Visualizzazione post con etichetta transizione energetica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta transizione energetica. Mostra tutti i post

martedì 10 marzo 2026

Lettera aperta ai vertici della Regione autonoma della Sardegna su transizione energetica e tutela del territorio.

La petizione Si all’energia rinnovabile, no alla speculazione energetica! si firma qui.

Alla Presidente della Regione Autonoma della Sardegna

Al Presidente del Consiglio Regionale

Ai Capigruppo del Consiglio Regionale

Alla Giunta Regionale

Alla Commissione Industria del Consiglio regionale

Alla Commissione Ambiente del Consiglio regionale

Oggetto: Posizione del Comitato “Su Entu Nostu” e delle Associazioni sottoscrittrici su transizione energetica e tutela del territorio – Inquadramento normativo e tutela degli interessi della  comunità regionale.

Il Comitato e le Associazioni ambientaliste sottoscrittrici, con la presente memoria, intendono render note le proprie in merito alla disciplina della transizione energetica in Sardegna, alla luce del necessario coordinamento tra normativa regionale, nazionale ed europea.

1. Gerarchia delle fonti e necessaria coerenza normativa

L’approvazione della Legge n. 4 del 15 gennaio 2026 rappresenta un passaggio estremamente delicato nei rapporti tra lo Stato e la Regione Autonoma della Sardegna.

Di fatto, questa norma riduce ulteriormente il potere decisionale e la discrezionalità della nostra Regione, relegandola sempre più al ruolo di semplice esecutrice di decisioni assunte altrove.

La legge viene presentata come recepimento della direttiva europea RED III (UE 2023/2413), ma nel farlo omette parti fondamentali della direttiva stessa. In particolare vengono meno:

– il principio della copianificazione con le autorità regionali e locali;

– il coinvolgimento delle comunità nei processi decisionali, elemento essenziale per garantire l’accettazione pubblica dei progetti energetici;

– l’introduzione di limiti legati al fabbisogno energetico reale e alla capacità della rete elettrica;

– una vera razionalizzazione dell’infrastruttura elettrica basata sulla potenza effettivamente installata e pianificata.

Non siamo quindi di fronte soltanto a una questione tecnica. Qui vengono toccati direttamente i diritti e le prerogative riconosciuti dallo Statuto speciale della Sardegna, e viene messo in discussione uno dei principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale: quello della leale collaborazione tra Stato e Regioni.

Il percorso che ha portato all’approvazione della legge, infatti, non è stato accompagnato da un reale confronto istituzionale. Non vi è stato alcun accordo preventivo in sede di Conferenza Stato-Regioni, passaggio che sarebbe stato necessario proprio per rispettare quel principio di leale collaborazione che la nostra Costituzione richiede.

Per queste ragioni riteniamo che la Regione Sardegna non possa limitarsi a prendere atto di questa situazione.

Al contrario, l’unica strada realmente coerente con la difesa delle nostre prerogative è impugnare la Legge n. 4 del 15 gennaio 2026 davanti alla Corte Costituzionale (art. 127 Cost.).

Solo attraverso un ricorso formale sarà possibile chiedere un chiarimento definitivo sul rispetto delle competenze regionali e ottenere il riconoscimento delle prerogative che spettano alla Sardegna in virtù del proprio Statuto speciale.

Rinunciare a questo passaggio significherebbe accettare, di fatto, una progressiva riduzione dell’autonomia della nostra Regione.

Parallelamente, esiste anche un altro strumento previsto dal nostro ordinamento democratico: il referendum abrogativo previsto dall’articolo 75 della Costituzione.

Si tratta di uno strumento che può essere promosso da almeno cinque consigli regionali e che consentirebbe di rimettere ai cittadini la valutazione su una norma che incide in modo così rilevante sulla governance energetica del Paese e sui diritti dei territori.

Queste due strade — l’impugnazione davanti alla Corte Costituzionale e l’attivazione dello strumento referendario — non sono alternative, ma possono procedere in modo parallelo, rafforzando la posizione istituzionale della Sardegna e la difesa delle sue competenze.

Nel frattempo, naturalmente, il Consiglio regionale dovrà continuare a operare nel rispetto della gerarchia delle fonti e del quadro normativo vigente. Anche la Legge regionale sarda n. 20 del 2024 dovrà essere adeguata alla sentenza della Corte Costituzionale, che ne ha disposto la parziale riscrittura nel rispetto dei principi costituzionali e della corretta ripartizione delle competenze tra Stato e Regione.

Ma proprio per questo è necessario agire con chiarezza.

Difendere le prerogative della Sardegna non significa creare conflitti istituzionali inutili.

Significa, al contrario, utilizzare tutti gli strumenti costituzionali disponibili per far valere i diritti della nostra autonomia.

Ed è esattamente questo che oggi voi siete chiamati a fare.

2. Elaborazione di un Piano Strategico Sardo

Ai fini del calcolo dei fabbisogni energetici è indispensabile l’elaborazione di un Piano Strategico. Tale Piano deve includere i relativi Piani dei settori a maggior consumo energetico: trasporti, industria, settore civile, agricoltura, servizi, rifiuti, ecc; e le relative strategie di sviluppo, deve fare perno su innovazione tecnologia e tradizione, laddove la salvaguardia e il rilancio di attività, colture, pratiche e saperi tradizionali, con il supporto della migliore innovazione tecnologica, offrano contributo per il mantenimento e rafforzamento del nostro tessuto economico, sociale e ambientale

3. Definizione del PEARS

Si ribadisce la necessità della definizione immediata di un PEARS (Piano Energetico Ambientale Regionale della Sardegna) quale documento programmatico ufficiale idoneo a rappresentare:

– il fabbisogno energetico attuale dell’Isola;

– il fabbisogno energetico dell’Isola al 2030 e al 2050, con le diverse ipotesi evolutive, quale risultato di un Piano Strategico e di un cronoprogramma di transizione che rappresenti l’evoluzione del mix energetico a partire da quello attuale

– il quadro delle infrastrutture esistenti;

– la quota di produzione destinata all’autoconsumo regionale;

– l’eventuale eccedenza destinata all’esportazione.

– Il PEARS deve riportare i piani di adeguamento e potenziamento dell’infrastruttura elettrica incluse le reti di trasposto e distribuzione secondo quanto previsto e concordato con gli attuali gestori.

Solo attraverso un atto pianificatorio chiaro e formalizzato sarà possibile garantire che le scelte energetiche siano proporzionate, sostenibili e coerenti con il principio di tutela dell’interesse pubblico.

4. Istituzione di un “Ufficio del piano” per supportare i comuni per l’adeguamento dei Puc al PPR e offrire un servizio specialistico di opposizione e tutela legale nei confronti delle imprese che imperversano indisturbate.

5. Gestione pubblica di una quota parte dell’energia

Nel processo di adeguamento della Legge Regionale n. 20, si propone di inserire una previsione esplicita relativa alla quota parte di energia che la Regione Autonoma della Sardegna intenderà gestire per finalità pubbliche.

Tale previsione potrà trovare fondamento:

nell’art. 43 della Costituzione, che consente la riserva o il trasferimento allo Stato o ad enti pubblici di imprese che abbiano carattere di preminente interesse generale;

nelle competenze statutarie regionali in materia di energia e governo del territorio.

Si ritiene necessario affermare un principio politico e giuridico chiaro: l’energia non può essere ridotta a mera materia di iniziativa privatistica, ma deve essere ricondotta alla sua natura di bene strategico essenziale per la collettività.

