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giovedì 8 settembre 2016

Lettera a mia madre, Berta Cáceres - Bertha Zúniga Cáceres



Sei mesi fa stavo viaggiando dal Messico all’Honduras con una gran fretta, il tempo si era quasi fermato. Dovevo trovarmi con Laura e Salva per poter dire addio alle tue mani e ai tuoi occhi. La notizia del tuo assassinio aveva un senso, giorni prima infatti stavamo scrivendo insieme il comunicato che denunciava la riattivazione, sull’altra riva del fiume Gualcarque, del progetto Agua Zarca. Puntavamo a fermarlo mediante la denuncia del ruolo complice delle banche finanziatrici, nonostante fosse chiaro che DESA non avesse nessuna intenzione di farlo e conoscessimo bene la sua aggressività.
Non potevo credere che non c’eri più, ma non ho mai pianto sfiancata dal dolore. Ho pianto indignata perché il mondo aveva permesso la tua morte, perché esseri perversi avevano flagellato il tuo corpo con dei proiettili, perché sapevo che non avrei più sentito la tua voce. E mi fece paura rendermi conto di come ci avevi ben preparato a quella notizia, fidandoti che, quando non ci fosse stata più la tua voce, ci sarebbero state le nostre, le migliaia che avrebbero parlato in tuo nome, per continuare a gridare quello che hai sempre gridato: Giustizia.
Cercare la giustizia è un percorso tortuoso, fatto anche di silenzio, e di braccia, mani, cuori che non lasceranno che Berta muoia così, impunemente. Sei mesi dopo, ci indigna che il governo golpista e dittatoriale di Juan Orlando Hernández continui a ignorare la nostra richiesta di un gruppo indipendente di investigatori che ci permetta di conoscere la verità sul crimine.
Ci indigna sapere che DESA-Agua Zarca non ha intenzione di fermare il progetto, che manda la sua tecnica, Elsia Paz, nei canali di comunicazione più grandi d’Honduras per ripulire il nome dell’impresa. Ci indigna il fatto che banche come FMO non abbiano intenzione di sospendere il finanziamento a questo progetto di morte, ci indigna sapere che siano sempre stati a conoscenza di quanto stesse succedendo, e che a loro non sia mai importato niente di quello che soffriamo per colpa del loro atteggiamento colonialista e del loro denaro sporco di sangue.
Ci indigna vedere la inettitudine delle istituzioni honduregne in un caso considerato “di priorità nazionale”. Ora ascolto una delle tue canzoni preferite e mi entra dentro al cuore questo verso: “e anche se scende la notte, torna la luna, torna l’amore”, era uno dei tuoi principi. Hai vissuto tutte le avversità possibili, non ti sei mai fermata e hai sempre sorriso, ti sei riempita di orgoglio e soddisfazione per lottare spalla a spalla con il tuo popolo, facendo rivoluzioni, dentro casa e nelle strade.

E  ora è quello che facciamo noi: sorridere e lottare come guerriere, senza mai perdere la speranza. Sei mesi fa ho saputo che le mie braccia, le mie mani ed anche la mia voce erano le tue. Sei mesi fa ho dichiarato guerra alla morte. Per sei mesi migliaia di voci hanno gridato: “Giustizia per Berta”. Quel 3 marzo ti ho persa, ma ho guadagnato un sacco di zii, zie, fratelli e sorelle.
Continueremo a lottare per te, con i tuoi valori, con la tua forza e la tua allegria, senza paura: nessuno ammazza Berta Cáceres. Mia mamma non è stata uccisa, egli assassini che volevano ucciderla si sono fregati da soli, perché lei è qui, perché vivrà in ognuno e ognuna di noi, fino a quando resteremo in piedi a lottare contro questa impresa assassina, contro le dighe, contro la privatizzazione dei boschi e dell’ossigeno.
Qui con noi vivrai mamma, in noi vivrà Berta Cáceres.
Con l’amore complice di sempre:
Ce la faremo, è una promessa.
¡Hasta la Victoria Siempre, Mami!

Articolo originale in spagnolo qui, traduzione a cura di Mario Zuppiroli
Fonte: www.puchica.org
da qui

venerdì 11 marzo 2016

In Honduras, i compagni di lotta di Berta Cáceres ora sono nel mirino – Marina Forti


È sopravvissuto per miracolo agli assassini di Berta Cáceres, l’attivista per la giustizia ambientale e leader indigena uccisa il 3 marzo in Honduras, ma ora anche lui è in pericolo. Gustavo Castro Soto, direttore dell’organizzazione ambientalista messicana Otros Mundos e coordinatore di Friends of the Earth Mexico, è stato colpito due volte dagli uomini che hanno fatto irruzione in casa dell’attivista e l’hanno freddata, la scorsa settimana. Lui pensa di essersela cavata perché gli aggressori l’hanno creduto morto.
Castro oggi è l’unico testimone dell’uccisione di Berta Cáceres: ma le autorità non sembrano proteggerlo. Né sembrano indagare seriamente sulla morte della leader indigena: dimostrando una «assoluta mancanza di volontà di proteggere i difensori dei diritti umani nel paese», accusa Amnesty International.
Lo stesso Castro ha scritto, in una lettera pubblicata da un giornale honduregno, che la scena del crimine è stata alterata. Racconta che a lui è stata prestata qualche cura medica solo tre giorni dopo il fatto, durante i quali è stato lungamente interrogato e trattenuto sempre con addosso gli abiti ancora insanguinati. Gli è stato chiesto di identificare possibili sospetti: ma nelle foto e nei video che gli hanno mostrato comparivano amici della vittima, i suoi compagni di lotta.

