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sabato 10 gennaio 2026

Col DL 175 lo Stato umilia la Sardegna - Cristiano Sabino

L’approvazione al Senato della conversione del DL 175 (Misure urgenti in materia di Piano Transizione 5.0 e di produzione di energia da fonti rinnovabili” rappresenta un passaggio decisivo nella partita energetica che si sta giocando sulla pelle della Sardegna. Con 88 voti favorevoli il provvedimento passa ora alla Camera dei Deputati, ma l’esito parlamentare, per quanto importante, non è il vero cuore del problema. Ciò che è in gioco non è una norma tecnica, bensì il rapporto di forza tra Stato centrale e multinazionali dell’energia da una parte e sovranità sarda e democrazia dei cittadini dall’altra, dentro un quadro che continua a riprodurre fedelmente i meccanismi del colonialismo interno.

La denuncia parte puntuale dai social del Coordinamento Gallura, uno dei comitati più attivi e precisi nel documentare l’assalto coloniale che sta subendo la Sardegna e le sistematiche violazioni dello statuto autonomistico e di quella che dovrebbe essere la “leale collaborazione” tra Stato centrale e “Regione Autonoma”.

Il comportamento dei senatori sardi (o come nel caso di Marcello Pera, non sardo ma eletto in Sardegna) fotografa bene lo stato delle cose:

FAVOREVOLI (Sì): Giovanni Satta (FI), Antonella Zedda (FdI)

CONTRARI (No): Sabrina Licheri (M5S), Ettore Licheri (M5S)

ASSENTI: Marco Meloni (PD), Marcello Pera (FdI)

I contrari però – è bene ricordarlo – fanno parte di un partito che ha la grave responsabilità di aver sostenuto il Governo Draghi che porta la responsabilità storica di aver aperto le cataratte della speculazione energetica con il decreto 199-2021, nel solco del quale tutta la legislazione conseguente (legge regionale 20 compresa) si è inserita, confermandone i capisaldi e la visione politica che è fondata sul non rispetto del principio di “burden sharing” tra le regioni in proporzione a demografia e consumi e sulla violazione dell’autonomia statutaria della Sardegna in materia energetica e urbanistica.

Cosa cambia?

Il Coordinamento Gallura spiega come «il provvedimento estende alle Regioni a Statuto Speciale (e non più solo alle Province Autonome, come nella prima bozza) la competenza primaria nella mappatura delle aree idonee, richiamando il rispetto delle norme di attuazione dei singoli Statuti:

“Le regioni a statuto speciale […] provvedono al processo programmatorio di individuazione delle aree idonee ai sensi dello Statuto speciale e delle relative norme di attuazione.”»

Questa sembrerebbe essere un’ottima notizia, tuttavia il Coordinamento puntualizza come resti «in vigore il muro invalicabile dei 6,2 GW al 2030», come soglia minima di produzione energetica verde da produrre attribuita d’ufficio alla Sardegna, senza specificare qual è la soglia massima:

«È questo, come abbiamo sempre denunciato – prosegue il Coordinamento – il peccato originale: un parametro accettato dalla Regione Sardegna stessa che vincola pesantemente la pianificazione locale. Un quantità abnorme che ci obbliga a numeri che eccedono di gran lunga le reali necessità energetiche sarde.

È un paradosso pericoloso: se da un lato è vero che la Sardegna ora potrà individuare le aree idonee seguendo il proprio Statuto Speciale, dall’altro rimane l’obbligo ferreo di raggiungere quella cifra enorme di 6,2 GW.

In sostanza, ci viene data la ‘penna’ per decidere dove mettere gli impianti, ma ci viene ordinato di riempire il foglio fino all’ultimo centimetro. Se accetti target così alti, diventa poi quasi impossibile dire di NO ai progetti senza violare la legge nazionale e subire i poteri sostitutivi dello Stato».

In estrema sintesi la sovranità statale è salvata nella forma e fatta a brandelli nella sostanza, visto che le competenze concorrenti ed esclusive in materia di urbanistica ed energia (rispettivamente art. 3, lettera F e art. 4, lettera E)

Il secondo passaggio evidenziato dal Coordinamento è ancora più pericoloso perché nel DL è stata inserita la «clausola di salvaguardia per i procedimenti in corso». Il che significa – spiega il Coordinamento – come si stabilisca che «tutte le pratiche autorizzative già depositate o aperte NON saranno soggette alle nuove restrizioni. Questa clausola è esattamente ciò che le associazioni di categoria (come ANEV) avevano chiesto con forza per garantire la “certezza del diritto” alle imprese. In Sardegna, però, dove le istanze depositate superano di quasi venti volte il fabbisogno reale, questa clausola rischia di trasformarsi in una sanatoria preventiva per i giganti dell’energia».

