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domenica 26 luglio 2026

Nuoro: studente di 18 anni, vittima di omicidio sul lavoro. Non è stata una fatalità


Fabrizio Pittalis (foto da pagina Facebook di Potere al popoplo! - Cagliari)
Oggi, 24 luglio, Fabrizio Pittalis, uno studente di soli 18 anni, è stato vittima di un omicidio sul lavoro. Abbiamo normalizzato così tanto lo sfruttamento da trovare normale che un ragazzo, che doveva ancora sostenere l’esame di maturità, venisse impiegato da un’azienda di stoccaggio e gestione dei rifiuti a Oniferi, in provincia di Nuoro.
Secondo le prime ricostruzioni, Fabrizio è stato colpito alla testa dalla benna di un muletto guidato da un collega. Un collega che è a sua volta vittima di questa assurda normalizzazione: lo storico disprezzo per la vita di operai e operaie che caratterizza la classe padronale al vertice delle aziende, davanti al quale lo Stato non pone alcun argine.
Ecco, se la notizia della morte di Fabrizio l’avessimo data noi, l’avremmo scritta così. In maniera molto più aderente alla realtà. Ma sui mezzi di comunicazione assistiamo alla solita normalizzazione: è tutto un fiorire di “tragedie” e “incidenti”, quando non addirittura di fatalità.
In poche testate si chiedono la cosa più importante: cosa ci faceva uno studente che non ha ancora finito la scuola alle 6:30 del mattino in un impianto industriale di quel tipo? Fabrizio studiava all’Istituto Don Deodato Meloni di Oristano, che elenca tra i propri indirizzi quello agrario e quello alberghiero, insieme a odontotecnica e moda. Ma il mondo del lavoro oggi è questo, un ricatto quotidiano: prendi quello che c’è, magari solo perché ti aiuta a coltivare le tue passioni, come quella grande di Fabrizio per i cavalli.
Nel 2025 sono state 27 le persone che, in Sardegna, sono uscite di casa per andare a guadagnarsi lo stipendio e che a casa non sono mai tornate. Ormai è normale accettare che il profitto valga più della sicurezza, che le nostre vite vengano sacrificate sull’altare del mercato e che la nostra incolumità sia considerata solo una spesa da tagliare.
Come dice il nostro portavoce Giuliano Granato nel commentare la morte di Fabrizio: “In un Paese che ha introdotto l’omicidio nautico è indicativo che non esista ancora il reato di omicidio sul lavoro né una procura ad hoc.” Infatti, se almeno allo Stato e ai governi, quello attuale e quelli che lo hanno preceduto, fosse interessato qualcosa delle vite di chi lavorando manda avanti questo Paese, avrebbero già istituito questo reato.
Avrebbero dato più poteri e strumenti sia agli ispettorati del lavoro sia alla figura di RLS, che rappresenta lavoratori e lavoratrici nei luoghi di lavoro proprio in materia di sicurezza. Avrebbero inoltre cancellato tutti i contratti precari che ci costringono ad abbassare la testa e ad accettare qualunque condizione.
In questo momento a noi rimane solo da esprimere vicinanza alla famiglia di Fabrizio. Ma da subito, e come abbiamo fatto finora, continueremo a lottare e dare battaglia contro questa normalizzazione, perché le vite di lavoratori e lavoratrici contino e siano rispettate.

Per la memoria di Fabrizio, perché nessuno e nessuna si trovi mai più nella terribile posizione del suo collega, per la nostra vita e per la nostra dignità.

Potere al Popolo! – Cagliari

venerdì 17 aprile 2026

L’aria in Italia è sempre più inquinata: i dati del primo trimestre 2026 sono scioccanti - Gianfranco Amendola


Tira sempre una brutta aria in città. E’ quanto risulta dai dati del primo trimestre 2026 appena pubblicati da Isde Italia in collaborazione con l’Osservatorio Mobilità Urbana Sostenibile di Kyoto Club e Clean Cities Campaign, che monitora la qualità dell’aria attraverso 58 centraline di traffico e di fondo urbano in 27 città, utilizzando i dati delle reti regionali ARPA/APPA.

Vediamoli in estrema sintesi, con riferimento ai vari inquinanti riscontrati in questo periodo, iniziando dal particolato (PM 10 e PM 2,5) e cioè dalle particelle che si formano nell’aria e possono avere conseguenze, anche gravi, per la nostra salute. Le situazioni più preoccupanti sono state registrate a Milano, Verona, Modena, Padova, Torino, Parma, Brescia, Vicenza e Bologna dove risultano abbondantemente superati i limiti fissati a tutela della salute dalla normativa comunitaria nonché quelli raccomandati dall’Oms. In generale, comunque, non si riscontrano significativi miglioramenti per questi inquinanti in nessuna delle città monitorate.

La situazione è ancora più preoccupante se esaminiamo i dati sull’ozono, prodotto soprattutto dal traffico veicolare, dove in quasi tutte le città controllate si sono riscontrati superamenti dei limiti, specie a Torino, Milano, Roma, Catania, Brescia, Bergamo, Vicenza, Modena e Verona, nelle quali il limite massimo annuale di giorni di superamento consentiti è già stato abbondantemente superato in soli tre mesi (addirittura per 80 giorni su 90 considerati).

Insomma, rinviando alla pubblicazione integrale per un quadro più dettagliato, se pure i dati sono riferiti solo a 27 città, appare evidente più in generale che ben poco è stato fatto e si sta facendo per difenderci dall’inquinamento atmosferico specie nelle regioni più a rischio come quelle del nord, nonostante il diritto alla salute e alla tutela ambientale abbiano rilevanza costituzionale.

Anche perché, a parte l’andamento meteorologico, le cause dell’inquinamento atmosferico sono collegate ad attività umane quali impianti chimici industriali, inceneritori, motori a scoppio degli autoveicoli e combustioni in genere. Ed è altrettanto certo, del resto, che l’inquinamento atmosferico può causare, tra l’altro, asma, bronchiti croniche, ictus, infarti e tumori.

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Più in particolare, secondo una recente relazione dell’Agenzia europea per l’ambiente (AEA), in Italia ci sono state 46mila morti premature derivanti dall’esposizione al particolato; altre 11.300 persone hanno perso la vita a causa dell’esposizione al biossido di azoto e 5.100 a causa dell’ozono. Per capirsi meglio, quindi, circa un quinto dell’intera mortalità a livello Ue si registra in Italia.

Non a caso, del resto, nel 2024 la Ue con la direttiva 2881 ha introdotto, insieme a nuovi e più stringenti limiti, il diritto dei cittadini ad essere risarciti per i danni alla salute per la cattiva qualità dell’aria, dando agli Stati membri tempo fino all’11 dicembre 2026 per renderlo operativo. Con questa direttiva, in particolare, i cittadini potranno ottenere un risarcimento dimostrando che il danno alla salute è stato causato dalla violazione di una serie di regole da parte dell’Autorità competente, commessa volontariamente o per comportamento negligente e avranno anche diritto ad agire in giudizio per contestare la legittimità dei provvedimenti presi dall’Autorità competente o la assenza di essi; come la localizzazione dei punti di controllo che vanno installati obbligatoriamente per monitorare gli inquinanti sotto osservazione: particolato (PM), biossido d’azoto, biossido di zolfo, benzene, monossido di carbonio, piombo, arsenico, cadmio, nickel, benzo(a)pirene.

Purché sia chiaro che già oggi le leggi di tutela ci sono e sono chiare e precise ma non vengono rispettate e fatte rispettare. A volte, purtroppo con l’avallo della magistratura: l’Italia è l’unico paese Ue dove nel 2024 ha visto la luce a Torino, in una delle città più inquinate, una stravagante sentenza del Tribunale dove si afferma che, se pure vengono superati i limiti per lo smog, i pubblici amministratori che non intervengono non sono responsabili in quanto la legge non specifica espressamente questo dovere e spetta ai giudici dire loro quali provvedimenti adottare in particolare.