 

6. Obblighi derivanti dal diritto europeo

Il quadro normativo regionale deve altresì tenere conto degli obblighi derivanti dal diritto dell’Unione europea.

a) RED III e recepimento nazionale

La Direttiva europea sulle energie rinnovabili (c.d. RED III) impone agli Stati membri l’adeguamento mediante legge di recepimento. Il recente decreto-legge nazionale di gennaio, adottato in attuazione di tale direttiva, vincola l’ordinamento interno e costituisce parametro di riferimento anche per la normativa regionale.

La pianificazione energetica della Sardegna dovrà pertanto:

garantire il raggiungimento degli obiettivi di produzione da fonti rinnovabili;

individuare aree idonee e non idonee in modo coerente con i criteri europei;

assicurare il rispetto dei principi di proporzionalità, sostenibilità e tutela ambientale.

b) Regolamento europeo sul ripristino della natura

Occorre inoltre adeguarsi al Regolamento europeo sul ripristino dei suoli e degli ecosistemi compromessi (Nature Restoration Law), che impone agli Stati membri obblighi stringenti in materia di recupero ambientale.

La localizzazione di impianti energetici non può prescindere:

– dalla tutela dei suoli agricoli produttivi;

– dal recupero delle aree degradate;

– dalla salvaguardia degli ecosistemi vulnerabili.

La transizione energetica non può tradursi in un nuovo consumo irreversibile di suolo né in una compromissione degli equilibri ambientali già fragili del territorio sardo.

La nuova legge sulle aree idonee dovrà, pertanto, tenere conto di quanto di seguito esposto:

– Limiti di rete e installazione di potenza commisurata alla totale pianificata

Come previsto dall’Articolo 15 ter della direttiva UE 2023/2413 (RED III), “Mappatura delle zone necessarie per i contributi nazionali all’obiettivo complessivo dell’Unione di energia rinnovabile per il 2030”, Gli Stati membri devono garantire che tali zone, compresi gli impianti di produzione di energia rinnovabile esistenti, e i meccanismi di cooperazione siano commisurati alle traiettorie stimate e alla potenza totale installata pianificata delle tecnologie per le energie rinnovabili stabilite nei piani nazionali per l’energia e il clima presentati a norma degli articoli 3 e 14 del regolamento (UE) 2018/1999.

Inoltre, come previsto al paragrafo 2: “Ai fini dell’individuazione delle zone di cui al paragrafo 1, gli Stati membri tengono conto in particolare:

c) della disponibilità di infrastrutture energetiche pertinenti, tra cui reti, impianti di stoccaggio e altri strumenti di flessibilità, o della possibilità di creare o migliorare tali infrastrutture di rete e impianti di stoccaggio.”

Ciò a significare che, oltre la soglia determinata dai valori di potenza installata previsti per ogni singola tecnologia e complessiva e degli ovvi limiti di rete, non possono essere concesse ulteriori autorizzazioni.

– Informazione e Formazione

Come previsto dall’Art. 16 cap. 7 della direttiva UE 2023/2413, gli Stati membri devono fornire risorse adeguate per garantire personale qualificato, il miglioramento delle competenze e la riqualificazione delle loro autorità competenti. Gli Stati membri devono assistere le autorità regionali e locali al fine di agevolare la procedura di rilascio delle autorizzazioni.

Come previsto dall’Art. 18 cap. 6 della direttiva UE 2023/2413 (RED III)

Devono essere elaborati dei “programmi adeguati d’informazione, sensibilizzazione, orientamento o formazione al fine di informare i cittadini sulle modalità di esercizio dei loro diritti in quanto clienti attivi e sui benefici e sugli aspetti pratici, compresi gli aspetti tecnici e finanziari, dello sviluppo e dell’impiego di energia da fonti rinnovabili, incluso l’autoconsumo di energia rinnovabile o l’utilizzo nell’ambito delle comunità di energia rinnovabile” 

Laddove non sia lo Stato italiano ad adempiere ai suoi obblighi, è indispensabile che sia la Regione a intervenire con fondi e strutture proprie ai fini della tutela della Sardegna e degli interessi della comunità sarda.

7.Direttiva (UE) 2023/1791

I piani dovranno necessariamente tener conto della direttiva (UE) 2023/1791 la quale introduce disposizioni molto chiare e stringenti per quanto riguarda la progressiva eliminazione degli incentivi ai combustibili fossili, con l’obiettivo di allineare i consumi energetici agli obiettivi climatici europei.

La direttiva già dal 1° Gennaio 2024 ha imposto lo stop alla “Contabilizzazione” dei Risparmi da Fossili e dal 1° Gennaio 2026 vieta l’istituzione di nuovi regimi di incentivazione che finanzino l’installazione di sistemi di riscaldamento e raffrescamento che utilizzano la combustione diretta di combustibili fossili.

8. Piano di metanizzazione

In questo senso e anche alla luce della recente guerra innescata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, la quale fa seguito all’altra più datata tra Russia e Ucraina, appare ancora più incomprensibile la scelta di investire sulla realizzazione di un’infrastruttura per il metano. Oltre a non avere numeri a giustificazione di simile decisione, questo progetto va in netto contrasto con i piani di decarbonizzazione dell’isola, è un evidente controsenso rispetto agli obiettivi di potenza rinnovabile installata – anch’essi mai giustificati – e si scontra con i dati di elettrificazione dei consumi i quali vedono l’isola già da tempo avanti rispetto alle altre regioni del Continente proprio in virtù della mancata metanizzazione.

9. Impugnazione della Legge n. 4/2026

Si ribadisce la richiesta di valutare l’impugnazione della Legge n. 4/2026 dinanzi alla Corte Costituzionale, laddove emergano profili di lesione delle competenze statutarie regionali o di compressione dell’autonomia speciale della Sardegna.

Tra le violazioni da noi rilevate vi sono quelle di seguito elencate:

– Mancato coordinamento nella mappatura delle aree tra  tutte le autorità e gli enti pertinenti a livello nazionale, regionale e locale, compresi gli operatori di rete, come previsto dall’Articolo 15 ter della direttiva UE 2023/2413. Vedi uso dei terreni agricoli in particolare per il fotovoltaico a terra.

– Mancata verifica della Compatibilità dei progetti in materia di energia rinnovabile con gli usi preesistenti delle zone individuate, e mancata verifica della commisurazione di tali zone, compresi gli impianti di produzione di energia rinnovabile esistenti, e i meccanismi di cooperazione, alle traiettorie stimate e alla potenza totale installata pianificata delle tecnologie per le energie rinnovabili stabilite nei piani nazionali per l’energia e il clima presentati a norma degli articoli 3 e 14 del regolamento (UE) 2018/1999

– Omesse promozione e sostegno da parte dello Stato italiano delle azioni di sviluppo nazionali e regionali in tali settori, incoraggiare lo scambio di migliori prassi tra iniziative di sviluppo locali e regionali in materia di produzione di energia da fonti rinnovabili e potenziare la fornitura di assistenza tecnica e programmi di formazione, per rafforzare le competenze in ambito normativo, tecnico e finanziario, come indicato al punto 61 pagg. 9 e 10 della direttiva UE 2023/2413.

– Violazione della convenzione sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del pubblico ai processi decisionali alla giustizia in materia ambientale, in particolare quale attuata dalla direttiva 2003/4/CE del Parlamento europeo e del Consiglio come indicato al punto 125 pag. 19 della direttiva UE 2023/2413.

