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sabato 1 novembre 2025

L’ombra del gas sulla Sardegna - Paola Matova (ReCommon)

Con una sentenza definitiva emessa lo scorso maggio, il Consiglio di Stato ha posto la parola fine al ricorso della Regione Sardegna contro il cosiddetto “DPCM Draghi” del 2022. Ovvero il decreto del Presidente del Consiglio, in sé un atto amministrativo, che aveva come scopo quello di individuare le infrastrutture necessarie per la sicurezza energetica e per il superamento del carbone sull’isola. La Regione Sardegna aveva presentato un ricorso contro il decreto, lamentando l’assenza di un vero confronto con il territorio e chiedendo maggiori garanzie su perequazione tariffaria e centralità nelle scelte energetiche. Tuttavia, i giudici hanno stabilito che non serve alcun accordo con le Regioni per decidere su opere di questo tipo, persino quando hanno impatti diretti sul territorio e sulle comunità locali. Un pronunciamento atteso oramai da tempo, che sblocca formalmente l’iter per un nuovo DPCM, ma che di fatto conferma una linea politica ed energetica che ha ben poco a che vedere con la decarbonizzazione.

 
 La nuova bozza in circolazione non mostra alcun cambio di rotta: sparisce solo una delle tre navi rigassificatrici previste (quella di Portovesme), mentre restano intatti gli altri impianti: una FSRU a Porto Torres, un’altra a Oristano e la cosiddetta “mini dorsale”, una rete di metanodotti che collegherebbe Oristano con il Sulcis. A gestire tutto sarà Snam, con pieni poteri su progettazione, realizzazione e gestione delle opere.

Durante l’assemblea degli azionisti dello scorsomaggio, Snam ha dichiarato apertamente di non essere promotrice della metanizzazione in Sardegna, ma una semplice esecutrice su richiesta di governo, Regione e industrie. Una presa di distanza che suona tanto come una clausola di non responsabilità. Un atteggiamento che appare ancora più problematico se si considera che l’azienda trae profitti garantiti grazie al meccanismo del “ricavo remunerato” sugli investimenti nelle infrastrutture, che gli assicurerà guadagni anche se l’infrastruttura dovesse rivelarsi inutile. Il ricavo remunerato è il guadagno che un operatore come Snam ottiene dalle sue attività regolamentate, come il trasporto, lo stoccaggio e la rigassificazione del gas. Questo ricavo viene stabilito dall’ autorità di regolazione, che in Italia è denominata ARERA, e serve a coprire i costi operativi degli investimenti e a garantire un rendimento.  Non a caso, Snam ha chiaramente ammesso di non aver mai prodotto una propria stima sulla domanda di gas in Sardegna. Si è limitata a citare vecchi e oramai obsoleti studi di RSE, che già nel 2022 prediligevano l’elettrificazione dell’isola piuttosto che il gas. Snam si defila, ma in ogni caso incassa e nessuno ci sa dire a cosa servirà quel gas.

Il tassello mancante per ricostruire la fotografia attuale è Fiume Santo. Al centro del piano gas nel nord Sardegna c’è infatti l’omonima centrale a Porto Torres, impianto a carbone oggi attivo solo al 50% della propria capacità, di proprietà di EP Produzione, società del gruppo EPH controllato dall’oligarca ceco Daniel Křetínský. Già nel 2021 EP aveva proposto la riconversione a gas della centrale, poi messa in stand-by con lo scoppio della crisi energetica e i costi elevatissimi del gas. Oggi il progetto è tornato in pista ed è stata riaperta la valutazione d’impatto ambientale. Qui emerge la grande contraddizione: si parla di rigassificatori e gasdotti prima ancora di sapere se e quando la centrale verrà riconvertita. Se Fiume Santo non diventerà una centrale a gas, l’intera infrastruttura a nord dell’isola rischia di restare un’opera vuota e doppiamente insensata.
 
Le motivazioni avanzate per giustificare la costruzione di queste infrastrutture, ovvero la sicurezza energetica, l’indipendenza dal gas estero e il rilancio dell’industria sarda, non reggono. La centrale di Fiume Santo, per esempio, non è nemmeno considerata strategica dal piano europeo RepowerEU per la sicurezza energetica, mentre l’Italia dispone già di una sovrabbondante capacità installata a gas e continua paradossalmente a investirci nonostante la domanda nazionale sia in costante calo.

