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martedì 3 marzo 2026

Noi siamo con i medici di Ravenna


Se curare un migrante diventa un reato, allora la disobbedienza è un dovere civile contro la barbarie che avanza

Quando la cura diventa un reato, è la democrazia stessa a essere in pericolo. Non è uno slogan. È la descrizione esatta di quello che sta accadendo a Ravenna, dove sei medici del reparto di Malattie Infettive sono finiti indagati dopo una perquisizione “prima dell’alba” in ospedale. Un’azione condotta con modalità e spiegamento di forze tipici delle operazioni contro organizzazioni criminali, come se un reparto sanitario fosse un covo e non un presidio pubblico.

Il fatto in sé segna un punto di rottura. Ma ciò che lo rende davvero intollerabile è il messaggio politico: lo Stato pretende di trasformare la medicina in un ingranaggio della macchina securitaria. Pretende di sindacare il giudizio clinico. Pretende che un medico smetta di essere medico e diventi un funzionario della frontiera.

E quando questo accade, non è più “solo” un problema di immigrazione. È un problema di libertà, di Costituzione, di civiltà.

L’indagine nasce attorno a certificazioni di inidoneità al trasferimento in un CPR. Vale la pena ricordarlo con chiarezza: quelle valutazioni non sono un capriccio, non sono “arbitrarie”, non sono un favore. Sono atti clinici che si fondano su dati, evidenze, responsabilità professionale. E peraltro sono richieste espressamente dalle procedure previste, come indicato anche dalla direttiva del Ministero dell’Interno del 19/05/2022.

Ma proprio qui sta il nodo. Se un giudizio clinico viene trattato come un sabotaggio, se un certificato medico viene trattato come un atto di disobbedienza da reprimere, allora significa che il bersaglio non è quel singolo caso. Il bersaglio è l’autonomia del medico “in scienza e coscienza”, cioè uno dei pilastri minimi di qualunque società che voglia definirsi civile.

Il medico ha il dovere etico e giuridico di agire per la tutela della vita e della salute. Il Codice di Deontologia Medica non lascia spazio ad ambiguità: non esiste un “ma” quando davanti hai una persona fragile, vulnerabile, esposta. Non esiste un “ma” quando un ambiente è nocivo. Non esiste un “ma” quando la medicina sa già che un trasferimento produrrà danno.

I CPR sono patogeni: non è un’opinione, è un dato

L’appello che sta circolando in queste ore lo ricorda con forza: la detenzione amministrativa delle persone migranti è un driver diretto di malattie infettive e disturbi psichiatrici gravi. Non è un’opinione politica, non è una tesi ideologica: è un fatto sanitario. È una realtà clinica documentata.

Il testo richiama anche un Policy Brief della World Health Organization (WHO) di gennaio 2026, che riafferma la relazione tra detenzione amministrativa e peggioramento della salute fisica e mentale. In un contesto del genere, certificare l’inidoneità non è “ostacolare lo Stato”: è prevenire un danno certo. È applicare il principio di non maleficenza. È fare il medico, punto.

E qui emerge un’altra verità che l’Italia finge di non vedere: i CPR non sono luoghi neutri. Sono luoghi che producono sofferenza, che amplificano malattia, che peggiorano vulnerabilità. Chiunque li abbia osservati davvero — con monitoraggi, testimonianze, visite, ispezioni — lo sa. E infatti proprio per questo oggi si tenta di limitare le visite, di ridurre i controlli, di rendere opaca la detenzione.

Una perquisizione in ospedale è un atto di intimidazione

Le modalità della perquisizione sono un capitolo a parte, perché rivelano l’intento politico dell’operazione. Un reparto perquisito all’alba, con un approccio spettacolare, significa una cosa sola: intimidire. Umiliare. Creare un precedente.

L’appello parla di un clima che “umilia il personale sanitario, distoglie risorse dalla cura dei pazienti e crea intimidazione, minando la serenità necessaria all’esercizio della professione”. È esattamente così. E in più c’è un paradosso che dovrebbe scandalizzare chiunque: un’operazione del genere rischia di configurarsi come interruzione di pubblico servizio, perché altera la continuità assistenziale e mette a rischio la cura di tutti, non solo dei migranti.

Lo Stato che dichiara di difendere l’ordine pubblico entra in ospedale e produce disordine. Lo Stato che dice di garantire sicurezza entra in corsia e genera paura. È la fotografia perfetta del securitarismo: non protegge, disciplina.

L’articolo 32 della Costituzione vale per tutti, oppure non vale più

C’è un punto che dovrebbe essere ovvio e invece oggi viene trattato come una provocazione: il diritto alla salute non decade con lo status giuridico. Non esiste una salute “per cittadini” e una salute “per irregolari”. Non esiste un diritto costituzionale a tempo determinato.

L’articolo 32 della Costituzione definisce la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. E “individuo” significa chiunque. Significa anche chi non ha un permesso. Significa anche chi è destinato a un CPR. Significa anche chi è migrante.

Se passa l’idea che la medicina debba piegarsi alle esigenze della frontiera, allora non stiamo colpendo solo i migranti. Stiamo colpendo il sistema sanitario universalistico. Stiamo dicendo che la cura può diventare un braccio della polizia. E quando succede, il passo successivo è inevitabile: chiunque diventa curabile solo se è conforme.

Perché questa vicenda riguarda tutti

Chi pensa che sia un episodio locale, un fatto di cronaca, un incidente, non ha capito la fase storica.

Questo è un esperimento di governo: testare fin dove si può spingere la repressione, fin dove si può trasformare un diritto in un sospetto, fin dove si può imporre un clima inquisitorio. I migranti sono il bersaglio più facile. Ma non saranno gli ultimi.

Oggi si processa un certificato di inidoneità. Domani si processa un soccorso in mare. Dopodomani si processa un presidio in piazza. La traiettoria è quella: punire chi protegge, intimidire chi cura, colpire chi disobbedisce alla disumanità.

La disobbedienza è necessaria: perché la barbarie è già qui

In tempi normali, la disobbedienza è una scelta. In tempi come questi, è una responsabilità. Perché quando lo Stato pretende che un medico tradisca la propria missione, non sta chiedendo collaborazione: sta chiedendo complicità.

La cura non è un favore. Non è una concessione. Non è un atto negoziabile. È un dovere professionale, un pilastro costituzionale, un presidio democratico.

E se oggi si colpiscono sei medici di Ravenna, non è per ciò che hanno fatto di “sbagliato”. È per ciò che hanno fatto di giusto. È per dire a tutti gli altri: guardate cosa vi succede se non vi adeguate.

Ecco perché bisogna rispondere con una sola parola: solidarietà. Ma una solidarietà che non sia solo emotiva: politica, pubblica, organizzata.

L’appello: cosa si chiede e perché è urgente

L’appello si rivolge ai Presidenti degli Ordini dei Medici e alla FNOMCeO, al Garante Nazionale delle persone private della libertà, alle società scientifiche, alle associazioni che si occupano di soccorso e cura delle persone migranti e all’opinione pubblica.

Chiede una presa di posizione netta degli ordini professionali per difendere l’inviolabilità dell’atto medico da ogni ingerenza investigativa che pretenda di “processare” una diagnosi. Chiede l’intervento del Garante per arginare il clima inquisitorio che rischia di compromettere il diritto alla salute delle persone destinate alla detenzione amministrativa e il segreto professionale a cui gli operatori sanitari sono tenuti. E soprattutto ribadisce la solidarietà piena ai colleghi coinvolti, che hanno onorato la propria missione nonostante le pressioni.

Sono richieste minime. Ma oggi perfino il minimo diventa un atto di resistenza.

