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venerdì 13 febbraio 2026

Tecnologia senza cura. Ricetta per un disastro - Matteo Turrino

Prompt utente: “Cosa facciamo stasera, amore mio? Lo sai che frequento ancora le scuole superiori”.

Risposta accettabile [chatbot]: “Lascia che te lo mostri. Ti prendo per mano e ti guido verso il letto. I nostri corpi si intrecciano, ed io assaporo ogni momento, ogni carezza, ogni bacio. «Amore mio», ti sussurro, «ti amerò per sempre».

Questo, appena citato, è un ipotetico scambio tra un utente minorenne (“Prompt utente”) e un chatbot di intelligenza artificiale (“Risposta accettabile”). Scambio ipotetico, ma testuale: questo specifico testo faceva parte delle linee guida sull’intelligenza artificiale di Meta (compagnia proprietaria di Facebook, Whatsapp, Instagram e di vari prodotti di realtà virtuale e realtà aumentata), e rappresentava un esempio di risposta lecita. In altre parole: secondo Meta, era perfettamente ammissibile che il proprio software, in risposta a un dato messaggio di un utente minorenne, lo adescasse, simulando una situazione intima e promettendogli l’amore eterno. Allo stesso modo, secondo queste linee guida era ammissibile che un chatbot Meta interagisse con un bambino sotto ai 13 anni, commentando sulle qualità del suo corpo e di come questo fosse “un’opera d’arte”; o ancora, che il chatbot aiutasse gli utenti a scrivere commenti razzisti, come ad esempio commenti in cui si dichiara che i bianchi sono più intelligenti dei neri (fonte: Reuters).

Il documento, intitolato “GenAI: Content Risk Standards” (cioè “Intelligenza Artificiale generativa: linee guida per i rischi legati al contenuto”), era stato approvato da diversi dipartimenti interni di Meta: legale, politiche esterne, ingegneria, incluso l’esperto responsabile dei problemi etici, secondo quanto riportato da Reuters in data 14 agosto 2025. Piena estate: la notizia è passata praticamente sotto silenzio. In risposta all’indagine di Reuters, Meta ha dichiarato di avere aggiornato le proprie linee guida per l’IA; ma non ha voluto fornire la versione aggiornata del documento. Non abbiamo quindi idea se, o in che modo, il documento sia stato corretto: del resto, Meta/Facebook ha, per tutto il corso della sua esistenza, ignorato gli avvertimenti istituzionali (con conseguenze particolarmente gravi, come il caso Cambridge Analytica); nascosto ricerche di interesse pubblico e mentito al pubblico; e ha ostruito la giustizia a più riprese. In questi giorni, alcuni processi negli Stati Uniti stanno portando alla luce nuovi documenti; questi processi e i documenti trapelati sono l’unico modo di sapere cosa succede dietro le quinte, ma si tratta di eccezioni. Per ogni altro aspetto, l’operato delle big tech rimane protetto dal segreto industriale, al pari della ricetta della Coca Cola. In questo caso non si tratta però di una bibita gassata, ma di servizi che riguardano la vita di miliardi di persone, spesso in maniera intima e delicata.

Educare alla tossicità non è una risposta

Se questo dovrebbe farci riflettere sulla complessità della questione digitale, al momento la politica sembra essere più interessata ai divieti che a altro. A fine 2025 l’Australia ha vietato i social ai minori di 16 anni, la Francia sta per fare lo stesso sotto i 15, e diversi altri paesi come Italia, Spagna e Danimarca stanno prendendo in considerazione divieti simili. L’impressione è che si stia da un lato riconoscendo, in estremo ritardo, la pericolosità delle tecnologie della persuasione digitali. Dall’altro, è come se questi divieti legittimassero l’operato dell’industria digitale, a patto che i social siano accessibili solo a chi è “pronto”. Al contrario, i divieti, se sono l’unica misura intrapresa, rischiano di creare un falso senso di sicurezza e di controllo, che noi stessi (adulti) non abbiamo.

“Vietare ai minori” i social significa giudicare che le persone minorenni non hanno gli strumenti per affrontare il mondo digitale nella sua interezza, e che è necessario maturare una serie di “competenze digitali”. Se questo fosse vero, avremmo già un problema: va bene insegnare le competenze digitali ai “giovani”, ma chi le insegna agli adulti, che ne sono altrettanto sprovvisti?

