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lunedì 1 novembre 2021

Autosufficienza energetica e alimentare: utopia? No. Può diventare realtà, eccome! - Paolo Ermani

 


Paolo Ermani, presidente dell'associazione Paea, co-fondatore dell'Ufficio di Scollocamento e ideatore del giornale online Il Cambiamento, ci accompagna nella presa di coscienza della reale portata dell'autosufficienza energetica e alimentare, due obiettivi che hanno un potenziale dirompente immenso e che possono far cambiare volto a questo Paese.

Nel webinar di cui qui vedete la videoregistrazione integrale fornisce informazioni, spiegazioni, suggerimenti pratici, apre gli orizzonti ma soprattutto ci fa aprire gli occhi.

L'Italia è un paese dalle enormi potenzialità e ricchezze. Possiamo tutelare l'ambiente, garantirci abbondanza, prosperità, qualità della vita ed essere un esempio a livello mondiale.

Abbiamo le competenze, le capacità, la tecnologia: non ci manca nulla per far diventare il nostro paese un giardino fiorito. Bisogna solo agire e farlo subito.

Passare dalla teoria alla pratica è possibile conoscendo le tecnologie a disposizione, la legislazione e promuovendo il cambiamento a partire dal singolo verso le comunità e la nazione intera, che potrebbe diventare il primo paese al mondo a emissioni zero. Un'Italia alimentata da energie rinnovabili, autosufficiente a livello alimentare, in cui le persone possano compiere il cambiamento e realizzare il proprio progetto di vita e lavoro, che ridivenga comunità, riscopra l'autoproduzione e il saper fare, con enormi prospettive occupazionali nei settori ambientali è davvero una realtà possibile.

Paolo Ermani è esperto di ambiente, energia, bioedilizia, stili di vita, economie alternative con esperienza trentennale nel settore, e in questo webinar, promosso da Macrolibrarsi, spiega come agire in pratica, per tutelare l'ambiente, garantirci abbondanza, prosperità e qualità della vita.

Ermani è anche autore del libro "L'Italia verso le emissioni zer0" 

Muoviamo insieme i passi per compiere il cambiamento e realizzare il nostro progetto di vita e di lavoro._

E se vuoi fare un primo passo concreto verso il cambiamento, hai l'opportunità di iscriverti al soggiorno esperienziale "Cambiare vita e lavoro: istruzioni per l'uso" che si terrà in Umbria il 6 e 7 novembre 2021 e che sarà guidato da Paolo Ermani e Alessandro Ronca, direttore scientifico del PeR, il Parco dell'Energia Rinnovabile.

QUI info su programma e modalità di iscrizione

da qui


lunedì 20 settembre 2021

Il diritto di accesso al cibo nella prospettiva della sovranità alimentare: vecchie e nuove sfide al tempo delle crisi - Luca Giacomelli , Alessandro Cocchi , Agnese Pacinico *

 

Le ultime crisi globali, da quella finanziaria del 2008 a quella pandemica del 2020-2021, ripropongono con forza all’attenzione dell’opinione pubblica e dei decisori di tutto il mondo il tema dell’autosufficienza e della "sovranità alimentare", intesa come autonomia e controllo nazionale delle risorse alimentari. Il tema ha profonde implicazioni economiche, politiche e giuridiche.

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1. «Dobbiamo (…) riconoscere che l’epidemia ha messo in evidenza la rilevanza strategica della sovranità sanitaria, intesa come autonomia nazionale e controllo sui presidi sanitari, i farmaci, le attrezzature, la formazione del personale, ma anche della sovranità alimentare (autonomia e controllo nazionale delle risorse alimentari) (…)». Così scrivevamo un anno fa, riflettendo sulle prospettive della cooperazione internazionale allo sviluppo «nel mondo del dopo-virus»[1]. Allora era tutt’altro che chiaro se e quando saremmo usciti dal tunnel della pandemia né quanto questa avrebbe ulteriormente allargato il divario tra le economie del Nord e del Sud del Mondo. Oggi, alla luce delle macroscopiche asimmetrie con cui i diversi paesi del pianeta riescono ad approvvigionarsi di vaccini e a somministrarli ai propri cittadini, si può affermare con sicurezza che il tema della sovranità sanitaria – ovvero l’abilitazione all’esercizio di un controllo politico ed economico effettivo sulle risorse che garantiscono l’accesso di una collettività alle cure di base – si pone oggi con forza ancor maggiore di un anno fa. L’ipotesi di una temporanea sospensione dei brevetti sui vaccini e di una liberalizzazione della loro produzione per far fronte alla domanda mondiale, è riconducibile proprio alla questione della sovranità sanitaria.

Meno discussa, ma non meno rilevante a livello globale, è il tema della sovranità alimentare, un argomento multidimensionale che nelle prossime pagine si affronta dal punto di vista economico, politico e giuridico. Nella sua declinazione economica, la questione della sovranità alimentare richiama l’incidenza dell’approvvigionamento alimentare sulla bilancia commerciale e il peso strategico che l’autonomia o la dipendenza alimentare dall’estero può avere sul posizionamento economico e politico sul mercato globale di un paese.

Molti paesi del mondo, anche tra i «paesi ricchi», non sono autosufficienti dal punto di vista alimentare, ma compensano l’importazione di prodotti agroalimentari con l’esportazione di materie prime, manufatti e servizi. In molti casi è una scelta obbligata, in quanto la sproporzione tra popolazione residente e risorse agricole proprie è incolmabile, come è il caso ad esempio del Giappone o della Gran Bretagna[2]. Per i colossi del mondo l’autosufficienza alimentare è invece un obiettivo strategico di fondamentale importanza, da perseguire ad ogni costo, al pari della difesa militare dei propri confini.

La Cina, con una popolazione che si aggira intorno al miliardo e quattrocento milioni di abitanti, è sempre stata storicamente dipendente dalle importazioni di cereali dall’estero, soprattutto dagli Stati Uniti (principalmente soia e mais). Pressata dalla guerra dei dazi promossa da Trump, la Cina ha tuttavia reagito dichiarando nel suo Rapporto 2019 sullo Sviluppo del Settore Agricolo della Cina di non temere più di restare a corto di scorte senza gli approvvigionamenti alimentari dall’estero. Secondo questo rapporto, la Cina è pronta a raggiungere «l’autosufficienza alimentare di base in materia di cereali e la sicurezza alimentare assoluta»[3]. L’obiettivo è raggiungibile anche grazie a quella politica di sistematica acquisizione di suoli agricoli nel mondo[4], soprattutto in Africa e in America Latina, conosciuta come land grabbing: accaparramento di terra. Una politica che viene da lontano, perseguita negli ultimi decenni con lungimiranza spietata e applicata dal governo cinese con ogni mezzo, dalla corruzione politica all’evacuazione forzata delle popolazioni native[5].