In questo contesto, approvare nuove infrastrutture fossili in Sardegna significa incatenare l’isola a una dipendenza strutturale dal gas, proprio mentre il mercato globale, si fa sempre più instabile. Altro che indipendenza e autonomia, si rischia di consegnare la Sardegna a una vulnerabilità energetica ancora maggiore, basata su importazioni di GNL la cui filiera è inquinante, costosa e incerta. I costi non saranno solo economici, ma anche sociali e ambientali.

https://www.recommon.org/lombra-del-gas-sulla-sardegna

venerdì 8 aprile 2022

Fuori tempo massimo, lo sbarco del gas in Sardegna - Elena Gerebizza, Filippo Taglieri

 

Dopo mesi di tira e molla, il presidente del consiglio Mario Draghi ha firmato il Dcpm Energia che definisce i termini della “transizione energetica” sarda. Uno strumento abusato, quello del Dpcm, che torna questa volta per ridisegnare un territorio, bypassando il parlamento ma anche le istituzioni locali sarde, e generando molto malcontento nell’isola. Ma veniamo ai contenuti.

Il decreto ufficializza il gran plan di Snam per la metanizzazione dell’isola, un progetto rimasto al palo e ridefinito dopo una valutazione costi-benefici negativa, che di fatto indicava nella transizione alle rinnovabili la strada più sensata per il futuro energetico della Sardegna. Per volere del governo invece la Sardegna si prepara a entrare nell’era del gas, quando il resto del mondo sta pensando di uscirne. La soluzione di Palazzo Chigi consiste nel portare sull’isola il gas via nave: parliamo quindi di gas naturale liquefatto (GNL) che verrebbe rigassificato in due terminal FSRU (Floating Storage and Rigassification Unit) situati a Porto Torres e a Portovesme. I due poli industriali sarebbero collegati all’Italia attraverso navi che trasporteranno il metano che servirà all’isola: una “virtual pipeline” che si completerebbe con un terzo deposito e il rigassificatore di Oristano, l’unico già esistente.

La Sardegna è una delle regioni più sacrificate per lo sviluppo del sistema estrattivista: i due grandi poli industriali sono in declino da anni, hanno causato morti ed emigrazione, tanto che le due zone delle virtual pipeline sono Siti d’interesse Nazionale, ovvero siti inquinati che avrebbero bisogno di chiudere con le fossili e di avere le tanto attese bonifiche. Al momento però siamo allo stadio gas sì, rilancio dei poli industriali sì, bonifiche neanche per sogno.

Le virtual pipeline collegherebbero, come detto, l’isola allo stivale, mentre in terra sarda i gasdotti sarebbero tutt’altro che virtuali: sarebbe in programma la costruzione di quasi 400 chilometri di gasdotti, anche se il calcolo è particolarmente complicato perché non è stata fatta una valutazione complessiva dell’opera. Dopo la bocciatura da parte dell’analisi costi-benefici, infatti, la proposta del mega gasdotto da nord a sud dell’isola è stata modificata in un progetto frazionato in quelle che Snam chiama delle “mini-dorsali”, dei gasdotti che dovrebbero interessare le zone di Porto Torres, Sassari, Oristano e del Sulcis Iglesiente fino a Cagliari. Rimarrebbe escluso il nuorese, a conferma che questa transizione al gas vuole solo allungare la vita di poli industriali sulla strada del declino, di fatto bloccando una vera transizione dell’interno modello economico che sarebbe stata inevitabile con la chiusura delle due grandi centrali a carbone presenti proprio a Porto Torres e a Portovesme. Come dicevamo, il tutto in assenza di una valutazione di impatto ambientale completa, che tenga conto delle conseguenze cumulative dei progetti, che sono stati presentati dalla controllata sarda di Snam, Enura, in maniera spezzettata.

