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martedì 12 ottobre 2021

La terra ribolle - Alberto Castagnola

  

L’ondata di caldo ha colpito con violenza la parte ovest degli Stati Uniti e del Canada alla fine del mese di giugno, coinvolgendo in particolare le città di Seattle, Vancouver e Portland, che nel loro insieme contano più di nove milioni di abitanti.

In particolare, nell’ovest del Canada sono morte decine di persone  per temperature che hanno raggiunto i 49,5 gradi, il livello più alto da quando sono iniziate le rilevazioni. Una temperatura record di 49,6 gradi è stata raggiunta in Canada nella cittadina di Lytton, che poco dopo è stata praticamente distrutta da un incendio. La temperatura più alta in quel paese non aveva mai superato i 45 gradi. 

Anche in Siberia, a Verchojansk,  sono state registrate temperature superiori ai 47 gradi, che potrebbero anche accelerare lo scioglimento del permafrost, con conseguenti aumenti nelle emissioni di gas serra. In India l’ondata di caldo ha interessato decine di milioni di persone, superando i 40 gradi, mentre a New Delhi, con 43,1 gradi, si sono registrate le temperature più alte dal 2012. Il mese di giugno è stato il più caldo mai registrato in Nord America, in Finlandia e  in alcune zone della Svezia.

Ancora più preocupanti – se possibile – alcune previsioni circolate di recente in sedi internazionali molto autorevoli. L’Agenzia internazionale dell’Energia ha affermato che le emissioni globali di anidride carbonica raggiungeranno nel 2023 livelli record, che tenderanno ad aumentare negli anni successivi, a causa delle misure assolutamente insufficienti finora adottate. Secondo una bozza di rapporto dell’IPCC  che dovrebbe essere pubblicato nel 2022 (reperita dall’agenzia di stampa francese AFP), la crisi climatica in corso avrà un impatto devastante sulla Terra già fra trent’anni, in quanto la temperatura media globale, ha già superato gli 1,1 gradi e si va  verso un aumento di tre gradi entro la fine del secolo (molto al di là quindi degli obiettivi di 2 o 1,5 gradi di cui finora si è discusso in base all’Accordo di Parigi).

Ci potrebbero essere conseguenze irreversibili, tra cui lo scioglimento dei ghiacciai in Groenlandia e nell’Antartide occidentale e la trasformazione in savana di parte della foresta amazzonica. Inoltre 350 milioni di persone in più sarebbero colpite dalla siccità e ancora di più soffrirebbero per le ondate di calore.

Nel mese successivo, le regioni più colpite dal calore globale soffrono per incendi dalle caratteristiche ancora non sperimentate, In California, dopo oltre trenta giorni, il fuoco, il più lungo della storia recente,  ha distrutto  duemila chilometri quadrati di territorio, quasi mille edifici e costretto alla fuga 12mila persone, creando quasi un “proprio clima” e stimolando la nascita di una nuova branca di scienza, la “meteorologia degli incendi”. Verso la fine di questo periodo, un ciclone con venti superiori ai 240 chilometri orari, percorre la Louisiana. Ida, così viene denominato, è stato uno di più potenti dal 1850, fortunatamente si limita a far restare senza elettricità un milione di persone e a mettere  a dura prova il sistema dei soccorsi.

In Russia, nella Yakutsia, in Siberia, un territori vasto come la metà della Grecia, è devastato dagli incendi. In Grecia, una serie di 400 incendi ha investito  le foreste intorno ad Atene, l’isola di Evia, quel che resta di Olimpia, la temperatura,  dai 45 gradi dell’inizio è poi scesa a 35. In Italia, la serie di incendi è iniziata i primi giorni del mese in Sicilia per poi percorrere il resto del paese prima e dopo l’ondata di calore  di metà mese.

Eventi meteo eccezionali oppure disastri conseguenti ai cambiamenti del clima in accelerazione?

Forse non è questa la sede per provare a rispondere a una domanda così impegnativa, però non possiamo evitare di cominciare a stabilire qualche connessione di causa-  effetto tra fenomeni considerati finora molto lontani tra loro. Iniziamo dalla cupola  di calore che all’inizio di luglio ha investito il Canada in un territorio caratterizzato in genere di questa stagione da un clima temperato e piovoso: temperature record, incendi, fulmini, e centinaia di vittime hanno travolto la Columbia britannica, una provincia occidentale dove in una settimana si sono registrate 719 vittime (il triplo del normale) e 710 mila fulmini, oltre a 136 incendi; la  temperatura, che si aggirava di solito intorno ai 30 gradi, ha raggiunto il livello record di 49,6 gradi centigradi.  

Negli stessi giorni la “cupola di calore” investe l’ovest degli Stati Uniti, dall’Oregon a Seattle, causando oltre 200 morti, e nella Valle della Morte la temperatura registra 56 gradi centigradi.

Le cause immediate si possono solo descrivere: un fronte di aria calda proveniente dal Pacifico  ha viaggiato verso l’est e poi verso nord, è rimasta bloccata e la “cupola bollente” è stata alimentata dal calore proveniente dalle superfici. Ma le dimensioni assolutamente inusuali e finora imprevedibili dipendono dal riscaldamento complessivo delle terre e dei mari, ancora non abbastanza studiati, ma le cui cause di fondo sono da ricercare nelle emissioni di gas serra e nell’inquinamento dell’aria.

Un meteorologo si dichiara “interdetto” davanti ad aumenti di dieci gradi rispetto ai valori massimi raggiunti negli ultimi 100 anni e di almeno 20 gradi rispetto alle medie e alle rilevazioni meteorologiche.

In effetti ci sono una serie di indicatori che documentano un riscaldamento globale  in fase di accelerazione e quindi  un Pianeta che trattiene sempre più calore e per periodi più lunghi, con conseguenze negative per un numero crescente di paesi un tempo con clima moderato. (cfr. F. Grazzini, a pag. 3 de Il Manifesto del 3 luglio 2021).

Quasi contemporaneamente, in Germania, a metà luglio un nubifragio improvviso e davastante ha colpito la Renania-Palatinato e il Nord Reno -Westfalia,  causando oltre 160 morti, distruggendo centinaia di abitazioni, alluvionando intere regioni. Due dighe sono a rischio, canali e tubature sono scomparsi, oltre 1000 i dispersi,  migliaia gli sfollati. Situazioni gravi sono state segnalate in Olanda e in Austria, nonchè lungo il Danubio.

E’ presto per conoscere le origini più lontane di questi eventi, ma la rapidità con la quale si sono prodotti e la forza delle acque e dei venti sono talmente fuori dalle logiche di tipo meteorologico da far sospettare collegamenti a scala planetaria con le modifiche del clima globale in corso.

In Italia, a fine luglio, Sicilia e Sardegna hanno fatto registrare caldo intenso e numerosi incendi, in particolare a Catania e nell’Oristanese. Alla fine della prima settimana erano stati registrati 34 roghi.

Poi gli incendi divampano a sud di Pescara, con centinaia di evacuati. Poi molta pioggia in provincia di Come, esondano  il lago e il fiume Varrone. Il 7 agosto i roghi devastano l’Aspromonte, in Calabria, con morti ed evacuati e viene lanciata l’allerta massima per il caldo, sono previsti anche 49 gradi in almeno dieci grandi città.

Alcuni giornali mettono in evidenza il fatto che la situazione attuale era stata prevista già nel 2004 e che i modelli utilizzati sono stati continuamente resi più precisi. Il 12 agosto a Floridia, in provincia di Siracusa viene registrata una temperatura record per l’Europa. 48,8 gradi centigradi e  nel resto del  paese si prevedono le giornate più torride, accompagnate da un alto livello di umidità. A Ferragsto erano le città maggiormente colpite. Due studi (Ispra e Coldiretti) sottolineano il fatto che nell’anno corrente gli eventi estremi in Italia sono aumentati del 56% e che ormai il 91, 3% dei Comuni è a rischio idrogeologico.

