto ambientale un pescatore della Thailandia inquina meno di una persona vegana che consuma prodotti industriali in occidente, ma ancora si stanno mettendo sullo stesso piano due entità molto diverse. Il pescatore e il consumatore occidentale vegano sono entrambe due persone umane, ma il primo uccide un ulteriore individuo, il secondo no.

Un prodotto vegetale, per quanto comporti sfruttamento umano, consumo idrico, dei territori ecc., almeno non contempla l’uccisione di un ulteriore individuo senziente. Lo ripeto: il veganismo è l’opposizione allo sterminio sistematico degli animali e va di pari passo con l’antispecismo. Altrimenti non possiamo parlare di veganismo, ma di alimentazione vegetale per altri fini.

E comunque sia, produrre vegetali è sempre conveniente in termini di: risparmio idrico, consumo dei territori, inquinamento ambientale e persino sfruttamento umano perché raccogliere un pomodoro, per quanto possa essere faticoso, è quanto meno un’attività che non comporta violenza diretta su altri individui. Di fatto i consumatori carnisti delegano ad altri ciò che essi stessi farebbero malvolentieri: cioè uccidere, spellare, sezionare, tagliare, trinciare individui senzienti.

 

Consumare vegetali è più etico

Consumare animali e consumare vegetali sono due pratiche che non potranno mai essere messe sullo stesso piano etico, nemmeno al netto del miglioramento della loro produzione.

Anche l’allevatore più attento, il pescatore più ecologista che ci sia e il consumatore più consapevole sono comunque colpevoli o mandanti di aver tolto la vita a esseri senzienti. La pratica di allevare, schiavizzare, usare, trasformare in prodotti gli altri animali è una pratica di violenza. Per quanto normalizzata, normata da leggi assurde, naturalizzata, alla fine si riduce sempre comunque all’atto pratico definitivo e irreversibile di sgozzare esseri senzienti.

Questi ragionamenti di etica al ribasso vengono sempre adottati quando si parla degli altri animali a causa, ovviamente, dello specismo.

Infatti non diremmo mai a una persona che fa volontariato per i bambini orfani “Anche il pc da cui stai scrivendo probabilmente ha reso qualche bambino orfano”, o a chi fa volontariato per i diritti umani in qualche paese del mondo assediato dalla guerra “L’aereo con cui vai in quel paese ha sterminato un miliardo di insetti”.

Il veganismo non può essere disgiunto dall’antispecismo, altrimenti viene svuotato di ogni significato e diventa una dieta tra le tante. Gli altri animali devono restare soggetti centrali, altrimenti il campo delle argomentazioni indirette mostra il fianco ad obiezioni di vario tipo, ugualmente smontabili, ma che aggiungono confusione alla già scarsa conoscenza dell’argomento.

 

Rita Ciatti
Progetto Vivere Vegan


*Il termine carnismo è stato coniato dalla psicologa statunitense Melanie Joy nel libro “Perché amiamo i cani, mangiamo i maiali e indossiamo le mucche?” pubblicato da Sonda.

 

https://www.viverevegan.org/le-ragioni-del-veganismo-e-le-risposte-dei-fedeli-al-carnismo