E così sono stati prosciolti, senza nemmeno un processo, amministratori regionali e sindaci della città fra cui Chiara Appendino e Piero Fassino, e l’ex presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino. Tira proprio una brutta aria.

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venerdì 10 aprile 2026

Moby Prince, mistero lungo 35 anni. Le rivelazioni dell’ufficiale della Capitaneria: “Il comandante? Quando c’erano le emergenze usciva in mare e lasciava da soli i sottoposti in sala operativa” - Francesco Sanna

 


Ha atteso trentacinque anni prima di parlare liberamente Lorenzo Checcacci. All’epoca della strage del Moby Prince – nel 1991 – era ufficiale di ispezione della Capitaneria di Porto di Livorno, l’ente preposto al soccorso pubblico in mare, e fu imputato nell’unico processo celebrato a Livorno tra il 1995 e il 1997, finendo assolto perché “il fatto non sussiste” grazie al teorema della “morte breve” di tutte le 140 vittime, smentito poi nel 2018 dalla prima inchiesta parlamentare. Checcacci, oggi pensionato settantasettenne, è stato audito alcuni giorni fa nella nuova commissione parlamentare (la terza) impegnata a concludere la ricostruzione di quella che è passata alla storia come la più grande tragedia della marina mercantile italiana dal Dopoguerra. L’ex ufficiale ai parlamentari ha fornito due particolari inediti su quanto accaduto in Capitaneria durante le ore drammatiche della notte tra il 10 e l’11 aprile 1991, quando il traghetto della Navarma – appena partito dal porto di Livorno – centro la cisterna di una petroliera Agip all’ancora in rada. “C’è da aggiungere qualcosa che non ho detto quando fui sentito dalla Commissione d’inchiesta del Senato – ha esordito Lorenzo Checcacci, con la voce rotta dall’emozione -. Fino a quando la Perizia Bargagna (la consulenza medico legale architrave del teorema della morte di tutte le vittime in un breve tempo da qui l’inutilità di ogni operazione di soccorso, ndr) valeva ancora, quanto voglio dire non aveva valore. Adesso però è diverso. Voglio un minimo di giustizia per le vittime, per i familiari, per Loris Rispoli”. Il riferimento è allo storico presidente dell’Associazione 140 familiari delle vittime, scomparso il 22 novembre 2025 dopo una lunga malattia.

Per comprendere le due rivelazioni è necessario tornare alla sera del disastro e alla catena di comando della Capitaneria in caso di emergenza in mare indicata dalle normative dell’epoca. Checcacci, quale ufficiale di ispezione, aveva un ruolo secondario in questa catena e non era formato per gestire emergenze, come quella (peraltro smisurata) del Moby Prince. Dall’ascolto del canale di soccorso radio di quella notte, è però sua la voce principale che parla in nome e per conto della Capitaneria di Porto nelle ore cruciali del mancato soccorso. Il motivo lo ha spiegato alla Commissione d’inchiesta dopo 35 anni: “Il capo sezione operativa era Roberto Canacci. E’ reperibile h24 perché in caso di emergenza deve intervenire e guidare la centrale operativa – ha spiegato Checcacci – dopo aver allertato i vigili del fuoco, i rimorchiatori e il comandante in seconda, lo chiamo a casa […]. Alle 22.45 (venti minuti dopo il may day del Moby Prince, ndr) arriva, si affaccia: ‘Io sono qui, vado in ufficio a fare delle telefonate’. E io lì ho sbagliato. Avrei dovuto minacciarlo di denuncia all’autorità militare per violata consegna: ‘Tu stai qua o ti denuncio’, sei il capo della centrale operativa, le telefonate le puoi fare da qui. Ma ero talmente agitato che non gli ho risposto. Lui si è allontanato e io sono rimasto lì”. Checcacci da quel momento, da figura secondaria, senza alcuna formazione per gestire l’emergenza, proseguì via radio a fornire risposte e indicazioni generiche ai soccorritori in mare, alla cieca, senza neanche un radar a disposizione. “L’ufficiale tecnico capo sezione operativa fa esercitazioni semestrali in porto. Era addestrato. Conosceva la situazione. Lui (Canacci, ndr) sapeva che i piloti avevano un radar. Se io l’avessi saputo l’avrei fatto plottare (un termine che rimanda al disegno delle mappe, ndr), avrei chiesto di farmi sapere dov’era la nave investitrice”. Ovvero il Moby Prince, che invece sarà dimenticata e trovata per caso un’ora e un quarto dopo l’innesco dell’incendio.

E qui arriviamo alla seconda rivelazione. Poco dopo la prima defezione di Canacci, ha spiegato Lorenzo Checcacci alla Commissione, arrivò in porto il comandante della Capitaneria, Sergio Albanese, proveniente da un party a La Spezia. “Il comandante è rientrato con la macchina di servizio, è andato nella sua abitazione, si è cambiato il maglione ed è andato in mare. Con lui andò anche Canacci quindi la centrale operativa praticamente andò in mare. Pensai che avrebbe diretto le operazioni di soccorso – ha concluso Checcacci – E invece non andò così”. Da allora infatti né Albanese né Canacci dettero alcun ordine, come noto dagli atti processuali, quindi il coordinamento del soccorso pubblico fu omesso, lasciando l’ufficiale di ispezione a gestire le comunicazioni radio senza una guida. Ne conseguì che il fortuito ritrovamento del traghetto Moby Prince portò al recupero di un solo naufrago e le prime spontanee operazioni di spegnimento dell’incendio – che dal greggio innescato a pelo d’acqua aveva risalito le fiancate del traghetto entrando negli spazi interni dov’erano radunate le persone in attesa di soccorso – furono avviate da un rimorchiatore solo all’1 di notte, casualmente.

Checcacci fornisce così la notizia inedita alla Commissione: “Questa cosa non era nuova, successe altre volte. Conosco il comandante (Albanese, ndr) da quando era in servizio a Cagliari come vice comandante e poi è stato reggente per qualche mese. […] Era una sua prassi: ogni volta che c’era qualche emergenza, che c’era pericolo, puzza di bruciato, lui usciva in mare, per condividere i rischi dei suoi uomini assieme ai suoi uomini, però se andava male quelli che erano rimasti in Capitaneria erano affari loro”. Di questa prassi presunta del comandante Albanese ci sarebbe più di una traccia e ci sarebbero altri testimoni, ha chiarito Checcacci: “Era già successo ad esempio con la nave Klearchos ad Olbia. Lui era comandante – ha precisato in audizione -. Lasciò il comandante Mastrobuoni in Capitaneria che dovette decidere che questa nave affondasse nonostante avesse dei fusti tossici. Poi la Corte dei Conti se la prese con lui, comandante in seconda, per danno erariale dato che dovettero recuperare i fusti” ha concluso Checcacci.

Albanese non potrà difendersi in prima persona da queste accuse: è morto il 10 marzo 2023 all’età di 88 anni, da incensurato. Tuttavia aveva ricordato con soddisfazione proprio alla prima Commissione d’inchiesta sul Moby Prince (che lavorò in Senato dal 2015 al 2018) che rispetto al disastro della nave Klearchos, evocata da Checcacci, ricevette “un encomio solenne per aver coordinato il recupero delle merci pericolose che erano affondate”. Marina Militare e Corpo delle Capitanerie di Porto gli assicurarono anche la promozione a contrammiraglio il 25 maggio 1991, poco più di un mese dopo la strage di Livorno, quando ancora le famiglie di due vittime non erano riuscite a riconoscere i loro cari e si attendevano gli esiti della perizia medico legale che avrebbe determinato, con la stima dei tempi di sopravvivenza dei 140, se la responsabilità della loro morte dovesse ricadere anche sui soccorsi mancati.

