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venerdì 4 luglio 2025

È la guerra della povertà quella che miete più vittime al mondo. Ma nessuno se ne vergogna - Mauro Armanino

 

Miete più vittime delle altre registrate nel mondo. L’anno scorso i conflitti armati riconosciuti tali erano 61. Quest’unica guerra uccide più che tutte i conflitti messi assieme. Si tratta della guerra della povertà o, se vogliamo, della miseria che porta con sé, troppo spesso nel silenzio, milioni di persone. Un po’ come le cosiddette ‘morti bianche’ cioè quelle sul lavoro. Un’altra vera e propria battaglia quotidiana che vede come protagonista chi non è certo di tornare a casa dopo esserne uscito per lavoro, il mattino. Si calcola che l’anno scorso le ‘morti bianche’ abbiano raggiunto i tre milioni.

La guerra della povertà è peggio perché per gli economisti si perde nelle statistiche, mentre per la gente è una sparizione continua che passa inosservata. Ad essere cancellati sono i poveri. Le tracce della miseria durano a lungo perché coinvolgono i bambini, le donne e i giovani. La miseria è il frutto più immediato di guerre, movimenti forzati di popolazione, avversità climatiche ma soprattutto di classi politiche ammalate di potere e spogliamento del popolo nel più breve tempo possibile. Cause esterne, interne e purtroppo ‘eterne’ si perpetuano perché abbiamo smarrito la vergogna.

Sembra scomparsa, la vergogna, dal lessico e soprattutto dal volto, le parole e le azioni. Si tratta del sentimento, innato e allo stesso tempo frutto culturale, che manifesta l’inadeguatezza tra la verità dell’onestà e il nostro agire e sentire. La crescita, tutta occidentale, dell’individualismo e del fin troppo citato relativismo non possono che produrre l’esilio della vergogna. Gli atti, le scelte, le parole e financo l’abbigliamento non si misurano più con lo sguardo dell’altro. Il ‘principio di responsabilità’ è stato spazzato via dall’utilitarismo capitalista che tutto mercifica e traduce, senza vergogna, in denaro.

Investire somme abissali destinate a servizi sociali in armi, ordigni letali studiati e programmati allo scopo di uccidere il ‘nemico’ fa ormai solo vergognare i pochi irriducibili ‘idealisti’. Nel frattempo nel Sahel imperversa la vulnerabilità alimentare per milioni di persone, l’indigenza al quotidiano, la mancanza di strutture educative e sanitarie. Mancano dispositivi che facilitino l’ingresso dei giovani nel mondo lavorativo. Non si vergogna affatto la classe politica al potere, gli intellettuali attirati dalla retorica che sembra promettere loro un futuro e i leader religiosi che puntellano il sistema fatiscente.

Il Fondo Monetario Internazionale, che sappiamo non essere un ente di beneficenza, ha rilasciato un documento che, prendendo in considerazione il Pil dei Paesi, stila la lista dei 10 Paesi col reddito pro capite più basso in Africa. Con tutti i limiti che questo tipo di operazione sappiamo comporta, rimane utile affacciarsi su questa strana e drammatica classifica che nasconde ciò che mostra ed evidenzia ciò che nasconde. Ci sono numeri che offuscano le cause e facilitano l’operazione di sminamento del sentimento di vergogna che dovrebbe toccare i politici per primi.

Senza sorpresa, l’Africa subsahariana domina la classifica. I conflitti cronici, la debolezza istituzionale e una élite politica sempre più spesso militarizzata non sembrano in grado di offrire alternative coerenti ed efficaci alla precarietà di vita dei popoli che dovrebbe servire. Nell’ordine della lista si trova il Sudan del Sud, lo Yemen, il Burundi, la Repubblica Centrafricana, il Malawi, il Madagascar, il Sudan, il Mozambico, la Repubblica Democratica del Congo e il Niger, Paese nel quale ho il privilegio di trovarmi. Tutto ciò dovrebbe far vergognare chi profitta della miseria degli altri per arricchirsi o per illudere i poveri con vuote e false promesse di un domani migliore. Finché la vergogna non ritornerà ad essere una materia di insegnamento nella grammatica della vita quotidiana, sarà difficile cambiare lo sguardo sul mondo.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/06/29/guerra-poverta-vittime-vergogna/8041750

martedì 17 gennaio 2023

Crisi alimentare senza precedenti, 30 milioni di bambini malnutriti

 

Allarme congiunto delle agenzie dell'Onu: “La crisi tende ad aggravarsi, è necessaria un'azione decisa e tempestiva e l'applicazione del Piano globale contro la malnutrizione infantile”

I conflitti armati, gli effetti dei cambiamenti climatici e della pandemia, l'aumento del costo della vita stanno causando una crisi alimentare senza precedenti, che ha già portato più di 30 milioni di bambini alla malnutrizione acuta, di cui 8 milioni in forma grave. È l'allarme lanciato in una nota congiunta da diverse agenzie delle Nazioni Unite: l'Organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao), l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), il Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia (Unicef), il World Food Programme (Wfp) e l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

L'allarme riguarda soprattutto quindici Paesi: Afghanistan, Burkina Faso, Chad, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Haiti, Kenya, Madagascar, Mali, Niger, Nigeria, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Yemen. 

È probabile che questa situazione peggiori ulteriormente nel 2023. Dobbiamo garantire che diete sane per bambini piccoli, ragazze e donne incinte e in allattamento siano disponibili e accessibili, anche economicamente"

Qu Dongyu, Direttore generale della Fao, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura

Le agenzie Onu chiedono di accelerare l'applicazione del Piano globale contro la malnutrizione infantile (Global Action Plan on Child Wasting): servono “maggiori investimenti a sostegno di una risposta coordinata delle Nazioni Unite che soddisfi le esigenze senza precedenti di questa crisi che tende ad aggravarsi, prima che sia troppo tardi”, scrivono le agenzie Onu nel comunicato stampa. È necessaria “un'azione decisa e tempestiva per evitare che questa crisi diventi una tragedia per i bambini più vulnerabili del mondo", concludono.

