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lunedì 11 marzo 2024

Un’assurda direttiva del Governo per impedire di ridurre morti e feriti sulle strade e per far perdere tempo e denaro ai Comuni - Associazione Marco Mascagna

 

A 50 Km/h un pedone o ciclista investito da un’auto ha l’85% di probabilità di morire, a 30 Km/h solo il 10%; un automobilista che fa uno scontro frontale a 50 Km/h ha il 10% di probabilità di morire, a 30 Km/h meno dell’1% [1]. Questi dati sono riportati in un rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e sono la diretta conseguenza di una legge della fisica nota da secoli: la forza esercitata (quella che causa i danni) è direttamente proporzionale alla massa e alla velocità. Ora, poiché la massa di un’auto o di una moto è notevole (70-300 Kg per un due ruote, 800-2700 Kg per un’auto) e non è variabile, bisogna agire sulla velocità per ridurre i danni.

Un dato importante che molti ignorano è che la maggioranza degli incidenti avviene in città: in Italia il 73%, con il il 71% dei feriti (oltre 140.000 all’anno) e il 42% delle morti (circa 1.500 morti all’anno) [2].

È sulla base di questi dati che molte città hanno sperimentato il limite generalizzato di velocità a 30 Km/h (tranne che per gli assi di scorrimento veloce).

Graz, città austriaca di 300.000 abitanti, lo ha adottato già nel 1992 e da allora molte città hanno seguito il suo esempio: Parigi, Londra, New York, Toronto, Bruxelles, Madrid, Amsterdam, Barcellona, Bilbao, Valencia, Lione, Edimburgo, Helsinki, Tolosa, Zurigo ecc.

Un così ampio numero di città in cui è stato adottato il limite di 30 Km/h ha permesso di conoscere in maniera precisa e certa gli effetti di tale provvedimento.

Se si consulta PubMed, il più importante archivio di articoli scientifici medici, si trovano molte ricerche sugli effetti sulla salute della riduzione della velocità a 30 Km/h nei centri urbani: tutti questi studi evidenziano una riduzione significativa del numero di morti e feriti (dal 20% al 70% in meno dei decessi).

Una metanalisi di queste ricerche, pubblicata sull’autorevole Journal of Public Health, afferma: “Vi sono prove più che convincenti dell’efficacia nel ridurre incidenti e lesioni” [3].

Alle medesime conclusioni arriva uno studio pubblicato sul British Medical Journal: “L'introduzione di zone a 20 miglia orarie è stata associata a una riduzione del 42% delle vittime della strada. La riduzione percentuale è stata maggiore per i bambini e per la categoria delle vittime decedute o gravemente ferite rispetto alle ferite minori. Nelle aree adiacenti alle zone a 20 miglia orarie, le vittime sono diminuite in media dell’8%” [4].

Sulla base di tali evidenze scientifiche l’OMS, l’ONU, la UE e il Ministero dei Trasporti hanno varato documenti che invitano ad adottare il limite di 30 Km/h nelle città.

La Dichiarazione di Stoccolma, approvata alla terza Conferenza ministeriale globale sulla sicurezza stradale, afferma che bisogna imporre velocità massima di 30 km/h nelle aree in cui gli utenti vulnerabili della strada (pedoni, ciclisti) e i veicoli si mescolano in modo frequente, “tranne nei casi in cui esistono prove evidenti che velocità più elevate sono sicure”. Questa affermazione è stata fatta propria dall’ONU e dall’OMS [5, 6].

Il Quadro strategico dell’UE in materia di sicurezza stradale 2021-2030 raccomanda di adottare una velocità massima di 30 km/h, come regola generale, nelle zone residenziali e nelle zone con un numero elevato di ciclisti e pedoni [7].

Anche il nostro Ministero dei Trasporti nel 2021 ha raccomandato che “dove ci possono essere impatti che coinvolgono veicoli e pedoni, la velocità dovrebbe essere limitata a 30 km/h” perché “l’implementazione di zone 30 risulta una soluzione efficace per ambienti urbani e spazi pubblici sicuri” [8]. Infatti, se in tutte le città italiane si adottasse il limite di 30 Km/h ogni anno circa 800 persone non morirebbero e 100.000 non sarebbero ferite.

