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giovedì 17 luglio 2025

Il furto degli asini di Gaza: il colonialismo mascherato da tutela animale - Grazia Parolari


Migliaia di asini a Gaza sono stati strappati alle loro famiglie e deportati in Europa, in nome di un presunto “salvataggio”. Questi animali sono oggi al centro di una controversa operazione che nasconde una realtà ben più complessa e dolorosa. Non si tratta di tutela animale, ma di un furto che riproduce, in forma specista, il colonialismo che sta uccidendo Gaza e la sua gente.


L’asino: compagno quotidiano, simbolo culturale e spirituale della Palestina

Da secoli, l’asino è parte integrante della vita palestinese, nelle campagne della Cisgiordania come tra le strade polverose di Gaza: trasporta acqua, ortaggi, pietre, legna, persone. Prima dei checkpoint e del muro, portava i bambini a scuola, i contadini nei campi, il pane nei mercati.

 Ma l’asino non è soltanto un mezzo di trasporto: è un alleato instancabile, una figura profondamente radicata nella cultura popolare, nella memoria collettiva, nella vita familiare, e perfino nella spiritualità.

In un territorio segnato da colonizzazione e assedio, la sua presenza silenziosa ha assunto, nel tempo, un valore sempre più simbolico e la sua figura è divenuta parte importante dell’identità collettiva: animali pazienti, intelligenti, capaci di percorrere sentieri difficili, esattamente come il popolo che li accudisce.

Il murales di Bansky sul muro di separazione a Betlemme, prima che venisse trafugato

Un’immagine potente di questa sovrapposizione tra la quotidianetà del popolo palestinese e quella degli animali l’ha rappresentata Banksy in uno dei suoi murales: un soldato israeliano che ferma un asino per un controllo dei documenti. L’artista ha scelto proprio l’asino per denunciare, con il suo consueto sarcasmo tagliente, come la violenza dell’occupazione si abbatta su ogni forma di vita, e come l’asino – figura centrale nella vita palestinese – diventi involontario testimone e vittima della stessa brutalità.

Il rispetto verso l’asino è anche presente nella tradizione islamica. Nel Corano (2:259) (1), Allah riporta in vita un asino come segno del Suo potere di risurrezione, in risposta allo stupore di un uomo che si chiedeva come una città distrutta potesse tornare alla vita. (E non si può non pensare a Gaza, che nonostante tutto continua a resistere e a sperare in una rinascita.)

Il Profeta Muhammad possedeva un asino, Ya‘fūr(2), e gli mostrava grande gentilezza. Questo legame viene ricordato come esempio di compassione verso gli animali e rispetto per la loro dignità.

Nel pensiero islamico, l’asino incarna qualità spirituali come umiltà, perseveranza e la capacità di portare silenziosamente il peso della vita.

L’aggressione e l’assedio: gli asini come ancora di salvezza

Nel contesto del genocidio in corso a Gaza, l’asino è diventato un simbolo ancora più eloquente. Resiste, continua a servire, aiuta a sopravvivere: è l’immagine stessa di una comunità che, schiacciata e sterminata dal colonizzatore, non si arrende.

Gli asini sono “assolutamente vitali a Gaza”, afferma Ciro Fiorillo, capo dell’ufficio dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) in Palestina, in una intervista al canale online Bigissue.com:  “La carenza di carburante, le strade danneggiate e gli accessi limitati rendono il trasporto meccanizzato inaffidabile o impossibile”.

“Animali come asini, cavalli e muli sono un’ancora di salvezza“, continua Fiorillo. “Trasportano merci – cibo, acqua e altri beni essenziali – e trasportano persone e aiuti umanitari attraverso strade dove i veicoli non possono circolare”.

È difficile calcolare il numero totale di asini a Gaza. Le valutazioni della FAO indicano che a febbraio 2025 erano ancora vivi 3.964 animali da lavoro, ma l’organizzazione ammette la difficoltà di ottenere dati in una zona di guerra attiva. Il Dott. Alden, veterinario di Gaza, ritiene che il numero totale di animali sia maggiore: “Pur riconoscendo i dati della FAO, la nostra esperienza sul campo suggerisce una cifra più alta. Basandoci sul numero di asini curati, riteniamo che il totale sia intorno ai 10.000, con numero analogo probabilmente morto a causa della guerra.”

Anche prima della guerra, gli asini erano importanti nella densamente popolata e povera Gaza. L’embargo economico israeliano, durato diciotto anni, limitava la fornitura di camion e carburante, quindi i carretti trainati da asini trasportavano prodotti agricoli, materiali da costruzione e rifiuti.

Allo scoppio della guerra, sono anche diventati ambulanze: “Gli asini sono diventati il principale mezzo di trasporto per le persone che necessitano di cure mediche urgenti, e dei corpi dei martiri”, spiega il dott. Alden, “e hanno facilitato gli spostamenti delle persone a seguito degli incessanti ordini di evacuazione israeliani”

Quando ancora il carburante era disponibile, il costo di un gallone era salito alla vertiginosa cifra di 28 dollari, con i prezzi degli asini aumentati di conseguenza. Prima dell’ottobre 2023, un carro e un asino potevano valere 800 dollari, stima il dott. Alden. A settembre dello scorso anno, si poteva arrivare a più di 3.000 dollari.

Il grande carico di lavoro ha un impatto importante sugli animali. La grave carenza di foraggio e medicinali veterinari a Gaza li lascia affamati e malati, afferma Fiorillo. “Gli animali sono malnutriti e vulnerabili. E con la carestia e l’aumento dei costi, molti proprietari faticano a permettersi cure adeguate per i loro animali.”