– Mancata valutazione ambientale strategica (VAS) a norma della direttiva 2001/42/CE e, se del caso, di una valutazione a norma dell’articolo 6, paragrafo 3, della direttiva 92/43/CEE” per le zone di accelerazione, come previsto dall’Art. 15 quater della direttiva UE 2023/2413;

– Violazione dell’Articolo 15 quinquies della direttiva UE 2023/2413 (RED III) sulla Partecipazione del pubblico e sull’accettazione pubblica dei progetti, che così recita:

1. Gli Stati membri garantiscono la partecipazione del pubblico ai piani che designano le zone di accelerazione delle energie rinnovabili di cui all’articolo 15 quater, paragrafo 1, primo comma, conformemente all’articolo 6 della direttiva 2001/42/CE, anche individuando il pubblico interessato o che potrebbe essere interessato.

2. Gli Stati membri promuovono l’accettazione pubblica dei progetti in materia di energia rinnovabile mediante la partecipazione diretta e indiretta delle comunità locali a tali progetti.

10. Da Questione Sarda a Questione meridionale

Si propone infine di attivare immediatamente un’interlocuzione con le Regioni del Sud, al fine di trasformare la cosiddetta “Questione Sarda” in una più ampia Questione meridionale in materia energetica.

In tale prospettiva, si valuti la promozione – con almeno altri quattro Consigli Regionali – di un referendum abrogativo della Legge n. 4/2026, così da riaprire democraticamente il confronto sulle regole di codecisione di un processo strategico quale la transizione energetica.

Conclusioni

Il Comitato e le Associazioni ambientaliste sottoscrittrici ritiengono che:

la normativa regionale debba essere pienamente coerente con la Legge n. 4/2026;

la Legge Regionale n. 20 debba essere adeguata alla pronuncia della Corte Costituzionale;

l’ordinamento regionale debba conformarsi agli obblighi derivanti dalla RED III e dal Regolamento europeo sul ripristino della natura;

la pianificazione energetica debba fondarsi su un PEARS aggiornato e formalmente adottato;

sia necessario garantire una quota di gestione pubblica dell’energia quale strumento di tutela dell’interesse collettivo.

Questi passaggi rappresentano condizioni essenziali per assicurare una tutela concreta, efficace e costituzionalmente orientata degli interessi del popolo sardo.

Distinti saluti

Comitato contro la speculazione energetica Su Entu Nostu

Italia Nostra Sardegna

ISDE Medici per L’Ambiente-sezione Sardegna

USB Sardegna

Gruppo di Intervento Giuridico (GrIG)

LIPU Sardegna

Comitato contro la speculazione energetica Nuraxino

Comitato contro la speculazione energetica Montiferru

da qui

lunedì 8 settembre 2025

La speculazione energetica degrada il paesaggio, sbanca le casse pubbliche, danneggia la transizione energetica - Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

 

Quanto sta accadendo negli ultimi anni in Italia nell’ambito della politica energetica è decisamente molto preoccupante.

In realtà, stenta a esser realizzata un’autentica transizione energetica, che ci porti alla sostituzione delle fonti energetiche fossili tradizionali (fondamentalmente carbone e petrolio) alle fonti rinnovabili (fondamentalmente sole, acqua, vento), senza stravolgere paesaggio, storia, cultura, identità dei territori, contesti economico-sociali.

Ciò sta accadendo per l’assenza di una vera e propria pianificazione energetica integrata con quella di gestione territoriale: sarebbe necessario, in primo luogo, sapere di quanta energia abbiamo effettivamente bisogno, considerando anche le tante forme di risparmio ed efficienza energetici, e come produrla senza danneggiare i valori territoriali del Bel Paese.

Invece, attualmente, la materia è sostanzialmente lasciata in mano alle continue e diffuse spinte da parte dei soggetti privati che, per loro natura, legittimamente puntano al proprio massimo introito.

Proviamo a vedere che accade.

 

La speculazione energetica.

Il ricorso all’energia prodotta da fonti rinnovabili è fondamentale per il contrasto ai cambiamenti climatici, tuttavia non versiamo il cervello all’ammasso dell’ideologia dell’ambientalmente corretto che scivola troppo spesso nell’oggettivo favore verso un’ipocrita speculazione energetica, che danneggia ambiente e soldi dei cittadini. 

Qualche sintetica considerazione sull’attuale situazione di speculazione energetica arrembante, con particolare riferimento alla Sardegna.

Appare piuttosto evidente la prevista trasformazione della Sardegna in piattaforma produttiva destinata alla servitù energetica, come esplicitato chiaramente da Terna s.p.a. e avallato dall’allora Ministro della Transizione Ecologica Antonio Cingolani (2021).

 

La Soprintendenza speciale per il PNRR, dopo approfondite valutazioni, ha evidenziato in modo chiaro e netto: “nella regione Sardegna è in atto una complessiva azione per la realizzazione di nuovi impianti da fonte rinnovabile (fotovoltaica/agrivoltaica, eolico onshore ed offshore) tale da superare già oggi di ben 7 volte quanto previsto come obiettivo da raggiungersi al 2030 sulla base del FF55, tanto da prefigurarsi la sostanziale sostituzione del patrimonio culturale e del paesaggio con impianti di taglia industriale per la produzione di energia elettrica oltre il fabbisogno regionale previsto” (nota Sopr. PNRR prot. n. 27154 del 20 novembre 2023 e nota Sopr. PNRR prot. n. 51551 del 18 marzo 2024).

Qui siamo alla reale sostituzione paesaggistica e culturale, alla sostituzione economico-sociale, alla sostituzione identitaria. 

Ma questo vale per tutto il territorio nazionale: “tale prospettiva si potrebbe attuare anche a livello nazionale, ove le richieste di connessione alla RTN per nuovi impianti da fonte rinnovabile ha raggiunto il complessivo valore di circa 328 GW rispetto all’obiettivo FF55 al 2030 di 70 GW” (nota Sopr. PNRR prot. n. 51551 del 18 marzo 2024).

Il fenomeno della speculazione energetica, oltre che in Sardegna, è pesantemente presente in modo particolare nella Tuscia, in Puglia, nella Maremma, in Sicilia, sui crinali appennnici..

In tutto il territorio nazionale le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna s.p.a. (gestore della rete elettrica nazionale) al 31 luglio 2025 risultano complessivamente ben 6.133, pari a 336,11 GW di potenza, suddivisi in 3.912 richieste di impianti di produzione energetica da fonte solare per 155,40 GW (44,90%), 2.063 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a terra per 110,18 GW (31,83%), 117 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a mare per 77,72 GW (22,46%), 24 richieste di impianti di produzione energetica da fonte idroelettrica per 2,49 GW (0,72%), 11 richieste di impianti di produzione energetica da biomasse per 0,24 GW (0,07%) e 6 richieste di impianti di produzione energetica da fonte geotermica per 0,08 GW (0,02%).

 

In Sardegna, le istanze di connessione di nuovi impianti presentate a Terna s.p.a. (gestore della rete elettrica nazionale) al 31 luglio 2025 risultavano complessivamente ben 695, pari a 50,14 GW di potenza, suddivisi in 455 richieste di impianti di produzione energetica da fonte solare per 19,38 GW (38,64%), 211 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica a terra per 14,44 GW (28,79%), 28 richieste di impianti di produzione energetica da fonte eolica  a mare 16,33 GW (32,56%) e 1 richiesta di impianti di produzione energetica da fonte idroelettrica per 0,01 GW (0,01%),.

50,14 GW significa quasi 26 volte gli impianti oggi esistenti in Sardegna, aventi una potenza complessiva di 1,93 GW (i 1.926 MW esistenti, di cui 1.054 MW di energia eolica a terra + 872 di energia solare fotovoltaica, dati Terna, 2021).

Per quale motivo un’azienda presenta comunque la propria istanza di connessione alla rete elettrica pur non avendo certezza dell’accoglimento?

