mercoledì 30 gennaio 2019

“Scusatemi, vorrei darvi buone notizie…” - Alessandro Ghebreigziabiher



È il 27 gennaio del 2019. Siamo ad Auschwitz, nella data giusta, per valore del ricordo e, soprattutto, del riverbero che quest’ultimo dovrebbe avere nella nostra vita. Dove il suddetto verbo, perdonate la ripetizione, non dovrebbe essere al condizionale. Ecco, è tutta una questione di tempo, questa nostra comune vicenda che tutti ci lega, dei verbi come delle storie.
È notte fonda e Claudia è in giro anche stavolta, come spesso le capita. A sedici anni non è una buona cosa stare fuori fino a tardi, lamenta la nonna, ma è messaggio che si fa labile, una volta giunto alle orecchie della ragazza.
Da quando i genitori sono scomparsi in un maledetto incidente d’auto, avvenuto tre anni addietro, la notte è la sua scenografia preferita, è il colore ideale per tinteggiare le pareti della sua immaginazione ferita, è la madre che tutti accoglie e nell’equa oscurità non fa distinzione alcuna tra umano e umano.
Nondimeno, non è in giro per far danni o per trasgredire qualche regola. La giovane è semplicemente convinta che le cose più importanti, come la verità e l’amore, alla stregua dei quadri più riusciti, meritino la luce migliore. Quella della notte, già.
Così, malgrado avesse ascoltato attentamente il racconto della guida, insieme agli studenti presenti alla lodevole visita al campo di concentramento, non ha resistito al bisogno di osservare i resti dell’abominio legalizzato con la personale cura.
Non fa tanto freddo quanto credeva, si dice scendendo dalla bicicletta temporaneamente presa in prestito, dopo averla già adocchiata nel pomeriggio, al rientro in albergo con i compagni. Così, avanza lentamente, assaporando con avidità il silenzio che quella terra esige, così come uno sguardo ampio e pronto a registrare ogni cosa, prendendo nota di ciascun dettaglio.
Sarà per colpa dell’atmosfera lugubre, o forse della sua macabra fantasia, nel tempo nutrita da quantità industriali di letteratura gotica e film horror, improvvisamente un rumore sinistro raggiunge le sue orecchie.
Quindi, magari proprio per la naturale predisposizione a tali inammissibili apparizioni, Claudia non batte ciglio e anzi avanza incuriosita scorgendo i fantasmi che in massa avanzano verso di lei, emergendo in ordine sparso dai casolari abbandonati nel campo. Poi, a un tratto, si fermano tutti al cancello, evitando accuratamente di oltrepassarlo. La ragazza, tutt’altro che impaurita, si avvicina, come se si trovasse davanti qualcuno che conosce da tempo.
Capita sovente a coloro i quali hanno incontrato la morte degli intimi affetti da troppo giovani.
“Voi siete le anime delle vittime, vero?” chiede rivolgendosi a un ragazzo più o meno della sua età, nell’aspetto. “Sì”, fa lui, accompagnando la parola con il movimento in avanti del capo. “So che serve a poco, ormai”, mormora la ragazzina, “ma voglio dirti che mi dispiace tantissimo per quello che vi è successo”. “Grazie”, fa lo spettro dalle giovanili fattezze. “Ma dimmi, piuttosto, com’è adesso il mondo, là fuori? La guerra è finita? Siete in pace, ora? Chi governa sulla terra?”. Claudia ha come l’impressione di non essere la prima a cui costui rivolge quelle domande. E difatti, solo in quel momento, si accorge che tutti gli altri la stanno fissando, ansiosi di conoscere la sua risposta.

Sebbene si renda conto della notevole responsabilità che le tocca, capisce anche che ormai ha l’obbligo di parlare. Perché è questo che chiedono i caduti, soprattutto coloro rimasti ingiustamente indietro. La nostra voce, la nostra onesta e consapevole voce. “La guerra è stata vinta dagli Stati Uniti, il cui attuale presidente ha spaccato la nazione a metà come mai prima. Minaccia ogni giorno i paesi, le persone e le culture che non gli piacciono, e vuole costruire un muro tra il Nord America e il Messico”.
“E la Russia?” la incalza il ragazzo. “È guidata da un uomo che dimostra di non avere alcun rispetto per i diritti umani e per la democrazia, mentre il suo governo, come quello degli USA, si intromette nelle elezioni straniere sistematicamente, per dividere e creare caos a suo vantaggio”.
“Vai avanti”, esclama il fantasma di una donna accanto al ragazzo. “Perdonate”, fa Claudia sentendo i propri occhi farsi umidi. “Scusatemi davvero, vorrei darvi buone notizie. Vorrei dirvi che i nazisti non ci sono più, ma non è così. Sono ovunque, hanno facce diverse, modi nuovi di parlare, e in alcuni Stati siedono perfino in parlamento. E malgrado usino altri nomi e altri simboli, il loro messaggio razzista e disumano è lo stesso. Alcuni sono al governo del mio paese, oggi, come in Austria… sì, proprio dove è nato lui, ma anche in Ungheria e pure in Brasile. Perfino qui in Polonia… sì, lo so, è folle, è incredibile, ma è tutto vero. Questa è la vera assurdità, non i fantasmi innanzi a me, con cui sto parlando in questo momento, bensì la realtà che c’è alle mie spalle”.
E gli ebrei?”. Chiede un vecchio dal fondo della folla. “Sono ancora perseguitati?”. “No, ma ogni epoca ha le sue vittime preferite. Oggi sono i migranti”. “Chi sono i migranti?” domanda il ragazzo. “I migranti sono esseri umani che vengono discriminati e umiliati, sacrificati e strumentalizzati, uccisi o lasciati morire, proprio come è accaduto a voi”. “Se non sono ebrei”, chiede un bambino facendosi largo tra il ragazzo e la donna. “Di cosa li accusano?”. “Di essere ciò che sono, ovvero migranti, gente che tenta di sopravvivere al meglio lasciando la propria terra per quella nuova”.
“Ma gli ebrei sono arrivati nella terra promessa?”. “Non tutti, ora sono sparsi per il mondo, ma quelli che sono in Israele vivono sotto un governo che fa di tutto per essere in guerra con il più vicino e, malgrado ciò che entrambi gli schieramenti sostengano, maggiormente simile popolo sulla terra, ovvero i Palestinesi.
Claudia non ha quasi più fiato e la voce è stremata dal pianto che con fatica ha trattenuto. Non ho diritto di mostrare lacrime di fronte al dolore di costoro, si è detta per darsi forza.
“Ma uscite da qui”, aggiunge un attimo dopo. “Siete liberi, ormai”. “No”, risponde immediatamente e con strenua fermezza il ragazzo, parlando anche a nome degli altri. “Noi siamo liberi, ma voi non lo siete affatto. E di fronte all’immane tragedia che è accaduta qui avete fatto la scelta peggiore”. “Quale?”. “Sull’altare delle offerte a vostra disposizione, da un lato c’eravamo noi, i morti e le nostre illuminanti storie da cui trarre insegnamento e dall’altro il campo stesso, con i suoi strumenti di tortura e i suoi ottusi recinti. E voi avete scelto di far sopravvivere quest’ultimo”. Ora siamo noi nel campo, pensa Claudia, non voi.
Quindi, come se fosse la cosa più naturale del mondo, attraversa la soglia e si unisce ai fantasmi. C’è ancora tempo prima che farà giorno, c’è tempo per tornare all’albergo, c’è tempo per ascoltare e capire ancora di più di quel che abbiamo perso. Perché, malgrado tutto, per nostra fortuna, anche se non sarà per sempre. Siamo ancora in tempo.

martedì 29 gennaio 2019

Animalisti e linguaggio: così "in bocca al lupo" diventa offensivo - Cristina Nadotti


Lo vediamo nel linguaggio quotidiano anche in Italia, dove animalismo e politically correct non sono al centro del dibattito come in Gran Bretagna. All'augurio "In bocca al lupo" sempre più spesso c'è chi risponde "viva il lupo", perché sperare nella morte di un animale non è più eticamente accettabile.