Berta Cáceres era una figura nota ben oltre il suo paese. Cofondatrice del Consiglio dei popoli indigeni dell’Honduras (Copinh) apparteneva al gruppo nativo Lenca, il più numeroso del Paese centroamericano. Da anni era impegnata con la sua gente in una battaglia contro il progetto idroelettrico di Agua Zarca, sul fiume Gualcarque: il più grande progetto idroelettrico in Centroamerica, prevede una cascata di quattro dighe nel bacino fluviale, se attuato costringerà molti a perdere terra, case, sopravvivenza. E ha suscitato grandi resistenze popolari.
La battaglia è stata efficace, perché l’impresa arranca da quando l’azienda cinese Sinohydro e la International Finance Corporation (il braccio della Banca Mondiale che assiste il settore privato) hanno deciso di disinvestire e togliere il proprio appoggio a Desa, l’azienda honduregna titolare del progetto. Gli attivisti honduregni ora chiedono di ritirarsi anche agli altri partner stranieri, tra cui la Banca olandese per lo sviluppo, il Fondo finlandese per la cooperazione industriale e le aziende tedesche Siemens e Voith.
Berta Cáceres era l’anima e la leader di questa battaglia collettiva: tanto che l’anno scorso era stata insignita del Premio Goldman per l’ambiente, riconoscimento attribuito ad attivisti locali che si battono per la sostenibilità e la giustizia ambientale.
Battaglie simili però non sono indolori. Cáceres e i suoi compagni avevano di fronte alcuni potenti proprietari terrieri, vera e propria oligarchia del Paese, e i loro piccoli eserciti di guardie private. In effetti appena una settimana prima dell’assassinio, la leader indigena aveva ricevuto minacce. Per questo la famiglia non crede alla versione della polizia, quella di un tentativo di rapina finito male. «Non ho dubbio che sia stata uccisa per la sua lotta, e che sono responsabili soldati e gente della diga, ne sono certa» ha detto l’anziana madre di Berta Cáceres a Radio Globo.

Altrettanto esplicita la figlia, Berta Isabel Zúñiga Cáceres, studentessa di 25 anni: a uccidere sua madre sono stati «l’impresa Desa, costruttrice della diga Agua Zarca nella comunità di Rio Blanco, che in numerose occasioni l’hanno minacciata in nodi diretto e non, e hanno pagato sicari perché la uccidessero», ha detto a Desinformemonos, portale di “giornalismo di base” messicano.
Lei era ben consapevole del pericolo e lo aveva detto in una bella intervista al The Guardian, in occasione del Premio Goldman. Del resto, tre anni fa un altro esponente del Copinh è stato ucciso da un soldato durante una pacifica dimostrazione contro la diga, in località Rio Blanco: il militare è stato poi assolto per aver agito in “autodifesa” (contro dimostranti disarmati!). E l’Honduras non è solo; numerosi attivisti per i diritti sociali, leader indigeni, ambientalisti hanno pagato con la vita il proprio impegno, nel continente latinoamericano e oltre, come denuncia un recente rapporto di Global Witness; di solito i responsabili restano impuniti.
Ora c’è anche il paradossale caso di Gustavo Castro. In teoria è protetto come testimone dei fatti; il giudice istruttore però ha emesso un ordine di restare a disposizione per 30 giorni, pena l’arresto, e gli è stato impedito di volare in Messico, a casa. Insomma, l’attivista messicano non può lasciare l’Honduras, e non è chiaro perché: ma non è rassicurante. La tensione è molto forte, nella regione di La Esperanza.
«Gustavo Castro non viene trattato come la vittima di un tentativo di uccisione, al contrario la sua vita viene messa a rischio, e il suo diritto di movimento negato» dicono in un comunicato congiunto Otros Mundos e la rete internazionale Friends of the Earth – Mexico. Le due organizzazioni sostengono che l’ordine di restare in Honduras è «ingiusto e non necessario», perché Castro è stato sentito ampiamente dagli inquirenti, ha chiarito i fatti, e non è stato informato di nessuna ulteriore procedura.
L’attivista messicano ora teme per la sua vita e ne ha motivo. È il testimone scomodo di un assassinio voluto per fermare una battaglia popolare ed è in pericolo.