Perché vale comunque la pena tentare: in caso di accoglimento, congrui introiti sono garantiti.

Anche in caso di energia inutilizzabile.

 

Sarebbe potenzialmente prodotta un’overdose di energia che non potrebbe esser consumata sull’Isola (che già oggi ha circa il 38% di energia prodotta in più rispetto al proprio fabbisogno), non potrebbe esser trasportata verso la Penisola (quando entrerà in funzione il Thyrrenian Link la potenza complessiva dei tre cavidotti sarà di circa 2 mila MW), non potrebbe esser conservata (a oggi gli impianti di conservazione approvati sono molto pochi e di potenza estremamente contenuta).

Significa energia che dovrà esser pagata dal gestore unico della Rete (cioè soldi che usciranno dalle tasse dei contribuenti).

Gli unici che guadagneranno in ogni caso saranno le società energetiche, che – oltre ai precedenti certificati verdi e alla relativa commerciabilità, nonchè agli altri incentivi – beneficiano degli effetti economici diretti e indiretti del dispacciamento, il processo strategico fondamentale svolto da Terna s.p.a. per mantenere in equilibrio costante la quantità di energia prodotta e quella consumata in Italia: In particolare, riguardo gli impianti produttivi di energia da fonti rinnovabili, “se necessario, Terna invia specifici ordini per ridurre o aumentare l’energia immessa in rete alle unità di produzione”, ma l’energia viene pagata pur non utilizzata. 

 

I costi del dispacciamento sono scaricati sulle bollette degli Italiani.

Inoltre, la Commissione europea – su richiesta del Governo Italiano – ha recentemente approvato (4 giugno 2024) un regime di aiuti di Stato “volto a sostenere la produzione di un totale di 4 590 MW di nuova capacità di energia elettrica a partire da fonti rinnovabili”.   In particolare, “il regime sosterrà la costruzione di nuove centrali utilizzando tecnologie innovative e non ancora mature, quali l’energia geotermica, l’energia eolica offshore (galleggiante o fissa), l’energia solare termodinamica, l’energia solare galleggiante, le maree, il moto ondoso e altre energie marine oltre al biogas e alla biomassa. Si prevede che le centrali immetteranno nel sistema elettrico italiano un totale di 4 590 MW di capacità di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili. A seconda della tecnologia, il termine per l’entrata in funzione delle centrali varia da 31 a 60 mesi”.

Il costo del regime di aiuti in favore delle imprese energetiche sarà pari a 35,3 miliardi di euro e, tanto per cambiare, sarà finanziato “mediante un prelievo dalle bollette elettriche dei consumatori finali”.

Insomma, siamo all’overdose di energia producibile da impianti che servono soltanto agli speculatori energetici.

 

Che cosa si potrebbe fare.

Dopo aver quantificato il quantitativo di energia elettrica realmente necessario a livello nazionale, sarebbe cosa ben diversa se fosse lo Stato a pianificare in base ai reali fabbisogni energetici le aree a mare e a terra dove installare gli impianti eolici e fotovoltaici e, dopo coinvolgimento di Regioni ed Enti locali e svolgimento delle procedure di valutazione ambientale strategica (V.A.S.), mettesse a bando di gara i siti al migliore offerente per realizzazione, gestione e rimozione al termine del ciclo vitale degli impianti di produzione energetica.

Inoltre, come afferma e certifica l’I.S.P.R.A. (vds. Report Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2023, Report n. 37/2023), è molto ampia la superficie potenzialmente disponibile per installare impianti fotovoltaici sui tetti, considerando una serie di fattori che possono incidere sulla effettiva disponibilità di spazio (presenza di comignoli e impianti di condizionamento, ombreggiamento da elementi costruttivi o edifici vicini, distanza necessaria tra i pannelli, esclusione dei centri storici).

Dai risultati emerge che la superficie netta disponibile può variare da 757 a 989 km quadrati.

In sostanza, si spiega, “ipotizzando tetti piani e la necessità di disporre di 10,3 m2 per ogni kW installato, si stima una potenza installabile sui fabbricati esistenti variabile dai 73 ai 96 GW”. A questa potenza, evidenziano i ricercatori dell’Ispra, si potrebbe aggiungere quella installabile in aree di parcheggio, in corrispondenza di alcune infrastrutture, in aree dismesse o in altre aree impermeabilizzate; “ipotizzando che sul 4% dei tetti sia già installato un impianto, si può concludere che, sfruttando gli edifici disponibili, ci sarebbe posto per una potenza fotovoltaica compresa fra 70 e 92 GW”.

 

L’I.S.P.R.A. ha stimato l’energia producile dai tetti fotovoltaici Comune per Comune: qui la stima ISPRA 2023, suddivisa per superfici utili per ogni Comune italiano. 

ISPRA, tabella stima superfici tetti fotovoltaici (elaborazione L’Unione Sarda, 4 settembre 2025)

 Analoghe considerazioni sono state argomentate (vds. Fotovoltaico, all’Italia basterebbero i capannoni industriali., su Nuova Energia 3/2023) dal Prof.Angelo Spena, professore emerito di Fisica Tecnica Ambientale e Gestione ed Economia dell’Energia presso l’Università degli Studi di Roma – Tor Vergata, in precedenza presso le Università di Roma La Sapienza e di Perugia, attualmente Presidente del Gestore Mercati Energetici (GME), società pubblica che agisce nel rispetto degli indirizzi del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) e delle previsioni regolatorie definite dall’Autorità di Regolazione per Energia Rete e Ambiente (ARERA). Il GME organizza e gestisce i mercati dell’energia elettrica, del gas naturale e quelli ambientali, nel rispetto dei principi di neutralità, trasparenza, obiettività e concorrenza,

Ulteriore elemento produttivo – finora non adeguatamente preso in considerazione – è individuabile nella realizzazione di pannelli fotovoltaici lungo le principali arterie stradali (autostrade, superstrade).

Energia producibile senza particolari impatti ambientali e conflitti sociali.

Energia producibile in modo diffuso, democratico, più facilmente controllabile dalle popolazioni interessate.

Forse, la risposta alla domanda è proprio qui: tale produzione energetica danneggerebbe i grandi produttori, compresi quelli di proprietà pubblica.

Qui un approfondimento del complesso rapporto fra energia e territorio e sulle proposte del GrIG: Quali soluzioni per una transizione energetica che realmente rispetti l’ambiente e il territorio?

 

Che cosa può fare ognuno di noi.

Nessun cittadino che voglia difendere il proprio ambiente e il proprio territorio, salvaguardando contemporaneamente il proprio portafoglio, può lavarsene le mani.

Quanto sta accadendo oggi in Italia nell’ambito della transizione energetica sta dando corpo ai peggiori incubi sulla sorte di boschi, campi, prati, paesaggi storici del nostro Bel Paese.

Il sacrosanto passaggio all’utilizzo delle fonti di energia rinnovabile (sole, vento, acqua) dalle fonti fossili tradizionali (carbone, petrolio, gas naturale) in assenza di pianificazione e anche di semplice buon senso sta favorendo le peggiori iniziative di speculazione energetica.

E’ ora che ciascuno di noi faccia sentire la sua voce: firma, diffondi e fai firmare la petizione popolare Si all’energia rinnovabile, no alla speculazione energetica!

 

La petizione popolare, promossa dall’associazione ecologista Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG), si firma qui https://chng.it/MNPNNM9Q62. Ormai siamo più di 22 mila ad averlo già fatto.

