
Per la memoria di Fabrizio, perché nessuno e nessuna si trovi mai più nella terribile posizione del suo collega, per la nostra vita e per la nostra dignità.

Per la memoria di Fabrizio, perché nessuno e nessuna si trovi mai più nella terribile posizione del suo collega, per la nostra vita e per la nostra dignità.
Tira sempre una brutta aria in città. E’ quanto risulta dai dati del primo trimestre 2026 appena
pubblicati da Isde Italia in collaborazione con l’Osservatorio Mobilità Urbana
Sostenibile di Kyoto Club e Clean Cities Campaign, che monitora la qualità
dell’aria attraverso 58 centraline di traffico e di fondo
urbano in 27 città, utilizzando i dati delle reti regionali ARPA/APPA.
Vediamoli in estrema sintesi, con riferimento ai vari inquinanti
riscontrati in questo periodo, iniziando dal particolato (PM 10 e PM 2,5) e
cioè dalle particelle che si formano nell’aria e possono avere conseguenze,
anche gravi, per la nostra salute. Le situazioni più preoccupanti sono state
registrate a Milano, Verona, Modena, Padova, Torino, Parma, Brescia, Vicenza e
Bologna dove risultano abbondantemente superati i limiti
fissati a tutela della salute dalla normativa comunitaria nonché quelli
raccomandati dall’Oms. In generale, comunque, non si riscontrano
significativi miglioramenti per questi inquinanti in nessuna
delle città monitorate.
La situazione è ancora più preoccupante se esaminiamo i dati sull’ozono,
prodotto soprattutto dal traffico veicolare, dove in quasi tutte le città
controllate si sono riscontrati superamenti dei limiti, specie a Torino, Milano,
Roma, Catania, Brescia, Bergamo, Vicenza, Modena e
Verona, nelle quali il limite massimo annuale di giorni di superamento
consentiti è già stato abbondantemente superato in soli tre mesi (addirittura
per 80 giorni su 90 considerati).
Insomma, rinviando alla pubblicazione integrale per un quadro più
dettagliato, se pure i dati sono riferiti solo a 27 città, appare evidente più
in generale che ben poco è stato fatto e si sta facendo per
difenderci dall’inquinamento atmosferico specie nelle regioni più a rischio
come quelle del nord, nonostante il diritto alla salute e alla tutela
ambientale abbiano rilevanza costituzionale.
Anche perché, a parte l’andamento meteorologico, le cause dell’inquinamento
atmosferico sono collegate ad attività umane quali impianti
chimici industriali, inceneritori, motori a scoppio degli autoveicoli e
combustioni in genere. Ed è altrettanto certo, del resto, che l’inquinamento
atmosferico può causare, tra l’altro, asma, bronchiti
croniche, ictus, infarti e tumori.
Leggi Anche
Artico imbuto dell’inquinamento: alle Svalbard PFAS in
aumento del 900% nelle renne

Più in particolare, secondo una recente relazione dell’Agenzia europea per
l’ambiente (AEA), in Italia ci sono state 46mila morti premature derivanti
dall’esposizione al particolato; altre 11.300 persone hanno perso la vita a
causa dell’esposizione al biossido di azoto e 5.100 a causa dell’ozono. Per
capirsi meglio, quindi, circa un quinto dell’intera mortalità a livello
Ue si registra in Italia.
Non a caso, del resto, nel 2024 la Ue con la direttiva 2881 ha introdotto,
insieme a nuovi e più stringenti limiti, il diritto dei cittadini ad
essere risarciti per i danni alla salute per la cattiva
qualità dell’aria, dando agli Stati membri tempo fino all’11 dicembre 2026 per
renderlo operativo. Con questa direttiva, in particolare, i cittadini potranno
ottenere un risarcimento dimostrando che il danno alla salute
è stato causato dalla violazione di una serie di regole da parte dell’Autorità
competente, commessa volontariamente o per comportamento negligente e
avranno anche diritto ad agire in giudizio per contestare la legittimità dei
provvedimenti presi dall’Autorità competente o la assenza di essi; come la
localizzazione dei punti di controllo che vanno installati obbligatoriamente per
monitorare gli inquinanti sotto osservazione: particolato (PM), biossido
d’azoto, biossido di zolfo, benzene, monossido di carbonio, piombo, arsenico,
cadmio, nickel, benzo(a)pirene.
Purché sia chiaro che già oggi le leggi di tutela ci sono e sono chiare e
precise ma non vengono rispettate e fatte rispettare. A volte,
purtroppo con l’avallo della magistratura: l’Italia è l’unico paese Ue dove nel
2024 ha visto la luce a Torino, in una delle città più inquinate, una stravagante
sentenza del Tribunale dove si afferma che, se pure vengono superati
i limiti per lo smog, i pubblici amministratori che non intervengono non sono
responsabili in quanto la legge non specifica espressamente questo dovere e
spetta ai giudici dire loro quali provvedimenti adottare in particolare.
E così sono stati prosciolti, senza nemmeno un processo,
amministratori regionali e sindaci della città fra cui Chiara Appendino e Piero
Fassino, e l’ex presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino. Tira
proprio una brutta aria.
Ha atteso
trentacinque anni prima di parlare liberamente Lorenzo Checcacci.
All’epoca della strage del Moby Prince – nel 1991 – era
ufficiale di ispezione della Capitaneria di Porto di Livorno,
l’ente preposto al soccorso pubblico in mare, e fu imputato
nell’unico processo celebrato a Livorno tra il 1995 e il 1997,
finendo assolto perché “il fatto non sussiste” grazie al teorema della “morte
breve” di tutte le 140 vittime, smentito poi nel 2018 dalla prima inchiesta
parlamentare. Checcacci, oggi pensionato settantasettenne, è stato audito
alcuni giorni fa nella nuova commissione parlamentare (la terza) impegnata a
concludere la ricostruzione di quella che è passata alla storia come la più
grande tragedia della marina mercantile italiana dal Dopoguerra. L’ex ufficiale
ai parlamentari ha fornito due particolari inediti su quanto
accaduto in Capitaneria durante le ore drammatiche della notte tra il
10 e l’11 aprile 1991, quando il traghetto della Navarma –
appena partito dal porto di Livorno – centro la cisterna di una petroliera
Agip all’ancora in rada. “C’è da aggiungere qualcosa che non ho detto
quando fui sentito dalla Commissione d’inchiesta del Senato – ha esordito Lorenzo
Checcacci, con la voce rotta dall’emozione -. Fino a quando la Perizia
Bargagna (la consulenza medico legale architrave del teorema della
morte di tutte le vittime in un breve tempo da qui l’inutilità di ogni
operazione di soccorso, ndr) valeva ancora, quanto voglio dire non
aveva valore. Adesso però è diverso. Voglio un minimo di giustizia per
le vittime, per i familiari, per Loris Rispoli”. Il riferimento
è allo storico presidente dell’Associazione 140 familiari delle vittime,
scomparso il 22 novembre 2025 dopo una lunga malattia.
Per
comprendere le due rivelazioni è necessario tornare alla sera
del disastro e alla catena di comando della Capitaneria in caso di emergenza in
mare indicata dalle normative dell’epoca. Checcacci, quale ufficiale di
ispezione, aveva un ruolo secondario in questa catena e non
era formato per gestire emergenze, come quella (peraltro smisurata)
del Moby Prince. Dall’ascolto del canale di soccorso radio di
quella notte, è però sua la voce principale che parla in nome
e per conto della Capitaneria di Porto nelle ore cruciali del mancato soccorso.
