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sabato 14 dicembre 2019

I bambini sono i più colpiti dalla crisi climatica - Claudia Grisanti



“Un bambino che nasce oggi vivrà in un mondo di almeno quattro gradi più caldo rispetto alla media preindustriale”, scrive The Lancet. La crisi climatica incide sulla salute umana dall’infanzia all’adolescenza, dall’età adulta alla vecchiaia, ma “i bambini sono sicuramente i più colpiti”.
Nel suo rapporto la rivista britannica cita alcuni esempi. Per quanto riguarda la produzione agricola, probabilmente l’aumento della temperatura influirà negativamente sulla quantità e la qualità delle coltivazioni. Alcuni dati recenti sul mais e sulla soia sembrano confermarlo. Se questa tendenza continuerà, i bambini potrebbero soffrire le conseguenze della malnutrizione, particolarmente gravi per chi è in fase di crescita.
Un altro esempio sono le malattie infettive, alle quali i bambini sono particolarmente sensibili. Secondo gli esperti, il clima più caldo faciliterà la trasmissione dei virus della dengue e di altri patogeni trasmessi dalle zanzare. La crisi climatica potrebbe anche modificare la temperatura e la salinità dell’acqua marina nelle aree costiere, favorendo la diffusione del batterio del colera. Le ondate di calore sono la manifestazione più diretta del cambiamento climatico, e anche in questo caso la salute dei bambini potrebbe essere più a rischio di quella degli adulti. Dal rapporto emergono anche alcuni fattori positivi, come i 48 paesi che hanno deciso di collaborare per ridurre le conseguenze negative dell’emergenza climatica sulla salute delle persone.

mercoledì 17 luglio 2019

Le scelte degli scienziati per ridurre la propria impronta ecologica - Claudia Grisanti



Il quotidiano britannico The Guardian ha chiesto a cinque esperti in che modo hanno modificato lo stile di vita per ridurre la loro impronta ecologica. Tom Bailey, del C40 cities climate leadership group, cerca di evitare l’aereo. Si concede un viaggio di andata e ritorno su breve distanza ogni due o tre anni. È vegetariano e nell’ultimo anno è passato a un’alimentazione vegana, cercando anche di consumare meno calorie. Bailey limita inoltre l’acquisto di nuovi vestiti e vorrebbe portare a quattro le giornate lavorative a settimana.
Dave Reay, dell’università di Edimburgo, ha smesso di prendere l’aereo nel 2004: “Sarebbe ipocrita da parte mia continuare a volare per andare ai convegni”. Con la sua famiglia è diventato vegetariano, perché la produzione di carne comporta molte emissioni di gas serra nell’atmosfera.
Alison Green, dell’organizzazione Scientists warning, teme un possibile collasso della società e per questo prevede di trasferirsi in campagna, dove poter produrre il proprio cibo. Siobhán Pereira, dell’azienda Costain group, ha deciso di non usare più la plastica, almeno per i prodotti per il bagno. Usa un sapone ecologico e tiene il dentifricio in un barattolo di vetro. “Ma c’è un costo addizionale in molte scelte ecologiche”, avverte Green, “che le rende elitarie”. Lei non guida e non mangia carne, ma prende ancora l’aereo. Secondo Kimberly Nicholas, dell’università di Lund, bisogna agire su tre fronti: i viaggi in aereo, l’auto e il consumo di carne.