Visualizzazione post con etichetta Medicina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Medicina. Mostra tutti i post

mercoledì 8 luglio 2026

I nascenti poli africani nella produzione di farmaci - Mauro Indelicato

L’obiettivo principale delle autorità sanitarie africane negli ultimi anni è quello di raggiungere una sempre maggiore autonomia. Per farlo, da più parti e da più tempo viene sottolineata l’importanza di avviare una propria produzione interna di prodotti farmaceutici. Attualmente le cifre appaiono piuttosto impietose: in media, secondo l’Oms, il continente importa tra il 70% e il 90% dei farmaci riguardanti il proprio fabbisogno. Se si parla poi dell’importazione dei principi attivi, le percentuali arrivano a quasi il 95%. Esistono alcuni esempi virtuosi di filiere produttive avviate in territorio africano, ma appaiono più che altro come piccole enclavi sparse a macchia di leopardo. Significativa l’incidenza dell’industria farmaceutica sudafricana, egiziana e marocchina, ancora molto indietro gli altri Paesi. Qualcosa però sembra iniziare a muoversi.

I poli africani di sviluppo dell’industria farmaceutica

Secondo i dati dell’Italiana Trade Agency, la quale a sua volta riprende quelli delle agenzie ufficiali del governo di Pretoria, in Sudafrica sono di più i farmaci prodotti all’interno del proprio territorio che quelli invece importati. In particolare, almeno il 70% del fabbisogno sudafricano è soddisfatto dai produttori locali, il 30% invece è la quota di farmaci presa dal mercato internazionale. L’industria farmaceutica sudafricana è la più importante del continente, del resto anche il suo sistema sanitario nel suo complesso è generalmente considerato il più affidabile. In poche parole, il Paese vanta una lunga tradizione nel comparto farmaceutico e sanitario e questo è riflesso dai dati relativi alla produzione interna di medicinali. Ci sono però alcuni elementi contrastanti da tenere in considerazione e che, a loro volta, appaiono come emblema della situazione in tutto il continente. A partire dal fatto che sono molto poche le esportazioni e, soprattutto, che la quota delle importazioni aumenta di anno in anno. Se anche il Sudafrica vede quindi aumentare la necessità di prendere dall’estero i farmaci, vuol dire che occorre attuare significative riforme in tutto il continente.

 

Lo stesso discorso vale per l’Egitto e per il Marocco. Il Cairo rappresenta un fondamentale hub per il nord Africa e i dati parlano anche di una minima ma importante quota di esportazioni, orientate soprattutto verso l’area del Magreb e in minima parte verso il medio oriente. Il Marocco, dal canto suo, appare come un riferimento importante per la produzione di vaccini. Gli investimenti nel settore sono cresciuti subito dopo il periodo Covid, oggi il Paese può vantare almeno 40 stabilimenti farmaceutici. Ma la scommessa di Rabat, è quella di investire ulteriormente per competere con lo stesso Egitto. L’intenzione, da parte dei tre principali poli farmaceutici africani, è di dare ulteriore sostegno al settore: in una fase in cui l’Africa scommette sull’offerta interna e vede crescere la domanda di prodotti farmaceutici, i tre Paesi di riferimento vorrebbero guidare il mercato locale.

I Paesi emergenti

La buona notizia per l’Africa è che, nonostante diverse difficoltà e innumerevoli limitazioni, ci sono anche altri Paesi intenzionati ad accrescere i propri investimenti nella produzione farmaceutica. Segno anche di un certo cambio di mentalità: il continente ha oggi intuito l’importanza di dipendere sempre di meno dalle importazioni. Nigeria e Kenya sono i due Paesi che più di tutti stanno premendo per aumentare il sostegno al settore. A Lagos, così come a Nairobi, si sta puntando a diventare un’alternativa all’industria sudafricana per l’Africa sub sahariana. Particolarmente importante l’investimento che il governo keniano negli ultimi anni ha effettuato sulla produzione nazionale di farmaci di base, percepita come un’esigenza inderogabile. Dibattiti sull’importanza di spingere l’industria farmaceutica sono nati anche all’indomani della chiusura dello Stretto di Hormuz, episodio che ha mostrato ulteriormente la vulnerabilità del sistema africano dipendente dalle importazioni.

Rimanendo nell’Africa sub sahariana, anche l’Etiopia da almeno un decennio ha intensificato i propri investimenti. Del resto, spendere per impiantare nuove industrie costa meno delle importazioni: Addis Abeba deve infatti acquistare dall’estero l’85% dei fermaci che servono per il fabbisogno di una popolazione da 110 milioni di abitanti. Nel 2015, il governo ha adottato un piano di azione decennale per lo sviluppo dell’industria farmaceutica locale: il piano, compreso all’interno del National
Strategy and Plan of Action for Pharmaceutical Manufacturing in Ethiopia 2015-2025
, ha messo sul piatto incentivi alla produzione locale. Più di recente, il governo si è impegnato per il completamento dei lavori del Kilinto Industrial Park. Si tratta di un complesso industriale, situato a 37 km da Addis Abeba, quasi interamente dedicato al settore farmaceutico. Una vera e propria “incubatrice” per decine di start up impegnate nella produzione locali di farmaci.

Particolarmente interessanti poi i casi di Ghana e Botswana. Il primo da tempo produce internamente almeno il 30% dei prodotti destinati al proprio uso farmaceutico, con una piccola ma non secondaria quota riservata all’export soprattutto verso Camerun, Costa d’Avori e Gambia. Diversi piani finanziati sia dal governo che dai privati, mirano all’ampliamento della quota di farmaci prodotti localmente. In Botswana, il governo ha deciso di puntare sulla produzione interna dopo la crisi sanitaria esplosa lo scorso anno, quando il default del proprio bilancio e l’aumento dei prezzi internazionali ha lasciato per settimane il Paese quasi senza farmaci.

da qui

mercoledì 3 giugno 2026

Difendiamo i medici cubani in Calabria dai diktat statunitensi! - Fabio Marcelli

 

Non è chiaro a che titolo l’incaricato d’affari statunitense a Cuba, Mike Hammer, abbia preteso dal governatore della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, l’immediato allontanamento dei 330 medici cubani che vi prestano da tempo servizio dando un importante contributo all’assistenza sanitaria in quei paraggi. Non pare infatti che né la Costituzione italiana, né le leggi nazionali, né lo Statuto della Regione Calabria e nemmeno i trattati internazionali attribuiscano ai diplomatici statunitensi, per giunta operanti altrove, la potestà di ingiungere a un’autorità pubblica italiana di attuare in un modo o nell’altro a tutela del pubblico interesse.

Per il momento il governatore Occhiuto ha respinto l’ingiunzione e occorre augurarsi che, precipuamente nell’interesse del popolo calabrese, continui a difendere l’essenziale presenza dei medici cubani, anche se il governo Meloni, infestato com’è da servi sciocchi di Washington, non sembra avergli dato alcun sostegno e in cuor loro Meloni, Tajani, Salvini & C. si augureranno certamente che ceda.

Donald Trump, bastonato materialmente in Iran e moralmente in Cina, sta cincischiando e pronunciando cialtronescamente roboanti minacce. Ma è sicuro che con l’Iran gli andrà ancora peggio, per quanti gravi danni possa ancora fare, massacrando scolarette, bombardando ponti e oleodotti e minacciando vanamente il ricorso all’arma nucleare. Ecco allora che Cuba assume, nella mente non sempre lucida del presidente statunitense, il valore di una sorta di premio di consolazione ovvero la dimostrazione che, se non è più la principale potenza mondiale, almeno lo è nell’emisfero occidentale.

A questo serve la riesumazione della dottrina Monroe, che risale a duecentoquattordici anni fa circa. A questo serve l’infame bloqueo nello stile di un assedio medievale che vuole impedire al popolo cubano di vivere. A questo è servito il rapimento di Nicolas Maduro e Cilia Flores e il ricatto mafioso nei confronti del governo venezolano, minacciato di essere liquidato fisicamente in blocco se non avesse, come purtroppo ha fatto, interrotto ogni fornitura petrolifera a Cuba.

Il ragionamento di Trump, per quanto viziato dalle molteplici patologie psichiatriche che sembrano affliggerlo (ma a volte c’è del metodo in questa follia) dal narcisismo maligno alla megalomania alla bugia seriale e sistematica come instrumentum regni, alla totale mancanza di umanità e di empatia, è abbastanza chiaro. Egli vuole mascherare l’evidente e irrimediabile declino degli Stati Uniti (altro che MAGA, era più seria la Maga Magó di disneyana memoria) provando a cancellare l’anomalia cubana, questa ferita aperta da oltre 67 anni nel fianco del potere imperiale. I cubani vanno aboliti perché rappresentano, a pochi chilometri da Miami, un’alternativa socialista alla disumanità del capitalismo trumpiano ed epsteiniano.

Conoscendo i cubani dubito fortemente che questo piano infame di Trump e del suo braccio destro, il gusano Rubio, abbia qualche possibilità di riuscire. Cuba non imploderà mai anche perché sarà sostenuta dalla solidarietà dei giusti e degli onesti di tutto il mondo. E se Trump attacca frontalmente scatenerà una resistenza che finirà per mettere in discussione definitiva il potere malsano delle corporations, dei neocon e di tutto l’assurdo bestiario politico ed economico di fronte al quale amano genuflettersi gli smidollati e scellerati politici nostrani.