Il Piano d'Azione Globale evidenzia “le azioni prioritarie da intraprendere per la nutrizione materna e infantile attraverso i sistemi alimentari, sanitari, idrici e igienico-sanitari e di protezione sociale”. Le agenzie delle Nazioni Unite hanno identificato cinque azioni prioritarie efficaci nell'affrontare la malnutrizione acuta nei paesi colpiti da conflitti e disastri naturali, e nelle emergenze umanitarie. Il potenziamento di queste azioni sotto forma di pacchetto coordinato sarà fondamentale per prevenire e curare la malnutrizione acuta nei bambini ed evitare tragiche perdite di vite umane.

da qui

lunedì 23 novembre 2020

Documentare e divulgare i danni ambientali causati dai conflitti armati - Elena Camino

 

Del Conflict and Environment Observatory (CEOBS) – Osservatorio su Conflitto e Ambiente –  ho già fatto cenno in un recente articolo  a proposito del degrado ambientale nei territori palestinesi.

Questo Osservatorio è nato nel 2018 (dopo alcuni anni di esperienze e ricerche con il Progetto Toxic Remnants of War Project, che intendeva mettere in luce i danni ambientali causati da guerre e le loro conseguenze sulle comunità umane.) con l’obiettivo di aumentare la consapevolezza e la comprensione delle conseguenze umane e ambientali dei conflitti e delle attività militari, e con l’intenzione di contestare l’idea che l’ambiente sia una ‘vittima silenziosa’ dei conflitti armati.  Il sito di CEOBS mette a disposizione i risultati delle sue ricerche perché diventino una risorsa per studiosi, politici, attivisti, giornalisti interessati alle dimensioni ambientali dei conflitti armati.  CEOBS collabora con istituzioni internazionali, società civili, università ecc. non solo per documentare e diffondere dati sui danni ambientali, ma per contribuire all’istituzione di leggi che possano contribuire a ridurre i danni umani e ambientali conseguenti ai conflitti e a promuovere forme di assistenza alle comunità colpite.

Dichiarazione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite

Il 13 ottobre scorso durante una riunione della Prima Commissione dell’Assemblea Generale dell’ONU, il Direttore del CEOBS, Doug Weir, rilasciò una dichiarazione che riassumo qui di seguito.

L’ambiente globale – egli affermò – sta vivendo molteplici crisi: climatica, di biodiversità, di inquinamento. è responsabilità dei cittadini, degli stati, delle istituzioni agire per affrontare questa situazione. La Prima Commissione dell’ONU non fa eccezione. I conflitti armati non solo provocano danni persistenti all’ambiente, ma creano e sostengono condizioni in cui il danno ambientale prosegue inavvertito: danno che contribuisce a peggiorare le crisi globali, mettendo a rischio salute, sussistenza, sicurezza. In altri settori del sistema ONU l’attenzione all’ambiente, alla pace e alla sicurezza è elevata: non altrettanto in questa Commissione.

Molti di voi menzionano gli ordigni nucleari, qualcuno cita anche i danni ambientali, ma non è chiarito in dettaglio in che modo l’uso di tali armi scardinerebbe il clima, la disponibilità di acqua, la sicurezza alimentare, creando sofferenze a milioni di persone.

E mentre continuano gli sforzi politici per dichiarare fuori legge le armi esplosive, quanti addurrebbero come motivo valido per abolirle i rischi ambientali acuti e cronici causati da tali armi, che colpendo impianti industriali e civili produrrebbero milioni di tonnellate di rifiuti tossici per l’ambiente?

Qualcuno collega forse la proliferazione di armi leggere con la biodiversità in declino? Eppure la facilità con cui ci si può procurare armi nelle aree di conflitto, e la loro diffusione altrove, è tra le cause della decimazione dei grandi mammiferi, e dell’aumento del bracconaggio contro la vita selvatica.

Sarà possibile un cambio di prospettiva tra i donatori e gli stati che subiscono gli effetti dei residuati bellici esplosiviancora presenti?  Migliaia di metri quadri di terra vengono bonificati ogni anno, e restituiti alle comunità locali perché possano nuovamente utilizzarli:  non si potrebbero abbinare le opere di sminamento con progetti di gestione delle terre indirizzati a proteggere il clima e la biodiversità?

Le crisi ecologiche che stiamo vivendo rendono sempre più cruciale la necessità di prevenire i danni ambientali durante i conflitti. Le delegazioni dei vari paesi accoglieranno di buon grado le nuove linee guida per i militari messe a punto dal Comitato Internazionale della Croce Rossa? Per quanto le leggi internazionali siano ancora inadeguate, le linee guida costituiscono una buona base di partenza per un corretto comportamento dei militari.

Infine – conclude Doug Weir – è importante mettersi in relazione con altri settori, e rendere esplicite le connessioni: per esempio, tra la Convenzione sulla Diversità Biologica e il Trattato sul commercio delle Armi; tra la Convenzione per combattere la Desertificazione e il Trattato per il Bando delle Mine.

Difficoltà e pericoli per l’agricoltura in Yemen

Una ricerca svolta dai membri del CEOBS e pubblicata a ottobre 2020 fornisce dati significativi sull’effetto devastante che hanno le guerre nella vita produttiva di un Paese, di una popolazione. 275.000 ettari di terreni agricoli in Yemen presentano segni di  sofferenza, con raccolti perduti e ridotta sicurezza alimentare: si tratta di una superficie circa equivalente all’estensione totale di terreni agricoli disponibili in Giordania o in Libano. Sono colpite soprattutto le aree meridionali e gli altipiani nel Nord.

Le cause sono complesse, ma molte sono riconducibili alla presenza di conflitti: attacchi diretti alle fattorie e alle infrastrutture, spostamenti di popolazioni  causate dall’insicurezza, ridotto accesso all’acqua e alle sementi  causato dalla guerra; eventi climatici estremi  e conseguente impossibilità delle agenzie a frenare le invasioni di parassiti. Si pensi  per esempio ai danni inferti dagli sciami di locuste in tutta la zona del Corno d’Africa e dell’Asia occidentale, sciami che non sono stati adeguatamente controllati proprio in Yemen perché inaccessibili a causa della guerra. 