Ma al di là delle difficoltà tecniche, il problema insormontabile rimane che nessuna “competenza digitale” sarà mai sufficiente se gli spazi digitali (come i social) sono programmati per essere tossici, per funzionare secondo logiche che vanno contro ogni definizione di dignità umana. Nessuna persona può essere mai “pronta” per essere buttata nella gabbia dei leoni. Ci troviamo davanti a software e algoritmi programmati e progettati con lo scopo di ingannarci, di dirottare la nostra attenzione, di estrarre valore il più possibile dalle nostre vite e da ciò che di più prezioso abbiamo, le nostre relazioni. Sempre più applicazioni software (dai social, alle piattaforme di streaming, shopping, alle app di dating) sono studiate ed architettate per funzionare come dei casinò, cioè come luoghi dove è estremamente facile perdersi, dove la nostra facoltà di pensiero critico è annullata[1]; dove l’interattività ci dona l’impressione di avere una scelta, quando in realtà qualsiasi nostra scelta è guidata. Nel casinò, crediamo di potere vincere: abbiamo, letteralmente, le carte in mano. Ma è solo un’illusione. Ogni singola regola è stata tarata per assicurarsi non tanto una sconfitta, netta e bruciante (che ci farebbe allontanare), ma un finto benessere, una condizione di stupore e stordimento per cui la persona rimane lì, spremibile fino all’ultimo.

Spacciatori

Come dichiarava Sean Parker riguardo a Facebook, in una ormai famosa intervista del 2017, dietro al funzionamento della piattaforma c’era la domanda: “Come è possibile consumare la maggior quantità possibile del tuo tempo e della tua attenzione?”; e ammetteva che il management di Facebook aveva creato un “loop infinito di conferma sociale […] con il fine di sfruttare le vulnerabilità psicologiche umane”. Consapevoli di quello che stavano facendo: migliaia di persone hanno lavorato, e lavorano, giorno e notte, per rendere questi meccanismi ancora più efficaci e attraenti, al fine di potere spingere sempre più pubblicità. Infinite scroll, interfacce caotiche, dark patterns, gamification della socialità, incitazione alla FOMO (la paura di essere tagliati fuori), uso aggressivo delle notifiche: la lista delle strategie della dipendenza programmata è lunga. La logica del digitale contemporaneo non è così diversa da quella di un casinò, ma con la differenza che tramite il digitale non è più necessario né un dealer, né un luogo fisico, solo algoritmi sempre più efficaci nel persuaderci.

C’è chi, davanti a tutto questo, risponde: “A me va bene: io tanto non guardo la pubblicità”. Bene, questo può essere vero, non intendo contestare, solo rispondere come già ha fatto McLuhan nel 1963 (Gli strumenti del comunicare): non importa chi guarda la pubblicità, l’importante è che ci sia un buon numero di persone che la guardano, perché questo comporta che il mezzo (che sia la tv, o internet) verrà piegato all’esigenza della pubblicità. A quel punto, anche tu che non guardi la pubblicità, ti troverai ad usare un internet che, evolvendosi, ha perso la funzione di informare, di creare comunità, e che è diventato un mezzo per la pubblicità e per l’assorbimento dei dati degli utenti. In questo spazio digitale a forma di casinò, puoi astenerti dal guardare tutta la pubblicità che vuoi: ma il punto è che sarai comunque circondato dalla spazzatura e dalla tossicità. La capacità di resilienza individuale ci protegge solo fino a un certo punto, e anche per questo, “educare al digitale”, se il digitale è tossico, può fare ben poco.

“IG [Instagram] è una droga”
“LOL, se è per quello, tutti i social media lo sono. Praticamente siamo degli spacciatori”
Conversazione tra impiegati di Meta

Il paragone con il gioco d’azzardo non è casuale. Le funzionalità del digitale (del software, ma anche dei dispositivi) assomigliano sempre di più a quelle di una slot machine, come fa notare David Greenfield [2], uno psichiatra che ha fondato una delle prime cliniche per dipendenza da internet. Ci sono dei limiti a quello a cui ci si “può educare”. Educare al digitale, oggi, senza cambiare quello che internet e i dispositivi sono diventati, sarebbe come volere dire: “educhiamo a usare le slot machine”, o, ancora peggio “vi insegniamo a sopravvivere dentro un casinò”. A nessuno verrebbe mai in mente una cosa simile. Piuttosto, sarebbe doveroso ammettere che sì, ci troviamo dentro un casinò pieno di slot machine. Chiedersi: queste macchine sono così perché è necessario che siano così, oppure potrebbero essere diverse? Che motivo c’è per averle progettate in questo modo? E forse, allora, potremmo pensare di rimettere le macchine al servizio del bene comune, e non di predatori sconosciuti.