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mercoledì 8 aprile 2026

Il miraggio della tradizione - Michele Agagliate

Ogni anno, mentre la primavera si riaffaccia e le campane annunciano la Pasqua, l’Italia si prepara a celebrare uno dei suoi riti gastronomici più radicati, quasi immutabile nel tempo. L’agnello torna a occupare il centro della tavola come se la sua presenza fosse un elemento architettonico necessario della festa, una consuetudine che non richiede spiegazioni. La parola “tradizione” viene sollevata come uno scudo dorato, una barriera che blocca ogni tentativo di riflessione critica e che santifica una scelta alimentare che, se osservata con lenti diverse, rivela contorni decisamente meno celebrativi. Questa parola magica chiude il discorso prima ancora che possa nascere un interrogativo: si è sempre fatto così, dunque è giusto continuare a farlo.

Eppure, dietro questa facciata di convivialità e calore familiare, si nasconde una realtà fatta di numeri crudi e di una sofferenza programmata su scala industriale che troppo spesso scegliamo di non guardare. Se proviamo a squarciare il velo della narrazione bucolica, ci accorgiamo che la richiesta stabile e prevedibile di questo periodo alimenta una filiera del sacrificio che non ha nulla di spirituale. Parliamo di circa due milioni di creature che ogni anno, in Italia, vengono macellate per rispondere a una domanda che si impenna proprio nei giorni della “rinascita”. La maggior parte di questi animali sono in realtà neonati, piccoli che hanno trascorso sulla terra appena venti o trenta giorni, giusto il tempo di essere strappati alle madri per garantire al mercato quella carne bianca e tenera che la tradizione esige. È un paradosso atroce: celebriamo la vita e la risurrezione mettendo nel piatto il corpo di un individuo che non ha avuto nemmeno il tempo di conoscere il pascolo o la luce del sole in modo pieno.

Ma il problema non si esaurisce entro i confini nazionali. La macchina del consumo pasquale è così vorace da richiedere massicce importazioni dall’estero, specialmente dall’Europa centro-orientale, in particolare da nazioni come la Romania e l’Ungheria. È qui che la “zona grigia” del nostro consumo diventa ancora più opaca. Questi agnelli, esseri senzienti e spaventati, vengono stipati in tir a più piani per viaggi che possono durare trenta, quaranta ore. Immaginiamo per un momento la realtà di questi trasporti: chilometri di asfalto percorsi in condizioni di sovraffollamento, spesso senza accesso adeguato all’acqua, con i piccoli che chiamano madri che non risponderanno mai. È una parte del processo che raramente entra nel discorso comune, perché ammettere l’esistenza di questo calvario renderebbe il pranzo pasquale indigesto per chiunque conservi un briciolo di empatia. È un costo invisibile che viene pagato da creature nate con il solo scopo di essere consumate in un picco di mercato stagionale.

A questo scenario di sofferenza individuale si aggiunge un carico ambientale che non possiamo più permetterci di ignorare, specialmente in un’epoca di crisi climatica conclamata. Gli Ovis, in quanto ruminanti, partecipano a quel sistema di allevamento intensivo che è tra i maggiori responsabili delle emissioni di gas serra. La produzione di metano, un gas che ha un potere riscaldante molto più incisivo dell’anidride carbonica nel breve termine, e l’enorme consumo di risorse idriche — si stima che servano circa novemila litri d’acqua per produrre un solo chilo di carne ovina — rendono questa tradizione un lusso insostenibile per il pianeta. Non è solo una questione di cosa mangiamo, ma di quanto quel cibo pesi sull’ecosistema che dovremmo proteggere. Eppure, nel dibattito pubblico, l’impatto ambientale delle nostre abitudini festive viene quasi sempre derubricato a dettaglio trascurabile, sommerso dal rumore delle ricette tipiche.

La cosa più curiosa, e forse la più triste, è come tutto questo conviva senza attriti con il significato simbolico che l’agnello riveste nella nostra cultura. Lo riconosciamo universalmente come l’animale dell’innocenza, della mitezza assoluta, della purezza che si offre senza resistere. È l’icona del sacrificio divino, un’immagine che ispira tenerezza e devozione in milioni di persone. Ma nel passaggio dalla simbologia alla pratica, quel significato sembra evaporare, svuotarsi di ogni sostanza etica. L’agnello smette di essere il simbolo della vita innocente da proteggere e diventa merce, un ingrediente tra i tanti, un oggetto da smembrare e cucinare. Questa scissione cognitiva ci permette di commuoverci davanti a un’immagine sacra e, un istante dopo, di consumare il corpo reale di quell’innocenza senza avvertire alcuna contraddizione.

Non è una gara a chi è più coerente, né un tentativo di moralismo sterile. È una questione di onestà intellettuale. Oggi, a differenza dei secoli passati, non siamo spinti dalla necessità di sopravvivenza. La nostra non è una scelta obbligata dalla fame, ma una preferenza culturale che possiamo decidere di modificare in qualunque momento. Questa libertà cambia radicalmente il peso della nostra responsabilità. Continuare a seguire una tradizione che richiede il massacro sistematico di cuccioli e il logoramento delle risorse ambientali, quando abbiamo infinite alternative etiche a disposizione, non è più un gesto neutro. È una scelta politica e morale che compiamo ogni volta che facciamo la spesa.

In ultima analisi, il punto non è semplicemente convincere qualcuno a cambiare dieta per spirito di appartenenza a una fazione. Il vero obiettivo è capire se quel gesto, l’atto di consumare un agnello a Pasqua, venga fatto con una reale consapevolezza di ciò che sta dietro il piatto: il viaggio nel freddo, lo strappo dalla madre, la paura nel macello e l’impronta ecologica lasciata sul mondo. Perché tra un gesto compiuto per inerzia e uno compiuto con gli occhi aperti, anche se all’apparenza il risultato sembra lo stesso, passa una differenza abissale. Riconoscere l’agnello come individuo, e non come pietanza, è il primo passo per trasformare la Pasqua da una celebrazione del sacrificio a una reale festa della vita, dove la rinascita non sia solo una parola antica, ma una pratica quotidiana di rispetto per ogni essere vivente.

Tra il sacro e il macello, alla fine, cambia solo il racconto che ci facciamo per stare tranquilli.

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martedì 7 aprile 2026

Morti sul lavoro e per fame: le guerre feriali che troppo spesso passano inosservate - Mauro Armanino

Mamour Mbow Pape, operaio senegalese di 22 anni, è morto sul lavoro a Caselle di Selvazzano, nella cintura industriale di Padova. Studente lavoratore da circa due anni in una ditta specializzata nella lavorazione della lamiera metallica.

Moustafa è cresciuto assieme a lui a Rufisque, principale porto del Senegal prima che si creasse quello di Dakar. L’amico racconta che Mamour era un “ragazzo d’oro, tutto casa, lavoro e studio, Amava la lingua italiana e voleva impararla al meglio e il prima possibile così da conquistare una propria autonomia”. Invece sappiamo che non è andata così. La guerra del lavoro, una guerra feriale che uccide nel nostre Paese in media tre persone al giorno, scivola inosservata dopo qualche effimera parola di rammarico e di circostanza.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel suo rapporto, stima che quasi tre milioni di lavoratori muoiono ogni anno a causa di infortuni e malattie professionali. La maggior parte dei decessi, secondo l’analisi, deriva da malattie professionali e gli incidenti sul lavoro rappresentano 330.000 decessi.