Il motivo lo ha spiegato alla Commissione d’inchiesta dopo 35 anni: “Il capo
sezione operativa era Roberto Canacci. E’ reperibile
h24 perché in caso di emergenza deve intervenire e guidare la centrale
operativa – ha spiegato Checcacci – dopo aver allertato i vigili del
fuoco, i rimorchiatori e il comandante in seconda,
lo chiamo a casa […]. Alle 22.45 (venti minuti dopo il may day del
Moby Prince, ndr) arriva, si affaccia: ‘Io sono qui, vado in
ufficio a fare delle telefonate’. E io lì ho sbagliato. Avrei dovuto
minacciarlo di denuncia all’autorità militare per violata consegna:
‘Tu stai qua o ti denuncio’, sei il capo della centrale operativa,
le telefonate le puoi fare da qui. Ma ero talmente agitato che non gli
ho risposto. Lui si è allontanato e io sono rimasto lì”. Checcacci da quel
momento, da figura secondaria, senza alcuna formazione per
gestire l’emergenza, proseguì via radio a fornire risposte e
indicazioni generiche ai soccorritori in mare, alla cieca, senza neanche
un radar a disposizione. “L’ufficiale tecnico capo sezione operativa
fa esercitazioni semestrali in porto. Era addestrato.
Conosceva la situazione. Lui (Canacci, ndr) sapeva che i
piloti avevano un radar. Se io l’avessi saputo l’avrei fatto plottare (un
termine che rimanda al disegno delle mappe, ndr), avrei chiesto di
farmi sapere dov’era la nave investitrice”. Ovvero il Moby Prince,
che invece sarà dimenticata e trovata per caso un’ora e un quarto dopo
l’innesco dell’incendio.
E qui
arriviamo alla seconda rivelazione. Poco dopo la prima defezione di
Canacci, ha spiegato Lorenzo Checcacci alla Commissione,
arrivò in porto il comandante della Capitaneria, Sergio Albanese,
proveniente da un party a La Spezia. “Il comandante è rientrato con
la macchina di servizio, è andato nella sua abitazione, si è cambiato
il maglione ed è andato in mare. Con lui andò anche Canacci quindi la centrale
operativa praticamente andò in mare. Pensai che avrebbe diretto le
operazioni di soccorso – ha concluso Checcacci – E invece non andò così”.
Da allora infatti né Albanese né Canacci dettero alcun ordine, come
noto dagli atti processuali, quindi il coordinamento del soccorso
pubblico fu omesso, lasciando l’ufficiale di ispezione a
gestire le comunicazioni radio senza una guida. Ne conseguì
che il fortuito ritrovamento del traghetto Moby Prince portò al recupero
di un solo naufrago e le prime spontanee operazioni di spegnimento dell’incendio
– che dal greggio innescato a pelo d’acqua aveva risalito
le fiancate del traghetto entrando negli spazi interni dov’erano
radunate le persone in attesa di soccorso – furono avviate da un rimorchiatore solo all’1
di notte, casualmente.
Checcacci
fornisce così la notizia inedita alla Commissione: “Questa
cosa non era nuova, successe altre volte. Conosco il comandante
(Albanese, ndr) da quando era in servizio a Cagliari come
vice comandante e poi è stato reggente per qualche mese. […]
Era una sua prassi: ogni volta che c’era qualche emergenza,
che c’era pericolo, puzza di bruciato, lui usciva in mare,
per condividere i rischi dei suoi uomini assieme ai suoi uomini, però se andava
male quelli che erano rimasti in Capitaneria erano affari loro”. Di
questa prassi presunta del comandante Albanese ci sarebbe più di una
traccia e ci sarebbero altri testimoni, ha chiarito Checcacci: “Era
già successo ad esempio con la nave Klearchos ad Olbia.
Lui era comandante – ha precisato in audizione -. Lasciò il comandante Mastrobuoni in
Capitaneria che dovette decidere che questa nave affondasse nonostante
avesse dei fusti tossici. Poi la Corte dei Conti se
la prese con lui, comandante in seconda, per danno erariale dato
che dovettero recuperare i fusti” ha concluso Checcacci.
Albanese non
potrà difendersi in prima persona da queste accuse: è morto il 10 marzo
2023 all’età di 88 anni, da incensurato. Tuttavia aveva
ricordato con soddisfazione proprio alla prima Commissione d’inchiesta sul Moby
Prince (che lavorò in Senato dal 2015 al 2018) che rispetto al disastro
della nave Klearchos, evocata da Checcacci, ricevette “un encomio
solenne per aver coordinato il recupero delle merci pericolose che
erano affondate”. Marina Militare e Corpo delle
Capitanerie di Porto gli assicurarono anche la promozione a contrammiraglio il
25 maggio 1991, poco più di un mese dopo la strage di Livorno, quando ancora le
famiglie di due vittime non erano riuscite a riconoscere i loro cari e
si attendevano gli esiti della perizia medico legale che
avrebbe determinato, con la stima dei tempi di sopravvivenza dei
140, se la responsabilità della loro morte dovesse ricadere anche sui soccorsi
mancati.
Ogni anno, mentre la primavera si riaffaccia e le campane annunciano la Pasqua, l’Italia si prepara a celebrare uno dei suoi riti gastronomici più radicati, quasi immutabile nel tempo. L’agnello torna a occupare il centro della tavola come se la sua presenza fosse un elemento architettonico necessario della festa, una consuetudine che non richiede spiegazioni. La parola “tradizione” viene sollevata come uno scudo dorato, una barriera che blocca ogni tentativo di riflessione critica e che santifica una scelta alimentare che, se osservata con lenti diverse, rivela contorni decisamente meno celebrativi. Questa parola magica chiude il discorso prima ancora che possa nascere un interrogativo: si è sempre fatto così, dunque è giusto continuare a farlo.
Eppure,
dietro questa facciata di convivialità e calore familiare, si nasconde una
realtà fatta di numeri crudi e di una sofferenza programmata su scala
industriale che troppo spesso scegliamo di non guardare. Se proviamo a
squarciare il velo della narrazione bucolica, ci accorgiamo che la richiesta
stabile e prevedibile di questo periodo alimenta una filiera del sacrificio che
non ha nulla di spirituale. Parliamo di circa due milioni di creature che
ogni anno, in Italia, vengono macellate per rispondere a una domanda che si
impenna proprio nei giorni della “rinascita”. La maggior parte di questi
animali sono in realtà neonati, piccoli che hanno trascorso sulla terra appena
venti o trenta giorni, giusto il tempo di essere strappati alle madri per
garantire al mercato quella carne bianca e tenera che la tradizione esige. È un
paradosso atroce: celebriamo la vita e la risurrezione mettendo nel piatto il
corpo di un individuo che non ha avuto nemmeno il tempo di conoscere il pascolo
o la luce del sole in modo pieno.
Ma il
problema non si esaurisce entro i confini nazionali. La macchina del consumo
pasquale è così vorace da richiedere massicce importazioni dall’estero,
specialmente dall’Europa centro-orientale, in particolare da nazioni come la
Romania e l’Ungheria. È qui che la “zona grigia” del nostro consumo diventa
ancora più opaca. Questi agnelli, esseri senzienti e spaventati, vengono
stipati in tir a più piani per viaggi che possono durare trenta, quaranta ore.
