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sabato 6 marzo 2021
giovedì 8 settembre 2016
Lettera a mia madre, Berta Cáceres - Bertha Zúniga Cáceres
Sei mesi fa
stavo viaggiando dal Messico all’Honduras con una gran fretta, il tempo si era quasi fermato. Dovevo trovarmi con Laura e Salva
per poter dire addio alle tue mani e ai tuoi occhi. La notizia del
tuo assassinio aveva un senso, giorni prima infatti stavamo scrivendo insieme
il comunicato che denunciava la riattivazione, sull’altra riva del fiume
Gualcarque, del progetto Agua Zarca. Puntavamo a fermarlo mediante la denuncia
del ruolo complice delle banche finanziatrici, nonostante fosse chiaro che DESA
non avesse nessuna intenzione di farlo e conoscessimo bene la sua aggressività.
Non potevo credere che non c’eri più, ma non ho mai
pianto sfiancata dal dolore. Ho pianto indignata perché il mondo aveva permesso
la tua morte, perché
esseri perversi avevano flagellato il tuo corpo con dei proiettili, perché
sapevo che non avrei più sentito la tua voce. E mi fece paura rendermi conto di
come ci avevi ben preparato a quella notizia, fidandoti che, quando non ci
fosse stata più la tua voce, ci sarebbero state le nostre, le migliaia che
avrebbero parlato in tuo nome, per continuare a gridare quello che hai sempre
gridato: Giustizia.
Cercare la
giustizia è un percorso tortuoso, fatto anche di silenzio, e di braccia, mani,
cuori che non lasceranno che Berta muoia così, impunemente. Sei mesi dopo, ci indigna che il governo golpista e dittatoriale
di Juan Orlando Hernández continui a ignorare la nostra richiesta di un gruppo
indipendente di investigatori che ci permetta di conoscere la verità sul
crimine.
Ci indigna sapere che DESA-Agua Zarca non ha
intenzione di fermare il progetto, che manda la sua tecnica, Elsia Paz, nei canali di comunicazione più grandi
d’Honduras per ripulire il nome dell’impresa. Ci indigna il fatto che banche
come FMO non abbiano intenzione di sospendere il finanziamento a questo
progetto di morte, ci indigna sapere che siano sempre stati a conoscenza di
quanto stesse succedendo, e che a loro non sia mai importato niente di quello
che soffriamo per colpa del loro atteggiamento colonialista e del loro denaro
sporco di sangue.
Ci indigna
vedere la inettitudine delle istituzioni honduregne in un caso considerato “di
priorità nazionale”. Ora ascolto una delle tue canzoni preferite e mi entra dentro
al cuore questo verso: “e anche se scende la notte, torna la luna, torna
l’amore”, era uno dei tuoi principi. Hai vissuto tutte le avversità
possibili, non ti sei mai fermata e hai sempre sorriso,
ti sei riempita di orgoglio e soddisfazione per lottare spalla a spalla con il
tuo popolo, facendo rivoluzioni, dentro casa e nelle
strade.
E ora è quello che facciamo noi: sorridere e lottare come guerriere,
senza mai perdere la speranza. Sei mesi fa ho saputo che le mie
braccia, le mie mani ed anche la mia voce erano le tue. Sei mesi fa ho
dichiarato guerra alla morte. Per sei mesi migliaia di voci hanno gridato:
“Giustizia per Berta”. Quel 3 marzo ti ho persa, ma ho guadagnato un sacco di
zii, zie, fratelli e sorelle.
Continueremo
a lottare per te, con i tuoi valori, con la tua forza e la tua allegria, senza
paura: nessuno ammazza Berta Cáceres. Mia mamma non è stata uccisa, egli assassini che volevano ucciderla si sono fregati da soli,
perché lei è qui, perché vivrà in ognuno e ognuna di noi, fino a quando
resteremo in piedi a lottare contro questa impresa assassina, contro le dighe,
contro la privatizzazione dei boschi e dell’ossigeno.
Qui con noi
vivrai mamma, in noi vivrà Berta Cáceres.
Con l’amore
complice di sempre:
Ce la
faremo, è una promessa.
¡Hasta la
Victoria Siempre, Mami!
Articolo originale in spagnolo qui, traduzione a cura di Mario Zuppiroli
Fonte: www.puchica.org
da qui
venerdì 11 marzo 2016
In Honduras, i compagni di lotta di Berta Cáceres ora sono nel mirino – Marina Forti
È sopravvissuto per miracolo agli assassini di Berta Cáceres,
l’attivista per la giustizia ambientale e leader indigena uccisa il 3 marzo in
Honduras, ma ora anche lui è in pericolo. Gustavo Castro Soto, direttore
dell’organizzazione ambientalista messicana Otros Mundos e coordinatore di
Friends of the Earth Mexico, è stato colpito due volte dagli uomini che hanno
fatto irruzione in casa dell’attivista e l’hanno freddata, la scorsa settimana.
Lui pensa di essersela cavata perché gli aggressori l’hanno creduto morto.
