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domenica 3 marzo 2024

L’attacco dell’industria chimica europea al Piano verde dell’UE - Riccardo Petrella

 Sulla Dichiarazione di Anversa (20 febbraio 2024).

Settantaquattro persone (provenienti da 58 aziende, 15 associazioni imprenditoriali e un sindacato) si sono incontrate a porte chiuse nel porto di Anversa (il più grande centro di produzione chimica d’Europa e il secondo al mondo dopo il Texas), presso il sito della BASF (la più grande azienda chimica del mondo). Tra i presenti c’erano il capo della BASF e altri pesi massimi dell’industria chimica europea, che hanno firmato una “Dichiarazione di Anversa. Per un Patto Industriale Europeo” (vedi il testo completo: https://antwerp-declaration.eu/ ) alla presenza e, soprattutto, con il visibile sostegno di Alexander De Croo, Primo Ministro belga, il cui paese detiene da gennaio la presidenza di turno dell’Unione Europea, e di Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea, che ha appena ufficializzato la sua candidatura a succedersi per il 2024-2029. Questo dimostra il valore politico “istituzionale” della Dichiarazione.

E, di fatto, i firmatari non si sono fatti scrupoli. Fin dalle prime parole che precedono il titolo della Dichiarazione, essi affermano: “Il futuro dell’Europa è nell’industria”. La prima delle 10 proposte della Dichiarazione è quella di “Porre il Patto industriale al centro dell’Agenda strategica europea 2024-2029″.   “Chiediamo un piano d’azione completo per portare la competitività al livello di priorità strategica e creare le condizioni per una più forte motivazione imprenditoriale in Europa. Il piano d’azione deve includere misure per eliminare l’incoerenza normativa, gli obiettivi contrastanti, l’inutile complessità della legislazione e l’eccesso di relazioni“. Inoltre, poiché ritengono che la regolamentazione pubblica per obiettivi sociali e ambientali sia onerosa, costosa e riduca la libertà delle imprese di innovare, prosperare e competere, chiedono “una proposta omnibus per intraprendere azioni correttive su tutte le normative europee esistenti“.

Certo, nel tentativo di usare un linguaggio educato e conciliante, la dichiarazione parla di mettere il Patto industriale sullo stesso piano del Patto verde europeo (adottato dall’UE nel 2019), non in opposizione, ma uno accanto all’altro. Si tratta di un’affermazione puramente verbale. Le proposte 9 e 10 confermano ciò che l’industria chimica europea vuole: dare priorità al Patto industriale, per riportare la competitività industriale dell’Europa al massimo livello degli imperativi per la crescita, l’autonomia e, a loro avviso, la sopravvivenza dell’economia europea.

La proposta 9 predica “un nuovo spirito normativo“. Invita a “lasciare che siano gli imprenditori a trovare le soluzioni migliori. La legislazione deve creare condizioni favorevoli per incoraggiarli a investire“. Un chiaro ritorno al credo della “libera” economia di mercato capitalista. Per i firmatari della Dichiarazione, il nuovo spirito normativo significa abbandonare qualsiasi regolamentazione della vita e della Terra che sia contraria agli interessi del mondo degli affari e della finanza.  Da parte sua, la proposta 10 suggerisce di “creare all’interno della Commissione europea un posto di vicepresidente responsabile del monitoraggio e del controllo dell’attuazione delle misure prioritarie del Patto industriale europeo“. Se approvata, ciò equivarrebbe all’installazione all’interno dell’esecutivo europeo di una sorta di potere extra-statutario concesso all’industria europea.

L’UE sarà responsabile del fallimento del Green Deal?