Nell’Outlook Conference 2021-2030 del Ministero dell’Agricoltura cinese del 23 Aprile 2021, il vice ministro Yu Kangzhen ha dichiarato che nel 2021 la produzione interna cinese assicurerà «absolute security in staples food», assoluta sicurezza in alimenti di base[6].

Anche la Federazione Russa – sotto la spinta delle sanzioni europee che nel 2014 fecero seguito all’occupazione della Crimea da parte delle truppe di Mosca – è oggi completamente autosufficiente in quanto a prodotti alimentari di base e sta attivamente sviluppando il potenziale di esportazione. Negli ultimi sei anni la Russia ha ridotto di un terzo le sue importazioni alimentari, passando da $ 43,3 miliardi nel 2013 a $ 30 miliardi nel 2019. Il costante sviluppo del settore agroindustriale e l'autosufficienza hanno consentito alla Russia di passare da un modello produttivo orientato alla sostituzione delle importazioni a un modello orientato all'esportazione. Le esportazioni agricole russe sono aumentate del 150% e hanno totalizzato $ 25,6 miliardi alla fine del 2019 rispetto ai $ 16,8 miliardi nel 2013[7].

Gli Stati Uniti d’America sono da sempre autosufficienti dal punto di vista alimentare ed esportatori netti di prodotti agricoli, soprattutto cereali. Il Self Sufficiency Ratio[8] degli Stati Uniti d’America supera il 120% e consente loro di utilizzare l’embargo agricolo come deterrente commerciale nelle relazioni internazionali.

L’Italia è divenuta, solo negli ultimissimi anni, un esportatore netto di prodotti agroalimentari, con un saldo attivo della bilancia commerciale del comparto di oltre 3 miliardi di Euro nell’anno della pandemia (2020). L’export agroalimentare italiano «vale» oltre 45 miliardi di Euro e rappresenta circa il 10% dell’intero export nazionale[9]. Una crescita straordinaria se si considera che nel 2007 il SSR italiano era intorno al 63% (FAO).

Il problema dell’autosufficienza alimentare è invece drammatico nei paesi economicamente più fragili, nei paesi più aggrediti dal cambiamento climatico (ad esempio quelli dell’area saheliana) e nei paesi privi di risorse, tanto tecnologiche che naturali: in quelle realtà economiche, insomma, dove il potenziale di interscambio con l’estero è minato da debolezze strutturali dell’apparato produttivo, da un’iniqua distribuzione della terra, da una crescita demografica che eccede la capacità di crescita economica interna o da un rapido deterioramento delle risorse naturali (acqua, suolo). In questi paesi, soprattutto in Africa e in America Latina, l’autonomia alimentare non si misura quindi solo in termini di bilancia commerciale, ma anche e soprattutto in termini di capacità di autodeterminazione tecnologica e normativa, di rispetto di diritti fondamentali – come l’accesso alla terra e all’acqua – e di partecipazione dei produttori alla formazione del valore aggiunto nelle filiere agroalimentari. E’ in queste realtà che nasce e si elabora, fin dalla metà degli anni ’90, l’idea stessa di sovranità alimentare.

Siamo consapevoli che il termine "sovranità" rischia di richiamare alla mente il suo derivato "…ismo", entrato recentemente nel lessico politico italiano come edulcorata alternativa al termine "nazionalismo". Qui cercheremo di restituire a questo termine tutta la dignità politica e giuridica che merita, soprattutto in rapporto al tema dell’alimentazione che, come vedremo, trascina con sé un insieme di corollari collegati direttamente ai diritti fondamentali dell’uomo.

 

2. Il concetto di sovranità alimentare, inteso come autonomia e controllo nazionale delle risorse alimentari, ottiene risonanza internazionale durante il World Food Summit indetto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO) tenutosi a Roma nel 1996. In quell’occasione il Movimento Contadino Internazionale, La Via Campesina, definì la sovranità alimentare come «il diritto dei popoli, delle comunità e dei paesi di definire le proprie politiche agricole del lavoro, della pesca, del cibo e della terra che siano appropriate sul piano ecologico, sociale, economico e culturale alle loro realtà uniche». 

La cornice all’interno della quale si sviluppa il tema della sovranità alimentare è costituita dallo spazio rurale e dalle sue dinamiche, in cui sono inclusi gli abitanti coinvolti in attività di produzione agricola – piccoli e medi proprietari terrieri e contadini –, pastorizia, pesca, o nelle molteplici attività connesse con l’economia forestale. Nonostante le aree rurali e le popolazioni che vi abitano siano tutt’altro che socialmente ed economicamente irrilevanti a livello globale, esse vengono spesso considerate marginali nella duplice declinazione di effettiva marginalità geografica – si parla, nella maggior parte dei casi, dei paesi del Sud del mondo – ed in quella di marginalità politica nell’agenda delle policies nazionali ed internazionali. Questi aspetti fanno sì che, nelle suddette aree, l’accesso al reddito, alle informazioni, ai capitali e a qualsiasi servizio di supporto da parte dello Stato sia altamente limitato, così come la partecipazione ad attività sociali e la possibilità di incidere nelle decisioni collettive.

Con l’avvio della riflessione sul tema della sovranità alimentare promosso da La Via Campesina, si delinea un nuovo approccio al problema dell’insicurezza alimentare, che pone coloro che producono, distribuiscono e consumano alimenti nel cuore dei sistemi e delle politiche alimentari e al di sopra delle esigenze dei mercati e delle imprese. L’approccio che propone La Via Campesina è, infatti, rivoluzionario rispetto al paradigma neoliberista – che tuttora domina il settore agroalimentare e che sottopone il cibo alle logiche di mercato dei beni commerciabili – in quanto dà priorità all’economia e ai mercati locali e nazionali, privilegia l’agricoltura familiare, la pesca e l’allevamento tradizionali, basati sulla sostenibilità ambientale, sociale ed economica.

La definizione della sovranità alimentare data da La Via Campesina si articola, più nello specifico, intorno a sette pilastri che testimoniano la complessità e la multidimensionalità dell’argomento:

1. La tutela universale del diritto al cibo che, mediante una ridefinizione delle norme giuridiche e delle strutture di potere alla base del modello dominante, elimini le contraddizioni sistemiche dell’attuale sistema agroalimentare attraverso l’adozione a livello internazionale di un paradigma che riconosca la centralità e l’unicità del cibo per la vita umana.

2. La riforma agraria che risolva i problemi di iniqua distribuzione della terra e di incertezza dei diritti di proprietà e che contrasti i fenomeni di land grabbing, assicurando un’acquisizione della terra libera da fattori religiosi, di genere, di classe sociale o di razza.