Immaginiamo per un momento la realtà di questi trasporti: chilometri di asfalto
percorsi in condizioni di sovraffollamento, spesso senza accesso adeguato
all’acqua, con i piccoli che chiamano madri che non risponderanno mai. È una
parte del processo che raramente entra nel discorso comune, perché ammettere
l’esistenza di questo calvario renderebbe il pranzo pasquale indigesto per
chiunque conservi un briciolo di empatia. È un costo invisibile che viene
pagato da creature nate con il solo scopo di essere consumate in un picco di
mercato stagionale.
A questo
scenario di sofferenza individuale si aggiunge un carico ambientale che non
possiamo più permetterci di ignorare, specialmente in un’epoca di crisi
climatica conclamata. Gli Ovis, in quanto ruminanti, partecipano a
quel sistema di allevamento intensivo che è tra i maggiori responsabili delle
emissioni di gas serra. La produzione di metano, un gas che ha un
potere riscaldante molto più incisivo dell’anidride carbonica nel breve
termine, e l’enorme consumo di risorse idriche — si stima che servano
circa novemila litri d’acqua per produrre un solo chilo di
carne ovina — rendono questa tradizione un lusso insostenibile per il pianeta.
Non è solo una questione di cosa mangiamo, ma di quanto quel cibo pesi
sull’ecosistema che dovremmo proteggere. Eppure, nel dibattito pubblico,
l’impatto ambientale delle nostre abitudini festive viene quasi sempre
derubricato a dettaglio trascurabile, sommerso dal rumore delle ricette
tipiche.
La cosa più
curiosa, e forse la più triste, è come tutto questo conviva senza attriti con
il significato simbolico che l’agnello riveste nella nostra cultura. Lo
riconosciamo universalmente come l’animale dell’innocenza, della mitezza
assoluta, della purezza che si offre senza resistere. È l’icona del sacrificio
divino, un’immagine che ispira tenerezza e devozione in milioni di persone. Ma
nel passaggio dalla simbologia alla pratica, quel significato sembra evaporare,
svuotarsi di ogni sostanza etica. L’agnello smette di essere il simbolo della
vita innocente da proteggere e diventa merce, un ingrediente tra i tanti, un
oggetto da smembrare e cucinare. Questa scissione cognitiva ci permette di
commuoverci davanti a un’immagine sacra e, un istante dopo, di consumare il
corpo reale di quell’innocenza senza avvertire alcuna contraddizione.
Non è una
gara a chi è più coerente, né un tentativo di moralismo sterile. È una
questione di onestà intellettuale. Oggi, a differenza dei secoli passati, non
siamo spinti dalla necessità di sopravvivenza. La nostra non è una scelta
obbligata dalla fame, ma una preferenza culturale che possiamo decidere di
modificare in qualunque momento. Questa libertà cambia radicalmente il peso
della nostra responsabilità. Continuare a seguire una tradizione che richiede
il massacro sistematico di cuccioli e il logoramento delle risorse ambientali,
quando abbiamo infinite alternative etiche a disposizione, non è più un gesto
neutro. È una scelta politica e morale che compiamo ogni volta che facciamo la
spesa.
In ultima
analisi, il punto non è semplicemente convincere qualcuno a cambiare dieta per
spirito di appartenenza a una fazione. Il vero obiettivo è capire se quel
gesto, l’atto di consumare un agnello a Pasqua, venga fatto con una reale
consapevolezza di ciò che sta dietro il piatto: il viaggio nel freddo, lo
strappo dalla madre, la paura nel macello e l’impronta ecologica lasciata sul
mondo. Perché tra un gesto compiuto per inerzia e uno compiuto con gli occhi
aperti, anche se all’apparenza il risultato sembra lo stesso, passa una
differenza abissale. Riconoscere l’agnello come individuo, e non come pietanza,
è il primo passo per trasformare la Pasqua da una celebrazione del sacrificio a
una reale festa della vita, dove la rinascita non sia solo una parola antica,
ma una pratica quotidiana di rispetto per ogni essere vivente.
Tra il sacro
e il macello, alla fine, cambia solo il racconto che ci facciamo per stare
tranquilli.
Mamour Mbow Pape, operaio senegalese di 22 anni, è morto sul lavoro a Caselle di Selvazzano, nella cintura industriale di Padova. Studente lavoratore da circa due anni in una ditta specializzata nella lavorazione della lamiera metallica.
Moustafa è
cresciuto assieme a lui a Rufisque, principale porto del Senegal
prima che si creasse quello di Dakar. L’amico racconta che Mamour era un “ragazzo
d’oro, tutto casa, lavoro e studio, Amava la lingua italiana e voleva
impararla al meglio e il prima possibile così da conquistare una propria autonomia”.
Invece sappiamo che non è andata così. La guerra del lavoro,
una guerra feriale che uccide nel nostre Paese in media tre persone al giorno,
scivola inosservata dopo qualche effimera parola di rammarico e di circostanza.
L’Organizzazione
Internazionale del Lavoro, nel suo rapporto, stima che quasi tre milioni di
lavoratori muoiono ogni anno a causa di infortuni e malattie professionali. La
maggior parte dei decessi, secondo l’analisi, deriva da malattie
professionali e gli incidenti sul lavoro rappresentano 330.000
decessi.
Tornano nelle cronache quotidiane le stesse espressioni. Precipita dal tetto di un capannone nel Barese, muore operaio 30enne. Siamo nella zona industriale di Modugno dove la vittima stava lavorando sul terrazzo di un capannone industriale, prima di una caduta di 6 metri. Lascia la moglie e il figlio piccolo, commenta l’articolo del giornale.
Un operaio
di 39 anni questa mattina è rimasto vittima di un incidente sul lavoro a San
Francesco al Campo, nel Torinese, ricorda la nota. Stando a quanto ricostruito la
vittima si trovava sul luogo di lavoro per opere di potatura insieme a un
collega. Quest’ultimo si trovava sull’albero, imbragato, intento a compiere
la potatura con motosega, quando un ramo si sarebbe spezzato
colpendo alla testa il compagno di lavoro che si trovava ai piedi dell’albero.
Un operaio
di 24 anni ha perso la vita in un incidente sul lavoro avvenuto nella tarda
mattinata a Nocera Inferiore (Salerno), segnala un altro titolo. La
vittima era originaria di Sarno e lavorava in un’officina che si occupa della
riparazione di camion. Secondo una prima ricostruzione il giovane si trovava
tra due mezzi che erano in riparazione quando una terza motrice avrebbe urtato
uno dei due mezzi fermi, spingendolo sulla vittima. L’impatto non ha
lasciato scampo all’operaio. Morti feriali la cui lista sparisce in
fretta dai notiziari quotidiani per la vergogna.
C’è poi
l’altra guerra feriale, implacabile, silenziosa, invisibile perché riguarda
solo i poveri. Ogni giorno, secondo Action Aid International Italia, circa
24mila persone muoiono a causa della fame o per malattie
collegate alla malnutrizione. Oltre 773 milioni di persone soffrono la fame.
L’impatto sui bambini, i quali rappresentano i tre quarti delle vittime sotto i
cinque anni, è incalcolabile. Per l’organizzazione Save the
Children il 2025 è stato un anno devastante per milioni di
bambini, intrappolati nelle guerre. Oltre 60 milioni di loro soffrono la fame,
dichiara la direttrice generale dell’Ong, mentre 11 milioni sono al limite
della sopravvivenza.
