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venerdì 6 settembre 2024

Hanno trovato squali positivi alla cocaina, e non fa ridere - Anna Cortelazzo

  

Quando si viene a sapere che un animale è risultato positivo a una sostanza stupefacente, può scattare un sorriso al pensiero, alimentato anche da pellicole dal dubbio umorismo come Cocainorso, una commedia tratta purtroppo da fatti realmente accaduti: nel 1985 un orso nero morì di overdose, dopo che uno spacciatore cadde da un aereo con un carico di cocaina del valore di 15 milioni di dollari. La mancata apertura del paracadute comportò non solo la morte dello spacciatore, ma anche quella dell’incolpevole orso, che per caso aveva trovato il carico e aveva ingerito quasi 4 grammi della sostanza in grado di uccidere anche un animale da 100 chilogrammi.

Il problema è proprio questo: dietro alla facile ironia che ha portato a soprannominare il malcapitato Pablo Escobear, le sostanze stupefacenti prodotte dall’uomo hanno un impatto importante, e a volte mortale, anche sugli animali che ci entrano in contatto e che non scelgono liberamente di assumerle. Il caso della cocaina è fortunatamente raro, ma una birra avanzata lasciata incustodita in un bosco è un evento più frequente, e non si contano i casi di animali domestici intossicati da oppioidi o altri farmaci lasciati incustoditi dai loro umani di riferimento. Casi come questi sono la riprova che ci troviamo a convivere con animali, selvatici e non, senza curarci più di tanto delle loro esigenze, delle loro abitudini e del loro essere diversi dagli esseri umani.

In un contesto del genere farà quindi molto meno sorridere la notizia che nelle acque del Brasile sono stati trovati degli squali positivi alla cocaina, e non è nemmeno la prima volta. Negli ultimi anni questo fenomeno ha catturato l'attenzione del pubblico, anche qui grazie al (o per colpa del) cinema, perché si sono diffusi film ma anche documentari che affrontano la tematica. Pellicole grottesche come Cocaine Shark, tra l’altro, non aiutano a trasmettere un’immagine corretta di un animale a rischio estinzione: un animale fragile che come tale andrebbe tutelato, ma è difficile farlo quando la percezione pubblica è viziata da un immaginario nutrito dalla serie Lo squalo.

La tematica degli squali che si ritrovano inconsapevolmente ad assumere droga è stata affrontata anche da un più serio documentario dal titolo quasi identico, Cocaine Sharks, in cui un gruppo di scienziati cerca di capire se gli squali del Golfo del Messico ingeriscano cocaina, visto che spesso gli spacciatori, messi alle corde dalle autorità, la buttano in mare per distruggere le prove. Il lavoro degli scienziati si era rivelato inconcludente, facendo forse tirare agli spettatori un provvisorio sospiro di sollievo (in Italia il documentario non è ancora disponibile).

Ora invece abbiamo le prove del fatto che gli squali possono essere positivi alla cocaina, e anche se non sono pericolosi come quelli delle pellicole di serie B, che diventano creature aggressive con caratteristiche somatiche che hanno solo un piccolo barlume delle fattezze originarie, la situazione è problematica, sia per ragione etiche che per problemi di conservazione delle specie. Uno studio condotto in Brasile ha fornito le prime evidenze concrete che gli squali sono effettivamente esposti alla cocaina. Le tracce di questa sostanza sono state trovate nei muscoli e nel fegato di 13 esemplari di squalo brasiliano dal naso affilato, uno squalo di piccole dimensioni classificato come vulnerabile dalla UICN, anche se è necessario procedere con ulteriori ricerche in modo da capire se gli squali (e gli esseri umani che li mangiano) vengano effettivamente danneggiati dall’esposizione, tanto più che cinque delle 10 femmine analizzate erano incinte, e non si conoscono ancora le conseguenze della droga sui feti degli animali (però è lecito supporre che ci siano, visti gli esperimenti analoghi condotti in passato sugli zebrafish).

Il problema, tra le altre cose, non è rappresentato soltanto dalla cocaina che viene gettata in mare in caso di retate: la droga viene rilevata anche nelle acque reflue, e non solo in Brasile. Esistono molti laboratori illegali nei quali gli scarti delle sostanze vengono gettati negli scarichi, per poi raggiungere il mare se non vengono rispettate le norme di smaltimento. Il giro cambia, ma il risultato no. Un’altra ipotesi è che gli squali si trovino ad assumere la cocaina indirettamente, mangiando pesci che a loro volta ci sono entrati in contatto, ma indipendentemente dalle modalità di assunzione ciò che è certo è che tutti i campioni di fegato analizzati sono risultati positivi, e la concentrazione era di 100 volte superiore a quella riscontrata negli studi precedenti su altri animali acquatici.

Lo squalo brasiliano dal naso affilato è stato scelto proprio perché vive prevalentemente in ambiente costiero, e quindi si è ipotizzato che fosse l’esemplare perfetto per questo tipo di test. L’animale trascorre infatti la sua vita in un luogo circoscritto, senza spostarsi più di tanto, e non in un luogo a caso, ma tra le acque costiere di un paese in cui il traffico di cocaina è particolarmente elevato. La zona, inoltre, non ha un sistema fognario adeguato e lo smaltimento degli scarti è da migliorare, per usare un eufemismo. Ora che è stata trovata la conferma di ciò che gli esperti sospettavano da tempo, sarebbe interessante proseguire le ricerche anche in altri luoghi del mondo, per vedere quanto questa situazione sia diffusa.

La scoperta di cocaina negli squali brasiliani mette in luce un grave problema di inquinamento che richiede attenzione immediata e ulteriori ricerche, ma anche iniziative di contrasto al traffico di droga. La protezione degli ecosistemi marini è fondamentale non solo per la salute umana (ricordiamo che molti abitanti della zona consumano carne di squalo perché ricca di proteine, e forse lo facciamo anche noi senza saperlo), ma anche per la conservazione della biodiversità, perché come dicevamo è probabile che la cocaina sia dannosa per i feti e che renda gli animali più suscettibili ad altre malattie.

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martedì 4 giugno 2024

Quanti italiani consumano cannabis - Jacopo Ottaviani


Una persona su dieci in Italia ha fatto uso di cannabis o di suoi derivati, secondo le stime più recenti dell’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze.

La percentuale di consumatori si alza se si analizzano le fasce più giovani della popolazione: un quarto degli italiani tra i 15 e i 19 anni ha detto di aver consumato cannabis almeno una volta nella vita (il 27 per cento tra i ragazzi, il 23 per cento tra le ragazze).

Di questi, l’1,3 per cento ha riferito di averne fatto un uso frequente, cioè venti o più volte in un mese. Nel 2019 ci sono state 46mila infrazioni e reati legati alla cannabis in Italia (31mila legati all’uso, 15mila alla vendita).

Il mercato delle sostanze stupefacenti muove ogni anno attività economiche per circa 16 miliardi di euro, di cui il 39 per cento attribuibile al consumo della cannabis e dei suoi derivati (l’equivalente di circa 6,3 miliardi di euro), secondo quanto riportato nella relazione parlamentare sull’uso delle droghe in Italia presentata nel 2021.

Nel rapporto dell’Istat dell’ottobre del 2021 sull’economia non osservata, nel 2019 la spesa delle famiglie italiane in attività illegali (quali droga, prostituzione e contrabbando di sigarette) ammontava a 22 miliardi di euro. Soldi assorbiti in gran parte dalla criminalità organizzata che gestisce il traffico e lo spaccio, oltre al resto delle attività illegali.

Secondo l’osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, nel 2019 gli stati dell’Unione europea hanno segnalato 326mila sequestri di resina di cannabis per un totale di 465 tonnellate e 313mila sequestri di cannabis in foglie e infiorescenze per un totale di 148 tonnellate.

Il consumo di cannabis è più diffuso in Francia (11 per cento della popolazione), Spagna (10,5 per cento) e Italia (10 per cento). Lo stato dove si consuma meno cannabis in Europa è l’Ungheria (1,3 per cento della popolazione).

Restringendo il calcolo sui giovani tra i 15 e i 24 anni la percentuale in Italia sale al 24 per cento (circa un giovane su quattro) al di sotto di Francia e Repubblica Ceca (rispettivamente con il 28 e il 27 per cento). Sull’altro estremo si trovano Grecia e Ungheria, con meno del 3,5 per cento di giovani che hanno utilizzato cannabis nell’ultimo anno.