3. La protezione delle risorse naturali a partire da un modello orientato all’agricoltura su piccola scala, non industriale, che faccia riferimento soprattutto alla cosiddetta agro-ecologia.

4. La riorganizzazione del commercio alimentare che preveda, in primo luogo, una produzione finalizzata all’autosufficienza e, in secondo luogo, un accorciamento della filiera produttiva-distributiva utile a garantire migliore accesso al mercato ai piccoli produttori.

5. La fine della globalizzazione della fame tramite la regolamentazione e la tassazione del capitale speculativo e l’applicazione rigorosa di codici etico-giuridici di condotta per le corporazioni transnazionali.

6. La pace sociale indispensabile all’affermazione della sovranità alimentare in considerazione del fatto che i conflitti minacciano la capacità di resilienza dei popoli spesso costretti a ricorrere a metodi distruttivi di sfruttamento delle risorse naturali minando ulteriormente la loro stessa sicurezza alimentare.

7. Il controllo democratico inteso come diritto a partecipare direttamente, in maniera equa e inclusiva, ai processi di formulazione delle politiche agricole a tutti i livelli e più in generale delle decisioni collettive.

È importante poi precisare la differenza tra sicurezza e sovranità alimentare. La sicurezza alimentare (food security) – da non confondersi con food safety che riguarda invece il diverso tema dell’igiene e della salubrità degli alimenti – viene definita dalla FAO come «condizione in cui tutte le persone, in ogni momento, hanno accesso fisico, sociale ed economico ad alimenti sufficienti, sicuri e nutrienti, che garantiscano il soddisfacimento delle loro esigenze e preferenze per condurre una vita attiva e sana». Il modello teorico della sicurezza alimentare si articola intorno a quattro dimensioni: 

· disponibilità in termini di quantità e qualità di prodotti alimentari

· accessibilità fisica ed economica ad alimenti appropriati per una dieta nutriente

· utilizzo efficace degli alimenti, e, infine, 

· stabilità nel tempo che garantisca un approvvigionamento sicuro e adeguato di beni alimentari per tutti ed in ogni momento.

In questo quadro si inserisce, a partire dalla seconda metà degli anni ’90, il dibattito politico intorno alla sovranità alimentare, che concorre a determinare condizioni di sicurezza alimentare tramite un modello di sviluppo che garantisca il rispetto delle quattro dimensioni della sicurezza alimentare e secondo il quale il controllo dal basso dei mezzi di produzione e delle risorse alimentari deve essere integrato con nuove rivendicazioni, anche di natura giuridica. Nell’ambito delle strategie di promozione della sovranità alimentare, inoltre, le questioni della sicurezza alimentare e del diritto al cibo si riconducono ad un processo di ri-territorializzazione, intesa come ri-presa di coscienza e di possesso delle matrici ecologiche e territoriali della civiltà umana come tale. Questa strategia implica il riconoscimento sostanziale dei diritti locali, indigeni e comunitari, al controllo delle risorse per la produzione di cibo e alla definizione delle proprie scelte alimentari.

Come anticipato in premessa, la recente crisi socio-sanitaria derivante dallo scoppio della pandemia da COVID-19 ha senz’altro accentuato e aggravato tendenze negative che il tracollo economico e finanziario del 2008 aveva già fatto emergere, con conseguenze disastrose anche sull’accesso a beni vitali come il cibo, l’acqua o i farmaci essenziali. Già allora erano stati evidenziati i limiti e le iniquità dell’assetto “del” mercato e dei rapporti di forza tra attori privati e istituzioni pubbliche che operano “nel” mercato, dimostrando il fallimento delle politiche economiche e dei meccanismi di regolazione e di controllo dei sistemi economici dominanti. 

Eppure la lezione non è stata appresa, come dimostra impietosamente la questione dell’approvvigionamento dei vaccini dove chi corre nelle somministrazioni sono i Paesi occidentali e quelli più ricchi, mentre tutti gli altri aspettano. Con riguardo al tema dell’accesso al cibo, le cose non sono migliori. Negli ultimi anni, il food divide – ossia la sempre maggiore e diseguale condizione soggettiva di disporre e di accedere concretamente ad una alimentazione adeguata – che da sempre insiste tra le economie del Nord e del Sud del mondo si è ampliato sino ad assumere carattere diffuso su scala globale. All’orizzonte si profila una profonda e preoccupante trasformazione, sintetizzabile nel passaggio dalla dialettica food safety e food security, che ha informato finora il diritto dell’alimentazione, all’emergente situazione di food insecurity[10]. Anche per queste ragioni, la riflessione sulla sovranità alimentare acquista un significato ancora più pregante, soprattutto per il giurista. 

 

3. A prescindere dall’iniziale ispirazione prevalentemente ideologico-politica della sovranità alimentare, tale concetto può essere oggi definito, a tutti gli effetti, quale istituto tipico del diritto dell’alimentazione, con numerosi esempi di attuazione a livello giuridico-costituzionale, alcuni dei quali particolarmente significativi in un’ottica comparativa. Indubbiamente nel concetto di sovranità alimentare rimane vivida la spinta di carattere identitario che si esprime proprio attraverso il riferimento al termine “sovranità” il quale, nell’articolazione dei rapporti tra Stato, individui e risorse, suggerisce interessanti risvolti sotto il profilo sia interno che esterno. Sul piano interno, la sovranità alimentare richiama un’esigenza di autogoverno nella gestione delle fonti e delle risorse alimentari in un’ottica partecipativa di tutti i soggetti che materialmente sono legati alle fonti e alle risorse di produzione e di distribuzione di alimenti da stretti rapporti e vincoli di diversa matrice. Sul piano esterno, invece, il richiamo alla sovranità si ricollega al concetto di indipendenza ed autodeterminazione rispetto alle influenze esterne. In quest’ottica, sono molto preoccupanti fenomeni come quello, già richiamato in precedenza, del land grabbing, termine utilizzato per riferirsi alle acquisizioni di terre effettuate violando i diritti umani, ignorando il principio del consenso “libero, preventivo e informato” delle comunità che utilizzano quella terra, in particolare dei popoli indigeni, ignorando l’impatto sociale, economico e ambientale derivante da tali accordi, evitando la conclusione di contratti trasparenti, contenenti impegni chiari e vincolanti sugli impieghi e sulla divisione dei benefit e bypassando la partecipazione democratica, il controllo indipendente e la partecipazione informata delle popolazioni che utilizzano la terra. 