Forse alla fine la strategia di Occhiuto riuscirà a respingere le intromissioni di Hammer. Ma non è detto che ci riesca ed allora l’espulsione dei medici cubani segnerà il punto più basso e vergognoso di quello che resta della dignità nazionale di un’Italia che pure proprio dai cubani fu efficacemente soccorsa ai tempi del Covid. Occorre sperare che Occhiuto resista e non si prostri al proconsole imperiale. Speriamo quindi che non imiti tutta la congerie di valletti politici che rappresentano la quasi totalità del centrodestra e del cosiddetto centro e parte non trascurabile della compagine parlamentare del Partito democratico. Coloro che, per obbedire agli Stati Uniti stanno da tempo mandando a ramengo la società e l’economia italiana, oltre che la dignità nazionale e il sentimento stesso dell’umanità, concetti loro del tutto ignoti e che vorrebbero sradicare anche dal popolo.

Nell’attuale contesto internazionale in rapida trasformazione è invece necessario recuperare la dignità nazionale gravemente calpestata dal governo delle destre e dai suoi fiancheggiatori centristi, anche da quelli ancora opportunisticamente arroccati nel Pd.

Sarà questa la principale cartina di tornasole per verificare l’esistenza di una reale alternativa. Occorre un governo effettivamente autonomo sulla scena internazionale, in grado di fare la pace con Russia e Iran, di sviluppare proficuamente la cooperazione con la Cina, di affermare i diritti fondamentali della Palestina, sanzionando duramente il codardo governo israeliano che tortura e stupra da tempo impunemente il popolo palestinese e lo ha fatto anche coi volontari della Flotilla, tra i quali ventinove italiani, e di sostenere concretamente Cuba, il sogno che non muore di una società alternativa alle brutture dell’imperialismo e del neoliberismo. Altrimenti tanto vale tenersi il deprimente attuale governo di analfabeti forchettoni.

da qui

martedì 2 settembre 2025

Il ritorno dell’elettroshock in Sardegna al di là dei pregiudizi - Claudia Zuncheddu

Dopo anni di lotte contro il depotenziamento e chiusura dei servizi psichiatrici nei territori sardi e il conseguente stato di abbandono delle persone con disturbo mentale, il ritorno alla terapia elettroconvulsivante (elettroshock) all’ospedale San Martino di Oristano, apre un dibattito.  

A quasi 50 anni dalla riforma psichiatrica, il disturbo mentale in Sardegna continua ad essere considerato un problema marginale. I servizi territoriali sono stati sempre meno incentivati sino a decretarne la chiusura e con essa l’invisibilità della sofferenza mentale. Il volontariato, spesso osteggiato dal mondo politico, non può compensare la latitanza delle istituzioni. Di certo, la risposta meno attesa è il ripristino dell’elettroshock per i resistenti alle terapie farmacologiche, dicono.

Una risposta sbrigativa e di retroguardia, rispetto alla Riforma Psichiatrica di Basaglia (Legge 180 del 78) che dispose la chiusura dei manicomi e nuovi modelli di cura centrati sulla dignità della persona e la sua capacità di reinserimento nella società. Eppure, l’istituzione dei servizi territoriali di assistenza, come alternativa alla segregazione e ai maltrattamenti nei manicomi sono stati sempre più sottovalutati.

L’imbarbarimento delle politiche sanitarie aggrava la condizione della nostra psichiatria. La Sardegna necessita di centri di salute mentale ben organizzati nei territori e dotati di diverse professionalità. Strutture che prendano in carico la persona evitando l’ospedalizzazione con i suoi fallimenti. Poco importa che oggi l’elettroshock, a differenza del passato, si pratichi da esperti professionisti e in anestesia generale. Poco importa il consenso della persona, anche se dal Codice di Norimberga in poi, a cui dobbiamo il diritto al Consenso informato nella sperimentazione clinica e farmacologica, si sia rivelato di facile violazione a colpi di decreti ministeriali.

Riteniamo che il problema da superare non siano le barriere pregiudiziali delle persone, costruite sulla scia della cultura antipsichiatrica o dalla visione cinematografica. E’ la drammatica storia della psichiatria che induce le famiglie a diffidare di ogni modello terapeutico d’ispirazione manicomiale.

Mettere al centro del dibattito politico il disagio mentale in Sardegna, implica il superamento delle politiche sanitarie distruttive dei servizi psichiatrici territoriali, che condannano i malati e le famiglie all’abbandono o relegano tale sofferenza a concezioni manicomiali superate dalle leggi e dalla storia.

La notizia sull’incarico e la retribuzione di “altissima professionalità” al medico che effettuerà gli elettroshock nel SPDC di Oristano, è solamente un sintomo del disorientamento dei vertici della sanità sarda, della frammentazione della sanità, della crescita dei costi e delle disuguaglianze, della mancanza di visione, di pianificazione strategica e non solamente sul fronte della psichiatria.

da qui

lunedì 30 giugno 2025

Un miliardo di spesa sanitaria sprecata: perché gli italiani non scelgono il generico - Giovanni Fattore

 

Gli italiani spendono un miliardo all’anno perché rinunciano ai farmaci generici. Ad un livello superficiale si potrebbe dire: fatti loro. Eppure questo “spreco” fa riflettere

 

Quando il brevetto di un farmaco scade lo stesso farmaco può essere prodotto e venduto come “generico”: è esattamente lo stesso principio attivo ma possono cambiare gli eccipienti e il colore o la forma delle capsule o delle pillole. Il prezzo dei farmaci generici è libero ma deve essere almeno il 20% inferiore a quello del farmaco originale. Il Servizio Sanitario Nazionale rimborsa solo il prezzo del farmaco generico a prezzo più basso e l’eventuale differenza rispetto ad una scelta più costosa è a carico del cittadino. Il razionale di fondo di questa norma è semplice: attivare competizione di prezzo per i farmaci il cui brevetto è scaduto, visto che il periodo di monopolio dell’innovatore ha generato abbastanza profitti.

Il medico dovrebbe sempre prescrivere il nome generico, a meno di motivazioni cliniche specifiche (rare), e il farmacista dovrebbe avere disponibili le opzioni generiche. Come ricordato, se il paziente preferisce l’originale deve pagare la differenza, spesso nettamente superiore al 20%. Né i medici né i farmacisti hanno incentivi rilevanti a prescrivere i farmaci originali, eppure gli italiani spendono un miliardo all’anno perché rinunciano all’opzione generica.

Ad un livello superficiale si potrebbe dire: fatti loro. I cittadini hanno la possibilità di spendere meno per lo stesso prodotto e non lo fanno; in fondo è una questione privata. I consumatori si comportano così per tanti altri prodotti il cui valore d’uso è lo stesso ma il prezzo molto diverso. Ad un livello un po’ più profondo questo “spreco” ci deve invece fare riflettere. In Regno Unito la prescrizione dei farmaci generici è all’80%, da noi poco più del 20%. E il cittadino inglese ha mediamente un reddito più alto di quello italiano. Dietro questa ostilità domestica verso i generici c’è qualcosa di specifico della realtà italiana, a partire dalla mancata informazione dei pazienti, al probabile non pieno rispetto delle norme da parte di medici e farmacisti, alla mancanza di politiche di informazione da parte del SSN che chiariscano bene ai pazienti che i farmaci generici hanno gli stessi effetti di quelli originali.

A questo proposito, si pensi che spesso una sola azienda produce sia i farmaci originali che i generici, modificando semplicemente colori e nomi sulle confezioni. Ancora più assurdo è notare che i farmaci sono molto meno diffusi al sud che a nord; ancora, laddove ci sono meno risorse si spreca di più.

Il modesto utilizzo dei generici in Italia è probabilmente un sintomo di una scarsa cultura della salute e dei servizi sanitari. Probabilmente alcuni pazienti pensano che i farmaci originali siano meglio di quelli generici (se li avessimo chiamati equivalenti forse sarebbe stato meglio), nella logica del più si spende più si ha qualità. Ma la qualità dei farmaci non è assicurata dal mercato ma da precise regole sulla loro produzione, distribuzione e conservazione. La responsabilità è anche di farmacisti e medici: non vendono profumi ma prodotti per la salute. E’ quindi loro compito proteggere il paziente anche quando pagante, spiegandogli che effettivamente il generico è uguale all’originale ed è quindi irrazionale spendere di più per lo stesso farmaco. Tra l’altro, c’è anche un elemento paradossale: la spesa sanitaria privata è deducibile dalle imposte per il 19%, al di sopra di una franchigia di circa 129 Euro). In altre parole, circa un quinto della spesa inutile per il mancato utilizzo dei generici è pagata dallo Stato, in termini di mancate entrate. Sic!

da qui

mercoledì 16 ottobre 2024

A Gaza crimini oltre ogni comprensione: lettera di 99 medici americani

 

Cari Presidente Biden e Vicepresidente Harris,

Siamo 99 medici, chirurghi, infermieri specializzati, infermiere e ostetriche americani che hanno fatto volontariato nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre 2023. In totale, abbiamo trascorso 254 settimane di volontariato negli ospedali e nelle cliniche di Gaza. Abbiamo lavorato con varie organizzazioni non governative e con l’Organizzazione mondiale della sanità in ospedali e cliniche in tutta la Striscia. Oltre alla nostra competenza medica e chirurgica, molti di noi hanno un background in sanità pubblica, nonché esperienza di lavoro in zone umanitarie e di conflitto, tra cui l’Ucraina durante la brutale invasione russa. Alcuni di noi sono veterani e riservisti. Siamo un gruppo multireligioso e multietnico. Nessuno di noi sostiene gli orrori commessi il 7 ottobre da gruppi armati e individui palestinesi in Israele. La Costituzione dell’Organizzazione mondiale della sanità afferma: «La salute di tutti i popoli è fondamentale per il raggiungimento della pace e della sicurezza e dipende dalla più completa cooperazione di individui e Stati». È con questo spirito che vi scriviamo in questa lettera aperta.