Asini gazawi trasportati in Europa

Propaganda mascherata da salvataggio

Potrebbe quindi sembrare un’ottima notizia il trasferimento in Europa, principalmente in Francia e in Svizzera, di centinaia di asini gazawi a cura di alcune associazioni animaliste israeliane che, in collaborazione con l’IDF che si occupa di prelevare gli asini nella Striscia, presentano l’operazione come un’azione di salvataggio urgente per animali feriti e maltrattati. Ma ciò che appare come un gesto di compassione cela, in realtà, una dinamica molto più inquietante,(oltre al fatto che quella stessa IDF che si occupa di “salvare” gli asini, li prende di mira e uccide esattamente come fa con i loro compagni umani).

Israele ruba gli asini da Gaza [Akhbar Al Yawm/Facebook}

Dietro l’apparente intento umanitario, questa rimozione forzata è parte di una strategia ben più ampia: quella dell’animalwashing, ovvero l’uso della tutela degli animali per ripulire l’immagine dell’occupante e distogliere l’attenzione dalle sue responsabilità nella crisi umanitaria.

In questo caso, la narrazione si concentra sulla “crudeltà” dei gazawi nei confronti dei propri animali, ignorando il contesto in cui questa sofferenza si produce: Gaza è sotto assedio, affamata, assetata, privata di carburante, di cibo, di farmaci, di foraggio. Chi blocca l’ingresso dei medicinali veterinari? Chi impedisce il passaggio dei camion con il mangime? Chi bombarda e distrugge le cliniche veterinarie?

In queste condizioni, attribuire le colpe ai palestinesi, dipingendoli come incapaci o negligenti verso i propri animali, è volutamente fuorviante e ipocrita. Gli asini soffrono, è vero — ma soffrono insieme ai loro compagni umani, vittime dello stesso assedio, dello stesso collasso sistemico, della stessa fame.

Oltre all’inaccettabile strumentalizzazione morale, questo “salvataggio” produce inoltre un danno diretto e concreto: priva la popolazione palestinese dell’ultimo mezzo di trasporto rimasto, fondamentale per la sopravvivenza quotidiana.

Conseguenze e implicazioni politiche

Israele non è nuovo a questo tipo di operazioni: già dal 2021 era in vigore un divieto di importazione di asini a Gaza, ufficialmente giustificato non solo con la salvaguardia degli animali da supposti maltrattamenti, ma anche dalla falsa notizia che i gazawi uccidessero gli asini per vendere le pelli in Egitto e poi in Cina. Notizia mai confermata da fonti indipendenti, ma utile a creare l’immagine di un popolo “incivile” da cui gli animali vanno salvati, e funzionale nel deprivare i gazawi di una componente fondamentale della loro resilienza.

Su quella strada già tracciata, oggi accade quindi che decine, centinaia di asini vengano “strappati” a Gaza – ovvero, deportati – e trasferiti in Europa. Il santuario israeliano Starting Over Sanctuary (SOS), che dopo il 7 ottobre ha ricevuto oltre 1.200 asini, ha stretto una collaborazione con l’organizzazione britannica Network for Animals, organizzando i primi voli per l’Europa. Il 18 maggio 2025, 58 asini sono stati caricati su un aereo cargo e inviati in rifugi in Francia e Belgio. Un secondo volo è previsto, mentre si cercano fondi per completare l’operazione. In precedenza, erano già stati inviati circa 300 asini al rifugio inglese Wood Green.

La fondatrice di SOS, Sharon Cohen, con l’asino Avigdor nella sua nuova casa in Francia. Foto: SOS

Commovente tutto ciò? Ma cosa, stiamo davvero celebrando ?

Gli asini non sono pacchi da esportazione. Non sono trofei da esibire per lavare le coscienze. E non sono animali randagi in cerca di casa: avevano già una casa, una vita, un territorio, condiviso con le comunità palestinesi che li curavano, li rispettavano, li usavano per lavorare e muoversi in un contesto di risorse limitate. Il loro esilio è l’altra faccia della distruzione sistematica della vita a Gaza.

E i rifugi europei che li accolgono – pur animati da buone intenzioni – diventano complici inconsapevoli (ma non innocenti) di questo esilio. Accettano animali strappati da un contesto sotto occupazione, senza interrogarsi su come e perché questi animali arrivino da loro. Non chiedono conto della violenza che li ha preceduti. Non fanno domande sul significato politico di quei “trasferimenti” .

Emblematico il caso de La Tanière – Zoo Refuge, vicino alla città francese di Chartres, che ha accolto calorosamente gli asini e li ha celebrati come simbolo di “compassione e civiltà”, presentando a ogni asino una “storia di fuga dall’inferno”, senza alcun riferimento alle loro origini palestinesi o alle loro famiglie anzi, definendoli “asini in arrivo da Israele”.

In un mondo che ama “salvare gli animali”, ma che può permettersi di ignorare le persone, questi asini diventano strumenti di una narrazione tossica: Israele come paese civile che salva, Gaza come luogo selvaggio da cui gli animali vanno tratti in salvo. Una narrativa coloniale, specista, predatoria.

La libertà degli asini – come quella degli umani – non si costruisce nei rifugi, ma ponendo fine all’occupazione, alla distruzione, all’assedio. Un asino che bruca l’erba in Francia, mentre la sua casa a Gaza viene bombardata, non è un animale libero: è un rifugiato senza ritorno, strumentalizzato per rendere più digeribile un crimine.