Una ricerca dell’università di Messina ha stabilito i costi e i benefici di un’eventuale legalizzazione della cannabis in Italia. Proiettando i dati del Colorado (Stati Uniti) – dove la sostanza è legale dal 2012 – sulla popolazione italiana e ipotizzando accise, tasse statali e locali pari al 32 per cento, il gettito per una popolazione di 60 milioni di abitanti sarebbe di 3,26 miliardi di euro su un fatturato superiore ai dieci miliardi di euro.

Oltre al gettito fiscale derivante dal commercio legale della cannabis, si registrerebbero altri risparmi. I ricercatori hanno calcolato che in un anno si risparmierebbero 541,67 milioni di euro per le spese di magistratura carceraria e 228,37 milioni per le spese legate a operazioni di polizia.

Alcuni studi stimano che la legalizzazione della cannabis in Italia favorirebbe la creazione di molti posti di lavoro tra stagionali impiegati nelle piantagioni e addetti alla vendita, producendo un ulteriore gettito irpef.

In Italia la possibilità di ricorrere legalmente a farmaci cannabinoidi esiste dal 2007. Dal 2017 la cannabis viene coltivata a scopo terapeutico direttamente dallo stato, presso lo stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze e sotto la supervisione dei ministeri della difesa e della salute, con lo scopo di diminuire le importazioni dall’estero, soprattutto dai Paesi Bassi.

È ritenuta utile per la cura di diverse patologie: dall’ansia alla depressione, ma anche malattie reumatiche o neuropatie. Inoltre è efficace come stimolante dell’appetito per chi soffre di anoressia, come antidolorifico, e per lenire gli effetti collaterali di chemioterapie e radioterapie in pazienti oncologici.

La sostanza è attualmente disponibile in Italia in due varianti: Fm1 e Fm2. Il ministero della salute ha pubblicato i dati relativi al consumo di cannabis medica degli ultimi quattro anni. La vendita di questa sostanza risulta in aumento anno dopo anno, arrivando a 1,2 tonnellate nel 2021, con l’Emilia-Romagna in testa tra le regioni rappresentando più del 25 per cento del totale.

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lunedì 4 dicembre 2023

Cocaina dappertutto. L’espansione della produzione fuori dalle Ande


Jonny Wrate,David Espino,Jody García,Angélica Medinilla, Enrique García, Víctor Méndez, Arthur Debruyne, Yelle Tieleman, Brecht Castel, Juanita Vélez

 

Con la fine del controllo esercitato da FARC e paramilitari, la produzione della cocaina arriva fino in America Centrale. E anche l’Europa si riempie di laboratori di raffinazione della polvere bianca

Lo scorso febbraio, la polizia colombiana intercetta la sorprendente telefonata di un narcotrafficante di Bogotà con un cliente messicano. Il colombiano, infatti, invece di parlare come al solito dell’organizzazione di viaggi, porti e carichi di copertura, si vanta che «c’è un sacco di prodotto disponibile, già pronto a Denver, Miami o nei Caraibi». Solo dieci anni fa, una logistica del genere sarebbe stata impensabile. La cocaina, questo il prodotto di cui parla il narcos al telefono, avrebbe dovuto arrivare dalla Colombia, maggiore produttore mondiale, o dalle uniche altre regioni in cui è sempre cresciuta la foglia di coca, quelle andine fra Perù e Bolivia.

I tempi però sono cambiati. La cocaina, dice il trafficante al telefono, è stata infatti prodotta in Guatemala, un paese oltre duemila chilometri a nord della Colombia, fino a oggi sempre stato solo un punto di passaggio lungo le rotte per il Nord America. La coca piantata lì, invece, ha «dato buoni risultati» spiega l’uomo intercettato al suo socio. «Cento scatole di scarpe bianche di lusso», dice, riferendosi al nome in codice dei chili di cocaina, «e i “cuochi” sono pronti a iniziare a raffinarla in Guatemala e Messico».

Questa conversazione, recuperata nel leak della procura colombiana alla base del progetto #NarcoFiles, offre un esempio di un fenomeno importante, e ancora relativamente poco noto: la delocalizzazione della produzione di cocaina fuori dal suo alveo tradizionale, la regione andina del Sud America, verso i Paesi dell’America Centrale. 

L'inchiesta in breve

·         La coltivazione delle piante di coca si sta spostando dalle regioni tradizionali verso l’America Centrale, sostituendo sia le coltivazioni legali che quelle illegali di marijuana e oppio

·         Le informazioni raccolte dal team di #NarcoFiles mostrano che soprattutto Messico, Guatemala e Honduras sono i Paesi più colpiti da questo fenomeno

·         I narcotrafficanti colombiani stessi stanno spingendo per questa espansione, sia nelle Americhe che oltreoceano. In Europa infatti cominciano a comparire decine di laboratori per la raffinazione della cocaina, spesso gestiti da “cuochi” colombiani

·         Con il moltiplicarsi dei produttori e dei compratori, il mercato internazionale della cocaina si complica, con nuove rotte, nuove tecniche di trasporto e nuovi gruppi di criminalità organizzata che guadagnano potere e influenza

Di tentativi del genere, fatti da gruppi di trafficanti, si parla già da anni. Poter coltivare la coca più vicino ai luoghi dove si vende, infatti, ha grandi vantaggi economici e logistici, ma fino agli ultimi anni la delocalizzazione non aveva veramente preso piede. Oggi però il mercato è cambiato: dopo lo scioglimento, almeno formale, dei paramilitari delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia) e l’accordo di pace del 2016 fra i guerriglieri delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia) e il governo colombiano, le decine di piccoli gruppi che producevano cocaina “sotto contratto” per una di queste due grandi organizzazioni sono diventati improvvisamente freelance. Questo significa non solo che sono liberi di vendere a chi vogliono, ma soprattutto che possono mettere in pratica tutte le idee a cui evidentemente pensavano da anni, e che però andavano contro il regime di “oligopolio” che ha dominato il narcotraffico colombiano per anni.

Proprio l’intercettazione in cui si parla di cocaina coltivata in Guatemala fa parte di un’indagine su una cellula criminale fuoriuscita dalle FARC.

Oltre alla coltivazione delle piante, anche la raffinazione della cocaina sembra spostarsi sempre di più fuori dalla Colombia. Addirittura oltreoceano, e specialmente in Europa, dove sono state trovate dozzine di laboratori.

NarcoFiles: il nuovo ordine criminale

NarcoFiles è la più vasta inchiesta giornalistica sul narcotraffico mai realizzata. Inizia con l’accesso a un leak di e-mail senza precedenti dall’Ufficio della Procura Generale della Colombia. I dati sono stati consegnati dagli hacker ai centri di giornalismo e media Organized Crime and Corruption Reporting Project (Occrp), Centro Latinoamericano de Investigación Periodística (CLIP), Vorágine e Cerosetenta / 070. All’inchiesta hanno lavorato più di 40 media e giornalisti di 23 Paesi in America Latina, Europa e Stati Uniti. A partire dagli indizi trovati all’interno del leak, e sviluppando i temi incrociando i dati con ricerche indipendenti, i giornalisti del consorzio hanno portato avanti decine di inchieste che rivelano i diversi modi in cui i gruppi di criminalità organizzata si evolvono, si espandono e sperimentano nel mondo di oggi, mietendo nuove vittime lungo il percorso

Per comprendere meglio questa evoluzione, i giornalisti del progetto #NarcoFiles hanno incrociato le informazioni provenienti dal leak con documenti giudiziari da diversi Paesi del Centro e Sud America, nonché con fonti anche interne al mondo dei trafficanti. Nonostante parte della produzione e della raffinazione si stia spostando fuori dalla Colombia, i narcos colombiani rimangono fondamentali per il traffico di cocaina, grazie alla loro expertise tecnica e chimica.

E più i laboratori si spostano oltreoceano, più cresce il ricorso a complesse tecniche di trasporto – come quella (già utilizzata in passato) di impregnare prodotti tessili con cocaina liquida da estrarre a fine trasporto – che rendono i carichi ancora più difficili da tracciare…

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martedì 21 novembre 2023

AFGHANISTAN: OPPIO E TALEBANI - Maria Morigi

  

L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) ha pubblicato un comunicato1 con i risultati d’inchiesta “La coltivazione di oppio in Afghanistan nel 2023 è diminuita del 95% in seguito al divieto della droga”. Kabul/Vienna, 5 novembre 2023


L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) ha pubblicato un comunicato1 con i risultati d’inchiesta “La coltivazione di oppio in Afghanistan nel 2023 è diminuita del 95% in seguito al divieto della droga”. Kabul/Vienna, 5 novembre 2023

Nel comunicato si accenna che la drastica diminuzione è il risultato del “divieto di droga imposto dalle autorità di fatto nell’aprile 2022” e si precisa: “La coltivazione di oppio è diminuita in tutte le parti del paese, da 233.000 ettari a soli 10.800 ettari nel 2023. La diminuzione ha portato a un corrispondente calo del 95% nella fornitura di oppio, da 6.200 tonnellate nel 2022 a sole 333 tonnellate nel 2023.”