 

Fra le migliaia di sottoscrizioni, quelle di personalità della cultura impegnate nella tutela del Bel Paese (fra queste Caterina Bon Valsassina, dirigente del Ministero della Cultura e Direttrice dell’Istituto Centrale del Restauro, Margherita Eichberg, Soprintendente per Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale, Gino Famiglietti, dirigente del Ministero della Cultura), archeologi (fra loro Carlo Tronchetti, Angela Antona, Margherita Corrado), uomini di scienza (come l’antropologa Maria Gabriella Da Re, lo psicoterapeuta Alberto Schön, il biologo ed etologo Sandro Lovari), personalità impegnate nella società, in politica e nell’economia, come Renato Soru, Vannozza Della Seta, Cesare Baj, anche personaggi dello spettacolo, come l’attrice Caterina Murino e la notissima cantante Nada, impegnata da tempo per contrastare la speculazione energetica nella sua Maremma.

Soprattutto migliaia e migliaia di cittadini che vogliono esser ascoltati.

Siamo ancora in tempo per cambiare registro.

In meglio, naturalmente.

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

da qui

martedì 29 luglio 2025

Cammino del sol - Lorenzo Guadagnucci

“Paesaggio – mondo interiore, binomio indissolubile”: il messaggio, inciso nel muro, accompagna il disegno di bassorilievo che Lello Porru, autore di singolarissime opere su pareti, ha realizzato accanto al cancello che porta alla sede di Su entu nostu, il comitato di Sanluri che da oltre un decennio si batte per la tutela del territorio. È un messaggio – un motto – da tenere bene a mente quando si parla della Sardegna e delle lotte popolari in corso in difesa del paesaggio e dell’integrità ambientale. C’è qualcosa di specificatamente sardo in questa lotta ecologista, nella sua profondità; è qualcosa che riguarda la particolare storia e gli speciali valori ambientali dell’isola, l’una e gli altri così diversi rispetto al resto d’Italia. L’opera di Porru potrebbe illustrare il “Cammino del sole e del vento” di Repubblica nomade, l’associazione fondata da Antonio Moresco per compiere viaggi a piedi “politico-poetici”, viaggi di conoscenza, di sostegno, di intervento. Quest’anno il Cammino in Sardegna – dal polo industriale di Portoscuso al sito archeologico di Tharros, attraverso il Sulcis-Iglesiente e il Campidano, lambendo Oristano – è stato un’esplorazione di un uno stato d’animo, oltre che di un controverso caso politico e sociale, ossia l’insediamento nell’isola di importanti progetti industriali per le energie rinnovabili, nell’ambito della cosiddetta transizione energetica nazionale, con il progressivo – ma in verità incerto – superamento delle fonti fossili. Sono progetti che stanno suscitando forti proteste nella popolazione, accese controversie fra gli enti locali sardi e lo stato nazionale, numerose azioni giudiziarie, e anche importanti divisioni fra gli attivisti ambientalisti ed ecologisti e nell’opinione pubblica locale e nazionale.

La vicenda è nota, ma forse non troppo compresa. Si tratta, detto a grandi linee, degli obiettivi fissati dal decreto Draghi sulle energie rinnovabili (2021) e dal Piano nazionale integrato per l’energia e il clima: la Sardegna dovrebbe arrivare a produrre entro il 2030 circa 6,2 GW di energia dal vento e dal sole, in parte per il proprio fabbisogno, in parte da convogliare nella rete elettrica nazionale. Il decreto Draghi – entrato in vigore senza i previsti decreti attuativi, quelli che avrebbero dovuto fissare, fra le altre cose, precise norme di tutela del territorio – ha spinto l’industria delle rinnovabili a concentrare l’attenzione sull’isola, che è grande, poco popolata, molto soleggiata e molto battuta dal vento. Sono arrivati – dati del marzo 2025 – ben 729 progetti, per una produzione potenziale di 54,5 GW (36% dal sole, 34% da impianti eolici offshore, 30% da impianti eolici a terra), circa 25 volte la produzione attuale sarda di energia rinnovabile (2,2 GW), circa nove volte l’obiettivo indicato dal Piano energetico nazionale. A fronte di questa messe di progetti, mentre nascevano sul territorio malumori, discussioni e movimenti contro quella che è stata chiamata (dai comitati popolari) “speculazione energetica”, la Regione Sardegna, all’indomani dell’insediamento della nuova giunta di centrosinistra guidata da Alessandra Todde, ha prima approvato – luglio 2024 – una legge di moratoria di 18 mesi (poi giudicata illegittima dalla Corte costituzionale) al fine di bloccare i progetti in attesa di un piano regionale complessivo per le rinnovabili, poi una legge sulle aree idonee e non idonee (la numero 20 del dicembre 2024) che ha vincolato per ragioni ambientali, culturali, paesaggistiche circa il 98% del territorio. La legge 20 è stata impugnata dal governo, secondo il quale contiene vincoli troppo stringenti e comunque esorbita dalle competenze regionali: ne è nato un contenzioso che sarà sciolto dalla Corte costituzionale, chiamata a giudicare il caso nel prossimo autunno. Nel frattempo, il Tar del Lazio (maggio 2025) ha bocciato, in alcune sue parti, anche il decreto sulle aree idonee (a livello nazionale) del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, che dovrà quindi essere riscritto.

È un quadro a dir poco complesso, se non caotico, che ha creato un clima di generale incertezza, ma non ha bloccato i progetti, il cui esame prosegue negli uffici del ministero dell’Ambiente e impegna enti locali e comitati popolari in affannose corse contro il tempo per presentare osservazioni e ricorsi. A complicare ulteriormente il quadro ci sono i progetti per la costruzione di una dorsale del gas, con relativa rete di distribuzione, in una regione che non ha mai avuto una metanizzazione a tappeto, come avvenuto invece nel resto d’Italia.

In questo contesto, dunque, abbiamo deciso con Repubblica nomade di “camminare domandando”, fedeli a un desiderio di ricerca e anche di “protezione del futuro” che ha animato l’associazione lungo tutta la sua storia, e specialmente negli ultimi anni, quando l’attenzione si è concentrata sui pericoli che corriamo come persone, come comunità e anche come specie in un mondo travolto da una crisi climatica senza precedenti. È difficile dare conto di tutti gli incontri fatti durante un Cammino durato due settimane, delle cose viste e ascoltate, delle esperienze compiute, ma è possibile, dal mio punto di vista di singolo camminatore, senza pretesa di parlare per altri, riportare i principali appunti che ho preso, le cose che mi pare di avere compreso, o almeno di avere messo a fuoco: sono scoperte, persuasioni, ma anche dubbi e frustrazioni, da prendere per quello che sono: appunti.

 

Chi programma?

Addentrarsi nei meandri delle leggi nazionali e regionali, dei regolamenti, dei decreti, delle sentenze di Tar e Corte costituzionale, è un’esperienza straniante, ma fa capire una prima cosa, e cioè che la “transizione energetica” e il conseguente impianto di siti industriali per le energie rinnovabili sta avvenendo – non solo in Sardegna – senza una reale programmazione. C’è un obiettivo da raggiungere entro il 2030 – nel caso sardo i 6,2 GW di produzione energetica da fonti rinnovabili – manca tutto il resto: un’analisi del contesto sociale e territoriale in cui intervenire, un confronto preventivo con le popolazioni e gli enti locali, un progetto di transizione energetica collegato a una trasformazione ecologica dell’economia, alla luce della crisi climatica globale (questo piano sembra del tutto assente).

I veri protagonisti di questa delicata e importante partita sembrano così gli industriali delle rinnovabili, pronti a realizzare investimenti per molte decine di milioni e a incassare profitti conseguenti e sicuri (legati anche agli inventivi pubblici), mentre a tutti gli altri toccano ruoli di contorno. E forse è anche per questo che c’è tanta agitazione.