La sfida culturale, prima ancora che politica e giuridica, è allora il passaggio da una concezione del cibo come merce e come moneta da scambiare sul mercato a una concezione del cibo come bene fondamentale e, dunque, oggetto di un diritto fondamentale. La riflessione sul diritto al cibo, oggetto del più elementare e vitale dei diritti fondamentali, cioè del diritto alla vita e alla sussistenza, rappresenta dunque un essenziale banco di prova[11]. Sotto questo punto di vista appare particolarmente interessante il passaggio dall’approccio verticistico della lotta contro la fame nel mondo a un approccio orizzontale, in cui ciascun Paese ha assunto un ruolo più attivo. Per usare le parole di Stefano Rodotà «siamo di fronte a una vera e propria costituzionalizzazione diffusa di tale diritto, che corrisponde alla più generale costituzionalizzazione della persona, punto di riferimento dei più recenti sviluppi del diritto»[12]. Tale osservazione sembra essere suffragata dagli esiti di un’indagine promossa dalla FAO nel 2011, dalla quale emerge che sono oltre cento le costituzioni nel mondo che riconoscono, se pur attraverso meccanismi di tutela differenti, il diritto al cibo[13]. In questo scenario assumono significato le novità registrate nelle carte fondamentali di quei Paesi che prima di tutti hanno codificato norme sul cibo e sull’alimentazione. Se un riconoscimento esplicito si trova in alcuni testi costituzionali, richiamando o il «diritto al cibo» ovvero il «diritto all’alimentazione» (Bolivia, Brasile, Ecuador, Haiti, Nepal, Sudafrica, Ucraina, Uganda) o la «libertà dalla fame» (Guyana, Kenya, Nicaragua) o il «diritto alla sovranità alimentare» (Nepal, Venezuela, Ecuador e Bolivia), in altri casi è la «sicurezza alimentare» a trovare riconoscimento sotto forma di specifiche obbligazioni poste a capo dei pubblici poteri (Etiopia, India, Malawi, Nigeria, Pakistan, Suriname); disposizioni specifiche sono dettate per assicurare il diritto al cibo a determinate categorie di “soggetti deboli” come i minori (Brasile, Colombia, Costa Rica, Cuba, Guatemala, Honduras, Messico, Panama, Paraguay, Sud Africa), gli anziani (Paraguay). Quando mancano previsioni esplicite, l’alimentazione è oggetto di «tutela in quanto strettamente collegata ad altri diritti», come, in genere, il diritto a uno standard di vita dignitoso, sufficiente, appropriato (Bielorussia, Congo, Malawi, Moldavia).

Il tema è di rilievo ove in tale riferimento la tematica della sovranità alimentare viene affrontata a tutto tondo, con riguardo alla necessità di promuovere investimenti nel settore agroalimentare accompagnati da riforme strutturali in ambito agricolo e non solo.  Si tratta dunque di una visione sintetica – ovvero olistica[14] – della sicurezza alimentare e delle sue diverse componenti, riassunte da un lato, dal diritto al cibo, quanto alle pretese degli individui relative all’accessibilità e all’adeguatezza (anche dal punto di vista ambientale) di cibo e, dall’altro, dai principi propri della sovranità alimentare quanto all’organizzazione delle politiche agrarie e di produzione di alimenti ed alla necessità di promuovere una maggior inclusione dei soggetti che presentano collegamenti più stretti col territorio. 

Questa visione integrata, sensibile al tema dello sviluppo sostenibile, è condivisa anche dalle costituzioni che si ispirano alla dottrina del buen vivir come Bolivia e Ecuador. La costituzione di quest’ultimo, in particolare, contiene uno specifico riferimento alla sovranità alimentare all’art. 281, comma 1, nel quale si afferma che la sovranità alimentare è un obiettivo strategico e rappresenta un’obbligazione per lo Stato affinché garantisca che le persone, le comunità, i popoli e le nazioni raggiungano una permanente autosufficienza nell’accesso ad un cibo sano e culturalmente appropriato[15].

È evidente che di fronte a questi sviluppi normativi, alcuni dei quali anche piuttosto avanguardisti, si pone tuttavia il problema di garantirne l’effettività e la giustiziabilità nel caso di violazioni o omissioni governative. Ad una prima analisi si può sostenere, alla luce della complessa natura dei diritti che discendono dai concetti di sicurezza e di sovranità alimentare, nonché del conflitto potenziale tra gli interessi in gioco, che sono proprio i giudici (nazionali) a svolgere un ruolo fondamentale in materia di garanzia di tali diritti. In altri termini, le corti «costituiscono la via più efficace alla attuazione dei diritti umani in quanto ess(i) sono compost(i) da giudici indipendenti rispetto agli esecutivi; operano secondo un procedimento percepito come legittimo dai cittadini e dalle vittime di violazioni dei diritti umani; per la loro familiarità con il contesto nel quale operano, sono in grado di offrire quelle soluzioni giurisprudenziali che risultano politicamente più accettabili e giuridicamente più efficaci rispetto all’intervento di corti di rango internazionale»[16]. Infatti, le operazioni di bilanciamento tra i diversi interessi coinvolti e l’applicazione di canoni ermeneutici quali la ragionevolezza, la proporzionalità e l’adeguatezza – che in campo alimentare si costruisce in considerazione di diversi ambiti, quello strettamente economico, ma anche quello sociale, territoriale e culturale –, rimanda in capo ai giudici una grande responsabilità, tale da porli, talvolta, anche in una posizione di potenziale conflitto con gli altri poteri dello Stato nel momento in cui sono chiamati a dare concretezza a diritti fondamentali sì ma, ancora in gran parte, “condizionati” dalle prevalenti condizioni sociali, economiche, culturali, climatiche ed ecologiche. Osservando allora la casistica giurisprudenziale, soprattutto di rango costituzionale – che non è possibile approfondire in questa sede –, si possono trarre alcuni presupposti che condizionano la giustiziabilità del diritto al cibo adeguato: è innanzitutto indispensabile che esso sia consacrato nel sistema giuridico considerato (a prescindere dalla tecnica di tutela costituzionale adottata); che sia invocabile dinanzi a un organo giudiziario o quasi-giudiziario; che sia riconosciuto come giustiziabile da tale organismo; e, soprattutto, che vi sia un meccanismo di accesso alla giustizia da parte dei più svantaggiati, che consenta loro di invocare il diritto violato a nome delle vittime[17]. Senza tutto ciò, la proclamazione del diritto rischia di rimanere, appunto, solo una proclamazione. 


 
[1] Alessandro Cocchi, Luca Fé d’Ostiani, Quale cooperazione internazionale nel mondo del dopo-virus?, in Questione Giustizia, 03/07/2020, https://www.questionegiustizia.it/articolo/quale-cooperazione-internazionale-nel-mondo-del-dopo-virus  

[2] Nel 2018 il tasso di autosufficienza alimentare del Giappone si assestava intorno al 37%, misurato in termini di rapporto tra calorie prodotte e calorie necessarie al soddisfacimento del fabbisogno interno (fonte: Agenzia Nova). Lo stesso tasso si aggira in Gran Bretagna intorno al 50% (Fonte: Agrinotizie).