A dispetto dal gioco dei ruoli tra “progressisti” e “destra” il DL 175 assume la linea strategica del Decreto Draghi radicalizzandone il piglio autoritario e filo padronale, un decreto che sembra uscito direttamente dalla penna di quelli che Gramsci chiamava “gli spogliatori di cadaveri” e che Simon Mossa ribattezzava “i nuovi feudatari industriali”.

A fronte di questa legislazione e senza lo scudo che darebbe la legge Pratobello 24 che la Giunta Todde si ostina a non prendere neppure in considerazione, dire di no a un progetto diventa quasi impossibile, perché il rifiuto può essere facilmente aggirato attraverso i poteri sostitutivi dello Stato. La pianificazione non è più uno strumento di autodeterminazione, ma un atto notarile che certifica una decisione già presa altrove.

La partita sull’energia è una partita storica. È la linea di confine tra una Sardegna ridotta a piattaforma energetica al servizio del capitale speculativo e una Sardegna che rivendica il diritto di decidere del proprio futuro, affermando la necessità di una democrazia energetica che arricchisca i sardi.

Vento e sole sono nostri, e da qui deve cominciare la controffensiva contro il sistema coloniale.

da qui

mercoledì 26 marzo 2025

Presa “elettrica” diretta - Grig

La petizione Si all’energia rinnovabile, no alla speculazione energetica! si firma qui.

Ci risiamo.  

Dopo Far West ecco Presa Diretta.  

Dopo Salvo Sottile, ecco Riccardo Jacona.

Trasmissioni del servizio pubblico televisivo (RAI 3), supportate quindi con il canone pagato dai contribuenti, che fanno da megafono per la realizzazione di centrali di produzione energetica da fonti rinnovabili senza se e senza ma, cioè pura speculazione energetica.

A ‘sto punto sembra proprio una scelta di campo piuttosto netta da parte di un giornalismo d’inchiesta che appare più una velina d’interessi politico-industriali.

Che pena.

Mai che a ‘sto giornalismo d’inchiesta venga in mente, per esempio, di far vedere l’altra faccia della transizione energetica in corso in Cina, tanto decantata quanto poco indagata.

Vediamo un po’.

Alla recente  COP 29 di Baku, la 29^ Conferenza delle Parti della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Baku, Azerbaijan, 11 – 22 novembre 2024), come sempre, l’Italia ha fatto la sua parte e ha sottoscritto l’appello volontario per la messa al bando del carbone per la produzione energetica insieme numerosi Paesi, fra cui la Gran Bretagna, la Germania, la Francia, il Canada, l’Australia, l’Angola, l’Uganda, l’Etiopia: “i firmatari promettono chei loro prossimi piani climatici non includeranno alcuna nuova centrale elettrica alimentata a carbone senza cattura di CO2”.

L’Italia abbandonerà l’utilizzo del carbone a fini di produzione energetica nel 2025, con l’eccezione della Sardegna, dove l’utilizzo cesserà fra il 2026 e il 2028.

Cina (30,00%), U.S.A. (11,25%) e India (7,80%) – cioè i primi tre grandi “produttori” di CO2 al mondo (complessivamente il 49,5% delle emissioni nel 2023) – non aderiscono alla dismissione del carbone.

E abbiamo detto tutto.

Cina, Stati Uniti, India, Unione Europea (27 Stati), Russia e Brasile sono i Paesi che emettono più CO2 al mondo. Insieme, rappresentano il 49,8% della popolazione mondiale, il 63,2% del P.I.L. globale, il 64,2% del consumo di combustibili fossili e il 62,7% delle emissioni globali di CO2 fossile (Commissione europea, CO2 emissions of all world countries, 2024 Report).

Nel 2023 la Cina ha emesso 15.943,99 milioni di tonnellate di CO2 equivalente (in sistematica crescita dal 1990, + 411%), il 30% delle emissioni globali mondiali, l’Italia ha emesso 374,12 milioni di tonnellate di CO2 equivalente (in drastica diminuzione dal 1990, – 27%), lo 0,71% delle emissioni globali mondiali.

L’International Energy Agency (IEA), nel World Energy Outlook del 2023, sottolinea come il governo cinese preveda di arrivare al picco delle emissioni nel 2030, per cui non possiamo che prevedere ulteriori aumenti delle emissioni cinesi di CO2.

E’ ben chiara la follìa di chi vorrebbe in Italia una transizione energetica votata al proliferare senza se e senza ma di centrali eoliche, centrali fotovoltaiche, centrali a biomassa in spregio a qualsiasi salvaguardia del territorio: anche se l’Italia scendesse allo 0,5% delle emissioni globali mondiali di CO2 per la nostra Terra non cambierebbe un bel niente.

Il Consiglio di Stato l’ha ricordato in questi giorni con la  sentenza Sez. IV, 5 marzo 2025, n. 1872.