Tornano nelle cronache quotidiane le stesse espressioni. Precipita dal tetto di un capannone nel Barese, muore operaio 30enne. Siamo nella zona industriale di Modugno dove la vittima stava lavorando sul terrazzo di un capannone industriale, prima di una caduta di 6 metri. Lascia la moglie e il figlio piccolo, commenta l’articolo del giornale.

Un operaio di 39 anni questa mattina è rimasto vittima di un incidente sul lavoro a San Francesco al Campo, nel Torinese, ricorda la nota. Stando a quanto ricostruito la vittima si trovava sul luogo di lavoro per opere di potatura insieme a un collega. Quest’ultimo si trovava sull’albero, imbragato, intento a compiere la potatura con motosega, quando un ramo si sarebbe spezzato colpendo alla testa il compagno di lavoro che si trovava ai piedi dell’albero.

Un operaio di 24 anni ha perso la vita in un incidente sul lavoro avvenuto nella tarda mattinata a Nocera Inferiore (Salerno), segnala un altro titolo. La vittima era originaria di Sarno e lavorava in un’officina che si occupa della riparazione di camion. Secondo una prima ricostruzione il giovane si trovava tra due mezzi che erano in riparazione quando una terza motrice avrebbe urtato uno dei due mezzi fermi, spingendolo sulla vittima. L’impatto non ha lasciato scampo all’operaio. Morti feriali la cui lista sparisce in fretta dai notiziari quotidiani per la vergogna.

C’è poi l’altra guerra feriale, implacabile, silenziosa, invisibile perché riguarda solo i poveri. Ogni giorno, secondo Action Aid International Italia, circa 24mila persone muoiono a causa della fame o per malattie collegate alla malnutrizione. Oltre 773 milioni di persone soffrono la fame. L’impatto sui bambini, i quali rappresentano i tre quarti delle vittime sotto i cinque anni, è incalcolabile. Per l’organizzazione Save the Children il 2025 è stato un anno devastante per milioni di bambini, intrappolati nelle guerre. Oltre 60 milioni di loro soffrono la fame, dichiara la direttrice generale dell’Ong, mentre 11 milioni sono al limite della sopravvivenza.

Quasi la metà dei decessi infantili, circa 2,5 milioni l’anno, è riconducibile alla malnutrizione. La causa principale sono i conflitti armati, l’instabilità politica e il sistema economico in relazione anche alla gestione delle filiere alimentari. Le situazioni estreme si concentrano in Africa subsahariana e nell’Asia meridionale. Sappiamo per esperienza che in ogni bambino si potrebbe nascondere un messia, un profeta, un re o una regina come quella di Saba con le sue ricchezze.

Ousmene Diene, presidente dell’associazione dei senegalesi di Padova, dopo un breve incontro col padre di Mamour Mbow Pape, afferma: “Ci siamo solo abbracciati piangendo a vicenda perché il dolore che si prova in questi momenti è devastante. Lui ha lavorato col figlio per sei mesi e per questo non riesce a darsi pace. Io sono arrivato con il padre in Italia e non è possibile morire così”. Quanto a Mor Mbow, padre dell’unico figlio morto in fabbrica, commenta il suo decesso così: “Allah mi ha dato la fortuna di poterlo vivere, ma ora se l’è ripreso”. Antiche parole di una saggezza, anch’essa, feriale.

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sabato 28 febbraio 2026

L’ Auschwitz degli animali

 

Il 27 Aprile 1940, il capo delle SS e della polizia tedesca, Heinrich Himmler, ordino’ la costruzione di quello che sarebbe divenuto il piu’ famoso dei campi di concentramento/sterminio nazisti, situato vicino alla citta’ di Oswiecim, in Polonia. La costruzione consisteva di tre campi principali, suddivisi in 45 unita’.
Si chiamava Auschwiz.

Le camere a gas ed i crematori erano situati ad Auschwiz II (Birkenau).

TRASPORTI

Dal marzo 1942 fino alla liberazione operata dalle truppe sovietiche (27 gennaio 1945), treni contenenti migliaia di ebrei, provenienti dai Paesi occupati in Europa continuarono ad arrivare ogni giorno alla stazione di Auschwitz-Birkenau, chiamata rampa. Rapiti dalle loro case dai soldati nazisti, gli ebrei venivano trasportati, in affollati carri bestiame, spesso senz’acqua ne’ cibo, in viaggi che potevano durare fino a tre settimane. Durante il trasporto, spesso si verificavano incidenti, e in molti giunsero ai campi quasi morti o in condizioni che li rendevano incapaci di lavorare. I nazisti uccidevano queste persone sparandogli.

Per chi non era la’, e’ difficile immaginare le sofferenze fisiche e psicologiche provocate dai lunghi viaggi che portavano ai campi di concentramento. Molti di noi, giustamente, oggi reagiscono con orrore a queste descrizioni. Nonostante cio’, gli US continuano a sottoporre non centinaia, ma 25 milioni di animali senzienti al giorno a trasporti altrettanto barbarici, crudeli e disumani. E’ estremamente frequente e considerato una routine che questi animali muoiano di fame, freddo o a causa di altre forme di maltrattamento. Attualmente non esistono leggi a protezione degli animali che giungono a destinazione in condizioni che li rendano incapaci di camminare; essi vengono generalmente trascinati fuori dai camion usando delle catene, per essere macellati o abbandonati ad agonizzare per ore o giorni prima che sopraggiunga una morte liberatoria.

SELEZIONE

Non appena giungevano a Birkenau, ai prigionieri veniva ordinato di lasciare i propri bagagli sul treno e mettersi in fila sulla banchina. Durate un processo chiamato Selektion, coloro che gli ufficiali delle SS ritenevano abbastanza sani e adatti per i lavori forzati venivano separati da quelli considerati inadatto al lavoro. I sopravvissuti hanno descritto scenari terrificanti: le famiglie venivano separate e i bambini troppo giovani per lavorare venivano strappati urlanti dalle braccia delle madri. Cio’ che di meglio una madre terrorizzata poteva sperare in questa situazione era che le fosse riconosciuto il diritto di morire insieme ai propri figli. I giovani, i vecchi, i malati, i disabili e chi era psicofisicamente esausto, venivano generalmente uccisi entro poche ore dall’arrivo.

Nei mattatoi, gli animali ”inutili” vengono separati da quelli ”utili” e scartati in una maniera altrettanto barbarica ed atroce. I pulcini maschi nati dalle galline da cova (inutili perché non produrranno mai uova) vengono separati dalle loro sorelle per essere gettati ancora vivi in appositi trituratori. Allo stesso modo, i vitelli maschi (inutili per l’industria casearia perché non possono produrre latte) vengono strappati alle madri fin dalla nascita per essere torturati per l’intero corso dellla loro breve esistenza, costretti all’isolamento in gabbie troppo strette anche solo per girare su se stessi. Questi vitelli verranno alimentati intenzionalmente con una dieta carente per provocare in essi l’anemia, impedendo la produzione di emoglobina e privandone i muscoli dell’apporto adeguato di sangue e ossigeno, per produrre una qualita’ più bianca delle loro carni, gradita ai consumatori. L’industria della carne, probabilmente il ramo più crudele dell’allevamento di animali, è strettamente legata all’industria casearia, e perciò all’acquisto e consumo di latte, formaggio ed altri prodotti dei caseifici.