Gli asini di Gaza non hanno bisogno di voli in Europa. Hanno bisogno che cessi l’occupazione sionista, sostenuta e giustificata dall’Occidente. Hanno bisogno che venga restituita dignità e libertà a chi vive con loro: un popolo esiliato, occupato, a cui da oltre 75 anni viene negato il diritto di tornare alle proprie terre e di vivere in un proprio Stato libero e indipendente...


Note:

1 – O oppure come colui che passò presso un villaggio che giaceva in rovina sulle sue [stesse] [sedi], e disse: «Come potrà Allah far rivivere queste [rovine] dopo la loro morte?» Allah lo fece morire per cento anni, poi lo risuscitò e gli chiese: «Quanto tempo sei rimasto qui?» Rispose: «Sono rimasto un giorno o parte di un giorno». Disse: «No, sei rimasto per cento anni. Guarda il tuo cibo e la tua bevanda: non si sono alterati; guarda il tuo asino: lo abbiamo fatto diventare scheletro e poi lo abbiamo rivestito di carne. E tutto questo perché ti abbiamo fatto un segno per gli uomini. Guarda le ossa: come le solleviamo, poi le rivestiamo di carne». Quando gli fu chiaro [che Allah ha potere su tutto], disse: «So che Allah ha potere su ogni cosa»”.

2 – Yaʽfūr era l’asino usato dal Profeta come mezzo di trasporto. Descritto come dono del governatore bizantino dell’Egitto, Yaʽfūr viene spesso citato nella sīrah come animale montato senza briglie.Alcune tradizioni narrano che Yaʽfūr parlò al Profeta, rivelando la sua genealogia e il suo desiderio di servire – un racconto presente nella compilazione Kitāb al-Ḥadāyā wa’l-Tuhaf e riportato anche dal commentatore Ibn Kathīr .La credenza che tali tradizioni siano autentiche è dibattuta fra gli studiosi; la maggioranza le considera poco affidabili o deboli, ma esse restano parte del patrimonio leggendario intorno alla figura di Yaʽfūr .

Fonti:

sabato 14 novembre 2020

Imparare a salutarci - Chandra Livia Candiani

 


E così sta ricominciando. Abbiamo ricostruito per un po’ lo scenario di una vita ‘normale’ e ora si ricomincia con l’emergenza, con il non poter più fare come se. 

Sono fortunata, non ho mai avuto una vita normale. Sempre fatto tanta fatica in tutto. Quelli come me erano da schivare perché sono quelli scassati che ti ricordano la fragilità e l’andare a pezzi, quelli che vedono il re nudo.

Adesso che il re è evidentemente nudo non si può rivestirlo.

Da otto mesi vivo in campagna, ma non basta, ho deciso di non tornare. Perché man mano è salita la solitudine gigante in cui vivevo. Quanto mi faceva male passeggiare facendomi timidamente largo tra i corridori. Una volta una signora dietro di me si è messa a sbuffare e poi mi ha detto: “Ma lei non tiene la carreggiata, va di qui e poi di là!” “Ma sono a piedi!” le ho risposto io esterrefatta, pensando mi avesse scambiata per un mezzo di trasporto. Quale poi? Sono piccolissima. Un monociclo?

 

Ora vivo in un piccolo paese piemontese, un paese senza case di villeggiatura ma con parecchie case abbandonate. In questi mesi ho sentito e pensato tanto e non ho dimenticato niente. Certe volte vedo delle immagini di Milano, strade qualunque, slarghi trafficati, qualche chiesa, sono pezzi di me rimasti lì, momenti di consapevolezza che non sono partiti con me. Forse.

Qui c’è il bosco, il mio Maestro. Non ho più nessuna vita sociale, tanto non ne ero capace. Qualche amica e amico sì però, ci si scrive o ci si telefona. Anche qualche parente cattivo che non ha capito di aver perso il bersaglio: sono andata via!

 

Per un po’ mi hanno fatta sentire vile, una scampata, ma ora i pensieri degli altri non pesano più così tanto. Perché gli alberi mi parlano. E anche gli asini, più che altro gli asini mi corrono incontro e ci abbracciamo, soprattutto uno, Pippo Magique.

Non trascuriamo gli altri regni, ci sono gli alberi dovunque siamo, qualche animale c’è sempre ovunque, se non altro i cani salvavita delle città. Sono stanchi, un saluto gli fa bene.

Non trascuriamo il respiro, c’è ancora, non è garantito, fa bene ricordarlo, sentirlo, lasciarlo libero, prolungare un po’ l’espirazione, imparare a lasciare. Ogni respiro insegna a lasciare. Inspirare prende, ma sa farlo da sé, espirare invece lascia, esce nel mondo, insegna a mollare la presa.

 

Nel bosco porto sempre con me la mascherina, se incontro qualcuno (è raro, ma nei periodi in cui si può prendere qualcosa, castagne, funghi, spuntano gli umani) se li incrocio anche per pochissimo, mi infilo la mascherina e gli sorrido, un po’ come un tempo gli uomini che alzavano il cappello, un segno di rispetto, per la comune fragilità.