Quasi la
metà dei decessi infantili, circa 2,5 milioni l’anno, è riconducibile
alla malnutrizione. La causa principale sono i conflitti
armati, l’instabilità politica e il sistema economico in relazione anche alla
gestione delle filiere alimentari. Le situazioni estreme si concentrano in
Africa subsahariana e nell’Asia meridionale. Sappiamo per esperienza che in
ogni bambino si potrebbe nascondere un messia, un profeta, un re o una regina
come quella di Saba con le sue ricchezze.
Ousmene Diene, presidente dell’associazione dei senegalesi di Padova, dopo un breve incontro col padre di Mamour Mbow Pape, afferma: “Ci siamo solo abbracciati piangendo a vicenda perché il dolore che si prova in questi momenti è devastante. Lui ha lavorato col figlio per sei mesi e per questo non riesce a darsi pace. Io sono arrivato con il padre in Italia e non è possibile morire così”. Quanto a Mor Mbow, padre dell’unico figlio morto in fabbrica, commenta il suo decesso così: “Allah mi ha dato la fortuna di poterlo vivere, ma ora se l’è ripreso”. Antiche parole di una saggezza, anch’essa, feriale.
Il 27 Aprile
1940, il capo delle SS e della polizia tedesca, Heinrich Himmler, ordino’ la
costruzione di quello che sarebbe divenuto il piu’ famoso dei campi di
concentramento/sterminio nazisti, situato vicino alla citta’ di Oswiecim, in
Polonia. La costruzione consisteva di tre campi principali, suddivisi in 45
unita’.
Si chiamava Auschwiz.
Le camere a
gas ed i crematori erano situati ad Auschwiz II (Birkenau).
TRASPORTI
Dal marzo
1942 fino alla liberazione operata dalle truppe sovietiche (27 gennaio 1945),
treni contenenti migliaia di ebrei, provenienti dai Paesi occupati in Europa
continuarono ad arrivare ogni giorno alla stazione di Auschwitz-Birkenau,
chiamata rampa. Rapiti dalle loro case dai soldati nazisti, gli ebrei venivano
trasportati, in affollati carri bestiame, spesso senz’acqua ne’ cibo, in viaggi
che potevano durare fino a tre settimane. Durante il trasporto, spesso si
verificavano incidenti, e in molti giunsero ai campi quasi morti o in
condizioni che li rendevano incapaci di lavorare. I nazisti uccidevano queste
persone sparandogli.
Per chi non
era la’, e’ difficile immaginare le sofferenze fisiche e psicologiche provocate
dai lunghi viaggi che portavano ai campi di concentramento. Molti di noi,
giustamente, oggi reagiscono con orrore a queste descrizioni. Nonostante cio’,
gli US continuano a sottoporre non centinaia, ma 25 milioni di animali
senzienti al giorno a trasporti altrettanto barbarici, crudeli e disumani. E’
estremamente frequente e considerato una routine che questi animali muoiano di
fame, freddo o a causa di altre forme di maltrattamento. Attualmente non
esistono leggi a protezione degli animali che giungono a destinazione in
condizioni che li rendano incapaci di camminare; essi vengono generalmente
trascinati fuori dai camion usando delle catene, per essere macellati o
abbandonati ad agonizzare per ore o giorni prima che sopraggiunga una morte
liberatoria.
SELEZIONE
Non appena
giungevano a Birkenau, ai prigionieri veniva ordinato di lasciare i propri
bagagli sul treno e mettersi in fila sulla banchina. Durate un processo
chiamato Selektion, coloro che gli ufficiali delle SS ritenevano abbastanza
sani e adatti per i lavori forzati venivano separati da quelli considerati
inadatto al lavoro. I sopravvissuti hanno descritto scenari terrificanti: le
famiglie venivano separate e i bambini troppo giovani per lavorare venivano
strappati urlanti dalle braccia delle madri. Cio’ che di meglio una madre
terrorizzata poteva sperare in questa situazione era che le fosse riconosciuto
il diritto di morire insieme ai propri figli. I giovani, i vecchi, i malati, i
disabili e chi era psicofisicamente esausto, venivano generalmente uccisi entro
poche ore dall’arrivo.
Nei
mattatoi, gli animali ”inutili” vengono separati da quelli ”utili” e scartati
in una maniera altrettanto barbarica ed atroce. I pulcini maschi nati dalle
galline da cova (inutili perché non produrranno mai uova) vengono separati
dalle loro sorelle per essere gettati ancora vivi in appositi trituratori. Allo
stesso modo, i vitelli maschi (inutili per l’industria casearia perché non
possono produrre latte) vengono strappati alle madri fin dalla nascita per
essere torturati per l’intero corso dellla loro breve esistenza, costretti
all’isolamento in gabbie troppo strette anche solo per girare su se stessi.
Questi vitelli verranno alimentati intenzionalmente con una dieta carente per
provocare in essi l’anemia, impedendo la produzione di emoglobina e privandone
i muscoli dell’apporto adeguato di sangue e ossigeno, per produrre una qualita’
più bianca delle loro carni, gradita ai consumatori. L’industria della carne,
probabilmente il ramo più crudele dell’allevamento di animali, è strettamente
legata all’industria casearia, e perciò all’acquisto e consumo di latte,
formaggio ed altri prodotti dei caseifici.
LAVORI
FORZATI
Il cancello
d’ingresso di Auschwitz era sovrastato da un cartello con scritto “ARBEIT MACHT
FREI”: Il lavoro rende liberi.
Non e’ chiaro se Rudolph Höss, il comandante del campo, considerasse questa una
beffa o un qualche stupido tipo di messaggio spirituale; in ogni caso, la
promessa non veniva mantenuta. L’aspettativa di vita di chi lavorava ad
Auschwitz era al massimo di quattro mesi. Diverse fabbriche tedesche ubicate in
Polonia utilizzarono un grande numero di operai schiavizzati prelevati dal
campo di Auschwitz, che spesso lavoravano per turni della durata di 20 ore al
giorno, sette giorni alla settimana, ai quali veniva fornito poco o nessun
cibo. Quando questi operai divenivano troppo deboli per mantenersi efficienti,
venivano rapidamente uccisi e sostituiti.
Altri erano costretti a lavorare all’interno dei campi. Un’operazione che
veniva chiamata kanada consisteva nel pulire i vagoni – raccogliendo i possessi
personali rimasti a bordo (per spedirli in Germania) e rimuovendo i resti di
coloro che non erano sopravvissuti al viaggio. Sonderkommando era il nome che
veniva dato all’operazione di rimozione delle spoglie e d’incenerimento nei
crematori delle migliaia di persone quotidianamente assassinate nelle camere a
gas. A volte gli incaricati di questo lavoro dovettero cremare i resti dei
propri familiari. All’interno dei campi, la Selektion avveniva senza preavviso,
eliminando periodicamente i reclusi divenuti troppo deboli per poter essere
considerati utili. Inoltre, anche coloro che riuscivano a mantenersi in forze
venivano sterminati dopo pochi mesi di prigionia, per evitare che tra i
prigionieri circolassero troppe informazioni.
I nazisti
riuscirono a costringere i loro prigionieri a fare cose che nessuna persona in
nessuna immaginabile condizione potrebbe compiere volontariamente.