Ma se da noi chi ancora usa i detti popolari non si sente troppo in colpa nel dire "tanto va la gatta al lardo, che ci lascia lo zampino", oppure "ho preso due piccioni con una fava", metafore che implicano comunque la brutta fine del felino e degli uccelli, in Gran Bretagna c'è chi ha studiato l'evoluzione del linguaggio determinata dalla crescita del veganesimo e dell'animalismo e chi ne ha fatto battaglie etiche.

La ricercatrice Shareena Hamzah, dell'università di Swansea, sostiene infatti che le frasi idiomatiche costruite sulla carne e prodotti animali stanno diventando obsolete perché "sono dissonanti con lo spirito della nostra epoca". Hamzah si riferisce soprattutto a espressioni com "bring home the bacon" letteralmente "portare a casa la pancetta", l'equivalente del nostro "portare a casa la pagnotta", frase idiomatica nella quale si legge assai bene anche la differenza tra la dieta mediterranea e le abitudini alimentari dei paesi del Nord Europa.

Lo studio e la riflessione della ricercatrice, ospitate sulla rivista The Conversation, argomentano che "le metafore basate soprattutto sulla carne, per quanto molto comuni nell'inglese, non sono più usate acriticamente e la crescente consapevolezza dei temi etici e ambientali stanno cambiando il linguaggio quotidiano e della letteratura".  Altre espressioni sottolineate dalla ricercatrice come destinate a sparire sono "flogging a dead horse" cioè "frustare un cavallo morto" , un po' come il nostro "menare il can per l'aia" per indicare che ci si ostina a fare qualcosa di inutile. E ancora "killing two birds with one stone", "uccidere due uccelli con una pietra" il nostro "prendere due piccioni con una fava", che sottolinea la differenza tra tecniche di caccia e prodotti agricoli a disposizione.

Quanto osservato sul piano linguistico dalla dottoressa Hamzah è in Gran Bretagna oggetto di azione e campagne di sensibilizzazione della Peta, l'associazione animalista "People for the Ethical Treatment of Animals“. L'organizzazione ha chiesto soprattutto agli insegnanti di far riflettere bambini e ragazzi sul pensiero sottinteso a certe espressioni e per promuovere l'uso di frasi idiomatiche che non si basino su immagini di violenza sugli animali.

venerdì 25 gennaio 2019

Economia, perché ripensarla è ormai una necessità politica - Gabriele Guzzi




Il 5 dicembre si è tenuto presso il Dipartimento di Economia dell’Università Roma Tre l’evento “Perché ripensare l’Economia? – per una riforma dell’Università”, organizzato da Rethinking Economics Italia. Erano presenti, oltre al sottoscritto, Francesco Saraceno, Francesco Sylos Labini, Pasquale Tridico e il viceministro del Miur, Lorenzo Fioramonti.Come è facile capire, la domanda che ha dato il titolo all’evento travalica le questione interne alle mura accademiche e ha a che fare con l’intero destino della nostra società. L’urgenza di ripensare l’economia infatti non è solo una rivendicazione di un sempre più largo gruppo di studenti e ricercatori in giro per il mondo, ma una vera e propria necessità politica, che riguarda tutti noi e determinerà le possibilità stesse della nostra civiltà di superare la crisi sociale, ambientale ed economica che stiamo attraversando.Gravi disuguaglianze, una crescita ingiusta e stagnante, la precarietà che è diventata la cifra di un’intera generazione, emigrazioni di massa, un ambiente sull’orlo del collasso, i popoli in preda a una rivolta sociale.Questi sono solo alcuni dei sintomi che denotano una crisi di portata storica, che nei prossimi anni modificherà radicalmente il profilo delle nostre società, ma di cui l’economia mainstream, ossia quella insegnata e divulgata nelle maggiori università e dai principali mass media, non solo ignora le cause ma sembra anche aver contribuito ad esacerbare gli effetti.Da questa prospettiva le istanze di cambiamento che sono interne ai dipartimenti di economia e quelle che si esprimono nel segreto dell’urna elettorale non appaiono più così lontane. L’insoddisfazione espressa da migliaia di studenti in giro per il mondo che si sono aggregati nel network Rethinking Economics e l’avanzata dei partiti anti-sistema, seppur nelle loro differenze, sembrano essere legati indissolubilmente alla stessa ondata storica di richiesta di cambiamento. In altre parole, vorrei argomentare, la nostra cultura dovrebbe iniziare a chiedersi con maggiore serietà se non siano i concetti diffusi e studiati nei dipartimenti di economia a costituire parte dei problemi che ci troviamo poi ad affrontare nella nostra quotidianità politica.Ma procediamo con ordine.Cercherò qui di distinguere due filoni di critica, uno interno all’economia accademica e uno esterno. Entrambi ci serviranno per capire sia la situazione attuale dell’insegnamento universitario sia le radici epistemologiche e politiche che gli sono alla base, da cui quindi si può immaginare di impostare un eventuale ripensamento.Hyman Minsky, grande economista statunitense e teorico dell’instabilità finanziaria, già quaranta anni fa esprimeva grande diffidenza rispetto alle modalità ordinarie di insegnamento dell’economia. A suo avviso, e qui entriamo nel primo filone di analisi, i curricula accademici erano strutturalmente anti-intellettuali, costruiti cioè su una fondamentale carenza di pensiero.La mancanza di corsi di storia del pensiero economico, secondo Minsky, impediva allo studente sia di avere una conoscenza teorica approfondita sia, e a maggior ragione, di maturare su di essa un’interpretazione critica, una sintesi problematica e viva sulle questioni economiche fondamentali. Nulla a che vedere quindi con una mera erudizione accademica. Al contrario Minsky riteneva che ciò invalidasse il nucleo essenziale delle teorie diffuse nelle università, e che questo indebolisse le capacità stesse degli economisti di comprendere e dirigere i sentieri di politica economica rilevanti.In fondo lo stesso Keynes riteneva che nonostante gli economisti fossero la classe degli intellettuali più importanti dell’epoca, erano anche quelli meno competenti. E questa incompetenza non è certamente un fatto naturale e non deriva in chiave necessaria dal profilo generale dell’economista, ma è un effetto di una ristrettezza didattica che esclude ogni ragionamento storico ed emargina qualunque voce di dissenso.Un altro punto essenziale da sottolineare è la preoccupante carenza di pluralismo teorico e metodologico all’interno dei curricula accademici. Come diretta conseguenza dell’assenza della storia del pensiero, l’economia mainstream viene oggi presentata nei caratteri di una scienza esatta, basata su leggi naturali, indipendenti dal contesto storico e istituzionale, tecnicamente strutturate e matematicamente deducibili. Più simile alla fisica che alla sociologia. Le nozioni economiche vengono insegnate come un blocco monolitico di conoscenze, fondate su una visione cumulativa della ricerca che procede unanimemente alla frontiera e che non ammette teorie differenti, e che non necessita perciò di alcuna analisi critica sulle assunzioni fondamentali.
I presupposti teorici circa il comportamento dell’uomo, la sua razionalità, le sue interazioni, le proprietà emergenti da tali relazioni, il funzionamento del lavoro, della moneta, e tutte le altre assunzioni critiche, come direbbe Milton Friedman, non vengono discussi e talvolta neanche onestamente esplicitati, sebbene influenzino radicalmente le conclusioni analitiche e le implicazioni politiche della teoria mainstream.
Naturalmente con questo non si vuole dire che all’economia manchino le metodologie per rendere esatta la sua analisi. Il problema emerge quando ad una particolare scuola di pensiero viene assicurata, per motivi extra-scientifici, una presunzione di esattezza maggiore delle altre teorie, sebbene queste ultime abbiano superato in maniera più efficace il processo di falsificazione empirica.
La mancanza di pluralismo si deduce quindi non solo dall’assenza nei curricula di filoni alternativi di pensiero ma anche dalla rigidità con cui la teoria tradizionale viene presentata. Il problema è che questa concezione epistemologica non solo è falsa ma ha anche pesanti ripercussioni sulle capacità esplicative dell’economia, ossia sulla comprensione dei fenomeni reali, che vengono spesso quindi mal compresi se non addirittura del tutto ignorati. Mi torna alla mente allora la frase di un mio professore di economia che diceva che la realtà è solo una delle teorie e neanche la più interessante.
E arriviamo ora al secondo filone di critica, quello che riguarda i rapporti esterni all’economia accademica. Per comprendere meglio il funzionamento della scienza economica dobbiamo infatti ricordarci, grazie alla grande lezione degli economisti classici, che l’economia è quella particolare disciplina che regola il conflitto tra interessi economici differenti. Utilizzando la metafora culinaria di una torta a fine pasto, possiamo dire che gli economisti sono quegli studiosi che devono stabilire le modalità migliori per suddividere la torta tra tutti gli invitati. Non c’è da scandalizzarsi nell’ipotizzare che ognuno cercherà di massimizzare la fetta di torta che spetta a lui e ai suoi cari, a scapito degli altri invitati. E che ognuno cercherà quindi di appoggiare la teoria di quello o quell’altro economista che lo legittimerà davanti a tutti gli altri a prendersi la fetta più grande.
È qui che capiamo il nesso indissolubile tra l’economia come disciplina e l’economia come conflitto tra interessi divergenti. L’economia politica, quindi, come direbbe Marx, è quella disciplina che regola questo conflitto attraverso un’interpretazione politica di questo conflitto. Nulla di tecnico, quindi, come sosterrebbe la teoria neoclassica, o naturalmente necessario.
Se comprendiamo tale aspetto, capiamo anche che la scienza economica e la politica economica si influenzano e si legittimano a vicenda in un circolo pericolosamente vizioso. Una politica economica infatti cercherà di supportare il filone teorico che meglio convaliderà le sue scelte distributive, come il filone teorico difenderà le ideologie politiche che seguiranno più pedissequamente i suoi suggerimenti.
Non appare quindi strano ad esempio che le politiche economiche di liberalizzazione, flessibilizzazione del lavoro e di tagli alla spesa pubblica siano avvenute proprio mentre prendeva piede, come dice il professor Francesco Saraceno nel suo libro “La scienza inutile”, l’emersione del monetarismo e del nuovo consenso macroeconomico e la sconfitta delle idee keynesiane. L’economia è quindi più che una scienza sociale una scienza politica, che dipende strettamente dai rapporti di forza e di potere interni alla società.