La mappa illustra la situazione dei vari distretti del Paese, in cui si segnalano perdite e danni dal 37% al 57% dei territori agricoli.

 

Analisi delle cause

L’agricultura costituisce la base dell’economia e della cultura Yemenita. Le valutazioni eseguite sui cambiamenti ambientali evidenziano che la maggior parte dei fattori di sofferenza  e degrado sono legati alla presenza di conflitti armati, che in molti casi amplificano situazioni critiche già preesistenti (per esempio sugli accessi all’acqua).

Nello Yemen non c’è sicurezza alimentare, e molti yemeniti si trovano in condizioni critiche e soffrono la fame. è quindi essenziale che vengano prese misure urgenti per frenare il degrado del settore agricolo. Inoltre la pandemia da COVID-19 ha ridotto l’assistenza umanitaria, impedendo l’accesso e riducendo le donazioni. Proteggere e ripristinare il settore agricolo in Yemen in modo che sia economicamente, ambientamente e culturalmente sostenibile è cruciale. Nel Report pubblicato sono indicate in dettaglio le aree agricole in difficoltà, e sono messe in relazione con la presenza del conflitto armato.

In questo momento la situazione appare particolarmente difficile per il sovrapporsi di vari elementi negativi: oltre alla guerra in corso, ci sono ancora gli effetti degli sciami di locuste, delle alluvioni, danni cumulativi,  e la mancata assistenza umanitaria, bloccata dalla presenza del virus.

Non appena sarà garantito un minimo di sicurezza, chi realizzerà i programmi di recupero agricolo dovrà garantire che siano sostenibili dal punto di vista ambientale, e che possano fornire maggiore produttività, sicurezza alimentare e mezzi di sussistenza sicuri.

da qui

martedì 21 luglio 2020

Rischio di marea nera nello Yemen


La petroliera abbandonata al largo di un Paese abbandonato 
potrebbe rilasciare 4 volte più petrolio del disastro della Exxon Valdez in Alaska nel 1989

Intervenendo al Consiglio di sicurezza dell’Onu, il capo dell’Office for the Coordination of Humanitarian Affairs dell’ONU (Ocha),  Mark Lowcock,  ha detto di sperare che «una missione di esperti Onu possa essere dispiegata rapidamente per valutare la minaccia posta da una petroliera abbandonata al largo dello Yemen». Si tratta della Safer  che da 5 anni è stata abbandonata al largo del porto yemenita di Hodeida con a bordo 1,1 barili di greggio, facendo temere per una catastrofe ambientale e manitaria se affonderà nel Mar Rosso.
L’FSO Safer, una supertanker costruita in Giappone nel 1974  è  vecchia e in pessima condizioni. Di proprietà ufficiale del governo dello Yemen, dal 2015 è sotto il controllo dei ribelli Houthi  e  Inger Andersen direttrice esecutiva dell’United nations environment programme (Unep) ha detto che  «Le sue condizioni stanno deteriorando ogni giorno di più, aumentando il rischio di una fuoriuscita di petrolio che rovinerebbe ecosistemi e mezzi di sussistenza per decenni».
A fine maggio, dell’acqua si è infiltrata nella sala macchina della petroliera, minacciando di destabilizzare la nave e rovesciare il suo carico e accrescendo il rischio che la nave affondi e Lowcock ha avvertito che «Questo provocherebbe quasi certamente una grave marea nera. Fortunatamente, la fuoriuscita nella sala macchine è stata relativamente piccola e i sommozzatori della società Safer hanno potuto contenerla. Ma la riparazione è solo temporanea».
La Andersen ha aggiunto che «Prevenire il precipitare di questa crisi è davvero l’unica opzione. Nonostante il difficile contesto operativo, nessuno sforzo dovrebbe essere risparmiato per condurre prima una valutazione tecnica e le prime riparazioni leggere. A più lungo termine, l’opzione migliore sarà scaricare petrolio dalla nave e rimorchiarla in un luogo sicuro per l’ispezione e lo smantellamento. Per ora, la comunità internazionale deve elaborare un piano di risposta in caso di fuoriuscita di petrolio. La Safer potrebbe rilasciare quattro volte più petrolio del famigerato disastro della Exxon Valdez, al largo dell’Alaska nel 1989. Né lo Yemen dilaniato dalla guerra né i suoi vicini hanno la capacità di gestire e mitigare le conseguenze di una tale fuoriuscita  e gli operatori privati ​​saranno riluttanti ad assumere un lavoro all’interno di una zona di conflitto».
La Regional Organization for the Conservation of the Environment of the Red Sea and the Gulf of Aden ha redatto un piano di emergenza regionale, ma l’Unep ritiene che «Abbia bisogno di un notevole sostegno per essere testato e, se necessario, messo in atto. Il tempo per poter agire in modo coordinato per prevenire una catastrofe ambientale, economica e umanitaria incombente sta per scadere».
