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mercoledì 3 gennaio 2024

L’auto corre veloce: il 2023, anno chiave - Vincenzo Comito

  

L’anno che si sta chiudendo ha segnato il giro di boa verso l’auto elettrica, un passaggio non più reversibile, nonostante il negazionismo inane del governo italiano e dei media. La Cina conferma la sua leadership nel settore e chi si distaccherà sembra destinato ad un veloce declino.

L’auto cambia velocemente

 

Tra gli accadimenti economici e tecnologici più importanti dell’anno che sta per finire c’è indubbiamente la continuazione e anzi l’accelerazione dei processi di trasformazione dell’intera filiera dell’auto a livello mondiale. 

Dopo i fasti di diversi decenni fa, l’automotive sembrava stesse perdendo una parte del suo glamour, considerata ormai un’attività matura, davanti all’incalzare delle nuove tecnologie che tendevano a prendersi la scena da assolute protagoniste. Ma negli ultimi tempi è tornata con un ruolo primario sul palcoscenico, da una parte con lo spostamento del suo centro di gravità sempre più da Occidente ad Oriente, come del resto sta accadendo a diverse altre attività, dall’altra, soprattutto, con il dispiegarsi di grandi processi di trasformazione tecnologica. Qualcuno ha parlato a suo tempo di una new infant industry. Il 2023 ha segnato una tappa importante, per alcuni aspetti decisiva, in questo processo di grande trasformazione. 

La produzione si concentra in Cina ed in Asia 

Sul primo punto, basta ricordare come oggi la Cina da sola oggi produca grosso modo all’incirca un terzo delle vetture che escono ogni anno dalle linee produttive nel mondo, in numero sostanzialmente pari a quelle di Stati Uniti e Ue messi insieme, mentre più in generale l’Asia si afferma sempre più come il continente dominante, con ormai più del 50% delle vetture prodotte annualmente a livello globale e guidando sostanzialmente la trasformazione. Ai centri maggiori di produzione tradizionali, Corea del Sud e Giappone e dopo ovviamente l’avvento della Cina, si vanno ora aggiungendo l’India e il Vietnam, nonché sempre più una serie di paesi “minori”. 

Purtuttavia anche i dati relativi al 2023 confermano che il settore rimane al centro delle attività industriali del nostro continente; si può in particolare citare il caso della Germania, dove esso continua ad impiegare ancora oggi circa 15 milioni di addetti, tra occupati diretti ed indiretti. E anche in un paese come l’Italia, dopo decenni di progressiva decadenza, tale attività conserva ancora un peso fondamentale nell’economia del paese (Comito, 2023). 

Arriva l’elettrico

Il dato più significativo degli ultimi anni è quello relativo alle trasformazioni tecnologiche del settore, trasformazioni che ruotano su almeno tre punti, l’elettrico, la guida autonoma, il software.

Il 2023 segna in particolare l’ovvio e definitivo trionfo della propulsione elettrica, con la sconfitta da una parte di quelli che continuavano a difendere il fossile, incluso gli italiani, dall’altra di quelli che, come i giapponesi, puntavano molte delle loro carte sull’idrogeno. Il motto del settore è ormai adattarsi o perire. A livello di paesi, il vincitore della partita, almeno sino ad oggi e presumibilmente ancora per molti anni a venire, si è confermato incontestabilmente la Cina, che ha pianificato i suoi sforzi di sviluppo nell’arco di quasi un ventennio. Il paese asiatico domina largamente tutta la filiera, dall’estrazione e lavorazione delle materie prime alla produzione delle batterie, a quella delle vetture, sino al riciclo dei materiali alla fine della vita delle auto, comunque con un importante spazio per la statunitense Tesla. 

Mentre il mercato dell’auto a livello mondiale appare in leggera ripresa, con un aumento stimato delle vendite intorno al 3% per il 2023 e anche per il 2024 la quota di auto elettriche sul totale, che era dell’8% nel 2021, è salita al 14% nel 2022 e si è avvicinata al 20% nel 2023, con tendenza ad un’ulteriore rapida espansione nei prossimi anni. Si prevede che tale percentuale crescerà sino al 40-45% del mercato nel 2030. Intanto, praticamente tutte le principali case del mondo stanno investendo al massimo nel settore, impegnandovi gran parte dei loro sforzi tecnologici e finanziari. 

Nel 2023 la Cina ha prodotto quasi i due terzi delle vetture elettriche del mondo, mentre la quota di mercato si avvicina nel paese ormai al 40% del totale e mentre la cinese Byd, altro evento importante dell’anno, tende ad affermarsi come la più importante azienda del settore, scavalcando l’americana Tesla. Nel 2023 il paese asiatico, grazie anche al comparto elettrico, è diventato il principale esportatore mondiale di vetture (con circa 4,5 milioni di auto esitate sul mercato internazionale), superando Giappone e Germania. In particolare esso dovrebbe vendere circa 900.000 auto nel nostro continente nell’anno che sta per finire, mentre si può prevedere che nel 2024 tali cifre siano destinate a lievitare ancora fortemente, con l’arrivo di diversi nuovi marchi e modelli. 

I produttori europei

Per quanto riguarda i produttori europei, bisogna distinguere tra quelli francesi e quelli tedeschi. Per quanto riguarda i primi, di fronte alla scadenza del 2035 -data oltre la quale non si potranno più produrre e vendere auto a propulsione tradizionale nell’Ue – nonché di fronte all’emergere della forza cinese, i “cugini” d’Oltralpe sono stati prima tentati da pulsioni protezionistiche e di lotta per far ritardare la scadenza fatidica, poi si sono ormai arresi alla forza delle cose, come testimoniato dall’anno in corso; così la Renault sta varando con i cinesi una importante joint venture per il settore dei motori tradizionali e ibridi, che dovrebbe occupare circa 20.000 persone, mentre Stellantis ha acquisito, sempre quest’anno, il 20% del capitale di una società cinese produttrice di auto, peraltro non  tra le più importanti, mentre ha firmato un altro accordo con la cinese CATL per la fornitura di batterie. 

Per quanto riguarda i produttori tedeschi, da una parte essi sono presenti da tempo in forma massiccia nel paese asiatico, che tende a diventare anche la loro base più importante, in particolare  con molti stabilimenti di produzione e centri di ricerca, con una quota molto importante delle loro vendite globali, mentre dall’altra fanno fatica ad inserirsi adeguatamente nell’elettrico, dal momento che sono partiti molto tardi con gli investimenti e che almeno all’inizio sono andati avanti con difficoltà. Anch’essi stanno avviando diverse società con i cinesi su vari fronti, ma nel frattempo si trovano di fronte al fatto, per loro drammatico, che ormai il 40% del costo di una vettura è da attribuire alle batterie e un altro 40% al software e che quindi le loro grandi prodezze tecnico-meccaniche nelle macchine tradizionali, per cui erano universalmente reputati al top e che fornivano loro margini economici molto importanti, tendono a diventare un fattore soltanto residuale. 