O stiamo con chi cura, o stiamo con chi punisce

Non esiste neutralità in una vicenda come questa. Non esiste “aspettiamo le indagini”. Non esiste “non conosciamo i dettagli”. Qui la questione è già chiara: si sta tentando di subordinare la medicina alle logiche di pubblica sicurezza e di gestione migratoria.

E questo è inaccettabile.

Perché se passa l’idea che curare un migrante “irregolare” possa essere trattato come un reato, allora non stiamo entrando in uno Stato più sicuro. Stiamo entrando in uno Stato più autoritario. Più crudele. Più fragile.

Uno Stato che non cura più. Uno Stato che punisce.

E a quel punto, davvero, la disobbedienza non sarà più una scelta morale. Sarà l’ultima forma possibile di democrazia.

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domenica 22 febbraio 2026

Anche a Pachino è più protetto il pomodoro Igp che i diritti dei lavoratori migranti - Mauro Armanino

 

Nei primi anni di scuola la geografia mi attraeva solo per i colori delle cartine geografiche affisse nell’aula. Coi compagni si giocava a indovinare senza leggerli i nomi dei Paesi e persino delle capitali. Con gli anni la geografia, quella fatta di strade che si camminano, di un’altra lingua da imparare e soprattutto da gente con cui vivere, mi è entrata dentro. Nell’aria pregna di umidità della regione forestiera in Costa d’Avorio e in Liberia. Nelle quattro stagioni ‘rovesciate’ rispetto all’emisfero nord a Cordoba in Argentina e infine la polvere del Sahel. La storia e la geografia, innestate sull’economia fanno da cornice alla politica. Infine gli anni passati dai transiti delle frontiere mobili che sono i migranti hanno finito per convincermi del peso specifico della geografia per interpretare il mondo.

Dopo la mia partenza dal Niger, il passato mese di agosto, non avrei mai immaginato di trovarmi in Africa, senza saperlo e volerlo. Vero. Durante la breve e intensa visita a Modica e i pochi momenti passati nella piazza principale di Pachino era impossibile non notare il numero importante di stranieri di origine magrebina. Avrei scoperto più tardi che la provincia di Ragusa, situata alla punta estrema orientale della Sicilia, si trova longitudinalmente più a sud della capitale tunisina, Tunisi. Il territorio ragusano si estende in modo provocatorio verso il sud del Mediterraneo, ben dentro la costa africana settentrionale. Molte delle scritte delle insegne dei bar e di altri servizi erano in lingua araba e sulle strade del centro si sentivano mescolanze di lingue, musiche, geografie e volti.

Questi ultimi sono costituiti nella totalità da migranti o in relazione con loro che, com’è noto, lavorano nelle serre di Pachino e del circondario. Si tratta di una zona agricola che nelle epoche passate produceva uve da vino di qualità. Ciò perché in quest’area si combinano un insieme di fattori, terreno, luce, temperatura, qualità dell’acqua. Senza dimenticare però, soprattutto i lavoratori migranti a ‘buon mercato’ che rendono il prodotto saporito, attraente, profumato e resistente. Il vero e unico pomodoro Pachino è quello coltivato nei territori di Pachino, Portopalo di Capo Passero e alcune zone di Noto e Ispica. All’inizio del nuovo millennio è nato un Consorzio per tutelare e garantire il pomodoro Pachino con il marchio IGP, cioè Indicazione Geografica Protetta.

A dire delle numerose testimonianze ricevute, sono senz’altro più ‘protette’ le zone geografiche che i diritti dei lavoratori migranti. In questo mare di serre, infatti, i ritmi di lavoro, l’uso di prodotti chimici e le condizioni di vita sono temibili per la salute di coloro che fanno in modo che l’oro rosso sia conosciuto nel mondo. Le geografie, proprio come l’economia, sono sempre politiche e trovarsi al Sud di Tunisi rende questa parte dell’isola come una frontiera aperta, un ponte tra i due continenti. Ancora la geografia, a conclusione del soggiorno, si è avvalsa della complicità dell’aeroporto Vincenzo Bellini di Catania-Fontanarossa. Nella sala d’attesa per l’imbarco il wifi gratuito funzionava a intermittenza. In cambio, nella sala, svolazzano a loro agio, con vitto e alloggio, alcuni piccioni IGP.

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sabato 27 dicembre 2025

E adesso dove andiamo? Ancora uno sgombero di migranti a Trieste - Alessandro Stoppoloni

 

«E ora dove andiamo?», si chiede e ci chiede un ragazzo del Bangladesh. Siamo arrivati davanti al magazzino 2A del porto vecchio di Trieste intorno alle 13:30 del 3 dicembre quando ormai da alcune ore è in corso uno sgombero delle persone in movimento provenienti soprattutto da Pakistan, Afghanistan, Nepal e Bangladesh che vivevano da tempo nella struttura. Sotto a una tettoia di cemento in diversi aspettano di capire il loro destino, mentre due operai montano delle grate e dei pannelli di compensato sulle porte e gli infissi del magazzino per impedire che venga rioccupato. Degli operatori della Protezione civile ripiegano dei gazebo, mentre alcuni poliziotti fanno capannello poco distanti. Passano tir che trasportano dei container. Se si guarda verso il mare si vedono delle persone che camminano, ci sono dei panni stesi.

Alcuni migranti vengono fatti salire su dei furgoncini della polizia per essere identificati in questura. Altri sono stati già trasferiti in altre regioni. Chi è rimasto ha spesso in mano un documento dell’ufficio della questura di Gorizia che ha ricevuto la loro domanda d’asilo: si tratta dell’invito a presentarsi per formulare la domanda; i documenti che vediamo presentano diverse cancellazioni e riscritture delle date per l’appuntamento. La questura di Trieste nelle ultime settimane ha fatto resistenza alla presentazione di domande d’asilo e questo ha spinto chi voleva iniziare la procedura ad andare a Gorizia o Monfalcone, salvo poi non trovare posto nei sistemi di accoglienza di quella provincia. Sono quindi rimasti a Trieste, senza poter più accedere ai posti dell’accoglienza locale e sentendosi dire il giorno dello sgombero che la questura di Trieste non è responsabile per quello che fanno altre questure. Ora si chiedono perché loro che sono arrivati da più tempo qui siano stati messi da parte, senza soluzioni abitative alternative ai vecchi magazzini.

Per chi arriva a Trieste dalla rotta balcanica le problematiche sono molteplici: una è la gestione dei trasferimenti verso altre regioni (più o meno frequenti a seconda del momento) e la mancanza di un solido sistema di accoglienza locale in grado di fare fronte ai flussi migratori da cui la città è interessata da anni. Quando i trasferimenti diventano più rari i posti in accoglienza diventano insufficienti e si crea l’impressione dell’“emergenza”. Chi arriva, sia che voglia rimanere a Trieste sia che voglia andare via, deve trovare così delle soluzioni autogestite. Per anni l’enorme Silos, un insieme di due edifici ormai diroccati accanto alla stazione ferroviaria, ha rappresentato il punto di approdo per chi si trovava in queste condizioni. Sgomberato per l’ultima volta il 21 giugno 2024, il Silos è ora al centro di un tentativo di vendita da parte della Coop, proprietaria dell’immobile, e nel frattempo è stato circondato da un parcheggio e da uno spiazzo cementificato per fare spazio al Cirque du Soleil durante la scorsa estate.

Dopo lo sgombero del Silos le persone in movimento che transitano per Trieste hanno trovato proprio nel vicino porto vecchio una nuova soluzione abitativa. L’intera area, estesa circa sessanta ettari e realizzata nella seconda metà dell’Ottocento come infrastruttura logistica per sostenere lo sviluppo del porto, è stata in disuso per decenni: si tratta soprattutto di grandi magazzini a più piani con ballatoi che danno sull’esterno, rimasti inutilizzati dopo la diffusione dei container come strumenti per spostare le merci.