In caso di marea nera, le comunità costiere sarebbero gravemente colpite a Taezz, Hodeida e Hajjah, la costa controllata soprattutto dalle milizie sciite houthi, e  Lowcock  ha ricordato che «Se una marea nera dovesse prodursi nei prossimi due mesi, gli esperti prevedono che 1,6 milioni di yemeniti ne sarebbero direttamente colpiti».
Infatti, a causa delle correnti marine e delle condizioni meteorologiche stagionali, una gran parte del petrolio resterebbe probabilmente vicino alle coste yemenite invece di disperdersi e, fanno notare all’Onu, «Questo vuol dire che il porto d’Hodeida, dal quale il Paese dipende per le forniture dell’aiuto umanitario e dei prodotti importati, potrebbe essere costretto a chiudere per settimane, forse per mesi».
Lowcock ha  detto al Consiglio di sicurezza che gli houthi di Ansar Allah al potere a Sana’a e che controllano il nord dello Yemen hanno confermato per scritto che accetterebbero una missione Onu per mettere in sicurezza la petroliera. Il capo dell’Ocha ha però avvertito: «Naturalmente, eravamo già stati lì prima. Ansar Allah aveva dato assicurazioni simili nell’agosto 2019, solo per annullare la missione delle Nazioni Unite la sera prima che sarebbe dovuta andare sulla nave, Le autorità di Ansar Allah hanno un’importante opportunità per prendere provvedimenti che risparmieranno un’altra tragedia a milioni di loro concittadini. Siamo ansiosi di lavorare con loro per fare questo. Questa missione, che potrebbe aver luogo nelle prossime settimane, comprenderebbe, nella prima fase, una valutazione tecnica e ogni riparazione iniziale possibile. Non è troppo tardi e noi restiamo pronti ad aiutare. Il team dell’Onu  può essere dispiegato entro le settimane seguenti il ricevimento di tutti i permessi necessari»-
Intanto la catena televisiva nord-yemenita Al-Masirah denuncia che «Almeno 25 persone, la maggior parte delle quali donne e bambini, sono morte oggi per gli attacchi aerei sauditi in occasione di un matrimonio nel nord dello Yemen», in una zona residenziale nel distretto di Al-Hazm, nella provincia di Al-Jawf. Fonti dell’ospedale di Marib affermano di aver ricevuto i corpi di 16 vittime, Lise Grande, coordinatrice umanitaria dell’Ocha nello Yemen, parla di 15 vittime, ma i responsabili dell’ospedale Al-Hazm denunciano la morte di altre 8 persone colpite dall’attacco.
L’agenzia ufficiale iraniana Pars Today sottolinea che «Decine di persone sono state ferite nell’attacco. Le immagini che circolano sui social network mostrano il grave stato di salute dei civili ospedalizzati. La maggior parte delle vittime erano donne e bambini. D’altra parte, fonti ufficiali citate dalla rete yemenita hanno riferito che tale attacco è stato effettuato in un’area in cui non vi sono obiettivi militari.  Gli aerei sauditi hanno anche bombardato una casa nella provincia di Hajjah, nel nord dello Yemen, domenica scorsa, uccidendo 10 civili e ferendone molti altri, tra cui donne e bambini.
Ormai la guerra scatenata dall’Arabia Saudita nello Yemen, con l’utilizzo di armi occidentali e anche made in Italy.  dura da 5 anni e ha causato la morte di oltre 100.000 yemeniti, la maggior parte civili. L’Onu ha avvertito che, continuando così, nel 2022 le vitime degli attacchi della coalizione a guida saudita potrebbero salire a 500.000. Secondo la Grande, «La sola maniera per i civili di essere al sicuro nello Yemen è che le parti decidano di cessare i combattimenti. Le agenzie umanitarie chiedono da molto tempo un cessate il fuoco globale. Nel corso dei primi 6 mesi del 2020 , sono state segnalate circa 1.000 vittime legate al conflitto».
Tornando all’attacco aereo saudita, la Grande ha confermato che «L’Ocha stima che le cifre reali degli attacchi condotti mercoledì sono probabilmente più elevati, ma devono ancora essere verificati. I feriti sono stati colpiti così gravemente che hanno dovuto essere trasportati d’urgenza all’ospedale di Sana’a per essere curati. Per la seconda volta questa settimana, delle donne e dei bambini sono stati uccisi e feriti durante un attacco».
Per l’Ocha lo Yemen resta la peggior crisi umanitaria del mondo, con circa l’80% della popolazione – più di 24 milioni di persone – che hanno bisogno di aiuto umanitario e di protezione. Nella riunione dei donatori tenutasi a Riyad il 2 giugno erano stati promessi 1,35 miliardi di dollari sui 2,41 miliardi necessari per coprire le attività umanitarie indispensabili fino alla fine dell’anno. Il deficit è di  un miliardo di dollari e, a metà aprile, erano già stati ridotti o chiusi per mancanza di finanziamenti 31 dei 41 programmi essenziali dell’Onu.