Il riflesso protezionistico

Tra il Cinquecento e il Seicento l’Olanda si era fissata l’obiettivo di diventare una grande potenza navale. Il grande intellettuale Ugo Grozio, nativo del paese, scriveva agli inizi del Seicento un testo, Mare liberum, in cui perorava con efficacia la causa della libertà di navigazione. Il paese diventerà presto, in effetti, la potenza marittima più importante d’Europa; ma a questo punto terminò la libertà dei mari. Così, ad esempio, quando alcuni vascelli genovesi salpavano insieme dalla loro città per andare a commerciare in Asia, appena fuori dal porto venivano affrontati da una squadra olandese e distrutti. 

Questa storia ci porta all’oggi. Nel dopoguerra le potenze occidentali hanno praticato con apparente convinzione e molto a lungo la dottrina del libero mercato, dell’apertura ai commerci internazionali, della non ingerenza dello Stato in economia, imponendo la loro ideologia sostanzialmente a tutti. Ora che i paesi in via di sviluppo, imparata la lezione, hanno cominciato a praticare con successo la concorrenza, surclassando quelli occidentali, le vecchie regole pare che non valgano più; Stati Uniti ed Europa si chiudono progressivamente alle merci cinesi e di altri paesi con i pretesti più vari, mentre l’intervento di sostegno dello Stato diventa fondamentale anche in Occidente.

Così gli Stati Uniti, con diversi atti recenti e sempre più restrittivi, cerca di porre freni in tutti modi ai prodotti cinesi, in particolare al settore dell’auto elettrica (Chu, 2023) e lo stesso cercano di fare a Bruxelles. La Commissione europea ha aperto un’indagine per appurare se le auto cinesi godano in patria di sussidi e favori particolari, minacciando di porre dazi rilevanti in caso affermativo. Si tratta di una minaccia, votata però presumibilmente allo smacco. Tutti i produttori europei, come già accennato, hanno ormai degli intrecci rilevanti di affari con quelli cinesi e questi ultimi possono eventualmente mettere in campo contromisure potenzialmente molto efficaci. Per altro verso, fare a meno dei prodotti della filiera cinese dell’auto significherebbe ritardare significativamente l’avanzamento del settore automotive nei loro paesi. 

Le batterie

Anche nel settore delle batterie si è consolidato nel 2023 un predominio asiatico, con – di nuovo – la Cina, in particolare con CATL e BYD, che esercita un rilevante controllo sul campo, seguita a distanza da Corea del Sud e Giappone. Il resto è poca cosa.

Il ruolo della Cina tende ad essere molto importante grazie alle economie di scala raggiunte con il tempo; così il costo delle batterie agli ioni di litio in dollari per kilowatt è passato dai 1.400 dollari del 2010 ai 140 del 2023. 

L’Europa e gli Stati Uniti hanno ora una politica attiva per incoraggiare gli insediamenti produttivi nei loro territori. Per allentare la loro dipendenza dalla Cina, l’Ue e gli Stati Uniti stanno spendendo centinaia di miliardi di dollari, in particolare nella costruzione di nuovi impianti elettrici, per auto e per batterie (gigafactories); solo nel 2022 si è trattato di 131 miliardi di dollari. Nel 2030 ci saranno prevedibilmente 38 fabbriche del genere negli Stati Uniti, contro le attuali 17, mentre l’Ue gli impianti passerebbe da 15 a 36. In Cina però ce ne sono già 141 e nel 2030 diventeranno, secondo le stime attuali, 291 (Fay, 2023). I cinesi stanno poi avviando diverse fabbriche di batterie e di auto elettriche in Europa, oltre ad aver stretto accordi con tutte le imprese dell’auto del Vecchio continente, stanno anche investendo in Messico come porta d’accesso agli Stati Uniti. Per altro verso bisogna ricordare che i materiali necessari per la produzione delle batterie sono controllati al 90% sempre dai cinesi. Intanto i produttori dell’Ue e della Gran Bretagna si sono assicurati ad oggi soltanto il 16% di litio, cobalto e nickel, materiali fondamentali per la produzione di batterie, per raggiungere i loro obiettivi di produzione all’orizzonte 2030 (Jolly, 2023).

L’Italia e l’UE

Secondo i dati Acea nel 2023 le immatricolazioni di vetture nell’Ue aumenteranno del 12%, con la messa in circolazione di circa 10,4 milioni di unità; il dato è ancora inferiore di quasi il 20% rispetto al 2019, mentre per il 2024 si prevede una crescita del solo 2,5%, con la vendita di 10,7 milioni di unità. 

Per quanto riguarda in particolare il nostro paese, si stima un incremento di vetture vendute nel 2023 del 18% circa in più rispetto al 2022, ma ancora con un 18% in meno rispetto al 2019, mentre le previsioni per il 2024 sono per una sostanziale stagnazione (Promotor). Va soprattutto rimarcato il bassissimo tasso di penetrazione delle auto elettriche (anche se non siamo i soli; peraltro in Norvegia la quota delle elettriche è ormai intorno al 90%), con un 2023 che vede ferma tale quota intorno a poco più del 4%, mentre si conferma anche che il nostro parco mezzi ha il più basso tasso di ricambio di tutti i paesi dell’Ue. Le non brillanti prestazione del nostro mercato sono da attribuire alla situazione economica delle famiglie, al rilevante aumento dei prezzi di listino delle vetture, alle incertezze legate alla situazione economica generale (Greco, 2023).

La diffusione delle vetture elettriche è frenata più in generale dagli alti costi di vendita, dai lunghi tempi di ricarica e dalla loro limitata autonomia, dalla scarsità dei punti di ricarica. Su tutti questi problemi i progressi sono continui, in particolare in Cina e il 2023 ha visto avanzamenti rilevanti nei tre campi citati.

Dopo che la FCA, che inglobava al suo interno la Fiat, è stata venduta in silenzio ai francesi mentre il governo, la grande stampa si voltavano dall’altra parte, nel 2023 è proseguita la lenta, progressiva e sistematica liquidazione degli insediamenti ex-Fiat in Italia, avviata già da molto tempo, con una continua riduzione del numero degli occupati (oggi siamo a 45.000 unità, con 11.000 occupati in meno solo negli ultimi tre anni) e ora con l’ulteriore allettante offerta a 15.000 addetti perché lascino il loro posto di lavoro, mentre Mirafiori diventa nella sostanza un’officina di sfasciacarrozze e mentre continuano gli impossibili colloqui di Stellantis con il governo per portare il numero delle vetture prodotte nel nostro paese a un milione di esemplari all’anno. Ma a chi si venderanno le vetture prodotte in più? E in quale paese si ridurrà una equivalente capacità produttiva?

Guida autonoma e software

Il cambiamento di tecnologie nel settore favorisce l’ingresso di iniziative provenienti da altri campi o del tutto nuove. I due protagonisti assoluti del campo, Byd e Tesla, vengono l’una dalle batterie, mentre l’altra è un nuova entrata; molto significativamente, poi, le cinesi Baidu e Huawei stanno entrando nel settore delle elettriche e di quelle a guida autonoma partendo dalle loro esperienze nel campo del software e dell’elettronica. Nel 2022 tra le 10 vetture elettriche vendute in Cina, solo una vettura occidentale, la Tesla, è compresa nell’elenco. Tra i fattori che hanno più influito sulla classifica c’è indubbiamente di nuovo la qualità del software, tema sul quale le imprese europee si trovavano molto indietro. 