Si rimane perciò senza parole a sapere che il Governo Meloni ha varato una specifica direttiva per rendere quanto mai difficile ai Comuni istituire zone con limite 30 Km/h [9]. E ancora più sconcertati si rimane leggendo le idiozie che vi sono scritte:

-        il limite di 30 Km/h può essere adottato “solo per aree delimitate, perché solo tale approccio consente di fornire adeguate motivazioni” a tale provvedimento (le ricerche dicono il contrario o, forse, per il Ministro dei Trasporti salvare 800 persone dalla morte e avere 100.000 feriti in meno ogni anno non è una valida motivazione?);

-        “circolare a una velocità troppo bassa può essere concausa di sinistri” (ciò vale se uno va a 30 Km in un’autostrada, non se tutti vanno a una velocità inferiore a 30 Km/h: in questo caso i sinistri diminuiscono, tra il 20% e l’80% secondo le ricerche [3]);

-        l’adozione del limite di 30 Km/h “potrebbe causare intralcio alla circolazione e, conseguentemente, risultare pregiudizievole sotto il profilo ambientale” (le ricerche dicono esattamente il contrario: “L’analisi dei tempi di percorrenza, dei flussi di traffico e delle velocità dimostra che il limite di velocità di 20 miglia non ha aumentato la congestione” [10]. Anzi in vari casi è migliorata, perché parte di quelli che usavano l’auto hanno iniziato ad andare in bici. Inoltre, nelle zone dove il limite è 30 Km/h, l’inquinamento acustico diminuisce notevolmente, in alcuni casi addirittura si dimezza [11].

-        Nella direttiva poi è scritto che il potere dei Comuni nell’istituire il limite di 30 Km/h deve rispettare il bilanciamento tra il diritto alla mobilità e la promozione della sicurezza stradale. Il Ministro così mostra tutta la sua ignoranza e arroganza: nel nostro ordinamento il diritto alla salute è preminente sugli altri, inoltre c’è il diritto alla mobilità, non il diritto ad andare oltre una determinata velocità e, in ultimo, il diritto alla mobilità non riguarda solo chi va in auto e moto (come il Governo crede) ma anche chi va a piedi o in bici. Per di più chi va a piedi o in bici esercita tale diritto senza causare danni all’ambiente e alla salute, al contrario di chi va in auto o in moto, e per questo dovrebbe essere particolarmente tutelato e incentivato.

Il Governo, poi, pretende che i Comuni debbano fornire motivazioni alla decisione di ridurre il limite di velocità a 30 Km/h, dimenticando non solo i documenti internazionali che invitano i Comuni a imporre questi limiti, ma anche le direttive che lo stesso Ministero dei Trasporti ha dato ai Comuni negli anni passati (“Dove ci possono essere impatti che coinvolgono veicoli e pedoni, la velocità dovrebbe essere limitata a 30 km/h”), direttive tuttora valide. Inoltre sembra ignorare che le ricerche scientifiche sono concordi sull’utilità di tale provvedimento. Ma tutto ciò non basta al Governo, che pretende che i Comuni riportino nell’ordinanza “i tassi di incidentalità monitorati almeno nell’ultimo triennio”, “le peculiari condizioni di utilizzo del contesto urbano di riferimento” (es. presenza di scuole, ospedali, aree verdi, esercizi commerciali, industrie, palazzi storici ecc.).

Cioè gli impiegati comunali dovrebbero riempire centinaia di pagine per descrivere e riportare minuziosamente i dati quasi dell’intera città per giustificare l’adozione del limite di 30 Km/h. Ecco come far lavorare a vuoto impiegati e dirigenti, come se non avessero cose più importanti da fare!

Ma il colmo è questa frase: "Qualsiasi fissazione generalizzata di limiti di velocità nel contesto urbano risulta di per sé arbitraria". Arbitraria significa “Che dipende dall’arbitrio del singolo senza riferimento a legge o norma esteriore”. Arbitrio significa: “Abuso della libera volontà. Atto o comportamento capriccioso o anche illegale” [12].

Ora è la direttiva del Governo che è arbitraria e capricciosa (“Volontà improvvisa e bizzarra”) perché basata sul nulla, se non sulla demagogica volontà di accaparrare i voti di automobilisti fanatici e di persone ignoranti (che ignorano i dati e le norme sopra riportati).

I Comuni che adottano il limite di 30 Km/h  hanno dalla loro i dati delle ricerche scientifiche e le indicazioni/prescrizioni dello stesso Ministero dei Trasporti (oltre che dell’OMS e della UE).