LAVORI FORZATI

Il cancello d’ingresso di Auschwitz era sovrastato da un cartello con scritto “ARBEIT MACHT FREI”: Il lavoro rende liberi.
Non e’ chiaro se Rudolph Höss, il comandante del campo, considerasse questa una beffa o un qualche stupido tipo di messaggio spirituale; in ogni caso, la promessa non veniva mantenuta. L’aspettativa di vita di chi lavorava ad Auschwitz era al massimo di quattro mesi. Diverse fabbriche tedesche ubicate in Polonia utilizzarono un grande numero di operai schiavizzati prelevati dal campo di Auschwitz, che spesso lavoravano per turni della durata di 20 ore al giorno, sette giorni alla settimana, ai quali veniva fornito poco o nessun cibo. Quando questi operai divenivano troppo deboli per mantenersi efficienti, venivano rapidamente uccisi e sostituiti.
Altri erano costretti a lavorare all’interno dei campi. Un’operazione che veniva chiamata kanada consisteva nel pulire i vagoni – raccogliendo i possessi personali rimasti a bordo (per spedirli in Germania) e rimuovendo i resti di coloro che non erano sopravvissuti al viaggio. Sonderkommando era il nome che veniva dato all’operazione di rimozione delle spoglie e d’incenerimento nei crematori delle migliaia di persone quotidianamente assassinate nelle camere a gas. A volte gli incaricati di questo lavoro dovettero cremare i resti dei propri familiari. All’interno dei campi, la Selektion avveniva senza preavviso, eliminando periodicamente i reclusi divenuti troppo deboli per poter essere considerati utili. Inoltre, anche coloro che riuscivano a mantenersi in forze venivano sterminati dopo pochi mesi di prigionia, per evitare che tra i prigionieri circolassero troppe informazioni.

I nazisti riuscirono a costringere i loro prigionieri a fare cose che nessuna persona in nessuna immaginabile condizione potrebbe compiere volontariamente.
Forse la falsa promessa fatta da Rudolph Höss convinse alcuni che, se avessero collaborato, avrebbero avuto risparmiata la vita. Sebbene alcuni prigionieri riuscirono a fuggire dai campi di concentramento (e molti altri morirono nel tentativo di fuggire) e sebbene sollevazioni e rivolte (la piu’ famosa fu quella del Sonderkommando, che porto’ alla distruzione del crematorio) ebbero luogo, la silenziosa obbedienza alle piu’ perverse e terrificanti pretese dei nazisti rappresento’ la norma, piu’ che l’eccezione.
Il terrore, la brutalita’ e la costante minaccia di morte e tortura, le tattiche usate dai nazisti per garantirsi l’obbedienza da parte dei lavoratori schiavizzati, vengono ancor oggi usate allo stesso modo contro gli animali, per costringerli a lavorare nei circhi ed in altri spettacoli.
Alcuni sostengono che gli animali siano felici di esibirsi perche’ desiderano fare contenti i loro proprietari. Naturalmente questo e’ vero; come i prigionieri di Auschwitz, essi sono spinti a questi comportamenti dal costante terrore di cio’ che verrebbe fatto loro qualora disobbedissero. Purtroppo non esiste alcuna forma di ricompensa, neppure per il piu’ alto livello di obbedienza che questi animali schiavizzati possano raggiungere.
Cosi’ come avveniva nelle fabbriche tedesche in Polonia, sostituire con altri gli animali sovraccaricati di lavoro e malnutriti fino alla morte, viene generalmente considerato piu’ economico che garantire la salute ed il benessere delle singole creature.

ESPERIMENTI

Josef Mengele, ricercatore medico, giunse ad Auschwitz nel Maggio del 1943.

Che sia stato assegnato al reparto Selektion o no, Mengele viene ricordato come una presenza ubiqua sulla rampa, alla ricerca costante di gemelli, nani, giganti, e di chiunque altro presentasse tratti ereditari inusuali, sui quale avrebbe potuto condurre esperimenti. Era particolarmente affascinato dai gemelli, e con un’inesauribile disponibilita’ di soggetti (sono stati calcolati 3000 gemelli in 2 anni), l’unico limite per la sua sperimentazione era l’immaginazione. Il sangue veniva prelevato quotidianamente, in quantita’ tali da portare alla morte entrambi i gemelli.
A volte sperimentava massicce trasfusioni di sangue tra gemelli. Iniettava potenti prodotti chimici, che provocavano dolore e cecita’, direttamente negli occhi, nel tentativo di cambiare il loro colore e renderli azzurri. Malattie mortali, come il tifo e la tubercolosi, venivano indotte in uno solo dei gemelli. Quando questi moriva, veniva ucciso anche l’altro e si procedeva all’autopsia per determinare gli effetti della malattia.
Altre volte uccideva i gemelli congelandoli, o sottoponendoli a esperimenti d’isolamento prolungato. Normali gemelli venivano cuciti uno all’altro per creare artificialmente dei siamesi. Da gemelli di sesso opposto, a volte pretendeva una gravidanza incestuosa. Rimozioni sperimentali d’organi, amputazioni e castrazioni non prevedevano anestesia.

JOsef Mengele, secondo solo allo stesso Hitler, e’ probabilmente il gerarca nazista universalmente piu’ disprezzato. Le migliaia di torture che mise in pratica nei suoi esperimenti dimostrano una natura disturbata e un totale disprezzo per il valore sia degli individui che della vita stessa. Era probabilmente consapevole che i suoi esperimenti non avevano alcun valore scientifico e sembra li abbia compiuti solo per divertimento, o a giustificazione del proprio ”lavoro”.
Il mondo accolse con orrore le notizie degli orrori perpetrati da Mengele. Anche se riusci’ a nascondersi per il resto della sua vita in Argentina, Mengele verra’ ricordato per sempre come un criminale di guerra, e le sue atrocita’ condannate come pura malvagita’.

Sfortunatamente, il sadismo e la malvagita’ non sono scomparse dalla scienza medica insieme a Mengele. Nei laboratori di tutto il mondo, centinaia di milioni di animali senzienti (compresi cani, gatti e primati) vengono ancora oggi sottoposti ogni anno a esperimenti ,crudeli e inutili quanto quelli di Mengele. Nonostante la promessa di cure miracolose, i risultati cui e’ giunta fino ad oggi la vivisezione (cioe’ la sperimentazione cruenta su animali vivi) va dal nulla al fuorviante (farmaci che non avevano avuto effetti collaterali sugli animali, ad esempio, hanno causato devastanti difetti alla nascita, nei figli degli umani che ne facevano uso). Nonostante cio’, la ricerca medica continua spesso a portare avanti queste inutili, ridondanti pratiche, ignorando la disponibilita’ di metodi d’indagine piu’ affidabili, evoluti, e di minor spesa, come ad esempio le colture di cellule o i modelli computerizzati. Motivo? La vivisezione garantisce guadagni maggiori.

MATTATOI

Ad Auschwitz, la morte veniva dispensata sotto molte forme.

Numerosi prigionieri venivano fucilati e i loro corpi seppelliti in enormi fosse comuni o semplicemente accatastati all’aperto uno sull’altro.
Nei casi in cui la fucilazione non portava immediatamente alla morte, le vittime sanguinanti sopravvivevano talvolta per ore nelle fosse comuni, fino a quando non soffocavano a causa dei corpi che continuavano ad essere deposti su di loro.
Si dice che Mengele preferisse uccidere iniettando direttamente nel cuore del cloroformio e molte delle sue vittime vennero assassinate in questo modo. Lo strumento piu’ ampiamente utilizzato per uccidere furono le camere a gas.
A Birkenau ne vennero costruite quattro, ciascuna delle quali permetteva di uccidere 6.000 persone al giorno. Queste camere erano state progettate in modo da ricordare delle docce, per ingannare i prigionieri appena giunti alla rampa, dicendo loro che si trattava soltanto di un procedimento necessario per la disinfestazione del campo.
Introdotte le vittime nelle camere, queste venivano riempite con un gas chiamato Zyclon B (originariamente adoperato come insetticida). Per coloro che si trovavano vicini alle ventole dalle quali penetrava il gas, la morte sopraggiungeva rapidamente; quelli piu’ lontani e’ probabile che agonizzassero per diversi minuti prima di morire, pienamente coscienti di cio’ che stavano subendo. Spesso le vittime venivano costrette nelle camere a gas in cosi’ gran numero, che anche dopo la morte i loro corpi rimanevano in piedi, schiacciati uno vicino all’altro.