E ha ragione da vendere il magistrato amministrativo Paolo Carpentieri con il suo forte richiamo al buon senso che dovrebbe guidarci tutti nella transizione ecologica ed energetica: “...è del tutto inutile auto-distruggere qui e ora, subito, i nostri paesaggi, coprendoli di pale eoliche e di campi fotovoltaici, mentre il resto del mondo non fa nulla (anzi, continua a crescere con un’esplosione demografica fuori controllo). È come voler svuotare il mare con un cucchiaino.”.

Per questi motivi, a puro titolo d’esempio, è semplicemente criminale voler assediare la reggia nuragica di Barumini con cinque centrali eoliche e svariate centrali fotovoltaiche, per non parlare (sempre a puro titolo di esempio) della Sardegna inquinatrice d’Italia, una fesseria buona solo per chi si rifiuta di ragionare.

Il fenomeno della speculazione energetica, oltre che in Sardegna, è pesantemente presente in modo particolare nella Tuscia, in Puglia, nella Maremma, in Sicilia, sui crinali appennnici

continua qui

 

martedì 20 agosto 2024

Le alternative realmente sostenibili per la produzione di energia: i tetti fotovoltaici, tanto ignorati quanto preziosi.

 

Per sopperire ai fabbisogni energetici dell’intero patrimonio residenziale italiano basterebbe realizzare pannelli fotovoltaici sul 30% dei tetti a uso abitativo del Bel Paese.

E’ il risultato dello studio ENEA pubblicato sulla Rivista Energies (N. Calabrese, D. Palladino, Energy Planning of Renewable Energy Sources in an Italian Context: Energy Forecasting Analysis of Photovoltaic Systems in the Residential Sector, 27 marzo 2023).

Inoltre, afferma e certifica l’I.S.P.R.A. (vds. Report Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. Edizione 2023, Report n. 37/202), è molto ampia la superficie potenzialmente disponibile per installare impianti fotovoltaici sui tetti, considerando una serie di fattori che possono incidere sulla effettiva disponibilità di spazio (presenza di comignoli e impianti di condizionamento, ombreggiamento da elementi costruttivi o edifici vicini, distanza necessaria tra i pannelli, esclusione dei centri storici).

Dai risultati emerge che la superficie netta disponibile può variare da 757 a 989 km quadrati. In sostanza, si spiega, “ipotizzando tetti piani e la necessità di disporre di 10,3 m2 per ogni kW installato, si stima una potenza installabile sui fabbricati esistenti variabile dai 73 ai 96 GW”. A questa potenza, evidenziano i ricercatori dell’Ispra, si potrebbe aggiungere quella installabile in aree di parcheggio, in corrispondenza di alcune infrastrutture, in aree dismesse o in altre aree impermeabilizzate; “ipotizzando che sul 4% dei tetti sia già installato un impianto, si può concludere che, sfruttando gli edifici disponibili, ci sarebbe posto per una potenza fotovoltaica compresa fra 70 e 92 GW”.

Energia producibile senza particolari impatti ambientali e conflitti sociali., sarebbe una scelta altamente positiva a fini di produzione energetica e di tutela del paesaggio.

Domanda banale: per quale singolare motivo le ricerche tecnico-scientifiche di ENEA e I.S.P.R.A. non vengono tenute in debito conto ai fini delle politiche e della pianificazione energetica ambientale?

Forse perché non devono esser disturbati programmi e progetti delle grandi società energetiche, a iniziare da quelle in mano pubblica?

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

 

da MEDIA, sito web tematico di ENEA, 15 giugno 2023

Energia: ENEA, con fotovoltaico su 30% tetti soddisfatto fabbisogno elettrico residenziale.

Per soddisfare l’intero fabbisogno elettrico del settore residenziale nazionale servirebbe installare pannelli fotovoltaici sul 30% circa della superficie complessiva dei tetti degli edifici ad uso abitativo del nostro Paese, che equivale a quasi la totalità dell’area idonea all’installazione di questi dispositivi. È quanto ha calcolato l’ENEA nello studio pubblicato sulla rivista open access Energies che descrive il reale potenziale del fotovoltaico in Italia al 2030 e al 2050 impiegando solo le superfici di copertura di edifici esistenti, senza la necessità di ulteriore uso del suolo.

“Nel nostro Paese gli edifici ad uso residenziale sono oltre 12 milioni con una superficie complessiva dei tetti di circa 1.490 km2, di cui solo 450 km2, pari appunto al 30% circa, potrebbero avere caratteristiche adeguate all’installazione di pannelli fotovoltaici”, spiega Nicolandrea Calabrese responsabile del Laboratorio ENEA di Efficienza energetica negli edifici e sviluppo urbano e coautore dello studio insieme al collega Domenico Palladino, ricercatore dello stesso laboratorio.