Il Governo, invece, se avesse a cuore la salute degli italiani e un poco di logica, dovrebbe fare come stanno facendo vari Stati: adottare una norma nazionale che prescrive che nelle città il limite è 30 Km/h in tutte le strade, tranne quelle che hanno due corsie per senso di marcia delle auto (cioè gli assi a scorrimento veloce) [13]. Una norma chiara, semplice, razionale, che non fa sprecare tempo agli impiegati comunali, che fa risparmiare soldi ai Comuni (segnaletica, ecc.) e che dimezza il numero di morti e i feriti per incidenti automobilistici in città.

Note: 1) OMS 2008; 2) Istat 2023; 3) Cairns J et al: Go slow: an umbrella review of the effects of 20 mph zones and limits on health and health inequalities. J Public Health (Oxf). 2015; 4) Grundy C: Effect of 20 mph traffic speed zones on road injuries in London, 1986-2006: controlled interrupted time series analysis. BMJ, 2009; 5) ONU: Risoluzione dell'Assemblea n 74/299 del 31 agosto 2020; 6) OMS “Piano globale per la decade d’azione per la sicurezza stradale 2021-2030“; 7) UE:  Quadro strategico dell’UE in materia di sicurezza stradale 2021-2030 – Raccomandazioni sulle prossime tappe verso l’obiettivo “zero vittime”, approvato il 6 ottobre 2021; 8) MIT: Piano Nazionale per la Sicurezza Stradale, 2021; 9) MIT: Direttiva adottata ai sensi dell’articolo 142, comma 2, del Codice della strada di cui al decreto legislativo n. 285 del 1992 sulla disciplina dei limiti di velocità nell’ambito urbano; 10) TlF: New data shows significant improvements in road safety in London since introduction of 20mph speed limits 13 February 2023; 11) Bruxelles mobilité : Quel bilan après 3 ans de Ville 30km/h à Bruxelles?; 12) Treccani; 13) In Europa una tale norma è stata varata in Spagna nel 2021 e nel Galles nel 2022 ed è allo studio in vari Paesi.

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domenica 23 luglio 2023

L’effetto serra - Associazione Marco Mascagna

L’effetto serra ogni anno ci causa danni per decine di miliardi di euro, ma al Governo e a una parte dei cittadini non importa niente

Quanti ricordano l’uragano Florence? Quanti gli uragani Michael, Katryna, Wilma? Quanti la Tempesta Vaia? Crediamo pochi.

L’uragano Florence (venti fino a 220 Km/h) si è abbattuto nel 2018 sugli USA provocando in solo due giorni danni stimati in 22 miliardi di euro e 52 morti. Sempre nel 2018 il Michael (venti a 250 Km/h) in soli 3 giorni ha causato danni per 14 miliardi di euro. Nel 2005 il Wilma (venti fino a 281 Km/h, l’uragano più potente mai conosciuto) ha causato danni per 26 miliardi di euro e, nel medesimo anno, l’uragano Katryna (venti fino a 280 Km/h) danni per circa 145 miliardi di euro e 1896 morti [1].

La Tempesta Vaia si è abbattuta sull’Italia del Nord-Est nel 2018 causando danni per 5 miliardi di euro e 37 morti [1].

La siccità dell’anno scorso, che forse abbiamo già dimenticato, si stima abbia causato in Italia danni per 6 miliardi di euro [2].

Il cambiamento climatico non è qualcosa che forse avverrà: è già iniziato da vari anni e, pur essendo solo all’inizio, già causa ingentissimi danni e non solo agli ecosistemi, alle piante, agli animali, ma all’uomo. Non solo determina morti, feriti, malati, peggioramento della qualità della vita e disagi, ma consistenti danni economici.

Per la nostra società l’economia è tutto. Questo viene affermato in continuazione a parole e con i fatti: bisogna aumentare il PIL (prodotto interno lordo) sempre di più, ridurre gli sprechi di denaro, farlo fruttare di più, aumentare i profitti, tagliare le spese, ecc. L’effetto serra causa all’Italia decine di miliardi di danni ogni anno eppure sembra che ciò non interessi alla gran parte di politici e amministratori e anche alla gran parte dei cittadini.