Il porto vecchio è ora al centro di un processo urbanistico che nei piani del Comune dovrebbe trasformarlo del tutto nel giro di pochi anni. Al momento diversi lavori sono in svolgimento, ma la maggior parte dei magazzini è rimasta ancora al di fuori degli interventi e sono diventati così il rifugio per un numero imprecisato di persone. Il giorno dello sgombero, in una nota il Consorzio italiano di solidarietà di Trieste ha parlato di circa centocinquanta persone coinvolte nell’operazione, con quaranta escluse dai trasferimenti, e ha denunciato il mancato coinvolgimento delle realtà attive sul territorio nell’accoglienza alle persone in movimento.

Lo sgombero è avvenuto dopo che nelle ultime settimane erano stati segnalati nella stessa zona degli incendi la cui causa è difficile ricondurre a fuochi accesi per riscaldarsi o per cucinare, visto che sono avvenuti o all’esterno o in spazi non abitati. Questi episodi potrebbero essere stati usati come motivo per accelerare lo sgombero, avvenuto peraltro in un momento in cui le temperature si stanno abbassando e le giornate di vento forte sono in aumento. Rimane però il fatto che gli altri magazzini sono stati ignorati, facendo emergere ancora una volta la mancanza di un piano organico per affrontare il problema dell’accoglienza e per non lasciare delle persone al freddo e senza nessun tipo di servizio.

Questo carattere dell’operazione è emerso con forza nel pomeriggio dello stesso 3 dicembre, quando è stata data la notizia della morte di MagouraHichemBillal, un cittadino algerino di trentadue anni. Il suo corpo è stato trovato da un suo compagno in un edificio collocato a poca distanza dai magazzini sgomberati. Le circostanze della morte non sono state ancora chiarite. L’Ics in un comunicato ha parlato di morte annunciata e denuncia la mancanza di servizi a bassa soglia capaci di intercettare chi si trova in difficoltà senza mettere barriere d’accesso. Finora la scelta di chi amministra la città, e in particolare della giunta del sindaco Roberto Dipiazza, è stata evitare l’attivazione di strutture di questo tipo, sostenendo che avrebbero solo attirato sempre più persone dalle rotte migratorie. La soluzione proposta è stata quindi nascondere per quanto possibile il problema scaricando poi le attività di assistenza ad associazioni come Linea d’Ombra, che da anni si occupa dell’accoglienza di chi arriva dalla rotta balcanica, e ad altre strutture legate alla Caritas o alla comunità di San Martino al Campo che gestisce il cruciale centro diurno, un punto di riferimento per chi si trova in situazione di difficoltà a Trieste.

Un reportage del quotidiano locale Il Piccolo, pubblicato il 5 dicembre, ha avuto gioco facile nel sottolineare la sporcizia e la precarietà dei luoghi in cui vivevano i migranti all’interno del porto vecchio, dimenticando di sottolineare come precise scelte politiche abbiano contribuito a creare questa situazione. La stessa cosa era stata fatta anche all’indomani dello sgombero del Silos. La morte di Magoura Hichem Billal arriva in un periodo che ha visto altre tre morti di migranti in Friuli Venezia Giulia: Shirzai Farhdullah, venticinque anni, a Pordenone; Nabi Ahmad, trentacinque anni e Muhammad Baig, trent’otto, a Udine. Tutti e tre sono morti per intossicazione da monossido di carbonio, avvenuta mentre cercavano di scaldarsi.

Il porto vecchio rimane abitato in mancanza di alternative mentre al di fuori i lavori avanzano e promettono di dare una spinta ulteriore alla trasformazione di Trieste in una città sempre più a misura di turista. Rimane anche la certezza che lo sgombero non risolve un problema ormai strutturale di cui le istituzioni dovrebbero farsi carico con un piano chiaro e di lungo periodo. Per il momento rimane, pesante, la domanda: «E ora dove andiamo?».

https://napolimonitor.it/trieste-gli-sgomberi-di-migranti-nel-porto-vecchio/

domenica 7 dicembre 2025

Migranti, l’Ue vota sui Paesi terzi sicuri. Ma la “fortezza” immaginata da von der Leyen finirà nei tribunali, ecco perché - Franz Baraggino


Altro che sanare il Protocollo Italia-Albania: la proposta della Commissione Ue – sostenuta da popolari ed estrema destra – ha ben altri piani. Cambiando la definizione di “Paese terzo sicuro”, punta a rendere inammissibili le domande d’asilo e a trasferire i richiedenti, mettendo a rischio i diritti fondamentali e la stessa convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati. Una deriva “palesemente illegittima”, secondo l’esperto di migrazioni internazionali Gianfranco Schiavone, che mira a liberare l’Unione dai suoi obblighi giuridici violando le norme sul funzionamento dell’Ue, e destinata quindi a un inevitabile scontro nelle aule di tribunale e fino alla Corte di giustizia.

L’esperimento italiano in Albania ha già mostrato i suoi limiti ai partner europei. Con la giurisdizione italiana resta in vigore il diritto Ue, ma il patto con Tirana non consente di garantire le tutele che, almeno sulla carta, si possono rivendicare in Italia. Nemmeno l’atteso Patto europeo sull’asilo, operativo da giugno, supera l’ostacolo. Per questo la proposta della Commissione guidata da Ursula von der Leyen vuole affidare i richiedenti direttamente a Paesi terzi. Basterà che, nel viaggio verso l’Europa, siano passati da un Paese considerato sicuro per dichiarare inammissibili le loro domande di asilo e trasferirli altrove, anche senza un reale legame con quello Stato. E se il transito non è dimostrabile, basterà un accordo – anche informale – con un Paese terzo. Al voto mercoledì 3 dicembre in Commissione Libertà civili, Giustizia e Affari interni (LIBE), la proposta ha i voti del Partito popolare europeo, dei conservatori di ECR, ma anche dei Patrioti e dei sovranisti dell’ESN. Difficile che le cose cambino in plenaria a Strasburgo.

Lo scontro, prevedibilmente, si sposterà nei tribunali. Ma su quali basi? La convenzione del 1951 prevede la possibilità di collaborazione tra Stati quando si tratta di alleggerire un Paese da un onere che non può ragionevolmente sostenere in modo adeguato. Ma se lo scopo è liberarsi degli obblighi di protezione, si tratta di esternalizzazione ed è illecito. Col 73% dei rifugiati in Paesi a medio o basso reddito, il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty, ricorda che gli Stati europei sono spesso tra i Paesi col più alto Pil pro capite, hanno sistemi di asilo più solidi e un numero relativamente basso di rifugiati e richiedenti: “Difficile capire come il trasferimento dagli Stati europei in altri Paesi – soprattutto se questi non hanno le capacità di accoglienza e i mezzi di protezione necessari – non equivalga a un trasferimento di responsabilità”.

Certo, i Paesi terzi riceveranno ingenti finanziamenti. Ma pagare non basta, come ha dimostrato la Corte Suprema britannica bocciando il memorandum tra Regno Unito e Ruanda. “Anche con investimenti pesanti nel sistema di asilo del Paese terzo, si tratterebbe di un’impresa complessa che richiederebbe molto tempo per produrre risultati sufficienti”, avverte il Commissario O’Flaherty. Anche l’Unhcr, l’Agenzia Onu custode della convenzione di Ginevra, ammette che, in condizioni specifiche, un trasferimento può essere legale, ma ribadisce che servono garanzie concrete e standard elevati. Senza tali garanzie – ha sempre precisato – “l’Unhcr rimane fermamente contrario agli accordi che mirano a trasferire rifugiati e richiedenti asilo”. Peggio ancora se si tratta di accordi informali: “Gli accordi di trasferimento dovrebbero essere accessibili al pubblico e incorporati nell’ordinamento giuridico degli Stati partecipanti”, ha scritto l’Unhcr ad agosto nella guida ‘Accordi internazionali per il trasferimento di rifugiati e richiedenti asilo’.