Lo studio evidenzia come, ipotizzando di occupare interamente questa superficie ottimale (circa 450 km2), si potrebbero generare oltre 79 mila GWh di energia elettrica per una potenza complessiva installata di 72 GW. Anche se si riuscisse a occupare una superficie inferiore (indicativamente circa 310 km2), l’energia prodotta sarebbe in grado di soddisfare il fabbisogno energetico elettrico del settore residenziale pari a un consumo medio annuo di circa 65,5 mila GWh.

Tuttavia, gli scenari più ‘probabili’ evidenziati dallo studio ENEA dimostrano che la potenza fotovoltaica installata potrebbe essere solo pari a 6 GW, ovvero l’11,5% dell’obiettivo nazionale fissato in 52 GW di nuova capacità fotovoltaica al 2030 (due volte e mezzo la potenza registrata nel 2020). Al 2050, lo studio stima che la produzione di energia elettrica da fotovoltaico potrebbe coprire potenzialmente poco meno del 40% del fabbisogno nazionale, ma con significative differenze a livello regionale: Veneto, Emilia-Romagna e Lombardia dovrebbero avvicinarsi agli obiettivi nazionali anche seguendo scenari più cautelativi, mentre altre regioni necessiterebbero di scenari più spinti.

“Per sostenere e promuovere il fotovoltaico sui tetti serve rimodulare gli incentivi o adottare nuove azioni su base regionale. Per questo abbiamo definito un nuovo indice[1] che misura il potenziale fotovoltaico di ciascuna regione e che potrebbe essere di supporto ai decisori politici e agli enti locali per adottare strategie energetiche sempre più efficaci e specifiche per ogni singolo territorio”, sottolinea Domenico Palladino.

A livello territoriale, lo studio ENEA ha calcolato che al 2050 nel Nord-ovest[2] si potrebbe produrre oltre 5.500 GWh di energia elettrica con il fotovoltaico sui tetti, consentendo di soddisfare fino al 50% del fabbisogno residenziale. Nel Nord-est[3] questa percentuale potrebbe superare il 50%, con una produzione complessiva di 7.100 GWh. Al Centro[4], la percentuale scenderebbe a circa il 40%, mentre nel Sud e nelle Isole la copertura del fabbisogno raggiungerebbe percentuali via via più basse.

Nonostante il potenziale e la convenienza del fotovoltaico sulle coperture degli edifici, rimangono da affrontare sfide come la natura intermittente di questa fonte di energia e procedure amministrative che restano complesse, anche se di recente è stata varata una normativa che punta a ridurre la burocrazia e a promuovere nuove installazioni sui tetti di edifici esistenti, compresi quelli dei centri storici. “Negli ultimi anni sono stati realizzati molteplici interventi di efficientamento energetico del nostro patrimonio edilizio, ma molto rimane da fare: gli edifici residenziali sono responsabili ancora del 12% delle emissioni e del 30% del fabbisogno energetico complessivo del nostro Paese soprattutto a causa della climatizzazione e delle scarse prestazioni termiche dell’involucro edilizio”, concludono i due ricercatori ENEA.

Note

[1] Regional potential index (RPI) è il rapporto tra la potenza fotovoltaica installata e il massimo teorico che potrebbe essere installato sulla superficie ottimale calcolata del tetto (pari a circa 450 km2 a livello nazionale). Questo indice è stato calcolato per tre anni di riferimento (2021, 2030 e 2050) all’interno dello studio.

[2] Valle d’Aosta, Piemonte, Liguria e Lombardia.

[3] Trentino, Friuli-Venezia Giulia, Veneto ed Emilia-Romagna.

[4] Toscana, Umbria, Marche e Lazio.

da qui

venerdì 21 luglio 2023

Solare a terra e consumo di suolo - Paolo Pileri

 

A inizio luglio un gruppo di organizzazioni ambientaliste ha scritto all’unità dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) che cura i contenuti e la pubblicazione del Rapporto sul consumo di suolo lamentando il trattamento che l’Ispra riserva alla pannellizzazione solare, laddove si dice che questa consumi suolo, seppur temporaneamente e in maniera reversibile.

Circostanza che è peraltro confermata dalla recente proposta di Direttiva europea per il monitoraggio dei suoli (COM(2023) 416 final). Le realtà firmatarie concludono, con una certa pressione, invitando l’Ispra a non confermare questa tesi.

Come membro del comitato scientifico del Rapporto nazionale sul consumo di suolo mi pare corretto dare un contributo al dibatto e – lo dico subito – confermare la posizione cauta e saggia dell’Ispra. Oltre a esprimere fondate perplessità sulla pannellizzazione dei suoli, come peraltro ho già scritto in più occasioni. Spiego perché.