Se ne evince che prima, sotto il governo a democrazia importata, produzione e consumo di droga erano alle stelle in Afghanistan!

Le autorità cui si riferisce il comunicato – senza nominarli – sono i Talebani, cioè il governo dell’Emirato islamico dell’Afghanistan proclamato l’11 settembre 2021 dopo il tragico ritiro delle forze USA-NATO e non riconosciuto dall’Occidente. E certo, si fa fatica ad ammettere che i Talebani operano non solo in base a severi principi etici 2, ma per salvare il popolo afghano da una crisi alimentare e umanitaria definita dal World Food Program come “la più devastante del pianeta”. Perché la realtà è che l’Afghanistan è stato completamente abbandonato dopo l’occupazione ventennale. I soldi, 10 miliardi di dollari che Stati Uniti, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale avevano garantito quali riserve finanziarie, sono stati bloccati dopo la caduta di Kabul. Questi 10 miliardi, per essere fruibili, devono essere acquisiti da un governo riconosciuto in piena legittimità a livello internazionale.

1 Link del comunicato UNODC https://www.unodc.org/unodc/en/press/releases/2023/November/afghanistan-opium-cultivation-in-2023-declined-95-per-cent-following-drug-ban_-new-unodc-survey.html

2 Negli anni ‘90 l’Asia centrale produceva 3/4 dell’oppio mondiale. La produzione, in aumento vertiginoso dal crollo dell’Unione Sovietica, era legata al boom petrolifero dei “Quattro Cavalieri” (Exxon-Mobil, Chevron-Texaco, BP-Amoco, Royal DutchShell), e il ‘paradiso della corruzione’ afghano mise sul mercato 4.600 tonnellate di oppio nel solo 1998. L’anno seguente, quando i Talebani annunciarono un giro di vite sulla produzione dell’oppio, la CIA, l’aristocrazia afghana e i sostenitori turchi dei Lupi Grigi (il cui contrabbando interessava l’oleodotto del Mar Caspio dei Quattro Cavalieri) ne furono contrariati. I campi di papavero infatti si trasferivano a nord, grazie i Sauditi che finanziavano lo spostamento della produzione e gruppi di militanza armata anti-talebani.

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venerdì 3 febbraio 2023

I narcotrafficanti della ‘ndrangheta visti dalla Colombia - Douwe Den Held

 

 

Alcune delle tappe più significative che hanno legato a doppio filo i narcos calabresi ai narcos latini, colombiani ma non solo, in questo speciale di InSight Crime

 

Da alcuni decenni ormai, i clan della ‘ndrangheta sono diventati i più importanti alleati europei dei narcotrafficanti di cocaina dell’America Latina. Dal Messico all’Ecuador, dalla Colombia al Brasile, sono moltissimi i broker della ‘ndrangheta arrestati per traffico di droga, praticamente in ogni Paese delle Americhe. Perfino l’Uruguay nel 2017 ha fermato uno dei principali narcotrafficanti calabresi, Rocco Morabito, ricercato da vent’anni e pronto a scappare di nuovo, in una serie di rocamboleschi eventi tra cui l’evasione dal tetto della prigione e la cattura in Brasile a maggio 2021, ben due anni dopo.

La ‘ndrangheta delle origini non sembrava destinata a un simile successo. Eppure, è diventata il principale fornitore di cocaina per l’Europa. Ma lo sarà per sempre? L’ascesa del gruppo mafioso è in parte dovuta alla fortuna e in parte a circostanze. E così anche il suo futuro può dipendere da situazioni imprevedibili.

 

La prima porta per la cocaina colombiana: il Nord America

La ‘ndrangheta è un’associazione mafiosa che è stata formata in Calabria, si crede attorno al XIX secolo. Man mano che cresceva, l’organizzazione criminale si intrecciava sempre più con la società civile calabrese, seguendone i passi durante l’emigrazione di massa dalla Calabria, causata da difficoltà economiche e sociali, e gettando le basi per la sua futura internazionalizzazione.

A partire dagli anni Sessanta, i clan accumulano grandi quantità di denaro attraverso attività legali e illegali come pizzo e rapimenti. Cosa fare con tutti quei soldi? Vent’anni dopo, negli anni Ottanta quindi, i clan calabresi che più si erano arricchiti iniziano a investire in spedizioni di cocaina dalla Colombia agli Stati Uniti, all’epoca ancora organizzate dalle famiglie di Cosa Nostra negli Usa. Presto supereranno Cosa Nostra e diventeranno egemoni.

Ma nonostante ciò e nonostante i clan della ‘ndrangheta siano riusciti a stabilire una presenza stabile in alcuni Paesi, tra cui Germania, Canada e Australia, non sono stati in grado di fare lo stesso in America Latina. Tutt’oggi, anche in Paesi come l’Argentina, meta di grandi diaspore calabresi, la presenza della ‘ndrangheta è limitata principalmente a broker che gestiscono il traffico di droga per i clan.

Il vero pioniere da questo punto di vista, è stato Roberto Pannunzi. Nato a Roma, già alla fine degli anni Ottanta si era affermato come broker indipendente in Colombia, facendo da ponte tra il Cartello di Medellín di Pablo Escobar e i clan italiani di Cosa Nostra e della ‘ndrangheta. Pannunzi in pochi anni diventa un influente broker della cocaina, in grado di organizzare spedizioni di diverse tonnellate in tutta Europa. Viene arrestato due volte, e altrettante volte evade, per poi finalmente venire catturato in Colombia a luglio 2013 e successivamente estradato in Italia.

Ma mentre una volta di Pannunzi ce n’era solo uno, verso la fine degli anni ‘90 la ‘ndrangheta già poteva contare su una vera e propria rete di broker di stanza in Colombia.

Non poteva esserci momento migliore. Proprio mentre il governo statunitense intensificava la sua “guerra alla droga” per tutti gli anni ‘80 e ‘90, la domanda di cocaina aumentava in Europa. I clan della ‘ndrangheta erano in una posizione perfetta per sfruttare il mercato in crescita: le connessioni con i broker latinoamericani portavano grossi vantaggi, ma i clan calabresi godevano di un privilegio ancora più importante: il controllo del porto di Gioia Tauro.

 

La perfetta rotta per l’Europa

Il porto di Gioia Tauro diventa operativo nel 1995 e già durante la costruzione, la ‘ndrangheta riesce a infiltrarsi. La presenza stabile, da allora in poi, della ‘ndrangheta nel porto lo rende ideale anche per il traffico di cocaina, in quanto i clan possono offrire un ingresso sicuro ai carichi illeciti.

«Divenne la scelta più ovvia, anche per gli altri trafficanti», ha dichiarato a InSight Crime Anna Sergi, professoressa di criminologia dell’Università di Essex e specializzata in criminalità organizzata italiana. «La ‘ndrangheta divenne una sorta di garante per il traffico di cocaina in Europa perché aveva Gioia Tauro, che per anni è rimasto un varco d’ingresso intoccato dalle forze dell’ordine». A conferma, la Commissione parlamentare antimafia del 2008 ha dichiarato che la ‘ndrangheta gestiva fino all’80% delle spedizioni di cocaina in Europa.

Quattro anni dopo, un rapporto della Commissione europea giungeva a una conclusione simile, affermando che l’internazionalizzazione dell’attività della ‘ndrangheta negli anni ‘90 corrispondeva agli anni della costruzione del porto di Gioia Tauro, e illustrava come «probabile che la criminalità organizzata avesse prosperato grazie alle operazioni portuali [a Gioia Tauro, ndr]».

Negli ultimi due decenni, le forze dell’ordine e le dogane italiane hanno aumentato le operazioni di controllo e le indagini criminali attorno al porto di Gioia Tauro, prendendo di mira i principali clan che vi operano. Nel 2021, le autorità hanno sequestrato 13 tonnellate di cocaina nel porto, che rappresentano il 97% di tutta la cocaina confiscata alle frontiere italiane e circa il 20% di tutta la cocaina che transita sul territorio italiano, come ha dichiarato il questore di Reggio Calabria Bruno Megale, in un’interrogazione parlamentare di dicembre 2021.