mercoledì 26 settembre 2018

Quando è triste essere un bambino - Christopher Brauchl



E’ un momento triste per essere un bambino. Chi lo avrebbe pensato soltanto pochi anni fa? Considerate la Siria, lo Yemen, il Sud Sudan e gli Stati Uniti, tanto per nominare soltanto alcuni dei luoghi dove per i bambini prevale la tristezza.
La guerra è iniziata in Siria cinque anni fa. Oltre 6,1 milioni di Siriani sono fuggiti dalle loro case. Immaginate che cosa vuol dire essere un bambino, senza casa in un paese che si chiama patria, sentendo le bombe che distruggono i quartieri dove prima giocavi, che distruggono la casa da dove sei appena fuggito, la casa in cui hai lasciato i tuoi amati giocattoli e gli animali di pezza. Sei uno dei 2,5 milioni di bambini che si sono dovuti spostare fin dall’inizio della guerra in Siria. Sei triste perché conoscevi qualcuno che era tra i 500.000 siriani che sono stati uccisi fin da quando è cominciata la guerra. Il 14% delle persone uccise negli scorsi 5 anni sono stati bambini come te. Forse puoi trovare conforto nel fatto che fai parte della più grande popolazione  dislocata  nel mondo intero. I bambini sono inclini a pensare che fare parte di qualcosa di grande è qualcosa di cui essere fieri. Non è vero. E se cerchi la tristezza, puoi andare in Yemen.
In Yemen si vive in un paese che ha la più grossa emergenza di sicurezza alimentare in tutto il mondo. Secondo i funzionari delle Nazioni Unite, nel 2017 c’erano 18 milioni di persone in Yemen bisognose di assistenza su una popolazione di 28 milioni. Quel numero comprende centinaia di migliaia di bambini. E’ un momento triste per essere bambini quando si riflette su che cosa è accaduto il 9 agosto 2018. Quello è stato il giorno in cui uno scuola bus che portava degli studenti a fare una gita scolastica, è stato distrutto da una bomba fabbricata negli Stati Uniti dalla Lockeed Martin, venduta all’Arabia Saudita dal governo degli Stati Uniti e trasportato sullo scuola bus su un aereo da guerra della coalizione guidata dai Sauditi. La coalizione comprende gli Stati Uniti. Sono starti uccisi quaranta ragazzi di età compresa tra i 6 e gli 11 anni. 79 persone sono state ferite, di cui 56 bambini. E’ stato un giorno molto triste essere un bambino in Yemen.
E’ un momento triste per essere un bambino se sei nato nel Sud Sudan. Secondo l’agenzia dei rifugiati dell’ONU, 17.600 bambini del Sud Sudan sono fuggiti dal paese fin dallo scoppio della guerra civile in Sudan nel 2013, lasciando lì i loro genitori. Per alcuni dei bambini la loro tristezza è migliorata. Secondo l’agenzia dell’ONU, 433 minori non accompagnati che sono fuggiti in Uganda senza i loro genitori, sono stati riuniti con loro. Rimangono, quindi, all’Agenzia dell’ONU per i rifugiati, soltanto 99,342 casi aperti di tentativi di riunire le famiglie, famiglie che comprendono, in parte, bambini tristi.
E’ un periodo triste essere un bambino se si è un bambino negli Stati Uniti i cui genitori speravano di trovare asilo negli Stati Uniti d’America per andar via da condizioni pericolose nel paese dal quale erano fuggiti. Proprio come i 17.600 bambini che hanno lasciato il Sud Sudan con i propri genitori, anche voi siete stati separati dai vostri genitori quando siete entrati negli Stati Uniti. E’ triste essere un bambino che arrivando negli Stati Uniti non viene separato dai genitori, ma è tenuto in condizioni squallide che non sarebbero tollerate se fossi altro che il figlio di qualcuno che cerca asilo. E’ stato triste che quando tua madre ha detto a uno dei funzionari dell’immigrazione che tuo fratello di un anno aveva bisogno di cibo solido, le è stato risposto che non viveva in un albergo a sette stelle e le è stato detto se preferiva avere un figlio mingherlino o un figlio morto. E’ triste essere un bambino quando un Senatore degli Stati Uniti che visitava un centro di immigrazione dove sono tenute le persone che cercano asilo, riferisce che: “Ci sono bambini da soli…ragazzine di 12 anni che vengono portate via dal resto delle loro famiglie e vengono tenute separate. O ragazzini. Stanno tutti sdraiati sui pavimenti di cemento dentro delle gabbie. Non c’è nessun altro modo di descriverlo.” E’ triste essere un bambino in un paese dove, in riposta a un ordine del tribunale che le famiglie che il governo ha separato vengano riunite, e che alla fine di luglio, 700 famiglie non erano state ancora riunite e il governo aveva difficoltà a chiarire dove si trovavano.
E’ triste essere un bambino in Siria. E’ triste essere un bambino in Yemen. E’ triste essere un bambino nel Sud Sudan. Può essere triste essere un bambino negli Stati Uniti. E’ triste che, a causa degli adulti, ci siano così tanti posti che rattristano i bambini.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: https://www.counterpunch.org/2018/08/24/when-its-sad-to-be-a-child
Originale: Counterpunch
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

mercoledì 28 giugno 2017

appello per lo stop alle forniture militari all’Arabia Saudita

L’appello ai parlamentari italiani presentato il 21 giugno alla Camera da Reti e associazioni della pace, dei diritti umani e dell’intervento umanitario.
Le bombe italiane fanno stragi di civili in Yemen, alimentando uno dei conflitti più drammatici e gravi al mondo.


Iniziativa e appello promossi da: 
Amnesty International Italia
Fondazione Finanza Etica
Movimento dei Focolari in Italia
Oxfam Italia
Rete Italiana per il Disarmo
Rete per la Pace