Da un lato tutti noi puntiamo a una transizione energetica verso fonti non fossili e il solare rappresenta una chiara opportunità che, però, non deve in nessun modo farci dimenticare che qualsiasi forma di generazione energetica implica un impatto sull’ambiente (Tsoutsos et al., 2005). L’Italia è evidentemente un luogo ideale per il fotovoltaico e questo fa sì che abbia gli occhi degli sviluppatori finanziari puntati addosso. La via più facile e redditizia è quella di installare a terra i pannelli. Di questo ne siamo tutti consapevoli. Ma è evidente che laddove ci sono queste infrastrutture non ci saranno altre cose, a partire dall’agricoltura e, quindi, si ridurrà la produzione di cibo e la garanzia di soddisfare le esigenze del fabbisogno alimentare interno e pure di esportazione.

A mitigare tale dilemma è arrivata l’invenzione dell’agrivoltaico, ovvero l’installazione di pannelli sospesi a una certa altezza dal terreno, immaginando così che al di sotto possano continuare coltivazioni e produzioni agricole. Ma non è del tutto vero. E lo dimostrano, senza volerlo, i criteri suggeriti dal fu ministero della Transizione ecologica (Mite) per la selezione dei territori più adatti: quelli più alti previsti si trovano a 2,1 metri dal suolo, ipotizzando che quell’altezza sia sufficiente a garantire l’uso dei macchinari per la gestione delle colture. Questo è vero solo in parte visto che, ad esempio, una mietitrebbia è alta quasi il doppio (3,99 metri). Pertanto non tutte le coltivazioni (ma di qualità agroecologica delle coltivazione non si parla in quel documento) saranno ammissibili, e questo inizia già ad avere un peso in quanto implica un impatto sulle pratiche agricole.

Per mitigare l’impatto sulla produzione agricola, quei criteri prevedono di riutilizzare parzialmente i campi distanziando le fila dei pannelli così da coltivarci in mezzo. Vero, ma anche in questo caso la produzione si ridurrebbe visto che parte della superficie sarebbe comunque occupata dalle infrastrutture. E non si considera che le manovre dei trattori potrebbero danneggiarle, causando costi non indifferenti. In ogni caso la soluzione per file distanziate implica una maggior estensione di terreno agricolo utilizzato con il conseguente maggior impatto paesaggistico, cosa non ininfluente visto che un pezzo importante della nostra economia si basa sulla bellezza dei nostri paesaggi. In ogni caso quei criteri necessitano di significativi approfondimenti: molte questioni infatti sono trascurate o affrontate troppo superficialmente come, appunto, l’impatto sui suoli e la loro qualità ecosistemica.

È chiaro che sui siti delle aziende produttrici, delle società di investitori e degli installatori di pannelli solari non si parla di problemi anzi, se ne sottolinea persino l’impatto positivo sui suoli. Ma l’argomento a loro più congeniale, e che viene spinto con più forza, è il vantaggio finanziario. Lo stesso che viene utilizzato abbondantemente anche dal ministero per spiegare agli agricoltori la convenienza della pannellizzazione a terra, o leggermente sospesa.

Tutti presi a convincere le aziende agricole che il loro reddito non diminuirà con l’occupazione solare dei loro terreni (anzi). E quindi che problema c’è? Il problema c’è eccome ed è ecologico-ambientale, cosa che, purtroppo, interessa poco a investitori, finanza e rivenditori di energia.

Cercando in letteratura scientifica scopriamo innanzitutto che sono molti i sospetti di impatto e troppo pochi gli studi per decidere con sicurezza (Lambert, 2021), il che dovrebbe indurci a non essere precipitosi nel dire che i parchi solari sono sostenibili al 100% ed evitare di installarne a terra prima di avere evidenze scientifiche in grado di sgombrare il campo dai dubbi. Dubbi che, però, non mancano dal momento che gli studi indipendenti condotti fino a oggi non eliminano affatto la tesi dell’impatto sui suoli, a partire dalla riduzione quali-quantitativa della produzione agricola e sulle funzioni ecosistemiche dei suoli.

Quentin Lambert, ricercatore presso l’Institut méditerranéen de biodiversité et d’ecologie marine et continentale dell’Università di Aix-Marseille, ha portato a termine assieme ai suoi colleghi una lunga ricerca su diversi siti solari monitorando ben 21 parametri. Le conclusioni non sono al 100% favorevoli alla messa a terra dei pannelli. Ci dicono che la qualità dei suoli generalmente peggiora nei parchi solari rispetto ad aree con coperture semi-naturali.

Certo, se compariamo i parchi solari con le peggiori agricolture industriali e contaminate da pesticidi e fertilizzanti di sintesi, probabilmente otterremo conclusioni confortanti, ma non è questo il modo di verificare le cose e non è quell’agricoltura il riferimento della sostenibilità. Tornando a Lambert (2021), i suoi studi affermano che diminuisce la stabilità degli aggregati del suolo (si autofrantumano e perdono potere colloidale) e l’impatto sulla funzionalità delle piante rimane ancora poco chiaro al punto da auspicare altri e nuovi studi per acclarare la cosa. Inoltre, la necessaria e preventiva rimozione della vegetazione nelle fasi costruttive innesca un iniziale declino di materia organica che va a ridurre di molto la densità microbiologica dei suoli stessi il che, come sappiamo, è l’inizio della sofferenza ecobiologica di questo delicatissimo e non rinnovabile ecosistema dal quale dipendiamo in tutto e per tutto.