Imparare a salutarci, a onorarci perché stiamo passando.

da qui

giovedì 7 marzo 2019

L'asino - Davide Ferrario


Un effetto collaterale della grande diffusione degli animali da compagnia oggi in atto è – almeno per chi abita in campagna e ha a disposizione un po’ di terreno – la riscoperta dell’asino. Confesso che anch’io da una quindicina d’anni sono l’orgoglioso proprietario di una coppia di asini che hanno generato numerosi figli, una delle quali è rimasta con noi. Nella strada dove abito vivono almeno altri cinque asini, che spesso comunicano a distanza nel loro modo tipico. E, sempre per esperienza personale, posso dire che – contrariamente alle aspettative – piazzare i vari piccoli che sono nati negli anni non è stato difficile. Molte persone, oggi, sono finalmente attratte da un animale che non ha mai goduto di grande reputazione rispetto al suo socio equino, il cavallo.
Il rinnovato interesse per l’asino in carne ed ossa ha portato anche a una produzione manualistica di cui questi due volumi sono un esempio. I libri portano lo stesso titolo e la stessa immagine di copertina (forza grafici, un po’ più di fantasia…) e sono usciti quasi in contemporanea, a cavallo (ops…) di fine anno: segno che l’attenzione per l’asino è fenomeno italiano molto attuale. Le edizioni originali, infatti, non sono proprio recentissime. Il libro di Jill Bough è uscito in Gran Bretagna nel 2011; quello di Jutta Person in Germania nel 2013. Evidentemente succede che gli amatori di asini, quorum ego, finiscono per chiedersi da dove nasca la loro passione e cosa possa significare. Ma mentre su cani e gatti c’è una letteratura sterminata, il caso dell’asino come animale da compagnia è meno scandagliato e più ambiguo. Per quanto presentissimi nella vita e nella cultura quotidiana fino a una quarantina d’anni fa, è solo da poco che ci si interroga su cosa c’è dietro lo sguardo di un asino. Per lungo tempo, il povero animale è stato sostanzialmente usato e abusato, preso e sbattuto via come semplice strumento di lavoro (cosa che gli capita ancora nei paesi del Terzo Mondo). Oggi è come se avessimo tutti adottato una postura bressoniana, quella che spinse il regista francese a girare nel 1966 l’indimenticabile Au hasard, Balthazar.



Per quanto superficialmente simili, i due volumi sono in effetti complementari. Quello di Jill Bough è più storicizzante e fornisce molti dati e numeri sulla diffusione e sull’uso dell’asino. Quello di Jutta Person indaga piuttosto le rappresentazioni dell’asino nella cultura. In effetti, la posizione dell’animale nell’immaginario umano è contraddittoria. “Somaro” è un termine che in molte lingue identifica una persona stupida e ignorante; e, in generale, l’asino non ha mai goduto di molta considerazione intellettuale, soprattutto per la sua ostinazione e cocciutaggine. Ma è anche vero che proprio su un asino Gesù Cristo fece il suo ingresso a Gerusalemme, tant’è che – nella Bibbia e nel cristianesimo in generale – l’asino è di solito una bestia “positiva”. In quell’immagine, diventata un archetipo dell’iconografia cristiana, convivono realtà storica e metafora. È chiaro che se Gesù fosse entrato in città a cavallo come un conquistatore avrebbe tradito il suo messaggio; ma è anche vero, come ci informa Bough, che l’asino – da Salomone in giù – era considerato cavalcatura reale. E questa ambivalenza sembra aver informato tutte le rappresentazioni dell’asino nell’arte quanto nella vita, da Apuleio a Nietzsche; ma anche nel rapporto che si sviluppa, per esempio, tra soldati e asini (o muli). Dopo averli usati in prima battuta semplicemente come bestie da soma, i mulattieri sviluppano con i muli, nella battaglia, un rapporto straordinario di solidarietà e amicizia, in cui spesso l’animale salva la vita all’uomo. Indimenticabile, nonostante non sia citato in nessuno dei due libri, il racconto di Mario Rigoni Stern che si intitola Un uomo e una mula nella neve in Aspettando l’alba.



In effetti, se si deve cogliere una costante nel rapporto tra uomo e asino, è il movimento per cui l’asino viene usato spietatamente salvo poi scoprire il valore delle qualità morali che consentono all’uomo di sfruttarlo: pazienza, resistenza, affidabilità. Entrambi i libri dimostrano come tutti i grandi imperi e le conquiste coloniali non avrebbero potuto fare a meno degli asini. Ma anche come, con la meccanizzazione, gli asini – finalmente liberi di vivere senza un giogo – siano stati messi da parte, anzi eliminati come un fastidio. La storia dello sterminio degli asini in Sudafrica nel 1983 raccontata da Bough è insieme orrenda ed esemplare, perché si intreccia alla questione dell’apartheid. Eliminati perché facevano concorrenza sui pascoli ai più “produttivi” bovini, gli asini – animali dei neri poveri – sono diventati nel Sudafrica contemporaneo un simbolo di lotta all’oppressione e oggi sono tutelati e protetti.
Trattare l’asino non solo come strumento da lavoro, ma – se non proprio come compagno – almeno come “vicino” ci consente di capirne meglio la natura. Credo che la grande domanda che noi possessori di asini ci facciamo sia: come fa un animale a essere così? Paziente al limite dell’indifferenza, ma insieme consapevolissimo di tutto quello che gli sta intorno.

Resistente alle violenze con una specie di passività gandhiana, tesa più a sfinire l’aggressore che a pararne i colpi. Intelligentissimo e capace di grandi affetti, nonostante la nomea (non me ne vogliano gli amanti dei cavalli, ma non c’è paragone tra i due quanto a capacità di elaborare). Una volta qualcuno mi ha chiesto cosa mi piacesse davvero in un asino. Mi è venuto da rispondergli “Gli asini stanno”. Non conosco nessun essere vivente che abbia un tale rapporto “terrestre” col mondo: l’asino sembra sempre in connessione profonda col luogo dove si trova, come se avesse trovato il suo posto nel mondo. E quel suo sguardo insieme laterale e diretto sembra proprio celebrare un “qui ed ora” che ha qualcosa a che fare col senso della vita. È difficile “umanizzare” gli asini, come facciamo con cani gatti e altri animali domestici. L’asino rivendica sempre una sua alterità, che però è estremamente aperta e – se mi passate il termine – compassionevole. Lui sembra sapere qualcosa che noi ci affanniamo a cercare di capire. E allora quella sua cocciutaggine apparentemente così incomprensibile per noi si illumina con una bella intuizione suggerita da Jutta Person. L’asino ha qualcosa di Bartleby lo scrivano. Come il personaggio di Melville, rifiuta di farsi complice di quella grande messa in scena che l’uomo considera la sua esistenza e il suo destino. Pressato dal nemico e dalle avversità, l’asino non fugge ma resta piantato lì a sfidarli. Umile e insieme imbattibile, sembra dire con la postura e l’espressione: “Preferirei di no”.