Sarebbe inoltre ingenuo nel 2018 ritenere che il ripensamento dell’economia passi esclusivamente attraverso una lotta tra keynesiani e neoclassici. Come ha detto giustamente il viceministro Lorenzo Fioramonti, nuove urgenze sono entrate nella nostra quotidianità politica. Il dramma ambientale ad esempio mette a dura prova i modelli di crescita tradizionale, nei quali l’esaurimento delle risorse naturali e l’inquinamento dell’atmosfera non vengono trattati se non marginalmente e sempre con metodi insufficienti. L’economista vede infatti con cattivo occhio le tematiche ecologiche, ritenendole secondarie o comunque poco rilevanti. Tuttavia i dati che stanno emergendo in questi ultimi anni, ad esempio sull’aumento medio delle temperature, richiedono un’attenzione massima e un’integrazione sempre maggiore tra le giuste esigenze di occupazione e di mantenimento dei diritti sociali con la rivoluzione tecnica e politica necessaria ad affrontare il dramma ambientale che metterà a rischio la sopravvivenza stessa della razza umana sulla Terra.
Ecco allora che la scienza economica e il destino delle nostre società non sembrano più campi così indipendenti. Al contrario, la disciplina economica richiede a mio avviso un ripensamento globale e molto profondo. Che sappia aprirsi alla ricchezza di altre scuole di pensiero e le sappia integrare con le nuove esigenze della contemporaneità, e che sappia quindi riformulare molto di ciò che oggi viene dato per scontato nelle università, compresi i criteri di valutazione della ricerca. Non bisogna dimenticarsi infatti che i metodi con cui vengono valutati i ricercatori e stabiliti gli avanzamenti di carriera, come dice il premio Nobel James Heckman, hanno la piccola controindicazione di omologare il pensiero alle teorie mainstream e di asfissiare la libertà intellettuale degli economisti.
da qui

giovedì 24 gennaio 2019

La forbice della disuguaglianza è sempre più ampia - Eleonora Cerniglia



Pubblicato ieri il nuovo Rapporto Oxfam sulle disuguaglianze. Nel 2018 le fortune dei super-ricchi sono aumentate del 12%, al ritmo di 2,5 miliardi di dollari al giorno, mentre 3,8 miliardi di persone, la metà più povera del pianeta, hanno visto decrescere quel che avevano dell’11%.

Bene pubblico o ricchezza privata è il titolo del nuovo, prezioso, Rapporto di Oxfam sulle disuguaglianze economiche diffuso ieri, alla vigilia del tradizionale appuntamento annuale del World Economic Forum di Davos.
Dal Rapporto (qui la sintesi in italiano) si evince con chiarezza quanto la forbice della disuguaglianza tra i (pochissimi) super-ricchi del pianeta e i più poveri continui ad allargarsi in modo spaventoso, senza alcun freno. A fronte di 3,8 miliardi di persone, le più povere del pianeta, che lo scorso anno hanno visto decrescere dell’11% le proprie ricchezze, le entrate dei Paperoni globali sono aumentate del 12%. Al ritmo di 2,5 miliardi di dollari al giorno.
A metà del 2018, i 3,8 miliardi di poveri rappresentavano così lo 0,4% della ricchezza aggregata netta, mentre il 47,2% era detenuto dall’1% della popolazione. Da soli, 26 ultramiliardari possedevano l’equivalente ricchezza della metà più povera del pianeta. Una concentrazione di enormi fortune nelle mani di pochi, che evidenzia l’iniquità sociale e l’insostenibilità dell’attuale sistema economico.
Altrettanto grave la situazione in Italia, dove il 20% più ricco della popolazione nel 2018 possedeva circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale. Il 5% più ricco degli italiani è titolare da solo della stessa quota di ricchezza posseduta dal 90% più povero.
Il Rapporto di Oxfam mostra come l’attuale stato dell’economia globale, invece di ridurre le disuguaglianze, stia compromettendo la lotta alla povertà, danneggiando le nostre economie, alimentando risentimento e rabbia sociale.
L’inadeguatezza dei governi è evidente. Sanità e istruzione sono spesso sotto-finanziati e la lotta all’evasione fiscale appare del tutto inefficace, se non inesistente; il vantaggio è tutto delle grandi corporazioni che, a livello fiscale, contribuiscono molto meno di quanto potrebbero e dovrebbero fare.
Si tratta di numeri difficili da digerire, specialmente se si pensa che, se quell’1% di ricchissimi pagasse lo 0,5% in più di imposte patrimoniali, con il ricavato si potrebbero mandare a scuola 262 milioni di bambini. E 100 milioni di persone, che allo stato attuale non riescono a far fronte alle spese per le cure sanitarie, riuscirebbero a sopravvivere.
“Non dovrebbe essere il conto in banca a decidere per quanto tempo si potrà andare a scuola o quanto a lungo si vivrà – afferma Winnie Byanyima, Direttrice di Oxfam International – eppure è proprio questa la realtà di oggi in gran parte del mondo”.
La misura più urgente da adottare, quindi, sarebbe rendere più equo il sistema fiscale, invertendo la tendenza attuale che privilegia la tassazione su redditi da lavoro e consumi, per spostarla su redditi da capitale e patrimoni.
L’imposizione fiscale a carico dei più abbienti, grandi imprese comprese, è stata infatti ridimensionata in modo significativo negli ultimi anni: basti pensare che l’aliquota massima dell’imposta sui redditi di persone fisiche è passata dal 62% nel 1970 al 38% nel 2013. Nei Paesi in via di sviluppo, oggi, tale aliquota è in media al 28%. In Paesi come Brasile e Regno Unito, il 10% dei più poveri paga in proporzione al reddito più tasse del 10% dei più ricchi.
A risentirne, ovviamente, è il finanziamento dei servizi pubblici, in primo luogo sanitari. Conseguenza: 10.000 morti al giorno per assenza di cure. Oxfam stima anche che nei Paesi in via di sviluppo un bambino proveniente da una famiglia povera abbia il doppio delle possibilità di morire entro i 5 anni di quante ne abbia il figlio una famiglia agiata.
Il Rapporto di Oxfam chiarisce inoltre quanto la disuguaglianza economica cammini di pari passo con quella di genere, tant’è che gli uomini possiedono oggi il 50% in più della ricchezza netta delle donne e controllano oltre l’86% delle aziende.
Il divario retributivo di genere ammonta poi al 23%, dato che peraltro non tiene conto del lavoro di cura svolto in prevalenza dalle donne. Su questo vi è un esempio lampante: se tutto il lavoro di cura che le donne svolgono quotidianamente venisse dato in appalto a una sola azienda, questa fatturerebbe circa 10.000 miliardi di dollari l’anno, 43 volte il fatturato della Apple.
“Le persone in tutto il mondo sono arrabbiate e frustrate – conclude Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne di Oxfam Italia – ma i governi possono apportare cambiamenti reali per la vita delle persone assicurandosi che le grandi aziende e le persone più ricche paghino la loro giusta quota di tasse, e che il ricavato venga investito in sistemi sanitari e d’istruzione a cui tutti i cittadini possano accedere gratuitamente. I governi possono ancora costruire un futuro migliore per tutti, non solo per pochi privilegiati. È una loro responsabilità”.
Eppure, sembra proprio che se ne siano dimenticati.