Alcuni tra coloro che mangiano carne, cercano di giustificare l’industria alimentare ed i macelli sostenendo che ”e’ naturale” che i predatori uccidano le proprie prede. Sebbene sia ovvio che nelle nostre vite, sotto tutti gli altri aspetti – dall’uso degli aerei e dei computer fino al sistema economico ed ai governi – ci siamo parecchio allontanati dalla natura, quest’argomentazione ipotizza che in un solo ed unico aspetto saremmo incapaci di allontanarci dalle abitudini dei nostri piu’ lontani progenitori. Quest’ipotesi dimostra senza dubbio una percezione ingenua dell’umanita’ e della sua capacita’ di superare le costrizioni ‘naturali’.
I metodi di uccisione adottati dagli umani non hanno, tra l’altro, nulla di ”naturale”. In ”natura”, i predatori intraspecifici possono uccidersi tra loro combattendo per il territorio, per l’accoppiamento o per le risorse alimentari. Ben lontani dall’essere un’eccezione, gli umani, nel corso della storia, si sono dimostrati la piu’ assetata di sangue ed assassina tra tutte le speci. L’assassinio, percio’, dovrebbe essere considerato ”naturale”, ma noi non lo assolviamo, ne’ lo accettiamo come una parte necessaria di cio’ che siamo. Nessuna persona sensata definirebbe le camere a gas di Birkenau ”naturali”, inevitabili o accettabili come fatalita’ occasionali risultanti da competizioni intraspecifiche paragonabili a quelle che avvengono in natura.
Non c’e’ maggior logica nel collegare l’efficenza assassina di un predatore selvatico con le catene di montaggio della morte degli allevamenti intensivi e dei moderni mattatoi. Ne’ il genocidio dell’Olocausto ne’ gli allevamenti intensivi, semplicemente, hanno precedenti in natura.
La parola ”allevamento” fa pensare la maggior parte di noi a idilliache immagini di vita in campagna: galline che razzolano nella terra, mucche che ruminano tranquillamente, maiali che si godono un bagno di fango all’ombra di una collina. La morte, in queste piacevoli fantasie, sopraggiunge attraverso un proiettile ben mirato al centro della testa da un contadino gentile; e’ pietosa, veloce ed indolore, e avviene al termine di un’esistenza gioiosa spesa all’aria aperta. In realta’, il 90 percento degli animali allevati per l’industria alimentare negli allevamenti intensivi e’ fortunato se vede la luce del giorno almeno una volta nel corso della propria vita.
La loro esistenza si svolge al chiuso, stipati talmente strettamente da rendere impossibili i loro movimenti normali. E’ impossibile mantenere un livello igienico adeguato in un cosi’ gran numero di animali, ed essi spendono la proprie vite a contatto delle proprie deiezioni.
Ai polli vengono tagliati i becchi, senz’alcuna anestesia, per impedire che si becchino a vicenda fino ad uccidersi, nel futile tentativo di sfuggire ai tormenti che infliggiamo loro.
Nonostante siano nutriti con numerosi antibiotici, le malattie rappresentano circa il 20 percento delle cause di morte. Anche per la minuta percentuale di animali allevati in condizioni meno intensive (”free range”), la macellazione rappresenta una prassi brutale.
Aspettando allineati il proprio turno, gli animali sentono, vedono e odorano la morte di quelli che vengono uccisi prima di loro. Lo stordimento elettrico che dovrebbe garantirne l’anestetizzazione, risulta inefficace circa il 40 percento delle volte. A questi animali viene tagliata quindi la gola mentre sono pienamente coscienti.

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domenica 8 febbraio 2026

Siamo pronti alla morte… - Andrea Segre

“Siamo pronti alla morte l’Italia chiamò”, canta Laura Pausini, interpretando l’inno nazionale di Goffredo Mameli, nella serata inaugurale dei Giochi Olimpici Milano-Cortina e nel suo volto c’è tutta la disperazione, la violenza, la bestialità, l’immenso dramma che questa frase orrenda dell’inno nazionale porta con sé.

Per secoli milioni di esseri umani sono stati trucidati in nome delle diverse patrie a favore di re, papi, generali, duci , zar, cavalieri e manager. E così sembriamo destinati ad essere ancora, a ucciderci per difendere e offendere le nostre differenze e per difendere e proteggere i nostri padroni. Finché non ci libereremo di questo immenso inganno, non vivremo mai nella giustizia.

Le Olimpiadi Milano-Cortina rimarranno nella storia come edizione piena di sangue e ipocrisia.

Non so se Laura Pausini lo abbia fatto volontariamente o meno, ma la ringrazio, perché con la sua espressione ha portato nel cuore della grande e impietosa farsa cerimoniale delle Olimpiadi l’unica necessaria verità, l’intreccio orribile tra orgoglio nazionalista e disperazione, tra patriottismo e violenza, tra esaltazione identitaria e guerra. La maschera di sconvolto, disperato ed esaltato dolore di Laura Pausini è icona marmorea del dramma infinito dell’umanità, che nulla potrà sperare finché rimarrà asservita e trucidata dagli interessi militari delle oligarchie nazionaliste.

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mercoledì 17 dicembre 2025

Un musulmano disarmato ferma il massacro di Sydney: forse esiste un Dio delle piccole cose - Jacopo Fo

 

Ancora bambini uccisi. Davanti all’orrore di quello che è successo in Australia con 15 morti, 42 feriti, c’è da chiedersi se questo universo ha un senso. Come si può immaginare che esiste un Dio che permette che accadano ancora, ancora e ancora questi orrori? E per giunta spesso questi orrori sono compiuti nel nome di Dio. Assassini che credono che Dio abbia ordinato loro di uccidere uomini, donne e bambini. Però ci sono dei particolari che ti lasciano interdetto, che ti possono far nascere delle domande.

Durante l’assalto di questi due pazzi criminali un uomo, Ahmed al Ahmed, 43enne, un fruttivendolo un po’ sovrappeso, che non aveva mai toccato un’arma in vita sua, si avvicina alle spalle di uno dei massacratori e lo afferra, riesce a disarmarlo, gli punta addosso la sua arma e non spara. Questo attentatore sembra stupito di non essere ammazzato e lo vedi crollare… non sa se deve scappare, contrattaccare… Ecco, il coraggio di quest’uomo, di affrontare a mani nude un pazzo armato fino ai denti… mentre l’altro attentatore, il padre del primo, gli spara da un ponticello sopraelevato e poi viene colpito alla mano e al braccio.

Ecco, questo eroismo, questo essere umano che non si piega alla logica dell’interesse, a quello che conviene fare, alla logica delle ideologie… “C’è un pazzo che spara, voglio fermarlo”. E quest’uomo non si è chiesto di che gruppo etnico era la persona che stava aggredendo, di quale religione fosse. Non ha visto ebrei, mussulmani… lui ha visto qualcuno che compiva un abominio e lui, musulmano, ha sentito il dovere di fare qualche cosa. E, guarda caso, lì in quel momento non c’era un italiano, un francese, un indio… c’era un musulmano e questa è una casualità incredibile, un particolare che da solo parla di pace ad israeliti e musulmani e a tutte le persone di buona volontà.