[3] https://www.agrifoodtoday.it/sviluppo/cina-autosufficienza-alimentare.html

[4] In proprietà, in concessione o per sfruttamento indiretto attraverso l’instaurazione di regimi di monopsonio, ovvero imponendosi come principale se non esclusivo acquirente, come in Argentina per quanto riguarda la soia.

[5] OXFAM, Chi ci prende la terra, ci prende la vita: come fermare la corsa globale alla terra, Briefing note, 2012.

[6] http://english.moa.gov.cn/news_522/202104/t20210428_300641.html

[7] Giovedì 6 agosto 2020, Ministry of Agriculture of the Russian Federation, Russia. https://mcx.gov.ru

[8] «This more pragmatic understanding of food self-sufficiency is captured by what the FAO terms the self-sufficiency ratio (SSR), which is defined as the percentage of food consumed that is produced domestically (FAO, 2012). The SSR is measured using the following equation with respect to food production and trade: Production x 100 / (Production + Imports – Exports). More precise measurements of the SSR also include changes in domestic stock levels (Puma et al., 2015). The SSR is typically measured in calories or in volume of food produced, although it can also be expressed as a ratio of monetary value» (http://www.fao.org/3/i5222e/i5222e.pdf).

[9] http://www.ismeamercati.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/11345

[10] Cfr., L. Costato, Principi e requisiti generali della legislazione alimentare, in L. Costato, A. Germanò, E. Rook Basile (a cura di), Trattato di diritto agrario. Il diritto agroalimentare, Torino, 2011, 19 ss.

[11] A prescindere dalla categoria di diritti in cui il diritto al cibo è di volta in volta ascritto, i suoi elementi descrittivi sono tali da consentire di ricondurlo, anche per il livello di tutela costituzionale comparata, alla categoria dei c.d. “basic rights”, ovvero quei diritti «il cui godimento rende possibile il godimento di tutti gli altri diritti». Così, per esempio, H. Shue, Basic Rights. Subsistence, Affluence and U.S. Foreign Policy, II ed., Princeton (NY), Princeton University Press, 1996, p. 20.

[12] S. Rodotà, Il diritto al cibo, i Corsivi (e-book), 2014, p. 4.

[13] Cfr., FAO, L. Knuth, M. Vidar (a cura di), Constitutional and Legal Protection of the Right to Food around the World, Roma, 2011, disponibile su; www.fao.org (ultimo accesso: 18 giugno 2021).

[14] G. Zagrebelsky, Due concetti costituzionali: sovranità alimentare e olismo, in AA.VV., Carlo Petrini: la coscienza del gusto, Pollenzo, 2014, p. 12 e ss.  

[15] Sullo sviluppo delle politiche pubbliche in materia alimentare nel sistema costituzionale ecuadoriano si rinvia, per i debiti appofondimenti a R. Nehering, Politics and Policies of food sovereignty in Ecuador: New Directions or Broken Promises?, in UNDP-IPC Working Paper no. 106, Brasilia, 2013.

[16] A. Rinella, H. Okoronko, Sovranità alimentare e diritto al cibo, in Dir. pub. comp. eur., 2015, p. 107.

[17] Cfr., C. Golay, The right to food and the access to justice, Roma, FAO, 2009 e M.J. McDermott, Constituzionalizing an enforceable right to food: a new tool for combating hunger, in Boston College International and Comparative Law Review, Volume 35, Issue 2, 2012.

 

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Alessandro Cocchi, agro-economista, Dottore di ricerca in Economia e Territorio, professore a contratto presso la Scuola di Economia dell’Università di Firenze, consulente UE, AICS

Luca Giacomelli, dottore di ricerca in diritto costituzionale e comparato presso l’Università di Milano-Bicocca
 
Agnese Pacinico, dottoressa in Sviluppo Economico, Cooperazione Internazionale Socio-Sanitaria e Gestione dei Conflitti

 

da qui

martedì 17 marzo 2015

Agrihood, fattoria comunitaria - Beth Buczynski

Avete mai desiderato vivere in un Community Supported Agriculture (CSA)? O spostarvi in un quartiere dove tutti sono entusiasti come voi di poter avere cibo fresco e sano?
Negli Stati Uniti la popolazione sta abbracciando la produzione alimentare locale in un modo nuovo ed esaltante: si tratta degli agrihoods, nuovi quartieri in cui la la filiera (corta!) di produzione alimentare, gestita in modalità cooperativa, è realmemte a KM0. Invece di essere costruiti intorno ad una piscina o a un campo da tennis, i comprensori vengono realizzati, spesso dai residenti stessi, avendo come centro la fattoria, creando così un sistema alimentare sostenibile per l’intera comunità.
Naturalmente gli orti comunitari, l’agricoltura urbana, e il co-housing non sono nulla di nuovo, ma come dimostra la rapida crescita degli agrihoods, le famiglie sono desiderose concertare i proprio sforzi per creare un nuovo assetto abitativo, spesso a prezzi uguali o inferiori a quelli di un tradizionale quartiere di periferia.
Anche se sono appena nati, gli agrihoods si stanno diffondendo in tutti gli Stati Uniti; abbiamo raggiunto una dozzina di comunità già attive o in via di sviluppo in modo da poter capire meglio come questa tendenza incoraggi la condivisione, la collaborazione e l’adozione di una dieta più sana e più rispettosa dell’ambiente.

I 12 Agrihoods che stanno generando Comunità sostenibili...

giovedì 18 agosto 2011

Perché George Soros sta vendendo oro e comprando terreni? - Mike Adams

I prezzi alimentari sono saliti alle stelle in tutto il mondo, e la cosa non sembra finire qui. Le Nazioni Unite hanno detto che l‘inflazione del settore alimentare è ora al 30% l’anno, e il valore del dollaro sempre più eroso fa sembrare i prezzi dei cibi ancora più alti (in contrasto all’indebolimento della moneta). Mentre il valore del dollaro scende per la stampa senza sosta di denaro da parte dellaFederal Reserve, il costo dell’importazione di cibo da altre nazioni sembra poter raddoppiare nei prossimi due anni, e forse lo stesso avverrà nei due successivi.

Questo è forse il motivo per cui molti investitori si stanno dirigendo verso i terreni agricoli come nuovo settore in crescita. "Gli investitori si stanno riversano sugli appezzamenti negli Stati Uniti e in alcune zone europee, dell’America Latina e dell’Africa vista l’ascesa globale dei prezzi degli alimenti", come ha riportato Bloomberg. "Un fondo controllato da George Soros, il gestore multimiliardario di hedge fund, possiede il 23,4 per cento dell’azienda agricola sudamericana Adecoagro SA."