mercoledì 23 gennaio 2019

Quel trattato va archiviato - Monica Di Sisto


Il Ttip, trattato di liberalizzazione degli scambi e delle regole di produzione e distribuzione tra Europa e Usa, è morto con l’elezione di Donald Trump. E non sfiorerà la nostra agricoltura. Così all’elezione del presidente statunitense si assicurava da Bruxelles agli Stati membri, dopo la massiccia opposizione manifestatasi in tutti i Paesi dell’Unione. Ma la realtà oggi è un’altra: la Commissione Ue continua a trattare con gli Stati Uniti di Trump, stando solo più attenta a far filtrare meno dettagli possibile. Novità allarmanti, però, ci arrivano da Oltreoceano: il Congresso Usa ha votato non solo autorizzando il suo esecutivo a rilanciare il Ttip, ma facendoci anche sapere che se sul tavolo non ci sarà l’agricoltura, non ci potrà essere alcun accordoA Trump è stata accordata una “corsia preferenziale” (fast track) per raggiungere l’obiettivo, considerato che ha superato metà del suo mandato, ed è stato autorizzato a ottenere dall’Ue non solo l’abbattimento delle barriere doganali sui prodotti agricoli e le bevande, ma anche un accordo quadro sul livellamento delle barriere non tariffarie, quindi gli standard di qualità e sicurezza che caratterizzano la produzione europea, compreso l’abbattimento dei limiti attuali al commercio in Europa dei prodotti a base biotech, vecchi e nuovi (Ogm e NTBs), stando al comunicato ufficiale del Ministero del commercio (Ustr).
La Commissaria europea al Commercio Cecilia Malmstrom ha assicurato, dopo il recente incontro con ministro americano Robert Lighthizer, che l’Ue stante l’equilibrio raggiunto oggi in Consiglio non è intenzionata a mettere sul tavolo l’agricoltura. In realtà già il dialogo informale avvenuto nel luglio tra il presidente della Commissione Claude Junker e il presidente Trump ha portato a un forte aumento delle importazioni di soia Ogm dagli Usa negli ultimi mesi. E in una recente audizione in Congresso delle principali associazioni dei produttori di alimenti e bevande americane i potenti interlocutori hanno chiarito, echeggiati dal presidente della Commissione Finanze del Congresso e protagonista dell’agribusiness in Iowa Chuck Grassley, che non appoggerebbero alcun accordo che non includa i temi di loro interesse.
Trump, d’altronde, considera sin dalla riapertura del tavolo con l’Unione questo scambio agricoltura contro prodotti industriali non negoziabile se l’Europa vuole risparmiare quel 25 per cento di dazio sulle auto e sui ricambi Made in Ue che il presidente americano minaccia di far calare sull’export straniero. Ha puntato il dito sulla tariffa di importazione europea del 10 per cento per le automobili estere che vorrebbe azzerata. Obiettivo strategico degli Usa è anche quello di ottenere da parte dell’Europal’esenzione da tasse e restrizioni legate alla protezione della privacy e alla localizzazione per i download digitali di software, film, musica e altri prodotti statunitensi.
A questo punto sono i governi europei a dover far sentire a Bruxelles le proprie priorità: saranno loro, infatti, a dover precisare il mandato negoziale alla Commissaria Malmstrom, e a dover quindi escludere esplicitamente tutte le materie che non vorranno mettere a disposizione del negoziato o, più coerentemente, a negare il mandato alla Commissione. Per il governo italiano, a un passo dalle elezioni europee, è il momento giusto per dimostrare le proprie vere intenzioni: l’attuale maggioranza, infatti, si è sempre schierata esplicitamente contro il Ttip, considerato il modello di trattato da contrastare anche con la bocciatura nel Parlamento nazionale, che la campagna StopTtip/Ceta Italia chiede avvenga il prima possibile, del trattato-fotocopia di liberalizzazione degli scambi con il Canada Ceta. Dalle parole ai fatti, il prima possibile.

martedì 22 gennaio 2019

Il Cervi sbagliato - Ottavio Olita


E’ singolare il rapporto che la toponomastica cagliaritana ha con la Storia. Ed anche ingannevole, come dimostra un clamoroso esempio. Se percorri via Dante da Piazza Repubblica verso Piazza San Benedetto, a circa metà strada un cartello dà il nome ad una traversa: via A. Cervi.
Per anni ho pensato con orgoglio e gratitudine a quegli amministratori cittadini che avevano voluto ricordare un eroico padre, Alcide Cervi, i cui sette figli maschi vennero trucidati dai nazifasciti il 28 dicembre 1943, a Reggio Emilia, in una delle tante rappresaglie che vennero organizzate dagli occupanti tedeschi e dai loro complici fascisti dopo il 25 luglio e l’8 settembre 1943.
Alcide Cervi sul cui petto la Repubblica nata dalla Resistenza fece appuntare sette medaglie d’argento in ricordo di quei martiri della libertà; il padre che divenne, fino alla morte avvenuta nel ’70, un formidabile testimone dei valori della lotta di liberazione. Quell’Alcide Cervi di cui si parlò anche in un dibattito televisivo, da Vespa, durante il quale Berlusconi, replicando al commosso ricordo che ne aveva fatto Bertinotti, affermò di essere pronto a stringergli la mano, ignorando che la morte di Alcide risaliva ad oltre vent’anni prima.
L’orgoglio e la gratitudine di cui ho parlato all’inizio svaniscono se solo si percorrono altri pochi metri, non proseguendo lungo la via Dante, ma verso la via Pitzolo nella quale sfocia la traversa.
Sulla parete di destra campeggia una targa che riporta: via Annunzio Cervi, letterato. A per Annunzio, dunque, non per Alcide. Non sapendo nulla di Annunzio Cervi sono andato a documentarmi ed ho così scoperto che si trattava di un giovane poeta, soprannominato il ‘monello sardo’, morto, a poco più di vent’anni, negli ultimi mesi della prima guerra mondiale. ‘Monello sardo’ perché la madre era una donna di origini isolane.
Non so in quale epoca sia stata fatta la scelta, né mi interessa contestarla. Soltanto mi sono detto che una città come Cagliari dovrebbe dare maggiore testimonianza di attenzione verso quell’eroica stagione che ci liberò dalla dittatura e pose le basi per la costituzione della Repubblica Democratica.
Non conosco a fondo la toponomastica cittadina, né mi son preso la briga di fare un censimento (che comunque andrebbe fatto), ma penso che la città di Cagliari che subì gravissime ferite a causa della guerra fascista dovrebbe mostrare una diversa sensibilità verso i fatti, i protagonisti, le vicende che 75 anni fa ci fecero riconquistare dignità agli occhi del mondo. E il nome di Alcide Cervi dovrebbe essere uno dei primi della lista.
da qui