Va comunque tenuto conto che oggi Gioia Tauro ha perso di importanza come snodo commerciale rispetto ad altri porti europei, sia per le merci legali che per quelle illegali. Per i trafficanti, i flussi commerciali legali spesso dettano le rotte più convenienti: una minore quantità di spedizioni legittime che passano per Gioia Tauro offre meno opportunità di introdurre carichi illeciti.

I trafficanti si sono quindi rivolti ai maggiori porti europei, Anversa e Rotterdam. Le autorità belghe e olandesi in questi due porti hanno sequestrato rispettivamente 89 e 70 tonnellate di cocaina nel 2021, molto più delle 13 tonnellate di Gioia Tauro.

 

La ‘ndrangheta sta anche affrontando una crescente concorrenza da parte di altre reti di narcotrafficanti in Europa. In Colombia, il principale Paese produttore di cocaina, le grandi organizzazioni criminali, i cartelli e i gruppi paramilitari che sono stati egemoni per decenni, si sono frammentati in fazioni più piccole. Questo ha aperto la porta ad altri gruppi criminali europei, come le organizzazioni albanesi, per trattare direttamente con i fornitori e acquistare grandi quantità di cocaina direttamente in Sud America.

La ‘ndrangheta, tuttavia, sembra ben posizionata per sopravvivere al declino dell’importanza di Gioia Tauro come porta d’ingresso della cocaina in Europa. L’infiltrazione della mafia calabrese presso altri porti italiani ha contribuito a mantenere in vita i traffici.

Nell’agosto del 2022, le autorità brasiliane hanno sequestrato oltre mezza tonnellata di cocaina destinata al terminal portuale di Vado Ligure, utilizzato come alternativa a Gioia Tauro, secondo quanto riportato da Reggio Today.

Il porto di Genova, che fa parte dello stesso gruppo portuale, è tra «i più infiltrati dalla ‘ndrangheta», ha dichiarato nel 2017 Federico Cafiero de Raho, Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, come riportato in una relazione della Commissione parlamentare del 2022. Nonostante le operazioni di polizia e i sequestri presso i porti, i clan calabresi riescono sempre a organizzare nuovi carichi poiché si alleano con altri gruppi, trafficando attraverso diversi porti europei e condividendo i costi e i rischi di una spedizione...

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venerdì 30 settembre 2022

La transumanza della polvere bianca - Cecilia Anesi, Raffaele Angius

 

È il primo mattino del 13 febbraio 2019 e la nebbia intorno a Borore – paese di duemila anime nella sub-regione del Marghine, in provincia di Nuoro – non si è ancora diradata. Nonostante il freddo, nelle campagne di “Sa Canna Urpina”, a pochi minuti dal centro abitato, due auto imboccano la strada che porta a un ovile. Sul primo veicolo ci sono due uomini, sul secondo un uomo e una ragazzina.

Nell’ovile – una casetta di mattoni e lamiere – le cimici del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei carabinieri sono in ascolto. Nei nuovi arrivati, gli inquirenti riconoscono un accento «quasi sicuramente calabrese», ma dopo pochi minuti l’ospite sardo invita gli altri a uscire per «vedere dei vitelli». Forse sospetta la presenza di microspie nell’ovile.

È Francesco Porcu, allevatore di 64 anni con una lista di precedenti degna di nota: sequestro di persona a scopo di estorsione e rapina, cessione di stupefacenti, furto e detenzione illegale di armi.

Caratterizzata da un’antica vocazione agropastorale, l’area del Marghine è celebre per i nuraghi, il Museo del pane rituale e gli importanti rinvenimenti archeologici. È in questa zona, ad esempio, che sono state rilevate le tracce del vino più antico del mondo. Ma un altro primato la segna: l’aver dato i natali ad alcuni dei più sanguinari banditi dell’Anonima sequestri. Mai veramente curate le radici, cause e concause di questo fenomeno, la Sardegna centro-occidentale rimane strategica per condurre affari criminali.

Nelle campagne di “Sa canna urpina” la nebbia fatica a diradarsi.

La rete di ovili

È passato un anno esatto da quando, a febbraio del 2018, il Ros ha ricevuto un’informativa dai colleghi di Nuoro. Riguarda Porcu, ritenuto «il vero capo dello smercio di droga nella Sardegna centrale» e il cui ovile è individuato come «il principale sito (di smistamento, ndr) dello stupefacente importato».

La segnalazione non cade inascoltata. Alla guida del team ci sono inquirenti di livello. Vengono da pregresse esperienze nella Penisola, dove hanno conosciuto da vicino organizzazioni di narcotrafficanti e sodalizi di stampo mafioso. Così nasce l’operazione Marghine – terza indagine antimafia a vent’anni di distanza da San Gavino – il cui impianto accusatorio dimostra l’esistenza di una stabile organizzazione finalizzata al narcotraffico nata dall’incontro tra la ‘ndrangheta, come fornitore, e i gruppi di criminali sardi, come acquirenti.

Porcu è una figura centrale tra questi due mondi. Esperto narcotrafficante, tutela se stesso e gli interessi del gruppo con una cautela al limite della paranoia. «È talmente abituato a traffici di stupefacenti e sospettoso di indagini nei suoi confronti», scrive il Gip di Cagliari Giuseppe Pintori nella misura cautelare, che nell’ovile tiene un rilevatore per microspie e un jammer, un dispositivo elettronico in grado di interferire con eventuali cimici nei paraggi. Non solo, secondo gli inquirenti «i discorsi compromettenti sulle trattative di acquisto di stupefacenti sono stati sempre effettuati all’aperto, lontani dalle macchine e senza telefoni».

Ma per il giudice non ci sono dubbi: l’oggetto dei colloqui riservati è certamente un’attività di narcotraffico, «tanto è vero che Porcu e i calabresi non si sono nemmeno avvicinati al luogo dove c’era il bestiame».

Aggiornato l’incontro, il padrone di casa annuncia di aver organizzato un pranzo per il giorno dopo, al quale sono invitati anche i narcotrafficanti. I carabinieri tornano a nascondersi tra le campagne di Borore. Hanno trovato una posizione strategica da cui vedono il cancello d’ingresso dell’ovile: arrivano varie auto, molte delle quali già segnalate in quanto usate da noti trafficanti di droga strettamente legati a Porcu per parentela o per amicizia. Riconoscono una delle auto che aveva fatto visita all’ovile il giorno prima e, grazie al numero di targa, risalgono al recente imbarco da Civitavecchia e ai nomi dei viaggiatori. Sono Antonio Strangio, classe ‘58, e suo nipote Sebastiano Ficara, classe ‘85, entrambi con precedenti per narcotraffico ed entrambi di San Luca, centro nevralgico della ‘ndrangheta nella Locride.

Nessuno dei due è un narcotrafficante internazionale, almeno non al livello di broker del calibro di Ciccio Riitano, che hanno rifornito la Sardegna di cocaina come già raccontato da IrpiMedia e Indip. Sono personaggi di seconda schiera, eppure la loro presenza è «un segnale che indica come la Sardegna abbia a che fare con una struttura criminale e un’infiltrazione di livello, ma di cui si vede ancora solo il primo strato», spiegano fonti investigative. L’operazione Marghine non ha scoperto una vera e propria attività sistemica tra ‘ndrine di San Luca e narcos sardi, ma rivela una comunione d’intenti che – se non analizzata, compresa e interrotta – potrebbe diventare una solida base per uno “sbarco” molto più stabile per la ‘ndrangheta in Sardegna.

Quello a casa di Porcu è un pranzo d’affari. A tavola i calabresi declamano i propri precedenti penali come se cercassero di fare colpo sugli altri commensali. Raccontano anche di un altro pasto avvenuto sempre per discutere di droga: la sera prima erano a cena da «una persona seria (come capacità criminale, ndr)», un certo «Costantino».

Si tratta di Costantino Dore, allevatore barbaricino con un ovile ad Arborea, il quale vanta «un variegato curriculum criminale», scrive il Gip, e precedenti per rapina e reati in materia di armi.

Ma ai due incontri – scoprono gli inquirenti – se ne aggiunge un terzo, dalle parti di Decimoputzu, a nord ovest di Cagliari e un’ora di macchina da Arborea. Avviene nell’azienda agricola della famiglia di Raffaele Nonne, 44 anni, all’epoca semilibero dopo una condanna per rapina a mano armata. Nel 2007, con un commando, aveva assaltato l’ufficio postale di Pula, generando una sparatoria nella quale hanno perso la vita due persone.

Stando alla ricostruzione degli inquirenti, l’ovile di Nonne diventa una delle tappe del tour dei sanlucoti in Sardegna. Da una parte i due acquirenti sardi, Dore e Nonne appunto, dall’altra l’intermediazione di Porcu che tira le fila della distribuzione di droga in Sardegna, nelle zone del Marghine e della Planargia.