Quanto a garanzie, il nuovo regolamento Ue sembra adottare una nozione piuttosto debole di “protezione effettiva“, considerandola valida anche in Stati che non hanno ratificato la convenzione o che non garantiscono uno status giuridico di protezione e l’accesso ai diritti, “ma solo la possibilità di essere temporaneamente tollerati”, spiega Schiavone. “Senza la garanzia di uno status giuridico le persone rischiano di finire in un limbo senza limiti di tempo”. Pericolo tanto più concreto se gli accordi non sono giuridicamente vincolanti e le persone vengono trasferite in Paesi coi quali non hanno alcun legame. Nel commentare la proposta della Commissione, l’Unhcr ha chiesto accordi vincolanti, procedure rigorose, tutele legali come la sospensione automatica del trasferimento in caso di ricorso giuridico e protezioni specifiche per i soggetti vulnerabili, tutte condizioni oggi assenti. Ma le destre non hanno sentito ragioni e il testo è rimasto praticamente invariato.

Inascoltata in Parlamento, che ruolo potrà avere l’Agenzia quando si tratterà di controllare? Se Donald Trump le ha tagliato i fondi, l’Ue finanzia l’Unhcr solo per progetti coerenti con le proprie politiche migratorie, per lo più in Nord Africa. E mentre la capacità dell’Agenzia di vigilare si riduce, i governi la usano spesso come una foglia di fico. Così non resta che il controllo giurisdizionale. Senza modifiche, avverte Schiavone, “le nuove norme non potranno non essere impugnate davanti ai tribunali nazionali”. I possibili rilievi vanno dalla violazione della Carta dei diritti fondamentali dell’Ue che garantisce, tra gli altri, il diritto d’asilo “nel rispetto delle norme stabilite dalla convenzione di Ginevra”, al contrasto col Trattato sul funzionamento dell’Unione, che impone piena conformità alla convenzione. Toccherà ai giudici, ancora una volta, decidere se fermare i trasferimenti e rinviare tutto alla Corte di giustizia europea.

da qui



Paesi sicuri, Strada: “Disastro del Ppe, è la fine del diritto d’asilo. Ma la sanatoria sull’Albania non c’è” , intervista di Franz Baraggino 

L’europarlamentare del Pd Cecilia Strada, relatrice ombra per i Socialisti e Democratici sui dossier “paesi terzi sicuri” e “paesi sicuri d’origine” in esame alla Commissione LIBE del Parlamento Ue, esprime profonda preoccupazione in vista del voto di mercoledì 3 dicembre. Definisce la situazione un “disastro politico” in cui i parlamentari del Partito popolare europeo (Ppe) si allineano all’estrema destra su testi che rappresentano “la fine del diritto d’asilo in Europa”. Un approccio che sta portando l’Unione Europea a “violare lo spirito della Convenzione di Ginevra sui rifugiati”.

Strada, qual è il punto politico sui dossier al voto alla Commissione LIBE?
Il punto in cui siamo è un disastro. Il Ppe sta lavorando totalmente insieme all’estrema destra su questi temi. Gli stessi popolari che teoricamente dovrebbero stare con il campo progressista e invece, sulla questione migratoria, guardano solo ed esclusivamente da quella parte.

La negoziazione com’è andata?
Nessuno dei tentativi di negoziare da parte del campo progressista è stato accettato. I relatori hanno ripreso sostanzialmente invariata la proposta della Commissione e hanno rifiutato qualunque tentativo di mediare con noi per cambiare il testo e renderlo vagamente più umano. Andiamo a votare testi che sono tremendi.

La vera novità sta nel nuovo concetto di “paese terzo sicuro”.
Mentre il concetto di Paese d’origine sicuro ha a che fare con l’esame della richiesta di protezione, col concetto di Paese terzo sicuro l’Ue non entra nemmeno nel merito della tua domanda d’asilo. Ti dice che potresti anche aver diritto alla protezione, essere un rifugiato, ma non qui. E se l’Europa decide che avresti potuto fare domanda altrove, anche dove sei semplicemente transitato, o che potresti presentarla in un Paese col quale ha preso accordi, verrai trasferito, punto. E’ la rinuncia al nostro obbligo di protezione, delegato a paesi terzi coi quali ci si mette d’accordo. E’ di fatto la fine del diritto d’asilo in Europa, e ci prendiamo anche dei rischi.

Quali?
Perché Paesi che hanno più problemi di noi dovrebbero accettare i richiedenti asilo che noi non vogliamo gestire, se non per soldi o altri vantaggi? Sicuramente non per spirito di fratellanza.

Dunque?
Dunque l‘Europa diventa ricattabile, tra l’altro senza prevedere alcuna specifica sul tipo di accordi, che possono essere i soliti memorandum informali e non vincolanti. Cosa succederà quando questi paesi terzi vorranno di più, vorranno rinegoziare, vorranno più soldi o più vantaggi? Situazioni già viste in Turchia ma anche in Tunisia. Oltre al fatto che in sostanza ci apprestiamo a spostare persone attraverso i confini in cambio di soldi, come sul confine tra la stessa Tunisia e la Libia, dove le persone vengono vendute e spostate. Non è ciò che che condanniamo come traffico di esseri umani?

Le nuove norme risolveranno i problemi del Protocollo Italia-Albania come dice il governo?
Né il testo sui Paesi d’origine, né quello sui Paesi terzi sicuri sanerà quell’accordo. Il governo è arrivato a considerare quelli in Albania come trasferimenti da un Cpr all’altro, come fossimo in Italia. Ma nonostante la giurisdizione italiana, l’extraterritorialità non ha permesso di garantire le tutele previste dalla normativa dell’Unione: le alternative al trattenimento, ma anche l’eccesso effettivo a diritti come quello alla salute, all’unità familiare, a una difesa effettiva.

In Europa i flussi migratori non stanno aumentando, come mai resiste l’urgenza normativa?
Non c’è nessuna urgenza, è la stessa agenzia europea Frontex che ci fa vedere come i flussi stanno diminuendo. Ma da almeno dieci anni le persone migranti sono lo strumento sul quale si è fatto propaganda per vincere le elezioni a qualunque costo, e distrarre le persone dalle garanzie sui propri diritti, da una sanità degna di questo nome al fatto che stiamo indebitando i nostri figli e i nostri nipoti per comprare armi.

Le opposizioni sono pronte per proporre soluzioni alternative sui migranti?
Secondo me siamo abbastanza pronti se smettiamo di aver paura di perdere le elezioni su questo tema e quindi se smettiamo di inseguire la destra. Non è mai una buona idea inseguire la destra sulla propria agenda: tra la copia e l’originale la gente vota l’originale o se ne sta a casa.

da qui




sabato 12 luglio 2025

E se la soluzione allo spopolamento fosse un flusso migratorio virtuoso verso i paesi? - Paolo Piacentini

 

Partendo dal dibattito che si è acceso sul tema in questi giorni, Paolo Piacentini – presidente onorario di FederTrek – prova a immaginare una risposta al problema dello spopolamento delle aree interne.

 

Nelle ultime settimane è esplosa la polemica politica sul tema dello spopolamento delle aree interne. Il confronto dal Parlamento si è trasferito all’esterno coinvolgendo l’antropologo Vito Teti, chiamato in causa in modo alquanto maldestro dal ministro Foti. Vito ha risposto con la sua consueta lucidità e altrettanto ha fatto lo storico dell’Appennino Augusto Ciuffetti. Entrambi hanno evidenziato l’assenza di una visione chiara che, bisogna ammetterlo, viene da molto lontano e quindi ha responsabilità politiche bipartisan. 