I pannelli riducono l’insolazione dei suoli riducendo la temperatura a terra tra i due e i cinque gradi di giorno (ma solo in primavera-estate). Questo non è automaticamente e solo un vantaggio. Di notte quella stessa copertura inibisce il raffrescamento e quindi il gradiente di escursione termica nei suoli sotto i pannelli peggiora rispetto alle condizioni ottimali (Tanner et al., 2020) di un suolo con coperture seminaturali. Idem per l’umidità poiché i pannelli intercettano la pioggia e variano la distribuzione uniforme. Di conseguenza possono ridurre l’acqua trattenuta in terra specialmente nelle regioni più calde e assolate (e in Italia non mancano). Moscatelli et al. (2022) ritengono ad esempio che in soli sette anni di presenza di queste infrastrutture si modifica la fertilità dei suoli per via della significativa riduzione della loro capacità di trattenimento dell’umidità e della diminuzione globale di temperatura. Lo studio è stato condotto in Italia, a Montalto di Castro, in provincia di Viterbo. Sotto i pannelli la componente organica collassa (-61% di carbonio organico totale-Toc e -50% di azoto totale-TN rispetto alle aree non coperte) e questo produce una caduta dell’attività microbica ed enzimatica nei suoli ovvero, per dirla anche in altro modo, una riduzione dello stoccaggio di carbonio con conseguente diminuzione della biodiversità (che è invece preziosissima).

Quindi in soli sette anni la pannellizzazione in un sito italiano monitorato induce una sostanziale modificazione delle proprietà biofisiche e pure chimiche del suolo. Se è pur vero che questa occupazione del suolo è temporanea, lo studio correttamente afferma che, stante i danni al suolo arrecati durante il suo esercizio, occorre prevedere un forte impegno e investimento per destinare nuovamente quei terreni alla produzione agricola al termine del ciclo produttivo dell’impianto.

A questi impatti possiamo aggiungerne altri più difficili da calcolare e spesso trascurati, come il fatto che i parchi fotovoltaici sono tutti recintati e questo crea una barriera ecologica non indifferente che impatta sulla biodiversità. E poi: la fase di cantierizzazione con i suoi movimenti terra; l’apertura di nuove strade; la pur minima realizzazione di fondazioni e di cabine o edifici di servizio; lo scavo per la realizzazione di cavidotti; la risagomatura di cigli e morfologie di campo; la deviazione di fossati e piccoli scoli, e così via.

Altrettanto trascurato, ma presente, è il tema del rischio di contaminazione visto che i pannelli vengono puliti con detergenti chimici che, inevitabilmente, si disperdono al suolo. Inoltre alcune tipologie contengono piccole quantità di gas tossici e sostanze contaminanti che, in caso di incidente o incendio, andrebbero a disperdersi nell’ambiente (Various, 1996). Per non parlare degli impatti percettivi sul paesaggio e/o quelli sul regime delle acque. Tra l’altro molti di questi impatti sono ancor più significativi e preoccupanti nel caso proprio dei grandi impianti piuttosto che dei piccoli e distribuiti su piccoli tetti o piccole porzioni (Tsoutsos, 2005).

Insomma, ne abbiamo abbastanza per dire che i pannelli solari non sono affatto indolore per il suolo, gli ecosistemi di superficie, le relazioni ecosistemiche tra suolo e vegetazione, gli equilibri ambientali, il paesaggio.

Questi primi studi dovrebbero convincerci ad avere un atteggiamento meno trionfalistico e più cauto. Troppe voci che si levano a dare il via libera ai pannelli solari sui suoli agricoli e naturali (anche se “abbandonati”) accendono il sospetto che siano la fretta o il business a fare aprire molte bocche. Farei molta attenzione a non forzare le analisi critiche dell’Ispra ma al contrario, e con fermezza, darei il via libera per ora alla pannelizzazione solare limitatamente a quegli ambiti territoriali già impermeabili e non paesaggisticamente rilevanti.

Abbiamo ettari ed ettari di superfici piane cementificate che possono essere coperte di pannelli come i lastrici solari di edifici civili, pubblici e soprattutto industriali, agricoli, zootecnici, commerciali e logistici: Ispra stima in questo senso una potenzialità di superfici impermeabili non vincolate e disponibile oscillante tra i 70 e i 90mila ettari a cui si potrebbero aggiungere parcheggi, piazzali (altri 65mila ettari), infrastrutture (oltre mezzo milione di ettari), siti contaminati. E molte di queste aree appartengono al Demanio o ad altri enti pubblici, garantendo così che la produzione energetica non finisca esclusivamente nelle mani dei privati (altra questione non trascurabile e di cui non si parla).