mercoledì 29 agosto 2018

Asini, cinesi e affari nel Sahel - Mauro Armanino



Nel Sahel sono considerati come i più fedeli amici dell’uomo. Gli asini costituiscono un insostituibile mezzo di locomozione e di trasporto. Nella capitale Niamey, per esempio, hanno un ruolo di primo piano per regolare il traffico e le mercanzie. Persino le numerose fuori strada d’occasione o di contrabbando libico si fermano al loro studiato cambio di corsia. D’abitudine il conducente è seduto sull’animale e con un bastone ritma la direzione e il trotto dell’animale.
Portano in giro quanto costituisce l’economia reale del Paese. Legna da ardere, fieno per i capri che saranno presto sacrificati, bidoni d’acqua popolare, immondizie da gettare da un’altra parte e mobili per il trasloco nell’altro quartiere della città. Occasionalmente si impuntano nel mezzo dell’arteria principale della capitale e non si smuovono finchè la loro sovrana volontà non lo decide: a nulla valgono i bastoni, i calci, le spinte e le esortazioni. Offrono una resistenza degna di miglior sorte al potere del padrone. Il bello è che persino i bambini, senza nessuna licenza uficiale, sono al comando delle briglie e del carretto in legno o metallico, che li porta in giro. Con consumata perizia ammaestrano gli asini così come vedono fare dai grandi: a colpi di bastone.
Non sanno di avere gli anni contati. A meno di un cambiamento radicale di legislazione e di costumi gli asini sono in fase di decimazione. I cinesi hanno scoperto che la loro pelle nasconde innumerevoli proprietà magiche e terapeutiche. Asini e giraffe, assieme a rinoceronti, pangolini e zanne di elefante, sono ambito bersaglio dei bracconieri. Ridotto in polvere, ognuno a suo modo, è reputato per combattere la vecchiaia, l’aids e per risorgere appetiti che con gli anni tendono ad assopirsi.
L’asino non è ancora, nel Sahel, una specie in estinzione anche perché alcuni Paesi, e tra questi il Niger, hanno creato una legislazione che ne proibisce l’esportazione. Tutta la ricchezza dell’animale sta nella sua pelle. Anche l’ultimo dei capitalisti di questo mondo ciò l’aveva ben capito e applicato da tempo anche su esseri umani. Non casulmente, ad esempio nel vicino Burkina Faso, il furto di asini si è moltiplicato, à causa del prezzo, rendendo necessaria la costruzione di steccati protettivi. Dunque la Cina, dopo aver decimato gli asini in patria cerca altrove, in Africa nella fattispecie, quanto è carente nell’Impero di Mezzo. In Africa, per la Cina c’è di tutto e di più. Petrolio, rame, cobalto, uranio, bauxite, metalli e terre rare esportate per migliaia di tonnellate. E adesso anche pelli di asini.
Gli asini di Niamey ancora non lo sanno. Agli occhi dei cinesi sono preziosi come non mai nella loro millenaria storia. Asini di qualità e compagni per la pelle, perché in economia non ci sono amici ma solo complici o al più concorrenti. Nel Niger, a suo modo strategico, i cinesi sono i protagonisti riconosciuti del commercio e degli investimenti nelle strutture del Paese. Si sa, a parte gli asini, fuori della Cina non c’è salvezza. Sono operanti una trentina di imprese cinesi nel settore del petrolio, della telecomunicazione, dei lavori pubblici e nell’ambito degli hotel di lusso. Il Soluxe Hotel Niamey accoglie clienti dall’aprile del 2015 e comprende un centro commerciale e un complesso sportivo. E’ il primo hotel a cinque stelle del Niger, in grado di soddisfare le domande dei vari tipi di clientela.
Gli asini naturalmente non hanno accesso né all’hotel né agli impianti sportivi e, d’altra parte, non aspirano a farlo. La gente sa bene che i vestiti, gli utensili e buona parte dei prodotti cinesi non dura molto più di un paio di settimane a farla grossa. C’è però lo stadio nazionale, il terzo ponte, la diga che dovrebbe essere completata nel 2020 e infine gli asini la cui pelle darà a suo tempo lunga vita alla popolazione cinese abbiente.
In città gli asini viaggiano spesso in fila indiana. Per avere più visibilità e forza contrattuale attraversano la strada in gruppo. A volte, di notte, l’ultimo carro della fila porta un triangolo da sosta che brilla coi fari delle macchine che la sorpassano. Non mancano asini che resistono ad ogni tentativo di sfruttamento e, da veri proletari, vendono cara la pelle.

domenica 1 febbraio 2015

Noi sardi siamo condannati? - Claudia Basciu (Grig)