Un ultimo contatto fondamentale è quello che lega Strangio a Porcu. Si tratta di Silvano Murgia, originario di Uras, un piccolo centro abitato in provincia di Oristano a poca distanza dalla statale 131, l’arteria che collega il sud al nord dell’isola. L’intera rete di acquirenti e nascondigli ha appunto una caratteristica peculiare: sono tutti facilmente raggiungibili in meno di un’ora di macchina l’uno dall’altro.

Santa Barbara, le origini del patto

Va così, ormai da anni, il traffico di droga che coinvolge l’isola. «Un fenomeno criminale in netta espansione nell’ultimo decennio nella Sardegna centrale dove il narcotraffico ha sostituito o affiancato altri gravissimi delitti contro la persona ed il patrimonio, quali il sequestro di persona e le rapine a mano armata», scrive il Gip nella misura cautelare dell’operazione Marghine, che garantiscono grandi guadagni «ma che richiedono una notevole organizzazione, disponibilità di armi e comportano un serio rischio». Il traffico di droga permette invece profitti ancora più grandi con meno rischi.

Ed è per questo che negli ultimi vent’anni si sono creati gruppi di narcos che importano regolarmente droghe grazie al contatto con camorra e ‘ndrangheta. D’altronde gli affari sono promettenti e l’isola figura costantemente tra le regioni italiane con il maggiore consumo di cocaina al fianco di Umbria e Lazio e, nel 2003, superando perfino la Lombardia.

Questi gruppi sono facilitati dalla geografia in cui operano: campagne remote (nel Marghine e Planargia in particolare) e zone montuose e impervie (in Barbagia), che hanno però facile accesso alle due arterie (le strade statali 131 e 129) che attraversano tutta l’isola.

A quando risalga l’inizio della specifica alleanza tra i sanlucoti e i “pastori” di Marghine e Barbagia non è dato sapere, ma per Antonio Strangio è sicuramente significativo l’anno 1976, quando il calabrese è ancora adolescente e sua sorella Antonia (sic) aspetta una figlia dall’allora trentunenne Silvano Murgia, di Uras, come appreso da IrpiMedia e Indip. I dettagli di questa amicizia si perdono nel tempo, ma non i suoi effetti.

Murgia viaggia spesso tra la Sardegna e la “la terza isola”, come viene spesso chiamata la Calabria. A metterlo nero su bianco è l’indagine Santa Barbara, condotta dal Ros di Cagliari, che nasce per investigare un traffico di droga in ingresso in Sardegna che individua proprio in Murgia il canale di collegamento tra i calabresi, nel ruolo di fornitori, e un’organizzazione stabile per l’importazione di cocaina ed eroina in Sardegna, da lui capitanata insieme a due soci: Efisio Sanna e Francesco Mulargia. Santa Barbara – l’indagine prende il nome dal ristorante il cui si incontravano i trafficanti – porterà all’arresto di tutti e tre e parte proprio da quest’ultimo.

Mulargia è un ex-poliziotto originario di Serrenti, paese di cinquemila abitanti a circa mezz’ora da Cagliari, con precedenti legati alla droga. La sua rete, coltivata per anni insieme all’amico Efisio Sanna, non si limita al solo Cagliaritano, ma arriva a coprire l’intera isola, dal centro Sardegna, fino a località turistiche come Villasimius. Lo dimostrano conversazioni e spostamenti.

Mulargia e Murgia si conoscono nel 1992 in carcere, ma per anni si perdono di vista. Un fortuito incontro a casa di un fornitore di droga permette di riallacciare i rapporti: Mulargia e Sanna non sono soddisfatti della qualità della droga appena acquistata e Murgia propone loro di entrare in affari, garantendo di poterne procurare di migliore e senza passare da intermediari. L’associazione dei tre dà origine a un traffico arrivato a garantire forniture stabili e continuative di uno o due chili di cocaina al mese, provenienti direttamente dall’Aspromonte.

Lo schema è semplice quanto proficuo: Murgia assicura carichi costanti dalla Calabria, dove il suo interlocutore diretto è il giovane cognato Antonio Strangio. Le forniture vengono portate sull’isola, tagliate a casa di alcuni custodi di fiducia usando dei frullatori e, successivamente, vendute al dettaglio per soddisfare l’ampia rete di consumatori. Da un lato la cocaina, prevalentemente destinata all’associazione con Mulargia e Sanna, dall’altra l’eroina, che Murgia continua a distribuire autonomamente.

Per Murgia diversificare è reso più semplice dal fatto che è lui a tenere contatti stabili con Strangio, in forza dei suoi rapporti familiari. Ma che l’origine della merce fosse tra le cosche di San Luca era chiaro anche ai soci. Ne parlano spesso Sanna e Mulargia, senza sapere di essere intercettati, anche lamentando in più di un’occasione problemi nel rapporto con Strangio.

I due sono convinti che la cocaina a loro riservata sia di qualità inferiore e di prezzo più alto, rispetto a quella di altri concorrenti sulla piazza sarda. Ma il legame tra Murgia e suo cognato rende evidentemente obbligatorio interfacciarsi con la Locride, dove in un’occasione si reca lo stesso Sanna, per valutare prima della spedizione la qualità della merce.

È l’ottobre del 2003 quando, dall’altro lato del Mediterraneo, Mulargia e Sanna attendono notizie dal socio in missione. I due gli hanno affidato ventimila euro per pagare l’acquisto della fornitura e i compratori che si riforniscono da loro fanno pressione per avere il prodotto.

Tuttavia, quando tentano di contattare telefonicamente Murgia, non ottengono alcuna risposta. I due iniziano a innervosirsi e a lamentarsi dell’organizzazione di Strangio, dei ritardi e della qualità della droga. Quello che non sanno è che Murgia è stato arrestato non appena ha messo piede nuovamente in Sardegna con una parte della fornitura di cocaina ed eroina.

Ignari del fatto, Mulargia e Sanna continuano a parlare di come distribuire la merce non appena sarà arrivata, eventualmente comprando da altri fornitori per coprire il ritardo ingiustificato del loro socio e in ogni caso certi che la prima cosa da fare sia, non appena possibile, «incontrare il proprietario del ristorante», Silvano Murgia. Pochi giorni dopo anche Sanna e Mulargia vengono arrestati, decidendo a quel punto di collaborare e di fornire le preziose informazioni che hanno reso possibile la ricostruzione del traffico di cui facevano parte...

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mercoledì 26 luglio 2017

Marijuana scontata in farmacia. Uruguay, a ruba l'erba di Stato - Daniele Mastrogiacomo

Da tre giorni la marijuana è libera in Uruguay. Si vende nelle farmacie e costa pochissimo: poco più di un euro al grammo. Si può produrre in casa, si può fumare alla luce del sole. Tranne nei luoghi pubblici dove è proibito anche per tabacco e derivati. Naturalmente non lo possono fare tutti. Il piccolo paese sudamericano non è il paradiso dei consumatori. Non ha alcuna intenzione di diventare l'Olanda del Sudamerica. Ha le sue regole, limiti, divieti e controlli. Ma l'entrata in vigore della seconda parte della legge promossa nel 2011 da Sebastián Sabini, deputato del Frente Amplio, il blocco della sinistra da 15 anni al potere e appoggiata dall'ex presidente José "Pepe" Mujica, ha trasformato l'Uruguay nel primo paese al mondo che detiene il monopolio completo delle foglie della pianta. Lo Stato controllerà la qualità del prodotto e la sua distribuzione. Una garanzia, nelle intenzioni dei promotori, nei confronti dei "tagli" spesso tossici e del mercato illegale che alimenta la criminalità.

Non mancano tuttavia le critiche da parte dei proibizionisti. Pedro Martínez, proprietario di una farmacia di Montevideo che non ha aderito al programma, spiega così i suoi timori: "Con l'erba libera si aprono le porte alle altre droghe. Chi non ci dice che dopo si arriverà a vendere anche la coca, l'ecstasy, la metanfetamina? ".

La maggioranza dei 3,4 milioni di uruguayani resta comunque convinta che si tratti di una scelta positiva. Sono almeno dieci anni che il paese discute sul tema. Fino agli albori del nuovo secolo, l'Uruguay era percorso dal traffico di stupefacenti come il resto dei paesi del Continente sudamericano. Ma essendo piccolo e fuori dalle rotte tradizionali, finiva per essere inondato da merce di pessima qualità. Soprattutto di pasta base della coca. Costava poco, arrivava dalla Bolivia, veniva fumata per stordirsi negli anfratti di Montevideo.