Forse la falsa promessa fatta da Rudolph Höss convinse alcuni che, se avessero
collaborato, avrebbero avuto risparmiata la vita. Sebbene alcuni prigionieri
riuscirono a fuggire dai campi di concentramento (e molti altri morirono nel
tentativo di fuggire) e sebbene sollevazioni e rivolte (la piu’ famosa fu
quella del Sonderkommando, che porto’ alla distruzione del crematorio) ebbero
luogo, la silenziosa obbedienza alle piu’ perverse e terrificanti pretese dei
nazisti rappresento’ la norma, piu’ che l’eccezione.
Il terrore, la brutalita’ e la costante minaccia di morte e tortura, le
tattiche usate dai nazisti per garantirsi l’obbedienza da parte dei lavoratori
schiavizzati, vengono ancor oggi usate allo stesso modo contro gli animali, per
costringerli a lavorare nei circhi ed in altri spettacoli.
Alcuni sostengono che gli animali siano felici di esibirsi perche’ desiderano
fare contenti i loro proprietari. Naturalmente questo e’ vero; come i
prigionieri di Auschwitz, essi sono spinti a questi comportamenti dal costante
terrore di cio’ che verrebbe fatto loro qualora disobbedissero. Purtroppo non
esiste alcuna forma di ricompensa, neppure per il piu’ alto livello di
obbedienza che questi animali schiavizzati possano raggiungere.
Cosi’ come avveniva nelle fabbriche tedesche in Polonia, sostituire con altri
gli animali sovraccaricati di lavoro e malnutriti fino alla morte, viene
generalmente considerato piu’ economico che garantire la salute ed il benessere
delle singole creature.
ESPERIMENTI
Josef
Mengele, ricercatore medico, giunse ad Auschwitz nel Maggio del 1943.
Che sia
stato assegnato al reparto Selektion o no, Mengele viene ricordato come una
presenza ubiqua sulla rampa, alla ricerca costante di gemelli, nani, giganti, e
di chiunque altro presentasse tratti ereditari inusuali, sui quale avrebbe
potuto condurre esperimenti. Era particolarmente affascinato dai gemelli, e con
un’inesauribile disponibilita’ di soggetti (sono stati calcolati 3000 gemelli
in 2 anni), l’unico limite per la sua sperimentazione era l’immaginazione. Il
sangue veniva prelevato quotidianamente, in quantita’ tali da portare alla
morte entrambi i gemelli.
A volte sperimentava massicce trasfusioni di sangue tra gemelli. Iniettava
potenti prodotti chimici, che provocavano dolore e cecita’, direttamente negli
occhi, nel tentativo di cambiare il loro colore e renderli azzurri. Malattie
mortali, come il tifo e la tubercolosi, venivano indotte in uno solo dei
gemelli. Quando questi moriva, veniva ucciso anche l’altro e si procedeva
all’autopsia per determinare gli effetti della malattia.
Altre volte uccideva i gemelli congelandoli, o sottoponendoli a esperimenti
d’isolamento prolungato. Normali gemelli venivano cuciti uno all’altro per
creare artificialmente dei siamesi. Da gemelli di sesso opposto, a volte
pretendeva una gravidanza incestuosa. Rimozioni sperimentali d’organi,
amputazioni e castrazioni non prevedevano anestesia.
JOsef
Mengele, secondo solo allo stesso Hitler, e’ probabilmente il gerarca nazista
universalmente piu’ disprezzato. Le migliaia di torture che mise in pratica nei
suoi esperimenti dimostrano una natura disturbata e un totale disprezzo per il
valore sia degli individui che della vita stessa. Era probabilmente consapevole
che i suoi esperimenti non avevano alcun valore scientifico e sembra li abbia
compiuti solo per divertimento, o a giustificazione del proprio ”lavoro”.
Il mondo accolse con orrore le notizie degli orrori perpetrati da Mengele.
Anche se riusci’ a nascondersi per il resto della sua vita in Argentina,
Mengele verra’ ricordato per sempre come un criminale di guerra, e le sue
atrocita’ condannate come pura malvagita’.
Sfortunatamente,
il sadismo e la malvagita’ non sono scomparse dalla scienza medica insieme a
Mengele. Nei laboratori di tutto il mondo, centinaia di milioni di animali
senzienti (compresi cani, gatti e primati) vengono ancora oggi sottoposti ogni
anno a esperimenti ,crudeli e inutili quanto quelli di Mengele. Nonostante la
promessa di cure miracolose, i risultati cui e’ giunta fino ad oggi la
vivisezione (cioe’ la sperimentazione cruenta su animali vivi) va dal nulla al
fuorviante (farmaci che non avevano avuto effetti collaterali sugli animali, ad
esempio, hanno causato devastanti difetti alla nascita, nei figli degli umani che
ne facevano uso). Nonostante cio’, la ricerca medica continua spesso a portare
avanti queste inutili, ridondanti pratiche, ignorando la disponibilita’ di
metodi d’indagine piu’ affidabili, evoluti, e di minor spesa, come ad esempio
le colture di cellule o i modelli computerizzati. Motivo? La vivisezione
garantisce guadagni maggiori.
MATTATOI
Ad
Auschwitz, la morte veniva dispensata sotto molte forme.
Numerosi
prigionieri venivano fucilati e i loro corpi seppelliti in enormi fosse comuni
o semplicemente accatastati all’aperto uno sull’altro.
Nei casi in cui la fucilazione non portava immediatamente alla morte, le
vittime sanguinanti sopravvivevano talvolta per ore nelle fosse comuni, fino a
quando non soffocavano a causa dei corpi che continuavano ad essere deposti su
di loro.
Si dice che Mengele preferisse uccidere iniettando direttamente nel cuore del
cloroformio e molte delle sue vittime vennero assassinate in questo modo. Lo
strumento piu’ ampiamente utilizzato per uccidere furono le camere a gas.
A Birkenau ne vennero costruite quattro, ciascuna delle quali permetteva di
uccidere 6.000 persone al giorno. Queste camere erano state progettate in modo
da ricordare delle docce, per ingannare i prigionieri appena giunti alla rampa,
dicendo loro che si trattava soltanto di un procedimento necessario per la
disinfestazione del campo.
Introdotte le vittime nelle camere, queste venivano riempite con un gas
chiamato Zyclon B (originariamente adoperato come insetticida). Per coloro che
si trovavano vicini alle ventole dalle quali penetrava il gas, la morte
sopraggiungeva rapidamente; quelli piu’ lontani e’ probabile che agonizzassero
per diversi minuti prima di morire, pienamente coscienti di cio’ che stavano
subendo. Spesso le vittime venivano costrette nelle camere a gas in cosi’ gran
numero, che anche dopo la morte i loro corpi rimanevano in piedi, schiacciati
uno vicino all’altro.
Alcuni tra
coloro che mangiano carne, cercano di giustificare l’industria alimentare ed i
macelli sostenendo che ”e’ naturale” che i predatori uccidano le proprie prede.
Sebbene sia ovvio che nelle nostre vite, sotto tutti gli altri aspetti –
dall’uso degli aerei e dei computer fino al sistema economico ed ai governi –
ci siamo parecchio allontanati dalla natura, quest’argomentazione ipotizza che
in un solo ed unico aspetto saremmo incapaci di allontanarci dalle abitudini
dei nostri piu’ lontani progenitori. Quest’ipotesi dimostra senza dubbio una
percezione ingenua dell’umanita’ e della sua capacita’ di superare le
costrizioni ‘naturali’.