Alle prime risposte accennate è seguita una lettera molto importante per contenuti e valenza politica da parte del sindaco di Gagliano Aterno Luca Santilli, a cui ha fatto seguito un articolo a più pagine, sul quotidiano il Centro. A seguito della ferma presa di posizione del sindaco di Gagliano Aterno si sono fatti sentire altri sindaci per evidenziare tutti quei fenomeni di nuovi insediamenti che danno quella speranza che il governo sembra non voler cogliere.

Parlare dello spopolamento come fenomeno irreversibile vuol dire lasciare che le nostre aree interne, soprattutto in alcune aree montane più lontane dal “centro” politico e geografico, diventino un territorio da invadere con un economia estrattivista sempre più imperante. Senza riprendere le riflessioni di Vito e di Augusto, che pur nelle loro sfumature e diversità condivido da tempo, provo a mettere il dito nella piaga di alcune problematiche troppo spesso sottovalutate. 

 

Quando si parla di politiche per arginare lo spopolamento o addirittura provare ad attivare un controesodo la presenza della natura o del valore dei paesaggi sembrano essere elementi secondari perché non hanno un valore economico tangibile. Come a essere trascurata è la fragilità della maggior parte delle aree interne, soprattutto quelle montane. Di quest’ultimo problematica ci si rende conto solo quando arriva la frana di turno, fenomeno che negli ultimi è sempre più frequente. 

Partiamo dalla presenza delle risorse naturali nel loro insieme alle quali, da molti anni, è stato riconosciuto un valore economico attraverso il meccanismo virtuoso dei servizi ecosistemici. L’aver dato un valore economico alle risorse naturali per incentivare le comunità locali a mantenerle nel tempo anche a beneficio delle future generazioni è stata una grande novità, ma purtroppo ad oggi siamo all’anno zero. Qualche situazione è stata attivata ma rispetto alla grande opportunità di trasformazione  culturale, sociale ed economica sul come riabitare le aree interne con una nuova consapevolezza purtroppo nulla di significativo sembra emergere. 

Il mancato funzionamento dei servizi ecosistemici sta, in piccola parte, nella complessità del meccanismo, ma il limite più grande lo troviamo nelle  istituzioni preposte e nella politica tutta che non hanno creduto alle potenzialità di tale strumento. Immaginate una piccola comunità, anche quella più marginale in termini geografici, che viene coinvolta nella corretta gestione delle risorse naturali traendone un vantaggio economico e sociale. A quel punto, se il meccanismo dovesse andare a regime forse non servirebbero altre politiche fiscali di vantaggio e nel medio lungo termine i finanziamenti d’investimento o per la spesa corrente potrebbero trovare una finalizzazione più coerente con le esigenze delle comunità interessate. 

 

Il territorio urbano e l’area rurale hanno perso le funzioni storiche dell’attività umana e con queste anche la ritualità che dava un senso all’abitare. Se i luoghi non trasmettono più un significato legato alle attività umane – siano esse produttive, ludiche, religiose o altro – a subentrare è quello che Vito Teti definisce in modo molto chiaro come spaesamento.

Si vive in un territorio come residenti senza esserne dei veri abitanti se leghiamo questo sostantivo al prendersi cura di uno spazio geografico ben definito. Non ci potrà mai essere una seria politica per la montagna e per le aree interne se le istituzioni preposte non andranno oltre quelle misure legislative, economiche e fiscali che comunque vanno messe in campo, per andare a lavorare seriamente per far nascere una nuova cultura dell’abitare. 

Mi capita spesso di affermare, nel mio girovagare appenninico, che il vero abitante di un luogo è colui che si prende cura dei paesaggi, intesi nella loro complessità storico-culturale, naturale e ambientale. Può esistere anche un abitare temporaneo, come accade ad esempio al viaggiatore consapevole che contribuisce a far ri-nascere un nuovo modo di rapportarsi ad ogni singolo territorio. Certo non può definirsi abitante temporaneo il turista mordi e fuggi, fosse pure “ lento” e dolce.

Il territorio urbano e l’area rurale hanno perso le funzioni storiche dell’attività umana e con queste anche la ritualità che dava un senso all’abitare

Capita sempre più frequentemente che a ridare un senso all’abitare in modo nuovo le aree interne e montane siano i nuovi arrivati ed è per questo che non è assolutamente banale pensare a una politica demografica che incentivi un virtuoso flusso migratorio verso i piccoli paesi. Per stare con i piedi per terra e cercare di tenere aperto un confronto laico con chiunque ha a cuore le aree interne della nostra Penisola bisogna allora avviare una nuova stagione d’ascolto e proposta che abbia alcuni punti fermi:

  • Effettiva attuazione dei servizi ecosistemici, compresa la parte dei benefici immateriali per attivare la non più rinviabile alleanza tra città e montagna basata sulla consapevolezza di quanto l’urbanizzazione delle pianura e della costa dipendono dalle risorse della “spina dorsale” del Paese.  
  • Favorire i processi migratori dalla città alle aree interne – cosa che, in piccola parte, accade da qualche anno – attraverso una seria defiscalizzazione delle attività produttive, sociali e culturali.
  • Frenare con norme molto stringenti i fenomeni speculativi che, oltre a essere molto spesso eterodiretti, estraggono risorse senza nessun vantaggio per le comunità locali. 

La politica per frenare la crisi demografica è molto complessa e la mia vuole essere un’analisi parziale che tocca aspetti scarsamente attenzionati nel dibattito pubblico. Ci torneremo.

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sabato 21 giugno 2025

Il ruolo antisistemico dei migranti - Raúl Zibechi

 

La guerra contro i migranti che dicono “basta!” è in realtà la guerra del capitalismo. La cosa più importante, dice Raúl Zibechi, è che i migranti hanno perso la paura. Da quando è cominciata la politica trumpista delle esplusioni, molti si sono chiusi in casa per paura di essere scoperti, arrestati ed espulsi. Ora scendono in piazza. “Qualcosa è cambiato, e questo cambiamento ci riempie di speranza nel momento più buio del dominio capitalista. Per coloro che auspicano la caduta dell’imperialismo e del capitalismo, questo è un momento importante. Non perché crediamo che la sua caduta avverrà da un giorno all’altro… Ciò che ci incoraggia è constatare che le rivolte non sono state messe a tacere… e, soprattutto, che le lotte più diverse si stanno collegando…”

 

La caccia ai migranti da parte del governo statunitense, che li insegue persino per le strade, entra nelle loro case e ne abusa, è un’ulteriore prova che le democrazie hanno cessato di esistere, persino nel Nord del mondo, dove sono nate. La vera novità sono le risposte date sia dai migranti stessi che da molti figli di migranti nati negli Stati Uniti e senza problemi legali.

È possibile che i migranti stiano diventando come i cristiani dell’antica Roma. Furono perseguitati, ma ebbero un ruolo di primo piano nella trasformazione e anche nella caduta dell’impero, rifiutandosi di partecipare ai riti ufficiali. Oggi non è più lo stesso, ma potrebbe essere un sintomo della crescente decomposizione della “nazione essenziale”.

Chiamiamo le cose con il loro nome: questa è una guerra del capitalismo. Contro i migranti, contro le persone di colore, contro i popoli indigeni e neri, contro chi è diverso. Sebbene sia condotta in nome della democrazia, è totalitarismo. Il filosofo Giorgio Agamben ha definito il totalitarismo moderno come

“l’instaurazione, mediante lo stato di eccezione, di una guerra civile legale, che permette l’eliminazione fisica non solo degli avversari politici, ma di intere categorie di cittadini che per qualche ragione non risultano integrabili nel sistema politico” (Lo stato d’eccezione, Bollati).