Non sorprende che il Patto verde dell’UE sia stato messo in crisi. Nel settembre 2018, alla vigilia dell’approvazione del Patto Verde, lo stesso CEFIF ha pubblicato un Manifesto per un’Europa competitiva: perché l’UE ha bisogno di una strategia industriale ambiziosa, incentrato su 7 punti.. In questo documento, l’industria chimica europea aveva evidenziato quattro punti ripresi nella Dichiarazione di Anversa:

– Rendere le politiche energetiche e climatiche competitive in termini di costi

– Completare il mercato unico delle reti (mercato unico dell’elettricità, infrastrutture ferroviarie, reti digitali)

– Monitorare sistematicamente il costo cumulativo della regolamentazione

– Fare della competitività industriale una priorità

Sappiamo che il mondo dell’economia e della finanza ha sempre opposto resistenza alle misure adottate a livello nazionale, continentale e globale, in particolare nell’ambito dei programmi delle Nazioni Unite, per combattere i cambiamenti climatici, la deforestazione, la desertificazione e l’inquinamento di acqua, aria e suolo da parte di sostanze chimiche altamente tossiche per la salute umana e gli ecosistemi. Questo spiega i ritardi inaccettabili, le intollerabili carenze e le ambiguità delle decisioni – soprattutto in termini di impegni finanziari pubblici e privati – che sono state prese in questi settori negli ultimi trent’anni. Questo nonostante 58 grandi conferenze delle Nazioni Unite (le COP), di cui 28 sul cambiamento climatico, 15 sulla biodiversità e 15 sulla deforestazione/desertificazione.

La guerra in Ucraina ha innescato profondi cambiamenti nella produzione e nel commercio di combustibili fossili (petrolio, gas, ecc.) e nell’agroalimentare (industria delle sementi, prodotti agrochimici, ecc.). La Germania è stata maggiormente penalizzata nel settore energetico (gas, petrolio). È stata costretta a rompere i legami di cooperazione con la Russia, il che non è stato privo di significative perdite economiche e finanziarie.

Da qui, la reazione di importanti aziende tedesche ed europee, in particolare del settore chimico e agroindustriale, che hanno sottolineato l’urgente necessità, a loro avviso, di rivedere le priorità dell’agenda dell’UE e di ridare vigore e legittimità alla politica industriale e all’imperativo della competitività europea per sopravvivere sui mercati mondiali.

Da qui, negli ultimi tre anni, l’esplosione di misure che si allontanano apertamente, o addirittura abbandonano, gli obiettivi della lotta al cambiamento climatico e alla devastazione, in parte irreversibile, dell’ecosistema terrestre.

Penso in particolare alle decisioni della Commissione europea dell’UE, in sintonia e collaborazione con altri attori internazionali, di :

– prorogare per altri dieci anni l’autorizzazione alla produzione e all’uso del glifosato, il famoso prodotto chimico della Monsanto-Bayer riconosciuto dall’OMS come altamente tossico;

– non sottoporre i nuovi OGM basati sulle nuove tecniche genomiche alle regole di precauzione e di controllo della sicurezza, una scelta a favore della deregolamentazione approvata nel febbraio 2024 anche dalla maggioranza del Parlamento europeo;

– ritirare la bozza di regolamento europeo SUR, il 6 febbraio 2024, pochi giorni dopo che la Francia ha “messo in stand-by” il piano ECOPHYTO, in seguito alle manifestazioni e alle richieste degli agricoltori membri delle federazioni attive nell’agricoltura industriale ad alta intensità chimica ed energetica. L’obiettivo di SUR ed ECOPHYTO era di ridurre l’uso dei pesticidi del 50% entro il 2030, rispetto alla media del periodo 2013-2017. L’uso dei prodotti più pericolosi doveva essere ridotto del 65%;

-abbandonare il regolamento REACH, un tempo fiore all’occhiello della politica ambientale dell’UE, che mirava a proteggere meglio la salute umana e l’ambiente dai rischi associati alle sostanze chimiche. Il regolamento prometteva inoltre metodi alternativi per la valutazione dei pericoli delle sostanze, al fine di ridurre il numero di test sugli animali.