I metodi di uccisione adottati dagli umani non hanno, tra l’altro, nulla di
”naturale”. In ”natura”, i predatori intraspecifici possono uccidersi tra loro
combattendo per il territorio, per l’accoppiamento o per le risorse alimentari.
Ben lontani dall’essere un’eccezione, gli umani, nel corso della storia, si
sono dimostrati la piu’ assetata di sangue ed assassina tra tutte le speci.
L’assassinio, percio’, dovrebbe essere considerato ”naturale”, ma noi non lo
assolviamo, ne’ lo accettiamo come una parte necessaria di cio’ che siamo.
Nessuna persona sensata definirebbe le camere a gas di Birkenau ”naturali”,
inevitabili o accettabili come fatalita’ occasionali risultanti da competizioni
intraspecifiche paragonabili a quelle che avvengono in natura.
Non c’e’ maggior logica nel collegare l’efficenza assassina di un predatore
selvatico con le catene di montaggio della morte degli allevamenti intensivi e
dei moderni mattatoi. Ne’ il genocidio dell’Olocausto ne’ gli allevamenti
intensivi, semplicemente, hanno precedenti in natura.
La parola ”allevamento” fa pensare la maggior parte di noi a idilliache
immagini di vita in campagna: galline che razzolano nella terra, mucche che
ruminano tranquillamente, maiali che si godono un bagno di fango all’ombra di
una collina. La morte, in queste piacevoli fantasie, sopraggiunge attraverso un
proiettile ben mirato al centro della testa da un contadino gentile; e’
pietosa, veloce ed indolore, e avviene al termine di un’esistenza gioiosa spesa
all’aria aperta. In realta’, il 90 percento degli animali allevati per
l’industria alimentare negli allevamenti intensivi e’ fortunato se vede la luce
del giorno almeno una volta nel corso della propria vita.
La loro esistenza si svolge al chiuso, stipati talmente strettamente da rendere
impossibili i loro movimenti normali. E’ impossibile mantenere un livello
igienico adeguato in un cosi’ gran numero di animali, ed essi spendono la
proprie vite a contatto delle proprie deiezioni.
Ai polli vengono tagliati i becchi, senz’alcuna anestesia, per impedire che si
becchino a vicenda fino ad uccidersi, nel futile tentativo di sfuggire ai
tormenti che infliggiamo loro.
Nonostante siano nutriti con numerosi antibiotici, le malattie rappresentano
circa il 20 percento delle cause di morte. Anche per la minuta percentuale di
animali allevati in condizioni meno intensive (”free range”), la macellazione
rappresenta una prassi brutale.
Aspettando allineati il proprio turno, gli animali sentono, vedono e odorano la
morte di quelli che vengono uccisi prima di loro. Lo stordimento elettrico che
dovrebbe garantirne l’anestetizzazione, risulta inefficace circa il 40 percento
delle volte. A questi animali viene tagliata quindi la gola mentre sono
pienamente coscienti.
“Siamo pronti alla morte l’Italia chiamò”, canta Laura Pausini, interpretando l’inno nazionale di Goffredo Mameli, nella serata inaugurale dei Giochi Olimpici Milano-Cortina e nel suo volto c’è tutta la disperazione, la violenza, la bestialità, l’immenso dramma che questa frase orrenda dell’inno nazionale porta con sé.
Per secoli milioni di esseri umani sono stati trucidati in nome delle
diverse patrie a favore di re, papi, generali, duci , zar, cavalieri e manager.
E così sembriamo destinati ad essere ancora, a ucciderci per difendere e offendere
le nostre differenze e per difendere e proteggere i nostri padroni. Finché non
ci libereremo di questo immenso inganno, non vivremo mai nella giustizia.
Le Olimpiadi Milano-Cortina rimarranno nella storia come edizione piena di
sangue e ipocrisia.
Non so se Laura Pausini lo abbia fatto volontariamente o meno, ma la
ringrazio, perché con la sua espressione ha portato nel cuore della grande e
impietosa farsa cerimoniale delle Olimpiadi l’unica necessaria verità,
l’intreccio orribile tra orgoglio nazionalista e disperazione, tra patriottismo
e violenza, tra esaltazione identitaria e guerra. La maschera di
sconvolto, disperato ed esaltato dolore di Laura Pausini è icona marmorea del
dramma infinito dell’umanità, che nulla potrà sperare finché rimarrà asservita
e trucidata dagli interessi militari delle oligarchie nazionaliste.
Ancora bambini uccisi. Davanti all’orrore di quello che è successo in Australia con 15 morti, 42 feriti, c’è da chiedersi se questo universo ha un senso. Come si può immaginare che esiste un Dio che permette che accadano ancora, ancora e ancora questi orrori? E per giunta spesso questi orrori sono compiuti nel nome di Dio. Assassini che credono che Dio abbia ordinato loro di uccidere uomini, donne e bambini. Però ci sono dei particolari che ti lasciano interdetto, che ti possono far nascere delle domande.
Durante
l’assalto di questi due pazzi criminali un uomo, Ahmed al Ahmed,
43enne, un fruttivendolo un po’ sovrappeso, che non aveva mai toccato un’arma
in vita sua, si avvicina alle spalle di uno dei massacratori e lo afferra,
riesce a disarmarlo, gli punta addosso la sua arma e non spara.
Questo attentatore sembra stupito di non essere ammazzato e lo vedi crollare…
non sa se deve scappare, contrattaccare… Ecco, il coraggio di quest’uomo, di
affrontare a mani nude un pazzo armato fino ai denti… mentre l’altro
attentatore, il padre del primo, gli spara da un ponticello
sopraelevato e poi viene colpito alla mano e al braccio.
Ecco, questo
eroismo, questo essere umano che non si piega alla logica dell’interesse, a
quello che conviene fare, alla logica delle ideologie… “C’è un pazzo che spara,
voglio fermarlo”. E quest’uomo non si è chiesto di che gruppo etnico era la
persona che stava aggredendo, di quale religione fosse. Non ha visto ebrei,
mussulmani… lui ha visto qualcuno che compiva un abominio e
lui, musulmano, ha sentito il dovere di fare qualche cosa. E, guarda caso, lì
in quel momento non c’era un italiano, un francese, un indio… c’era un
musulmano e questa è una casualità incredibile, un particolare che
da solo parla di pace ad israeliti e musulmani e a tutte le persone di buona
volontà.
Sarà anche
un caso ma è un caso grosso, un caso che mi costringe a pormi delle
domande anche se non credo in un Dio. Questo universo ogni tanto sembra avere
un senso. Viene da sospettare che esista un Dio che non ha la capacità di
impedire gli orrori, che non è onnipotente. Un Dio minore, che ha
creato l’universo ma non può gestire tutto, anzi, non deve gestire tutto perché
il sogno di questo Dio è che questo universo continui a crearsi, a crescere e
riesca a produrre amore. E l’amore non può essere imposto dall’alto da un Dio,
l’amore per sua natura non può nascere da un comandamento, deve nascere dentro
un cuore, spontaneamente, deve essere generato dalle leggi stesse
della fisica e della matematica che hanno generato le galassie e la vita e
tutto il resto.