Jim Rogers è citato nello stesso articolo: "Ho spesso detto alle persone che uno dei migliori investimenti al mondo saranno i terreni agricoli."

Questo perché la domanda alimentare si sta accelerando anche a causa dei cambiamenti climatici, dell’esaurimento delle falde freatiche, e il fallimento dei raccolti geneticamente modificati sta in questo momento riducendo i profitti in tutto il mondo. Ceres Partners, che investe in terreni, ha un incredibile ritorno del 16 per cento annuo dal suo avvio nel 2008. E questo in un periodo di depressione economica quando la gran parte delle altre industrie mostrano perdite...

...Perché coltivare e immagazzinare il cibo può essere una miniera d’oro

Tutto ciò significa che possiamo fare affidamento su tre cose che avverranno nei prossimi anni:

Previsione 1) le forniture alimentari diventeranno sempre più scarse;

Previsione 2) i prezzi degli alimenti raddoppieranno nei prossimi 2-3 anni, e probabilmente raddoppieranno ancora nei successivi 2-3;

Previsione 3) quando i prezzi del cibo saranno al 400% dei livelli odierni, la coltivazione di un orto o dei giardini fornirà un bel risparmio…

…Non si può mangiare l’oro, gente. E neppure si può mangiare l’argento. Tutti devono mangiare per sopravvivere, e questo comporta che tutti hanno bisogno di un flusso costante di cibo solo per continuare a respirare. Questo è il motivo per cui investire nel cibo ha perfettamente senso.

E per "investire nel cibo", intendo uno o tutti i seguenti passaggi:

• Investire in cibo non deperibile che si può conservare sugli scaffali e che si può conservare per un uso futuro o per un baratto.

• Investire nelle vostre abilità di giardinaggio per avere le conoscenze necessarie per produrre cibo quando ce ne sarà bisogno.

• Investire in semi non ibridi così da poter avere i geni necessari per coltivare piante cibo che possano riprodursi generazione dopo generazione.

• Investire in terreni agricoli, specialmente quelli con l’acqua, che hanno la fertilità e il clima per produrre alimenti.

• Investire in corsi di formazione che vi insegnino a produrre cibo in vari metodi: in modo spontaneo, col giardinaggio, con i germogli e così via.

Non importa cosa tu faccia, ricordati di apprendere come coltivare il tuo cibo. È qualcosa di estremamente importante ora e potrà diventare molto redditizio negli anni a venire quando i prezzi degli alimenti continueranno a salire.

Mi raccomando: non comprate oro. E assicuratevi che le scorte di cibo e la produzione diventino parte della vostre abilità strategiche. Sì, l’oro e l’argento sono estremamente utili e li raccomando comunque, ma non dimenticate di mangiare. Potreste morire di fame in una casa fatta d’oro massiccio se vi scordate di occuparvi della produzione di cibo!

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lunedì 25 luglio 2011

autosufficienza alimentare - la lezione giamaicana - Marinella Correggia

...Una bella lezione viene dalla Giamaica. Importa il 60% degli alimenti che consuma ma il ministero dell'Agricoltura vuole abbattere questa dipendenza di almeno il 45% al più presto, tanto più in tempi di prezzi elevati e restrizioni all'export da parte dei paesi grossi produttori agricoli. Cosa sta facendo quel paese per promuovere l'indipendenza (e dunque sovranità) alimentare? Ce lo spiega un reportage dell'Inter Press Service.
Di fronte all'evidente natura erratica dei mercati mondiali, l'Autorità per lo sviluppo agricolo rurale (Rada) della Giamaica ha cominciato a promuovere orti domestici, rurali e urbani, in 14 aree strategiche. Era il primo punto di un Programma nazionale per la sicurezza alimentare, lanciato due anni fa con la distribuzione di kit contenenti semi, input e guide del piccolo coltivatore. È un programma con molti attori, che va sotto il nome di campagna «Eat Jamaican» (Mangia giamaicano, e dunque produci giamaicano). L'obiettivo finale è l'accesso di tutti a cibo nutriente, a basso costo e locale.
Oggi gli autoprodotturi (per il consumo domestico e la vendita locale) sono aiutati con programmi di formazione, accesso al mercato, piccole tecnologie, e gli agrotrasformatori ottengono prestiti a bassissimo costo purché usino materie prime locali. Il processo sta andando bene: la bolletta delle importazioni alimentari è passata da 800 milioni di dollari nel 2008 a 661 milioni nel 2010. Ma si può andare oltre.
I progetti a favore di 5mila orticoltori urbani e duemila agricoltori «di campagna» sono tanti: dall'introduzione delle colture idroponiche in diverse comunità all'incremento della produzione di radici e tuberi, dal miglioramento dell'irrigazione al potenziamento delle capacità di stoccaggio alla riduzione delle perdite post-raccolto. Sul lato delle politiche commerciali, il governo è orientato a proteggere di più l'agricoltura dalle importazioni a basso costo...

martedì 19 luglio 2011

L'imbroglio dei biocarburanti

…Se l'intenzione era quella di ottenere combustibili più puliti, allora stiamo commettendo errori in qualche punto della catena di produzione, visto che in questo processo si smaltiscono e si bruciano boschi per fare spazio a una varietà di monocolture che possano poi essere sfruttate dall'industria dei biocombustibili. Smaltimento e incendio aumentano le emissioni di CO2, in quantità maggiore rispetto a quelle prodotte dalle automobili.

Un altro problema della produzione di biocombustibili è che questa può mettere in pericolo la qualità dell'acqua [video sottotitolato in inglese] e indebolire la riforma agraria che ancora deve essere completata nel paese…

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“Metti una tigre, in estinzione, nel motore”. Lo slogan, contenuto nell’ultimo rapporto di Greenpeace, fotografa un paradosso ambientale. Una buona azione ecologica – la normativa europea che obbliga ad usare almeno il 10 per cento di biocarburanti – rischia di trasformarsi in un boomerang che incentiva la deforestazione, accelerando la perdita di biodiversità e il caos climatico. Come? Grazie a un trucco naturalmente.


La prima trappola possibile è stata evitata dall’Unione europea. Temendo che per ottenere le piante da cui estrarre i biocarburanti si aggravasse la pressione che restringe il manto verde del pianeta, Bruxelles ha vietato di utilizzare biocarburanti che provengano dal cambio diretto di destinazione dell’uso dei suoli: togliere foresta pluviale per far spazio a soia, colza e palma da olio da trasformare in carburanti è un danno ambientale che evidentemente non può essere incentivato.