Siamo tra i soli osservatori neutrali a cui è stato permesso di entrare nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre. Data la nostra vasta competenza e l’esperienza diretta di lavoro in tutta Gaza, siamo in una posizione unica per commentare diverse questioni di importanza per il nostro Governo mentre decide se continuare a sostenere l’attacco e l’assedio di Israele nella Striscia di Gaza. In particolare, crediamo di essere ben posizionati per commentare l’enorme tributo umano dell’attacco di Israele a Gaza, in particolare il tributo che hanno pagato donne e bambini. Questa lettera raccoglie e riassume le nostre esperienze e osservazioni dirette a Gaza. La lettera è accompagnata da un’appendice dettagliata che riassume le informazioni disponibili al pubblico da fonti mediatiche, umanitarie e accademiche su aspetti chiave dell’invasione di Gaza da parte di Israele. Sia questa lettera che l’appendice sono disponibili elettronicamente su GazaHealthcareLetters.org. Questo sito web ospita anche lettere di operatori sanitari canadesi e britannici ai rispettivi governi, che fanno molte osservazioni simili a quelle qui contenute. Questa lettera e l’appendice mostrano prove evidenti che il bilancio delle vittime a Gaza da ottobre è molto più alto di quanto si creda negli Stati Uniti. È probabile che il bilancio delle vittime di questo conflitto sia già superiore a 118.908, uno sbalorditivo 5,4% della popolazione di Gaza. Il nostro Governo deve agire immediatamente per prevenire una catastrofe ancora peggiore di quella che è già capitata alla popolazione di Gaza e Israele. Un cessate il fuoco deve essere imposto alle parti in guerra, negando il supporto militare a Israele e sostenendo un embargo internazionale sulle armi a Israele e a tutti i gruppi armati palestinesi. Crediamo che il nostro Governo sia obbligato a farlo, sia in base alla legge americana che al diritto umanitario internazionale. Crediamo anche che sia la cosa giusta da fare.

«Non ho mai visto ferite così orribili, su così vasta scala, con così poche risorse. Le nostre bombe stanno falciando donne e bambini a migliaia. I loro corpi mutilati sono un monumento alla crudeltà» (dott. Feroze Sidhwa, chirurgo traumatologico e di terapia intensiva, chirurgo generale del Veterans Affairs). Con solo marginali eccezioni, tutti a Gaza sono malati, feriti o entrambi. Ciò include ogni operatore umanitario nazionale, ogni volontario internazionale e probabilmente ogni ostaggio israeliano: ogni uomo, donna e bambino. Mentre lavoravamo a Gaza abbiamo visto una malnutrizione diffusa nei nostri pazienti e nei nostri colleghi sanitari palestinesi. Ognuno di noi ha perso peso rapidamente a Gaza nonostante avesse un accesso privilegiato al cibo e avesse portato con sé il proprio cibo supplementare ricco di nutrienti. Abbiamo prove fotografiche di malnutrizione pericolosa per la vita nei nostri pazienti, in particolare nei bambini, che siamo ansiosi di condividere con voi. Praticamente ogni bambino di età inferiore ai cinque anni che abbiamo incontrato, sia dentro che fuori dall’ospedale, aveva sia tosse che diarrea acquosa. Abbiamo riscontrato casi di ittero (che indicano un’infezione da epatite A in tali condizioni) in quasi tutte le stanze degli ospedali in cui abbiamo prestato servizio e in molti dei nostri colleghi sanitari a Gaza. Una percentuale sorprendentemente alta delle nostre incisioni chirurgiche si è infettata a causa della combinazione di malnutrizione, condizioni operatorie impossibili, mancanza di forniture igieniche di base come il sapone e mancanza di forniture chirurgiche e farmaci, compresi gli antibiotici. La malnutrizione ha portato ad aborti spontanei diffusi, neonati sottopeso e all’incapacità delle neo mamme di allattare al seno. Ciò ha lasciato i loro neonati ad alto rischio di morte data la mancanza di accesso all’acqua potabile in qualsiasi parte di Gaza. Molti di quei bambini sono morti. A Gaza abbiamo visto madri malnutrite nutrire i loro neonati sottopeso con latte artificiale fatto con acqua inquinata. Non potremo mai dimenticare che il mondo ha abbandonato queste donne e questi bambini innocenti. «Ogni giorno vedevo morire dei bambini. Erano nati sani. Le loro madri erano così malnutrite che non potevano allattare al seno e noi non avevamo latte artificiale o acqua pulita per nutrirli, quindi morivano di fame» (Asma Taha, infermiera pediatrica).

Vi esortiamo a rendervi conto che a Gaza imperversano epidemie. Il continuo e ripetuto spostamento da parte di Israele della popolazione malnutrita e malata di Gaza, metà della quale è composta da bambini, verso aree senza acqua corrente o persino servizi igienici disponibili è assolutamente traumatico. Era e rimane destinato a causare una morte diffusa per malattie diarroiche virali e batteriche e polmoniti, in particolare nei bambini di età inferiore ai cinque anni. In effetti, persino il temuto virus della poliomielite è riemerso a Gaza a causa di una combinazione di distruzione sistematica delle infrastrutture igienico-sanitarie, malnutrizione diffusa che indebolisce il sistema immunitario e bambini piccoli che hanno saltato le vaccinazioni di routine per quasi un anno intero. Temiamo che migliaia di persone siano già morte a causa della combinazione letale di malnutrizione e malattie e che decine di migliaia di altre moriranno nei prossimi mesi, soprattutto con l’inizio delle piogge invernali a Gaza. La maggior parte di loro saranno bambini piccoli.I bambini sono universalmente considerati innocenti nei conflitti armati. Tuttavia, ogni singolo firmatario di questa lettera ha visto bambini a Gaza che hanno subito violenze che devono essere state deliberatamente dirette contro di loro. In particolare, ognuno di noi che ha lavorato in un pronto soccorso, in terapia intensiva o in un ambiente chirurgico ha curato bambini preadolescenti che sono stati colpiti alla testa o al petto regolarmente o addirittura quotidianamente. È impossibile che una sparatoria così diffusa di bambini piccoli in tutta Gaza, sostenuta nel corso di un anno intero, sia accidentale o sconosciuta alle massime autorità civili e militari israeliane. Presidente Biden e vicepresidente Harris, vorremmo che poteste vedere gli incubi che affliggono così tanti di noi da quando siamo tornati: sogni di bambini mutilati e mutilati dalle nostre armi e delle loro madri inconsolabili che ci implorano di salvarli. Vorremmo che poteste sentire le grida e le urla che le nostre coscienze non ci faranno dimenticare. Non riusciamo a capire perché continuate ad armare il paese che sta deliberatamente uccidendo questi bambini in massa.

«Ho visto così tanti nati morti e morti materne che avrebbero potuto essere facilmente evitati se gli ospedali avessero funzionato normalmente» (dott. ssa Thalia Pachiyannakis, ostetrica e ginecologa). Le donne incinte e che allattavano che abbiamo curato erano particolarmente malnutrite. Quelle di noi che lavoravano con donne incinte vedevano regolarmente nati morti e morti materne che erano facilmente evitabili nel sistema sanitario di qualsiasi paese in via di sviluppo. Il tasso di infezione nelle incisioni del taglio cesareo era sorprendente. Le donne hanno subito parti vaginali e persino cesarei senza anestesia e non hanno ricevuto altro che Tylenol in seguito perché non erano disponibili altri antidolorifici. Abbiamo tutti osservato i reparti di emergenza sopraffatti da pazienti che cercavano cure per condizioni mediche croniche come insufficienza renale, ipertensione e diabete. A parte i pazienti traumatizzati, la maggior parte dei letti di terapia intensiva era occupata da pazienti con diabete di tipo 1 che non avevano più accesso all’insulina. La mancanza di disponibilità di farmaci, la perdita diffusa di elettricità e refrigerazione e l’accesso incostante al cibo hanno reso impossibile la gestione di questa malattia. Israele ha distrutto più della metà delle risorse sanitarie di Gaza e ha ucciso quasi mille operatori sanitari palestinesi, più di uno su 20 operatori sanitari di Gaza. Allo stesso tempo, le esigenze sanitarie sono aumentate enormemente a causa della combinazione letale di violenza militare, malnutrizione, malattie e sfollamento. Gli ospedali in cui lavoravamo erano privi di forniture di base, dal materiale chirurgico al sapone. Erano regolarmente tagliati fuori dall’elettricità e dall’accesso a Internet, negavano acqua pulita e operavano con quattro o sette volte la loro capacità di posti letto. Ogni ospedale era sopraffatto oltre il punto di rottura da sfollati in cerca di sicurezza, dal flusso costante di pazienti malati e malnutriti in cerca di cure e dall’enorme afflusso di pazienti gravemente feriti che di solito arrivavano in eventi di vittime di massa.