lunedì 21 gennaio 2019

QUANTI SONO 117 MORTI? - Saverio Tommasi




117 morti, se stessero accanto e con le braccia aperte, formerebbero una catena di 292 metri, che a farli di corsa ci vorrebbero trenta secondi anche a Usain Bolt. Se invece sei una persona normale ti ci vuole un minuto e mezzo, di corsa, per sorpassare 117 morti stesi e con le braccia aperte.
117 morti sono un palazzo di 39 piani, per tre persone a piano.
117 morti equivalgono a una decina di giri completi alle macchinine a scontro, al Luna Park. Come se per dieci giri tu sapessi che tutti quelli che ci salgono, poi, non scenderanno più. E noi siamo lì, a bordo pista, a tenere il conto dei giri che passano.
117 morti sono 234 occhi che guardano. E chissà le urla, poi, moltiplicate per 117; una grande confusione di voci anche mentre affogavano.
117 morti sono una fila mai vista neanche alla Posta, che è famosa per le file lunghe. Io alla Posta prendo il numerino e trovo dieci o venti persone prima di me, e con quei numeri l’Ufficio è già pieno. Immaginatevi ora una fila di 117 persone, equivalgono a sei uffici postali pieni.
117 persone somigliano a un supermercato medio pieno, proviamo a immaginarlo. C’è chi compra il pesce, la verdura, i biscotti, la birra, il riso, i pannolini per i bambini, e così via. 117 azioni come questa, cose normali come “scusi, è suo il carrello?” che non faranno più. Frasi normali come: “Dai, babbo, mi compri la cioccolata?” che non verranno più dette.
Fra quelle 117 persone, disperse nel Mar Mediterraneo – il più grande cimitero al mondo – sappiamo oggi che c’erano anche dieci donne. Una di loro era incinta. E poi c’erano due bambini, fra quelle 117 persone, fra quei 234 occhi. Uno di quei bambini aveva due mesi. L’età in cui i bambini portano il pannolino che ora la mamma che era con lui non gli comprerà più, in quel supermercato pieno di gente in fondo al mare.

Conte: 24 ore nelle caserme del Sahel - Mauro Armanino



Ha soggiornato 24 ore a Niamey e poi è partito per N’Djamena, la capitale del Ciad. Prima di Conte erano già passati da queste parti Paolo Gentiloni, Federica Mogherini, Angela Merkel, Emmanuele Macron e molti alti funzionari dell’Occidente. Il primo ministro Conte ha confermato, nel breve e inoffensivo soggiorno a Niamey, la narrazione che, senza colpo ferire, è assunta come l’unica possibile. Per lui come per altri prima di lui, ci si ostina a recitare un’unica Conte-stabile narrazione che si spaccia per autentica. Non si sbagliava George Orwell quando, nel suo noto romanzo ‘1984’, affermava che, nel sistema totalitario che dipinge, la menzogna diventava verità e passava alla storia. Di certo l’autore non conosceva il Sahel e non poteva immaginare che qui la storia è raccontata solo dalla sabbia. Lo stesso ha fatto Conte che liquida in 24 ore la complessità e i drammi di cui il Niger e il Sahel incarnano l’attualitàL’ignoranza è forza, dice Orwell nel libro menzionato.
Che l’ignoranza è forza è uno degli slogan del libro incisi sulla facciata del ‘ministero della verità’ che non è altro che sabbia buttata alla rinfusa nelle diplomazie di 24 oreSolo l’ignoranza di ciò che da anni si vive nel Sahel può spingere a credere che il problema principale sia quello del controllo dei migranti o del terrorismo djihadista. L’edificio del ‘ministero della verità’, diffuso in buona parte dei Parlamenti del Sahel, è lo specchio di quanto l’Occidente desideri vedere e accettare dai dirigenti africani. Fossimo davvero interessati ad evitare i migranti morti nel deserto del Sahara e nel mare, come riaffermato durante la visita di Conte, non lasceremmo colare a picco le politiche che li escludono e li criminalizzano. Solo l’ignoranza utilizza la forza per affermare la verità delle cose che nella sabbia del Sahel cambia secondo le circostanze. Gli uni e gli altri sanno bene che l’interesse portato alle vite umane è un pretesto del denaro che i paesi europei versano nelle mani dello Stato.
La guerra è pace. Un altro degli slogan del libro e di coloro che hanno accompagnato il viaggio e gli incontri bilaterali di Conte e del suo seguito diplomatico. Sconfessando il recente anniversario della promulgazione della Carta Costituzionale, l’Italia si conferma un Paese guerrafondaio. L’esportazione di armi, di personale per la formazione e la prossima base militare nel Niger confortano questa inedita posizione nel Sahel. Variegati i progetti evidenziati dal discorso presidenziale a Conte che spaziano dall’ambito agricolo alla formazione professionale, delle infrastrutture all’acqua, dalla salute all’autonomia delle donne. L’unità di interessi culmina nell’impegno alla lotta contro il terrorismo e le organizzazioni criminali, specie quelle che operano nell’ambito della tratta dei migranti. Quest’ultimo punto è enfatizzato da chi ha, da tempo, messo in vendita il Paese.
La libertà è schiavitù,  il terzo slogan del sistema dittatoriale illustrato da Orwell, si conferma pure nel Sahel. La mobilità, segno di libertà e dignità umana, è affidata al controllo e all’esperienza della sabbia. Ci si vanta di aver ridotto, mutilato e confiscato i sogni di 150 mila giovani che transitavano nel Paese per cercare altrove il futuro desiderato. Ora gli organismi e le autorità parlano di ‘appena’ 10 mila migranti in transito. Un successo per la schiavitù del pensiero e della narrazione dominante. E  a noi qui, da anni ambasciatori della Costituzione tradita da Conte e dalle politiche, nelle sue 24 ore di soggiorno, non è stata data la parola. Qui non abbiamo bisogno di soldi ma di rispetto. Per questo continueremo a conte-stare la narrazione che falsifica la storia e calpesta i volti di sabbia del Sahel.

venerdì 18 gennaio 2019

La storia del piccolo migrante senza nome annegato con una pagella scolastica cucita addosso




Non ne conosciamo il volto, non ne conosciamo il nome. Ma non per questo ciò che sappiamo di lui fa meno male: veniva dal Mali, aveva 14 anni e la speranza di una nuova vita cucita addosso, sotto forma di una pagella della scuola che in patria non avrebbe potuto frequentare più.


La storia risale al 18 aprile 2015, al terribile naufragio nel Mediterraneo che fece più di mille vittime - la maggior parte delle quali non identificate - ma a riportarla d'attualità ci ha pensato Cristina Cattaneo, il medico legale che negli ultimi anni si è occupata di riconoscere i corpi dei migranti annegati in mare e che ha deciso di raccogliere molte di queste storie di migrazione in un volume dal titolo Naufraghi senza volto (Cortina Editore). Al grande pubblico, però, la storia è arrivata grazie ad una vignetta di Makkox, il disegnatore che arricchisce le pagine de L'Espresso e che l'11 gennaio su Il Foglio aveva dedicato una vignetta al ragazzo senza nome.Nel libro di Cattaneo si legge che l'adolescente "era vestito con una giacca simile a un piumino, un gilè, una camicia e dei jeans" e che l'unico modo per risalire alla sua età è stato quello di analizzarne i resti. Era privo di documenti che ne accertassero l'identità, ma all'interno della giacca aveva cucito qualcosa di ancora più prezioso: una pagella scolastica. In un passaggio del libro Cattaneo racconta i momenti della scoperta, con il plico di carta sbiadito e ripiegato su sé stesso che riportava i nomi della materie, in francese.