Ormai con il software si controlla da lontano l’andamento tecnico e le prestazioni delle vetture, con le singole auto che dialogano tra di loro, con le case dell’auto e i centri di assistenza, perfino con i semafori, le strisce pedonali, le stazioni pedonali e così via; d’altro canto sempre con il software si ottengono prestazioni simili a quelle contenute in un telefonino avanzato, diventando per molti versi, le vetture, un telefonino a quattro ruote (Comito, 2023).

Alcune tra le principali località cinesi sono ormai aperte alle vetture a guida autonoma e servizi di robotaxi sono in essere, avendo compiuto ormai molte decine di milioni di chilometri. All’avanguardia nel paese sembra essere Baidu.

Intanto negli Stati Uniti, mentre chiude l’iniziativa di General Motors con ingenti perdite, va avanti quella di Google attraverso la sua controllata Waymo, che offre decine di migliaia di corse a pagamento a tempo pieno a San Francisco e a Phoenix (Arizona); nel 2023 sono stati effettuati circa 700 mila viaggi in modalità autonoma.

Indubbiamente la disponibilità di auto a guida autonoma per il mercato generale sta slittando nel tempo: qualche anno fa si parlava del 2023 o 2024, ora le previsioni sono molto più prudenti. Il fatto è che i ritardi rispetto alle previsioni dipendono dalla complessità tecnologica del prodotto; sono coinvolte, in effetti, le tecnologie del G5 (siamo peraltro già al 5,5 e andiamo velocemente al 6), quelle satellitari, dell’IA, della robotica, del Big data e così via (Comito, 2023). Tale introduzione avviene quindi in maniera graduale; si distinguono 5 livelli differenti di guida autonoma. Il quarto livello è ormai applicato in maniera relativamente diffusa in particolare in Cina. 

Per una nuova politica dei trasporti; il ciclo completo dell’auto

Lo sviluppo rapido del mercato dell’auto elettrica è in sé uno dei pochi fatti positivi riscontrabili in tema di lotta al cambiamento climatico. In Norvegia, paese in cui gli acquisti di auto elettriche rappresentano ormai la quasi totalità del mercato, si assiste già, nelle città più importanti, all’abbattimento dei livelli di inquinamento. Per valutare il reale impatto sulle emissioni delle nuove vetture bisognerà in ogni caso considerare l’intero ciclo di produzione delle stesse, dall’estrazione dei minerali sino al riciclo finale dei materiali. Ora progressi significativi si vanno ottenendo in particolare su quest’ultimo punto. Gli annunci relativi agli investimenti in impianti di riciclaggio delle materie prime si vanno moltiplicando nel mondo, a partire dalla Cina. Passi avanti si vanno facendo, anche se più lentamente, nel risparmio energetico e nell’uso di energie pulite negli impianti di produzione, mentre sembra essere più indietro la lotta all’utilizzo di energia pulita nell’estrazione delle materie prime.

Si pone infine un altro problema generale. Mantenere la centralità dell’auto di proprietà individuale nella politica dei trasporti, senza cogliere l’occasione delle novità per ripensare ad un nuovo ruolo di quello collettivo, non sembra una buona soluzione a lungo termine. Si pensi ancora alla Cina, dove una risposta, certo ancora parziale, si sta fornendo con enormi investimenti nel trasporto ferroviario a breve e a lunga distanza.

Conclusioni

Nel settore dell’auto si conferma nel 2023 la tendenza all’aumento dei ruolo della Cina e dei paesi asiatici in generale nella produzione e nelle esportazioni, nonché nello sviluppo delle tecnologie relative. Nel campo dell’elettrico l’anno che sta per terminare ha registrato un passo significativo in avanti, mentre progressi ancora non sufficienti si registrano nella copertura dell’intero ciclo di vita della filiera. Intanto gli Stati Uniti e, dietro di loro l’Ue, tentano di frenare l’ascesa cinese, ma pensiamo che alla fine i risultati saranno abbastanza modesti, sia perché sembra difficile fare a meno dell’apporto cinese, sia anche perché il paese asiatico sarebbe in grado di avviare dure contromisure, sia infine per gli intrecci sempre più stretti in particolare delle case europee con i produttori cinesi.

In tale quadro di forte movimento il nostro paese continua a perdere posizioni; si continuano a ridurre posti di lavoro mentre gli stabilimenti nazionali lavorano ormai da molti anni a velocità ridotta e sono solo sostenuti da cassa integrazione e da contratti di solidarietà (sembra un processo verso una lenta estinzione) e mentre il nostro governo si mostra tra i più scettici al mondo nella lotta al cambiamento climatico in generale, e nel passaggio verso alla vettura elettrica in particolare. 

Testi citati nell’articolo

-Chu A., US moves to choke China’s role in electric vehicle supply chain, www.ft.com, 1 dicembre 2023

-Comito V., Come cambia l’industria, Futura ed., Roma, 2023 

-Fay S., Gigafactories: une frénésie mondiale, Le Monde, 30 novembre 2023

-Greco F., Auto, le vendite salgono del 16,2% ma la forbice sul 2019 resta ampia, Il Sole 24 Ore, 2 dicembre 2013   

-Jolly J., Europe is « miles behind » in race for raw materials…, www.theguardian.com, 4 dicembre 2023

da qui

 

sabato 16 dicembre 2023

Chi ha paura della carne coltivata? - Vincenzo Comito

Gli allevamenti sono grandi inquinatori

Mancano stime precise sull’impatto degli allevamenti sulle emissioni inquinanti del pianeta, ma quelle più recenti lo collocano tra il 16,5 e il 28% del totale. Vanno a tale proposito tenuti in conto molti elementi, quali l’emissione di gas metano da parte dei bovini (il fattore più importante), l’uso del macchinario agricolo e più in generale dei carburanti fossili negli stessi allevamenti, la deforestazione dell’Amazzonia per la produzione di soia e così via. In generale poi la produzione agricola è responsabile del 70% del consumo di acqua a livello mondiale; per la produzione di un solo chilo di carne bovina se ne consumano in media 15.000 litri (Comito, 2023). Gli allevamenti sono anche responsabili dell’80% dei processi di deforestazione nel mondo. E c’è infine il grande consumo di suolo.

Su di un altro piano, le discussioni sul cambiamento climatico si concentrano sul carbonio, ma bisognerebbe prestare attenzione anche al metano. L’anidride carbonica resta nell’aria per secoli, il metano solo per una decina d’anni, ma in questo periodo esso contribuisce a impedire molto di più al calore di disperdersi rispetto all’anidride carbonica (The Economist, 2023). Ridurre le emissioni di metano sembrerebbe la via più rapida per migliorare la situazione climatica del mondo. Nel 2022 in generale, secondo una fonte, l’agricoltura contribuiva al 27% di tutte le emissioni di metano nell’atmosfera (The Economist, 2023); secondo una fonte diversa, invece, i soli allevamenti vi contribuirebbero per circa un terzo del totale (Sherrington ed altri, 2023). Questa disparità di valutazioni indica anche come il fenomeno sia stato sin qui trascurato.

Il problema si è aggravato negli ultimi decenni sia per l’aumento delle popolazione mondiale, che per il crescente benessere dei paesi emergenti che, infine, per lo sviluppo degli allevamenti intensivi. In Cina nel 1979 ogni abitante mangiava appena 4 chili di carne all’anno, mentre nel 2013 tale cifra era già salita a 62 chili; e per fortuna i cinesi sono soprattutto grandi consumatori di carne di maiale. In India la produzione di latte è passata da 20 milioni di tonnellate nel 1970 a 174 nel 2018 (Comito, 2023). La Fao stima poi che la domanda di prodotti di origine animale crescerà ancora del 20% entro il 2050.