E’ molto difficile pensare di essere di fronte a pure coincidenze, ma forse è necessario essere molto più realisti e previdenti ed elaborare in tempi stretti interventi diretti a ridurre le conseguenze della crisi climatica (oltretutto molto costose in termini di soccorsi, ricostruzioni e riparazioni dei servizi essenziali, oltre che di vittime), senza dimenticare, naturalmente, i ruoli internazionali che si possono svolgere nelle sedi già impegnate in azioni concrete.

 

Meccanismi economici di danno ambientale

La tutela della salute nel periodo della pandemia ha ovviamente avuto la priorità sulle preoccupazioni per l’ambiente, ma ora sembra giunto il momento delle prime valutazioni sul cosiddetto “plasticidio”, cioè l’ontenso utilizzo di prodotti in plastica (mascherine, tute, guanti, ecc. ) con il relativo inquinamento a causa dell’usa e getta indiscriminato. Un  tentativo di analisi molto organico lo ha realizzato M. Correggia per l’Extraterrestre del luglio scorso, dal quale traiamo alcuni dati che evidenziano la portata del fenomeno.

Per le mascherine monouso (dalla produzione all’utilizzo) è  stata calcolata una emissione di 580 grammi di gas serra in CO2 equivalente, mentre secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente l’aumento della produzione di mascherine nei paesi membri ha generato emissioni da 14 a 33,5 tonnellate di anidride carbonica equivalente per ogni tonnellata di prodotto.

A livello mondiale sembra siano state utilizzate 129 miliardi di mascherine e 65 miliardi di paia di guanti ogni mese. In pratica il danno ambientale è delle stesse dimensioni  di quello creato dalle bottiglie di plastica (43 miliardi al mese), sul quale l’UE non intende intervenire prima del 2O29. Sembra invece manchino i dati relativi a tutti i flaconi di disinfettanti e di gel utilizzati, che andrebbero distrutti come gli altri prodotti in plastica.

Un altro prodotto che sfugge ancora alle misure di sicurezza sono i “concimi” industriali che vengono sparsi in grandi quantità sui terreni coltivati. La pratica di  utilizzare i fanghi che derivano dal trattamento delle acque civili e industriali è molto diffusa perchè vengono considerati dei fertilizzanti, ma non cè nessun controllo sulle sostenze tossiche che potrebbero contenere e che potrebbero avvelenare i terreni o essere presenti nei frutti delle coltivazioni.

Nell’articolo dell’ExtraTerrestre viene citata l’ordinanza del Gip di Brescia: “Nei campioni usciti dall’azienda e che sono stati sparsi sui terreni, le sostanze inquinanti (fluoruri, solfati, cloruri, nichel, rame, selenio, arsenico, idrocarburi, zinco, fenoli) erano decine se non centinaia di volte superiori ai parametri di legge”. E’ evidente che si tratta di un problema di gravità estrema, che dovrebbe essere affrontato con urgenza.

 Un terzo meccanismo economico di grande rilievo ambientale è costituito dal prezzo sempre più elevato dei cibi biologici rispetto a quelli spesso prodotti da allevamenti intensivi altamente inquinanti.

Ne consegue che una alimentazione più sana è di fatto accessibile solo a famiglie a reddito più alto, mentre il mercato continua ad essere invaso da prodotti che sono il risultato di vari inquinamenti, dannosi per i terreni, il bestiame e gli esseri umani.

Sarebbe ovviamente necessario ribaltare molte componenti di questo mercato, però nel frattempo sarebbe utile aumentare il grado di conoscenza dei limiti di certe produzioni (ad esempio della carne) e suggerire una strategia di acquisto più cosciente dei danni meno apparenti.

Un quarto meccanismo economico spesso sconosciuto è quello della trasmissione dei dati via cavi sottomarini, che invece negli ultimi anni ha assunto dimensioni e grado di complessità sempre più pericolosi per diversi settori della convivenza tra paesi.

Impossibile sintetizzare il prezioso saggio apparso sul Le Monde Diplomatique di luglio-agosto, due pagine intere fitte di informazioni e valutazioni, ma alcune notizie essenziali meritano di non essere trascurate nelle analisi economiche e politiche. In primo luogo, è da notare che il 99% delle comunicazioni elettroniche intercontinentali utilizza il sistema dei cavi sottomarini. Anche per questo motivo, i servizi segreti dei maggiori Stati si inseriscono continuamente nel flusso dei dati per intercettare o bloccare funzioni essenziali.

Anche la Cina (ma pure la Tailandia e Singapore) ha aumentato di molto i suoi investimenti nel settore a partire dal 2010 e imprese cinesi negli ultimi anni sono presenti nel 20% delle costruzioni di cavi, in particolare in aree strategiche come il canale del Nicaragua o il collegamento tra Francia e Asia.

Ma già nel 2018 sono state esercitate pressioni sull’Australia per non far partecipare l’impresa cinese Huawei alla realizzazione del cavo tra tra Sidney e le Isole Salomone, mentre una impresa cinese ha investito in un cavo tra il Camerun e il Brasile in cambio di un accesso alle zone di pesca.

Tra le imprese molto presenti nel settore dei cavi marittimi è opportuno ricordare le cinque multinazionali delle comunicazioni, Google (7%), Apple, Facebook, Amazon (31%), Microsoft (20%), chiamate anche GAFAM: le cifre tra parentesi indicano il loro controllo del mercato

Ad esempio, Google sta posando Equiano, un cavo lungo 6600 chilometri lungo la costa occidentale dell’Africa; Facebook sta realizzando il cavo più lungo del mondo, 37.000 chilometri intorno al continente africano. In sintesi il conflitto è tra Cina e Stati Uniti, con l’Europa che sembra aver perso questo treno.

Infine, le “nuove” materie prime, come ad esempio le “terre rare”, sono ormai oggetto di analisi più approfondite e critiche, che senza ridimensionare il loro ruolo in un mondo di energie fossili in fase calante, evidenziano i problemi che si pongono quando il loro utilizzo diventerà molto attraente per il sistema economico ancora dominante.

In altre parole, quali imprese e quali Stati cercheranno di monopolizzare i nuovi mercati e di imporre prezzi crescenti, ignorando ancora una volta le esigenze urgenti del pianeta? Prima alcune informazioni essenziali.  coltan, cobalto, grafite, litio, neodimio, niobio, ecc.

Diventano sempre più importanti perchè essenziali per le industrie informatiche e mediche (dai telefonini alle tecnologie diagnostiche più informate) e per quelle meccaniche (batterie pulite per auto elettriche, turbine eoliche, sottomarini, ecc.). L’importanza delle 17 terre rare è emersa dal 2010, quando la Cina che possiede il 93%  dei giacimenti e che dispone degli impianti per la loro lavorazione che finora sono stati spesso utilizzati anche da altri paesi produttori dei minerali greggi, ha improvvisamente chiuso le sue frontiere a causa dei conflitti scoppiati con il Giappone a causa della sovranità sulle isole Diaoyu e Senkaku.

Inoltre già ora i tre quarti delle batterie al litio sono prodotte in Cina, mentre finora gli Stati Uniti importano dalla Cina l’80% delle terre rare che utilizzano. Oggi però in California e nel mondo si è scatenata la guerra per produrre le auto elettriche e quindi servono in tempi brevi grandi quantitativi di litio, anche dieci volte superiori a quelli attuali.