 

I timori dei comitati

La prima cosa che ti dicono gli attivisti dei vari comitati (quelli di Sant’Antioco, Carloforte, Nuraxi Figus, Iglesias, Fluminimaggiore, Sanluri) è che sono favorevoli agli impianti eolici e solari e alla “decarbonizzazione” dell’isola: è una risposta preventiva rispetto all’etichetta che si sono trovati addosso, cioè d’essere pregiudizialmente contrari alle pale e ai pannelli, di essere quelli del no, d’essere affetti dalla sindrome Nimby (non nel mio giardino). Niente di nuovo: tutti i comitati “contro le grandi opere inutili”, come a un certo punto hanno cominciato a definirsi, sono passati attraverso quest’operazione di discredito, si pensi al movimento No Tav in Val di Susa; il tempo in verità è stato galantuomo, e oggi sarebbe grottesco attribuire a movimenti che hanno dimostrato di avere competenze, visioni e proposte d’ordine generale di battersi solo per proteggere il proprio giardino. Fatta questa premessa – appoggiati da Italia Nostra -, i comitati sardi sostengono di battersi per la tutela del proprio territorio da un vasto progetto di “speculazione energetica”, cioè un assalto alle risorse dell’isola da parte di società e multinazionali esterne che ancora una volta sfrutterebbero i sardi e la Sardegna a fini di profitto, lasciando sul posto ferite indelebili e poche briciole come “compensazione”.

La critica ai progetti è serrata e dettagliata, frutto di studi e competenze acquisite sul campo e apportate da professionisti esperti. I punti d’attacco sono numerosi. C’è il tema del consumo di suolo, trascurato, a dire dei comitati, quando si pensa agli impianti eolici, che non sono innocui “parchi ecologici” ma siti industriali a tutti gli effetti, per gli enormi plinti che devono essere interrati per sorreggere torri alte oltre 200 metri, per le strade di servizio che devono essere costruite, per il complicato smaltimento a fine ciclo degli impianti (circa 25 anni). C’è consumo di suolo, ancora, con gli impianti fotovoltaici, e c’è un impatto tutto da valutare sugli ecosistemi marini per gli imponenti impianti offshore progettati: quello di fronte all’isola di San Pietro, a oltre 12 miglia dalla costa, prevede per esempio oltre quaranta grandi turbine galleggianti ancorate al fondale, su un’estensione di mare lunga trenta chilometri, larga dieci. C’è poi la questione del paesaggio che muta, e muta per sempre, in una regione che ha mantenuto in larga misura la sua integrità ambientale: e qui vale il discorso fatto all’inizio, sulla relazione particolarmente stretta fra il profilo del paesaggio e il mondo interiore dei sardi.

I comitati dicono che siamo di fronte a una speculazione che rischia di mancare perfino l’obiettivo della decarbonizzazione, perché il rinnovabile si sommerà al fossile senza nemmeno sostituirlo; un’operazione che non dice nulla sul futuro dell’isola e della sua economia, sul nuovo “modello di sviluppo” da immaginare al tempo della crisi ecologica. Dove sono, dicono, i progetti per una nuova agricoltura adatta al clima che cambia? I progetti per un’economia ecologica, per la difesa del territorio e delle popolazioni dagli eventi estremi, per la riduzione controllata dei consumi energetici?

Marco Pau del comitato “Su entu nostu” ha dato un’immagine di come sarebbe la Sardegna se la “speculazione energetica” si realizzasse davvero: “Dovremmo immaginare l’isola come un puntaspilli, quindi una piattaforma con tanti spilli conficcati, ma anche tanti laghi neri, e il tutto circondato in mare da una corona di altri spilli”. Gli spilli, naturalmente, sono le torri dell’eolico, i laghi neri gli impianti fotovoltaici. Un’immagine, quella di Pau, che inquieta.

Ma qual è la proposta alternativa dei comitati, visto che nessuno pensa di poter proseguire a produrre energia con le centrali a carbone e gli oli combustibili? L’alternativa, spiegano, è nei pannelli solari, che dovrebbero essere installati sulle superfici già coperte, quindi senza nuovo consumo di suolo (i tetti di case, capannoni, stazioni, supermercati, parcheggi, edifici pubblici e così via): i comitati citano studi condotti dall’Enea e dall’Ispra, secondo i quali a livello nazionale si potrebbe arrivare in questo modo a produrre da 78 a 92 GW di potenza fotovoltaica. Fatto questo, aggiungono, si tratterebbe di valutare – in Sardegna come nel resto d’Italia – quanto manca a coprire il fabbisogno e agire di conseguenza, con impianti eolici e fotovoltaici di dimensioni a quel punto ridotte e da collocare in “aree idonee” concordate con le popolazioni e gli enti locali. È senz’altro la proposta più ecologica e più prudente che si possa fare, ma non viene presa in considerazione, né in Sardegna né altrove, per le ragioni che dicevamo prima: non c’è programmazione, l’iniziativa è rimessa alle industrie e i poteri pubblici hanno già deciso di svolgere un ruolo di mero supporto politico e normativo; e l’industria ovviamente preferisce progetti a campo aperto, piuttosto che interventi mirati su tetti e aree urbane. Ma l’interesse pubblico e i beni comuni, in questo modo, che fine fanno?

 

Ambientalismi

Il dibattito sulle rinnovabili in Sardegna, ma anche altrove, è complicato e alle volte impedito dalla frattura che si è consumata nel mondo ambientalista ed ecologista, da intendere nel senso più lato, includendo quindi comitati e gruppi informali. Una frattura, come spesso accade, vissuta con disagio e malanimo, mentre andrebbe forse accettata per quello che è, e affrontata nel dialogo, sapendo che un’evoluzione delle posizioni è sempre possibile, anzi probabile, di fronte all’incalzare e al mutare dei fatti.

Le maggiori associazioni ambientaliste – in Sardegna le più attive sono Legambiente e Greenpeace – non appoggiamo i comitati locali, sostenendo che le loro preoccupazioni per il consumo di suolo e per il mutamento del paesaggio sono eccessive, e comunque non giustificate di fronte all’urgenza di far avanzare il più rapidamente possibile la transizione energetica, vista la drammatica crisi climatica in corso. Non tutti i 729 progetti ricevuti da Terna, fanno poi notare, andranno in porto, visto che dovranno superare delle analisi sugli impatti ambientali, e dunque è sbagliato parlare di assalto alla Sardegna o di speculazione energetica. Queste associazioni chiedono alla Regione di non frenare lo sviluppo dei progetti e anzi di accelerare i tempi della transizione, che potrebbe portare la Sardegna a essere la prima regione 100% rinnovabile, cioè del tutto decarbonizzata.

A questo ambientalismo pragmatico, orientato dalla soluzione tecnica, potremmo anche definirlo riformista, un ambientalismo che preme sull’acceleratore della decarbonizzazione e considera accettabili i prezzi ambientali da pagare (dopo averli ovviamente minimizzati attraverso le previste leggi di tutela), si contrappone un ecologismo più politico, più vicino alla “conversione ecologica” di Alex Langer e alla “ecologia integrale” dell’enciclica “Laudato si’” di papa Francesco. È la posizione di chi vuole lottare per un cambiamento più profondo dell’economia, quindi delle produzioni e dei consumi, nella consapevolezza che una “semplice” transizione energetica, con la sostituzione progressiva delle fonti fossili con quelle rinnovabili, se anche avvenisse, non risolverebbe i problemi dell’economia globale e del surriscaldamento climatico, visto che la corsa verso la crescita, verso l’estrazione di terre rare e altre risorse scarse non si fermerebbe, e richiederebbe un crescente, inarrestabile aumento della produzione di energia, più o meno rinnovabile, in un ciclo senza fine. La lotta, secondo questo filone di impegno, deve dunque svelare il bluff in atto, la “transizione energetica” che non è “conversione ecologica”, e proteggere il territorio da interventi che ne muterebbero per sempre l’aspetto e le vocazioni senza nemmeno avviare un reale cambiamento del “sistema”.