Dal 26 marzo 2015 è in corso in Yemen, in violazione del diritto internazionale, un conflitto armato che ha provocato migliaia di vittime tra i civili, milioni di sfollati oltre all’insorgere nelle ultime settimane di una violenta epidemia di colera tra la popolazione stremata.
Ormai è confermato ed incontrovertibile: da almeno due anni continuano a partire dall’Italia forniture di bombe destinate all’Arabia Saudita, Paese che è intervenuto a capo di una coalizione militare nel conflitto in atto in Yemen, senza alcun mandato delle Nazioni Unite. Gli ordigni sono prodotti nello stabilimento della RWM Italia Spa (azienda italiana con sede a Ghedi e controllata dal gruppo tedesco Rheinmetall) di Domusnovas, vicino a Cagliari.
Al contrario il “Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen” inviato lo scorso 27 gennaio 2017 al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dichiara che «Il conflitto ha visto diffuse violazioni del diritto umanitario internazionale da tutte le parti in conflitto. Il gruppo di esperti ha condotto indagini dettagliate su questi fatti ed ha motivi sufficienti per affermare che la coalizione guidata dall’Arabia Saudita non ha rispettato il diritto umanitario internazionale in almeno 10 attacchi aerei diretti su abitazioni, mercati, fabbriche e su un ospedale». Il rapporto, tra le altre cose, documenta l’utilizzo di ordigni italiani nei bombardamenti sulle aree civili in Yemen evidenziando che queste azioni militari «may amount to war crimes» («possono costituire crimini di guerra»).
I parlamentari italiani intendono continuare a rimanere indifferenti alle sofferenze della popolazione dello Yemen evitando di dichiarare la propria contrarietà all’utilizzo di sistemi militari italiani nel conflitto? Possibile che si approfitti dello svantaggio economico e dello scarso sviluppo produttivo di alcune aree del nostro Paese – come la Sardegna – per avallare operazioni commerciali in aperta violazione della normativa italiana (legge 185/90) e del Trattato sul Commercio delle Armi ratificato dall’Italia nel luglio 2014?
Non dare risposte e non impostare politiche alternative alla produzione e esportazione di ordigni significa lasciare interi territori davanti al ricatto tra lavoro e concorso alla guerra. Senza una vera riconversione economica si rischia solo di fare del facile moralismo che scarica il peso della responsabilità politica sulle spalle degli operai e della popolazione di una regione, come la Sardegna, colpita duramente dalla crisi economica.
Ci rivolgiamo pertanto alle convinzioni profonde di ciascun deputato e senatore affinché nel tempo più breve, prima che termini questa legislatura, prenda una posizione netta ed esplicita per:
• Bloccare l’esportazione di armi all’Arabia Saudita e a tutti Paesi coinvolti nel conflitto armato in Yemen, come prevedono recenti Risoluzioni del Parlamento Europeo, la normativa nazionale (legge 185/90) e il Trattato Internazionale sul Commercio di Armamenti (ATT);
• Attivare e finanziare il fondo per la riconversione previsto nella stessa legge 185/90 contemporaneamente ad una discussione pubblica sull’impatto del complesso militare-industriale italiano sulla instabilità geopolitica di questo periodo e nella definizione della politica estera e di sicurezza dell’Italia;
Ci impegniamo a rendere pubblica la presa di posizione, compresa l’omissione, di ogni persona eletta nel Parlamento rispetto alla nostra richiesta di votare in maniera conforme alla Risoluzione del Parlamento Europeo del 25 febbraio 2016 sulla situazione umanitaria nello Yemen (2016/2515(RSP)) – ripresa da ulteriore votazione il 15 giugno 2017 – che ha invitato ad avviare «un’iniziativa finalizzata all’imposizione di un embargo da parte dell’UE sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita». Alleghiamo a questo nostro messaggio una proposta concreta di mozione parlamentare, modellata sul testo al Parlamento europeo votato anche da diversi gruppi politici della delegazione italiana, che chiediamo di sottoscrivere e presentare senza modifiche come primo passo concreto.
Chiediamo ai parlamentari italiani di seguire l’esempio dei loro colleghi europei per fare in modo che la drammatica situazione dello Yemen trovi spazio nel dibattito all’interno dei loro partiti e movimenti politici e nell’agenda politica parlamentare come un’urgenza da affrontare.
Confidiamo nel senso di umanità e di responsabilità di ciascun parlamentare e chiediamo loro di dare piena attuazione all’articolo 11 della nostra Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
La Camera/il Senato
–  viste le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sullo Yemen, in particolare le risoluzioni 2216 (2015), 2201 (2015) e 2140 (2014),
–  viste le dichiarazioni sullo Yemen del 10 gennaio 2016 e dell’8 gennaio 2016 del portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite
– considerando che l’attuale crisi nello Yemen è il risultato dell’incapacità dei governi che si sono succeduti di rispondere alle legittime aspirazioni del popolo yemenita alla democrazia, allo sviluppo economico e sociale, alla stabilità e alla sicurezza; che tale incapacità ha creato le condizioni per lo scoppio di un violento conflitto, in quanto non si è riusciti a dare vita a un governo inclusivo e a garantire un’equa ripartizione dei poteri e sono state sistematicamente ignorate le numerose tensioni tribali, la diffusa insicurezza e la paralisi economica del paese;
– considerando che l’intervento militare a guida saudita nello Yemen, richiesto dal presidente yemenita Abd Rabbuh Mansur Hadi, compreso l’uso di bombe a grappolo bandite a livello internazionale, ha portato a una situazione umanitaria disastrosa che interessa la popolazione in tutto il paese, ha gravi implicazioni per la regione e costituisce una minaccia per la pace e la sicurezza a livello internazionale; che membri della popolazione civile yemenita, già esposta a condizioni di vita terribili, sono le principali vittime dell’attuale escalation militare;
– considerando che i ribelli houthi hanno in passato posto sotto assedio la città di Ta’izz, la terza città dello Yemen, ostacolando la fornitura di aiuti umanitari; una situazione per cui secondo Stephen O’Brien, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari e coordinatore degli aiuti d’emergenza, i circa 200 000 civili intrappolati nella città hanno un disperato bisogno di acqua potabile, cibo, cure mediche e altri tipi di assistenza di primo soccorso e protezione;
– considerando che dall’inizio del conflitto sono state uccise oltre 10.000 persone (dei quali circa 4.700 civili), e 40.000 sono rimaste ferite (oltre 8.000 civili); che tra le vittime si contano centinaia di donne e bambini; che l’impatto umanitario sulla popolazione civile degli attuali scontri tra le diverse milizie, dei bombardamenti e dell’interruzione della fornitura dei servizi essenziali sta raggiungendo proporzioni allarmanti;