Le centrali a carbone presenti, lo ricordiamo, nei pressi di Portovesme e Porto Torres, erano destinate ad essere chiuse o convertite: la prima – la centrale Grazia Deledda di proprietà di Enel – con le grandi batterie per stoccare l’energia rinnovabile prodotta da Enel nella zona; la seconda, di proprietà del gruppo ceco EPH, con la conversione a biomasse proposta qualche anno fa da EP produzione. Con l’invasione russa dell’Ucraina, il governo ha prima proposto di riaccende le due centrali a carbone, considerato più conveniente del gas, per poi rilanciare l’arrivo del GNL sull’isola che – nonostante i prezzi alle stelle e la crisi che il settore produttivo dipendente dal gas sta vivendo da oramai un anno – viene proposto come salvavita del complesso industriale in crisi della Euroallumina e della Portovesme Srl al sud, mentre al nord dovrebbe consentire a EP produzione di convertire una centrale a carbone sotto utilizzata in una centrale a gas sproporzionata per il fabbisogno isolano. Un piano che già nel 2020 sembrava assurdo e che oggi, con i prezzi del gas a livelli mai visti prima e la crisi climatica sempre più evidente, sembra ancora più folle.

Ma la storia non è finita qui. Il Dcpm prevede altri mega progetti in costruzione sull’isola. Tra questi l’interconnessione per l’alta tensione tra la Sardegna e la Sicilia – nota come Tyrrhenian Link – che insieme al raddoppio del collegamento Sardegna-Corsica-Toscana darà la possibilità di esportare l’energia in eccesso che sicuramente sarà prodotta dall’ondata speculativa di mega progetti per la produzione di energia rinnovabile che sta investendo l’isola. Centinaia di progetti di fotovoltaico e eolico, per centinaia di ettari, calati dall’alto e senza una pianificazione territoriale, e tanto meno senza un’adeguata informazione e partecipazione della popolazione.

In questo panorama di vera e propria colonizzazione energetica, si può davvero parlare di “transizione energetica” per la Sardegna e per i suoi abitanti, costretti alla dipendenza dal gas e allo stesso tempo alla servitù delle grandi rinnovabili per l’esportazione di energia?

Come si può parlare di transizione “ecologica” senza parlare di bonifica dei siti inquinati, senza parlare di uscita dalle fossili, ancora di più in una delle regioni con il potenziale più alto per accogliere rinnovabili ragionate, su piccola scala, distribuite e proposte dai territori?

Quale transizione sociale si propone per un territorio spopolato e colpito da un modello incentrato sull’industria pesante che ha lasciato dietro di se più malattie e tumori che prospettive e posti di lavoro?

https://www.recommon.org/fuori-tempo-massimo-lo-sbarco-del-gas-in-sardegna/

martedì 25 maggio 2021

Infrastrutture coloniali fra Italia e Israele - Collettivo Gastivists

 


 

[Oggi che l’occupazione israeliana dimostra ancora una volta agli occhi del mondo tutta la sua violenza, giova ricordare la complicità dell’Unione Europea e di paesi quali Grecia, Cipro e Italia con le autorità israeliane, in merito al loro coinvolgimento nel progetto EastMed, un gasdotto che porterà sulle coste del Salento il gas dei giacimenti al largo di Israele e Gaza.
Il 12 dicembre 2020 il governo italiano ha aderito all’ East Mediterranean Gas Forum (Emgf), il braccio operativo del progetto EastMed con status di organizzazione internazionale, che vanta il sostegno della Commissione europea e della Banca Mondiale.

Riportiamo, di seguito, alcuni testi tratti dal dossier del Collettivo Gastivists contro la costruzione di questa ennesima infrastruttura di supporto ad una potenza coloniale, impattante per i territori e i mari che vuole attraversare, e votata a vincolarci ancora per anni a quell’economia fossile che ci sta portando al disastro climatico.

Ricordiamo infine che fra i Progetti di Interesse Comune dell’Unione Europea a favore dello Stato di Israele, oltre all'EastMed vi è anche l’EuroAsia Interconnector, un progetto infrastrutturale che prevede di collegare le reti elettriche di Israele, Cipro e Grecia attraverso un cavo sottomarino di 1.208 km. L’infrastruttura sarà a servizio anche delle colonie israeliane nei territori palestinesi occupati. Per approfondire il tema rimandiamo al dossier del Palestinian Human Rights Organizations Council. Ecor.Network.]