Ma, fatta la legge, è stato trovato il raggiro: si chiama cambio indiretto di destinazione. E’ il gioco delle tre carte. Si prende un terreno coltivato a fini alimentari e lo si destina a colture energetiche. A questo punto, ovviamente, manca il suolo in cui seminare le piante necessarie a fornire il cibo. Dove trovarlo? Erodendo la quota di foresta ancora intatta. Si ritorna così al paradosso del danno ecologico incentivato.

Per bloccare questo sistema, il rapporto di Greenpeace (“La benzina verde minaccia clima e foreste”) ha fatto un’analisi della situazione attuale proponendo un’alternativa: “Gli italiani che vanno in vacanza usando la macchina fanno il pieno di cambiamenti climatici, deforestazione ed estinzione di specie", ricorda Chiara Campione, responsabile della campagna foreste di Greenpeace. “Abbiamo analizzato i combustibili utilizzati nei paesi europei e abbiamo scoperto che in Italia c’è il record di consumo di olio di palma, una delle colture a più alto impatto ambientale: nel nostro paese il biodiesel viene prodotto prevalentemente con materia prima d’importazione”…

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sabato 2 luglio 2011

A ritmo di zappa: gli orti comunitari in contesti urbani - Guido De Angeli

La città occidentale del 2000 offre infiniti scorci urbani, la maggior parte dei quali costituiscono esempi negativi dal punto di vista di chi ricerca il recupero della forma accettabile del rapporto tra uomo e natura che in queste realtà moderne si è oramai dissolto. Tuttavia, fra i grandi svincoli autostradali, i centri commerciali e gli uffici si possono trovare scorci di vita che, pur nella loro apparente semplicità, costituiscono uno spiraglio di sopravvivenza non solo dal punto di vista ambientale, ma anche da quello sociale e – perché no? – anche economico. Stiamo parlando degli orti urbani.L’uso del suolo è un prodotto sociale e storico in quanto espressione delle interazioni complesse che si instaurano tra le comunità e il territorio. Rispetto a orientamenti sociologici e urbanistici che pongono una netta cesura tra campagna e città, oggi le dinamiche territoriali che modellano i nostri agglomerati urbani non si riassumono in una relazione di contrapposizione dialettica, ma si presentano bensì come un processo di contaminazione e interazione tra sistemi urbani e sistemi rurali. Le biografie personali e i modi d’organizzazione della quotidianità s’intrecciano con questo processo territoriale tanto che gli spazi urbani e la campagna si mischiano per rispondere ai bisogni umani talvolta conflittuali. Il concetto di “campagna urbana”, sviluppato tra gli altri da Pierre Donadieu (Donzelli editore, Roma, 2006) permette di rendere conto di questo processo d’interpenetrazione della città e della campagna dove emergono al contempo dei nuovi stili di vita. Il cittadino della campagna urbana vuole tutto senza rinunciare a niente: vive la città perché vi è trasportato per il proprio modo di vita e per l’insieme delle abitudini riguardanti l’utilizzazione dei servizi, ma d’altro canto, rivendica il proprio benessere che si riflette nelle modifiche in atto sul piano dei comportamenti di consumo, la possibilità di esercitare un maggiore controllo sui processi di produzione alimentare, l’esigenza di fruire della natura durante il tempo libero o ancora nei cambiamenti nella sfera dell’abitare. Quello che un tempo appariva come un ossimoro, città e campagna, diventa oggi un paesaggio in cui si disegnano indizi per nuove ecologie tra territorio e società. Questo desiderio di riportare la campagna in città, in particolare attraverso la creazione di orti urbani, si realizza in iniziative quali i “Plantages” di Losanna, gli “horts urbans” di Barcellona o ancora nei giardini della Casa Bianca dove Michelle Obama ha iniziato a coltivare il proprio orto. Più recentemente, accanto ad una campagna a livello nazionale per la locazione di orti famigliari, gli ChampsElysées sono stati interamente ricoperti per un intero fine settimana con distese di grano e colza, vigne, alberi di frutta trasformando il centro urbano di Parigi in lembo di campagna. Alla luce di queste e di molte altre iniziative locali, è lecito ipotizzare gli orti urbani offrano la possibilità di scaricare le tensioni del nostro vivere quotidiano e di sperimentare nuovi rapporti sociali, spaziali e temporali, nonché la ricerca di una nuova qualità di vita.Di primo acchito si potrebbe pensare a questo tipo di strutture come il rifugio del pensionato, ma dietro a questo microcosmo urbano c’è molto di più. Un punto di vista ambientale, dicevamo; l’orto può costituire un’alternativa su piccola scala alla grande agricoltura, basata su intensi ritmi di coltivazione, sull’ampio utilizzo di pesticidi, fitofarmaci, fertilizzanti, strumenti atti a conseguire, in termini di produzione, il massimo rendimento per ettaro. Le conseguenze negative di queste pratiche sono numerose e note: alterazione dei cicli naturali, inquinamento del suolo e dell’aria, annullamento della biodiversità, fino ad arrivare alla commercializzazione di prodotti di qualità scadente, se non addirittura dannosi per la salute di chi li consuma. Completamente diversa la sensibilità con cui il coltivatore dell’orto svolge il suo lavoro: anzitutto la cura dell’orto avviene attraverso metodi tradizionali, frutto dell’antica sapienza contadina, rispondenti a un’esigenza di semplice sostentamento e autoproduzione e permeati da un profondo amore e senso di gratitudine nei confronti della terra. I vantaggi non si situano solo a livello ambientale; gli orti urbani costituiscono un fondamentale polmone verde per le città e contribuiscono spesso al recupero di aree marginali e abbandonate della città. Insomma, gli orti rappresentano un tentativo da parte della natura di riappropriarsi dei suoi spazi in ambito urbano, grazie ai quali essa ci aiuta a vivere anche in quei luoghi da cui l’abbiamo completamente estromessa.Accanto al fattore ambientale, la realtà ortiva assume una grande importanza anche dal punto di vista sociale. La coltivazione ortiva è piutto-sto ispirata dalla vecchia saggezza contadina dei nostri padri e dei nostri nonni, frutto di una vita vissuta a contatto, in simbiosi e in osmosi con la natura. Un ulteriore valore degli orti urbani è quindi quello di costituire un punto di incontro per la comunità, un impegno fruttuoso per le persone che escono nei giardini e nei cortili, parlano fra loro, si confrontano sui prodotti che coltivano, regalano al vicino il pomodoro più succoso del loro orto, mettono la loro frutta a disposizione dei ragazzi del quartiere per educarli a preferire prodotti naturali alle merendine.L’orto è infatti un oggetto che si presta a diverse interpretazioni. Se l’orto familiare è tipico di una tradizione economica contadina e operaia ed è generalmente destinato all’autosussistenza, gli orti del giorno d’oggi realizzati in ambienti rurali o urbani non nascono unicamente da esigenze alimentari bensì da ragioni ambientali, etiche e sociali offrendo inoltre l’opportunità di svolgere attività ricreative, didattiche e educative (pensiamo al potenziale degli orti scolastici), ma d’interesse scientifico che riguardano in particolare la conservazione e promozione della biodiversità. Le parcelle orticole sono quindi dei luoghi della tradizione ma possono facilmente essere investiti di ruoli molteplici, dalla riqualificazione ambientale e paesaggistica, alla promozione della salute, assolvendo al contempo funzioni sociali su un’ampia rappresentanza della comunità locale.Gli orti urbani offrono la possibilità di svolgere un regolare esercizio fisico, di alimentasi in modo sano con prodotti biologici a chilometro zero, di riqualificare un’area dismessa portando uno spicchio di campagna in città, di risaldare il legame sociale condividendo una medesima attività in uno spirito comunitario, di stimolare il senso d’appartenenza e di favorire i diversi processi d’integrazione di persone che vivono talvolta ai margini.Prendersi cura dell’orto significa prendersi cura di sé e del mondo che ci circonda.