Asinelli uccisi, decapitati e macellati sul posto, stessa sorte per le asinelle in stato di gravidanza, i cui feti sono stati buttati via insieme alle interiora, e poi ancora pecore sgozzate, galline uccise a badilate, cani presi a picconate e a sassate, e così conigli, oche, faraone, maialetti.
Forse solo in un film splatter sarebbero riusciti a fare di meglio.
Ma noi Sardi, quelli con la schiena dritta, quelli con l’orgoglio appeso al collo, quelli che esigono rispetto dal resto del mondo, quelli  con il vittimismo attaccato al fondoschiena, noi, Noi sappiamo fare molto meglio. Sappiamo, come nel vile massacro in danno di Gabriele Secci e dei suoi animali, uccidere la speranza, la dignità, l’intelligenza, tutto in un colpo solo, come pochi sanno fare.
Secondo quanto riportato dalla stampa, Gabriele Secci è un giovane che, dopo una serie di vicissitudini lavorative, aveva deciso di avviare un’attività per conto proprio a Villamassargia, una fattoria didattica, come peraltro fanno molti giovani, e meno giovani, in tutta Italia. Un modo onesto e dignitoso per far fronte alla terribile crisi economica degli ultimi anni.
Ma Gabriele, evidentemente, non aveva fatto i conti con il lato oscuro dei Sardi, quello violento, barbaro, vile, autolesionista, in grado di agire solo per distruggere, a prescindere dalla crisi economica.
Perché, ammettiamolo, eventi del genere non accadono nelle comunità povere, dove magari si caccia o si uccide un animale per la propria sussistenza, accadono nelle comunità vuote e un po’ infelici, dove ci si illude che la vita degli esseri umani sia slegata da quelle degli altri esseri viventi, sempre e comunque al servizio delle proprie esigenze e delle proprie frustrazioni.
In Sardegna, il fenomeno è sempre stato presente, e nulla sembra essere cambiato negli ultimi tempi, si manifesta con gesti sempre più feroci e crudeli. Non sembra che questo sistema ci abbia fatto crescere né economicamente né socialmente,  e allora, vogliamo iniziare a cambiarlo o preferiamo essere condannati a rimanere una comunità vuota, di poveri illusi, per sempre?
Iniziamo, per esempio, a manifestare solidarietà a Gabriele Secci e a condannare apertamente il vile gesto. Sarebbe un piccolo passo avanti.
Chi può, magari, gli doni un altro animale, per ripartire.

venerdì 16 gennaio 2015

E l’asina disse – Paolo De Benedetti

Di Paolo De Benedetti avevo letto La teologia degli animali, ora è la volta di un altro libro, che mi ha consigliato Giovanni, (qui il suo blog).
È un libretto piccolo e profondo, dove si racconta e si ricorda lo spazio e il senso degli animali nel mondo.


Non ci stancheremo mai abbastanza di ripetere che gli animali non sono soltanto un banco di prova della nostra gentilezza d'animo, ma hanno una dignità propria che la Bibbia sottolinea più volte; e che l'indifferenza verso gli animali è già di per sé un sentimento, o meglio un non sentimento, incompatibile con l'animo di un vero cristiano o di un vero ebreo, cioè di uno che sa quanto sia indivisibile l'amore e quanto sia indivisibile la vita e quanto sia indivisibile l'amore dalla vita.
Paolo De Benedetti

…Il Talmud prescrive di non mettersi a tavola prima di aver dato da mangiare ai propri animali, come sanno bene le mie gatte. Nella tradizione rabbinica gli animali hanno l’anima, l’angelo custode, e pregano; gli alberi è come se parlassero,..

…Dove gli uomini sono cattivi, ma ugualmente Dio manda il sole e la pioggia, ciò è merito degli animali, che Dio vuole salvi insieme agli uomini. Dio promette pace anche con le pietre del campo e le bestie selvatiche. In sostanza, tutto il creato è nostro “prossimo”, da amare come tale. Dice un rabbi che se hai in mano una pianta da piantare e arriva il messia, vai prima a piantare la pianta, e poi vai a riceverlo…

domenica 11 gennaio 2015

Asini cantati in poesia

Un prato, un asinello – Franco Marcoaldi

È un sogno che coltivo da tempo
immemorabile: prendermi
un asinello e piazzarlo sopra
il prato. Giusto per omaggiarlo:
sgravato da ogni impegno,
privato di ogni soma, dolcissimo
asinello da sempre maltrattato.
Dell’asino mi incantano la mitezza
e la pazienza, l’occhio umido
e dolce illuminato a tratti
da lampi di furbizia,
l’endurance millenaria
travestita da mestizia.
Un giorno a Addis Abeba
ce n’erano a decine che privi
di padrone correvano
da soli con fare indaffarato.
Svolgevano – mi dissero – la funzione
del postino: mai un pacco
andato perso, tutto recapitato.
Io non avevo dubbi: ché l’asino
è preciso, assennato,
intelligente; e svolge sempre
al meglio l’impegno che l’attende.
Per questo nei miei sogni penso
a un asinello che a nome della specie
sia premiato: non dovrà fare niente,
se ne starà tranquillo a rimirare
il mondo sopra un immenso prato.


Preghiera per andare in paradiso con gli asini - Francis Jammes

Quando tempo sarà di ritornare a voi, mio Dio,
vorrei splendesse un giorno di siepi polverose.
Sceglierei, come in terra, una strada ove andare
a mio talento, divagando, verso
il vostro paradiso straripante
di stelle in pieno giorno.

Col mio bastone andrò lungo la via maestra
e agli asini dirò, miei grandi amici:
io sono Francio Jammes e vado in Paradiso,
ché non c’è inferno al paese di Dio.
Dirò: del cielo azzurro
soavi amici venite, accompagnatemi,
povere bestie che girando il muso
o con colpi di orecchie vi schermite
dalle mosche avide, da frustate e api.