Queste osservazioni e il materiale disponibile al pubblico dettagliato nell’appendice ci portano a credere che il bilancio delle vittime di questo conflitto sia molte volte superiore a quanto riportato dal Ministero della Salute di Gaza. Crediamo anche che questa sia una prova evidente di diffuse violazioni delle leggi americane che regolano l’uso di armi americane all’estero e del diritto umanitario internazionale. Non possiamo dimenticare le scene di insopportabile crudeltà verso donne e bambini, a cui il nostro Governo è direttamente partecipe.

Quando abbiamo incontrato i nostri colleghi sanitari a Gaza, era chiaro che erano malnutriti e devastati sia fisicamente che mentalmente. Abbiamo rapidamente appreso che i nostri colleghi sanitari palestinesi erano tra le persone più traumatizzate a Gaza, e forse nel mondo intero. Come praticamente tutte le persone a Gaza avevano perso familiari e le loro case. La maggior parte viveva dentro e intorno ai loro ospedali con i familiari sopravvissuti in condizioni inimmaginabili. Sebbene continuassero a lavorare con un programma massacrante, non venivano pagati dal 7 ottobre. Tutti erano perfettamente consapevoli che il loro lavoro come operatori sanitari li aveva segnati come obiettivi per Israele. Ciò rende una presa in giro lo status protetto concesso agli ospedali e agli operatori sanitari dalle più antiche e ampiamente accettate disposizioni del diritto internazionale umanitario. Abbiamo incontrato personale sanitario a Gaza che lavorava in ospedali che erano stati saccheggiati e distrutti da Israele. Molti di questi nostri colleghi sono stati arrestati da Israele durante gli attacchi. Ci hanno tutti raccontato una versione leggermente diversa della stessa storia: durante la prigionia venivano a malapena nutriti, continuamente abusati fisicamente e psicologicamente e infine abbandonati nudi sul ciglio di una strada. Molti ci hanno detto di essere stati sottoposti a finte esecuzioni e altre forme di maltrattamento e tortura. Troppi dei nostri colleghi sanitari ci hanno detto che stavano semplicemente aspettando di morire. I 99 firmatari di questa lettera hanno trascorso complessivamente 254 settimane all’interno dei più grandi ospedali e cliniche di Gaza. Vogliamo essere assolutamente chiari: nessuno di noi ha mai visto alcun tipo di attività militante palestinese in uno qualsiasi degli ospedali o altre strutture sanitarie di Gaza. Vi esortiamo a vedere che Israele ha sistematicamente e deliberatamente devastato l’intero sistema sanitario di Gaza e che Israele ha preso di mira i nostri colleghi a Gaza per torturarli, farli sparire e ucciderli.

Presidente Biden e vicepresidente Harris, qualsiasi soluzione a questo problema deve iniziare con un cessate il fuoco immediato e permanente. Apprezziamo il fatto che stiate lavorando a un accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas, ma avete trascurato un fatto ovvio: gli Stati Uniti possono imporre un cessate il fuoco alle parti in guerra semplicemente interrompendo le spedizioni di armi a Israele e annunciando che parteciperemo a un embargo internazionale sulle armi sia a Israele che a tutti i gruppi armati palestinesi. Sottolineiamo ciò che molti altri vi hanno ripetutamente detto nell’ultimo anno: la legge americana è perfettamente chiara su questa questione, continuare ad armare Israele è illegale.

Presidente Biden e vicepresidente Harris, vi esortiamo a sospendere immediatamente il supporto militare, economico e diplomatico allo Stato di Israele e a partecipare a un embargo internazionale sulle armi di Israele e di tutti i gruppi armati palestinesi fino a quando non verrà stabilito un cessate il fuoco permanente a Gaza, incluso il rilascio di tutti gli ostaggi israeliani e palestinesi e fino a quando non verrà negoziata una risoluzione permanente del conflitto israelo-palestinese tra le due parti. Vicepresidente Harris, come probabile prossimo presidente degli Stati Uniti, vi esortiamo ad annunciare pubblicamente il vostro sostegno a tale politica e a dichiarare pubblicamente che siete tenuti a rispettare le leggi degli Stati Uniti anche quando farlo è politicamente scomodo.

Presidente Biden e Vicepresidente Harris, siamo 99 medici e infermieri americani che hanno assistito a crimini oltre ogni comprensione. Crimini che non possiamo credere che vogliate continuare a sostenere. Vi preghiamo di incontrarci per discutere di ciò che abbiamo visto e del perché riteniamo che la politica americana in Medio Oriente debba cambiare immediatamente.

Nel frattempo, ribadiamo quanto scritto nella nostra lettera del 25 luglio 2024:
1. Il valico di Rafah tra Gaza ed Egitto deve essere immediatamente riaperto e deve consentire la consegna di aiuti senza restrizioni da parte di organizzazioni umanitarie internazionali riconosciute. I controlli di sicurezza delle consegne di aiuti devono essere condotti da un regime di ispezione internazionale indipendente anziché dalle forze israeliane. Questi controlli devono essere basati su un elenco chiaro, inequivocabile e pubblicato di articoli proibiti e con un chiaro meccanismo internazionale indipendente per contestare gli articoli proibiti, come verificato dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari nel territorio palestinese occupato.
2. Una dotazione minima di acqua di 15 litri di acqua potabile a persona al giorno, il minimo del Manuale Sphere in un’emergenza umanitaria, deve essere assegnata alla popolazione di Gaza, come verificato da UN Water.
3. Deve essere ripreso l’accesso completo e senza restrizioni di professionisti medici e chirurgici e di attrezzature mediche e chirurgiche alla Striscia di Gaza. Ciò deve includere gli articoli portati nei bagagli personali degli operatori sanitari per salvaguardarne la corretta conservazione, sterilità e consegna tempestiva, come verificato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Incredibilmente, Israele continua a impedire agli operatori sanitari di origine palestinese di lavorare a Gaza, persino ai cittadini americani. Ciò prende in giro l’ideale americano secondo cui “tutti gli uomini sono creati uguali” e degrada sia i nostri ideali nazionali che la nostra professione. Il nostro lavoro salva vite. I nostri colleghi sanitari palestinesi a Gaza sono disperatamente alla ricerca di sollievo e protezione, e meritano entrambe le cose.

Non siamo politici. Non pretendiamo di avere tutte le risposte. Siamo semplicemente professionisti della guarigione che non possono rimanere in silenzio su ciò che abbiamo visto a Gaza. Ogni giorno in cui continuiamo a fornire armi e munizioni a Israele è un altro giorno in cui le donne vengono fatte a pezzi dalle nostre bombe e i bambini vengono assassinati dai nostri proiettili.

Presidente Biden e vicepresidente Harris, vi esortiamo: ponete fine a questa follia ora!
Sinceramente

2 ottobre 2024

Mark Perlmutter e altri 98

Per il testo originale della lettera: https://www.gazahealthcareletters.org/usa-letter-oct-2-2024. La traduzione in italiano è di Domenico Gallo

da qui

mercoledì 21 febbraio 2024

Farmaci per il raffreddore, Aifa: Da evitare quelli a base di pseudoefedrina

 

La nota dell’Agenzia enfatizza l’importanza di interrompere l’uso dei farmaci contenenti pseudoefedrina al primo sospetto di sintomi correlati

L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), ha sollevato alcune importanti questioni sull’uso di farmaci comunemente prescritti per il raffreddore e la congestione nasale. La pseudoefedrina, un ingrediente attivo presente in numerosi farmaci da banco per il raffreddore, ha attirato l’attenzione delle autorità sanitarie italiane e internazionali per un motivo di grande rilievo: i rischi potenziali per la salute dei pazienti. Questo composto, utilizzato per alleviare i sintomi nasali associati a raffreddori e allergie, è stato oggetto di indagini approfondite volte a valutarne la sicurezza e l’efficacia.

L’ultimo comunicato dell’AIFA, redatto in collaborazione con le autorità regolatorie europee, ha messo in luce una serie di rischi associati all’utilizzo di medicinali contenenti pseudoefedrina. Tra le problematiche sollevate figurano la sindrome da encefalopatia posteriore reversibile (PRES) e la sindrome da vasocostrizione cerebrale reversibile (RCVS), che sono state riscontrate in pazienti che hanno fatto uso di tali farmaci per il raffreddore. Questa scoperta ha sollevato una serie di interrogativi riguardo all’idoneità di tali medicinali per determinate categorie di pazienti. Secondo quanto riportato dalla nota dell’AIFA, l’uso di farmaci contenenti pseudoefedrina è sconsigliato per specifiche categorie di pazienti. Tra questi figurano coloro che soffrono di ipertensione grave o non controllata, nonché coloro che sono affetti da malattie renali acute o croniche. Queste precauzioni sono state adottate con l’obiettivo di mitigare i potenziali rischi di sviluppare sindromi cerebrali gravi. È quindi di vitale importanza che i pazienti, soprattutto coloro con condizioni preesistenti, siano informati sui potenziali rischi associati all’uso di farmaci per il raffreddore contenenti pseudoefedrina e consultino un medico prima di iniziare qualsiasi trattamento.