Non sappiamo - e con molta probabilità non sapremo mai -  le ragioni che portarono il ragazzo a custodire con tanta cura il documento. Probabilmente lo considerava il suo biglietto per una vita migliore, un pass per essere accettato nella comunità che sognava di raggiungere. La dimostrazione pratica che lui non era "solo" un migrante, ma un essere umano con una storia, anche scolastica. Una storia che oggi è diventata il simbolo dei viaggi della speranza, un monito affinché tragedie come questa non accadano mai più.

Un'aspettativa purtroppo disattesa, come indicano i dati. Secondo l'Unhcr le persone morte o disperse nel Mediterraneo sono state 1.311 nel solo 2018, più di 55 ogni mille arrivi.

giovedì 17 gennaio 2019

Tesi per l’elaborazione di un Manifesto per il Commonfare. Per cominciare la discussione – General Intellect



Nel capitalismo contemporaneo, le politiche del lavoro e le politiche sociali sono indissolubilmente legate. La separazione tra il tempo di lavoro e il tempo di vita scompare con la precarizzazione del lavoro. Il bio-capitalismo sfrutta il tempo della vita come una merce relazionale, produttrice di valore. La governance neoliberale assicura che ogni atto  dell’esistenza venga messo a valore. Ogni residuo di welfare, così come ci è stato tramandato in Europa, è oggi sempre più soffocato da processi di estrazione e sfruttamento. E’ quindi venuto il tempo di riaggiornare il concetto di welfare, perché sia  adeguato alla condizione precaria oggi dominante, rispettoso del genere, delle differenze etniche e educative, al fine di garantire il benessere della comunità. In una parola, il Welfare del Comune deve dotare la vita di qualità, autodeterminazione e consentire di esercitare il diritto alla gioia.
Nel capitalismo fordista, i servizi sociali come l’istruzione, la formazione, la previdenza, la cura e la salute, favorivano anche la redistribuzione della ricchezza tra capitale e lavoro. Le politiche pubbliche, in quanto dispensatrici di tali servizi, avevano la funzione di mantenere la coesione sociale per consentire che il potere d’acquisto del lavoro potesse garantire il consumo di massa e il livello di profitto fosse sufficientemente elevato per favorire la produzione di massa. Questo patto sociale non si riferiva all’intera popolazione, bensì alle solo “classi produttive” (nel senso marxiano del termine): erano, infatti, escluse le donne e la popolazione dei territori più sottosviluppati, fonte di immigrazione. Le prime garantivano gratuitamente la riproduzione della forza lavoro; la seconda manteneva basso il costo del lavoro.
Ora il welfare pubblico è percepito come un costo, il cui finanziamento dipende dall’imposizione fiscale, ritenuta dal pensiero neo-liberale un freno alla creazione della ricchezza prodotta dall’economia capitalistica di mercato: una imposizione che metterebbe, cioè, in pericolo la competitività del mercato. La forte crescita economica del periodo fordista, dove salari e profitti potevano aumentare simultaneamente, è oggi un pallido ricordo.
“L’economia deve esistere per servire la società e non viceversa” (Gandhi). Ciò non è vero quando i governi non rappresentano più persone ma le aziende che dominano lo spazio virtuale in cui si svolge il dibattito pubblico (ad esempio, “i social media” come Facebook e Twitter).
Con la diffusione delle politiche neoliberali, le istituzioni di welfare vengono sempre più “capitalizzate”. Soprattutto, esse entrano direttamente nella gestione economica del mercato privato. Il welfare pubblico keynesiano, non più sostenibile in presenza dei  vincoli imposti al bilancio pubblico, viene gradualmente sostituito da forme di Workfare. Il Workfare non è un sistema universale di assistenza sociale (come quello keynesiano): è permesso solo a chi ha i mezzi finanziari per pagarlo. Si tratta di un sistema di welfare auto-finanziato, come la maggior parte del sistema previdenziale europeo di oggi, funzionale al processo di privatizzazione della sanità, dell’istruzione e della previdenza. Il Workfare è complementare al cosiddetto “principio di sussidiarità”, secondo il quale lo Stato può intervenire solo quando gli obiettivi posti non possono essere raggiunti in modo soddisfacente dal mercato privato.
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Nella transizione dal capitalismo fordista al capitalismo bio-cognitivo emergono due punti chiave, strettamente legati al ruolo del sistema di welfare e alle condizioni sociali della riproduzione della forza lavoro.
1.      Le istituzioni di welfare oggi sono attività direttamente produttive. La quota di capitale intangibile (R&S, istruzione, formazione e salute) ha superato la quota del capitale materiale, dagli inizi degli anni Ottanta negli Stati Uniti e, in seguito, in Europa. Oggi il capitale intangibile è diventato il fattore determinante della crescita e della competitività. Il capitale materiale tende a trasformarsi in capitale umano (lo stock di conoscenze, abitudini, attributi sociali e personali, inclusa la creatività, incarnate nella capacità di svolgere il lavoro per produrre valore economico). Pertanto, le condizioni di welfare, quando vengono privatizzate e finanziarizzate, svolgono un ruolo rilevante nel processo di accumulazione come fattore produttivo primario. Gli agenti individuali sostituiscono gli attori pubblici, favorendo un processo di segmentazione tra la popolazione. L’universalità diventa una parola vuota.
2.      Lungi dall’essere un semplice costo, la riproduzione della forza lavoro, anche attraverso il ruolo complementare svolto dalla spese pubblica e sociale, sta diventando sempre più direttamente o indirettamente produttiva. Per questo parliamo della metamorfosi del concetto di ri-produzione sociale. Una metamorfosi che si occupa del superamento della distinzione tra produzione e riproduzione. Tradizionalmente, il lavoro di cura è stato considerato ancillare al lavoro di produzione della fabbrica e improduttivo (quindi non remunerato) dal punto di vista capitalistico. Ora, nel capitalismo contemporaneo, è diventato una fonte diretta di valore, in parte salarizzata e in parte ancora gratuita..
Per ri-produzione sociale si intende il complesso di interazioni e scambi che vengono generati e rigenerati nel corso della vita all’interno dell’ambiente sociale esistente. Il contenuto e la forma della riproduzione sociale, più chiaramente che in passato, hanno a che fare anche con il corpo biologico e sono inestricabilmente legati al tempo e alle esigenze della vita.
Il concetto di ri-produzione sociale è paradigmatico del capitalismo bio-cognitivo. Con il termine capitalismo bio-cognitivo, si fa riferimento ad un eco-sistema, il cui processo di valorizzazione si basa sullo sfruttamento della conoscenza e la mercificazione della vita, in tutte le sue forme. Esso rappresenta la principale novità del nuovo paradigma di accumulazione e valorizzazione, considerando un’ampia gamma di attività, dalla cura, dalla salute, dall’istruzione alla diffusione della conoscenza e della cultura.
Quali sono le nostre priorità?
Data la nuova fase del capitalismo bio-cognitivo, questo manifesto si propone di indagare sui seguenti aspetti:
1.      le forme di sfruttamento diretto del corpo umano (trapianti di organi, chirurgia, …) e della terra, in grado di estendere il grado di mercificazione della biosfera in seguito alle innovazioni in biotecnologia.
2.      le forme di coinvolgimento “emozionale”, un aspetto cruciale per le professioni nel settore dei servizi (non solo l’insegnante e l’infermiera, ma anche il PR e il lavoratore/trice della moda o dei media, ma sempre più anche nella grande distribuzione)
3.      come la vita e l’attività sociale, indotta da forme cooperative di reti sociali (da Facebook, Twitter, Youtube alle nuove piattaforme digitali), siano messa a lavoro.
4.      come l’acqua, l’istruzione e la sanità siano sempre più privatizzate.
Lo ripetiamo: tutte queste attività sono diventate produttive. La riproduzione sociale è allo stesso tempo un’attività collettiva e individuale, in quanto ha a che fare contemporaneamente con l’apprendimento individuale e le relazioni sociali. La questione dello sfruttamento della ri-produzione e l’invisibilizzazione del lavoro e della cura domestica richiamano i meccanismi contemporanei di riproduzione e produzione che si sono estesamente ampliati negli orizzonti del libero lavoro volontario del neoliberismo. Utilizza le applicazioni Google e smartphone, rimani su Facebook, diventa imprenditore di te stesso…
Riteniamo che l’espropriazione del valore della riproduzione sociale oggi rappresenti il nucleo dell’accumulazione dell’attuale contesto produttivo capitalistico.
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Anche le trasformazioni del mercato del lavoro negli ultimi decenni in Europa e in Italia hanno reso sempre più urgente ridefinire le politiche di welfare. Non sempre, questo obiettivo è stato considerato di interesse centrale nel pensiero economico non solo dominante ma anche alternativo. Tale refrattarietà fa sì che il dibattito sul welfare si incentri tra l’idea di un welfare adeguato all’approccio neoliberale, workfare (condito, più o meno, da sussidiarietà) o la nostalgica difesa del welfare statale di matrice keynesiana.
In entrambi i casi, si tratta di un’idea di welfare che non tiene conto che oggi il welfare è un modo di produzione e come tale dovrebbe affrontare i due elementi principali che caratterizzano l’attuale fase del capitalismo bio-cognitivo:
·         la precarietà e il debito come dispositivi di controllo sociale e di dominio, in grado di alimentare la sussunzione vitale del lavoro al capitale;
·         la riappropriazione (in termini di distribuzione) della ricchezza che nasce dalla cooperazione sociale e dal general intellect.
Il lavoro sta diventando sempre più frammentato, non solo dal punto di vista giuridico, ma anche dal punto di vista qualitativo e soggettivo. Vi è una moltitudine variegata di lavoratori/trici atipici e precari, para-subordinati e autonomi. Il primato della contrattazione individuale su quella collettiva svuota la capacità dei sindacati di svolgere una funzione di rappresentanza del lavoro nel modo tradizionale. Inoltre, in tempi di crisi, la condizione precaria è rafforzata dall’aumento della condizione di debito, in un circolo vizioso. Il risultato è la “trappola di precarietà”, che oggi tende a sostituire la “trappola della povertà”.
La produzione di ricchezza non è più basata esclusivamente sulla produzione di beni materiali. L’esistenza di economie di apprendimento e di rete ora rappresentano le variabili che sono all’origine degli aumenti di produttività: una produttività che proviene sempre più dallo sfruttamento sia di beni comuni che pubblici, derivante dalla cooperazione sociale del genere umano (come l’istruzione, la salute, la conoscenza, lo spazio, le relazioni sociali, ecc.). Anche Internet viene annichilito da processi di controllo e dalla  “proletarizzazione” (nel senso di “standardizzazione” e “svalutazione”) della psiche e dell’ambiente sociale, con l’effetto di favorire l’appropriazione della ricchezza sociale (conoscenze, dati, informazioni, comunicazioni ) da parte delle grandi società oligopolistiche.
Ne consegue che, in questo contesto, una ridefinizione delle politiche di welfare dovrebbe essere in grado ribaltare la base del’odierna accumulazione  bio-cognitiva: la precarietà della vita e la cooperazione sociale come fonte di valore.
È necessario remunerare la cooperazione sociale, da un lato, e favorire forme di produzione sociale alternativa, dall’altro.
Per questo, la proposta del Commonfare si basa su quattro pilastri:

Primo Pilastro: reddito base incondizionato

Il reddito base è una misura a favore di tutte/i coloro che vivono nel territorio, indipendentemente dal loro status professionale e civile, inizialmente erogato a coloro che si trovano sotto la soglia relativa della povertà, per poi acquisire nel tempo una valenza più universale. Il reddito di base dovrebbe essere inteso come una sorta di compensazione monetaria (remunerazione) della produttività sociale e di tempo produttivo che non sono certificati dal contratto di lavoro e dalle norme giuslavoriste oggi esistenti. Essa si verifica al livello primario della distribuzione del reddito (si tratta di un reddito primario[1]), quindi non può considerarsi come un intervento assistenziale, secondo una logica tipica del workfare (in modo selettivo) e del welfare pubblico keynesiano (in modo universale). Questa misura dovrebbe essere accompagnata dall’introduzione di un salario minimo, per evitare un effetto di sostituzione (dumping) tra il reddito di base e gli stessi salari in favore delle imprese e a scapito del lavoratore/trice. Il reddito di base e il salario minimo permettono di ampliare la gamma di scelte nel mercato del lavoro, vale a dire, di rifiutare un lavoro indesiderato o malpagato e quindi incidere sulle stesse condizioni di lavoro. La possibilità incondizionata di rifiuto del lavoro apre prospettive di liberazione che vanno ben oltre la semplice misura distributiva, a prescindere dalla condizione professionale
Al contrario, un reddito condizionato è basato sull’attivazione di un processo di coazione al lavoro (workfare) e di  controllo dei consumi, limitando fortemente la libertà individuale.  La governance della povertà si trasforma così in processo di controllo sociale.
Inoltre, l’erogazione di un reddito incondizionato può consentire un riduzione del disagio sociale e della criminalità indotta da situazione di indigenza, liberando tempo e potenzialità per lo sviluppo di forme di cooperazione sociale.
Secondo Pilastro: gestione dal basso dei beni comuni e del Comune
L’idea di Commonfare implica, come prerequisito, la riappropriazione sociale dei vantaggi derivanti dallo sfruttamento di beni comuni che sono oggi la base dell’accumulazione. Tale riappropriazione non porta necessariamente alla transizione dalla proprietà privata a quella pubblica. Per quanto riguarda i servizi di base come la sanità o l’educazione o la mobilità, l’obiettivo è quello di fornire una gestione pubblica della loro offerta come valore d’uso contro qualsiasi tentativo di mercificazione e privatizzazione a scopo di lucro.
Ma se si fa riferimento al concetto di Comune, il quadro è diverso, poiché il frutto della cooperazione sociale e dell’intelletto generale non sono né beni privati ​​né pubblici. L’unico modo per gestire il comune è  l’auto-organizzazione, immaginando un diverso regime di valorizzazione.
Più in dettaglio, la proposta di Commonfare implica oggi imbastire una politica:
·         per quanto riguarda il comune cognitivo (intelletto generale), in grado di ridurre i diritti di proprietà intellettuale e le leggi sui brevetti a favore di una maggiore libertà di circolazione della conoscenza e della capacità di acquisire infrastrutture informatiche gratuite, attraverso politiche adeguate e innovative industriali (accesso ai beni comuni immateriali).
·         per quanto riguarda la riproduzione sociale, è in grado di fornire condizioni di base gratuite di salute, alloggio, mobilità, trasporti e socialità, migliorando le buone pratiche per sperimentare nuove forme di benessere organizzato da sotto (accesso al sé organizzazione della vita).
·         in grado di “liberare” gli esseri umani dalla gerarchia imposta dall’oligarchia economica in materia di utilities e beni sociali primari, soggette negli ultimi 20 anni, a forme di crescente privatizzazione, come esito dell’accordo europeo di Cardiff relativo alla regolamentazione del mercato dei beni e dei servizi (1996) (acceso ai beni comuni materiali e naturali)
·         in grado di fornire istituzione del comune, a livello locale, per quanto riguarda beni comuni essenziali come l’acqua, l’energia, l’abitazione e la sostenibilità ambientale attraverso forme di municipalismo dal basso (principio democratico).
Terzo pilastro: creare un eco-sistema alternativo di produzione e di cooperazione
Il successo di  Uber e Airbnb ci dicono che la condivisione e la collaborazione non sono condizioni sufficiente per fornire esempi di economia alternativa. Perché la condivisione possa definire un eco-sistema diverso da quello attuale, non è sufficiente condividere  beni fisici con l’obiettivo di sfruttare la loro capacità inutilizzata. Al limite  può essere alla base dello sviluppo del capitalismo delle piattaforme.
Se dobbiamo parlare di sharing economy come possibile sistema economico alternativo, ciò può avere senso se la finalità è la produzione di un valore d’uso e non di scambio.  Dubitiamo che, allo stato attuale delle cose, sia possibile. A tal fine, occorre prendere atto che la fase più avanzata della valorizzazione capitalistica – sfruttamento e espropriazione del comune, dei beni comune e della riproduzione sociale – si basa proprio sul fatto che le forme della cooperazione sociale rappresentano oggi nuove fonti di accumulazione. Nel capitalismo delle piattaforme, il processo di valorizzazione si basa sullo sfruttamento del lavoro e nella fase di intermediazione. I provider di piattaforme caricano, infatti, una commissione ogni volta che una transazione viene eseguita con successo tra due utenti.  Ad un’analisi superficiale, si tratta di una guadagno derivante da un servizio commerciale fornito da forme di lavoro autonomo non subordinato. In realtà, l’estrazione di valore è anche fondata su forme di sfruttamento del lavoro.
Le pratiche alternative di condivisione e di cooperazione  appartengono, così,  ad altri eco-sistemi, qualitativamente diverse dal capitalismo (anche se sono variamente interconnesse con esso). Dobbiamo offrire alternative accessibili alle esternalità negative della sharing economy capitalista: (1) la generazione di relazioni tra gli utenti come pietra miliare delle piattaforme di condivisione digitale e (2) la proprietà di qualsiasi attività fisica che viene condivisa. Il secondo punto ha anche implicazioni più rilevanti rispetto alla prima se iniziamo a immaginare un eco-sistema di condivisione e cooperazione che sia altro dal capitalismo. Si tratta infatti di un eco-sistema in cui “tutto è condiviso e nulla è di proprietà”. Questo era il sogno hacker di “condividere strumenti di potere”. Un sogno che si è poi sviluppato in tutt’altra direzione. Possiamo (dobbiamo) fare di più per poter aprire i nostri immaginari collettivi.