Che vi compaia innanzi a tutte quelle bestie
che amo perché abbassano la testa
dolcemente, e fermandosi congiungono
dignitosi e strazianti i piccoli piedi.
Mi seguiranno migliaia di orecchie:
di chi portò pesanti bigonce appese ai fianchi
o tirò il carrozzone ai saltimbanchi
o trabiccoli in latta e pennacchi,
e altri che gravarono acciaccati bidoni,
asine che zoppicarono, più gonfie di palloni,
e altri che coprivano cenciosi mutandoni
per vie di piaghe gocciolanti, livide,
in un cerchio di mosche testarde.
Con questi asini, Dio, fate che a voi ritorni.
E che in pace profonda angeli ci conducano
verso ruscelli ombrosi, e ridano ciliegie
più lisce della guancia alle fanciulle,
fate che in quel reame delle anime,
curvo sull’acqua sacra io stia come gli asini
a contemplare l’umile, la dolce povertà
nell’amoroso cerchio della vostra eternità.

 Sarchiapone e Ludovico - Totò

Teneva diciott'anne Sarchiapone,                           
era stato cavallo ammartenato,
ma... ogne bella scarpa nu scarpone
addeventa c' 'o tiempo e cu ll'età .
Giuvinotto pareva n'inglesino,
uno 'e chilli cavalle arritrattate
ca portano a cavallo p' 'o ciardino
na signorina della nobiltà.
Pronto p'asc'i sbatteva 'e ccianfe 'nterra,
frieva, asceva 'o fummo 'a dint' 'o naso,
faville 'a sotto 'e piere, 'o ffuoco! 'A guerra!
S'arrevutava tutt' 'a Sanità.
Ma... ogni bella scarpa nu scarpone
c' 'o tiempo addeventammo tutte quante;
venette pure 'o turno 'e Sarchiapone.
Chesta è la vita! Nun ce sta che ffà .
Trista vicchiaja. Che brutto destino!
Tutt' 'a jurnata sotto a na carretta
a carrià lignammo, prete, vino.
"Cammina, Sarchiapò ! Cammina, aah!".
'0 carrettiere, 'nfamo e disgraziato,
cu 'a peroccola 'nmano, e 'a part' 'o gruosso,
cu tutt' 'e fforze 'e ddà sotto 'o custato
'nfaccia 'a sagliuta p' 'o fà cammenà.
A stalla ll'aspettava Ludovico,
nu ciucciariello viecchio comm' a isso:
pe Sarchiapone chisto era n'amico,
cumpagne sotto 'a stessa 'nfamità.
Vicino tutt' 'e ddute: ciuccio e cavallo
se facevano 'o lagno d' 'a jurnata.
Diceva 'o ciuccio: "I' nce aggio fatto 'o callo,
mio caro Sarchiapone. Che bbuò fà ?
lo te capisco, tu te si abbeluto.
Sò tutte na maniata 'e carrettiere,
e, specialmente, 'o nuosto,è 'o cchiù cornuto
ca maie nce puteva capità.
Sienteme bbuono e vide che te dico:
la bestia umana è un animale ingrato.
Mm' he a credere... parola 'e Ludovico,
ca mm' è venuto 'o schifo d' 'o ccampà.
Nuie simmo meglio 'e lloro, t' 'o ddico io:
tenimmo core 'mpietto e sentimento.
Chello ca fanno lloro? Ah, no, pe ddio!
Nisciuno 'e nuie s' 'o ssonna maie d' 'o ffà.
E quanta vote 'e dicere aggio 'ntiso:
"'A tale ha parturito int' 'a nuttata
na criatura viva e po' ll'ha accisa.
Chesto na mamma ciuccia nun 'o ffà !".
"Tu che mme dice Ludovico bello?!
Overo 'o munno è accussi malamente?".
"E che nne vuo sapè , caro fratello,
nun t'aggio ditto tutta 'a verità.
Tu si cavallo, nobile animale,
e cierti ccose nun 'e concepisce.
I' so plebbeo e saccio tutt' 'o mmale
ca te cumbina chesta umanità ".
A sti parole 'o ricco Sarchiapone
dicette: "Ludovì , io nun ce credo!
I' mo nce vò , tenevo nu padrone
ch'era na dama, n'angelo 'e buntà.
Mm'accarezzava comm'a nu guaglione,
mme deva 'a preta 'e zucchero a quadrette;
spisse se cunzigliava c' 'o garzone
(s'io stevo poco bbuono) ch' eva fà ".
"Embè ! - dicette 'o ciuccio - Mme faie pena.
Ma comme, tu nun l'he capito ancora?
Si, ll'ommo fa vedè ca te vò bbene
è pe nu scopo... na fatalità.
Chi pe na mano, chi pe n'ata mano,
ognuno tira ll'acqua al suo mulino.
So chiste tutte 'e sentimente umane:
'a mmiria, ll'egoismo, 'a falsità.
'A prova è chesta, caro Sarchiapone:
appena si trasuto int' 'a vicchiaia,
pe poche sorde, comme a nu scarpone,
t'hanno vennuto e si caduto ccà.
Pe sotto a chillu stesso carruzzino
'o patruncino tuio n'atu cavallo
se ll' è accattato proprio stammatina
pe ghi currenno 'e pprete d' 'a città ".
'0 nobbile animale nun durmette
tutt' 'a nuttata, triste e ll'uocchie 'nfuse,
e quanno avette ascì sott' 'a carretta
lle mancavano 'e fforze pe tirà .
"Gesù , che delusione ch'aggio avuto!"-
penzava Sarchiapone cu amarezza.
"Sai che ti dico? Ll'aggia fa fernuta,
mmiezo a sta gente che nce campo a ffà ?"
E camminanno a ttaglio e nu burrone,
nchiurette ll'uocchie e se menaie abbascio.
Vulette 'nzerrà 'o libbro Sarchiapone,
e se ne jette a 'o munno 'a verità.