Castro oggi è l’unico testimone dell’uccisione
di Berta Cáceres: ma le autorità non sembrano proteggerlo. Né sembrano indagare
seriamente sulla morte della leader indigena: dimostrando una «assoluta
mancanza di volontà di proteggere i difensori dei diritti umani nel paese», accusa Amnesty International.
Lo stesso Castro ha scritto, in una lettera pubblicata da un giornale honduregno,
che la scena del crimine è stata alterata. Racconta che a lui è stata prestata
qualche cura medica solo tre giorni dopo il fatto, durante i quali è stato
lungamente interrogato e trattenuto sempre con addosso gli abiti ancora
insanguinati. Gli è stato chiesto di identificare possibili sospetti: ma nelle
foto e nei video che gli hanno mostrato comparivano amici della vittima, i suoi
compagni di lotta.
Berta Cáceres era una figura nota ben oltre il suo paese.
Cofondatrice del Consiglio dei popoli indigeni dell’Honduras (Copinh)
apparteneva al gruppo nativo Lenca, il più numeroso del Paese centroamericano.
Da anni era impegnata con la sua gente in una battaglia contro il progetto
idroelettrico di Agua Zarca, sul fiume Gualcarque: il più grande progetto
idroelettrico in Centroamerica, prevede una cascata di quattro dighe nel bacino
fluviale, se attuato costringerà molti a perdere terra, case, sopravvivenza. E
ha suscitato grandi resistenze popolari.
La battaglia è stata efficace, perché l’impresa arranca da quando
l’azienda cinese Sinohydro e la International Finance Corporation (il braccio
della Banca Mondiale che assiste il settore privato) hanno deciso di
disinvestire e togliere il proprio appoggio a Desa, l’azienda honduregna
titolare del progetto. Gli attivisti honduregni ora chiedono di ritirarsi anche
agli altri partner stranieri, tra cui la Banca olandese per lo sviluppo, il
Fondo finlandese per la cooperazione industriale e le aziende tedesche Siemens
e Voith.
Berta Cáceres era l’anima e la leader di questa battaglia
collettiva: tanto che l’anno scorso era stata insignita del Premio Goldman per l’ambiente,
riconoscimento attribuito ad attivisti locali che si battono per la
sostenibilità e la giustizia ambientale.
Battaglie simili però non sono indolori. Cáceres e i suoi compagni
avevano di fronte alcuni potenti proprietari terrieri, vera e propria
oligarchia del Paese, e i loro piccoli eserciti di guardie private. In effetti
appena una settimana prima dell’assassinio, la leader indigena aveva ricevuto
minacce. Per questo la famiglia non crede alla versione della polizia, quella
di un tentativo di rapina finito male. «Non ho dubbio che sia stata uccisa per
la sua lotta, e che sono responsabili soldati e gente della diga, ne sono
certa» ha detto l’anziana madre di Berta Cáceres a Radio Globo.
Altrettanto esplicita la figlia, Berta Isabel Zúñiga Cáceres,
studentessa di 25 anni: a uccidere sua madre sono stati «l’impresa Desa,
costruttrice della diga Agua Zarca nella comunità di Rio Blanco, che in
numerose occasioni l’hanno minacciata in nodi diretto e non, e hanno pagato
sicari perché la uccidessero», ha detto a Desinformemonos, portale
di “giornalismo di base” messicano.
Lei era ben consapevole del pericolo e lo
aveva detto in una bella intervista al The Guardian, in occasione del Premio Goldman. Del resto, tre anni fa un altro
esponente del Copinh è stato ucciso da un soldato durante una pacifica
dimostrazione contro la diga, in località Rio Blanco: il militare è stato poi
assolto per aver agito in “autodifesa” (contro dimostranti disarmati!). E
l’Honduras non è solo; numerosi attivisti per i diritti sociali,
leader indigeni, ambientalisti hanno pagato con la vita il proprio impegno, nel
continente latinoamericano e oltre, come denuncia un recente rapporto di Global Witness; di
solito i responsabili restano impuniti.
Ora c’è anche il paradossale caso di Gustavo Castro. In teoria è
protetto come testimone dei fatti; il giudice istruttore però ha emesso un
ordine di restare a disposizione per 30 giorni, pena l’arresto, e gli è stato
impedito di volare in Messico, a casa. Insomma, l’attivista messicano non può
lasciare l’Honduras, e non è chiaro perché: ma non è rassicurante. La tensione
è molto forte, nella regione di La Esperanza.
«Gustavo Castro non viene trattato come la vittima di un tentativo
di uccisione, al contrario la sua vita viene messa a rischio, e il suo diritto
di movimento negato» dicono in un comunicato congiunto
Otros Mundos e la rete internazionale Friends of the Earth – Mexico. Le due
organizzazioni sostengono che l’ordine di restare in Honduras è «ingiusto e non
necessario», perché Castro è stato sentito ampiamente dagli inquirenti, ha
chiarito i fatti, e non è stato informato di nessuna ulteriore procedura.
L’attivista messicano ora teme per la sua vita e ne ha motivo. È
il testimone scomodo di un assassinio voluto per fermare una battaglia popolare
ed è in pericolo.
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