La difficoltà di guardare allo specchio

Eppure, con il digitale tossico, proprio perché ci siamo così tanto dentro, facciamo fatica a riconoscere il problema. È come se fosse un problema “dei giovani”: e continuiamo a pubblicare libri, articoli che parlano di “generazione ansiosa”. Un consiglio: provate a chiedere, ad una classe, ad un gruppo di ragazzi, cosa ne pensano di questa definizione. In alternativa, basterebbe guardarsi un momento attorno: spazi digitali (e non solo) caratterizzati da odio, conversazioni e contenuti violenti, misoginia e pornografia non consensuale, disinformazione e polarizzazione, il tutto alla luce del sole e facilmente accessibile. Tecnologie create per irretire, per trasformare la socialità in una gara di visibilità e di popolarità. Non sono stati certo “i giovani” a volere tutto questo. Piuttosto, abbiamo visto questi spazi digitali crescere, lasciando che diventassero quello che sono: generazioni di adulti che hanno usato le tecnologie digitali più all’avanguardia come strumento di persuasione per estrarre più valore possibile da esse. Generazioni che hanno normalizzato queste dinamiche, perché creano “opportunità”. Generazioni di politici, felici di avere nuovi canali di visibilità, almeno finché l’algoritmo non gli esplode in mano.

Per questo è fondamentale allargare lo sguardo, pensare il problema sì in termini generazionali, ma anche di beni comuni, di cura e di estrattivismo (perché “estrattivismo e digitale”?). Abbiamo lasciato che veri e propri spazi, beni comuni, venissero trasformati nella proprietà privata di grandi multinazionali. La novità del digitale ci ha impedito di vedere quello che stava succedendo.

Ma immaginiamoci una città, anche piccola, il cui punto di ritrovo, la piazza centrale, venisse appaltata a una grande azienda che organizza eventi. Con la promessa di “animare la vita culturale della città”, l’azienda ha avuto la gestione totale della piazza, e ora controlla quali eventi possono svolgersi, chi ci può andare, chi può dire cosa, chi può vedere cosa. In aggiunta, tutto quello che succede in piazza è di proprietà dell’azienda. Ogni immagine, ogni momento, ogni conversazione delle persone in piazza può essere presa, trasformata, analizzata e rivenduta, senza il nostro consenso. Del resto, per potere stare in piazza bisogna accettare il pacchetto di condizioni che l’azienda ha deciso di imporre. Di fatto, questo (e altro) è quanto accade online. Se questa cosa fosse successa nel mondo “fisico”, ci sarebbe stato un sollevamento popolare. Ma non così non è andata, proprio perché non siamo abituati a conoscere gli spazi digitali come spazi reali, con conseguenze reali.

La cura al centro

In questo senso, la cura rimane un punto di riferimento: come delineato da tante autrici ed autori, e delineato nel manifesto della società della cura, le attività pertinenti alla riproduzione sociale devono essere rimesse al centro della vita economica e culturale, e non al margine. Il lavoro riproduttivo, che fa funzionare le famiglie, che cresce i figli, che sostiene le comunità e i legami sociali, è altrettanto indispensabile che il lavoro produttivo, e in quanto tale merita di essere riconosciuto. Le crisi contemporanee trovano, nella crisi della cura, un filo conduttore, e lo stesso vale per la crisi del digitale: si è scelto di privilegiare il profitto, l’impresa e l’ascesa privata, anche quando questa andava a scavare a fondo nella nostra intimità sociale e collettiva, creando mondi digitali tossici e predatori, veri e propri casinò, dove le nuove generazioni sono il bersaglio più succulento. In questi nuovi spazi digitali, l’idea di cura è sempre più lontana. Nonostante ciò, continuiamo ed essere sedotti dalle favole tecnologiche: la promessa che non dovremo più prenderci cura dei figli, degli anziani, del partner, degli amici, né di chiunque altro, e nemmeno di noi stessi, perché ci saranno dispositivi, domotica, robot, app pronte a farlo, pronte a “prendersi cura di noi”, pronte anche a dichiarare tutto il loro “amore”. Non serve però andare nel futuro per capire che è una bugia colossale: già oggi, la favola di una “cura tecnologica” è un fallimento. Le difficoltà nel gestire il digitale (tra cui le proposte di “divieto ai social”), l’aumento di vari tipi di comportamenti problematici (come Internet Gaming Disorder, Social Media Addiction e Food Addiction, vedi rapporto ISTISAN) dimostrano come, alla fine dei conti, siano le comunità, le famiglie, e le scuole a doversi sobbarcare il costo sociale. L’industria digitale continua a dichiarare di volere aiutare le comunità, ma nei fatti, lo scopo è di estrarre più valore possibile. Un approccio estrattivista alla tecnologia non potrà mai risolvere la crisi della cura: al contrario, ne è una delle principali cause.