Mi vengono in mente altre due scelte, per non allungare ulteriormente l’elenco. Da un lato, il vertice sulla biodiversità COP-15 di Montreal ha approvato la finanziarizzazione della natura, sostenendo che il 30% del mondo naturale, il 30% del quale danneggiato, dovrebbe essere affidato come una nuova classe di “attivi finanziari” (“capitali naturali”) da gestire e restaurare  da una nuova categoria di società private quotate in borsa. E dall’altro, gli ennesimi tentativi di riabilitare e rafforzare l’uso dell’energia atomica basati su nuovi metodi di produzione e utilizzo, gli Small Modular Reactors (SMR). Grazie anche all’intelligenza artificiale, gli SMR renderebbero, secondo i loro promotori, l’energia atomica più ecologica, sostenibile e sicura.

Possiamo dire che queste misure prefigurano  un’ondata più ampia e impetuosa verso la fine dell’era della speranza della sostenibilità? Assisteremo presto al naufragio del Patto Verde europeo e delle COP globali per un pianeta vivibile? Siamo già entrati nell’era del trionfo dell’ultimo Far West globale?

da qui

sabato 4 giugno 2022

Gli impoveritori: insensibili, ipocriti, cinici, vigliacchi? - Riccardo Petrella

La miseria storica dei gruppi sociali dominanti, arricchitisi rubando la vita a miliardi di esseri umani ed alla natura.

E’ tempo di smetterla di mantenere, anche senza volerlo, l’idea che la disuguaglianza, rispetto ai diritti alla vita, in particolare la povertà, sia un fenomeno “naturale”, inevitabile, insolubile, se non localmente e per certe categorie sociali. Dobbiamo riaffermare che la povertà è un processo, una costruzione sociale, il risultato dei processi d’impoverimento, provocati e mantenuti dai gruppi sociali dominanti, per l’appunto gli “impoveritori”.

Il più sovente, la dovizia di dati che fanno pensare, le cifre intollerabili, i rapporti annuali sulla povertà estrema, sui miliardari in continua crescita e gli impoveriti in condizioni di vita sempre più estreme, terminano con petizioni ai potenti di diminuire le ingiustizie, appelli ai governi ed agli arricchiti di essere un po’ meno egoisti , inviti generali alla solidarietà ed alla compassione.

Basta. Sono più di 50 anni che la litania si ripete, esempio: i rapporti di Oxfam, per non menzionare la moltitutidne dei rapport i delle varie agenzie dell’ONU, della Banca Mondiale e, persino, del grande tempio, il World Economic Forum, dove s’incontrano annualmente i principali impoveritori (ed arricchiti) del mondo. Nel frattempo, da due anni tutti sanno che da quando è scoppiata la pandemia Covid- 19, i miliardari sono aumentati di numero (573) mentre le persone “cadute” (sic!) in condizioni di povertà estrema, sono state 263 milioni.

E cosa sta succedendo, al di là delle meritevoli denunce di Papa Francesco e di migliaia di piccole associazioni nei vari angoli della Terra? Niente, di significativo. Proprio ciò che sarebbe dovuto “logicamente” accadere (cambiamenti di sistema) non è accaduto.

Ma dobbiamo essere riconoscenti ai milioni di semplici cittadini che con passione, volontari o remunerati, in tutti i campi (dalla salute, all’assistenza dei più deboli, degli esclusi, dei migranti; dall’infanzia all’educazione, all’alloggio, ai diritti umani e sociali…) fanno sì ché, con le loro azioni, le immense città predatrici del mondo possano essere ancora un po’ vivibili…

Gli impoveritori del mondo, però, continuano le guerre le devastazioni della vita della Terra unicamente per conservare ed accrescere la loro potenza e continuare il loro furto della vita degli altri e della natura.