Oggi il maggiore produttore è l’Australia, seguita da Cile, Cina e Argentina. I maggiore giacimenti di litio si trovano in Cile, in laghi salati nella zona di Uyuni, a quattromila metri di altezza. Gli Stati Uniti hanno già elaborato delle licenze per l’estrazione di litio in sei stati americani, ma devono fronteggiate l’opposizione delle tribù di nativi americani che temono le conseguenze nefaste delle miniere (scavi fino a 100metri di profondità, milioni di tonnellate di materiali di riporto, l’utilizzo ogni giorno di milioni di ettolitri di acqua mista a sostanze come l’acido solforico, che potrebbe avvelenare le falde acquifere per trecento anni). 

Questi esempi sono sufficienti per capire che ci trova di fronte ad una ennesima contraddizione: le auto elettriche  e in generale l’energia pulita, sono essenziali per non aggravare l’inquinamento generato dall’uso dei combustibili  fossili, petrolio, carbone e gas in particolare, ma l’estrazione di materiali essenziali come il litio, spinta da multinazionali e industrie che non si pongono alcun limite, può causare nuovi danni ambientale di grandi dimensioni, specie in aree densamente abitate.

Le alternative ci sarebbero, ma richiederebbero una coscienza ambientalista molto raffinata e modifiche strutturale del sistema economico dominante, che nessuno Stato ancora oggi  intende sostenere o imporre.

da qui

mercoledì 18 agosto 2021

Cibi giusti per non superare i limiti del pianeta - Marinella Correggia

  

Davanti all’allarme dell’Overshoot Day 2021 [ieri, 29 luglio, ndr] è impossibile ignorare il ruolo del cibo (al centro del pre-Vertice sui sistemi alimentari svoltosi a Roma), i cui modelli di produzione e consumo sono pesantemente coinvolti nel superamento dei nove «limiti planetari» individuati dallo Stockholm Resilience Centre.

Come ha spiegato lo scienziato Johan Rockström nella tre giorni Onu, «il rischio di destabilizzazione dell’intero pianeta è fortissimo. Quattro limiti sono già stati oltrepassati e il sistema del cibo è parte in causa. Pensiamo al riscaldamento del clima, alla perdita di biodiversità, alla deforestazione, a un eccessivo uso di nutrienti che inquinano l’acqua. Se ci proponessimo di tornare nei limiti planetari con l’attuale assetto, potremmo nutrire solo 3,5 miliardi di persone».

Strategie

Nell’ambito delle strategie globali e locali per la rivoluzione dei sistemi alimentari urge renderli attraenti per i giovani, come sottolinea il recentissimo rapporto «Promuovere l’impegno e l’occupazione dei giovani nell’agricoltura e nei sistemi alimentari» commissionato dall’Onu e realizzato da scienziati consulenti della Fao. I giovani partecipano sia ai processi preparatori nazionali del Vertice sui sistemi alimentari (New York, settembre 2021), sia al percorso critico dei movimenti sociali e contadini che hanno organizzato nei giorni scorsi una contro mobilitazione planetaria virtuale.

Campagne che attirano nuove braccia e menti? Dipende non solo dal reddito ma, ad esempio, dall’investimento nella ricerca e sviluppo di attrezzature e macchinari a energie rinnovabili, in grado di risparmiare fatica, razionalizzare le operazioni, ridurre il consumo di materie prime, incorporare la trasformazione. Tecnologie appropriate, adatte anche ad aree impoverite ma non ghettizzanti.

Il presidente del Burkina Faso Thomas Sankara insistette molto, negli anni ’80, sull’essiccazione solare, per non sprecare i frutti che maturavano tutti insieme. Sul lato del fresco, Yuma è il più economico ed ecologico sistema per la piccola refrigerazione: scatola capiente che funziona senza elettricità, è l’evoluzione del tradizionale «frigo africano». Il progetto Innovation Accelerator del Programma alimentare mondiale esplora la possibilità di rendere accessibile la soluzione idroponica (senza suolo) nelle comunità vulnerabili.


Cibi giusti

Quanto ai cibi giusti, il 2023 sarà l’anno internazionale del miglio, con il sorgo e alcuni legumi protagonista del progetto Smart Food dell’Icrisat (Istituto di ricerca per i tropici semiaridi): colture tradizionali in Africa e India, ricche in micronutrienti e spartane quanto a necessità idriche. Spesso neglette anche per un fatto di moda, a favore del mais e del riso.

La Safe Seaweed Coalition è un’alleanza internazionale che promuove le grandi potenzialità nutritive delle piante acquatiche e delle alghe: i vegetali del mare e non solo. Il settore cresce, ma non necessariamente a beneficio dei piccoli produttori/raccoglitori, spesso donne.


Proteine vegetali

Sul lato dei vegetali di terra, nei giorni scorsi la Lav ha chiesto al governo italiano di «orientare produzione e consumi verso le proteine vegetali. E non sovvenzionare più il sistema zootecnico. Si prevede un aumento di oltre il 50% della domanda globale di carne entro il 2050 rispetto al 2012»: insostenibile.

Ma attenzione. Sul mercato che conta, le tradizionali proteine dalle piante – non appetibili per i colossi e magari non gradite ai palati habitués di grigliate e fast-food – sono quasi surclassate da due nuovi business. Le imitazioni «realistiche» della carne (stile Impossible Meat) a base di legumi, grassi vari, ortaggi e additivi; e la discutibile «carne coltivata» in vitro. Pronta a sbarcare anche in Africa.

Fonte: il manifesto, 30 luglio 2021


da qui

mercoledì 11 marzo 2020

Tutelare la biodiversità: è tutta salute - Marinella Correggia



Uno degli effetti del Covid-19, il virus causa di un’epidemia di influenza e di panico accompagnata da misure inusitate, è stato il divieto da parte del governo cinese di vietare il consumo di animali selvatici. Si cerca di archiviare il «sapore selvaggio» amato da una parte dei cinesi (una minoranza); e la biodiversità non potrà che giovarsene visto che, ne è convinta la Fondazione China Biodiversity Conservation and Green Development, stavolta l’interdizione dovrebbe rimanere: «Il coronavirus ha dato una lezione ambientale a tutta la Cina, sull’importanza di proteggere gli animali selvatici, per la salute».

Nella comparsa di nuovi virus, l’arroganza (motivata o no dal bisogno) delle attività umane nei confronti degli ecosistemi e della biodiversità c’entra molto: l’invasione di nicchie ecologiche altera i sistemi di relazione fra le specie e si somma agli squilibri climatici. Anche Aids, Ebola, influenza aviaria, Sars, Mers, epidemie che hanno colpito la specie umana negli ultimi decenni, sono dovute al salto di specie (1).

A livello internazionale, sono centinaia le specie minacciate dall’esplosivo consumo della cosiddetta bush meat (carne di boscaglia), anche in versione marina (mammiferi acquatici come balene, lamantini, delfini, tartarughe, uccelli), e spesso a danno di specie protette, inserite nella Lista rossa dell’Iucn (Unione internazionale per la conservazione della natura). Sostenibilità e regolamentazione per questo settore sono state chieste nel corso della conferenza, tenutasi nel febbraio 2020 a Gandhinagar in India, della Convenzione internazionale per la conservazione delle specie migratorie e della fauna selvatica.

Ma gli incontri ravvicinati con la fauna selvatica sono solo uno degli aspetti che caratterizzano il rapporto complesso fra gli esseri umani, gli ecosistemi naturali e la biodiversità che li popola. Per coincidenza, proprio la Cina dovrebbe ospitare nel prossimo ottobre a Kunming la Cop 15 (Conferenza delle parti) sulla diversità biologica ovvero la riunione dei paesi firmatari della relativa Convenzione Onu (Cbd, approvata a Rio de Janeiro nel 1992 ed entrata in vigore nel dicembre 1993). La conclusione del Decennio Onu per la biodiversità, in questo 2020, coincide con l’avvio dei negoziati per sviluppare una Strategia per la conservazione della biodiversità post-2020, giuridicamente vincolante in termini di verifica e di applicazione. Il successo di questa strategia è vitale anche per il raggiungimento dei 17 Obiettivi Onu per lo sviluppo sostenibile e per il controllo della crisi climatica sulla base dell’Accordo di Parigi del 2015.