I possibili interventi riparatori

Di fronte a tale quadro la palette dei possibili interventi riparatori appare molto ampia. Intanto ovviamente c’è l’esigenza di ridurre di molto il consumo di carne, in particolare di quella bovina, con la necessità di utilizzare proporzionalmente di più quella suina ed ovina; si potrebbe anche considerare un maggior utilizzo di legumi, alimenti ricchi di proteine. Si stanno sviluppando da parte di varie imprese delle alternative vegetali alla carne: vengono manipolate delle proteine vegetali, quali quelle della soia, del riso o dei piselli, insieme ad altri ingredienti, per imitare il gusto, la tessiture, l’apparenza e le qualità nutritive della carne.

C’è poi la carne in laboratorio, prodotta a partire dalle cellule animali, mentre vanno avanti tecnologie simili anche per quanto riguarda il latte e derivati (formaggio, gelati, uova), nonché il pesce; risale al 2013 il primo hamburger creato da cellule di carne bovina presso la Maastricht University e da allora i progressi tecnologici e di riduzione dei costi si sono molto sviluppati, anche se bisogna ancora lavorarci sopra. Le proteine prodotte dovrebbero essere entro il 2035 dieci volte meno care di quelle animali e anche più sane. Il Governo Usa ha prima, nel novembre 2022, dichiarato che la carne coltivata era del tutto sana, poi nel giugno 2023, dopo altri paesi quali Israele, Singapore, Sud-Africa, ha permesso che la stessa carne sia venduta ai consumatori (Milman, 2023); sono poi molti i grandi e piccoli paesi del mondo che stanno portando avanti rilevanti investimenti, mentre già qualche mese fa si censivano almeno 200 imprese attive nel settore. Si sta poi pensando anche all’utilizzo di insetti e di alghe marine.

L’intervento del Governo sulla carne coltivata

Diversi decenni fa un’impresa del Nord Italia aprì un impianto per la produzione di pane surgelato; ma la corporazione dei fornai riuscì a frenare l’introduzione del prodotto sul mercato facendo pressioni sul Governo. Tra le argomentazioni avanzate dagli stessi fornai c’era quella che tale prodotto faceva male alla salute. Ma semmai era il pane “normale” che poteva presentare dei problemi, permettendo la legge l’inserimento nel prodotto di almeno una settantina di additivi diversi, mentre quello congelato non ne conteneva; era il freddo l’unico conservante. Oggi le cose non sono molto cambiate; ora come allora le lobbies determinano le decisioni della politica e anzi, presumibilmente, oggi più di ieri.

È stata così messa a punto una legge che vieta la produzione e la vendita di alimenti e mangimi prodotti a partire da colture cellulari o di tessuti derivanti da animali vertebrati, mentre si proibisce anche la denominazione di carne per i prodotti trasformati contenenti proteine vegetali. Il ministro Lollobrigida ha annunciato trionfalmente che l’Italia è il primo paese al mondo a vietare la carne “sintetica”; speriamo che resti l’unico, anzi che il provvedimento venga ritirato per il possibile intervento dell’Unione Europea. La carne coltivata non ha nulla di “sintetico” (Casadio, 2023), essa è prodotta coltivando in vitro cellule animali partendo da quelle staminali. Da una sola cellula staminale se ne possono produrre molti chili (Casadio, 2023). Essa non è in ogni caso pericolosa per la salute; è fatta da cellule identiche a quelle che mangiamo, ma, come per il pane, quella che viene oggi invece comunemente venduta può contenere molti additivi che possono essere anche pericolosi per la nostra salute. Con la carne di laboratorio si riducono del 92% le emissioni di gas serra e del 90% il consumo di suolo (Casadio, 2023).

La politica

L’attenzione di tutti è concentrata per quanto riguarda l’inquinamento in particolare sul settore dei trasporti, su quello industriale, su quello degli edifici. Si guarda molto meno al settore agricolo. La gran parte dei paesi si guarda poi bene dall’intervenire. Ma nel mese di settembre del 2021 le autorità olandesi hanno messo a punto un piano drastico che aveva l’obiettivo di ridurre di un terzo il numero dei capi di bestiame del paese, che sono attualmente circa 100 milioni, anche attraverso l’acquisto da parte dello Stato, con successivo smantellamento, dei grandi allevamenti intensivi (Foucart, 2021), che inquinano l’acqua e il suolo con l’emissione di azoto. Ma l’iniziativa, come è noto, ha suscitato nel paese un vento di rivolta; è nato un partito che è diventato tra i principali nel paese e una larga parte dell’opinione pubblica sembra ostile alle misure varate. Questo ci ricorda che non sono solo i governi e le lobbies ad essere ostili ai cambiamenti, ma che essi riescono a trascinare grande parte dell’opinione pubblica. Intanto alla Cop28 di Dubai i lobbisti delle grandi imprese della carne e del latte sono presenti in numero record: tre volte tanto rispetto al summit sul clima dello scorso anno (Sherrington ed altri, 2023). Intanto da noi non che il Governo Draghi sia stato molto attento ai problemi ambientali; ricordiamo ancora certe uscite in proposito dell’allora ministro dell’ambiente, Roberto Cingolani; ma quello attuale ha fatto del contrasto a qualsiasi norma contro l’emergenza climatica una ragione di essere. C’è stata l’opposizione a oltranza contro la scadenza UE del 2035 sulla cessazione della produzione di auto a energie fossili; poi l’ostilità al progetto di edifici green, sempre della UE, ora quella contro la carne “sintetica”. Ma ora l’Italia scende in un solo anno dal 29° al 44° posto nella classifica mondiale delle performance climatiche.

Ricordiamo a questo punto che per la carne coltivata non può valere l’obiezione, avanzata anche da Carlo Petrini di Slow Food, secondo la quale ci si può vedere un tentativo capitalistico di finanziarizzazione dell’agricoltura (dietro la nuova tecnologia, ricorda Petrini, ci sono tre-quattro multinazionali); il fatto è che da questo punto di vista la situazione non cambierebbe molto rispetto ad oggi. Ricordiamo per chiudere che il prode Prandini e la sua Coldiretti hanno raccolto 2 milioni di firme a sostegno del provvedimento di proibizione e che l’appello è stato anche sostenuto da 3000 tra consigli comunali e regionali, almeno a quanto riferisce la stampa. Poveri noi. L’ennesimo treno perduto per il paese.

Testi citati nell’articolo

– Casadio A., Vietare la carne coltivata è propaganda, non ci sono pericoli per la nostra saluteDomani, 7 dicembre 2023

– Comito V., Come cambia l’industria, i chip, l’auto, la carne, Futura ed., Roma, 2023

– Foucart S., L’impossible chasse est l’azoteLe Monde, 17-18 ottobre 2021

– Milman O., USDA allows lab-grown meat to be sold to US consumerswww.theguardian.com, 21 giugno 2023

– Sherrington R. ed altri, Big meat and dairy lobbyists turn out in record numbers at Cop28www.theguardian.com, 9 dicembre 2023

– The EconomistNo place to hide, 2 dicembre 2023

da qui

domenica 10 dicembre 2023

Energia pulita, finanza torbida - Vincenzo Comito

Si susseguono segnali sempre più chiari e visibili che siamo alle porte di una crisi climatica senza precedenti, le soluzioni esistono, a cominciare dallo stop ai finanziamenti pubblici alle aziende fossili e alla regolamentazione degli Esg, ma manca la volontà politica di aiutare la decarbonizzazione dell’economia.