Basta. Da anni, il grido planetario, ”cambiamo il sistema”, risuona su tutti i continenti ma anch’esso non sembra smuovere di un centimetro la piccola minoranza degli impoveritori e dei predatori.

Arrendersi? Abbandonare? Cercare di salvarsi? Anche queste soluzioni, oggi predominanti, non sembrano dare buoni risultati, anzi, la paura dell’estinzione di massa cresce cosi come aumenta la mancanza dii fiducia negli altri.

No, non si deve abbandonare, non dobbiamo arrendersi.

Dobbiamo denunciare, denunciare, denunciare, sempre, con forza, senza compromessi, le opere degli impoveritori, e dei seminatori di razzismo, di classismo, di xenofobia, di supremazie, in tutti i luoghi, in tutti i momenti.

Dobbiamo imprecare, imprecare, imprecare contro il cinismo, l’ipocrisia e la vigliaccheria dei potenti, degli impoveritori e dei predatori, compresa la meschineria degli opportunisti.

Dobbiamo allearci, allearci, allearci su scala mondiale perché la storia mostra che i deboli, gli esclusi, gli impoveriti possono sconfiggere le disugualianze solo quando sono uniti. Sono invece sconfitti quando, come negli ultimi quaranta anni, si sono divisi e hanno perso la fiducia nella loro capacità di cambiare il corso della storia. Vedi il caso degli operai e degli “intellettuali progressisti”.

La storia dell’Umanità e della vita della Terra resta da scrivere. In piedi, Abitanti della Terra. Uniti.

da qui

sabato 1 agosto 2020

Acqua, dobbiamo ripubblicizzarla - Riccardo Petrella




Il 28 luglio di quest’anno “celebriamo” il 10° anniversario della risoluzione dell’ONU che riconosce il diritto umano (universale, indivisibile e imprescrittibile) all’acqua potabile e all’igiene.
Purtroppo la situazione è tale che questo decennio è trascorso come se la decisione approvata dalla più alta organizzazione politica della comunità internazionale non avesse avuto luogo: 2,2 miliardi di persone non sanno che cos’è l’acqua potabile e 4,2 non hanno accesso ai servizi igienici; più di 9 milioni di bambini sotto i 5 anni muoiono ogni anno a causa di malattie causate, tra l’altro, dalla mancanza di acqua pulita.
Il lavaggio delle mani è un atto impossibile per centinaia di milioni di esseri umani, con le conseguenze che conosciamo bene in questo periodo di pandemia (1)!
L’acqua idonea all’uso umano è diventata sempre più scarsa: molti dei più importanti fiumi, laghi e falde acquifere del mondo stanno morendo, prosciugati da prelievi d’acqua di molto superiori alla loro naturale capacità di rinnovamento (in quantità e qualità), avvelenati dall’inquinamento e dalla contaminazione, soffocati dai rifiuti …
Le siccità strutturali stanno colpendo un numero crescente di regioni del mondo (inclusa perfino l’Amazzonia!). La terra si sta desertificando e la devastazione delle foreste ha ruolo decisivo al riguardo. Infine, diverse grandi città del mondo (da New York a Nairobi, da Tokyo a Dacca…) sono seriamente minacciate dalle inondazioni dovute all’innalzamento del livello dell’acqua. Jakarta, per esempio, è già in corso di abbandono (2).
In questo contesto, parlare di diritto all’acqua e agli impanti igienici è un eufemismo. D’altra parte, gli “esperti”, i leader politici e gli imprenditori, non fanno che parlare della scarsità d’acqua nel mondo.
Con una evidente mistificazione, essi attribuiscono la colpa della carenza alla crescita della popolazione mondiale e al cambiamento climatico (il che è solo in minima parte corretto).
Dimenticano, però, di menzionare il ruolo decisivo dell’economia mondiale dominante, che divora le risorse del pianeta fino al loro esaurimento, e il ruolo dei nostri sistemi sociali basati sulla sete di potere e di ricchezza privata, favoriti da uno sviluppo tecnologico bellicoso, violento e predatore della vita.
Di fronte ad una scarsità d’acqua che è data come inevitabile, i gruppi sociali dominanti indicano la via per la salvezza in un cammino di resilienza, di capacità di resistere e di adattarsi agli shock provocati dalla penuria.
Nelle condizioni attuali, tuttavia, la resilienza è possibile soltanto per chi dispone di una grande capacità tecnologica e finanziaria (3). Riuscite a indovinare quali paesi e quali gruppi sociali saranno resilienti nei prossimi decenni?