Il piano strategico precedente relativo alla biodiversità ha coperto il periodo 2011-2020, cercando di applicare i 20 obiettivi detti Aichi Bioversity Targets (2) mirati ad arrestare la perdita di biodiversità e garantire ecosistemi resilienti entro il 2020. Gli obiettivi di Aichi parlavano di visione: «Per il 2050, la diversità biologica viene valorizzata, preservata, usata in modo sostenibile e razionale, mantenendo i servizi ecosistemici, per un pianeta sano a beneficio di tutti». Del resto gli ecosistemi e le specie che li popolano sono l’albero della vita, per gli umani.

Ma nel decennio, i progressi sono stati molto parziali; anzi per certi versi si è registrato un arretramento: si continua a segare il ramo sul quale siamo seduti. È vero che l’obiettivo è arduo. Nel 2019, il Global Assessment Report on Biodiversity and Ecosystem Services (3) dell’Intergovernmental Platform on Biodiversity and Ecosystem Services (Ipbes), la massima autorità scientifica in materia di biodiversità, ha ricordato che la natura viene distrutta a un ritmo da cento a mille volte più veloce della media degli ultimi 10 milioni di anni, sostanzialmente a causa dell'attività umana. A essere minacciate di estinzione sono un milione di specie animali e vegetali; è deteriorato il 75% degli ambienti terrestri e marini. Sono minacciati oltre il 40% degli anfibi, il 33% dei coralli, un terzo dei mammiferi marini.

Cinque le minacce principali individuate dall’Ipbes: il cambiamento dell’uso dei suoli con distruzione e degrado degli habitat (per esempio la perdita di 100 milioni di foreste dal 1980 al 2000; il sovrasfruttamento delle risorse naturali (si pensi ai prelievi eccessivi di organismi animali e vegetali); i cambiamenti climatici; l’inquinamento (già solo la plastica in mare, è aumentata 10 volte dal 1980); diffusione di specie aliene invasive.

La perdita di biodiversità non è una questione solo naturalistica, attraversa lo sviluppo, l’economia, la sicurezza. L’impatto su diritti umani fondamentali è pesante, come indicava nel 2017 un rapporto dell’Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni unite (4). La biodiversità è necessaria per i servizi ecosistemici che sostengono un ampio raggio di diritti umani fra i quali cibo, salute, acqua, cultura. Ne dipendono praticamente tutti i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (Sdg).

Come si legge nel rapporto della Fao State of the World’s Biodiversity for Food and Agriculture (5), un pugno di specie, 12 vegetali e 14 animali soddisfano il 98% del fabbisogno alimentare mondiale: un’evidente erosione della molteplicità delle forme viventi. La biodiversità del suolo, poi, conosce un degrado in tutte le regioni del mondo. E dal 1900 si sono persi l’80% delle zone umide interne e il 60% di quelle lungo le coste. Il 33% delle specie ittiche sono stressate dall’eccesso di pesca. Le api, importanti agenti impollinatori, sono decimate. Vale lo stesso per quelle popolazioni di animali - pipistrelli, uccelli e insetti - che contribuiscono a regolare naturalmente gli agenti infestanti. Le foreste globali si sono dimezzate negli ultimi decenni. Parallelamente negli ultimi 8 anni sono scomparse anche 3 milioni di piccole aziende agricole in Europa. La biodiversità è fondamentale per l’agricoltura (Dichiarazione Nyeleni del 2007); si pensi alla questione del mantenimento della diversità genetica e a quella delle sementi conservate dai produttori in una gestione dinamica della biodiversità, in contrapposizione all’uniformità dell’agribusiness.

Perché non sono stati raggiunti gli obiettivi di Aichi? Secondo le organizzazioni ambientaliste che fanno parte della Global Forest Coalition, «per mancanza di trasparenza e anche di meccanismi sanzionatori. E per eccessiva indulgenza rispetto alle esigenze economiche. Ma l’obiettivo centrale della Cbd, pur senza ignorare le interazioni con il resto, è rappresentare in primo luogo gli interessi della biodiversità». Insomma non sono state prese di mira adeguatamente le cause economiche.

I negoziati ora in corso per l’accordo post-2020 partono da una bozza zero discussa in modo partecipato dai governi, dalle organizzazioni internazionali, dalle reti della società civile, dagli esperti e dal settore privato. La bozza prevede cinque obiettivi principali da raggiungere entro il 2050, con traguardi concreti da raggiungere.

Gli obiettivi principali dell’accordo, sui quali si concentra il negoziato, in corso sono: la protezione di un terzo degli oceani e degli ecosistemi terrestri del pianeta entro il 2030 (adesso siamo al 17%); una riduzione significativa (da determinare nel negoziato) del numero di specie a rischio di estinzione e un aumento delle popolazioni delle specie native sopra i livelli che ne garantiscano sicurezza (questo significa anche il controllo del commercio illegale di fauna e flora minacciate di estinzione, un traffico purtroppo fiorente malgrado la Convenzione Cites del 1973, 182 Stati membri); un controllo sulle specie invasive, riducendo di una congrua percentuale il tasso di nuove introduzioni e sradicando o controllando le specie aliene invasive fino a eliminarle o ridurle entro il 2030 dai siti prioritari per la natura; il contenimento dell'inquinamento da rifiuti di plastica e dei fertilizzanti nei suoli (azoto e fosforo) in eccesso del 50%; la realizzazione di interventi e progetti chiamati soluzioni natura o, in gergo tecnico, Nature-based Solutions (nuove foreste, restauro di ecosistemi degradati) in grado di sequestrare carbonio e contribuire per il 30% agli impegni di mitigazione necessari a raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

In parallelo, la bozza zero si pone l’obiettivo di migliorare l’uso delle specie selvatiche a beneficio di milioni di persone, soprattutto le più vulnerabili; rendere più sostenibile l’uso della biodiversità in agricoltura; proteggere gli ecosistemi per aumentare anche la disponibilità di acqua potabile per milioni di persone; assicurare che i benefici relativi all’uso delle risorse genetiche siano equamente condivisi.

Fra gli strumenti per l’applicazione, previsti dalla bozza zero: eliminare i sussidi dannosi per la biodiversità e allo stesso fine riformare gli incentivi pubblici e privati, economici, culturali e normativi; rendere la biodiversità un elemento centrale delle politiche e normative locali e nazionali. I valori della biodiversità devono essere riconosciuti da tutti i settori e la popolazione deve impegnarsi per stili di vita e consumo sostenibili. Le conoscenze e le pratiche dei popoli indigeni e delle comunità locali vanno valorizzate e condivise, naturalmente sulla base del loro consensi.

La bozza zero viene scrutinata in questi mesi anche dalle organizzazioni ambientaliste internazionali, che sulla base dell’esperienza precedente avanzano critiche e proposte. Raccomandano intanto di non fare passi indietro e di non accontentarsi di impegni volontari da parte di paesi e imprese. Attenzione poi a non rendere la biodiversità una faccenda dipendente dal mercato. Suscitano perplessità anche le cosiddette soluzioni naturali alla crisi climatica, quando diventano una scappatoia e un commercio di indulgenze; quando, come ha spiegato Friends of the Earth International, «si distrugge da una parte e si ripristina dall’altra» o si coinvolge la natura in false soluzioni tecnologiche come la Beccs (bioenergia con cattura e stoccaggio del carbonio).

E infine: mai dimenticare che ridurre la disuguaglianza è imperativo perché essa è fra le cause principali della distruzione e del degrado degli ecosistemi.
Il 2020 sarà l’anno del cambiamento?