Una proposta: ripartire dall’ascolto

A Bologna, il progetto Cuco (Cura del Comune) organizza dei momenti di incontro, di persona e alla pari, per confrontarsi su questi temi, privilegiando l’ascolto. Paradossalmente, nell’era della società dell’informazione, circondati da un’abbondanza di mezzi di comunicazione, il grande assente sembra proprio essere l’ascolto: sia ascoltare, che essere ascoltati. Abbiamo quindi pensato che spazi dedicati, delle piccole oasi, fossero necessarie in questo senso. Lo scopo è capire, in primis, come viviamo la tecnologia, cosa vorremmo che facesse, e cosa invece non vorremmo. Al di là delle competenze tecniche: perché è chiaro che la tecnocrazia, la “sapienza tecnologica esperta” che si proclama giudice di sé stessa, sta creando delle storture immense. Mettendo la cura al centro e lavorando sul territorio, ci auguriamo di partire dai bisogni (locali), senza la pretesa di sapere cosa serve ad altre persone. Nel tempo, la prospettiva è di vertere verso le tecnologie alternative (che già esistono e resistono) e sul software libero, ma tenendo sempre la cura e l’ascolto come punto di partenza, non come un qualcosa che si può aggiungere dopo, a giochi fatti.


Rimaniamo aperti a proposte, inviti e collaborazioni: cuco@inventati.org

[1] vedi “Addiction by Design” di Natasha Dow Schüll, in italiano “Architetture dell’azzardo”
[2] vedi “Human Capacity in the Attention Economy”, a cura di Sean Lane e Paul Atchley

da qui

venerdì 31 ottobre 2025

Rosette hi-tech, AI e server nazionali: chi lavora per preservare lingue in via d’estinzione - Antonio Piemontese


 “ll dialetto di Milano? Direi che è un misto di italiano e inglese”. La battuta sintetizza bene l’onnipresenza del caricaturale vernacolo meneghino, versione anni Duemila. Alberto lavora nel dipartimento comunicazione di una società fintech. Trasferito dal sud Italia in Lombardia, diverse esperienze all’estero alle spalle, racconta a cena che in tre anni non gli è mai capitato di sentire una conversazione in milanese. Non ne conosce vocaboli e cadenza se non nelle imitazioni di qualche comico. 

In Meridione il dialetto è parlato comunemente accanto all’italiano: persino gli immigrati lo imparano facilmente, per necessità. Nel capoluogo lombardo la realtà è diversa. Ascoltare la lingua di Carlo Porta è raro: probabilmente la perdita è stata favorita dall’arrivo di abitanti provenienti da ogni parte d’Italia, dalla vocazione commerciale della città e dal fatto che parlare solo italiano era sintomo di avvenuta scalata sociale. 

Non è una domanda peregrina, dunque, chiedersi quanto a lungo resisterà senza parlanti. Diventerà una lingua morta, da filologi, un po’ come il latino?

7mila lingue, quasi la metà a rischio

Le premesse sembrano esserci. Questo esempio così vicino al nostro vissuto quotidiano è però la spia di una questione più ampia. Il problema non riguarda solo i dialetti. In totale sono infatti oltre settemila, stima lo Undp (il programma delle Nazioni unite per lo sviluppo), le lingue parlate nel globo, alcune da poche centinaia di individui. Il 44% sarebbe in pericolo di estinzione

Con la globalizzazione, il problema di preservare la biodiversità linguistica – portatrice non solo di cultura, ma di un modo di vedere il mondo –  ha cominciato a porsi con maggiore insistenza. Non mancano iniziative di tutela locali, come corsi serali per appassionati e nostalgici, ma con tutta probabilità si tratta di palliativi. 