Le analisi dell’International Energy Agency (Iea) e quelle di George Monbiot

L’Iea pubblica ogni anno un’analisi delle prospettive dell’energia a livello mondiale. Quella relativa al 2023 (Iea, 2023), fa intravedere, in qualche modo sorprendentemente, qualche speranza per il mondo. Anche se l’agenzia non nasconde il fatto che importanti nuvole nere si stiano presentando all’orizzonte, afferma comunque che si va sviluppando una nuova economia dell’energia pulita. Le previsioni sull’espansione della produzione di energia pulita nei prossimi cinque anni, afferma l’Iea, sono ora molto più forti di quanto lo stesso ente stimasse soltanto un anno fa. 

Si sottolinea come gli investimenti nel settore dell’energia pulita siano cresciuti del 40% nel 2022 rispetto al 2020. Lo studio prevede poi che più di 500 gigawatt di capacità di energia rinnovabile dovrebbero essere aggiunte nel 2023, un record. Entro il 2027, poi, si dovrebbe aggiungere tanta capacità di produzione di energie rinnovabili quanto negli ultimi venti anni. Anche la capacità produttiva di componenti chiave dei sistemi di energia pulita si sta espandendo velocemente nel mondo, si afferma nello studio. 

L’ente sottolinea, d’altro canto, che gli investimenti nel settore petrolifero erano pari a 679 miliardi di dollari nel 2015 e sono scesi a 493 miliardi nel 2022; quelli nel gas naturale sono passati nello stesso periodo da 433 miliardi a 329, andando nello stesso senso. Nel campo dell’energia a bassa emissione gli investimenti sono invece cresciuti da 362 miliardi a ben 660; quelli nell’efficienza energetica sono passati da 343 miliardi a 453; quelli infine nelle reti elettriche e nell’immagazzinamento dell’energia da 326 miliardi a 352 miliardi.

Sono in molti però a registrare ancora l’altro lato, più oscuro, della medaglia. Così, ad esempio, George Monbiot, un noto giornalista inglese, ci ricorda alcuni aspetti drammatici della situazione attuale (Monbiot, 2023). Sottolinea che nell’Antartico lo scioglimento dei ghiacci è accelerato drasticamente nell’estate di questo anno, mentre il suo livello precedente non si è ricostituito durante l’inverno locale. Intanto nuove ricerche sull’Amazonia hanno trovato quelli che gli scienziati chiamano i segnali precursori dell’avvicinarsi di una transformazione critica; una combinazione di deforestazione e di rotture climatiche che potrebbero interrompere presto la circolazione delle piogge nel bacino, scatenando un rapido passaggio dell’area dalla foresta pluviale alla savana. Assistiamo poi ad una rilevante perdita di specie animali. Il 48% delle specie del mondo stanno registrando un declino nella dimensione della loro popolazione, mentre un numero molto più elevato del previsto delle stesse sta andando verso l’estinzione. E si potrebbe continuare.

Un’altra tendenza rilevabile dai dati, non del tutto positiva, fa riferimento al fatto che circa i due terzi degli investimenti in energie rinnovabili siano concentrati nel 2022 nell’area dell’Asia Orientale-Pacifico e per la gran parte in particolare in Cina (Irena, 2023).

Alla fine, cercando si conciliare in qualche modo le analisi della Iea e quelle di Monbiot, si può affermare che le minacce all’ambiente sono ancora tutte lì e che stanno anzi crescendo di intensità, ma che, d’altro canto, si va manifestando una tendenza ad una maggiore attenzione al fenomeno, che si sta traducendo in una forte crescita degli investimenti nel settore delle energie rinnovabili, investimenti peraltro ancora non sufficienti come dimensioni. L’obiettivo che era stato fissato del non superamento dell’aumento di 1,5 gradi nella temperatura media sarà a questo punto difficilmente ottenibile (Carrington, 2023).

Le bombe al carbonio e le banche

E veniamo ai temi più strettamente finanziari. Il fatto che non tutto vada per il meglio è testimoniato dal fatto che sono stati individuati di recente nel mondo ben 425 progetti (Niranjian, 2023; Aubert, 2023) nel settore delle energie fossili, ognuno dei quali potrebbe emettere, se portati avanti, più di un miliardo di tonnellate di biossido di carbonio nell’atmosfera (“Carbon Bombs”). Essi, messi insieme, potrebbero distruggere l’ultima possibilità di impedire che il riscaldamento del pianeta raggiunga livelli molto pericolosi. 

Ora, nel periodo che va dal 2016 e il 2022, le grandi banche, in particolare quelle europee, statunitensi e cinesi, hanno fornito finanziamenti a tali progetti per 1.800 miliardi di dollari e nel solo 2022 per circa 150 miliardi. Tali banche finanziano direttamente i progetti o supportano massicciamente le imprese che li sfruttano. 

Appare evidente che uno dei presupposti per accelerare il passaggio ad un’economia verde appare quello di spingere gli istituti bancari e assimilati a cambiare il loro atteggiamento.

La finanza cosiddetta verde

Di fronte a tali cifre può sembrare in qualche modo inverosimile che, secondo i dati ufficiali, stiamo assistendo comunque ad una forte crescita della cosiddetta “finanza verde”; su questo tema riprendiamo, sostanzialmente, un altro articolo di chi scrive apparso su questo stesso sito (Comito, 2021). Come è noto, con l’espressione “finanza verde” si fa riferimento al finanziamento da parte delle istituzioni preposte di attività che rispettino i criteri cosiddetti ESG (Environmental, Social, Governance), che facciano cioè riferimento agli aspetti ambientali, sociali e di cosiddetta buona governance. Già nel 2019 si parlava di un totale di 35.000 miliardi di dollari, il 36% di tutti i fondi gestiti professionalmente, dedicati al settore: una apparente valanga. Mentre tali titoli “verdi” crescevano esponenzialmente, però, altrettanto crescevano le emissioni inquinanti. Per i dati ottimistici appena citati si è parlato così, con un’efficace espressione, di greenwashing (di falsa pulizia, cioè, dello sporco).

Ci sono molte possibili spiegazioni a tale apparente contraddizione. Ci limiteremo a qualche semplice annotazione. Se si guarda in dettaglio alle cifre, nella UE quasi la metà di tali fondi “puliti” sono utilizzati dalle compagnie petrolifere e minerarie, tra i massimi inquinatori del pianeta. Certo esse dichiarano di utilizzare tali fondi per “progetti verdi”, ma chissà cosa succede veramente. Così la francese Total ha promesso di emettere in futuro soltanto “titoli verdi”, il che significa che tali titoli serviranno ovviamente a finanziare anche le attività di esplorazione petrolifera. 