José Mujica decise di troncare questa piaga e suggerì ai parlamentari del suo partito di liberalizzare la marijuana. I dati sul consumo, gli dicevano che almeno 120 mila suoi concittadini si concedevano uno spinello di tanto in tanto. Che un giovane su 3, a Montevideo, fumava erba nel fine settimana. Che il 90 per cento della droga richiesta dal mercato interno era la marijuana. Che il suo business si aggirava su 30 milioni di dollari l'anno.

Il dibattito fu ampio e anche contrastato. Nel dicembre del 2013 si decise così di approvare una legge che andasse per gradi. Nella prima fase venne depenalizzato il suo uso. Si evitò di continuare a riempire le carceri di consumatori e piccoli spacciatori e si iniziò a prosciugare l'acquario in cui sguazzavano narcos e sicari. Solo due anni fa si decise di procedere alla fase due: la piena legalizzazione. Anche per scopo ricreativo.
La nuova legge è chiara: l'erba si compra in farmacia, lo può fare un cittadino uruguayano o un residente abituale e tutti devono registrarsi in un apposito libro. Per dimostrare la propria identità si usa l'impronta digitale. Si possono comprare fino a 40 grammi al mese per 45 dollari: un quinto del prezzo sul mercato clandestino. La qualità è garantita dallo Stato. Chi vuole coltivarla a casa ha diritto a sei piante per uso personale. Ma devi essere iscritto nel registro. Oggi sono già settemila.

Il laboratorio uruguayano stimola molti paesi del Continente. Dopo aver chiesto all'Onu di rivedere la sua politica sulla droga e aver ottenuto solo vaghe risposte, molti Stati hanno deciso di agire in modo autonomo. Così, il Messico ha legalizzato la coltivazione personale in piccole quantità; la Colombia ha avviato la produzione per scopi medici; Il Canada ha in programma di liberalizzarla nel 2018.

martedì 16 maggio 2017

Marijuana, Big Tobacco del XXI secolo: il grande business della legalizzazione - Maurizio Ricci



Ne parlano di più - e spesso con entusiasmo - magistrati e poliziotti che industriali e consumatori. Anche in questi giorni, in cui il dibattito in Italia si è riacceso, l'attenzione rimbalza fra commissariati, tribunali e carceri. Ma la legalizzazione della marijuana è molto di più. C'è chi dice che sarà la Big Tobacco del XXI secolo e chi spia, nei segnali che vengono dai paesi in cui la vendita è già legale, la sopravvivenza della cultura libertaria a cui l'hanno associata i baby boomers. In ogni caso, è un boom in attesa di esplodere.

La mutazione genetica del commercio di una droga, ancora ieri, messa al bando, però, è già iniziata. Come quella dei suoi protagonisti. Niente a che vedere con personaggi coloriti e sinistri, come El Chapo. Qui sono tutte persone serissime, molto rispettabili. C'è un medico inglese, che ha dedicato tutta la vita alla ricerca. Un miliardario indiano, pur molto chiacchierato per le sue scorrerie finanziarie. Due canadesi: un piccolo genio dell'elettricità e il presidente di una società di pattinaggio. E un americano di Boston, finito nel gruppo per aiutare un amico. Nessuno di loro accetterebbe di essere definito un boss. Sono i presidenti, fondatori, leader di società quotate in Borsa anche per miliardi di dollari, in testa alle classifiche di chi smercia e tratta, in modo assolutamente legale, marijuana. Se
mai ci sarà, sulle orme di Big Tobacco, una Big Maria, o Big Pot, come la chiamano gli americani, i protagonisti bisognerà cominciare a cercarli qui.

Il più grosso è Geoffrey Guy, il medico inglese alla testa di Gw Pharmaceuticals, che in Borsa vale quasi 3 miliardi di dollari, secondo la classifica stilata da Viridian Capital Advisors. Poi c'è il canadese Bruce Linton, quello della società di pattinaggio, che guida Canopy Growth, quasi 800 milioni di dollari (Usa) di capitalizzazione alla Borsa di Toronto. Il terzo è il miliardario indiano John Kapoor, fino a pochi mesi fa ufficialmente alla guida di Insys Therapeutics, 664 miliardi di dollari di valore in Borsa. E un altro canadese, Terry Booth, una lunga esperienza nell'elettricità e nel software e ora alla guida di Aurora Cannabis, 433 miliardi di dollari (Usa) di capitalizzazione alla Borsa di Toronto. Il più rampante e il più ambizioso, però, è l'ultimo arrivato, Tim Keogh, un allampanato bostoniano, che, frustrato per non essere riuscito ad aiutare con la terapia antidolore un amico malato, ha creato AmeriCann.

Nel mondo anglosassone lo chiamano il "cannabusiness". Non solo è in Borsa: gli hedge fund fiutano l'affare. Tribeca, il fondo che nel 2016 ha battuto, come rendimento, tutti gli altri al mondo, ha appena investito in Cann Group, coltivatore australiano di marijuana. E, se volete le notizie sul web il Marijuana Business Daily segue il settore a ciclo continuo. Naturalmente, bisogna fare distinzioni: se uno dicesse a Geoffrey Guy che tratta "erba" storcerebbe il naso e forse firmerebbe una querela. Perché queste società esistono, sono legali, stanno sul mercato in quanto i loro prodotti hanno un uso medico, fino ad un attimo fa l'unico consentito. Sia le medicine antiepilessia di Guy, che quelle per i malati di tumore e di Aids di Kapoor si basano su marijuana priva di componenti psicoattivi: è inutile provare a fumare l'Epidiolex o il Syndros. Ed è possibile che Gw o Insys restino nel mercato medico. Ma gli altri si stanno preparando a cavalcare un'onda di consumi. Siamo all'anno zero.

Fra il 2017 e il 2018, fumare marijuana per lo sfizio di fumare marijuana diventerà legale, sia pure con norme assai diverse, per centinaia di milioni di persone: dall'Uruguay, al Canada, a metà Stati Uniti. L'Uruguay l'ha legalizzata da anni, ma solo da luglio la si potrà comprare in farmacia. Sarà un mercato regolato in modo assai stretto, almeno nelle intenzioni. Prezzo fisso (1,30 dollari a grammo), quantità razionata (10 grammi a settimana), qualità garantita (componente psicoattiva fra il 3,3 e l'11%). In Canada, la legalizzazione partirà un anno dopo: chiunque sia maggiorenne potrà comprare marijuana a uso ricreativo nei negozi di liquori o altri negozi specializzati, secondo regole dettate a livello statale. Negli Usa, i referendum che hanno accompagnato l'elezione di Trump hanno fatto scattare una legalizzazione a largo raggio, scadenzata secondo i diversi Stati. Il più grosso, la California, aprirà la vendita nell'estate 2018. Il paradosso è che la marijuana resta proibita a livello federale, ma metà degli Stati ha deciso di autorizzarne la vendita e l'uso.