Ci sono quindi due modi quasi paralleli d’intendere l’impegno ecologista, e questo pone un dilemma per gli attivisti del nostro tempo: per quale causa vale la pena impegnarsi?

La decarbonizzazione

La Sardegna ha un indubitabile fardello: due centrali a carbone ancora attive (Portoscuso e Porto Torres), per le quali viene continuamente posticipata la data di dismissione. L’urgenza di procedere con l’insediamento di nuovi impianti di energia rinnovabile è quindi reale, anche se resta il dubbio se vi sarà davvero un automatico spegnimento delle centrali a carbone una volta che sarà aumentata la produzione di energia rinnovabile. Il fatto è che la generale crescita del fabbisogno di energia non sembra destinata a fermarsi e nemmeno a rallentare – tutt’altro, se pensiamo ai programmi di sviluppo dell’intelligenza artificiale, comparto altamente energivoro, così come l’industria bellica, anch’essa destinata a prosperare secondo i nuovi programmi europei – e quindi il dubbio è legittimo: prima di fermare le centrali a carbone (e di chiudere i rubinetti del fossile nel resto d’Italia) riducendo di fatto la produzione energetica complessiva, ci sarà sempre la tentazione della proroga, visto che la “vocazione ecologica” del sistema industriale sembra piuttosto debole, se non inesistente.

Dà da pensare, in Sardegna, la persistenza di un grande progetto infrastrutturale per il gas, tutt’altro che abbandonato e anzi sostenuto da potenti e ben visibili interessi. La stessa Legge Pratobello di iniziativa popolare, sottoscritta da oltre duecentomila cittadini, e proposta come strumento per fermare la speculazione sulle rinnovabili, è stata vista da molti – provocando anche una frattura fra i comitati – come un cavallo di Troia del progetto-metano, anche perché fra i promotori figuravano noti esponenti della destra sarda, sostenitori storici di questa nuova infrastruttura. Tirando il ballo il gas, ovviamente, non si parla più di decarbonizzazione. La stessa presidente Todde in alcune interviste ha “aperto” all’opzione metano, sia pure come fonte “transitoria”, da sfruttare in attesa di un passaggio completo alle rinnovabili, ma al prezzo, ovviamente, di ospitare navi rigassificatrici vicino alle coste e di costruire reti di trasporto del gas, sia pure meno estese di quelle previste dal progetto della dorsale di distribuzione in tutta l’isola. I due ambientalismi di cui dicevamo, su questo punto concordano: sarebbe assurdo portare il gas in Sardegna, mentre dovrà essere dismesso in tutta Italia secondo i piani, o almeno le dichiarazioni, di futura decarbonizzazione. Per il momento sembra che le fonti di produzione energetica siano destinate a sommarsi: carbone, più rinnovabili, più gas, e non solo in Sardegna, bensì in tutta Italia, anche perché nelle intenzioni e nelle previsioni non c’è una riduzione, bensì un incremento dei consumi energetici, e semmai l’esigenza di garantirsi approvvigionamenti politicamente sicuri, cioè forniture di gas e petrolio da paesi “amici”. Sono i progetti del governo, dell’Eni, un po’ di tutti i poteri che contano.

La storia

La nozione di “speculazione energetica” ha una forte efficacia comunicativa, in quanto evoca un sistema industriale proiettato alla massimizzazione del profitto, approccio peraltro rivendicato, nonché legittimato socialmente e politicamente. In Sardegna, poi, la sua forza è moltiplicata da una consapevolezza storica: la lunga, ininterrotta azione di “estrattivismo” che l’isola ha subito. Camminando, si ha il tempo e il modo di osservare tutti i segni lasciati nel territorio dalle più recenti ma anche dalle più antiche “estrazioni”: è una storia che si incontra di continuo.

A Portoscuso, per dire, il Comune ha messo nel suo simbolo, accanto all’antica tonnara (ora minacciata da un impianto eolico offshore) e una torre altrettanto antica, anche una fabbrica con due ciminiere sbuffanti fumo. Una simbologia insolita, ma che restituisce bene la sorte toccata a certi luoghi dell’isola: scelti, in qualche modo sacrificati, per insediarvi dall’alto industrie pesanti, a forte impatto ambientale e con rischi sanitari per le popolazioni a dir poco sottovalutati. A Portoscuso, un piccolo centro affacciato sul mare davanti all’isola di San Pietro, il decollo industriale coincise con la progressiva dismissione delle miniere: si pensò, in questo modo, di compensare la perdita di posti di lavoro. Nacquero grandi industrie per la lavorazione dei metalli, con la produzione di laminati in alluminio, di zinco e piombo e altro ancora; poco distante dalla centrale a carbone si impiantò anche una fabbrica per la lavorazione della bauxite, con la materia prima importata nientemeno che dall’Australia (è la fabbrica che ha lasciato una discarica di fanghi rossi inquinanti di venti ettari). Il sindaco di Portoscuso, Ignazio Atzori, che ha un passato da medico condotto e ufficiale sanitario della cittadina, parlando con Repubblica nomade ha ricordato la “scoperta”, ormai quarant’anni fa, dei danni alla salute degli abitanti causati dal piombo: si arrivò a proibire il consumo di latte e ortaggi prodotti sul posto. A Portoscuso, in aree industriali dimesse e ormai inutilizzabili in altro modo, sono state collocate – senza particolari conflitti – numerose pale eoliche, ma ora il Comune è solidale con i comitati che si battono contro l’eolico offshore, considerato una minaccia non solo per il paesaggio ma anche per gli ecosistemi marini e le stesse abitudini dei tonni, la cui pesca è un’attività del luogo ancora importante.

E camminando verso Iglesias, passando poi per Masua e Arbus, si incontrano i resti delle vecchie miniere, tutte ormai dismesse, ruderi di una civiltà del lavoro – in realtà di una forma di sfruttamento ai limiti dello schiavismo – arrivata al tramonto già da alcuni decenni. Alcune parti delle miniere sono state “recuperate” e inserite, come luoghi di memoria, nel Cammino minerario di Santa Barbara, una proposta di turismo lento e dolce sulla quale gli abitanti del luogo, ma anche gli enti locali, hanno investito tempo e attenzione. Ma restano profondissime le ferite nel paesaggio. Pierluigi Carta, ex sindaco di Iglesias, ha accompagnato per un tratto Repubblica nomade e ha mostrato, nei pressi della grande miniera di Monteponi, alle porte di Iglesias – una città nella città -, la collina formata nei decenni con gli scarti dei materiali di miniera: una collina rossastra, ora terrazzata, che rilascia polveri di arsenico e altre sostanze a ogni folata di vento. Ebbene, ha raccontato Carta, al tempo del suo mandato da sindaco (2005-2010) fu compiuto uno studio di fattibilità e si capì che facendo lavorare 150 camion al giorno per 15 anni (!), portando i materiali a Portovesme dove uno stabilimento ad hoc avrebbe potuto trattarli e almeno abbattere le sostanze più pericolose, si sarebbe riusciti a smaltire appena la metà della montagna di detriti (e altri detriti, naturalmente, sarebbero rimasti a Portovesme dopo il trattamento, riproponendo il problema dello smaltimento). Ci sono poi in Sardegna – mai dimenticarlo – vaste porzioni di territorio sotto servitù militare, utilizzate per esercitazioni belliche e come poligoni di tiro, con importanti conseguenze anche sulla salute pubblica.