NOTE

(1) Francesco Bilotta, «Gli squilibri climatici generano nuovi virus», Il manifesto, 27 febbraio 2020

(2) https://www.cbd.int/sp/targets/

(3) https://ipbes.net/global-assessment

(4) https://documents-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/G17/009/97/PDF/G1700997.pdf?OpenElement




venerdì 6 settembre 2019

Amazzonia: “Il bradipo, le fiamme e noi” - Marinella Correggia


E’ fatta di singoli animali in carne ossa e sofferenza la ricca biodiversità nella foresta amazzonica e negli altri polmoni verdi in fiamme. Esseri viventi che a milioni incontrano una morte orribile, chi ardendo fra le lingue di fuoco, chi agonizzando a lungo, chi soffocando per il fumo – a causa del quale gli stessi uccelli spesso non sono in grado di salvarsi volando via.
E’ un bradipo il filo conduttore dell’articolo «El perezoso y la huguera» nel quale l’ambientalista boliviano Pablo Solon, anni fa rappresentante per il suo paese ai negoziati per il clima, denuncia gli interessi economici alla radice di una moderna inquisizione contro la Terra e i suoi abitanti. In Amazzonia i roghi stanno uccidendo alberi e animali, oltre a minacciare gli abitanti umani e il clima.
Il bradipo ha una faccia come sorridente, pelosa. E’ il mammifero più lento al mondo, il contrario dei predatori e infatti vive di foglie, germogli, ramoscelli e frutti. Solitario, sempre appeso agli alberi, longevo; se non viene catturato da un predatore può vivere fino a 30-40 anni. Ma l’incendio non lascia scampo né a lui né agli immobili alberi. Spiega Solon: quando, fra i rami che sono la sua casa, viene svegliato da un tizzone che gli brucia il pelo, gemendo sale piano piano con le sue unghione verso la cima dell’albero. Ma tutto l’orizzonte è in fiamme. Difficile che il bradipo, e la vecchia grande creatura vegetale che lo sostiene, possano resistere fino alla pioggia.
Invano per decenni tanti hanno provato a denunciare il collegamento fra la devastazione della foresta amazzonica e il modello alimentare a forte componente animale tuttora imperante non solo in Europa e Nordamerica. Si chiama «ettaraggio fantasma» questo fenomeno: non avendo abbastanza terre per nutrire gli allevamenti intensivi nostrani, e non producendo abbastanza carne a basso costo per soddisfare le abitudini alimentari della popolazione, l’Europa utilizza colture foraggere e pascoli ricavati nelle foreste d’altri.
Adesso per la prima volta anche il grande pubblico occidentale appare finalmente addolorato per l’immenso rogo, come mai prima. Ma bando all’impotenza: coerenza e efficacia richiedono un cambiamento drastico a livello di palato. E per favorirlo, si imporrebbero scelte politico-economiche: senza l’importazione di mangimi per gli allevamenti intensivi nostrani, e di milioni di polli gonfiati a soia e antibiotici, l’Italia e l’Europa potrebbero permettersi solo un consumo molto limitato di carne e prodotti animali.

venerdì 28 ottobre 2016

Per ogni villaggio una foresta - Marinella Correggia

Forse gli eroi non esistono ma certo questo analfabeta che semina gli alberi somiglia assai all’idea di una persona normale/eccezionale che impegna la sua vita al servizio dell’umanità.


Seminare foreste per fermare l’avanzata del deserto. Hanno il respiro lungo e il passo del maratoneta le suggestioni ispirate da Thomas Sankara, il presidente del Burkina Faso che seppe incendiare l’Africa, ridando senso – nel continente più difficile – a una parola piegata e abusata come “rivoluzione”. Ce lo ricorda, a quasi trent’anni dal suo assassinio, un ricercatore analfabeta che, secondo fonti autorevoli, ha fatto molto per preservare il Sahel, più di tanti prestigiosi gruppi di ricerca internazionali. Negli anni Settanta, da commerciante diventò pioniere nella lotta alla desertificazione «per avere un’attività non fondata sul denaro». Yacouba Sawadogo è l’uomo che semina gli alberi e ha fatto crescere una foresta usando la strategia ecologica e sociale della Rigenerazione naturale assistita dagli agricoltori (Rna), nella quale gli alberi spontanei sono protetti perché trattengono l’umidità nel suolo e aiutano i raccolti. Marinella Correggia lo ha incontrato a Torino


«Per ogni villaggio, una piccola foresta»: uno dei tanti sogni di quell’utopista concreto che si chiamava Thomas Sankara. Ma il 15 ottobre 1987 il presidente del Burkina Faso fu assassinato e finì una rivoluzione che parlava al mondo partendo dai contadini saheliani tormentati dalla miseria e dall’avanzare del deserto. In soli 4 anni di governo – prima della restaurazione del golpista Blaise Compaoré -, i burkinabè non riuscirono a rinverdire il Sahel. Ma in tutti questi decenni, qualcuno ha portato avanti il lavoro sul campo. Seminare foreste tornerà ad essere una priorità nazionale dopo la sollevazione popolare dell’autunno 2014 che ha cacciato Compaoré e malgrado le tante contraddizioni del nuovo governo? Yacouba Sawadogo non lo sa. Ma continua a lavorare.
Chi si reca al villaggio di Gourga, deve cercare Sawadogo nel grande bosco che si estende per ettari ed ettari, ricco di acacie, pruni, datteri del deserto, leiocarpus, gomma arabica, moringa; per gli uccelli e gli altri animali selvatici, piccoli punti di acqua sparsi qui e là. Una foresta dove decenni fa non c’era nemmeno un arbusto.
Niente piantumazioni monovarietali, costose e che spesso muoiono in quell’ambiente ingrato. Lui, Yacouba, gli alberi non li pianta: li semina. Pratica la strategia ecologica e sociale della Rigenerazione naturale assistita dagli agricoltori (Rna), nella quale gli alberi spontanei sono protetti perché trattengono l’umidità nel suolo e aiutano i raccolti. Tecniche simili di coltivazione e riforestazione naturale sono portate avanti, fra gli altri, dai Groupements Naam, un’associazione di gruppi di villaggio assai diffusa in Burkina Faso.

Sawadogo ha raccontato la sua storia giorni fa a Torino e Cumiana, partecipando all’incontro internazionale «Terra madre». Ci ha spiegato che negli anni Settanta, anni di totale siccità, mentre i contadini fuggivano dalle campagne assetate, egli come un folle fece il cammino opposto. Da commerciante diventò pioniere della lotta contro il deserto, «per avere un’attività non fondata sul denaro». A Gourga allora si faceva la fame. Yacouba, da buon innovatore delle buone tradizioni, reintrodusse lo zai, un’antica tecnica tipica delle aree del nord, a più bassa pluviometria: nella stagione secca si scavano buchi regolari nei campi, per trattenere l’acqua nella successiva stagione delle piogge.
La novità ideata da Sawadogo consisteva nello scavare buche più grandi, e nel deporvi compost e letame e anche le termiti, che aiutano a smuovere il terreno. Poi si seminano cereali e specie arboree. Così, sotto le mani di Sawadogo e dei contadini affamati di Gourga ai quali offriva cibo in cambio di lavoro, migliorarono i raccolti (fino a 1,5 tonnellate di miglio per ettaro anziché 500 kg) e crebbe la foresta. Dapprima lo credono folle, i capiclan cercano di boicottarlo perché sono abituati ad assegnare in tutta discrezionalità le terre – in Burkina sono dello Stato. A un certo punto la foresta è stata minacciata perfino da un progetto di espansione immobiliare della vicina Ouahigouya, poi per fortuna fermato. Ma lui ha resistito, fedele al principio che «il valore di una persona si misura con il tempo che ci mette a desistere». Tuttora distribuisce semi e dispensa consigli e corsi di formazione a chi glieli chiede.