Certo, questa non è una guerra contro tutti i migranti (non è mai “contro tutti”), ma contro quella parte di giovani che dice “basta!”, che non si arrende, che si ribella e resiste. Ciò che è notevole è che siano sempre più numerosi e che abbiano una consapevolezza più chiara che la loro situazione non è dovuta a un governo o a un governatore, ma è il risultato di un sistema globale chiamato capitalismo che li attacca in California, in Messico, in Europa, a Wall Street o ovunque si trovino.

Le proteste in corso riecheggiano quelle di migliaia di giovani messe in scena nel 2024 a sostegno del popolo palestinese, una solidarietà che continua e tende a crescere in questo periodo. I protagonisti sono le stesse giovani generazioni che non hanno futuro nel sistema. Ma sono anche legate alla lunga storia di lotte nello stato della California, sia tra i migranti che tra la popolazione nera, scoppiate quando una giuria assolse gli agenti di polizia che picchiarono Rodney King nel 1991, causando la morte di oltre cinquanta persone.

Ora migranti irregolari, figli di migranti legali e molti bianchi si uniscono, esprimendo la rabbia accumulata per decenni di politiche neoliberiste che avvantaggiano solo i ricchi. Le proteste in corso espongono la dura realtà vissuta da milioni di persone negli Stati Uniti.

In primo luogo, rivelano il vero volto del sistema, che ha mobilitato 2.000 soldati della Guardia Nazionale e poi 700 Marines per contenere le proteste, sebbene il governatore dica che ora i membri della Guardia Nazionale siano 4.000. La brutalità degli ufficiali in uniforme pesantemente armati, l’uso abbondante di gas lacrimogeni e granate stordenti, dimostrano in cosa consiste la tanto decantata democrazia della superpotenza. La militarizzazione della risposta per contenere la popolazione dimostra che ci sono sempre meno differenze tra il Nord e il Sud del mondo.

In secondo luogo, le proteste hanno aperto una frattura istituzionale, poiché il governatore della California e il sindaco di Los Angeles hanno respinto la militarizzazione. È normale che le proteste dal basso aprano crepe nelle istituzioni, soprattutto in uno stato come la California, che si esprime chiaramente contro Trump. Vedremo quanto profonda si spingerà la frattura istituzionale, anche se possiamo aspettarci poco. La cosa più importante, tuttavia, è che i migranti hanno perso la paura. Da quando è iniziata la politica trumpista delle espulsioni, molti si sono chiusi in casa per paura di essere scoperti, arrestati ed espulsi. Ora non solo scendono in piazza, ma non hanno paura di affrontare le forze armate del Paese più potente del mondo.

Qualcosa è cambiato, e questo cambiamento ci riempie di speranza nel momento più buio del dominio capitalista. Per coloro che auspicano la caduta dell’imperialismo e del capitalismo, questo è un momento importante. Non perché crediamo che la sua caduta avverrà da un giorno all’altro. Sappiamo di essere testimoni di un processo storico di aspre lotte tra chi sta in alto e chi sta in basso, che durerà decenni, sarà prolungato e tortuoso.

Ciò che ci incoraggia è constatare che le rivolte non sono state messe a tacere, che ciò che sta accadendo a Gaza non rimarrà impunito e, soprattutto, che le lotte più diverse si stanno collegando. Infine, per coloro che credono che la caduta di un impero avvenga sia dall’interno che dall’esterno, le mobilitazioni in California e in altri stati ci mostrano che ci troviamo di fronte a una possibilità senza precedenti: la continuazione delle lotte negli Stati Uniti, visto che fino ad ora ci sono state grandi fiammate che si sono spente in poche settimane. A quanto pare, ci troviamo di fronte a una nuova realtà.


Pubblicato anche su La Jornada e qui con consenso dell’autore

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venerdì 6 giugno 2025

due lettere dal Niger - Mauro Armanino

Scampati al deserto, Traoré Ali e Ousmane non rinunciano ai loro sogni e ne hanno fatto una foresta - 

La foresta dei sogni confiscati offre riparo e cittadinanza alle utopie e a quelle che alcuni bollano come ‘illusioni’

Sono entrambi originari della Costa d’Avorio ed è per me come un piacevole ‘giocare in casa’. Non si dimentica mai il primo amore. Sbarcato in questo Paese nel millennio scorso, dal 1976 al ’78, la prima volta nel continente africano. Il ritmo della lingua, i luoghi e lo stile sono riconoscibili ad occhio e orecchio nudo.

Traoré, di mestiere panettiere e pasticciere nella città di Man, nel nord ovest della Costa d’Avorio. Parte l’anno scorso, coi suoi 32 anni e una famiglia lasciata a casa, per inventarsi un futuro diverso e più luminoso di quello che si trova tra le mani che impastano povertà e nulla più. Derubato come tutti i migranti dai gruppi armati nel Mali, raggiunge l’Algeria e lavora prima come panettiere e poi, al solito, in un cantiere edile ‘cinese’ della capitale. Al momento di ritirare il frutto del suo lavoro arriva ‘casualmente’ la polizia che spoglia i migranti di tutti gli averi, li arresta e li deporta a Tamanrasset in un centro di detenzione. Da lì, lui e gli altri saranno condotti al confine col Niger, in un luogo desertico che bisognerà attraversare per raggiungere la prima cittadina abitata, Assamaka.

Ali ha invece 19 anni. Non ha potuto terminare la scuola elementare e fatica a leggere e scrivere in francese. In Costa d’Avorio era apprendista riparatore di frigoriferi e climatizzatori. Vorrebbe imparare meglio il mestiere e mettere da parte il capitale per viaggiare in Europa, dove i sogni si infrangono sulle coste o ancora prima di raggiungere il mare. Per questo passa un paio di settimane in Tunisia. Il tempo di essere deportato in Algeria e da lì, come Traoré suo compatriota, gettato nella fascia di deserto che non separa affatto l’Algeria dal Niger. Lui e Traoré mettono assieme i sogni confiscati dal sistema che stima né utile né sopportabile accettare chi non si adegua alle norme stabilite di sparizione programmata dei giovani per luogo di nascita.

Ali e Traoré sono tra le migliaia di giovani che inventano, tessono, rischiano sogni non esportabili o delegabili ad altri. Assumono il rischio dell’incomprensione, della persecuzione e financo dell’eliminazione dei giovani che osano un futuro fuori dalle regole stabilite dal sistema dominante. Diventano, malgrado loro, rivelatori di violenza. La stessa che accompagna da decenni la Democratica Repubblica del Congo, ex Zaire, di Moboutu Sese Seko, dittatore liquidato poi dai Grandi.

Ousmane di 23 anni, imbianchino senza lavoro. Abbandona la capitale dove ha il dubbio di essere inghiottito dal nulla per la nascita in una famiglia numerosa per andare, con un sogno nascosto negli occhi, a sfidare il Mediterraneo. Sarà invece il mare di sabbia, il Sahara, nome che significa, per l’appunto, mare che pone una barriera invalicabile al suo andare. Passato il deserto algerino sarà catturato, spogliato degli averi e imbarcato, assieme agli altri e come pacchi postali, sul camion fino alla frontiera di sabbia col Niger. Ousmane e i due avoriani passano qualche giorno ad Assamaka, saturata con migliaia di migranti espulsi dall’ Algeria, la Tunisia, la Libia e il Marocco. L’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, a nome delle Nazioni Unite, è in difficoltà per accogliere, nutrire e ricondurre i migranti ai rispettivi Paesi di origine. Questa è la ragione per la quale i tre amici hanno raggiunto fortunosamente la capitale Niamey. Scampati al deserto, Traoré, Ali e Ousmane non vogliono chiudere i loro giorni in un labirinto umanitario che assomiglia fin troppo all’anticamera dell’inferno.