Fino a quando avremo tutte queste disponibilità non vedo il motivo per dare il via libera all’installazione sui terreni agricoli, tanto più che gli studi non sono affatto convinti che non vi siano effetti negativi. Non dobbiamo poi dimenticare che la previsione di pannellizzazione in Italia potrebbe rapidamente compromettere fino a 50mila ettari: una cifra enorme ed enormemente preoccupante.

Se fossi nei panni delle organizzazioni ambientaliste che hanno firmato quell’appello, quindi, lo ritirerei per attendere studi più confortanti e, per non sbagliare, inviterei con forza la politica e gli investitori a fermare le loro ambizioni sulle superfici libere. Oggi il principio di precauzione deve dettare l’agenda delle decisioni. Ha fatto bene l’Ispra a dire quel che ha detto.

da qui

giovedì 13 luglio 2023

Coalizione Art 9. risponde alle associazioni rinnovabiliste sul consumo di suolo dovuto al fotovoltaico a terra

Le associazioni che si riconoscono nella Coalizione Art. 9 notano l’appiattimento, da un paio di decenni, di una parte dell’ambientalismo italiano sulla questione energetica, e in particolare sulle rinnovabili, senza mantenere la terzietà che invece va riconosciuta ad ISPRA.

Infatti, 12 associazioni ambientaliste, tra cui Greenpeace Italia, Kyoto Club, Legambiente Italia, e WWF Italia, contestano l’annuale rapporto redatto dall’Istituto Superiore Protezione e Ricerca Ambientale perché annovera il fotovoltaico a terra tra le forme di consumo di suolo. Secondo queste associazioni, il FV, pur occupando il territorio, non consumerebbe suolo. Al contrario, lo preserverebbe, in diversi casi, “da usi ben peggiori” e non produrrebbe in questi “alcun impoverimento di nutrienti, humus, biodiversità”.

A parte l’assurdità di considerare ipotetici futuri usi peggiori un motivo per coprire il suolo con pannelli solari, esistono molti studi che dimostrano il contrario: solo per rimanere in Italia, uno studio dell’Università della Tuscia, pubblicato su Science Direct nel giugno del 2022 (https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S2352009422000207)  ha paragonato le proprietà fisiche, chimiche e biologiche di un terreno coperto per 7 anni da pannelli fotovoltaici con uno limitrofo non coperto e i risultati attestano una variazione della fertilità del suolo con significativa riduzione della capacità di ritenzione idrica e della temperatura del suolo, oltre all’aumento della conducibilità elettrica (EC) e del pH.

Sotto i pannelli, la materia organica del suolo è stata drasticamente ridotta, inducendo una parallela diminuzione dell’attività microbica (valutata come respirazione o attività enzimatica) e della capacità di sequestro della CO2.

Ne consegue dunque una drastica riduzione dei servizi ecosistemici che le porzioni di suolo occupate per più anni dai pannelli fotovoltaici sono in grado di erogare. Una futura riconversione ad uso agricolo potrebbe richiedere molto tempo e risorse.

L’Agenzia Europea dell’Ambiente definisce consumo di suolo non solo l’estensione di aree edificate ma anche quella dei terreni soggetti a sfruttamento, soprattutto intensivo, da parte dell’agricoltura, della silvicoltura o di altre attività economiche. Una definizione che rimanda al concetto di “suolo naturale” che la copertura fotovoltaica compromette per decenni (vedi EEA Glossary). 

Come si può pretendere che ISPRA venga meno alla definizione di consumo del suolo formulata ufficialmente dall’Agenzia Europea dell’Ambiente, che è la “casa madre” delle agenzie di protezione ambientale dei paesi membri dell’Unione Europea?

Le 12 associazioni contestano anche che si possa fare a meno del fotovoltaico a terra per soddisfare il fabbisogno da energia rinnovabile, pur riconoscendo che le stime di ISPRA possano essere realistiche (cioè, la possibilità di raggiungere dai 70 ai 92 GW di nuova potenza fotovoltaica utilizzando le coperture esistenti).

Anche in questo caso ci sono molte evidenze che le stime di ISPRA siano corrette: un recente studio fatto dalla tech-company Cerved avrebbe individuato 110.000 tetti di stabilimenti industriali (censiti con indirizzo e ragione sociale) su cui si potrebbero installare pannelli fotovoltaici di grande taglia, che potrebbero produrre 30 GW di potenza, ovvero più della metà del target fissato al 2030 dal piano Fit For 55. Potenziale di 110.000 tetti di industrie per il fotovoltaico

Nel ribadire la piena fiducia nella competenza e terzietà di ISPRA, Coalizione Art 9. richiama quanto già sollecitato da Coldiretti: che i titolari degli impianti realizzati sul suolo delle aziende agricole siano gli imprenditori agricoli stessi e non le aziende energetiche.