Un problema di fondo è quello che mancano definizioni comunemente accettate di investimenti ESG e poi strumenti di controllo efficaci. E poi: come mettere nello stesso paniere il verde, il sociale e la governance? Così ad esempio delle imprese pessime sul fronte dell’E (Environmental) possono ottenere una notazione virtuosa perché positive su S (Social) e G (Governance), confondendo così gli investitori bene intenzionati.

Uno studioso francese, Laurence Shalom (Shalom, 2023) mette in dubbio che la finanza virtuosa sia veramente virtuosa. Sulla definizione di tale termine ci sono, egli ci ricorda, due visioni opposte. Per l’investitore preoccupato seriamente della conservazione del pianeta quello che importa è l’impatto delle imprese sull’ambiente; quindi egli cercherà di investire in imprese attente a non degradare l’ecosistema. Ma gli uomini di finanza e la gran parte delle imprese si preoccupano invece principalmente delle conseguenze finanziarie di questo degrado sui loro conti e sul loro valore di Borsa. Queste due concezioni molto diverse sono fonte di confusione, confusione propizia al greenwashing. Ora non esistono norme che chiariscano questo punto essenziale, ricorda Shalom. L’approccio sviluppato così dall’International Sustainability Standard Board, ente apparentemente autorevole nel campo, propende – ahimè -, come gli stessi Stati Uniti, per l’ipotesi più favorevole alla aziende.

Per far emergere una finanza veramente durevole si dovrebbe, secondo Shalom, passare attraverso un’azione pubblica forte. Si tratta, in altri termini, di riarmare i poteri pubblici di fronte alla finanza, in modo da costringerla a partecipare allo sforzo collettivo. Obiettivo molto impegnativo. 

Le grandi imprese dell’energia e i loro investimenti

Secondo una stima recente (Carrington, 2022), negli ultimi cinquanta anni l’industria del petrolio e del gas ha ottenuto nel mondo 2,8 miliardi di dollari di profitti al giorno. Una cifra sbalorditiva. Ancora nel 2022 la Exxon ha dichiarato profitti netti per 56 miliardi di dollari, la Shell per 39,9, la Chevron per 36,5, la Bp per 27,7 e la Total per 21,0. Nel suo piccolo anche l’Eni ha compiuto il miracolo guadagnando nell’anno 13,3 miliardi di euro; mentre la saudita Aramco, dal canto suo, ha registrato da sola 161 miliardi di dollari di utili. 

Con tali enormi somme tali gruppi hanno sempre avuto e continuano ad avere la forza finanziaria per comprare tutti i politici del mondo e bloccare, o almeno ritardare il più possibile, l’azione degli Stati e degli organismi pubblici locali contro la crisi climatica.

Così le società dell’energia continuano ancora oggi a investire la gran parte delle loro enormi risorse nel settore delle energie fossili, lasciando solo una quota ridotta a quelli nelle rinnovabili. Si può rilevare una sostanziale sordità delle imprese statunitensi al tema e una maggior attenzione allo stesso da parte di quelle europee. 

Le giustificazioni ufficiali a tale comportamento fanno riferimento alla scarsa redditività del settore delle rinnovabili e al fatto che il mercato avrà bisogno ancora per molto tempo di petrolio e gas. 

Il caso della BP inglese e quello italiano

A proposito di imprese europee, ricordiamo che la British Petroleum è una società energetica britannica tra le più grandi del mondo. Il suo amministratore delegato, Bernard Looney, aveva messo a punto qualche tempo fa un nuovo slogan per il gruppo – “Al di là del petrolio” – ed aveva costituito una nuova società, la Helios, il cui nome rimandava facilmente alle energie rinnovabili. Egli si era dato coerentemente come obiettivi quelli di ridurre del 40% il livello delle emissioni inquinanti del gruppo entro il 2030 e di arrivare ad una situazione di zero emissioni entro il 2050. Ma all’inizio di questo anno è stato costretto a tornare indietro sui suoi passi, mentre più recentemente è stato anche costretto alle dimissioni (Watts, 2023). 

In Italia, poi, abbiamo, come è noto, due grandi gruppi energetici, l’Eni e l’Enel. Mentre la prima impresa continua a dare priorità al settore fossile, il responsabile dell’Enel aveva avviato un grande programma di investimento nel settore delle energie rinnovabili, azione che aveva portato l’azienda ai massimi vertici mondiali in tale campo. Ma è stato rapidamente licenziato.

Le due storie indicano che è molto pericoloso al momento, nei grandi gruppi energetici, farsi paladini dell’ecologia; vi si oppongono sia gli azionisti privati che i poteri pubblici. Non sembrerebbe esserci scampo.

Il finanziamento delle energie rinnovabili e dintorni

Bisogna ricordare che tra il 2013 e il 2020 sono stati impiegati dai pubblici poteri di tutto il mondo circa 2.900 miliardi di dollari in sussidi alle energie fossili (Irena, 2023). Bisogna partire da lì, ribaltando l’allocazione di tali fondi verso le energie rinnovabili. 

Per quanto riguarda in generale le risorse necessarie alla transizione energetica, si fa l’ipotesi di un fabbisogno netto supplementare di investimenti di 2.500 miliardi di dollari annui a livello mondiale; per quanto riguarda la gestione dell’acqua si pensa a 350 miliardi di dollari, mentre per la gestione della biodiversità si valutano le necessità ulteriori in 800 miliardi di dollari (Artus, 2023).

Si pone ovviamente il problema di come coprire tali fabbisogni.

In questa sede si ricordano soltanto alcune piste possibili. 

Intanto bisognerebbe spingere le grandi imprese dell’energia a investire molto di più in tale settore. Più in generale si dovrebbe puntare ad un mutamento nei comportamenti delle imprese, di fronte al fatto che le pratiche di distribuzione di dividendi e di riacquisto di azioni proprie non cessano di aumentare (Artus, 2023). Le imprese dovranno in futuro ridurre la remunerazione degli azionisti sotto le varie forme utilizzate per disporre di un volume maggiore di risorse per realizzare la transizione energetica nelle loro imprese.

Bisognerebbe poi persuadere, accanto alle banche ordinarie, le grandi istituzioni finanziarie per lo sviluppo internazionale, dalla Banca Mondiale al Fondo Monetario, dalle banche regionali di sviluppo, a quelle sorte per iniziativa cinese, dalla AIIB alla banca dei Brics a quella dello Sco, ad andare molto di più in questa stessa direzione. Ci sarebbero poi i fondi mobilitabili dagli Stati nazionali (ricordiamo tra l’altro i programmi in proposito di Usa, Cina e UE) e poi in particolare quelli relativi al possibile accordo tra i paesi ricchi e quelli emergenti per la creazione di una istituzione essenziale, quella di un fondo per aiutare i paesi particolarmente vulnerabili che soffrono degli effetti devastanti del riscaldamento globale (“Loss and damage fund”). Ma tale possibile novità va avanti con molta fatica, anche se è stata messa a punto, nei primi giorni di novembre, una bozza di accordo a questo proposito, peraltro non entusiasmante, tra i vari paesi. Il responsabile di una CGO ha commentato la cosa affermando che “… questo è un giorno triste per la giustizia climatica, dal momento che i paesi ricchi voltano le spalle alle comunità vulnerabili…” (Harvey, 2023). 

C’è un ulteriore problema.