Migliaia di famiglie negli anni grami sono sopravvissute grazie alle sue tecniche: «Se riesce a produrre cibo a sufficienza, il paese si salverà», dice. Per Chris Reji, esperto internazionale della Rna, «Yacouba, ricercatore analfabeta, ha avuto più impatto sulla preservazione del Sahel di tanti gruppi di ricerca internazionali e nazionali». Una ricerca della Fao stima che con l’equivalente di poche decine di euro si potrebbero rimborsare le ore di lavoro e le risorse necessarie ai contadini per rigenerare un ettaro di Sahel. Ma questo sostegno, una vera restituzione internazionale a chi è vittima anche dell’ingiustizia climatica, langue. Così la tecnica dello zai continua ad avere un risvolto duro: fatica nella polvere, con le pesanti zappe in mano e il sole che batte. In mezza giornata, otto persone valide possono scavare mille zai, ma piccoli. Poi agli zai vanno associate le dighette antierosive formate da cordoni di pietra – da trasportare a mano o con la carriola. Tanta fatica, tanto tempo significano anche una diffusione inferiore a quella che sarebbe necessaria. Gli stessi Naam non hanno quasi trattori e nemmeno zappe ergonomiche.
Lo Zai può anche essere praticato con un attrezzo trainato dagli animali. E qui si apre un altro capitolo: gli asini burkinabè – da sempre compagni dello sforzo umano – sono stati decimati per anni, carne e pelli esportati verso l’Asia. Nello scorso agosto, anche grazie a una piccola campagna di pressione, il Burkina seguendo il Senegal ha introdotto una legge per la loro protezione. Ma questa è un’altra storia.

mercoledì 21 novembre 2012

Vertice sull'ultimo dei problemi – Marinella Correggia


Lunedì le Nazioni unite hanno celebrato la «Giornata mondiale del gabinetto», World Toilet Day. Può sembrare strano, ai cittadini del Nord globale del mondo (il Nord geografico e quello sociale): per loro è l'ultimo dei problemi, o meglio: non è affatto un problema, salvo estemporanei guai d'ordine idraulico (o la sporcizia delle ritirate sui treni). Ma per 2,7 miliardi di persone nelle aree impoverite, è il problema in un certo senso «finale»: quello iniziale essendo la disponibilità di cibo e acqua per i bisogni essenziali. 
Molti non sanno che l'accesso a servizi igienici appropriati è stato dichiarato un diritto umano di base dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 28 luglio 2010. Ma oltre un terzo della popolazione mondiale non gode di questo accesso. E un miliardo e mezzo è ancora costretto a defecare all'aperto. Eppure l'accesso a una decente sanitation non solo gioca un ruolo importante nella lotta contro la mortalità infantile da infezioni (ogni anno 1,5 milioni di piccoli al di sotto dei cinque anni muoiono tuttora di diarrea, che è la seconda causa di morte per quella fascia di età) ed è inoltre un fatto di dignità, riduzione del disagio di vivere. Perfino di parità di genere. Secondo uno studio dell'Onu Plan India, oltre il 20 per cento delle bambine si ritira da scuola non appena raggiunta la pubertà proprio per il disagio di non avere a disposizione toilette adatte. 
Così la giornata mondiale delle toilette è stata un'occasione per affrontare un tema poco glamour anche in modo creativo in giro per il mondo…

domenica 14 ottobre 2012

ricordo di Thomas Sankara - Marinella Correggia


Ecologia, femminismo, fame e povertà zero, cultura, altermondialismo, il credito e non il debito dell'Africa. A 25 anni dall'assassinio di Thomas Sankara, la rivoluzione del giovane presidente del Burkina Faso è ancora più che attuale «Lo supplicavo di proteggersi la vita, gli dicevo che un eroe morto non serve a niente. Adesso però penso che un eroe morto serva da riferimento». Così il giornalista malgascio Sennen Andriamirado, nella biografia postuma Il s'appelait Sankara sottolineava il lascito di quel Che Guevara africano diventato nel 1983 presidente rivoluzionario del poverissimo Alto Volta, rinominato Burkina Faso ovvero «paese degli integri». Una vicenda luminosa e breve come un lampo. Sankara fu ucciso a soli 38 anni in un colpo di stato cruento. Interessi interni di risicati ceti privilegiati saldati a quelli di poteri regionali e internazionali ebbero la meglio su un'esperienza scomoda e potenzialmente contagiosa, ma al tempo stesso ancora solitaria, perciò debole. Era il 15 ottobre 1987: venti anni e una settimana dopo l'assassinio del Che. Come una parola d'ordine Quattro anni sono troppo pochi perché una rivoluzione sopravviva alla scomparsa violenta della sua guida, soprattutto se di tutta la testa superiore agli altri politici. E tuttavia Sankara, eroe senza corona e senza privilegi, rimane un mot de passe , una specie di parola d'ordine. Un richiamo a ideale e pratiche locali e internazionali adatti al futuro. «Se ci fosse ancora Sankara», si intitolò un convegno a Torino, nel 2007. Non c'è angolo che la rivoluzione burkinabè al tempo di Sankara non abbia esplorato: «Vogliamo essere gli eredi di tutte le rivoluzioni del mondo». Una sfida enorme, in quel «concentrato di tutte le disgrazie del mondo» (aspettativa di vita di 40 anni, 98% di analfabetismo, poca acqua, tanta fatica) nel quale però «donne, bambini e uomini hanno deciso di prendere in mano il proprio destino« (dal discorso all'Assemblea dell'Onu nel 1984, v. Thomas Sankara, i discorsi e le idee , edizioni Sankara). Ma ecco un popolo, fatto al 90% di contadini e donne oppresse, tentare la fuoriuscita dalla miseria, sulla via di uno sviluppo autonomo, partecipato, egualitario, ecologico per necessità. Il paradigma sociale e culturale della rivoluzione sankarista era proiettato nel futuro. Cos'è infatti il buen vivir (o vivir bien ) ora rivendicato da diversi paesi latinoamericani se non la ricerca di un semplice benessere per tutti, nel rispetto della natura e dei beni comuni, da raggiungere con strumenti quali democrazia diretta, economia popolare, risorse endogene? «La nostra rivoluzione avrà valore solo se, guardando intorno a noi, potremo dire che i burkinabè sono un po' più felici grazie ad essa», disse il presidente a Bobo Dioulasso il 2 ottobre 1987. Sovranità alimentare nel Sahel L'obiettivo era immenso e immane in quel contesto. La prova del nove fu superata: risultati materiali inauditi in poco tempo e quasi senza mezzi. Tutto all'insegna del motto di Sankara: «Contare sulle proprie forze». Coltivare e irrigare con poche risorse per garantire due pasti e dieci litri d'acqua al giorno a ognuno. La sovranità alimentare: «Produrre e consumare burkinabè». «Operazioni commando di alfabetizzazione» degli adulti. I progetti «un villaggio un bosco, un villaggio un ambulatorio, un villaggio una scuola». Le «tre lotte contro il deserto» per un commovente Burkina verde. Il faso dan fani , abito di cotone locale lavorato artigianalmente. La «battaglia per la ferrovia». L'informazione partecipata con la «radio entrate e parlate». I lavori comunitari anche per i funzionari (un tentativo di redistribuzione della fatica). La cultura, inventare il Festival del cinema africano, le proiezioni nei villaggi, lo sport di massa per la salute... E i soggetti. La mobilitazione tentata a tutti i livelli nei comitati rivoluzionari. Al centro di tutto, i contadini e le donne, anche contro i capi villaggio e gli sfruttatori della tradizione. Presidente femminista, un otto marzo dichiarò: «Se perdiamo la lotta per la liberazione della donna avremo perso il diritto di sperare in una trasformazione positiva. (...) Una società come la nostra deve lottare contro l'escissione e ridurre anche i lunghi tragitti che la donna percorre per andare a cercare l'acqua, la legna . Non possiamo parlare di liberazione della donna senza parlare del mulino per macinare il grano, dell'orto, del potere economico» (da Thomas Sankara. I discorsi e le idee , edizioni Sankara). Un presidente senza privilegi Per investire tutto nei bisogni di base Sankara impose una spending review all'osso: «Non possiamo essere i dirigenti ricchi di un paese povero». Senza accettare imposizioni dal Fondo Monetario internazionale (che «va oltre il controllo di bilancio e persegue un controllo politico»), l'austerità fu autogestita: stipendi modestissimi a presidente e ministri, niente sprechi di rappresentanza, vendute le auto blu, aboliti gli eventi di lusso, rimpicciolita ogni spesa amministrativa. Ma non riuscì a Thomas Sankara la lotta contro la corruzione, e contro gli abusi di potere nei Comitati rivoluzionari. L'impegno antimperialista fra i non allineati e a fianco delle esperienze rivoluzionarie. La lotta contro il debito estero e per il disarmo. Nel suo discorso di fronte ai capi di stato africani, alla Conferenza dell'allora Organizzazione per l'Unità Africana (Oua) ad Addis Abeba, 29 luglio 1987, Sankara ripeteva l'invito fatto al Movimento dei paesi non allineati tre anni prima a New Delhi: «Non possiamo rimborsare il debito perché non abbiamo di che pagare. Non possiamo rimborsare il debito perché non ne siamo responsabili. (...) Abbiamo il dovere di creare il Fronte unito contro il debito». Ma al tempo stesso tutta l'Africa doveva farla finita con la corruzione, i privilegi e le spese per le armi. Le risorse liberate erano necessarie alla fuoriuscita dalla miseria e all'integrazione regionale (sul modello dell'attuale Alleanza bolivariana Alba in America Latina): «Facciamo sì che il mercato africano sia davvero il mercato degli africani. Produrre in Africa, trasformare in Africa e consumare in Africa (...) È per noi il solo modo di vivere liberamente e degnamente».