Sarà anche un caso ma è un caso grosso, un caso che mi costringe a pormi delle domande anche se non credo in un Dio. Questo universo ogni tanto sembra avere un senso. Viene da sospettare che esista un Dio che non ha la capacità di impedire gli orrori, che non è onnipotente. Un Dio minore, che ha creato l’universo ma non può gestire tutto, anzi, non deve gestire tutto perché il sogno di questo Dio è che questo universo continui a crearsi, a crescere e riesca a produrre amore. E l’amore non può essere imposto dall’alto da un Dio, l’amore per sua natura non può nascere da un comandamento, deve nascere dentro un cuore, spontaneamente, deve essere generato dalle leggi stesse della fisica e della matematica che hanno generato le galassie e la vita e tutto il resto.

Questo Dio minore non è onnipotente, però ha la possibilità di spostare degli atomi, e magari spostare anche un essere umano di cento metri… perché se quell’uomo, Ahmed al Ahmed, non fosse stato esattamente lì, esattamente in quel punto, quando è iniziato questo massacro orribile non avrebbe potuto attaccare quel pazzo assassino alle spalle. Ed era quel tipo di uomo che poi non gli avrebbe sparato… Quanti esseri umani in più avrebbero ucciso se non ci fosse stato Ahmed al Ahmed? Se il terrorista padre non avesse dovuto smettere di sparare sulla gente che fuggiva per difendere il figlio sparandogli contro, quanti altri esseri umani avrebbe ucciso?

Gli ha sparato ma non è riuscito ad ammazzarlo… che caso anche questo… Ahmed al Ahmed era lì, allo scoperto, in piedi e il terrorista sul ponticello non è riuscito ad ammazzarlo… anche se era vicino ed era bravo a sparare, andava a esercitarsi al poligono, era allenato… Ma quando la tua determinazione viene spezzata da un gesto così forte la tua mira vacilla. Ti tremano le mani.

Osservando la dinamica dei fatti si mettono in fila parecchie coincidenze improbabili. Forse sono solo casualità, forse esiste un Dio delle piccole cose, piccole cose che sono immense. E questo mi ricorda mia madre che quando succedeva qualcosa di bello, quando qualche piccolo particolare di questa realtà che sprizza sangue e dolore da tutti i pori, andava a posto, quando c’era stato un piccolo ritocchino e si era visto che ogni tanto i malvagi deragliano per un granello di sabbia… Allora mia madre sorrideva e diceva: “Eh… Dio c’è, ed è comunista”. Possiamo resistere, insistere e continuare a sperare perché c’è un Dio delle piccole cose?

Buona giornata e buona vita.

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sabato 15 novembre 2025

La “colpa” degli incidenti stradali è dei Cinghiali e dei Cervi sardi?! - GrIG


La notte fra il 7 e l’8 novembre 2025 un medico (Ciriaco Meloni) è purtroppo deceduto in un incidente stradale lungo la strada Sassari – Olbia a causa dell’impatto con un Cinghiale (Sus scrofa meridionalis), anch’esso morto.

Le immediate reazioni da parte di amministratori locali ed “esperti”, riprese ampiamente dai mezzi d’informazione, sono state pressochè univoche nell’invocare campagne di abbattimento massivo degli Ungulati, come se gli incidenti stradali fossero in massima parte dovuti alla fauna selvatica: In Sardegna più di 100mila cinghiali: «Sono pericolosi, incidenti in aumento» – Parla l’esperto. Intervista con Andrea Sarria, il presidente dell’Ordine dei veterinari del Nord Sardegna (Paolo Ardovino, La Nuova Sardegna, 9 novembre 2025), “Rischio incidenti troppo alto: contro cinghiali e animali vaganti servono barriere, dissuasori e abbattimenti”: l’appello di molti sindaci dopo la tragica morte del medico di Bitti (L’Unione Sarda, 8 novembre 2025).

sulla medesima linea, ovviamente, esponenti delle associazioni venatorie.

Parlare di “colpe” degli incidenti stradali da parte della fauna selvatica significa confondere un bicchiere d’acqua con il mare.

Secondo i dati della Polizia stradale, “nel 2022, rispetto al 2021, sono aumentati gli incidenti stradali del 7,4 per cento, che sono stati 69.963 contro i 64.788 dell’anno prima; gli incidenti mortali sono stati 1.345 e le vittime 1.471. Anche questi dati hanno registrato un aumento rispettivamente del 7,5 per cento e del 10,9 per cento”.

Dati in prospettiva confermati dall’ISTAT e dalla triste constatazione che “a livello mondiale gli incidenti stradali rappresentano la prima causa di morte tra i giovani di età compresa tra i 5 e i 29 anni”.

Il Rapporto Statistiche sull’incidentalità nei trasporti stradali 2023 (Ministero Infrastrutture e Trasporti), offre un quadro estremamente chiaro su numeri e cause degli incidenti stradali: “nel 2022 gli incidenti stradali con lesioni a persone in Italia sono stati 165.889, le vittime 3.159 e i feriti 223.475. Ogni giorno, durante l’anno, si sono verificati in media 454 incidenti stradali con lesioni a persone, sono morte 9 persone e ne sono rimaste ferite 612. Rispetto al 2021 aumentano le vittime del 9,9%, i feriti e gli incidenti del 9,2%” (dati ISTAT – Incidenti stradali in Italia).  Dati analoghi nel 2021.

I dati del 2022 (ultimi disponibili) parlano di 493 incidenti causati da “animale domestico o selvatico urtato”, pari allo 0,2% dei 217.527 incidenti stradali avvenuti in Italia.

Nulla in confronto ai 32.701 incidenti causati da “guida distratta o andamento indeciso” (il 15,00%) o ai 29.840 incidenti causati dal mancato rispetto della precedenza o del semaforo (il 13,7%) o ancora 20.316 incidenti causati dalla velocità troppo elevata (il 9,3%).

Ben il 92,4% degli incidenti stradali avvenuti nel 2022 (cioè 201.081 incidenti) è stato causato da comportamento scorretto del conducente o del pedone.

I dati ufficiali riportano, quindi, che nel 2022 gli incidenti causati da “animale domestico o selvatico urtato” sono stati solo 493, lo 0,2% del totale.  In tutta Italia.

Solo nei primi dieci mesi del 2025 i dati (provvisori) ASAPS indicano ben 328 pedoni uccisi sulle strade italiane. 

Tuttavia, nessuno di questi è stato investito da un Cinghiale o da un Cervo.

Non si rinviene lo stesso vigore per richiedere maggiori controlli su automobilisti e guidatori di mezzi pesanti, per esempio.

A parte il fatto che l’incremento delle uccisioni indistinte dei Cinghiali, proprie della caccia e dei piani di abbattimento, non fanno altro che incrementare le popolazioni di Cinghiale, perché fan venire meno l’autocontrollo delle nascite all’interno dei branchi – come ben noto da tempo e opportunamente ricordato in questi giorni dal veterinario Paolo Briguglio (L’esperto: «Aprire la caccia tutto l’anno farebbe aumentare il numero dei cinghiali». Paolo Briguglio, direttore della clinica Duemari: «Incrementando gli abbattimenti non si risolve il problema», La Nuova Sardegna, 9 novembre 2025) – vi sono cospicui fondi pubblici regionali già disponibili da tempo per interventi di tutela della fauna selvatica e del traffico stradale.

Con la deliberazione Giunta regionale n. 52/42 del 23 dicembre 2024 sono stati stanziati 500 mila euro per sostenere gli “interventi sperimentali” dei Comuni di Pula, Guspini, Siliqua, Arbus, Guspini, Laconi per evitare l’attraversamento della viabilità da parte degli ungulati nei rispettivi territori comunali.