Non si parla di Big Maria per caso. In Canada, gli esperti calcolano che il mercato legale farà sparire 7,5 miliardi di dollari dalle tasche del crimine organizzato. Nel 2015, il giro d'affari della marijuana medica in California è stato appena inferiore ai 3 miliardi di dollari. Secondo la società di ricerche Arcview, il fatturato dell'erba legale in tutti gli Usa è stato di 7 miliardi. Con la legalizzazione a tappeto, ci si aspetta una impennata: 22 miliardi di dollari nel 2020, 50 miliardi nel 2026. Metà del giro d'affari americano delle sigarette di Big Tobacco. E i protagonisti si attrezzano. Canopy Growth, la società di Bruce Linton, produce nella sua serra grande quanto otto campi da calcio, vicino alle cascate del Niagara, più marijuana di chiunque altro. I concorrenti di Aurora Cannabis, l'azienda di Terry Booth, stanno costruendo, però, una serra grande il doppio, 16 campi da football, dentro l'aeroporto di Edmonton, nell'Alberta. Produrrà 100 tonnellate di erba l'anno. Ma è qui che entrano in gioco Tim Keogh e AmeriCann. Sempre di serre, data la latitudine, si parla, ma la megaserra in costruzione nel Massachussetts è un quarto più di Edmonton, 20 campi da football. Quella annunciata da GFarms in California, dieci volte più piccola, è quasi una minimpianto. Questo gigantismo è il prologo della nascita di un oligopolio della marijuana, poche grandi aziende unite in un patto di ferro, come Big Pharma o Big Tobacco, Big Maria, appunto? Secondo John Hudak e Jonathan Rauch che, al tema, hanno dedicato un apposito studio per l'autorevole Brookings Institution ("Worry about bad marijuana - not dollari. Applicando lo stesso parametro all'Italia, dove, dallo scorso luglio, il progetto di legalizzazione della marijuana è in Parlamento, si arriva a circa 7 milioni di potenziali fumatori. In buona misura, adolescenti. Per scoraggiare i più giovani, dicono Jacobi e Sovinsky, bisognerebbe quadruplicare il prezzo con le tasse. Ma in Italia, la marijuana legale a 40 euro al grammo significherebbe ridare spazio al mercato nero. Da questo punto di vista, il parametro più difficile da individuare, nel dossier della marijuana legale, è proprio il prezzo: troppo alto riapre il mercato ai criminali, troppo basso rischia di favorire l'uso da parte dei consumatori più deboli. Ma il prezzo è l'elemento chiave del dossier anche perché dipende dalle tasse: la legalizzazione, per il fisco, è un affare non da poco. Negli Usa come in Italia. Ipotizzando una tassa del 25 per cento (quella americana, non il 75 per cento che in Italia si applica ad alcool e tabacco) il fisco italiano incasserebbe fra mezzo miliardo di euro e un miliardo e mezzo. A cui, però, bisogna aggiungere, sottolineano gli economisti favorevoli alla liberalizzazione, i risparmi nelle operazioni di polizia contro la criminalità e, soprattutto, lo svuotamento delle carceri, dove oggi, un terzo dei detenuti è costituito da spacciatori. Il risparmio, per l'Italia, secondo gli studiosi, sarebbe fra 1,5 e 2 miliardi di euro l'anno. Big Marijuana") non è una ipotesi credibile. Il mercato farmaceutico è regolato in modo rigido dalle agenzie governative con cicli di investimento fra ricerca, brevetto, esaurimento del brevetto, finanziariamente assai costosi. Un'occhiuta vigilanza pubblica sui prodotti è improponibile per la marijuana a uso ricreativo. Ma Hudak e Rauch non credono neanche che possa affermarsi il modello di business di Big Tobacco: troppo diversificata l'offerta (dalla serra a chilometri zero alla farmacia all'azienda media a quella grandissima) per consentire il consolidamento in due-tre giganti come per le sigarette. A meno che non si vada verso regolamentazioni e controlli troppo stretti - che, aumentando le barriere all'entrata favoriscono le concentrazioni - il panorama della marijuana, dicono con qualche ottimismo i due studiosi, sarà largamente decentrato, come decentrata Stato per Stato è la normativa che sta entrando in vigore…

sabato 21 gennaio 2017

In America Latina l’estrazione illegale dell’oro rende più del narcotraffico – Marcello Rossi