martedì 26 luglio 2011

La civiltà della scarpetta - Marinella Correggia

Immaginiamo «per magia» di poter dimezzare la quantità di alimenti necessaria per nutrire gli umani. Si risparmierebbe un'enormità di acqua, suolo, energia, input chimici (con la collegata contaminazione di suoli e corpi idrici) o naturali, insomma tutto quanto è utilizzato per coltivare e «lavorare» il cibo. E ci sarebbe tutto lo spazio per nutrire più che a sufficienza gli attuali 850 milioni di affamati.
Bene: da tempo sappiamo dello spreco rappresentato dall'ipernutrizione di un miliardo di persone. Sappiamodella competizione cibo-mangime-agrocarburante; secondo un riepilogo della crisi alimentare redatto dal Movimento Sem Terra, «la destinazione della produzione agricola di cereali nel 2007 è stata di 1.009 milioni di tonnellate per il consumo umano, 765 milioni di tonnellate per il consumo animale e 364 milioni di tonnellate per altri fini fra cui 90 milioni di tonnellate per gli agrocarburanti».
Ma non basta. La metà del cibo prodotto sulla Terra è gettato via. Letteralmente. Lo grida il documento «Saving Water: From Field to Fork - Curbing Losses and Wastage in the Food Chain» (Salvare l'acqua dal campo alla forchetta - ridurre perdite e sprechi nella catena alimentare). Redatto dallo Stockholm International Water Institute, dalla Fao e dall'International Water Management Institute, è stato presentato durante la Settimana mondiale sull'acqua di Stoccolma. In realtà il rapporto sottolinea come metà dell'acqua necessaria a produrre cibo sia spesa invano: «Un'accurata strategia di risparmio idrico richiede dunque che si metta al centro delle agende politiche la minimizzazione dello spreco alimentare», si legge. Anche perché sarà l'acqua il principale fattore limitante della produzione di cibo. Campi, silos, agroindustrie, navi, supermercati, mercati, cucine: in quale punto della catena alimentare svanisce tanto ben della terra? Dipende un po' dalle aree geografiche. Nei paesi impoveriti, dal 15 al 35 per cento delle derrate si perdono nei campi, a causa di parassiti o di alee climatiche; un altro 10-15 per cento si rovina durante lo stoccaggio, la trasformazione e il trasporto, per inefficienze tecniche e carenza di infrastrutture.
In Occidente le tecniche di coltivazione, raccolta, conservazione, trasporto delle derrate minimizzano per perdite. Ma lo spreco è inaudito in fase di distribuzione e consumo. Negli Stati Uniti - il top - si getta via il 30 per cento del cibo: valore in soldi 48,3 miliardi di dollari, valore in acqua (molto maggiore) 40 trilioni di litri, abbastanza per soddisfare il fabbisogno domestico di 500 milioni di persone. Così la preziosa acqua serve solo a produrre montagne di rifiuti organici, che inoltre in discarica generano metano, un potente gas serra...

lunedì 25 luglio 2011

autosufficienza alimentare - la lezione giamaicana - Marinella Correggia

...Una bella lezione viene dalla Giamaica. Importa il 60% degli alimenti che consuma ma il ministero dell'Agricoltura vuole abbattere questa dipendenza di almeno il 45% al più presto, tanto più in tempi di prezzi elevati e restrizioni all'export da parte dei paesi grossi produttori agricoli. Cosa sta facendo quel paese per promuovere l'indipendenza (e dunque sovranità) alimentare? Ce lo spiega un reportage dell'Inter Press Service.
Di fronte all'evidente natura erratica dei mercati mondiali, l'Autorità per lo sviluppo agricolo rurale (Rada) della Giamaica ha cominciato a promuovere orti domestici, rurali e urbani, in 14 aree strategiche. Era il primo punto di un Programma nazionale per la sicurezza alimentare, lanciato due anni fa con la distribuzione di kit contenenti semi, input e guide del piccolo coltivatore. È un programma con molti attori, che va sotto il nome di campagna «Eat Jamaican» (Mangia giamaicano, e dunque produci giamaicano). L'obiettivo finale è l'accesso di tutti a cibo nutriente, a basso costo e locale.
Oggi gli autoprodotturi (per il consumo domestico e la vendita locale) sono aiutati con programmi di formazione, accesso al mercato, piccole tecnologie, e gli agrotrasformatori ottengono prestiti a bassissimo costo purché usino materie prime locali. Il processo sta andando bene: la bolletta delle importazioni alimentari è passata da 800 milioni di dollari nel 2008 a 661 milioni nel 2010. Ma si può andare oltre.
I progetti a favore di 5mila orticoltori urbani e duemila agricoltori «di campagna» sono tanti: dall'introduzione delle colture idroponiche in diverse comunità all'incremento della produzione di radici e tuberi, dal miglioramento dell'irrigazione al potenziamento delle capacità di stoccaggio alla riduzione delle perdite post-raccolto. Sul lato delle politiche commerciali, il governo è orientato a proteggere di più l'agricoltura dalle importazioni a basso costo...

sabato 19 marzo 2011

Le multinazionali che allattano - Marinella Correggia

L'allattamento al seno è essenziale per il neonato: contiene tutti i nutrienti e i liquidi necessari per la crescita nei primi sei mesi, fornisce il 50% del fabbisogno nutrizionale fra i 6 e i 12 mesi, e un terzo di quello fra i 12 mesi e i 24 mesi; contiene tutti gli anticorpi necessari per combattere le infezioni, sviluppa le difese immunitarie; la sua sostituzione con alimenti artificiali aumenta il rischio di malattie acute e croniche (respiratorie, gastrointestinali e allergiche). Nei paesi a basso reddito, poi, una bassa percentuale di bambini allattati al seno e una durata insufficiente dell'allattamento sono causa di un grande numero di malattie, anche dovute all'acqua sporca con cui si allungano le polverine. L'Oms e l'Unicef stimano che circa un milione e mezzo di bambini muoiano ogni anno perché non sono allattati al seno; senza contare i molti che per questo non cresceranno sani.
L'allattamento reca benefici anche alla salute della mamma riducendo il rischio di certi tumori. Inoltre, fa bene all'ambiente. Evita infatti di contribuire al circuito perverso della produzione di latte vaccino, in cui entrano allevamenti intensivi, mangimi "internazionali", energia per la produzione e il trasporto del latte, fino alla carta, plastica e alluminio usati per confezionarlo…

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"Il diritto dei bambini ad essere allattati e dei genitori di avere informazioni coerenti con le conoscenze scientifiche e indipendenti non deve essere sacrificato sull'altare del profitto."