– considerando che 2 milioni di persone sono attualmente sfollate internamente ai confini a causa dei combattimenti; 2 milioni di bambini non hanno la possibilità di andare a scuola; 18,8 milioni di persone, tra cui 9,6 milioni di bambini, necessitano di assistenza umanitaria, compresi cibo, acqua, rifugio, carburante e servizi sanitari. Oltre a questo, circa 1500 bambini sono stati bambini reclutati come soldati
– considerando che, secondo molteplici segnalazioni, gli attacchi aerei della coalizione militare a guida saudita nello Yemen hanno colpito bersagli civili, tra cui ospedali, scuole, mercati, magazzini cerealicoli, porti e un campo di sfollati, danneggiando gravemente infrastrutture essenziali per la fornitura degli aiuti e contribuendo alla grave carenza di generi alimentari e di carburante nel paese; che il 10 gennaio 2016 è stato bombardato nello Yemen settentrionale un ospedale finanziato da MSF e ciò ha provocato la morte di almeno sei persone e il ferimento di una dozzina, tra cui membri del personale di MSF, oltre a danneggiare gravemente le strutture mediche; che si tratta dell’ultimo di una serie di attacchi ai danni di strutture mediche; che anche numerosi monumenti storici e siti archeologici sono stati distrutti o danneggiati irrimediabilmente
– considerando che, stando all’organizzazione Save the Children, in almeno 18 dei 22 governatorati del paese gli ospedali sono stati chiusi o gravemente danneggiati a causa dei combattimenti o della mancanza di carburante; che, in particolare, sono stati chiusi 153 centri sanitari che in precedenza fornivano nutrimento a oltre 450.000 bambini a rischio, insieme a 158 ambulatori che erogavano servizi di assistenza sanitaria di base a quasi mezzo milione di bambini al di sotto dei cinque anni;
– considerando che, secondo l’UNICEF, il conflitto nello Yemen ha avuto pesanti ricadute anche sull’accesso dei bambini all’istruzione, che ha smesso di funzionare per quasi 2 milioni di minori, con la chiusura di 3.584 scuole, ossia una su quattro; che 860 di tali scuole sono danneggiate oppure sono utilizzate come rifugio per gli sfollati;
– considerando che la situazione nello Yemen comporta gravi rischi per la stabilità della regione, in particolare nel Corno d’Africa, nel Mar Rosso e nel resto del Medio Oriente; che al-Qaeda nella penisola araba (AQAP) è riuscita a sfruttare il deterioramento della situazione politica e di sicurezza nello Yemen, espandendo la propria presenza e aumentando il numero e la portata dei propri attacchi terroristici; che il cosiddetto Stato islamico (ISIS)/Daesh ha consolidato la propria presenza nello Yemen e ha sferrato attacchi terroristici contro moschee sciite, uccidendo centinaia di persone;
– considerando che alcuni Stati membri dell’UE hanno continuato ad autorizzare il trasferimento di armi e articoli correlati verso l’Arabia Saudita dopo l’inizio della guerra; che tali trasferimenti violano la posizione comune 2008/944/PESC sul controllo delle esportazioni di armi, che esclude esplicitamente il rilascio di licenze relative ad armi da parte degli Stati membri laddove vi sia il rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate per commettere gravi violazioni del diritto umanitario internazionale e per compromettere la pace, la sicurezza e la stabilità regionali;
– considerando che lo scorso 27 gennaio è stato trasmesso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il “Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen” che evidenzia che “I bombardamenti aerei condotti dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita hanno devastato le infrastrutture civili in Yemen, ma non sono riuscite a scalfire la volontà politica dell’alleanza Houthi-Saleh a continuare il conflitto”. E soprattutto riporta che “Il conflitto ha visto diffuse violazioni del diritto umanitario internazionale da tutte le parti in conflitto. Il gruppo di esperti ha condotto indagini dettagliate su questi fatti ed ha motivi sufficienti per affermare che la coalizione guidata dall’Arabia Saudita non ha rispettato il diritto umanitario internazionale in almeno 10 attacchi aerei che diretti su abitazioni, mercati, fabbriche e su un ospedale”.
– considerando che nel medesimo Rapporto trasmesso al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si dimostra il ritrovamento, a seguito di due bombardamenti a Sana’a nel settembre 2016, di più di cinque “bombe inerti” sganciate dall’aviazione saudita contrassegnate dalla sigla “Commercial and Government Entity (CAGE) Code A4447”. Quest’ultima è riconducibile all’azienda RWM Italia S.p.A. del gruppo tedesco Rheinmetall, con sede legale in via Industriale 8/D a Ghedi, in provincia di Brescia. Secondo gli esperti delle Nazioni Unite, “l’utilizzo di queste armi rivela una tattica precisa, volta a limitare i danni in aree in cui risulterebbero inaccettabili”. Gli esperti spiegano inoltre che “una bomba inerte del tipo Mk 82 ha un impatto pari a quello di 56 veicoli da una tonnellata lanciati a una velocità di circa 160 km all’ora” (cfr. pp. 171-172 del Rapporto).
– considerando che secondo recenti notizie di stampa (riportate in particolare dall’Ansa e da Avvenire) e grazie alle informazioni trasmesse dall’Ong yemenita Mwatana è stato recuperato in Yemen un frammento di ordigno con sigla ‘A4447’, che indica la provenienza  dalla Rwm Italia. Il numero di matricola, trasmesso all’ufficio Ansa di Beirut, è stato rinvenuto a Der al Hajari, nella regione nord-occidentale di Hodeida teatro di un attacco aereo condotto alle 3 di notte dell’8 ottobre 2016: almeno sei civili uccisi, tra cui 4 bambini.
– considerando che negli scorsi mesi sono stati esportati materiali di armamento per 257.215.484 € (tra cui in particolare bombe RWM MK82) verso l’Arabia Saudita, a capo di una coalizione (composta da EAU, Oman, Bahrain, Egitto, Qatar, Marocco, Kuwait)
– considerando che secondo l’ultima Relazione al Parlamento ex legge 185/90 per l’anno 2016, depositata in parlamento il 26 aprile, si legge che RWM Italia è salita al terzo posto per giro d’affari nel settore difesa in Italia. Dal 1° gennaio al 31 dicembre 2016 RWM ha ottenuto 45 nuove autorizzazioni per l’esportazione di armamenti dal Ministero degli Esteri italiano, per un totale di 489,5 milioni di euro: 460 milioni di euro in più rispetto al 2015, quando la società aveva ricevuto nuove autorizzazioni per 28 milioni di euro.  La relazione del governo italiano mette in evidenza in particolare una commessa di RWM, per un totale di 411 milioni di euro, che riguarda l’esportazione di 19.675 bombe in totale (Mk 82, Mk 83 ed Mk 84). Non è però indicato il committente. Non sappiamo quindi verso quale Paese siano state esportate le bombe. Nella Relazione Finanziaria di Rheinmetall per l’anno 2016 leggiamo che c’è stato un ordine “molto significativo” di “munizioni” per 411 milioni di euro da parte di un “cliente della regione MENA (Medio-Oriente e Nord Africa)”. Di queste 19.675 bombe autorizzate nel 2016 (e di quelle relative ad altre licenze precedenti) ne sono già state effettivamente esportate solo lo scorso anno circa 2.150 per un controvalore di 32 milioni di euro.