L’immagine dominante della criminalità organizzata latinoamericana è stata per decenni quella del cartello della droga. Ma negli ultimi anni, per un numero crescente di gruppi di narcotrafficanti, di milizie paramilitari di destra e di ribelli di sinistra, la principale fonte di guadagno è rappresentata dalle miniere d’oro illegali.
Fino all’inizio di questo decennio, il legame tra l’attività mineraria illegale e i gruppi criminali non era considerato una questione di rilevanza nazionale. Il problema è giunto all’attenzione dell’opinione pubblica nel 2011, quando un rapporto del servizio di sicurezza colombiano ha segnalato al governo che il 50 per cento delle miniere del paese era illegale e molte di esse erano controllate da gruppi armati. Grazie alle indagini e alle denunce che ne sono seguite, l’opinione pubblica ha cominciato a capire quanto fosse esteso il business delle miniere illegali; oggi si ritiene che il suo valore sia superiore a quello del traffico di droga.
Secondo il World drug report pubblicato nel 2015 dall’Unodc (Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine), in Colombia i ricavi all’ingrosso dei cartelli della droga, tra cocaina ed eroina, ammontano a 1-1,5 miliardi di dollari l’anno, mentre quelli dei trafficanti di oro estratto illegalmente si aggirano tra 1,9 e 2,6 miliardi di dollari l’anno. In Perù la situazione è simile: il valore delle esportazioni di oro illegale, circa 2,6 miliardi di dollari l’anno, ora supera ampiamente quello del traffico di cocaina (1-1,5 miliardi l’anno).
Benché la produzione illegale sia difficile da quantificare, diverse stime, tra cui un recente rapporto di Giatoc (Global initiative against transnational organised crime, Iniziativa globale contro il crimine organizzato transnazionale), concordano sul fatto che la percentuale dell’attività mineraria illegale svolta in Sudamerica sia molto più alta di quella dell’attività mineraria illegale in altre parti del mondo. Per esempio, sia in Colombia che in Venezuela, due delle aree aurifere più ricche del mondo, quasi il 90 per cento dell’oro viene estratto in modo illecito, mentre in Ecuador questa percentuale è dell’80 per cento circa.
Secondo Livia Wagner, consulente di Giatoc per il settore privato e autrice del rapporto, la portata del problema è sconcertante. “È spaventoso andare in queste miniere illegali e vedere il loro impatto negativo sull’ambiente e sulle persone,” afferma.
Questa moderna corsa all’oro è stata alimentata principalmente dalla domanda crescente e dalla conseguente impennata dei prezzi negli ultimi 15 anni. In un’epoca segnata dallapolitica monetaria espansiva del mondo sviluppato e dalla perdita di fiducia nelle monete a corso forzoso come il dollaro statunitense, l’oro si è rivelato una delle opzioni migliori per creare riserve di valore e persino per generare ritorni sugli investimenti. Il prezzo dell’oro ha raggiunto il picco a ottobre del 2012, quando un chilo valeva 57mila dollari. Oggi, anche se i prezzi sono scesi notevolmente, un chilo d’oro costa ancora 37mila dollari contro, per esempio, i mille o duemila dollari al chilo della cocaina freebase all’ingrosso.
Il vero prezzo dell’oro
Benché sia stato estratto per secoli, l’oro è un bene estremamente raro sulla terra. Si stima che, nel corso della storia, siano state estratte dal suolo soltanto 161mila tonnellate d’oro – quanto basta per riempire a malapena due piscine olimpioniche. Il grosso è stato estratto negli ultimi cinquant’anni, e in questo periodo la produzione mondiale è raddoppiata, passando da circa 1.500 a quasi tremila tonnellate l’anno. Secondo il World gold council, quasi tre quarti dei giacimenti d’oro del pianeta sono esauriti, e le nuove scoperte sono rare.
Alcuni dei più grandi giacimenti d’oro rimasti si trovano in America Latina, dove perciò il minerale è un elemento cruciale di numerose economie nazionali. In molte aree di questa regione è l’unica fonte di sostentamento per gli abitanti privi di istruzione superiore.
Ma negli ultimi anni gran parte del suo valore è passato dalle mani dagli stati a quelle dei gruppi criminali che operano nei loro confini. L’aumento del prezzo dell’oro da una parte e, dall’altra, le sfide della “guerra alla droga” portata avanti dagli Stati Uniti, hanno spinto molti gruppi armati e terroristici verso la decisione più semplice: passare dal narcotraffico all’attività mineraria illegale. Poiché i siti ricchi d’oro si trovano di solito in zone isolate e di difficile accesso, per i cartelli è stato facile infiltrarsi con la complicità dei militari locali.
C’è un altro fattore chiave che ha reso così facile per i gruppi criminali latinoamericani appropriarsi dell’attività estrattiva: nella maggior parte dei paesi ricchi di giacimenti auriferi (come gli Stati Uniti, la Cina, il Sudafrica, l’Australia e il Canada) l’estrazione dell’oro è svolta da grandi multinazionali che utilizzano tecnologie avanzate e operano in miniere a larga scala. Ma in America Latina è un’attività soprattutto artigianale, a scala ridotta. Alcune piccole miniere sono esistite per decenni, echi delle frenesie risalenti al saccheggio perpetrato secoli fa dai conquistadores spagnoli in cerca di favolosi giacimenti d’oro.
Benché l’attività mineraria su scala ridotta e artigianale non sia di per sé illegale, in America Latina il settore è in larga parte informale e privo di regolamentazione, e perciò particolarmente esposto alle infiltrazioni criminali. Quasi ogni settimana spunta una nuova miniera. Nel 2014 si stimava che in Colombia fossero attive circa 17mila miniere (in cui lavoravano circa 50mila persone) prive di titoli e licenze ambientali, mentre in Brasile (all’undicesimo posto tra i produttori mondiali d’oro) soltanto nel bacino amazzonico operano illegalmente circa 75mila minatori. In Colombia le Farc (il gruppo guerrigliero di sinistra che ha appena firmato uno storico accordo di pace con il governo), hanno ottenuto più del 20 per cento dei loro finanziamenti attraverso l’estrazione illegale di oro, con il trentaquattresimo fronte del gruppo guerrigliero che guadagnava oltre un milione di dollari al mese.
L’estrazione illegale dell’oro è anche uno dei modi più semplici e redditizi per riciclare il denaro. La natura e le dimensioni del mercato, la forte dipendenza di quest’ultimo dai pagamenti in contanti, la possibilità di vendere e comprare l’oro in forma anonima, la difficoltà nel tracciare e verificare le transazioni: tutto ciò rende questa attività particolarmente attraente per i gruppi criminali organizzati, poiché fornisce un meccanismo per convertire il denaro sporco in un bene da reinvestire caratterizzato da stabilità, anonimato e facile commerciabilità.
Costi umani e ambientali
Oltre a finanziare le attività criminali, in America Latina l’estrazione illegale dell’oro ha avuto un pesante impatto ambientale. La regione possiede alcune delle zone più ricche di biodiversità del mondo, e molte di esse sono messe a rischio dall’attività mineraria illegale su scala ridotta, molto più distruttiva di quella delle grandi compagnie. Mentre queste ultime tendono a concentrarsi su aree con ricche vene aurifere sotterranee, le piccole attività illegali di solito si spostano rapidamente all’interno di vasti territori. Aprono grandi varchi nella giungla e passano al setaccio tonnellate di terreno per trovare qualche granello d’oro, lasciandosi alle spalle quello che sembra un paesaggio lunare.
Tra il 2001 e il 2013, soltanto per l’estrazione dell’oro su scala ridotta sono stati abbattuti circa 168mila ettari di foresta. Altre perdite significative si sono verificate nell’ecoregione della foresta umida della Guyana, nella foresta umida dell’Amazzonia sudoccidentale peruviana, nella foresta umida brasiliana di Tapajós-Xingú e nelle regioni colombiane di Urabá e della valle del fiume Magdalena. Secondo la Fao, tra il 2000 e il 2015 la Colombia ha perso oltre il 5 per cento delle proprie foreste.
L’anno scorso, un gruppo di ricerca della Carnegie institution for science di Washington ha pubblicato una valutazione sulla regione diMadre de Dios, nel bacino amazzonico del Perù sudorientale, utilizzando satelliti, aerei e ricercatori sul campo. Lo studio ha scoperto che l’estrazione illegale dell’oro distrugge ogni giorno dai cinque ai dieci ettari di foresta pluviale protetta. “Per noi è stato uno shock,” dice il coordinatore del progetto Greg Asner. “Siamo tutti abituati a considerare la deforestazione un problema serio. Ma questa è una rimozione totale dell’ecosistema oltre il livello del suolo.”
Inoltre, le attività estrattive in territori senza legge stanno inquinando pericolosamente fiumi e bacini idrici, con conseguenti rischi sanitari per le comunità vicine e lontane. Dopo che l’oro viene estratto, deve essere separato dal materiale in cui è incorporato. Nelle attività informali e illegali, l’oro grezzo polverizzato si unisce al mercurio per creare una miscela che viene poi bruciata dai lavoratori: in questo modo il mercurio evapora e resta solamente l’oro allo stato solido. Questo procedimento, spesso eseguito senza attrezzature di sicurezza, sta portando i livelli di mercurio in molti laghi e fiumi della regione a più di 34 volte il limite di sicurezza. Analizzando campioni di capelli, un’altra ricerca della Carnegie ha scoperto che il 78 per cento delle persone nella regione di Madre de Dios ha nel corpo il triplo della concentrazione di mercurio normale. In alcuni casi, più di 27 volte oltre il limite internazionale stabilito dall’Organizzazione mondiale della sanità.
A livello globale, l’estrazione artigianale dell’oro su scala ridotta è la prima causa di inquinamento da mercurio nei corsi d’acqua causato da attività umane (almeno mille tonnellate l’anno secondo le stime dell’Onu). Si ritiene che l’estrazione artigianale dell’oro su scala ridotta rilasci ogni anno circa 800 tonnellate di mercurio nei corsi d’acqua e nei terreni; soltanto nella regione di Madre de Dios, si stima che ogni anno siano scaricate nell’ambiente da 30 a 40 tonnellate di mercurio. Questa pratica avvelena il pesce e può causare problemi di salute permanenti agli esseri umani che vivono fino a quattrocento chilometri a valle. Il recupero di queste aree, spogliate di tutto lo strato superficiale del terreno e cariche di mercurio, secondo gli esperti potrebbe richiedere decine di anni.
Circa un terzo delle 45mila persone che lavorano nelle miniere d’oro boliviane è costituito da bambini
La proliferazione di attività minerarie artigianali in tutta l’America Latina sta comportando costi umani notevoli. Poiché le miniere si trovano generalmente in zone prive di vere e proprie autorità governative, i lavoratori sono estremamente esposti al lavoro forzato e alla servitù per debiti. Il lavoro in sé è sporco, pericoloso e difficile, e perciò poco attraente per chiunque, tranne che per i più disperati. Sfollati, minoranze e singoli individui privi di documenti di identità spesso lavorano nelle miniere per mancanza di altre opportunità.
Tutto ciò per quanto riguarda gli uomini. Le donne, a cui è vietato lavorare nel sottosuolo, sono invece oggetto di tratta e di sfruttamento sessuale. I responsabili delle attività minerarie criminali usano false offerte di lavoro che promettono alti salari per attirare le ragazze nelle città minerarie e costringerle a lavorare nei bordelli. Un esempio impressionante è La Rinconada, un centro minerario peruviano vicino al confine con la Bolivia. La polizia stima che oltre 4.500 ragazze siano state vittime di tratta finalizzata allo sfruttamento sessuale nei bar frequentati dai minatori.
Va poi ricordato che circa un terzo delle 45mila persone che lavorano nelle miniere d’oro boliviane è costituito da bambini. Alcuni anni fa, il difensore civico nazionale della Bolivia, Rolando Villena, ha affermato che nella regione mineraria di Potosí i bambini possono essere acquistatiper una cifra che va dai tre ai sette dollari.
Lo sfruttamento da parte dei responsabili delle attività minerarie illegali ha colpito anche le tribù locali. Nel 2012 ha fatto notizia il caso della tribù indigena yanomami, dopo che alcuni suoi membri sono stati trovati con dei numeri tatuati sulle spalle, come schiavi.
La debole risposta del governo
Negli ultimi due anni, i governi locali hanno aumentato moltissimo il numero delle operazioni volte a sradicare le miniere illegali. Le forze armate peruviane, colombiane e brasiliane hanno raso al suolo decine di campi minerari, e le autorità hanno limitato la vendita di gasolio e benzina nelle zone a rischio, nel tentativo di ostacolare le attività.
Tuttavia, la forza dei gruppi criminali e la loro determinazione nel condizionare i funzionari locali attraverso la corruzione o l’intimidazione rendono difficile questa battaglia. Inoltre, quando vengono ostacolate in un determinato luogo, le attività di estrazione selvaggia si trasferiscono rapidamente in altre aree difficilmente raggiungibili. Concretamente, finora la maggior parte degli sforzi per stroncare l’attività mineraria illegale ha dato risultati limitati.
L’estrazione dell’oro presenta un altro elemento chiave: i minatori illegali possono guadagnare dei 30 ai 75 dollari al giorno. Non è abbastanza per diventare ricchi, ma è molto più di quanto un adulto privo di istruzione potrebbe guadagnare facendo il contadino sugli altopiani circostanti. Alcuni politici locali hanno affermato che in realtà i governi non dovrebbero puntare alla chiusura delle miniere illegali, perché creano posti di lavoro. In Perù, per esempio, alcuni politici hanno dichiarato pubblicamente che si dovrebbe permettere ai minatori di guadagnarsi da vivere, sostenendo che tutti hanno il “diritto di sbarcare il lunario.”
“Questa battaglia non ha alcun senso”, dice Luis Pardo, direttore del think tank Colombia punto medio. Ma Pardo ha una soluzione: il governo dovrebbe dare la caccia a chi sta dietro alle attività estrattive, anziché ai minatori o ai siti in cui avvengono le operazioni.
“Puoi bombardare una ruspa e mandare in galera il ragazzo che la faceva funzionare, ma il vero proprietario dei macchinari vive in una grande città e ha soldi a sufficienza per comprare un’altra ruspa nel giro di poche settimane,” afferma Pardo. “Perciò, quando il governo deciderà davvero di stroncare le attività minerarie illegali, dovrà dare la caccia a chi investe in queste attività”.
(Traduzione di Cristina Biasini)