Secondo le Nazioni Unite, il diritto all’acqua, all’acqua per la vita, si traduce concretamente nella disponibilità di 50 litri di acqua potabile al giorno a persona per uso domestico e di 1.800 m³ d’acqua all’anno a persona per tutti gli usi combinati.
Tuttavia, il concetto stesso di diritto umano all’acqua, che è uguale per tutti e giustiziabile, è stato sostituito negli ultimi 30 anni dal concetto di accesso all’acqua equo e ad un prezzo accessibile. 
Con il concetto di “accesso  equo e ad un prezzo accessibile” non vi è più alcun obbligo in capo allo Stato. Si esce dal campo del diritto per entrare nel campo dei bisogni di acqua da soddisfare sulla scorta della possibilità dei singoli consumatori di accedervi economicamente, politicamente e socialmente.
Il prezzo “accessibile” dell’acqua è un potere discrezionale nelle mani dei gestori dei servizi idrici che fissano il prezzo dell’acqua in modo tale da garantirsi dei profitti (4). Attualmente, siano sia ch si tratti di privati oppure di “pubblici”, i gestori fanno soldi con l’acqua per la vita!
Questo profondo cambiamento culturale e politico è stato possibile grazie alla combinazione di quattro trasformazioni strutturali: la mercificazione della vita (tutto è stato ridotto a merce: semi, acqua, trasporti pubblici, conoscenza, salute, abitazione, piante, animali, geni umani …); la privatizzazione di tutti i beni e servizi (nulla è sfuggito a questo processo, compresa la moneta, che ha cessato di essere un simbolo per eccellenza della sovranità delle nazioni e degli Stati); la liberalizzazione e deregolamentazione di tutte le attività economiche in nome di una governance libera tra i detentori di interessi (i famosi “stakeholders“) e, infine, la finanziarizzazione dell’economia che ha sottoposto le principali decisioni sull’allocazione e l’utilizzo delle risorse disponibili alle logiche finanziarie di produttività ed efficienza a breve termine.
Gli stessi esseri umani sono stati ridotti a “risorse umane” per essere così sfruttati al massimo della loro resa economica, nonostante e al di là dei diritti umani.
Di conseguenza, non esistono più dei beni comuni e dei servizi comuni reali e neppure dei veri e propri beni pubblici. Nel 1980, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha legalizzato la brevettabilità degli esseri viventi a scopo privato e di lucro. La brevettabilità degli algoritmi (Intelligenza Artificiale) è diventata una pratica comune negli anni ‘90.
Il settore privato ha così ottenuto il riconoscimento di oltre 50.000 brevetti sulla vita. Idem nel campo dell’IA. Nel 1992, in occasione della Conferenza internazionale sull’acqua di Dublino in preparazione del primo Vertice della Terra di Rio de Janeiro, la risoluzione finale ha affermato che l’acqua non deve più essere considerata un bene sociale, un bene comune, ma un bene economico privato, soggetto alle regole dell’economia di mercato. La sete di acqua per la vita umana ha lasciato il posto alla sete di acqua per le attività economiche per la competitività e il profitto.
Peggio ancora, nel 2002, in occasione del Secondo Vertice della Terra di Johannesburg, è stato dichiarato che alla natura dovrebbe essere dato un valore monetario calcolando i costi e i benefici dei servizi “ambientali” forniti dalla natura.
La monetizzazione della natura (nature pricing, nature banking) e la brevettabilità degli esseri viventi hanno ucciso ogni forma di economia del bene comune, dei beni pubblici, dell’economia sociale e solidale al di fuori dei microprogetti.