Per coloro che potrebbero essere a rischio, è essenziale essere consapevoli dei segnali d’allarme. Mal di testa improvvisi e intensi, accompagnati da altri sintomi quali nausea, vomito, confusione mentale, e disturbi visivi, possono indicare la presenza di condizioni gravi che richiedono immediata attenzione medica. Questi sintomi, se trascurati, potrebbero portare a complicazioni serie e persino mettere a rischio la vita del paziente. Pertanto, è fondamentale che coloro che sospettano di avere reazioni avverse ai farmaci contenenti pseudoefedrina cercino assistenza medica senza indugi.

La nota dell’AIFA enfatizza l’importanza di interrompere l’uso dei farmaci contenenti pseudoefedrina al primo sospetto di sintomi correlati. Tuttavia, ciò potrebbe essere solo il primo passo in un percorso verso il recupero. È fondamentale cercare assistenza medica per valutare l’entità del danno e intraprendere un trattamento adeguato, specialmente nei casi in cui i sintomi persistono o peggiorano. La tempestività dell’intervento è cruciale per garantire il miglior risultato possibile e prevenire potenziali complicazioni a lungo termine. Nonostante l’allarme suscitato da questa scoperta, c’è motivo di sperare. Tutti i casi segnalati di PRES e RCVS si sono risolti positivamente con la semplice interruzione dell’uso del farmaco e un trattamento appropriato dei sintomi. Nessun caso di decesso è stato documentato, offrendo una luce di speranza nel mezzo delle preoccupazioni. Questi risultati incoraggianti dovrebbero essere fonte di conforto per i pazienti e i professionisti della salute, evidenziando che, se rilevati tempestivamente, i rischi associati all’uso di farmaci contenenti pseudoefedrina possono essere gestiti in modo efficace.

È essenziale che le autorità sanitarie e i regolatori continuino a monitorare da vicino l’uso di pseudoefedrina nei farmaci da banco e ad agire di conseguenza per proteggere la salute pubblica. Solo attraverso uno sforzo collaborativo e coordinato sarà possibile mitigare efficacemente i rischi associati a questo composto e garantire un uso sicuro e responsabile dei farmaci.

da qui

domenica 21 gennaio 2024

Serve una rivoluzione per la salute mentale - Peppe Dell’Acqua

Peppe Dell’Acqua è uno psichiatra, già direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste, ha scritto questa lettera a nome dell’associazione Forum Salute Mentale, una lettera aperta al ministro della salute, ai presidenti delle regioni, ai direttori generali e ai sindaci.

Da tempo avrei voluto scrivervi. Non certo per parlarvi ancora delle risorse, della fuga e della carenza di personale, della miseria delle politiche regionali, degli ultimi posti che occupa in Europa il nostro paese in ordine agli stanziamenti per la salute mentale; e certamente non voglio dirvi  dello spoil system e dell’oscuro impianto degli atti aziendali. 

Di tutto questo già sapete.

Voglio parlarvi – perché da tempo se ne discute nei nostri numerosi ed affollati incontri – delle quotidiane fatiche che fanno le persone, i cittadini, gli individui per curare la loro salute vivendo senza timori superflui la minaccia della malattia. Non so con quanta consapevolezza si parla di medicina territoriale, di distretti, di medici di famiglia, di infermieri di comunità, di cure domiciliari in un momento come questo dove non possiamo non cogliere il bisogno di una singolare vicinanza, di una cura sollecita a un capitale prezioso che è la comunità partecipante. 

È della cura che bisogna ricominciare a parlare.

Mi occupo di matti da ormai troppo tempo e ho avuto modo di incontrare, in momenti e in regioni diverse, amministratori, assessori, accademici. I più facevano e fanno fatica a comprendere che salute mentale non è psichiatria e che curare una persona che vive l’avventura del disturbo mentale, non è predisporre letti, sistemi di controllo e di sicurezza; e di servizi di salute mentale aperti 24h/7g neanche a parlarne. Nei tanti anni di lavoro, più di 50, ho trovato pochi parlamentari e amministratori disposti a mettere in crisi le loro certezze per cercare di comprendere. 

Molti amministratori, anche nella mia  regione, purtroppo, il FVG, continuano a pensare che un centro di salute mentale nella comunità sia poco più di un servizio ambulatoriale specialistico di psichiatria dove uno psichiatra, in camice bianco, impegna le sue ore di servizio per fare diagnosi, per prescrivere farmaci, per inviare lontano, in “strutture”, quelli che sono di peso, di fastidio, poveri e perciò inguaribili. Gli scarti direbbe Papa Francesco. 

Ma anche per ricoverare in ospedale quelli più recalcitranti, “violenti”, riottosi dove possono essere sedati, legati, impediti; e perché no, scomparire nelle cliniche private e in luoghi misteriosi “ad alta protezione”. E pure fino a qualche anno fa i nostri amministratori, “di destra e di sinistra” si sforzavano di comprendere che un servizio di salute mentale non può che essere un luogo attraversabile, un passaggio, uno spazio di accoglienza e di ristoro. Un luogo familiare dove le persone del rione possono andare per dire, per far sentire il proprio male e trovare qualcuno che si prendesse cura di loro. 

Cercavano quanto meno di cogliere il significato di servizi aperti e accessibili 24h.  Ventiquattro ore perché il servizio può disporre di ospitalità notturna e le persone possono essere accolte per periodi di tempo estremamente variabili. Nei luoghi dove organizzazioni e dispositivi di questa natura sono stati attivati i buoni risultati non si sono fatti attendere e sono evidenti.

Le organizzazioni di servizi disposti a essere attraversati in tutto l’arco delle 24 ore sono diventati, là dove in funzione,  gli strumenti più efficaci di risposta alla crisi, per periodi in cui c’è la necessità di dare protezione o tutela, per offrire aiuto e distanza, talvolta necessaria, sia al paziente che alla sua famiglia e dove senza ricorrere a violenze e mortificazioni si possa negoziare il Trattamento sanitario obbligatorio (Tso); si possa finalmente abolire e dimenticare la inumana pratica della contenzione e delle porte chiuse. Programmi di questa natura  restano tuttavia pochi e a rischio di essere devastati da politiche regionali  attente ad altre scelte di campo e che tra pubblico e privato non mostrano più alcun dubbio.     

Si dice sempre dei riconoscimenti internazionali per questi dispositivi e per la legge italiana. Ma più che le medaglie, la soddisfazione che esprimono prima di tutto le persone che vivono l’esperienza, la loro rimonta, i familiari, le associazioni dovrebbero confortare, spingere ad andare avanti e sostenere nuove sperimentazioni. Altro che ambulatori! 

Un servizio territoriale è un dispositivo che pretende la presenza di diverse figure professionali e di attenzione consapevole degli amministratori, dei sindaci, degli assessori, e della presenza di un governo centrale. Un servizio di salute mentale non può sfuggire a una scelta di campo ruvida e rischiosa se vuole rispondere a domande, talvolta drammatiche, di persone, in specie giovani, che vivono o hanno superato non senza cictrici problemi di disturbo mentale, anche molto severo e che hanno bisogno di infinite e umane attenzioni.  E vuole farsi carico insieme ai familiari del peso talora insopportabile di un figlio o di una figlia che sembra fatalmente perduta.

Sembra che le nostre amministrazioni, oggi, in assenza di un governo centrale e in una sorte di ostilità ideologica, non sappiano più che chi ha vissuto la sofferenza mentale, chi per un momento della sua vita ha perduto il contatto con la realtà, chi si è sentito irrimediabilmente sconfitto o al contrario onnipotente vincitore, chi ha sentito il mondo ostile e nemico, chi si è visto costretto a rinunciare per questa e per altre ragioni ai suoi sogni, ai suoi progetti e ha dovuto imparare a soffocare la sua inquietudine, ad annullare la sua curiosità, a cancellare la sua creatività, a rinunciare alle relazioni ha bisogno di ogni cosa per rimontare, per riprendersi la vita. Dopo esperienze di tal genere si trova il vuoto intorno. Gli strumenti culturali si sono impoveriti. Si fa fatica a leggere la realtà. Si è distanti dai luoghi dello scambio e delle relazioni.

Il linguaggio, le capacità comunicative, le abilità lavorative si sono ristrette o non sono più adeguate. E malgrado queste evidenze, molte psichiatrie delle accademie, “della distanza e della pericolosità”, che abbiamo cercato di tenere lontano  con fatiche indicibili, sembrano ora gradite e attraenti per riformulare  servizi distanti, posti letto privati, ambulatori specialistici.   

Parlare, abitare, ritornare nelle relazioni. riprendere con curiosità diversa i libri abbandonati, lavorare ma anche scrivere, cantare, fare teatro, giocare a calcio, riprendere in mano il violino o la fisarmonica. Osare persino di innamorarsi. E di guarire.