Per approfondire: http://www.ibfanitalia.org/

Mc Donald risarcisce i vegetariani – Marinella Correggia

«Mc Donald's dona 10 milioni di dollari ai gruppi induisti e vegetariani le cui attività di beneficienza ed educative sono strettamente legate alle preoccupazioni di quei consumatori che seguono restrizioni alimentari». Così termina l'ultimo, recente e tortuoso comunicato stampa della nota multinazionale dell'hamburger, che così spiega: «Ci scusiamo con gli induisti, i vegetariani e altri clienti per non aver fornito le informazioni complete di cui avevano bisogno al fine di compiere scelte dietetiche informate nei nostri ristoranti». In soldoni, «riconosciamo di aver sbagliato nel definire `vegetariane' le patatine vendute nei nostri ristoranti negli Usa». Al di là della fraseologia utilizzata (l'alimentazione vegetariana è definita una «restrizione alimentare»!), lo scivolone non è da poco. Agli inizi degli anni `90 la multinazionale aveva annunciato con fanfara il passaggio dal grasso bovino all'olio vegetale per la cottura delle patatine, rendendole quindi accettabili ai vegetariani e agli induisti, per i quali ultimi la vacca è sacra. Peccato che la prima fase della cottura preveda un passaggio aromatizzante in grasso di bue; pudicamente chiamato «agente aromatizzante».

Harish Bharti, avvocato di origine indiana e religione indù ha scoperto la cosa e ha intentato una causa alla multinazionale, chiedendo un congruo risarcimento danni a nome di alcuni suoi correligionari e di vegetariani di Seattle. A causa in corso sono arrivate prima le scuse, ritenute non sufficienti, e poi l'accordo (che Mc Donald's fa passare per «dono») sulla cifra milionaria in dollari: sarà anche interessante capire come verranno utilizzati. La comunità induista statunitense, peraltro, è divisa; alcuni dicono: «Ma non si è sempre saputo che Mc Donald's è sinonimo di carne bovina»?

In India l'affaire patatine è stato preso male, con i fast food inondati di telefonate preoccupate, visto che gli imballaggi delle patatine contengono la scritta «made in New Zealand». Mc Donald's India ha categoricamente smentito di usare qualunque ingrediente bovino e spiegato che le patate arrivano crude dal lontano paese australe (non ci sono patate in India?) e sono poi cotte in olio vegetale. Le classi medie del paese, pressole quali il fast food è diventato una moda, possono stare tranquille...

In India, ovviamente, Mc Donald si è sempre guardata dal vendere hamburger di bovino. Ma i fast food non sono stati risparmiati da azioni dirette, per via non solo della tradizione induitsa ma anche di quella gandhiana, benché totalmente ignorata dall'attuale governo - che anzi sottobanco sovvenziona la costruzione di moderni macelli per l'export. Qualche anno fa, agricoltori del movimento Krss dello stato del Karnataka lanciarono una campagna di boicottaggio della Kentucky Fried Chicken, catena statunitense specializzata in polli fritti. In India, i fast food Mc Donald's sono solo 30…


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sabato 26 febbraio 2011

L'arrosto amazzonico - Marinella Correggia

Che la filiera della bistecca bovina da animali bradi sia una delle maggiori killer dell'Amazzonia brasiliana è chiaro da tempo ma forse mai era stato illustrato tanto bene come nel rapporto di Greenpeace International «Slaughtering the Amazon» (Macellando l'Amazzonia). Il documentatissimo rapporto fa i nomi delle compagnie internazionali di distribuzione che comprano carne e pelli da fornitori del Brasile, diventato il maggior esportatore di carne bovina al mondo a spese degli alberi, della biodiversità, dell'equilibrio idrico, del clima (il paese sudamericano è il quarto produttore mondiale di gas serra proprio a causa della distruzione della foresta).
Il rapporto è durissimo: l'industria dei bovini provocherebbe l'80% della perdita dell'Amazzonia e il 14% della perdita mondiale delle foreste. L'area totale di Amazzonia brasiliana ridotta a pascolo è oggi di 240.000 miglia quadrate; più di tutta la Francia. La dove c'era la foresta pascolano stabilmente 80 milioni di bovini. Altre superfici sono occupate dalle coltivazioni di soia.
Il rapporto di Greenpeace ha fatto effetto. La Banca mondiale, nientemeno, ha revocato un prestito di 90 miliardi di dollari al gigante brasiliano degli allevamenti Bertin, che nel rapporto degli ambientalisti compare fra gli accusati di deforestazione. Il prestito, garantito dalla International Finance Corporation, sarebbe servito ad ampliare le strutture di trasformazione della carne nell'Amazzonia brasiliana. «Una buona notizia - hanno dichiarato Greenpeace e Friends of the Earth Brasile - e che serva di lezione; peccato che per tanto tempo diverse banche abbiano sostenuto questa compagnia colpevole di attentare al clima». Gli ambientalisti hanno poi chiesto un impegno analogo alla Banca brasiliana per lo sviluppo sociale ed economico (Bndes), che ha garantito nel 2008 prestito a Bertin per circa 1,25 miliardi di dollari. E la pubblica Bndes ha risposto, come riporta la Agenzia Estado: presto esigerà da chi chiede un prestito la tracciabilità dei suoi prodotti, fino al ranch. Un pubblico ministero federale dal canto suo ha avanzato una causa da 1 miliardo di dollari contro l'industria dei bovini per danno ambientale.
Inoltre tre grandi catene di supermercati, Wal-Mart, Carrefour e Pão de Açúcar hanno dichiarato la sospensione dei contratti con fornitori implicati nella deforestazione. Anche l'associazione brasiliana dei supermercati (Abras), ammettendo che «non ci sono garanzie che la carne non provenga dall'Amazzonia», ha annunciato ogni cessazione di rapporto con complici accertati della deforestazione. E non solo: Marfrig, il quarto commerciante mondiale di carne bovina, egualmente nominato nel rapporto di Greenpeace, non comprerà più animali allevati in aree all'interno dell'Amazzonia legale.
Lavaggio verde a buon mercato? Forse, visto che non esiste un sistema di certificazione per i prodotti carnei o conciari brasiliani, tale da garantire che sono prodotti «con responsabilità», o meglio, se non altro fuori dall'Amazzonia. Un'organizzazione chiamata Aliança da Terra sta lavorando proprio a questo sistema. Nell'attesa, il primo gruppo di distribuzione britannico (e terzo al mondo dopo la statunitense Wal-Mart e la francese Carrefour), ha ammesso che è difficile conoscere la fonte ma «si sta attrezzando». Fra le altre «grandi firme» tirate in ballo - per la carne o il cuoio - nel rapporto di Greenpeace: Adidas/Reebok, Nike, Carrefour, Eurostar, Unilever, Johnson & Johnson, Toyota, Honda, Gucci, Louis Vuitton, Prada, Ikea, Kraft, Tesco and Wal-Mart. Che non vendono solo carne e cuoio.