Questo Dio
minore non è onnipotente, però ha la possibilità di spostare degli atomi, e
magari spostare anche un essere umano di cento metri… perché se quell’uomo,
Ahmed al Ahmed, non fosse stato esattamente lì, esattamente in quel punto,
quando è iniziato questo massacro orribile non avrebbe potuto attaccare quel
pazzo assassino alle spalle. Ed era quel tipo di uomo che poi non gli avrebbe
sparato… Quanti esseri umani in più avrebbero ucciso se non ci fosse stato
Ahmed al Ahmed? Se il terrorista padre non avesse dovuto smettere di sparare
sulla gente che fuggiva per difendere il figlio sparandogli contro, quanti
altri esseri umani avrebbe ucciso?
Gli ha
sparato ma non è riuscito ad ammazzarlo… che caso anche questo… Ahmed al Ahmed
era lì, allo scoperto, in piedi e il terrorista sul ponticello non è
riuscito ad ammazzarlo… anche se era vicino ed era bravo a sparare, andava
a esercitarsi al poligono, era allenato… Ma quando la tua determinazione viene
spezzata da un gesto così forte la tua mira vacilla. Ti tremano le mani.
Osservando
la dinamica dei fatti si mettono in fila parecchie coincidenze improbabili.
Forse sono solo casualità, forse esiste un Dio delle piccole cose, piccole cose
che sono immense. E questo mi ricorda mia madre che quando succedeva qualcosa
di bello, quando qualche piccolo particolare di questa realtà che sprizza
sangue e dolore da tutti i pori, andava a posto, quando c’era stato un piccolo
ritocchino e si era visto che ogni tanto i malvagi deragliano per un granello
di sabbia… Allora mia madre sorrideva e diceva: “Eh…
Dio c’è, ed è comunista”. Possiamo resistere, insistere e continuare a
sperare perché c’è un Dio delle piccole cose?
Buona
giornata e buona vita.
La notte fra il 7 e l’8 novembre 2025 un medico (Ciriaco Meloni) è purtroppo
deceduto in un incidente stradale lungo
la strada Sassari – Olbia a causa dell’impatto con un Cinghiale (Sus scrofa meridionalis),
anch’esso morto.
Le immediate reazioni da parte di amministratori locali ed
“esperti”, riprese ampiamente dai mezzi d’informazione, sono state pressochè
univoche nell’invocare campagne di abbattimento massivo degli Ungulati, come se
gli incidenti stradali fossero in massima parte dovuti alla fauna
selvatica: In Sardegna più di 100mila cinghiali:
«Sono pericolosi, incidenti in aumento» – Parla l’esperto. Intervista con
Andrea Sarria, il presidente dell’Ordine dei veterinari del Nord Sardegna (Paolo
Ardovino, La Nuova Sardegna, 9 novembre 2025), “Rischio incidenti troppo alto: contro
cinghiali e animali vaganti servono barriere, dissuasori e abbattimenti”:
l’appello di molti sindaci dopo la tragica morte del medico di Bitti (L’Unione
Sarda, 8 novembre 2025).
E sulla medesima linea, ovviamente, esponenti delle associazioni venatorie.
Parlare di “colpe” degli incidenti stradali da
parte della fauna selvatica significa confondere un bicchiere
d’acqua con il mare.
Secondo i dati della Polizia stradale,
“nel 2022, rispetto al 2021, sono aumentati gli incidenti stradali del 7,4
per cento, che sono stati 69.963 contro i 64.788 dell’anno prima; gli incidenti
mortali sono stati 1.345 e le vittime 1.471. Anche questi dati hanno registrato
un aumento rispettivamente del 7,5 per cento e del 10,9 per cento”.
Dati in prospettiva confermati dall’ISTAT e dalla triste constatazione che “a livello mondiale gli incidenti stradali rappresentano la prima causa di morte tra i giovani di età compresa tra i 5 e i 29 anni”.
Il Rapporto Statistiche
sull’incidentalità nei trasporti stradali 2023 (Ministero
Infrastrutture e Trasporti), offre un quadro estremamente chiaro su numeri e
cause degli incidenti stradali: “nel 2022 gli incidenti stradali con lesioni
a persone in Italia sono stati 165.889, le vittime 3.159 e i feriti 223.475.
Ogni giorno, durante l’anno, si sono verificati in media 454 incidenti stradali
con lesioni a persone, sono morte 9 persone e ne sono rimaste ferite 612.
Rispetto al 2021 aumentano le vittime del 9,9%, i feriti e gli incidenti del
9,2%” (dati ISTAT –
Incidenti stradali in Italia). Dati analoghi nel 2021.
I dati del 2022 (ultimi disponibili) parlano di 493 incidenti causati da “animale domestico o selvatico urtato”, pari allo 0,2% dei 217.527 incidenti stradali avvenuti in Italia.
Nulla in confronto ai 32.701 incidenti causati da “guida
distratta o andamento indeciso” (il 15,00%) o ai 29.840 incidenti causati
dal mancato rispetto della precedenza o del semaforo (il 13,7%) o ancora 20.316
incidenti causati dalla velocità troppo elevata (il 9,3%).
Ben il 92,4% degli incidenti stradali avvenuti nel 2022 (cioè 201.081 incidenti) è stato causato da comportamento scorretto del conducente o del pedone.
I dati ufficiali riportano, quindi, che nel 2022 gli
incidenti causati da “animale domestico o selvatico urtato” sono stati
solo 493, lo 0,2% del totale. In tutta Italia.
Solo nei primi dieci mesi del 2025 i dati (provvisori) ASAPS indicano
ben 328 pedoni uccisi sulle strade italiane.
Tuttavia, nessuno di questi è stato investito da un Cinghiale o da un Cervo.
Non si rinviene lo stesso vigore per
richiedere maggiori controlli su automobilisti e guidatori di mezzi pesanti,
per esempio.
A parte il fatto che l’incremento delle uccisioni
indistinte dei Cinghiali, proprie della caccia e dei piani di abbattimento, non
fanno altro che incrementare le popolazioni di Cinghiale, perché fan venire
meno l’autocontrollo delle nascite all’interno dei branchi – come ben noto da tempo e opportunamente ricordato in
questi giorni dal veterinario Paolo Briguglio (L’esperto: «Aprire la caccia tutto
l’anno farebbe aumentare il numero dei cinghiali». Paolo Briguglio, direttore
della clinica Duemari: «Incrementando gli abbattimenti non si risolve il
problema», La Nuova Sardegna, 9 novembre 2025) – vi sono
cospicui fondi pubblici regionali già disponibili da tempo per interventi di
tutela della fauna selvatica e del traffico stradale.
Con la deliberazione Giunta regionale n. 52/42 del 23 dicembre 2024 sono stati stanziati 500 mila euro per sostenere gli “interventi sperimentali” dei Comuni di Pula, Guspini, Siliqua, Arbus, Guspini, Laconi per evitare l’attraversamento della viabilità da parte degli ungulati nei rispettivi territori comunali.
Allo stato, tuttavia, pur annunciati da mesi,
tali interventi non si vedono, pur essendo le recinzioni alte e robuste, magari
anche elettrificate, lungo la viabilità principale e secondaria realtà
quotidiana in gran parte d’Europa.