Allo stato, tuttavia, pur annunciati da mesi, tali interventi non si vedono, pur essendo le recinzioni alte e robuste, magari anche elettrificate, lungo la viabilità principale e secondaria realtà quotidiana in gran parte d’Europa. 

Così come non si vedono – pur formalmente sollecitati più volte dal GrIG – quelle iniziative semplici, ma efficaci per trattenere nelle zone boscate Cervi e Cinghiali come la realizzazione di erbai e colture in radure per la fauna selvatica, per giunta finanziati con fondi comunitari (es. PSR 2007-013, Misura 214, Azione 3, Intervento 2) e la realizzazione di piccole riserve idriche in zone di bosco e macchia.

Perché Cervi sardi e Cinghiali si spostano a valle fondamentalmente alla ricerca di acqua e cibo nei periodi di siccità.

Ma non sarebbe finalmente ora di affrontare il problema con serietà e buon senso?

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)


come la caccia contribuisce all’incremento dei Cinghiali (forse con un disegnino finalmente si capisce…)

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domenica 2 novembre 2025

La mappa italiana del rischio in bicicletta: più incidenti al Nord, più ciclisti morti al Sud - Eleonora Bufoli

Quanto è pericoloso spostarsi in bici? Dove si registrano più incidenti? Risposte basate sui dati arrivano dal primo Atlante italiano dei morti e dei feriti gravi in bicicletta, realizzato dal Competence centre on anti-fragile territories (Craft) del Politecnico di Milano. Il gruppo di ricerca, guidato da Paolo Bozzuto, docente del dipartimento di architettura e studi urbani del Politecnico, con Fabio ManfrediniEmilio Guastamacchia e Shidsa Zarei, restituisce una mappatura dell’incidentalità ciclistica in Italia. Partendo dai dati Istat sugli incidenti stradali sono state realizzate cinque dashboard interattive e gratuite che riportano dinamiche, numeri, giorni e orari degli incidenti in bici dal 2014 al 2023, su scala comunale, provinciale e regionale. Da qui emerge un fenomeno complesso: il 68,42 per cento degli incidenti in bici è causato dall’impatto con auto, in particolare da scontri frontali-laterali. La regione con più incidenti è la Lombardia, con 41.502 casi, seguita da Emilia-Romagna (30.447) e Veneto (23.139). Ma i numeri si invertono per quanto riguarda la mortalità e il Sud passa in vetta. In media, quasi la metà delle vittime – 43,36% – sono uomini di oltre 65 anni. Le strade più pericolose sono quelle rettilinee a doppio senso, seguite da incroci e rotonde. Giorno nero per i ciclisti è il sabato mattina, con il picco di incidenti registrato tra le 11 e le 12 (oltre 2.400), seguito dal tardo pomeriggio del martedì e del mercoledì (alle 18 si registrano in media 2.265 incidenti). La prima città italiana per tasso di incidenti è Milano, con 10.372 casi (un quarto degli incidenti lombardi) seguita da Roma (3.457) e Padova (3.132) ma quella in cui si muore di più, anche in base al numero di abitanti, è Enna, nel cuore della Sicilia.

L’idea di mappare gli incidenti è nata due anni fa tra i ricercatori del Politecnico di Milano. “Siamo anche ciclisti e in occasione di una delle tante tragedie in città abbiamo deciso di capire meglio il fenomeno” racconta l’architetto urbanista Emilio Guastamacchia. Analizzare questi incidenti significa tuttavia incappare in un ritardo di un anno e mezzo, visto che l’unica fonte è l’Istat e i dati del 2023 sono usciti nella primavera del 2025, arrivati “dalle polizie locali di tutti i comuni, che devono inserire le informazioni sugli incidenti”. Inoltre, solo per il biennio 2022-2023 è possibile geolocalizzare gli incidenti. Dalla ricerca emerge un primo fattore: molti incidenti avvengono in città trafficate e movimentate come Milano e Roma, ma anche in luoghi più piccoli e caratterizzati da un ampio uso della bici, come Padova. Il primato di Milano si può spiegare partendo dalla sua conformazione, essendo una città “molto piccola e densa, con una maglia fitta e una superficie stradale maggiore su cui possono avvenire gli incidenti” spiega Guastamacchia. Dopo il Covid la città ha registrato un incremento dell’uso della bici, “grazie a progetti di ciclabilità importanti, come su Corso Buenos Aires e verso Sesto San Giovanni, e le bike lane, corsie ciclabili tracciate da linee. Questo ha aumentato la ciclabilità ma rimane una città abbastanza pericolosa, per tutti gli utenti della strada”, aggiunge l’urbanista. Se è vero che i numeri più alti sono nelle grandi città, nei piccoli centri del Nord è più diffuso spostarsi in bici e di conseguenza aumenta il tasso di incidentalità. È il caso di Ferrara, che ha alti livelli sia di incidentalità ciclistica (al 21 per cento) che di uso della bici (al 13,5 per cento). “Questo aumenta la possibilità statistica e numerica di incorrere in incidenti” spiega Guastamacchia. La contraddizione riguarda anche altre cittadine del Nord come Ravenna e Bolzano. Se si incrociano questi fattori a livello regionale, a spiccare per uso della bici è l’Emilia-Romagna, in vetta anche per tasso di incidentalità (al 19 per cento), con 3.253 incidenti registrati. Su questo fronte si muovono in direzione contraria le regioni del Sud, che hanno indici di spostamenti in bici ben al di sotto dell’1 per cento, numeri che si trovano anche salendo verso Lazio, Abruzzo e al Nord solo in Liguria.

La mappa cambia ancora se ci si focalizza sul numero di ciclisti che perdono la vita negli incidenti: a colorarsi di rosso sono le regioni del Sud. “Questi numeri mostrano un fenomeno complesso e contraddistinto da molteplici fattori che possono essere la tipologia di strade presenti, le piste ciclabili, la velocità delle auto” spiega il ricercatore. Sul tema delle strade, occorre tener presente che la maggior parte degli incidenti avviene su rettilinei a doppio senso di marcia. Non è dunque il maltempo a provocare gli incidenti, visto che in 141.012 casi sono avvenuti su strade asciutte e con il cielo sereno, quanto lo stato delle strade, la loro larghezza e la velocità di auto e moto. In media lo scontro con l’auto è la casistica più diffusa – tanto da provocare in tutto 112.544 incidenti813 ciclisti morti e 79.456 feriti – tuttavia la percentuale scende nella prima regione per numero di incidenti, la Lombardia e cresce al Sud: in Calabria supera il 70 per cento, in Sardegna il 73 per cento, in Puglia oltre il 77 per cento, contro la media nazionale del 68 per cento. “Ci sono regioni nel Nord dove ci sono più feriti, mentre il Sud si contraddistingue per indice di mortalità” evidenzia Guastamacchia. A seconda che si tratti di feriti o morti, le varie regioni si colorano di giallo o rosso. Se l’indice di lesività maggiore lo registrano Basilicata, Trentino-Alto Adige e Veneto, per la mortalità invece è il Sud a raggiungere un livello medio, con picchi di rosso. Partendo da Latina, l’indice diventa più scuro nelle province di Caserta, Campobasso e Foggia. Maglia nera è la Calabria, con Vibo Valentia che registra il 12 per cento di mortalità, ben al di sopra della virtuosa Reggio Calabria, ferma all’1,43 per cento. Anche la Sicilia vive una situazione frammentata, tra la mortalità bassa della media regionale (all’1,94 per cento) e il rosso scuro di Enna, che con il suo 17,65 per cento ottiene il primato nazionale. Questi indici ribaltano la situazione della prima regione per numero di incidenti, la Lombardia, che ha il 97 per cento di lesività ma appena l’1 per cento di mortalità…

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