I programmi di un servizio di  salute mentale vogliono prestare attenzione a questi momenti intensi  e singolari e cercano di dare valore alla fatica del vivere quotidiano, si impegnano a non tradire le aspettative, le attese che ancora e sempre resistono. Programmi che servono a scoprire strumenti sempre singolari per leggere la realtà intorno, costruire opinioni proprie, cercare assieme agli altri il coraggio per schierarsi.

Sopportare le ferite del conflitto che è nelle cose, nelle relazioni, nel rischio mortale dell’incontro. Avere consapevolezza della propria realtà, della propria storia, dei propri limiti è di per sé un elemento che genera capacità nuove, risorse utili per raggiungere la propria indipendenza, identificare un proprio stile di vita e il piacere della comunicazione. E infine signor ministro, una cosa che non si può più tacere ed è la più grave di tutte: la condizione di lavoro degli operatori che non più coinvolti in una progettazione comune, lontani dalla dimensione etica del loro lavoro, costretti all’indifferenza fanno fatica a resistere, perdono entusiasmo e appartenenza. 

Giovani operatori e operatrici scelgono i mestieri della cura con entusiasmo e aspettative, per essere poi delusi e trascurati tanto da desiderare di andar via.  Ormai ridotti al silenzio in un clima di censura che colpisce tutto il sistema sanitario.

Signor Ministro,  signori Presidenti, signori Direttori generali, signori Sindaci, forse voi non sapete che lo scorso giugno l’associazione Forum Salute Mentale Nazionale ha voluto riproporre, per la terza volta, il disegno di legge “Disposizioni in materia di tutela della salute mentale volte all’attuazione e allo sviluppo dei princìpi di cui alla legge 13 maggio 1978, n. 180 (1113)”.  Il testo è stato presentato alla Camera e al Senato dagli onorevoli Serracchiani, Sensi e dall’on. Magni. Non si tratta dell’ennesima proposta di riforma della legge 180.

Il Ddl vuole riaffermare il valore del cambiamento che comunque ha realizzato il nostro paese e riaccendere attenzione e parole sensate a sostegno delle persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale e indicare percorsi e modalità organizzative capaci di indicare vie d’uscita dalla dannosa confusione e  miseria cui sono ridotti i servizi di salute mentale oggi.

da qui

lunedì 6 marzo 2023

ANTIBIOTICO-RESISTENZA: LA FINE DELLA MEDICINA UFFICIALE? - Raffaele Varvara

I batteri sono diventati refrattari agli antibiotici a causa del loro abuso da parte della medicina convenzionale. Di questo passo non riusciremo più a curare le infezioni. A rischio anche gli interventi chirurgici.


I sacerdoti dello scientismo preconizzano da tempo nuove pandemie che, aggiungiamo noi, potranno essere sostenute da batteri multiresistenti. La resistenza non è solo quella in atto, dei popoli contro il potere, ma anche quella di virus e batteri contro gli antibiotici. Questi intelligenti microrganismi, stanno sviluppando meccanismi di resistenza anti-antibiotici che neutralizzano l’effetto terapeutico delle penicilline, con il risultato che i nostri sistemi immunitari si troveranno privati di un alleato decisivo per debellare le infezioni.

Questo naturale processo evolutivo di difesa, è accelerato e aggravato dall’abuso della medicina ufficiale degli antibiotici. Ogni batterio che sopravvive ad una cura antibiotica può diventare resistente, moltiplicarsi e trasferire la sua capacità di resistere ad altri batteri. Alcuni ceppi batterici si sono evoluti a tal punto da diventare resistenti a più antibiotici contemporaneamente (multi-resistenza) ed in questo caso, trovare una cura diventa molto difficile. Tra le specie batteriche più importanti divenute resistenti agli antibiotici ci sono lo Staphylococcus aureus, che può causare infezioni della cute e di tutto l’organismo (setticemia); la Klebsiella pneumoniae, che provoca setticemie, infezioni polmonari; il Campylobacter, che causa infezioni intestinali, e l’Escherichia coli che può provocare diversi tipi di infezioni, tra le quali le più comuni sono le infezioni urinarie.

La diminuzione dell’efficacia degli antibiotici esistenti, non è compensata dalla introduzione di nuovi antibiotici (tra la scoperta di nuove molecole e la loro utilizzazione trascorrono molti anni) e quindi con l’aumento della frequenza di batteri multi-resistenti diventerà sempre più difficile guarire dalle infezioni (1). Del resto per Big Pharma è molto più redditizio produrre terapie profilattiche (vaccini) elargite a tappeto su tutta la popolazione mondiale piuttosto che investire in ricerca.

L’antibiotico-resistenza non è un problema della singola persona infetta ma è oggi una vero e proprio problema sociale, di priorità assoluta per la sanità pubblica a livello mondiale. Secondo l’OMS, il fenomeno della antimicrobico-resistenza sarà responsabile di 2,4 milioni di morti soltanto nell’area OCSE con un impatto sull’economia pari a 3,5 miliardi di dollari l’anno, e un costo cumulativo di 120 trilioni di dollari, una catastrofe dunque per la tenuta dei conti sanitari.

“Secondo la Banca Mondiale l’impatto economico dell’ antimicrobico-resistenza potrebbe essere peggiore di quello della crisi finanziaria del 2008-2009. I paesi a basso reddito vedrebbero ridursi il PIL di oltre 5 punti percentuali, quelli a medio reddito del 4,4 per cento, i paesi industrializzati del 3,1 per cento. Basti pensare, inoltre, che sono già circa 33 mila le persone che ogni anno muoiono in Europa per infezioni causate dalla resistenza ai batteri con un impatto di circa un miliardo e mezzo di euro sul sistema sanitario e in termini di perdita di produttività” (2).

L’Italia, assieme alla Grecia e alla Romania, è uno dei paesi in Europa con i maggiori tassi di resistenza: negli ospedali italiani i ceppi della Klebsiella pneumoniae sono resistenti intorno al 50% ai carbapenemi, una classe di antibiotici ad ampio spettro d’azione con struttura simile a quella delle penicilline e cefalosporine. Per l’Acinetobacter si parla addirittura di un tasso di resistenza dell’80-90% (3).

La risposta a un problema globale è una soluzione globale, ma ancora una volta si tende a scaricare le responsabilità verso i singoli individui. Ci fanno credere che per ripristinare l’efficacia terapeutica degli antibiotici, basta limitarne l’utilizzo da parte dei singoli, allo stesso modo di come ci fanno credere che per salvaguardare il pianeta, basta limitare il consumo pro-capite di plastica. E’ un intero paradigma quello della medicina convenzionale, di stampo biomedico riduzionista, ad entrare ufficialmente in crisi. Urge una riflessione critica a tutti i livelli della medicina, dalla formazione alla clinica, nonchè una vera e propria rivoluzione epistemologica della scienza medica. Senza antibiotici efficaci potremmo tornare all’era pre-antibiotica, quando i trapianti di organi, la chemioterapia per il cancro, la terapia intensiva e tutte le altre procedure mediche, incluse alcune cure odontoiatriche, non sarebbero più possibili senza l’insorgenza di infezioni anche gravi. Le malattie batteriche si diffonderebbero e, non potendo più essere curate, causerebbero la morte (3).

L’ordine dei medici sarà presto chiamato dal comitato “Di Sana e Robusta Costituzione” a rispondere in merito al fenomeno in oggetto. L’antibiotico resistenza è la frontiera giusta d’azione per lo scacco matto alla medicina convenzionale.

NOTE

  1. https://www.issalute.it/index.php/la-salute-dalla-a-alla-z-menu/a/antibiotico-resistenza
  2. https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/da-non-perdere/antibiotico-resistenza-unemergenza-per-tutto-il-pianeta
  3. (ibidem)
  4. https://www.salute.gov.it/portale/p5_1_2.jsp?id=219&lingua=italiano

da qui


sabato 29 ottobre 2022

Se la medicina è prevenzione - Guido Viale

 

Sono membro e uno dei soci fondatori dell’Associazione Laudato sì – Un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale, fondata nel 2015, subito dopo la pubblicazione dell’omonima enciclica di papa Francesco. Ciò che secondo noi costituisce il nucleo centrale di questa enciclica, che consideriamo il più importante documento politico di questo scorcio di secolo, è l’indissolubile nesso che vi viene tracciato tra giustizia sociale e giustizia ambientale.

La giustizia non è quiete, ma lotta, conflitto o iniziativa. Che cos’è la giustizia sociale? È il rispetto dei diritti irrinunciabili di ogni essere umano, che presuppone una lotta a fondo contro le macroscopiche diseguaglianze che caratterizzano la società odierna ovunque. E che cos’è la giustizia ambientale? È il rispetto dei diritti della natura o, meglio, del creato e di ogni singola creatura, cioè di ciò che noi laici chiamiamo mondo. Questi diritti corrispondono alle condizioni che rendono possibile la perpetuazione e la rigenerazione di ogni specie vivente e del relativo habitat fisico, climatico e biologico, vista l’interconnessione che lega tra loro tutti gli esseri viventi e questi con una vita umana degna di questo nome.