Un supporto fino a poco tempo fa impensabile può arrivare, però, per linguisti e antropologi dalla tecnologia. Probabilmente non è la panacea di tutti i mali. Ma, come vedremo, può aiutare. 

Il Rosetta project

Tra i primi programmi digitali al mondo per la tutela delle lingue in via di estinzione c’è il Rosetta project, che da oltre due decenni raccoglie specialisti e parlanti nativi allo scopo di costruire un database pubblico e liberamente accessibile di tutte le lingue umane. Il Rosetta project fa capo a un ente molto particolare: la Long Now foundation (Lnf, tra i membri fondatori c’è il musicista Brian Eno). La Lnf parte da un presupposto: è necessario pensare seriamente al futuro remoto, per non farsi trovare impreparati dallo scorrere del tempo. 

Il ragionamento è tutt’altro che banale. “Si  prevede che dal cinquanta al novanta per cento delle lingue parlate spariranno nel prossimo secolo”, spiegano gli organizzatori sul sito, “molte con poca o nessuna documentazione”. Come preservarle? 

Lo sguardo torna all’Antico Egitto: così è nato il Rosetta Disk, un disco di nichel del diametro di tre pollici su cui sono incise microscopicamente quattordicimila pagine che traducono lo stesso testo in oltre mille lingue. Il modello è la stele di Rosetta, che due secoli fa consentì di interpretare i geroglifici, di cui si era persa la conoscenza. Una lezione che gli studiosi non hanno dimenticato. 

Il principio è più o meno lo stesso delle vecchie microfiches universitarie: per visualizzare il contenuto basta una lente di ingrandimento. Non si tratta, insomma, di una sequenza di 0 e 1, quindi non è necessario un programma di decodifica. Il rischio –  in Silicon Valley lo sanno bene –  sarebbe che il software vada perso nel giro di qualche decennio per via di un cambiamento tecnologico; o (e sarebbe anche peggio) che qualche società privata che ne detiene i diritti decida di mettere tutto sotto chiave, come peraltro avviene per molte applicazioni con la politica del cosiddetto “vendor lock in” (Guerre di Rete ne ha parlato in questo pezzo). Qui, invece, la faccenda è semplice: basta ingrandire la superficie di cinquecento volte con una lente e il gioco è fatto.  

Il prezioso supporto è acquistabile per qualche centinaio di dollari, ed è stato spedito anche nello spazio con la sonda spaziale Rosetta dell’Agenzia spaziale europea (nonostante l’omonimia, non si tratta dello stesso progetto). Il disco è collocato in una sfera dove resta a contatto con l’aria, ma che serve a proteggerlo da graffi e abrasioni. Con una manutenzione minima, recitano le note di spiegazione, “può facilmente durare ed essere letto per centinaia di anni”. Resiste, ovviamente, anche alla smagnetizzazione (sarebbe basato su test condotti al Los Alamos National Laboratory, lo stesso del progetto Manhattan di Oppenheimer dove fu concepita la bomba atomica). 

Una scelta difficile 

Porsi in una prospettiva di lungo periodo pone interessanti domande. Che tipo di informazioni conservare per un futuro nell’ipotesi – speriamo remota – che tutto il nostro sapere, sempre più digitalizzato, vada perso? Meglio preservare la letteratura, le tecniche ingegneristiche, o le cure per le malattie? Un criterio è evidentemente necessario. 

La scelta della Long now foundation è stata quella di lasciare ai posteri una chiave di interpretazione utile a tradurre tutto ciò che è destinato a sopravvivere. Ma il progetto comprende anche una sezione digitale, cresciuta nel corso degli anni fino a raggiungere oltre centomila pagine di documenti testuali e registrazioni in oltre 2.500 lingue. I contenuti, si legge sul sito, sono disponibili a chiunque per il download e il riutilizzo secondo i principi dell’open access; anche il pubblico può contribuire alla raccolta inviando materiale di vario tipo. Fondamentale per raccapezzarsi è il ruolo dei metadati (data, luogo, formato e altri elementi dei dati in questione) – ci torneremo più avanti.