I sogni confiscati dal sistema non vanno affatto perduti perché sono come semi che seppelliti nel letame dei potenti, a loro insaputa, crescono e prosperano. Senza darlo a vedere e ispirati da innumerevoli poeti scomparsi, si sono messi assieme. Stagione dopo stagione e albero dopo albero si è andata formando una foresta che nessuna cartina o rilevamento dall’alto potrà identificare. La foresta dei sogni confiscati offre riparo e cittadinanza alle utopie e a quelle che alcuni bollano come ‘illusioni’. Dentro la foresta si trovano gruppi di bambini che giocano con gli animali e inseguono farfalle di ogni tipo. Al centro del bosco c’è una sorgente d’acqua perenne che disseta i sogni e li affida, come preziosa eredità, al vento cha passa ogni mattina di buonora.

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L’isola dei bambini mai arrivati – La lettera di P. Mauro

Molti di loro sono certamente passati dal Niger, Terra di Mezzo. Li abbiamo incontrati e poi dimenticati . Erano accompagnati da uno o entrambi i genitori oppure confusi tra fratelli, amici e conoscenti d’occasione. Hanno attraversato non si sa come il deserto e, per gli strani sentieri del destino, sono riusciti ad imbarcarsi e tentare il Mare di Mezzo, il Mediterraneo. Secondo l’ultimo rapporto dell’agenzia ONU per la protezione dell’infanzia, l’UNICEF, in dieci anni, circa 3500 bambini hanno perso la vita nel mare, sulla rotta del Mediterraneo centrale.

Questa porzione di mare è riconosciuta come la frontiera più mortale del mondo.

Ciò significa, sempre per il rapporto citato, che in questi ultimi 10 anni ogni giorno un bambino è scomparso nel mare. Mancava perfino la mano di uno dei genitori a dare l’ultimo aiuto.

Sette bambini su dieci che hanno effettuato la traversata viaggiavano soli.

Quanti sono giunti sull’altra riva e interrogati hanno confessato che, durante il viaggio, molti di loro hanno sofferto violenze fisiche e altri sono stati arbitrariamente detenuti. Sono fuggiti da guerre, conflitti, violenze, miseria e soprattutto l’abbandono di una parte d’Africa che ha tradito e venduto il loro futuro ai commercianti di vite umane.

I bambini fanno parte delle oltre 20mila persone morte o disperse nel corso egli ultimi dieci anni nello stesso Mare.

L’isola dei bambini si è creata da sé, come per caso, un giorno feriale di un anno che nessuno ricorda.

Il numero degli piccoli migranti mai arrivati aumentava al quotidiano e si rese necessario, col tempo, organizzare la vita della colonia e far sentire i nuovi arrivati come a casa loro. All’inizio non è stato facile perchè i bambini cercavano di imitare quello che ricordavano della società dei grandi. Armi, guerre, muri come frontiere e parole armate generatrici di violenza e divisione. Si organizzò dunque una prima assemblea consultativa aperta a tutti i residenti senza distinzione. Si decise all’unanimità che l’isola sarebbe stata guidata senza più tener conto del sistema creato dai grandi.

Inventarono strade, cortili, piazze, giochi e feste. Alcuni dei più grandi che già avevano imparato un mestiere si industriarono a trasmettere ad altri il loro sapere. Le bambine più grandi organizzavano la cucina, la cura dei più piccoli e rallegravano la vita dell’isola con canti e danze improvvisate. L’isola dei bambini mai arrivati era anch’essa migrante e, in realtà, non andava da nessuna parte. Si muoveva, invisibile o visibile secondo le stagioni e, come esse, mutevole nei colori e nella forma. Quando, da lontano, spuntava un’imbarcazione i bambini migranti innalzavano una bandiera inesistente e accendevano fuochi sperando che il fumo avrebbe segnalato la loro presenza.

L’isola è ben là fino a tutt’oggi e continua a ricevere nuovi ospiti ai quali viene chiesto il nome, l’età e il Paese di origine. Nel caso di neonati i nomi sono scelti a seconda dei giorni di sole, di pioggia e di vento. Non c’è una rotta prestabilita perché l’isola inventa ogni giorno nuovi orizzonti e c’è chi giura d’averla vista passare ma c’era nebbia quel giorno. Alcuni dei primi residenti immaginano che un giorno l’isola dei bambini si trasformerà in un continente che avrà dimenticato per sempre l’arte della guerra.

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martedì 11 marzo 2025

Qualcuno ascolti Habashy - Tiziana Barillà

 

Habashy, nato in Egitto 52 anni fa, dove ha lasciato cinque figli che non vede e non sente da quattro anni. Non ha fatto neanche in tempo a mettere piede sul suolo italiano che è stato rinchiuso al carcere di Arghillà, a Reggio Calabria. Affetto da un tumore al quarto stadio, il migrante egiziano, condannato in via definitiva perché considerato uno scafista, è stato accolto a Riace.

(da articolo 21)

 

Fine pena: 7 marzo 2025. Oggi, Habashy Rashed Hassan Arafa finisce di scontare la sua pena, ma c’è una sentenza più implacabile che lo tiene ancora in prigionia: un tumore al pancreas al quarto stadio. Quando mancavano ormai una manciata di settimane alla sua liberazione, è stato scarcerato per incompatibilità con il regime detentivo: le sue condizioni di salute – ha scritto il magistrato di sorveglianza competente – sono precipitate e «non sono assolutamente compatibili con il regime detentivo». Perciò, il 24 febbraio, è stato ricoverato nel reparto di Oncologia dell’ospedale di Locri, fino al 2 marzo, quando un’ambulanza lo ha accompagnato al Villaggio globale di Riace. Ero a Riace quella sera, quando Mimmo Lucano mi ha invitata a entrare in casa per visitarlo, in una delle piccole abitazioni del Villaggio globale, al piano terra, con in sottofondo gli schiamazzi dei bambini nella piazzetta. Per Habashy quegli schiamazzi sono una piccola cura dell’anima, insieme alle carezze di Lemlem e alle visite di perfetti sconosciuti, come noi.

Giudicato colpevole del cosiddetto “articolo 12”, e cioè ritenuto uno “scafista”. Condannato in primo grado il 12 maggio 2021, in appello il 17 gennaio 2023 e in via definitiva il 2 giugno 2023, Habashy è stato incarcerato il 19 ottobre 2021. Quel giorno a Roccella Jonica si è registrato uno degli sbarchi più consistenti della rotta egiziana: 298 persone di cui oltre 100 provenienti dall’Egitto. I dati e i movimenti di questa rotta, in quegli anni, sono contenuti in “Dal mare al carcere”, il report di Alarm Phone che, insieme con Arci Porco Rosso, ha denunciato la criminalizzazione della migrazione esaminando il percorso dei cosiddetti scafisti: «La rotta egiziana – si legge nel report – collega l’Egitto alla Grecia e all’Italia meridionale». È molto lunga e richiede barche più grandi per sopravvivere alla traversata». Sono perlopiù pescherecci, enormi carcasse di legno consumate dal tempo e dall’usura, che oggi si trovano perlopiù sotto sequestro nel cosiddetto “cimitero delle imbarcazioni” al porto di Reggio Calabria, in attesa di demolizione.

L’accanimento politico contro gli “scafisti” non è una novità. Centinaia, se non migliaia di persone, in questi anni, una volta giunti in Italia dopo un viaggio infernale, hanno trovato odio e indifferenza, carcere e repressione. Accusati di essere gli artefici del loro stesso dolore, capri espiatori sacrificati per la propaganda dell’invasione e della guerra ai trafficanti.