Coalizione Art. 9 è in favore dei pannelli fotovoltaici sui tetti dei capannoni e delle abitazioni non gravate da vincoli di tutela e lungo le infrastrutture di comunicazione perché non compromettono l’ambiente, il paesaggio, la biodiversità e la sicurezza alimentare.

Coalizione Art. 9

e in particolare in ordine alfabetico

Altura

Amici della Terra

Associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli

AssoTuscania

Centro Parchi Internazionale

Comitato Nazionale del Paesaggio

Emergenza Cultura

ENPA

Gruppo Ambiente e Territorio Mongrassano

Gruppo d’Intervento Giuridico (GRIG)

Italia Nostra

L’Altritalia Ambiente AIA
Liberi Crinali

Memoria e Futuro

Mountain Wilderness

Movimento Azzurro

Pro Natura

Respiro Verde Legalberi

Salviamo il Paesaggio Roma e Lazio

Salviamo l’orso OdV

Wilderness Italia

da qui

lunedì 21 marzo 2022

Pannelli fotovoltaici domestici più facili da installare - Gruppo d’Intervento Giuridico


Finalmente è stata adottata una disciplina normativa che consente con facilità l’installazione di pannelli fotovoltaici per utilizzo domestico sul tetto della propria casa.

Con esclusione delle aree tutelate con vincoli ambientali e storico-culturali (decreto legislativo n. 42/2004 e s.m.i.), i pannelli fotovoltaici potranno esser installati con semplice comunicazione ai sensi degli artt. 9 e ss. del decreto-legge 1 marzo 2022, n. 17.

Queste non sono speculazioni energetiche, ma un bel passo avanti verso un positivo utilizzo delle fonti di energia rinnovabili. 

Gruppo d’Intervento Giuridico odv

 

qui il decreto-legge 1 marzo 2022, n. 17.

 

da Il Fatto Quotidiano3 marzo 2022

Decreto bollette, stop alle autorizzazioni per installare pannelli fotovoltaici domestici: basterà un modulo di inizio e fine lavori.

La norma, spiega la relazione illustrativa, prevede l’estensione dell’ambito applicativo dello strumento del Modello unico semplificato per la realizzazione, la connessione e l’esercizio di piccoli impianti fotovoltaici integrati sui tetti degli edifici agli impianti di potenza superiore a 50 kW e fino a 200 kW. L’installazione sarà equiparata alla “manutenzione ordinaria”.

Una spinta agli impianti fotovoltaici domestici con permessi più veloci e semplici per favorire la transizione energetica ma anche far pesare di meno l’elettricità sulle tasche delle famiglie. E’ l’obiettivo di uno degli articoli del decreto bollette pubblicato l’1 marzo in Gazzetta ufficiale, che equipara l’installazione di un impianto solare alla “manutenzione ordinaria”: come imbiancare una parete. “L’installazione, con qualunque modalità, di impianti solari fotovoltaici e termici sugli edifici o su strutture e manufatti fuori terra diversi dagli edifici”, si legge nella relazione illustrativa che accompagna il decreto atteso in aula il 28 marzo, “non è subordinata all’acquisizione di permessi, autorizzazioni o atti amministrativi di assenso comunque denominati”. Basterà scaricare un modulo on line dal sito del Gse, il gestore dei servizi energetici, o da quello del ministero dello Sviluppo economico, e spedirlo allo stesso gestore a inizio lavori e alla loro conclusione.

La norma, spiega ancora la relazione, prevede l’estensione dell’ambito applicativo dello strumento del Modello unico semplificato per la realizzazione, la connessione e l’esercizio di piccoli impianti fotovoltaici integrati sui tetti degli edifici agli impianti di potenza superiore a 50 kW e fino a 200 kW. Un impianto fotovoltaico domestico permette un risparmio in media di 1.500 euro all’anno sulle bollette rispetto al prelievo di energia elettrica dalla rete, secondo il Solar Index Italy, uno studio sul mercato italiano del settore. Non poco in questi mesi di continui rincari dei prezzi dell’energia, tamponati solo in piccola parte dagli interventi del governo su Iva e oneri di sistema.

I pannelli non potranno essere posizionati ovunque. Restrizioni sono previste ancora per i beni vincolati, quelli che ricadono nel codice dei beni culturali e che, quindi, sono sottoposti alle autorizzazioni paesaggistiche. Fanno eccezione, spiega infatti la relazione che accompagna il provvedimento, gli immobili e le aree dichiarati di notevole interesse pubblico di cui all’articolo 136, comma 1, lettera b e lettera c del codice dei beni culturali e del paesaggio. Ossia ville, giardini e parchi, che si distinguono per la loro non comune bellezza, e i complessi di cose immobili che compongono un caratteristico aspetto avente valore estetico e tradizionale inclusi i centri ed i nuclei storici. Un passaggio importante, perché estende la limitazione per il pannello libero ai centri storici sottoposti a vincolo.

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