Cosa hanno in comune, si chiede Jézabel Couppey-Soubeyran (Couppey-Soubeyran, 2023), la de-desertificazione dei suoli, la de-polluzione delle acque, la raccolta dei rifiuti oceanici, la creazione di riserve di biodiversità, gli aiuti necessari perché tutte le famiglie possano avere accesso attivo alla transizione ecologica.? Tutte queste azioni, e altre qui non citate, sono spese necessarie per una transizione ecologica giusta, ma sono sprovviste di ritorni economici. Spese di questo tipo esigono la copertura da parte del settore pubblico.

E’ stato stimato che nella sola Europa sarebbero necessari per risolvere il problema circa 500 miliardi di euro di investimenti all’anno per sette anni. Come e dove reperire tali ingenti somme, di fronte anche al già elevato livello di indebitamento degli stessi Stati europei? Anche l’aumento delle imposte appare difficilmente sostenibile. Bisogna quindi ricorrere soprattutto ad una nuova forma di creazione di moneta senza indebitamento.

Tecnicamente, afferma l’autrice, niente impedirebbe alla banca centrale di emettere della moneta legale senza acquisto di titoli o forme analoghe, iscrivendola semplicemente sul conto di una società finanziaria pubblica. Quest’ultima distribuirebbe, sotto forma di sovvenzioni, soldi alle imprese e ai progetti che perseguissero l’obiettivo di uno sviluppo durevole che mancassero di redditività finanziaria. Risparmiamo al lettore i dettagli tecnici del progetto. 

Le soluzioni esistono, manca la volontà politica di attuarle.

Conclusioni

Mentre in questi mesi assistiamo a manifestazioni evidenti del rapido avvicinarsi di una rilevante crisi climatica, con tutte le sue conseguenze, si manifesta contemporaneamente qualche segnale di una forte crescita, pur ancora non sufficiente, degli investimenti nelle energie pulite. Cruciale in tale quadro appare il comportamento della comunità finanziaria, che dovrebbe essere spinta a decisioni maggiormente consapevoli della drammaticità dell’ora anche da una forte pressione dei poteri pubblici, pressione che al momento non appare in generale molto convinta.  

Testi citati nell’articolo

-Artus P., Quatre options pour financer la transition, Le Monde, 5-6 novembre 2023

-Aubert R., Ces “bombes carbone” qui menacent le climat, Le Monde, 1-2 novembre 2023

-Carrington D., Climate crisis: carbon emission budget is now tiny, scientists say, www.theguardian.com, 30 ottobre 2023

-Carrington D., Revealed: oil sector’s “staggering” $3bn-a-day profits for last fifty years, www.theguardian.com, 21 luglio 2022  

-Comito V., La «finanza verde»: molta finanza e poco verde, www.sbilanciamoci.info, 15 novembre 2021

-Couppey-Soubeyran J., Pour une création monétaire sans dette, Le Monde, 29-30 ottobre 2023

-International Energy Association, World Energy Outlook 2023, ottobre 2023 

-Irena (International Renewables Energy Agency), Global landscape of renewable energy finance 2023, Abu Dhabi, febbraio 2023  

-Harvey F., « Loss and damage » deal struck to help countries worst hit by climate crisis, www.theguardian.com, 5 novembre 2023

-Monbiot G., The « flickering » of Earth systems is warning us : act now, or see our already degraded paradise lost, www.guardian.com, 31 ottobre 2023

-Niranjan A., Banks pumped more than $150bn into companies running “carbon bomb” projects in 2022, www.theguardian.com, 31 ottobre 2023 

-Shalom L., La finance peut-elle etre durable ?, Le Monde, 29-30 ottobre 2023

-Watts J., BP must not backtrack on climate action…, www.theguardian.com, 14 settembre 2023

da qui

lunedì 23 dicembre 2019

Alla fine ci salverà la Cina? - Vincenzo Comito



Le parole e i fatti
E’ ovviamente noto quanto sia non solo importante, ma anche pressante, la questione del cambiamento climatico e dei possibili progressi nella lotta allo stesso. Ci troviamo peraltro di fronte ad una crescente consapevolezza del problema sul piano delle conoscenze sul come stanno i fatti e sul come bisognerebbe operare, come mostrato anche dalla ennesima conferenza sul tema, che questa volta si svolge a Madrid, ma, d’altro canto, i progressi operativi sul fronte della mitigazione dei rischi avanzano troppo lentamente.  
In tale quadro un posto chiave, o, forse meglio, il posto chiave di tutta la vicenda, sembra essere detenuto, nel bene e nel male, dalla Cina e dalle sue strategie. 
Siamo, in effetti, nella situazione di dover constatare, da un lato, un atteggiamento negazionista e comunque inerte da parte del governo degli Stati Uniti sulla questione, atteggiamento che arriva irresponsabilmente, da parte di Trump, persino a cercare di punire quegli Stati dell’Unione, ed in primis la California, che cercano di fare qualcosa in merito, mentre procede lo smantellamento degli organismi pubblici che in qualche modo si occupavano della questione; dall’altro, ad un’Europa molto cosciente del problema, che pubblica studi ed analisi e avanza propositi ad ogni piè sospinto, ma che in concreto fa poco per contribuire a risolvere la questione. Se, ad esempio, guardiamo all’andamento delle statistiche dell’inquinamento in Francia, il Paese che sembra agitarsi di più in positivo sulla questione, le cifre appaiono nella sostanza abbastanza deludenti. 
In generale, le conferenze e gli incontri sul tema si susseguono, Greta Turnberg e i giovani che in molti Paesi del mondo (quelli dei continenti asiatico e africano non sono sostanzialmente tra questi) la seguono si danno da fare in ogni modo, ma la montagna non sembra smuoversi.

I piani della Cina 
Trascuriamo comunque a questo punto gli altri Paesi e concentriamo l’attenzione sulla Cina. 
Il Paese è intanto accusato da tempo dai media occidentali di essere il maggiore inquinatore del pianeta; esso risponde ricordando intanto che i suoi livelli di inquinamento pro-capite sono solo una frazione di quelli statunitensi, mentre i Paesi occidentali per decine di anni sono stati i colpevoli quasi esclusivi dell’accumulazione dei problemi del pianeta su questo fronte; poi, insieme ad altri Paesi emergenti, sottolinea che, in realtà, si vuole impedire che quelli più poveri a loro volta si industrializzino. 
Per altro verso, in realtà negli ultimi anni il Péaese asiatico è stato all’avanguardia delle azioni per affrontare la questione e questo sotto diversi fronti. Si può tranquillamente affermare che esso è di gran lunga quello che sta facendo gli sforzi maggiori sul fronte della lotta all’inquinamento.