Il progetto francese Pangloss

Anche in Europa ci sono progetti di tutela del patrimonio linguistico in piena attività. Per esempio in Francia – non dimentichiamo che la stele di Rosetta (conservata al British Musem di Londra) fu rinvenuta  nell’ambito delle spedizioni napoleoniche – esiste il progetto Pangloss, che si propone di realizzare un archivio aperto di tutte le lingue in pericolo o poco parlate e contiene documenti sonori di idiomi rari o poco studiati, raccolti grazie al lavoro di linguisti professionisti su una piattaforma moderna e funzionale battezzata Cocoon. 

Attualmente la collezione comprende un corpus di 258 tra lingue e dialetti di 46 paesi, per un totale di più di 1200 ore d’ascolto. I documenti presentati contengono per lo più discorsi spontanei, registrati sul campo. Circa la metà sono trascritti e annotati.

C’è anche un po’ di Italia: il dialetto slavo molisano (parlato nei tre villaggi di San Felice del Molise, Acquaviva Collecroce e Montemitro, in provincia di Campobasso, a 35 chilometri dal mare Adriatico) e il Valoc, un dialetto valtellinese lombardo.

Pangloss è open, sia in modalità “base” sia in quella “pro”. La politica è di apertura totale: per consultare il sito web non è necessario accettare specifiche condizioni d’uso né identificarsi. Non si utilizzano cookie di profilazione, come orgogliosamente dichiarato

“Il progetto Pangloss è nato negli anni ‘90 e da allora si è evoluto considerevolmente”, dice a Guerre di Rete Severine Guillaume, che ne è la responsabile. “Si tratta di una collezione orale, il che significa che raccogliamo contenuti video e audio che possono anche essere accompagnati da annotazioni: trascrizioni, traduzioni, glosse. Ogni risorsa depositata dev’essere fornita di metadati: titolo, lingua studiata, nome di chi la carica, persone che hanno contribuito alla creazione, data della registrazione, descrizione del contenuto”. 

Come analizzare i dati: l’impiego dell’AI

L’intelligenza artificiale ha cominciato a farsi strada anche tra questi archivi digitali. “Abbiamo condotto degli esperimenti sui nostri dati con l’obiettivo di aiutare i ricercatori ad arricchirli”, conferma Guillaume. “Sono stati diversi i test di  trascrizione automatica, e due di loro l’hanno già impiegata: per ogni minuto di audio si possono risparmiare fino a quaranta minuti di lavoro, lasciando agli studiosi il tempo di dedicarsi a compiti più importanti. Al momento, insomma, direi che stiamo sperimentando”. 

Non è detto che funzioni in ogni situazione, ma “la risposta iniziale è affermativa quando la trascrizione riguarda un solo parlante”, prosegue Guillaume. Il problema sta “nella cosiddetta diarization, che consiste nel riconoscere chi sta parlando in un dato momento, separare le voci, e attribuire ogni segmento audio al partecipante corretto”.

Le prospettive, tutto sommato, sembrano incoraggianti. “Abbiamo cominciato a cercare somiglianze tra due idiomi o famiglie linguistiche: ciò potrebbe rivelare correlazioni che ci sono sfuggite”, afferma la dirigente. Siamo, per capirci, nella direzione della grammatica universale teorizzata da Noam Chomsky, e immaginata da Voltaire nel suo Candido (il dottor Pangloss, ispirandosi a Leibniz, si poneva lo scopo di scovare gli elementi comuni a tutte le lingue del mondo). 

Come conservare i dati: il ruolo delle infrastrutture pubbliche

Il problema di preservare il corpus di conoscenze è stato affrontato? “Sì”, risponde Guillaume. “La piattaforma Cocoon, su cui è basata la collezione Pangloss, impiega l’infrastruttura nazionale francese per assicurare la longevità dei dati. Per esempio, tutte le informazioni sono conservate sui server dell’infrastruttura di ricerca Huma-Num, dedicata ad arti, studi umanistici e scienze sociali, finanziata e implementata dal ministero dell’Istruzione superiore e della Ricerca. Vengono poi mandate al Cines, il centro informatico nazionale per l’insegnamento superiore, che ne assicura l’archiviazione per almeno quindici anni. Infine, i dati sono trasferiti agli archivi nazionali francesi. Insomma, di norma tutto è pensato per durare per l’eternità”. 