Insomma, ci sono ferite che non sono sanabili, e infatti nel paesaggio sardo si è sedimentata la travagliata storia dell’isola. Repubblica nomade lungo il suo percorso, nel caldissimo Medio Campidano, ha lambito Villacidro, cittadina natale di Giuseppe Dessì, autore di un romanzo memorabile, Paese d’ombre, premio Strega nel 1972. È il racconto, a cavallo fra Otto e Novecento, attraverso la vicenda del protagonista Angelo Uras, dello sfruttamento di quest’area sud-occidentale della Sardegna, che al tempo dei Savoia fu letteralmente disboscata per alimentare le fonderie e per il commercio del legname. Paese d’ombre è un grande romanzo storico, che ricorda, fra le altre cose, il famoso sciopero dei minatori di Buggerru nel 1904, sedato nel sangue dai carabinieri, e all’origine del primo sciopero generale nazionale della storia d’Italia (11 settembre 1904). Oggi Buggerru è un centro semi spopolato – circa mille abitanti – che cerca di sostenersi con il turismo lento dei cammini e con il turismo del vento (è un piccolo paradiso per surfisti, grazie al maestrale), ma il ricordo della spoliazione non è cancellato e anzi fa parte, come una spina ancora dolorosa, del rapporto speciale che lega la popolazione sarda al “suo” paesaggio.

Le comunità energetiche

Se la via prescelta per la “transizione energetica” è quella dei grandi progetti, calati per lo più dall’alto, e con il volante dell’ideale vettura del cambiamento “green” saldamente in mano alle tecnocrazie pubblico-private, il modello delle Comunità energetiche (Cer) dovrebbe rappresentarne l’alternativa speculare: costruite dal basso, modellate sulle esigenze locali, con la partecipazione diretta dei cittadini, delle imprese del posto e delle amministrazioni pubbliche. In un mondo ideale, le Cer sarebbero le protagoniste della “conversione ecologica”, che partirebbe dal basso, dai bisogni locali, e poi si allargherebbe alla solidarietà fra territori, in una logica di riduzione controllata dei consumi globali e di minimo impatto ambientale e paesaggistico, in un contesto generale di trasformazione dell’economia. Ma non è questo lo scenario presente, tutt’altro.

I Comuni di Villanovaforru e Ussaramanna – meno di 1.500 abitanti in tutto – sono stati i pionieri delle comunità energetiche sarde, e i due sindaci – Maurizio Onnis e Marco Sideri – raccontano volentieri, sotto un porticato in collina, l’esperienza compiuta, ma sgombrano anche il campo da ogni illusione: le comunità energetiche non sono una reale alternativa, perché non ci sono risorse adeguate per avviarle su larga scala, perché le procedure sono complicate e l’unica loro reale funzione è di fare da “foglie di fico” della politica e delle sue pochezze: “Quello che noi produciamo si aggiunge all’energia prodotta col fossile, non viene chiuso nulla, e i consumi intanto aumentano”. Sia Onnis che Sideri non rinnegano l’esperienza fatta, ma dicono che è servita soprattutto a stimolare la partecipazione dei cittadini, che sono stati coinvolti, su iniziativa dei Comuni, nella realizzazione del progetto e poi nella gestione della Cer. I Comuni non hanno fondi, dice Onnis, creare una Cer è faticoso e poco vantaggioso. Le Comunità energetiche di Villanovaforru e Ussaramanna sono state create installando pannelli fotovoltaici su edifici pubblici, con la consulenza della cooperativa èNostra, ma è mancato in entrambi i casi un impegno diretto delle imprese locali, che in teoria potrebbero essere promotrici, a loro volta, di comunità energetiche per i il proprio fabbisogno. È quel che accade, del resto, anche nel resto d’Italia.

Le Cer, insomma, sono citate nelle leggi e nei decreti, ma sono destinate a restare ai margini della scena, dei piccoli puntini, quasi invisibili, in mezzo alle torri e ai pannelli dell’industria delle rinnovabili. In Sardegna qualcosa potrebbe cambiare, aggiunge tuttavia Onnis, se venisse confermata, dopo il vaglio della Consulta, quella parte della legge regionale sulle aree idonee che stanzia 685 milioni di euro per le comunità energetiche; con quei soldi potrebbero nascere molte nuove Cer, ma il quadro normativo d’insieme è troppo incerto per immaginare in che modo potrebbero interagire con i progetti industriali.

 

Prime conclusioni

La ribollente società civile sarda, coi suoi comitati, con le sue manifestazioni, anche con le sue divisioni, ha il merito di avere aperto un dibattito altrove ancora assente, ma necessario, perché ciò che i comitati chiamano “speculazione energetica” e gli altri semplicemente “transizione energetica” è in corso in tutta Italia, seppure con volumi di investimenti diversi e distribuiti in modo non omogeneo: più ingenti ed estesi al Sud e in Sardegna, meno vistosi in altre parti del paese (ma le recenti vicende del Mugello in Toscana, con il sabotaggio da parte di attivisti mascherati di macchinari di un’impresa impegnata nell’installazione di pale eoliche sul crinale appenninico, fanno capire che le linee di tensione non riguardano solo il Mezzogiorno).

La strada scelta dall’Italia, in linea con le direttive europee, è la via di una transizione energetica guidata dall’alto, con una forte spinta alla semplificazione delle procedure, in modo che l’industria delle rinnovabili possa centrare gli obiettivi indicati per il 2030. Il compito affidato a governi ed enti locali è la definizione di un quadro normativo complessivo, anche sul piano della tutela ambientale, ed è qui che si gioca il braccio di ferro fra governo nazionale e Regioni, nella precisazione delle rispettive competenze, rimessa a questo punto alla Consulta e ai tribunali. È particolarmente delicato il caso della Regione Sardegna, una delle cinque a statuto speciale, e quindi più gelosa, e più teoricamente garantita, delle proprie prerogative; in aggiunta, la giunta sarda ha già mostrato d’essere propensa a dettare regole più stringenti di quelle volute dal governo nazionale, per quanto Todde non abbia voluto mettersi alla testa dei movimenti contro la “speculazione energetica”, come i comitati avevano forse sperato. Leggi e sentenze pregresse, al momento, fanno pensare che alla fine la spunterà il governo e che quindi i progetti industriali sulle rinnovabili avanzeranno in Sardegna senza eccessivi vincoli, in modi che saranno valutati caso per caso. Ma niente è sicuro: la Consulta potrebbe dare ragione alla Regione Sardegna, e quest’ultima, anche se battuta in giudizio, potrebbe intraprendere azioni politiche al momento nemmeno immaginabili. E poi, naturalmente, c’è la variabile comitati: in che modo, con quali obiettivi, con quale forza e capacità di mobilitazione vorranno agire, qualunque sia il quadro normativo futuro? Nessuno può dirlo oggi, ma la Sardegna ribolle, e almeno un messaggio già lo manda a tutti gli italiani: sulla produzione di energia si sta giocando una partita decisiva per il futuro economico e sociale del paese, ma non ne stiamo davvero discutendo, non nel modo e con la profondità e il respiro democratico e partecipativo che sarebbero necessari. Ci sarebbe ancora molto cammino da fare insieme, e non solo in Sardegna.

da qui