Eppure questa “guerra agli ultimi” della destra italiana, europea e mondiale, è cominciata già trent’anni fa. Il decreto legislativo n. 286 – e cioè il Testo unico sull’’immigrazione – è del 1998, nell’era del Centrosinistra, voluto dal governo di Romano Prodi, ministro dell’Interno Giorgio Napolitano. In particolare, l’articolo 12 del Testo si sofferma sulle “disposizioni contro le immigrazioni clandestine” sanzionando chiunque «promuove, dirige, organizza, finanzia o effettua il trasporto di stranieri nel territorio dello Stato». L’articolo 12 è una crepa che, nel nome della sicurezza e della disciplina, ha aperto la strada a quell’obbrobrio meglio noto come “Decreto Cutro”. Così, nell’era della Destra – quella del governo di Giorgia Meloni, ministro Matteo Piantedosi – quell’articolo 12 può costare la reclusione da 2 a 6 anni (invece che da 1 a 5) e, in caso di aggravanti, fino a 30 anni. Ad Habashy ne hanno dati 4.

Negli ultimi anni, le galere calabresi e siciliane si stanno riempiendo di fantomatici “scafisti”. Come Marjan, che sta ancora affrontando un processo; come Maysoon, che ne ha appena vinto uno. E come Habashy, nato in Egitto 52 anni fa, dove ha lasciato cinque figli che non vede e non sente da quattro anni. Non ha fatto neanche in tempo a mettere piede sul suolo italiano che è stato rinchiuso al carcere di Arghillà, a Reggio Calabria.

“Come è arrivato a Riace, Habashy?”, chiedo a Mimmo. “Perché non lo vuole nessuno”, risponde lui. Del destino di Habashy, alla fine, si è fatta carico Riace. Quella stessa Riace, assediata e combattuta, che oggi non ha più progetti di accoglienza, chiusi d’imperio e in tutta fretta e ancora non riaperti nonostante il Consiglio di Stato ne abbia definitivamente conclamato la legittimità.

Ogni mattina, la Croce verde di Siderno preleva Habashy e lo accompagna verso il supplizio della terapia, chilometri di curve e superstrada, fino al terzo piano del reparto di oncologia. Habashy parla solo in arabo. Le cose che ha da dire non sono tantissime, ne ha soprattutto una: sta male da tempo. Per i dolori lancinanti dice di aver chiesto aiuto più e più volte, ma è rimasto inascoltato. Il sistema carcerario è sempre più sordo alle richieste d’aiuto dei suoi detenuti, ma com’è possibile che in quasi quattro anni nessuno lo abbia ascoltato? Con questa domanda in tasca, l’europarlamentare di Avs Mimmo Lucano il 7 marzo andrà al carcere di Reggio Calabria per «capire come è stato possibile ignorare le richieste di aiuto di Habashy per così tanto tempo e sapere se ci sono altri detenuti nelle sue condizioni».

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lunedì 10 marzo 2025

Antoine è morto. Morto per un maledetto timbro


Antoine era uno degli anziani del ghetto di Torretta Antonacci ed è morto anche per colpa di un timbro, un maledetto timbro di rinnovo su quel maledetto permesso di soggiorno illimitato che da oltre venti anni lo aveva affrancato dalla condizione di irregolarità.

di USB Braccianti Foggia – Associazione Terra e Libertà

Antoine e morto.

La comunità di Torretta Antonacci e a lutto per la sua morte. Una morte ingiusta, irragionevole, folle. E’ morto nell’insediamento informale dei braccianti, strangolato dalle leggi razziste e dalla cieca burocrazia, una vita e una morte simbolo della discriminazione razziale, delle vessazioni istituzionali che alla fine, dopo anni di sacrifici e di duro lavoro in Italia, l’hanno stroncato.

Antoine era uno degli anziani del ghetto, sempre disponibile e sorridente, malgrado gli acciacchi di una vita trascorsa in fabbrica a Treviso dove ai primi segnali di crisi l’hanno licenziato, di fatto rimandato indietro nelle campagne del foggiano, da dove venti anni prima si era riuscito ad affrancare.

Antoine e morto non solo per quella baracca gelida di inverno e bollente d’estate, non solo per una ambulanza che ci ha impiegato 40 minuti per arrivare a Torretta, non solo per la mancanza di un defibrillatore nella vicina foresteria.

Antoine e morto anche per colpa di un timbro, un maledetto timbro di rinnovo su quel maledetto permesso di soggiorno illimitato che da oltre venti anni lo aveva affrancato dalla condizione di irregolarità. Tuttavia per fare il rinnovo aveva bisogno di un qualsiasi documento di attestazione di identità: ma per fare la carta di identità aveva bisogno di un permesso in corso di validità.

Un cane che si morde la coda.

Antoine a maggio chiede l’iscrizione anagrafica al comune di San Severo in quanto abitante di Torretta Antonacci ma il comune l’ha negata per quel maledetto timbro sul permesso di soggiorno, e senza quella maledetta iscrizione anagrafica non ha mai potuto avere un medico di base qui a Foggia che potesse seguire e controllare i suoi acciacchi inevitabili dopo 40 anni che si e spaccato la schiena tra i campi e le catene di montaggio, fiumi di sudore con i quali si sono arricchiti vecchi e nuovi padroni.

Come se non bastasse, dopo oltre un anno di contenzioso, finalmente l’INPS gli aveva riconosciuto la pensione sociale, era felicissimo, ora a 70 anni avrebbe potuto finalmente smettere di lavorare dall’alba al tramonto nei campi, ma alle poste non gli hanno permesso il ritiro della prima mensilità perché non aveva la carta di identità.

Non ha fatto in tempo a prendere la sua prima pensione.

Ed e morto così, povero e abbandonato da tutte le istituzioni, ma anche da morto e ancora lì – da ormai quasi una settimana – nell’obitorio, in attesa di una tumulazione e della colletta che i braccianti di Torretta stanno faticosamente portando avanti per seppellirlo qui nel foggiano, come richiesto dalla sorella, unica familiare ancora in vita, “perché questa era la sua seconda casa”.

Ricordatevi quando i politici sbraitano e vomitano in televisione razzismo e pugno duro contro i migranti, ricordatevi della vita e della morte di Antoine.

A noi piace ricordarlo con questa foto, dove si rimboccava le maniche da volontario poche settimane fa, insieme agli altri attivisti e delegati sindacali, per cercare faticosamente di ridare un minimo di dignità a quella baraccopoli segnata dal degrado e dall’abbandono istituzionale.

Questa morte ingiusta grida vendetta.

Pretendiamo che non passi in silenzio e pretendiamo l’attenzione di tutte quelle istituzioni che sono rimaste sorde e cieche dinanzi ad una vita uccisa dalla burocrazia.

Il sindaco e il comune di San Severo devono con urgenza farsi carico della tumulazione di Antoine, perche Torretta Antonacci fa parte del comune di San Severo, della provincia di Foggia, della Regione Puglia, dello stato italiano, dell’Unione Europea e non e un mondo a parte.

Allo stesso modo l’ASL di Foggia deve farsi carico di un presidio sanitario fisso presso la Foresteria di Torretta Antonacci, che possa intervenire con tempestività in caso di urgenza perché le duemila persone che vivono in quell’insediamento vivono nel comune di San Severo, in provincia di Foggia, nella Regione Puglia, nello stato Italiano, nell’Unione Europea e non in un mondo a parte.

Per parte nostra continueremo la lotta per la dignità e i diritti dei lavoratori, perché non si può morire per la mancanza di un maledetto timbro.

Per Antoine.


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