– considerata la Risoluzione del Parlamento Europeo del 25 febbraio 2016 sulla situazione umanitaria nello Yemen (2016/2515(RSP)), e in particolare l’invito “al VP/AR ad avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita, tenuto conto delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale da parte di tale paese nello Yemen e del fatto che il continuo rilascio di licenze di vendita di armi all’Arabia Saudita violerebbe pertanto la posizione comune 2008/944/PESC del Consiglio dell’8 dicembre 2008”.
– considerata la Risoluzione del Parlamento Europeo del 15 giugno 2017 sulla situazione umanitaria nello Yemen (2017/2727(RSP)) che richiama la precedente in merito alla proposta di embargo sulle armi e invita ad una soluzione negoziale del conflitto riaffermando “la necessità che tutti gli Stati membri dell’Unione applichino rigorosamente le disposizioni sancite nella posizione comune 2008/944/PESC del Consiglio sull’esportazione di armi; ricorda, a tale riguardo, quanto indicato nella sua risoluzione del 25 febbraio 2016”;
– valutato quanto riportato dal sito “Viaggiare sicuri” del MAECI che, a proposto dello Yemen, affermava fino ad alcuni mesi fa che “le condizioni umanitarie stanno divenendo insostenibili per larga parte della popolazione civile, come indicato nei report delle Nazioni Unite, che hanno documentato anche arresti arbitrari e violazioni del diritto umanitario da ambe le parti coinvolte nello scontro armato”.
TUTTO CIO’ PREMESSO
1.  esprime profonda preoccupazione per l’allarmante deterioramento della situazione umanitaria nello Yemen, caratterizzata da una diffusa insicurezza alimentare e una grave malnutrizione in alcune parti del Paese, da attacchi indiscriminati contro civili, personale medico e operatori umanitari e dalla distruzione delle infrastrutture civili e mediche a causa del preesistente conflitto interno, dell’intensificarsi degli attacchi aerei ad opera della coalizione guidata dall’Arabia Saudita, dei combattimenti a terra e dei bombardamenti, nonostante i ripetuti appelli per una nuova cessazione delle ostilità; deplora profondamente la perdita di vite umane causata dal conflitto e le sofferenze delle persone rimaste coinvolte negli scontri, ed esprime il proprio cordoglio alle famiglie delle vittime; riafferma il proprio impegno a continuare a sostenere lo Yemen e il popolo yemenita;
2.  esprime grave preoccupazione per gli attacchi aerei da parte della coalizione a guida saudita e il blocco de facto da essa imposto allo Yemen, che hanno causato la morte di migliaia di persone, hanno ulteriormente destabilizzato il paese, stanno distruggendo le sue infrastrutture fisiche, hanno creato un’instabilità che è stata sfruttata dalle organizzazioni terroristiche ed estremiste, quali l’ISIS/Daesh e l’AQAP, e hanno aggravato una situazione umanitaria già critica; condanna fermamente anche le azioni destabilizzanti e violente condotte dai ribelli houthi, che sono sostenuti dall’Iran, compreso l’assedio della città di Ta’izz, che ha avuto, tra l’altro, conseguenze umanitarie disastrose per gli abitanti;
3.  sottolinea la necessità di un’azione umanitaria coordinata sotto la guida delle Nazioni Unite ed esorta tutti i Paesi a contribuire a far fronte alle esigenze umanitarie; esorta tutte le parti a consentire l’ingresso e la distribuzione di generi alimentari, farmaci e carburante di cui vi è un urgente bisogno nonché di altre forme di assistenza necessaria, tramite le Nazioni Unite e i canali umanitari internazionali, al fine di soddisfare le necessità impellenti dei civili colpiti dalla crisi, secondo i principi di imparzialità, neutralità e indipendenza; chiede una tregua umanitaria affinché l’assistenza di primo soccorso possa essere fornita con urgenza alla popolazione yemenita; ricorda che è pertanto essenziale facilitare ulteriormente l’accesso delle navi mercantili allo Yemen;
4.  invita tutte le parti a rispettare il diritto umanitario internazionale e il diritto internazionale in materia di diritti umani, a garantire la protezione dei civili e ad astenersi dall’attaccare direttamente le infrastrutture civili, soprattutto le strutture sanitarie e gli impianti idrici; esige un’indagine indipendente su tutte le accuse di abusi, torture, uccisioni mirate di civili e altre violazioni del diritto internazionale in materia di diritti umani e del diritto umanitario internazionale;
5.  ricorda a tutte le parti che gli ospedali e il personale medico sono esplicitamente tutelati dal diritto umanitario internazionale e che un attacco deliberato contro i civili e le infrastrutture civili costituisce un crimine di guerra; chiede un’indagine imparziale e indipendente su tutte le presunte violazioni del diritto umanitario internazionale e del diritto internazionale in materia di diritti umani, come pure sui recenti attacchi che hanno preso di mira le infrastrutture e il personale umanitario; invita tutte le parti a rispettare i diritti umani e le libertà di tutti i cittadini yemeniti e sottolinea l’importanza di migliorare la sicurezza di tutti coloro che lavorano per le missioni umanitarie e di pace nel paese, compresi gli operatori umanitari, i medici e i giornalisti;
6.  chiede all’Italia e all’UE di promuovere con efficacia il rispetto del diritto umanitario internazionale, come stabilito nei pertinenti orientamenti dell’UE; sottolinea in particolare la necessità che l’Italia e l’UE mettano in evidenza, nel proprio dialogo politico con l’Arabia Saudita, l’esigenza di rispettare il diritto umanitario internazionale e, qualora tale dialogo risulti infruttuoso, che consideri ulteriori misure in conformità degli orientamenti dell’Unione volti a promuovere l’osservanza del diritto umanitario internazionale;
7.  invita il Governo Italiano ad avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita, tenuto conto delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale da parte di tale paese nello Yemen e del fatto che il continuo rilascio di licenze di vendita di armi all’Arabia Saudita violerebbe pertanto la posizione comune 2008/944/PESC del Consiglio dell’8 dicembre 2008;
8.  ritiene che l’Arabia Saudita e l’Iran siano la chiave per risolvere la crisi, ed esorta entrambi a operare in modo pragmatico e in buona fede per porre fine ai combattimenti nello Yemen;
9.  sottolinea che soltanto una soluzione al conflitto politica, inclusiva e negoziata può ripristinare la pace; esorta tutte le parti a impegnarsi quanto prima, in buona fede e senza condizioni preliminari, in un nuovo ciclo di negoziati di pace sotto l’egida delle Nazioni Unite, anche superando le loro divergenze attraverso il dialogo e le consultazioni, rifiutando gli atti di violenza finalizzati al raggiungimento di obiettivi politici e astenendosi da provocazioni e da tutte le azioni unilaterali volte a compromettere la soluzione politica.