Aveva diciotto anni Sarchiapone
era stato cavallo spavaldo
ma ogni bella scarpa uno scarpone
diventa col tempo e con l'età.
Giovanotto sembrava un inglesino
uno di quei cavalli ritratti
che portano a cavallo per il giardino
una signorina della nobiltà.
Pronto per uscire, sbatteva le zampe in terra
mordeva il freno, usciva fumo dalle nari
scintille sotto i piedi, il fuoco! La guerra!
Si rivoltava tutto il rione Sanità.
Ma ogni bella scarpa uno scarpone
col tempo diventiamo tutti quanti,
e venne pure il turno di Sarchiapone.
Questa è la vita! Non c'è niente da fare.
Triste vecchiaia. Che brutto destino!
Tutta la giornata sotto a un carretto
a caricare legname, pietre, vino.
Cammina Sarchiapò, cammina!
Il carrettiere, infame e disgraziato
col bastone in mano dalla parte grossa
con tutte le forze lo dava sotto al costato
davanti alla salita per farlo camminare.
Nella stalla l'aspettava Ludovico
un somarello vecchio come lui:
per Sarchiapone questi era un amico,
compagno sotto la stessa infamità.
Vicini tutti e due, asino e cavallo
si facevano le lagne della giornata.
Diceva il somarello: "Io ci ho fatto il callo
mio caro Sarchiapone, che vuoi fare?
Io ti capisco, tu ti sei avvilito.
Sono tutti una masnada i carrettieri,
e specialmente il nostro è il più cornuto
che mai ci potesse capitare.
Ascoltami bene quello che ti dico:
la bestia umana è un animale ingrato.
Mi devi credere, parola di Ludovico
che mi è venuto lo schifo di vivere.
Noi siamo meglio di loro, te lo dico io
abbiamo il cuore in petto e il sentimento.
Quello che fanno loro? A no per Dio!
Nessuno di noi si sogna mai di farlo.
E quante volte ho sentito dire:
"La tale ha partorito in nottata
una creatura viva e poi l'ha uccisa.
Questo una mamma asinella non lo fa!"
"Tu cosa mi dici Ludovico bello?
Davvero ilo mondo è così cattivo?
"E cosa vuoi sapere, caro fratello
e non ti ho detto tutta la verità!"
Tu sei un cavallo, nobile animale
e certe cose non le concepisci.
Io sono plebeo e conosco tutto il male
che ti combina questa umanità"
A queste parole il ricco Sarchiapone
disse: "Ludovì, io non ci credo!
Io non voglio, io avevo una padrona
che una dama, un angelo di bontà.
Mi accarezzava come fossi un bambino
me dava lo zucchero a quadretti
spesso si consigliava col garzone
su come fare se stavo poco bene!"
Embè, disse l'asino, mi fai pena.
Ma come, non l'hai ancora capito?
Se l'uomo fa vedere che ti vuole bene
è per uno scopo, una fatalità.
Chi da una parte, chi dall'altra
ognuno tira l'acqua al suo mulino.
Sono questi tutti i sentimenti umani:
l'invidia, l'egoismo la falsità.
La prova è questa, caro Sarchiapone:
appena sei invecchiato
per pochi soldi, come uno scarpone.
ti hanno venduto e sei finito quà.
Sotto a quello stesso carrozzino
il padroncino tuo ha attaccato
un'altro cavallo, proprio stamattina
e ci corre fra le pietre della città.
Il nobile animale non dormì
tutta la notte, triste, con gli occhi umidi,
e quando dovette uscire sotto al carretto
gli mancavano le forse per tirarlo.
Gesù che delusione che ho avuto!
pensava Sarchiapone con amarezza.
Sai che ti dico? La voglio fare finita
in mezzo a questa gente cosa vivo a fare?
E camminando sul bordo del burrone
chiudette gli occhi e si buttò di sotto.
Volle chiudere il libro, Sarchiapone
e se ne andò nel mondo della verità!
da qui

qui recitata da Totò:




A Un Asino – Giosuè Carducci

Oltre la siepe, o antico pazïente,
De l'odoroso biancospin fiorita,
Che guardi tra i sambuchi a l'orïente
Con l'accesa pupilla inumidita? 

Che ragli al cielo dolorosamente?
Non dunque è amor che te, o gagliardo, invita?
Qual memoria flagella o qual fuggente
Speme risprona la tua stanca vita? 

Pensi l'ardente Arabia e i padiglioni
Di Giob, ove crescesti emulo audace
E di corso e d'ardir con gli stalloni? 

O scampar vuoi ne l'Ellade pugnace
Chiamando Omero che ti paragoni
Al telamonio resistente Aiace? 



In lode dell’Asino – Giordano Bruno

O sant'asinità, sant'ignoranza,
Santa stolticia e pia divozione,
Qual sola puoi far l'anime sì buone,
Ch'uman ingegno e studio non l'avanza;
Non gionge faticosa vigilanza
D'arte qualunque sia, o 'nvenzione,
Né de sofossi contemplazione
Al ciel dove t'edifichi la stanza.
Che vi val, curiosi, il studiare,
Voler saper quel che fa la natura,
Se gli astri son pur terra, fuoco e mare?
La santa asinità di ciò non cura;
Ma con man gionte e 'n ginocchion vuol stare,
Aspettando da Dio la sua ventura.
Nessuna cosa dura,
Eccetto il frutto de l'eterna requie,
La qual ne done Dio dopo l'essequie.