Il controllo della vita è scappato di mano alle autorità pubbliche. Le politiche agroalimentari, sanitarie, informative e di sviluppo tecnologico, così come le politiche di “sviluppo sostenibile” e di sicurezza idrica, non rientrano più nella sfera della sovranità dello Stato.
Sono molto più dipendenti dagli interessi di grandi gruppi privati globali come Suez, Vivendi, Big Pharma, GAFAM, ma anche di oligopoli minerari e, non ultimi, di grandi gruppi finanziari (banche, assicurazioni).
Una delle attività in crescita più redditizie nel settore idrico è il settore assicurativo di fronte ai cambiamenti meteorologici (attività turistiche, agricoltura…) e agli “incidenti climatici” (siccità, inondazioni, …).
Più le incertezze ridefiniscono l’acqua del Pianeta, più si alza il valore di mercato dell’acqua. Nella “logica” speculativa finanziaria dominante, è chiaro che quanto più si conferma la scarsità d’acqua, tanto più il valore economico dell’acqua aumenterà a scapito del suo valore per la comunità globale della vita sulla Terra.
Addio all’effettivo diritto universale all’acqua? Sì, se non vengono rovesciati i principi, le politiche e le pratiche collettive che abbiamo descritto. La società e lo Stato devono essere liberati dalla privatizzazione e dalla finanziarizzazione.
È necessario costruire la società dei beni comuni e dei beni pubblici cooperativi mondiali.  È urgente costruire il sistema politico pubblico globale basato sulla responsabilità collettiva condivisa e solidale per la salvaguardia, la cura e la promozione della vita e dei diritti alla vita, e quindi all’acqua per tutti.
La ri-municipalizzazione dell’acqua è fondamentale per la costruzione di una politica pubblica globale, a condizione naturalmente che si tratti di una vera e propria municipalizzazione la cui gestione è finanziata attraverso la fiscalità generale e non per mezzo dei ricavi generati dalla vendita dei servizi idrici, anche se a prezzi accessibili.
In ogni caso, il futuro dell’acqua e del diritto alla vita non può essere realizzato attraverso l’acqua tecnologica (5), ma solo attraverso una nuova era di creatività ingegneristica collettiva e di cultura politica e sociale guidata dalla volontà di vivere insieme nel rispetto della Terra Madre.
Note
(2) Vedi “Oceano e cambiamenti climatici: le nuove sfide”, https://ocean-climate.org/wp-content/uploads/2019/09/fiches-DEF.pdf
(3) Cfr. Riccardo Petrella, Acqua e Resistenza. Le strategie dei dominanti in questione, https://wsimag.com/fr/economie-et-politique/61408-eau-et-resilience, e dallo stesso autore, Water security for all the inhabitants of the Earth, https://wsimag.com/fr/economie-et-politique/61870-la-securite-hydrique-pour-tous-les-habitants-de-la-terre
(4) Nel quadro dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 dell’ONU, l’acqua è l’Obiettivo 6, che recita: “6.1: Entro il 2030, garantire un accesso universale ed equo all’acqua potabile sicura ad un costo accessibile. https://www.agenda-2030.fr/odd/odd-6-garantir-lacces-de-tous-leau-et-lassainissement-et-assurer-une-gestion-durable-des…. Non si fa alcun riferimento al diritto all’acqua.
(5) con il termine “Acqua tecnologica” ci si riferisce all’acqua “prodotta” da esseri umani, come l’acqua desalinizzata, l’acqua derivante dal trattamento delle acque reflue, l’acqua derivata da iceberg “catturati”….
Co-firmatari(e) invitati/e…