Questa interconnessione è anche la base del principio One Planet, One Health che segnala la continuità tra la salute degli esseri umani e quella del resto del vivente e del pianeta tutto. Ma è un principio che evidenzia anche il fatto che i confini della persona umana non coincidono con la sua epidermide; che il nostro io, il nostro noi, si estendono ben al di là dei nostri corpi, intersecandosi in modo diretto o indiretto con tutto ciò che ci circonda; mentre il sostrato geologico che ci sorregge, l’aria che respiriamo, l’acqua di cui siamo in gran parte composti e l’esistenza di tutti gli esseri viventi, a partire dai batteri presenti nel nostro corpo e passando per il cibo che la terra produce penetrano ben dentro i nostri organismi.

Se la vera e la più salutare delle medicine è la prevenzione, questa passa necessariamente per la salute dell’ambiente in cui siamo immersi. Non si può essere sani in un mondo malato, aveva ricordato Francesco; mentre la salute (ma questo punto mi vien da dire, soprattutto quella mentale) degli esseri umani, che sono i custodi del creato, è condizione imprescindibile di un ambiente sano: sia a livello locale che planetario.

Questa continuità tra l’essere umano e il mondo che lo circonda comporta una grande rivoluzione culturale rispetto alla concezione del mondo che si è andata affermando con la modernità, che è un termine delicato per nominare il capitalismo. Con essa, infatti, secondo quanto teorizzato da Cartesio, esiste una discontinuità radicale tra l’essere umano e il resto del mondo; tra lo spirito, prerogativa dell’uomo dominatore (implicitamente bianco, maschio ed europeo) e la materia inerte, a cui erano stati ricondotti tutti gli altri esseri che popolano la terra, compresi i “selvaggi”, cioè le popolazioni indigene delle nuove colonie e le donne.

Quella dicotomia viene oggi superata dalla sensibilità, prima ancora che dal pensiero, della cultura antispecista, sempre più diffusa tra una parte consistente delle nuove generazioni, quelle di Greta. Ma la sua storicizzazione, cioè la sua collocazione entro i limiti della cultura occidentale e di una fase specifica della storia umana, è una acquisizione dell’antropologia contemporanea, che ha trovato ovviamente supporto e legittimazione nello studio di numerose culture indigene ancora molto legate all’ambiente naturale in cui si sono sviluppate.

Sono culture, soprattutto quelle dell’America latina, che in parte hanno ispirato anche l’enciclica Laudato sì; cosa resa esplicita dal ruolo che papa Francesco ha attribuito al sinodo sull’Amazzonia.

E viene ovviamente superata, quella dicotomia, anche dal principio One Planet One Health; ma certo non dalla maggior parte delle pratiche mediche in vigore. A un estraneo al mondo medico come sono io lo scarto tra il concetto di One Health e la medicina corrente appare ancora abissale.

La permanenza di una cultura che separa l’uomo dall’ambiente, il corpo umano dalla natura, è probabilmente all’origine dell’attenzione che la scienza medica moderna ha concentrato sulla terapia, sulla cura del corpo malato, a scapito della prevenzione, della cura di ciò che mantiene o altera “dall’esterno” le condizioni di un corpo sano: a partire dal cibo, dall’acqua e dall’aria, temi relegati per lo più ad altre discipline.

Con ciò la medicina della modernità ha rinunciato anche a cercare nell’ambiente naturale i molti rimedi di cui si avvalevano i metodi tradizionali di cura, appannaggio per secoli di saperi femminili stroncati con e contestualmente alla caccia alle streghe che ha imperversato per alcuni secoli in occidente. Oggi la spinta a ricercare nei processi naturali i mezzi per affrontare disagi e malattie ricompare in alcune teorie e pratiche di medicina naturale o tradizionale emarginate, mal tollerate o decisamente esecrate e messe al bando dalla medicina ufficiale.

Ma la farmacologia industriale, con i suoi indubbi successi, ha finito per assumere un quasi-monopolio su gran parte della pratica medica, spesso ridotta a nient’altro che alla prescrizione di farmaci studiati, messi a punto, prodotti e venduti da un pugno di imprese tanto potenti da dettar legge sulla maggior parte dei protocolli terapeutici, a cui ci si riferisce ormai con il termine accusatorio di Big Pharma.

L’isolamento del corpo umano dal suo ambiente ha comportato anche che le pratiche mediche più complesse venissero concentrate in ospedali sempre più grandi e tecnologici, anch’essi sostanzialmente isolati dal territorio e sempre più in mano ai produttori della relativa strumentazione, mentre la medicina territoriale, quella in contatto con le comunità, che per questo potrebbe conoscere meglio i rischi di ogni singolo ambiente è stata progressivamente ridimensionata e deprofessionalizzata.

Ma questo è il modello di sanità che ne rende possibile e promuove la privatizzazione, mentre una medicina territoriale e ambientalista avrebbe bisogno, per svilupparsi, di un controllo diretto delle comunità, possibile solo in un contesto pubblico.

La pandemia ha portato allo scoperto le conseguenze di questa deriva: i fallimenti iniziali, indubbiamente riconducibili a una mancata conoscenza del virus, hanno concentrato gli interventi medici negli ospedali, trasformandoli spesso in focolai di contagio a cui hanno pagato un prezzo altissimo anche moltissimi medici e infermieri. Ma per contrastare il virus sono state scartate importanti soluzioni strutturali come l’acquisizione di maggiori spazi, l’aerazione dei locali, il potenziamento dei trasporti, lo scaglionamento dei turni, ecc, e sono stati imposti presidi estemporanei come mascherine e lock-down, senza tener conto delle loro conseguenze sull’equilibrio psicofisico, soprattutto di bambini e adolescenti.

Sostanzialmente si è ridotto tutto prima all’attesa e poi alla somministrazione dei vaccini. Cioè di farmaci prodotti “all’ultima ora”, mai sufficientemente testati, di cui le imprese produttrici hanno disposto quanto e come hanno voluto, sia in termini economici, trattando in segreto prezzi, quantità e destinazioni – e discriminando gli Stati non in grado di pagarli – sia in termini di informazioni, trascurando, fino allo spreco di altri farmaci già acquistati, ricerca, sperimentazione e pratica di soluzioni farmacologiche diverse dal vaccino che pure stavano dando buona prova.

Così ci sono voluti due anni per apprendere che quei farmaci non proteggevano né dal contagio attivo né da quello passivo (come ha confermato, pochi giorni fa al Parlamento europeo, un’alta dirigente del Pfitzer; ciò che avrebbe reso del tutto inutile l’istituzione del green pass), che la loro efficacia era di pochi mesi e che proteggevano solo dalle forme più gravi della malattia, in parte evitabili se affrontata in tempo. E senza mai varare un’indagine epidemiologica per misurarne efficacia e reazioni avverse, di cui peraltro la maggioranza dei medici è spinta in vario modo a non prendere atto.  

Anche l’ostracismo verso i non vaccinati, soprattutto se medici, ha poi finito per consolidare il monopolio del vaccino a spese di altre terapie nel frattempo validate.

C’è comunque un temine che unisce le attenzioni verso le condizioni che caratterizzano il benessere dell’essere umano, che è il concetto stesso di salute, e quelle che contraddistinguono un ambiente sano, cioè la sua capacità di riprodursi e rigenerarsi. Quel termine è cura. È un termine che non fa solo riferimento alle attività a cui sono professionalmente preposti i medici, perché include soprattutto quelle a cui dalla notte dei tempi sono relegate le donne; tanto che molto spesso la cura viene equiparata al cosiddetto “lavoro riproduttivo”, in quanto contrapposto al lavoro produttivo: quello che produce merci, valore, profitto.

Ma quel concetto include non solo le attività, in gran parte misconosciute, legate alla riproduzione della vita e della famiglia, ma anche quelle ancora più misconosciute, che consistono nel tenere insieme una comunità attraverso una serie di legami informali di cui ci si accorge solo quando vengono meno.

Come succede, per esempio, in quei territori dove una massiccia emigrazione di donne poi addette alla cura di famiglie lontane in qualità di colf o di badanti priva la comunità di quel tessuto che la teneva in piedi: gli uomini rimasti, per lo più in condizioni di dipendenza e di emarginazione non sanno mantenerlo; non sanno prendersene cura.

Ora, di fronte alla crisi climatica e ambientale che incombe su tutta l’umanità, qual è la cura del pianeta a cui si deve dedicare chi intende battersi per cercare di fermare questa deriva? Quella cura è la conversione ecologica: un concetto introdotto nel lessico politico da Alex Langer quasi trent’anni fa e ripreso con forza da papa Francesco nell’enciclica Laudato sì. Badate che i termini transizione e conversione non sono equivalenti, anche quando entrambi si fregiano dello stesso aggettivo – ecologico – e spesso vengono usati in modo interscambiabile.

Transizione ecologica (così come è stata intesa da Roberto Cingolani) è un passaggio destinato a “salvare”, cioè conservare quanto più possibile, non solo l’attuale apparato produttivo – e, conseguentemente, anche le sue produzioni, compresa quella sempre più importante di armi – riducendone l’impatto sull’ambiente. Certo, con le fonti rinnovabili; ma soprattutto con la cattura del carbonio, continuando a usare i fossili, e con il nucleare, che mettono ad alto rischio la salute di tutti. In attesa dell’araba fenice della fusione, che “un giorno”, certo ancora lontano, ci procurerà senza scorie e senza danni tutta l’energia di cui avremo bisogno. “Come fa il sole”, permettendo alla civiltà di continuare la sua corsa lungo il percorso già tracciato della crescita, dello sviluppo e del progresso.