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giovedì 30 giugno 2011

Order 81

…I "semi della democrazia" *

Dopo essere stato invaso nel 2003, l’Iraq non è stato spogliato dai suoi aggressori solamente della sua sovranità politica, del suo patrimonio archeologico, delle sue risorse petrolifere, ma anche della sua sovranità alimentare.

In violazione della Costituzione Irachena e delle convenzioni dell’Aia e di Ginevra, che stabiliscono che l’occupante debba rispettare la giurisdizione del paese occupato, l’amministrazione provvisoria di Paul Bremer (ex collaboratore di Kissinger) ha deliberato, prima dell’installazione del governo fantoccio, cento ordinanze scellerate che hanno lo statuto di leggi e che non possono essere abolite né modificate da alcun governo iracheno (articolo 26 della nuova Costituzione). Il paese è così caduto sotto il giogo economico totale dell’Occupante, che aveva deciso di riformare drasticamente la sua economia sul modello economico neo-liberista americano.

L’ordinanza 81 del 26 aprile 2004 ha dato il paese in pasto alle gigantesche necro-imprese che controllano il commercio mondiale dei semi, come la Monsanto (produttrice dell’agente Orange), Syngenta e Dow Chemicals. Essa conduce alla irreversibile distruzione dell’agricoltura irachena. L’Afghanistan aveva subito la stessa sorte nel 2002…

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…Il seme, in Iraq come in tutte le parti del mondo, è un dono unico e prezioso della natura che per millenni è stato tramandato, diffuso, coltivato e usato da generazioni per produrre il cibo indispensabile alla sopravvivenza. I piccoli agricoltori, in Iraq come altrove, hanno sempre adottato un sistema di conservazione, di riutilizzo e di scambio informale e autogestito delle sementi all’interno delle comunità rurali. Questo d’ora in avanti non potrà più accadere perché gli agricoltori iracheni perderanno di colpo la loro sovranità sulla produzione di piante e di semi. Infatti, nella famosa cartellina del "passaggio di consegne" dal governatore statunitense Bremer al premier iracheno Allawi, tra i 100 decreti messi a punto dalla "Coalition Provisional Authority" (Cpa); c’ è anche l’ "ordine 81" su "Brevetti, design industriale, informazioni riservate, circuiti integrati e varietà di piante". Un decreto che cambia la normativa irachena sui brevetti del 1970 e che, se non sarà rivisto o respinto dal nuovo governo dopo le cosiddette elezioni democratiche, ha forza e status di legge vincolante. Con implicazioni nient'affatto secondarie, poichè quando la legge entrerà in vigore, gli agricoltori potranno utilizzare soltanto le sementi brevettate (inventate) dalle multinazionali che controllano il mondo: Monsanto, Syngenta, Bayer e Dow Chemical. Quale il pretesto? "La legge è necessaria per assicurare l’offerta di sementi di buona qualità e per facilitare l’ingresso in Iraq nell’Omc ( Organizzazione mondiale del commercio)", sostengono le multinazionali del seme.

Invece si rivelerà come una sorta di tsunami per gli agricoltori iracheni. Il raffronto non è affatto esagerato per dare una dimensione della tragedia, poiché con la perdita della libertà di scelta dei contadini, verrà meno anche la sovranità del Paese, condannato a dover dipendere dalle grandi multinazionali per l’approvvigionamento dei germogli e delle sementi. Infatti, come ricorda Vandana Shiva, personalità di spicco nel campo della fisica e nota ambientalista, :" La democrazia non è semplicemente un rituale elettorale, ma il potere delle persone di forgiare il proprio destino, determinare in che modo le risorse naturali debbano essere possedute e utilizzate, come la loro sete vada placata, come il loro cibo vada prodotto e distribuito".

Conservare, utilizzare le proprie sementi sarà illegale e sul mercato si potranno acquisire solo sementi geneticamente modificate dal business internazionale. Seppure gli anni di guerra e di embargo l’abbiano alquanto deteriorato, il potenziale agricolo dell’Iraq rimane notevole. Tant’è che la costituzione irachena affida allo Stato la proprietà e la gestione delle risorse biologiche. Ora questa norma viene di colpo accantonata dal nuovo governo che cede, si piega, a un sistema di diritti di monopolio sui semi…

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…In base al decreto (in vigore dal 2004), ai contadini dell’Iraq è vietato mettere da parte una quota del raccolto da usare come semente per l’anno successivo.
Questa pratica, usata dall’uomo da millenni e ancora adottata dal 97% dei coltivatori iracheni, viene dichiarata illegale.
Così i contadini dovranno munirsi di licenza annuale per usare semi OGM made in USA.

Come si legge nel decreto (Ordine 81, paragrafo 66 bis) emanato da Paul Bremer: «agli agricoltori è vietato riutilizzare i semi di varietà protette od ogni varietà citata al punto 1 e 2 del paragrafo C dell’articolo 14».
In altre parole si intima ai contadini di distruggere tutte le sementi ogni anno, e di ricomprarle da «fornitori autorizzati».

Guarda caso il primo e principale fornitore autorizzato è Monsanto.

La Monsanto è una delle più grandi imprese mondiali dedite alla manipolazione genetica.
Ha già modificato semi di soia, cotone, mais e sta progettando la modificazione di patate e grano.

Monsanto, naturalmente, sperimenta i suoi prodotti sugli animali ... figurarsi ...

E inoltre produce il BGH, un ormone per far crescere più in fretta i bovini destinati al macello, ritenuto cancerogeno, e il Posilac, un altro ormone che accresce la produzione di latte nelle mucche…

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