Quarto pilastro: la moneta del comune (Commoncoin)
Il welfare del comune presuppone autonomia e indipendenza, quindi richiede l’attivazione di processi di auto-organizzazione o self-governance. Le buone pratiche che al suo interno possono essere avviate necessitano tempi di sperimentazione e non sempre sono immediatamente produttive. A tal fine è fondamentale garantire la piena sostenibilità economica per evitare processi di sussunzione. Da questo punto di vista, il welfare del comune presuppone una propria auto-capitalizzazione in direzione contraria alla crescente e diffusa aziendalizzazione, finalizzata alla produzione di valore d’uso in alternativa alla produzione di valore di scambio. Ne consegue che il welfare del comune può essere finanziariamente autonomo solo se è inserito all’interno di un circuito monetario a sua volta indipendente dai diktat e dalle imposizione delle convenzioni finanziarie dominanti.
La moneta del comune è quindi l’espressione del welfare del comune e ne definisce la cornice di attuazione.
Potremmo dire di più. Il welfare del comune giustifica la moneta del comune nel momento in cui tale moneta è funzionale a un contesto di produzione alternativa, fondata sulla produzione dell’essere umano per l’essere umano.
In particolare, il Commoncoin l’espressione del rapporto tra il valore biopolitico prodotto dalle singolarità che compongono la moltitudine e le relazioni sociali necessarie per produrre tale valore. A livello economico e monetario, questo processo di auto-propulsione deve sviluppare sinergie con l’implementazione di una serie di strumenti tecno-monetari che possono aiutare a rispondere alla seguente domanda: come è possibile utilizzare le tecnologie digitali per favorire processi di automatizzazione  i nellle pratiche di distribuzione del reddito, a partire da una piattaforma fatta per condividere la produzione di valore bio-politico da e per la moltitudine?
Il capitale non vuole che la cooperazione sociale, dalla cui espropriazione e sfruttamento origina il proprio guadagno,  faccia esodo. Pertanto, la creazione di una cripto-valuta non solo complementare ma anche alternativa come il Commoncoin deve consentire alla cooperazione sociale di autorganizzarsi e di sfruttare al massimo il potenziale monetario nel processo di un esodo. Ciò può avvenire attraverso iniziative bottom-up che applicano il pensiero critico al progetto criptomoneta per il bene comune della cooperazione sociale. Più in particolare, il sistema di Commoncoin potrebbe essere gestito con costi di intermediazione di gran lunga inferiori a quelli tradizionali, soprattutto riguardo  alle  attuali disposizioni di welfare, rendendo così molto più attraente  l’istituzionalizzazione dal basso del Commonfare. Più concretamente,  Commoncoin è pensato più come strumento di sostenibilità e autonomia di  circuiti economici alternativi piuttosto che come riserva di valore (spesso con finalità speculative) come avviene per le attuali criptomonete (vedi BitCoin).
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Questi quattro aspetti – tra altri – evidenziano una prospettiva di superamento della logica produttivistica di matrice capitalistica, anche nella sua dimensione di valorizzazione più immateriale. Si tratta di, pensare effettivamente a forme di produzioni alternative, compatibili con i vincoli ambientali, rispettosi della natura umana e soprattutto tese a valorizzare l’attività di otium creativo e di opus contro la dittatura/costrizione odierna del labor: una dittatura composta da performatività, efficientismo, produttivismo fini a se stessi e al capitale, con conseguente  distruzione dei legami sociali e naturali.
Il commonfare si presenta adeguato anche ai vincoli di natura ecologica che sono sorti dopo più di 50 anni di produttivismo taylorista. E ciò può avvenire secondo due direttrici. La prima ha a che fare direttamente con una gestione “comune” dei beni ambientali, soggetti a scarsità, dall’aria, all’acqua, alla natura in generale (foreste, animali, mari, ecc.), da un lato, e della riproduzione sociale e delle relazioni umane (bien vivir), dall’altro. La seconda deriva dall’implementazione di un reddito di base incondizionato, che, in nome del diritto di scelta e di autodeterminazione delle proprie vite, può favorire una produzione di valore d’uso eco-compatibili a svantaggio della produzione di valore di scambio più dannoso per l’equilibrio ambientale.
La proposta di commonfare consente di attuare un governance migliore dell’attuale fase di capitolocene, che vede la dimensione della vita oggi al centro dei processi di accumulazione e di sfruttamento e quindi di valorizzazione. Il welfare è oggi l’elemento che condensa queste problematiche in quanto modo di produzione.
Riteniamo imprescindibile dunque l’imperativo di organizzare il pessimismo contemporaneo, legato all’attuale processo di impoverimento e proletarizzazione dell’intelletto generale, creando nuovi immaginari. Si tratta di sviluppare forme concrete di micropolitica in grado di valorizzare la presenza e la capacità di diversi talenti, la ricchezza degli scambi umani, la capacità di adattare, almeno parzialmente, la produzione alle esigenze e ai desideri della comunità. Gli spazi metropolitani e sociali, i rapporti tra individui e comunità, il motore della valorizzazione e dei mezzi di produzione sono già direttamente nelle nostre mani, nei corpi e nelle menti.
Per uscire dalla paralisi, possiamo individuare le tante realtà, espressioni del comune, che già attuano, all’interno della cooperazione sociale, pratiche di autoproduzione, sperimentano forme di  riproduzione sociale  alternative verso  esodi inclusivi.
Si tratta di cominciare a immaginare i contorni di una società desiderabile.
NOTE
[1] Sul concetto di reddito di base come reddito primario, si veda Carlo Vercellone, Crisi della legge del valore e divenire rendita del profitto. Appunti sulla crisi sistemica del capitalismo cognitivo (luglio 2009): https://halshs.archives-ouvertes.fr/halshs-00401890; Carlo Vercellone, Andrea Fumagalli (luglio 2013 ), Reddito di base come reddito primario: http://www.bin-italia.org/un-reddito-di-base-come-reddito-primario; Andrea Fumagalli,  “Il reddito minimo (incondizionato) come reddito primario e non pura assistenza: alcuni elementi per una teoria della sovversione e della libertà” in Bin-Italia (a cura di), Un reddito garantito ci vuole! Ma quale?, Quaderni per il reddito n. 3, Roma, 2016, pp. 115-120.
Riguardo invece il dibattito relativo al rapporto tra reddito di base e nuove tecnologie, si rimanda a Bin-Italia (a cura di), Reddito garantito e innovazione tecnologica. Tra algoritmi e robotica, Asterios, Trieste, 2017.