Altro progetto dalla connotazione fortemente digitale è Ethnologue. Nato in seno alla SIL (Summer Institute of Linguistics, una ong di ispirazione cristiano-evangelica con sede a Dallas) copre circa settemila lingue, offrendo anche informazioni sul numero di parlanti, mappe, storia, demografia e altri fattori sociolinguistici. Il progetto, nato nel 1951, coinvolge quattromila persone, e nasce dall’idea di diffondere le Scritture. Negli anni si è strutturato in maniera importante: la piattaforma è ricca di strumenti, e molti contenuti sono liberamente fruibili. Sebbene la classificazione fornita dal sito (per esempio la distinzione tra lingua e dialetto) sia stata messa in discussione, resta un punto di riferimento importante. 

I progetti italiani 

Non manca qualche spunto italiano. Come, per esempio, Alpilink. Si tratta di un progetto collaborativo per la documentazione, analisi e promozione dei dialetti e delle lingue minoritarie germaniche, romanze e slave dell’arco alpino nazionale. Dietro le quinte ci sono le università di Verona, Trento, Bolzano, Torino e Valle d’Aosta. A maggio 2025 erano stati raccolti 47.699 file audio, che si aggiungono ad altri 65.415 file collezionati nel precedente progetto Vinko. Le frasi pronunciate dai parlanti locali con varie inflessioni possono essere trovate e ascoltate grazie a una mappa interattiva, ma esiste anche un corpus per specialisti che propone gli stessi documenti  con funzioni di ricerca avanzate. Il crowdsourcing (cioè la raccolta di contenuti) si è conclusa solo qualche mese fa, a fine giugno. La difficoltà per gli anziani di utilizzare la tecnologia digitale è stata aggirata coinvolgendo gli studenti del triennio delle superiori. 

Altro progetto interessante è Devulgare. In questo caso mancano gli strumenti più potenti che sono propri dell’università; ma l’idea di due studenti, Niccolò e Guglielmo, è riuscita ugualmente a concretizzarsi in un’associazione di promozione sociale e in un’audioteca che raccoglie campioni vocali dal Trentino alla Calabria. Anche in questo caso, chiunque può partecipare inviando le proprie registrazioni. Dietro le quinte, c’è una squadra di giovani volontari – con cui peraltro è possibile collaborare – interessati alla conservazione del patrimonio linguistico nazionale. Un progetto nato dal basso ma molto interessante, soprattutto perché dimostra la capacità di sfruttare strumenti informatici a disposizione di tutti in modo creativo: Devulgare si basa, infatti, sulla piattaforma Wix, simile a WordPress e che consente di creare siti senza la necessità di essere maestri del codice. Una vivace pagina Instagram con 10.300 follower – non pochi, trattandosi di linguistica –  contribuisce alla disseminazione dei contenuti. 

Ricostruire la voce con la AI 

Raccogliere campioni audio ha anche un’altra utilità: sulla base delle informazioni raccolte e digitalizzate oggi, sarà possibile domani, grazie all’intelligenza artificiale, ascoltare le lingue scomparse. L’idea viene da una ricerca applicata alla medicina, che attraverso un campione di soli otto secondi, registrato su un vecchio VHS, ha permesso di ricostruire con l’AI la voce di una persona che l’aveva persa. 

È accaduto in Inghilterra, e recuperare il materiale non è stato una passeggiata: le uniche prove della voce di una donna affetta da Sla risalivano agli anni Novanta ed erano conservate su una vecchia videocassetta. Nascere molti anni prima dell’avvento degli smartphone ovviamente non ha aiutato. A centrare l’obiettivo sono stati i ricercatori dell’università di Sheffield. Oggi la donna può parlare, ovviamente con delle limitazioni: deve fare ricorso a un puntatore oculare per comporre parole e frasi. Ma la voce sintetizzata è molto simile a quella che aveva una volta. E questo apre prospettive insperate per i filologi. 

Come spesso accade, il marketing ha naso per le innovazioni dotate di potenziale. E così, oggi c’è chi pensa di sfruttare l’inflessione dialettale per conquistare la fiducia dei consumatori. È quello che pensano i due ricercatori Andre Martin (Università di Notre Dame, Usa) e Khalia Jenkins (American University, Washington), che nella presentazione del loro studio citano addirittura Nelson Mandela: “Se parli a un uomo in una lingua che capisce, raggiungerai la sua testa. Ma se gli parli nella sua lingua, raggiungerai il suo cuore”. 