Ricordiamo alcune tra le principali azioni
Intanto il Paese asiatico, con i suoi editti che impongono alle case produttrici di veicoli di aumentare progressivamente nel tempo la quota di quelli elettrici posti sul mercato, abbia innescato un circuito virtuoso; in effetti, dato anche che la Cina è, di gran lunga, il primo mercato mondiale per le auto, le case produttrici degli altri Paesi si sono tutte sentite obbligate a lanciarsi nel nuovo business, con investimenti che stanno toccando in tutto il mondo le centinaia di miliardi di dollari. La Cina domina comunque il mercato delle batterie.
Ricordiamo ancora come gli sforzi di ricerca e di produzione cinese nel settore degli impianti ad energia eolica e solare siano riusciti, grazie tra l’altro alle economie di scala innescate, a rendere tali energie alla fine competitive con quelle fossili e come il Paese abbia anche avviato produzioni su larga scala delle stesse. Anche in questo caso, si è innestato un circuito positivo a livello mondiale.
Sottolineiamo anche come negli ultimi anni la Cina, da sola, abbia contribuito per il 50% circa degli investimenti globali nel settore delle nuove tecnologie pulite. Così, nel 2017, a fronte di una spesa totale nel settore di circa 333 miliardi di dollari, alla Cina ne vanno attribuiti circa 160 miliardi.
Ancora, un rapporto recente della NASA  mette in rilievo come la Cina (e in misura più ridotta l’India) negli ultimi decenni abbia aumentato in maniera molto importante le superfici boschive nel proprio territorio. Negli ultimi 17 anni, dice il rapporto, sono stati piantati nel mondo 518 milioni di ettari di aree boschive; di queste, il 25% spetta alla Cina, mentre tale percentuale sta crescendo con il tempo. I progetti cinesi sono ora all’attenzione di numerosi paesi africani e dell’Arabia Saudita (Xinhua, 2019).
Citiamo infine il fatto che esistono una serie di progetti, apparentemente “minori”, che, messi insieme, potrebbero contribuire parecchio alla riduzione dell’inquinamento, almeno in Cina. 
Tra questi, ricordiamo quello in atto per sostituire cemento, acciaio e plastiche nei tubi e nella costruzione di infrastrutture ed edifici nel paese con il bambù, materiale di cui la Cina è grande produttrice (Shepherd, 2019, 1). Potremmo anche fare riferimento agli enormi investimenti in atto nel trasporto pubblico, dalle metropolitane, ai treni ad alta velocità, agli autobus elettrici, agli investimenti avanzati nei veicoli a guida autonoma ed in quelli a due ruote di vario tipo alimentati con le batterie. Citiamo ancora il lancio in atto di un programma per la costruzione di città verdi.
Possiamo, infine, ricordare la chiusura degli impianti più inquinanti nel settore dell’industria pesante, dalle acciaierie, alle centrali a carbone, ai cementifici.

Ma stanno arrivando delle notizie meno confortanti
 A questo punto saremmo tentati di dire che, sic stantibus rebus,  se il mondo si salverà dal riscaldamento climatico lo si dovrà prima di tutto e anzi sostanzialmente alla Cina; ma, mentre negli ultimi mesi stiamo assistendo ad alcuni fatti che sembrano in qualche modo rafforzare tale sensazione, ne registriamo anche degli altri che invece sembrano andare in senso contrario rispetto a quanto illustrato nel paragrafo precedente.
Ci aiutano a mettere in luce i problemi montanti in particolare alcuni articoli apparsi di recente sul Financial Times e che citiamo specificamente più avanti.
Sottolineiamo intanto come la riduzione in atto degli incentivi per i veicoli elettrici e le energie rinnovabili stia avendo come conseguenza una riduzione dell’acquisto di auto elettriche sul mercato interno e dell’impegno dei gruppi cinesi negli investimenti nel settore. 
Così, ad esempio, nel settore delle energie solari le nuove installazioni di impianti, che avevano raggiunto i 53 gigawatt nel 2017, quest’anno dovrebbero essere più basse del 40%, mentre, più in generale, l’investimento complessivo della Cina nelle energie pulite dai 76 miliardi di dollari della prima metà del 2017 è passato a soli 29 miliardi nella prima metà di quest’anno (Hook, 2019, 1).
Si prevede che, nel 2019, le emissioni complessive cinesi saranno più elevate del 3% rispetto a quelle dell’anno precedente.
Mentre nel 2016 il Paese aveva bloccato la costruzione di centinaia di centrali a carbone, ora si stima  che esso stia aggiungendo circa 148 GW di impianti dello stesso tipo, più o meno quanto l’intera capacità installata europea nel settore (Hook, 2019, 1). 
Nell’ambito poi della Belt and Road Initiative le banche di Stato hanno impiegato circa 30 miliardi di dollari nell’ultimo periodo per la costruzione di centrali a carbone nei Paesi esteri.
Sembrerebbe dunque che la Cina sia distratta dalla guerra commerciale con gli Stati Uniti e dalle proteste di Hong Kong, nonché dal rallentamento dell’economia, mentre la politica ambientale debba fare spazio a queste priorità politiche (Hook, 2019, 1).  
Una cosa che sembra plausibile, poi, è soprattutto il fatto che gli investimenti nel carbone vengano visti come uno strumento per assicurarsi una sicurezza dei rifornimenti energetici in relazione al deterioramento delle relazioni con l’Occidente e alle minacce di Trump.

D’altro canto
Nonostante tutto quello che abbiamo visto al paragrafo precedente, bisogna ricordare intanto che comunque Pechino probabilmente supererà abbondantemente gli obiettivi di risparmio energetico fissati a Parigi. Per altro verso, la promessa di tagliare l’intensità carbone dell’economia tra il 40 e il 50% entro il 2020 rispetto ai livelli del 2005 è stata raggiunta con tre anni di anticipo.
Bisogna considerare, peraltro, che le centrali a carbone sono utilizzate nel Paese, ormai, solo per circa la metà del tempo (Hook, 2019, 2), ciò che confermerebbe la preoccupazione della sicurezza energetica a fronte delle tensioni con l’Occidente come motivazione principale delle nuove costruzioni.
Il governo programma peraltro di ridurre la produzione delle centrali a carbone nel Nord-Ovest di almeno un quarto. Tale azione è una prima mossa che rientra in un programma più generale di portata triennale che mira a ridurre le emissioni globali di carbone in tutto il Paese in particolare attraverso una maggiore efficienza d’uso degli impianti (Shepherd, 2019, 2).
La stampa cinese, forse anche in risposta alle recenti critiche occidentali, appare intanto ottimista sulla questione (si veda ad esempio, in proposito, un articolo di Zheng Yiran, 2019 ed un altro dell’agenzia Xinhua, 2019).
In conclusione si può dire che, in generale, interpretare la realtà cinese è, come spesso accade, abbastanza complicato, ma comunque, alla fine, in questo caso c’è ancora qualche motivata ragione di speranza. Non sappiamo se la Cina salverà il mondo, ma rileviamo che se, tra l’altro, gli obiettivi di Parigi non saranno rispettati a livello globale e anzi non saranno migliorati presto in misura rilevante, come sembra comunque necessario per salvare il pianeta, la colpa non dovrebbe essere della Cina.
Testi citati nell’articolo
-Hook L., Climate change: how China moved from leader to laggard, www.ft.com, 25 novembre 2019, 1
-Hook L., China ramp up coal power in face of emission efforts, www.ft.com, 20 novembre 2019, 2
-Shepherd C., Greener development ? It’s in the pipeline for China, www.ft.com, 5 dicembre 2019, 1
-Shepherd C., China aims to reduce coal power production, www.ft.com, 3 dicembre 2019, 2
-Xinhua, China « leading the way » in fighting climate change, says UN official, www.globaltimes.cn, 2 dicembre 2019
-Zheng Yiran, China makes steady progress in adoption of green energy, www.chinadaily.com.cn, 6 dicembre 2019