La conversione ecologica è un’altra cosa: più difficile da concepire e ancor più da realizzare, ma più realistica, perché fa i conti con i limiti del nostro pianeta e non chiama in causa solo la necessità di abbandonare una serie di produzioni che fanno male a chi ci lavora, a chi ne subisce gli impatti e a chi ne fa uso. Ma impone anche un diverso stile di vita, improntato alla sobrietà nei consumi, alla condivisione dei beni comuni e al primato affidato alla qualità delle relazioni, non solo con il nostro prossimo umano, ma anche con il territorio e con tutti gli esseri viventi animali e vegetali che lo abitano: cioè al perseguimento della salute, nella accezione larga di un benessere complessivo.

Certamente, come insegnava Alex Langer, perché la conversione ecologica possa affermarsi bisogna che diventi socialmente desiderabile. E certo la cultura dominante, non facilita questo cambio di prospettiva. Ma sarà sempre meno desiderabile anche l’alternativa che ci prospettano i sostenitori della transizione ecologica e, meno ancora, quella dei sostenitori dello status quo, negazionisti della crisi climatica e ambientale nella pratica quando non anche in linea teorica.

Perché ormai è chiaro, e lo sarà sempre di più, che l’alternativa alla conversione ecologica non è un “benessere” fondato su un consumo crescente e diffuso e su un PIL in continuo aumento, ma è un regime sempre più discriminatorio di “austerità”, una disoccupazione e una precarietà crescenti. E poi, la guerra.

Sì, perché invece della conversione ecologica; anzi, per accelerare i tempi della crisi climatica, di cui gli esperti hanno collocato il tipping point, cioè la soglia dell’irreversibilità, al 2030, cioè tra otto anni – e magari per anticiparlo con una ecatombe nucleare – agli impegni assunti al vertice di Parigi e malamente confermati a quello di Glasgow, i “Grandi della terra”, cioè i nostri governanti, hanno deciso di anteporre il ricorso al più antico, e oggi il più distruttivo, sistema per attentare alla nostra salute, al nostro benessere, alle nostre vite: la guerra.


Contributo al convegno di Medicina Democratica

da qui

domenica 24 luglio 2022

I medici sardi ai cittadini: “Se la sanità non cura, la colpa non è nostra ma di chi organizza”

 

“La sanità in Sardegna sta crollando sotto un muro di omissioni, mancati finanziamenti ed incapacità gestionale che si trascina da anni”. Comincia così la lettera aperta scritta da Anaoo a tutti i cittadini dell’Isola. Il sindacato dei medici non usa mezzi termini per descrivere lo stato comatoso in cui versa l’assistenza medica e ospedaliera. In calce la firma della segretaria regionale Susanna Montaldo.

“Nel tempo – prosegue la lettera – la polvere che si accumula in un ingranaggio prima o poi lo ferma. Il blocco delle assunzioni e la mancata previsione delle risorse necessarie ha fatto sì che, dopo la prima ondata di pensionamenti, non si riescano più a coprire i turni in ospedale e con la seconda ormai alle porte non è difficile immaginare cosa succederà”.

Da Anaoo spiegano ancora: “Per tenere aperti gli ospedali periferici, dove gli organici sono ridotti in maniera drammatica, le guardie notturne vengono ricoperte in prestazioni aggiuntive da colleghi provenienti da altre Asl o da medici che lavorano per le cooperative. In questo quadro sanitario regionale decadente, diventa veramente difficile capire la vera motivazione per cui non si riesca ad assumere dalle graduatorie dei concorsi espletati”.

Dal sindacato, sul punto si pongono una serie di interrogativi: “Forse perché non si chiama per tutte le sedi disponibili e i vincitori non possono scegliere la sede preferita come succede invece per tutti i concorsi pubblici? Stiamo forse aspettando che i medici vincitori di concorso in Sardegna, stanchi di aspettare, vengano assunti da qualche azienda sanitaria pubblica in un’altra Regione o negli ospedali privati, oppure emigrino all’estero?”.

Il futuro è tutt’altro che roseo: “Con questo sistema, l’unico risultato sarà che con il pensionamento dei colleghi nati negli anni Sessanta, che sono ad oggi il 40 per cento della forza lavoro, il Sistema sanitario regionale non riuscirà a superare un ulteriore indebolimento e tutta l’impalcatura, sostenuta in buona parte dagli straordinari (non pagati), crollerà miseramente. Ma tutto questo non sembra reale se non si conoscono i numeri”.

Ancora dalla lettera aperta ai cittadini: “L’Assessorato proprio alcuni giorni fa ha inviato alle organizzazioni sindacali il resoconto dei dirigenti sanitari in servizio nel 2018 e quelli nel 2021 in Ats. Orbene, nonostante abbiano trasmesso ai giornali la notizia che la sanità, per il 2021, ha inciso sul bilancio regionale per 3 miliardi e 278 milioni, si sono forse preoccupati di comunicare quanti dirigenti sanitari in meno ci sono nel libro paga di quella azienda che prima si chiamava Ats e ora è formata dalle otto aziende territoriali?”.

La risposta è “no”. E “non ve lo diranno – ha scritto ancora la Montaldo a nome di Anaoo – perché Ats non ha rimpiazzato ben 235 dirigenti sanitari andati via in un triennio. Giusto per darvi un’idea, è come se in un triennio fossero andati via tutti i dirigenti sanitari della Asl del Medio Campidano che, invero, attualmente sono solo 218. In altri termini, magari più comprensibili, se si moltiplicano le ore di lavoro settimanali, che per la dirigenza sanitaria sono 38, per 48 settimane lavorative all’anno, ogni dirigente sanitario in media presta, in favore
della sua azienda sanitaria, circa 1.800 ore all’anno. Questo senza contare le abituali ore lavorate in più che non vengono né pagate né recuperate”.

Il ragionamento prosegue così: “È sufficiente moltiplicare le ore annue per il numero dei dirigenti sanitari non “rimpiazzati” (1.800 x 235) per capire che per garantire, quantomeno, la medesima tutela sanitaria offerta ai cittadini nel 2018, alle aziende sanitarie già facenti capo all’Ats Sardegna mancano oggi circa 423.000 ore lavoro“.

Quindi una sottolineatura rivolta ai destinatari della lettera aperta: “Cari cittadini e pazienti, quando ascoltate o leggete qualsivoglia affermazione con cui si scaricano le responsabilità della cosiddetta malasanità sarda sui dirigenti sanitari, su quei medici che sono stati ripetutamente definiti anche degli eroi per la gestione della pandemia Covid e che magari, umanamente, sono esausti di anteporre il senso del dovere alle proprie esigenze personali e familiari, andate anche a vedere chi pronuncia quelle parole; magari è, o era, decisore politico e ha, o aveva, il potere di assumere forza lavoro, organizzare i posti letto ospedalieri, programmare la sanità territoriale e, in genere, cambiare il segno davanti a quei numeri che costituiscono il vero ed unico dato obiettivo ed inconfutabile della crisi del sistema sanitario regionale”.

La Montaldo ha scritto ancora: “Come medici e come cittadini ci saremo accontentati anche dell’assunzione di nuova forza lavoro in misura pari al numero dei cessati dell’ultimo triennio, con il ripristino di una dotazione organica a norma di legge e, quantomeno, sufficiente per dare un’assistenza adeguata alla richiesta della cittadinanza. Ciò posto, con estremo rammarico si prende atto della paradossale campagna mediatica contro i medici, dopo gli elogi in fase pandemica acuta, con contestuale tentativo di modificare la realtà per nascondere i
fallimenti”.

La lettera prosegue così: “La verità, non è conosciuta dall’opinione pubblica, è che i medici da anni chiedono di migliorare le condizioni organizzative e gestionali degli ospedali, perché noi per primi desideriamo che quando il paziente arriva in ospedale, al Pronto soccorso, non debba aspettare dodici ore perché non ci sono abbastanza medici, infermieri e oss in turno. Oppure quando arriva in reparto, non venga ricoverato come terzo paziente in una stanza accreditata per due 2 pazienti o sistemato in appoggio a reparti che trattano patologie diverse”. C’è anche l’opzione del ricovero “su una barella nel corridoio o nella stanza del medico di guardia o in camere non dedicate alla degenza, tutti posti logisticamente lontani dalla corsia e inadeguati alla cura dei pazienti”.

La lettera si conclude così: “Siamo consapevoli che, nella maggioranza dei casi, i cittadini tendono ad attribuire le colpe delle inefficienze agli operatori con cui interagiscono, non considerando che le responsabilità sono di chi è deputato alla programmazione e gestione della sanità regionale e non si ha conoscenza del fatto che il medico è subordinato ad un sistema oramai in disgregamento, su cui non ha voce in capitolo. Le colpe sono di chi organizza, non di chi è in prima linea. Noi sanitari soffriamo quanto voi per l’impossibilità di curare al meglio, dovendo lavorare in una disorganizzazione folle di cui ci vergogniamo e che continueremo a combattere perché sia riconosciuta la dignità del nostro lavoro e per la sicurezza delle cure dei cittadini”.

da qui