venerdì 10 aprile 2026

Moby Prince, mistero lungo 35 anni. Le rivelazioni dell’ufficiale della Capitaneria: “Il comandante? Quando c’erano le emergenze usciva in mare e lasciava da soli i sottoposti in sala operativa” - Francesco Sanna

 


Ha atteso trentacinque anni prima di parlare liberamente Lorenzo Checcacci. All’epoca della strage del Moby Prince – nel 1991 – era ufficiale di ispezione della Capitaneria di Porto di Livorno, l’ente preposto al soccorso pubblico in mare, e fu imputato nell’unico processo celebrato a Livorno tra il 1995 e il 1997, finendo assolto perché “il fatto non sussiste” grazie al teorema della “morte breve” di tutte le 140 vittime, smentito poi nel 2018 dalla prima inchiesta parlamentare. Checcacci, oggi pensionato settantasettenne, è stato audito alcuni giorni fa nella nuova commissione parlamentare (la terza) impegnata a concludere la ricostruzione di quella che è passata alla storia come la più grande tragedia della marina mercantile italiana dal Dopoguerra. L’ex ufficiale ai parlamentari ha fornito due particolari inediti su quanto accaduto in Capitaneria durante le ore drammatiche della notte tra il 10 e l’11 aprile 1991, quando il traghetto della Navarma – appena partito dal porto di Livorno – centro la cisterna di una petroliera Agip all’ancora in rada. “C’è da aggiungere qualcosa che non ho detto quando fui sentito dalla Commissione d’inchiesta del Senato – ha esordito Lorenzo Checcacci, con la voce rotta dall’emozione -. Fino a quando la Perizia Bargagna (la consulenza medico legale architrave del teorema della morte di tutte le vittime in un breve tempo da qui l’inutilità di ogni operazione di soccorso, ndr) valeva ancora, quanto voglio dire non aveva valore. Adesso però è diverso. Voglio un minimo di giustizia per le vittime, per i familiari, per Loris Rispoli”. Il riferimento è allo storico presidente dell’Associazione 140 familiari delle vittime, scomparso il 22 novembre 2025 dopo una lunga malattia.

Per comprendere le due rivelazioni è necessario tornare alla sera del disastro e alla catena di comando della Capitaneria in caso di emergenza in mare indicata dalle normative dell’epoca. Checcacci, quale ufficiale di ispezione, aveva un ruolo secondario in questa catena e non era formato per gestire emergenze, come quella (peraltro smisurata) del Moby Prince. Dall’ascolto del canale di soccorso radio di quella notte, è però sua la voce principale che parla in nome e per conto della Capitaneria di Porto nelle ore cruciali del mancato soccorso. Il motivo lo ha spiegato alla Commissione d’inchiesta dopo 35 anni: “Il capo sezione operativa era Roberto Canacci. E’ reperibile h24 perché in caso di emergenza deve intervenire e guidare la centrale operativa – ha spiegato Checcacci – dopo aver allertato i vigili del fuoco, i rimorchiatori e il comandante in seconda, lo chiamo a casa […]. Alle 22.45 (venti minuti dopo il may day del Moby Prince, ndr) arriva, si affaccia: ‘Io sono qui, vado in ufficio a fare delle telefonate’. E io lì ho sbagliato. Avrei dovuto minacciarlo di denuncia all’autorità militare per violata consegna: ‘Tu stai qua o ti denuncio’, sei il capo della centrale operativa, le telefonate le puoi fare da qui. Ma ero talmente agitato che non gli ho risposto. Lui si è allontanato e io sono rimasto lì”. Checcacci da quel momento, da figura secondaria, senza alcuna formazione per gestire l’emergenza, proseguì via radio a fornire risposte e indicazioni generiche ai soccorritori in mare, alla cieca, senza neanche un radar a disposizione. “L’ufficiale tecnico capo sezione operativa fa esercitazioni semestrali in porto. Era addestrato. Conosceva la situazione. Lui (Canacci, ndr) sapeva che i piloti avevano un radar. Se io l’avessi saputo l’avrei fatto plottare (un termine che rimanda al disegno delle mappe, ndr), avrei chiesto di farmi sapere dov’era la nave investitrice”. Ovvero il Moby Prince, che invece sarà dimenticata e trovata per caso un’ora e un quarto dopo l’innesco dell’incendio.

E qui arriviamo alla seconda rivelazione. Poco dopo la prima defezione di Canacci, ha spiegato Lorenzo Checcacci alla Commissione, arrivò in porto il comandante della Capitaneria, Sergio Albanese, proveniente da un party a La Spezia. “Il comandante è rientrato con la macchina di servizio, è andato nella sua abitazione, si è cambiato il maglione ed è andato in mare. Con lui andò anche Canacci quindi la centrale operativa praticamente andò in mare. Pensai che avrebbe diretto le operazioni di soccorso – ha concluso Checcacci – E invece non andò così”. Da allora infatti né Albanese né Canacci dettero alcun ordine, come noto dagli atti processuali, quindi il coordinamento del soccorso pubblico fu omesso, lasciando l’ufficiale di ispezione a gestire le comunicazioni radio senza una guida. Ne conseguì che il fortuito ritrovamento del traghetto Moby Prince portò al recupero di un solo naufrago e le prime spontanee operazioni di spegnimento dell’incendio – che dal greggio innescato a pelo d’acqua aveva risalito le fiancate del traghetto entrando negli spazi interni dov’erano radunate le persone in attesa di soccorso – furono avviate da un rimorchiatore solo all’1 di notte, casualmente.

Checcacci fornisce così la notizia inedita alla Commissione: “Questa cosa non era nuova, successe altre volte. Conosco il comandante (Albanese, ndr) da quando era in servizio a Cagliari come vice comandante e poi è stato reggente per qualche mese. […] Era una sua prassi: ogni volta che c’era qualche emergenza, che c’era pericolo, puzza di bruciato, lui usciva in mare, per condividere i rischi dei suoi uomini assieme ai suoi uomini, però se andava male quelli che erano rimasti in Capitaneria erano affari loro”. Di questa prassi presunta del comandante Albanese ci sarebbe più di una traccia e ci sarebbero altri testimoni, ha chiarito Checcacci: “Era già successo ad esempio con la nave Klearchos ad Olbia. Lui era comandante – ha precisato in audizione -. Lasciò il comandante Mastrobuoni in Capitaneria che dovette decidere che questa nave affondasse nonostante avesse dei fusti tossici. Poi la Corte dei Conti se la prese con lui, comandante in seconda, per danno erariale dato che dovettero recuperare i fusti” ha concluso Checcacci.

Albanese non potrà difendersi in prima persona da queste accuse: è morto il 10 marzo 2023 all’età di 88 anni, da incensurato. Tuttavia aveva ricordato con soddisfazione proprio alla prima Commissione d’inchiesta sul Moby Prince (che lavorò in Senato dal 2015 al 2018) che rispetto al disastro della nave Klearchos, evocata da Checcacci, ricevette “un encomio solenne per aver coordinato il recupero delle merci pericolose che erano affondate”. Marina Militare e Corpo delle Capitanerie di Porto gli assicurarono anche la promozione a contrammiraglio il 25 maggio 1991, poco più di un mese dopo la strage di Livorno, quando ancora le famiglie di due vittime non erano riuscite a riconoscere i loro cari e si attendevano gli esiti della perizia medico legale che avrebbe determinato, con la stima dei tempi di sopravvivenza dei 140, se la responsabilità della loro morte dovesse ricadere anche sui soccorsi mancati.

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