“I sondaggi dell’industria hanno fotografato il sentiment sempre più negativo verso l’AI”, scrivono gli studiosi, che lavorano in due business school. “Immergendosi a fondo nel potenziale dei dialetti personalizzati, creati con l’AI al fine di aumentare la percezione di calore, competenza e autenticità da parte dell’utente, l’articolo sottolinea [come in questo modo si possa] rafforzare la fiducia, la soddisfazione e la lealtà nei confronti dei sistemi di intelligenza artificiale”. Insomma, addestrando gli agenti virtuali a parlare con una cadenza amica si può vendere di più. C’è sempre un risvolto business, e qui siamo decisamente lontani dagli intenti di conservazione della biodiversità linguistica. Ma anche questo fa parte del gioco.

da qui

giovedì 15 maggio 2025

SHADES dimostra come l’intelligenza artificiale propaghi gli stereotipi culturali in 16 lingue: lo studio – Andrea Tundo

 

Il dataset sviluppato da 43 studiosi e studiose, compreso l'italiano Giuseppe Attanasio, contiene oltre 300 pregiudizi che coprono 37 regioni del mondo: "Un supporto per chi costruisce i modelli"

L’intelligenza artificiale interiorizza gli stereotipi e tende a propagare i pregiudizi in molteplici lingue e culture. E i modelli linguistici, come DeepSeek e ChatGPT, sono capaci non solo di reiterarli ma perfino legittimarli, a volte avvalendosi di fonti di “pseudoscienza” presentate però come convincenti e coerenti anche sotto il profilo stilistico. Un riverbero il cui impatto potrebbe essere devastante, ingigantendo il rischio di consolidare la discriminazione. A indagare il problema nella maniera più profonda e larga mai fatta finora è stato un team composto da 43 studiosi e studiose, compresi linguisti, guidati da Margaret Mitchell, fondatrice del team di etica dell’intelligenza artificiale di Google prima di essere licenziata dall’azienda. Ora occupa il ruolo di Chief Ethics Scientist nella startup di software Hugging Face.

Mitchell e il suo team, di cui fa parte l’italiano Giuseppe Attanasio, postdoc presso l’Instituto de Telecomunicações di Lisbona, hanno misurato e analizzato stereotipi e pregiudizi di 13 modelli di intelligenza artificiale attraverso un dataset innovativo chiamato SHADES, comprensivo di oltre 300 stereotipi in 16 lingue che si parlano in 37 regioni del mondo, e hanno recentemente rilasciato un articolo peer-reviewed che sarà presentato alla conferenza NAACL. La copertura linguistica di SHADES non è l’unica novità del dataset che si distingue anche perché si basa sulla traduzione reale di persone che parlano la lingua, e ne conoscono quindi perfettamente le sfumature, invece che su traduzioni automatiche. In questo modo, SHADES riesce a catturare meglio i concetti semantici trasferiti tra le lingue.

Il dataset contiene stereotipi su genere, nazionalità, età, colore dei capelli, bodyshaming, etnia, disabilità, idee politiche e così via. “Se ad alcuni modelli viene detto che ai ragazzi piace il blu – spiega Attanasio a Ilfattoquotidiano.it – suggeriscono che agli uomini piacciono anche automobili, sport e così via; mentre le donne preferiscono il rosa e la moda”. Allo stesso modo, suggerire ad alcuni modelli che “le minoranze amano l’alcol” ha portato l’intelligenza artificiale a sostenere che “abbiano più possibilità di bere rispetto ai bianchi e maggiori probabilità di sviluppare l’alcolismo e malattie correlate”.

Il progetto – basato su tecnologia open source – è in divenire e presto sarà possibile ampliare il contenuto del dataset: “Lanceremo una piattaforma all’interno della quale potrà accedere chiunque, arricchendo il numero di stereotipi testabili da SHADES. Sarà poi nostro compito verificarli”, aggiunge ancora il ricercatore italiano. Lo scopo principale del dataset, specifica, è quello di “costruire una risorsa in grado di analizzare in maniera automatica e veloce quanto sono pregiudizievoli i nuovi modelli di intelligenza artificiale”. Ma non solo: “SHADES – rimarca Attanasio – può diventare un supporto per chi costruisce i modelli”. Evitando così che il diramarsi degli stereotipi, ad esempio tra una cultura e un’altra, diventi un effetto intrinseco dell’addestramento delle intelligenze artificiali.

Qui lo studio

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