 

I gasdotti alimentano il conflitto. Come il gas fossile sta accrescendo le tensioni nel Mediterraneo Orientale. Il caso del gasdotto EastMed – Poseidon

In tutto il mondo, l'industria dei combustibili fossili si sta aggrappando al gas fossile come sua ancora di salvezza, sostenendo erroneamente che si tratti di una "soluzione" per la crisi climatica e cercando di aumentare rapidamente la costruzione di nuove infrastrutture di gas fossile. Come l'industria del gas ha preso slancio negli ultimi decenni, così anche i conflitti geopolitici intorno ai progetti sul gas.

Ciò avviene dopo una lunga storia di conflitti petroliferi e di politiche neocoloniali ed estrattiviste innescate dalla prospettiva della prospezione del petrolio e del gas. I governi e le istituzioni intergovernative come l'Unione Europea promuovono falsamente il gas fossile come fonte di energia pulita e come soluzione per la sicurezza energetica e alcuni governi propongono addirittura il gas fossile come soluzione per la pace nella regione.

Lo sfruttamento dei giacimenti di gas non solo scatena e alimenta la militarizzazione, ma minaccia la salute e il sostentamento delle comunità che vivono vicino alle grandi opere e accelera il collasso climatico, che a sua volta minaccia la sicurezza alimentare e la sicurezza abitativa e aumenta il rischio di eventi eteorologici estremi e altri pericoli ancora. Questi impatti danneggiano in modo sproporzionato le comunità di colore e le persone che vivono nei Paesi del Sud.

Un esempio pertinente e contemporaneo è l'Eastmed-Poseidon, la più recente grande opera per il trasporto di gas sostenuta dall'UE e vero e proprio campo minato geopolitico. È progettata per trasportare il gas fossile sotto le acque contese tra Israele e Cipro all'Italia, passando per Cipro e la Grecia. La sua destinazione finale è la rete del gas della stessa UE. Oltre ad essere - come già detto - un campo minato geopolitico, sta alimentando la militarizzazione, i conflitti e l'oppressione nell’area del Mediterraneo orientale. Specialmente nel contesto della crisi sanitaria pubblica di Covid-19 e della recessione economica, questo progetto di gasdotto sarebbe uno sperpero di denaro pubblico e di risorse politiche da parte dell'UE, in un momento in cui quelle stesse risorse sono urgentemente necessarie altrove.

Il governo israeliano è uno dei più entusiasti sostenitori del gasdotto Eastmed, in quanto garantirebbe un mercato europeo di esportazione per le riserve di gas israeliane. Nell'ultimo decennio ha sfruttato le riserve di gas sottomarine nel Mediterraneo, investendo in un boom di infrastrutture per il gas (seguendo l’andamento globale) e continuando al contempo una brutale occupazione e oppressione dei territori palestinesi sia in terra che in mare.

Va notato che ogni attività regionale si situa nel contesto di decenni di violazioni dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, che si sono ulteriormente intensificate nel 2020 con il piano di annessione illegale di Israele. Uno dei modi in cui Israele sopprime il diritto dei palestinesi alla loro terra e all'autodeterminazione è attraverso il controllo delle risorse nei territori palestinesi: il giacimento di gas marino di Gaza ne è un esempio patente.

Nonostante sia di proprietà palestinese, il regime israeliano non permette alla Palestina di sfruttare le sue riserve di gas al fine di ridurre il suo potere economico e politico. A seguito delle pressioni del governo israeliano, aziende come la Shell, che hanno licenze rilasciate dall'Autorità palestinese nelle acque al largo di Gaza, hanno abbandonato le loro operazioni. Il sostegno dell'UE ai gasdotti Eastmed e Poseidon dimostra la sua complicità alle continue violazioni dei diritti umani del popolo palestinese da parte di Israele. Legare la dipendenza energetica dell'UE a Israele legittima le politiche del Paese e le sue azioni, come l'attuale annessione della Palestina, e allo stesso tempo finanzia ulteriormente il governo israeliano.

Il dossier completo è liberamente scaricabile dal portale della campagna Stop EastMed!

da qui