Così come non si vedono – pur formalmente sollecitati più
volte dal GrIG – quelle iniziative semplici, ma efficaci per trattenere nelle
zone boscate Cervi e Cinghiali come la realizzazione di erbai e colture in
radure per la fauna selvatica, per giunta finanziati con fondi comunitari
(es. PSR 2007-013, Misura 214, Azione 3,
Intervento 2) e la realizzazione di piccole riserve idriche in zone
di bosco e macchia.
Perché
Cervi sardi e Cinghiali si spostano a valle fondamentalmente alla ricerca di
acqua e cibo nei periodi di siccità.
Ma non sarebbe finalmente ora di affrontare il problema con
serietà e buon senso?
Gruppo d’Intervento
Giuridico (GrIG)

come la caccia
contribuisce all’incremento dei Cinghiali (forse con un disegnino finalmente si
capisce…)
Quanto è pericoloso spostarsi in bici? Dove si registrano più incidenti? Risposte basate sui dati arrivano dal primo Atlante italiano dei morti e dei feriti gravi in bicicletta, realizzato dal Competence centre on anti-fragile territories (Craft) del Politecnico di Milano. Il gruppo di ricerca, guidato da Paolo Bozzuto, docente del dipartimento di architettura e studi urbani del Politecnico, con Fabio Manfredini, Emilio Guastamacchia e Shidsa Zarei, restituisce una mappatura dell’incidentalità ciclistica in Italia. Partendo dai dati Istat sugli incidenti stradali sono state realizzate cinque dashboard interattive e gratuite che riportano dinamiche, numeri, giorni e orari degli incidenti in bici dal 2014 al 2023, su scala comunale, provinciale e regionale. Da qui emerge un fenomeno complesso: il 68,42 per cento degli incidenti in bici è causato dall’impatto con auto, in particolare da scontri frontali-laterali. La regione con più incidenti è la Lombardia, con 41.502 casi, seguita da Emilia-Romagna (30.447) e Veneto (23.139). Ma i numeri si invertono per quanto riguarda la mortalità e il Sud passa in vetta. In media, quasi la metà delle vittime – 43,36% – sono uomini di oltre 65 anni. Le strade più pericolose sono quelle rettilinee a doppio senso, seguite da incroci e rotonde. Giorno nero per i ciclisti è il sabato mattina, con il picco di incidenti registrato tra le 11 e le 12 (oltre 2.400), seguito dal tardo pomeriggio del martedì e del mercoledì (alle 18 si registrano in media 2.265 incidenti). La prima città italiana per tasso di incidenti è Milano, con 10.372 casi (un quarto degli incidenti lombardi) seguita da Roma (3.457) e Padova (3.132) ma quella in cui si muore di più, anche in base al numero di abitanti, è Enna, nel cuore della Sicilia.
L’idea di
mappare gli incidenti è nata due anni fa tra i ricercatori del Politecnico di
Milano. “Siamo anche ciclisti e in occasione di una delle tante tragedie in
città abbiamo deciso di capire meglio il fenomeno” racconta l’architetto
urbanista Emilio Guastamacchia. Analizzare questi incidenti
significa tuttavia incappare in un ritardo di un anno e mezzo, visto che
l’unica fonte è l’Istat e i dati del 2023 sono usciti nella primavera del 2025,
arrivati “dalle polizie locali di tutti i comuni, che devono inserire le
informazioni sugli incidenti”. Inoltre, solo per il biennio 2022-2023 è
possibile geolocalizzare gli incidenti. Dalla ricerca emerge un primo fattore:
molti incidenti avvengono in città trafficate e movimentate
come Milano e Roma, ma anche in luoghi più piccoli
e caratterizzati da un ampio uso della bici, come Padova. Il primato
di Milano si può spiegare partendo dalla sua conformazione, essendo una città
“molto piccola e densa, con una maglia fitta e una superficie stradale maggiore
su cui possono avvenire gli incidenti” spiega Guastamacchia. Dopo il Covid la
città ha registrato un incremento dell’uso della bici, “grazie a progetti di
ciclabilità importanti, come su Corso Buenos Aires e verso Sesto San Giovanni,
e le bike lane, corsie ciclabili tracciate da linee. Questo ha
aumentato la ciclabilità ma rimane una città abbastanza pericolosa, per tutti
gli utenti della strada”, aggiunge l’urbanista. Se è vero che i numeri più alti
sono nelle grandi città, nei piccoli centri del Nord è più diffuso spostarsi in
bici e di conseguenza aumenta il tasso di incidentalità. È il caso di Ferrara,
che ha alti livelli sia di incidentalità ciclistica (al 21 per cento) che di
uso della bici (al 13,5 per cento). “Questo aumenta la possibilità statistica e
numerica di incorrere in incidenti” spiega Guastamacchia. La contraddizione
riguarda anche altre cittadine del Nord come Ravenna e Bolzano.
Se si incrociano questi fattori a livello regionale, a spiccare per uso della
bici è l’Emilia-Romagna, in vetta anche per tasso di incidentalità (al 19 per
cento), con 3.253 incidenti registrati. Su questo fronte si
muovono in direzione contraria le regioni del Sud, che hanno indici di
spostamenti in bici ben al di sotto dell’1 per cento, numeri che si trovano
anche salendo verso Lazio, Abruzzo e al Nord solo in Liguria.
La mappa
cambia ancora se ci si focalizza sul numero di ciclisti che perdono la vita
negli incidenti: a colorarsi di rosso sono le regioni del Sud.
“Questi numeri mostrano un fenomeno complesso e contraddistinto da molteplici
fattori che possono essere la tipologia di strade presenti, le piste ciclabili,
la velocità delle auto” spiega il ricercatore. Sul tema delle strade, occorre
tener presente che la maggior parte degli incidenti avviene su rettilinei a
doppio senso di marcia. Non è dunque il maltempo a provocare gli incidenti,
visto che in 141.012 casi sono avvenuti su strade asciutte e
con il cielo sereno, quanto lo stato delle strade, la loro larghezza e la
velocità di auto e moto. In media lo scontro con l’auto è la casistica più
diffusa – tanto da provocare in tutto 112.544 incidenti, 813
ciclisti morti e 79.456 feriti – tuttavia la
percentuale scende nella prima regione per numero di incidenti, la Lombardia e
cresce al Sud: in Calabria supera il 70 per cento, in Sardegna il 73 per cento,
in Puglia oltre il 77 per cento, contro la media nazionale del 68 per cento.
“Ci sono regioni nel Nord dove ci sono più feriti, mentre il Sud si
contraddistingue per indice di mortalità” evidenzia Guastamacchia. A seconda
che si tratti di feriti o morti, le varie regioni si colorano di giallo o
rosso. Se l’indice di lesività maggiore lo registrano Basilicata, Trentino-Alto
Adige e Veneto, per la mortalità invece è il Sud a raggiungere un livello
medio, con picchi di rosso. Partendo da Latina, l’indice diventa più scuro
nelle province di Caserta, Campobasso e Foggia. Maglia nera è la Calabria,
con Vibo Valentia che registra il 12 per cento di
mortalità, ben al di sopra della virtuosa Reggio Calabria, ferma all’1,43 per
cento. Anche la Sicilia vive una situazione frammentata, tra la mortalità bassa
della media regionale (all’1,94 per cento) e il rosso scuro di Enna, che con il
suo 17,65 per cento ottiene il primato nazionale. Questi indici ribaltano la
situazione della prima regione per numero di incidenti, la Lombardia, che ha il
97 per cento di lesività ma appena l’1 per cento di mortalità…