Equipe di scienziati ed economisti da vari decenni compiono studi per stimare il costo economico di una tonnellata di CO2 emessa (cioè il costo dei danni determinati da un quantitativo di gas serra equivalente a una tonnellata di CO2). Sono studi difficili e le stime prodotte hanno un notevole margine di incertezza. Secondo uno dei più autorevoli studi (pubblicato su Nature nel 2022) il costo dei danni per ogni tonnellata di CO2 prodotta è di 165 euro (con un range di 39-367 euro) [3]; secondo un altro studio il costo è di 372 euro (con un range di 157-716 euro) [4].

Avere una stima del costo per la società di un’ulteriore tonnellata di CO2 aggiunta all’atmosfera è di estrema importanza. Secondo la “logica” dell’economia dominante (quella capitalistica, di mercato) se una tonnellata di CO2 provoca danni per 372 euro non vale la pena che uno Stato spenda più di tale cifra per cercare di non farla emettere, ma vale la pena spendere meno di quella cifra per ogni tonnellata di CO2 evitata. La stima, cioè, è un parametro fondamentale per i governi per calcolare la convenienza economica degli interventi contro l’effetto serra.

La stima ha anche un’altra funzione: permette di sapere quanto dovrebbero pagare i produttori di gas serra se si volesse applicare il principio “chi inquina paga”. E’ giusto infatti che i danni li paghi chi li produce e non chi li subisce o l’intera società. Se si applicasse una tassa pigouviana (da Pigou, l’economista che per primo la ha teorizzata) lo Stato avrebbe le risorse necessarie per “neutralizzare” ogni tipo di inquinamento. Inoltre poiché i prodotti più inquinanti costerebbero molto di più ciò porterebbe molti consumatori a non comprarli e i produttori sarebbero stimolati a trovare modalità produttive e prodotti meno inquinanti. Tutto ciò, secondo gli economisti pigouviani, darebbe un grandissimo contributo alla lotta contro l’inquinamento e il degrado dell’ambiente.

Purtroppo tutti questi ragionamenti così logici, giusti, razionali non sono seguiti e i governi se ne impippano dei risultati dei complessi studi condotti da scienziati ed economisti.

Infatti negli USA la stima che il Governo utilizza per definire la convenienza economica degli interventi contro i gas serra è di 33 euro per tonnellata di CO2, cioè 5 volte meno di quanto corrisponde alla realtà secondo lo studio pubblicato su Nature e 11 volte di meno di quanto stima il secondo studio [4]. Con una stima così bassa gran parte degli interventi contro l’effetto serra sono dichiarati non convenienti (dal punto di vista economico) e quindi messi da parte.

Per quanto riguarda la tassa sui gas serra prodotti (cosiddetta carbon tax) in Italia è stata introdotta con legge 448 del 23 dicembre 1998 (ma nessuno dei numerosi governi succedutisi dal 1998 a oggi ha dato concretezza a tale legge. Va detto che siamo in ottima compagnia, perché sono pochi gli Stati in cui realmente esiste una tassa sulle emissioni di gas serra (Paesi scandinavi, Olanda, Irlanda, Sud Africa e pochi altri) e la tassa quasi sempre non è dell’ordine di grandezza degli studi prima citati.

I detrattori della carbon tax dicono che può essere introdotta solo se viene accettata in tutti i Paesi del mondo, altrimenti succederebbe che le produzioni inquinanti sarebbero trasferite nei Paesi dove non esiste una tale tassa, vanificando la sua efficacia e determinando un depauperamento degli Stati che l’adottano. In realtà ciò può essere evitato tassando con una carbon tax i prodotti importati dai Paesi che non l’adottano. L’UE solo pochi mesi fa ha approvato una legge in tal senso, che però deve ancora avere l’approvazione del Consiglio e che entrerà in vigore tra vari anni.

Nella UE invece della carbon tax esiste il sistema ETS (Emissions Trading Scheme), che fissa un limite alle emissioni di gas serra per i vari settori produttivi e, quindi, per le varie aziende di quel settore; se un’azienda supera tali limiti è costretta a comprare permessi di emissione da aziende che hanno emesso meno gas serra di quello che era loro consentito.

La differenza tra carbon tax e ETS è sostanziale: nel primo caso è lo Stato che incamera i proventi della tassa ed essa può effettivamente essere pari al danno provocato dalle emissioni (cioè le esternalità negative sono del tutto internalizzate, come dicono gli economisti), nel secondo sono le aziende più virtuose che incamerano soldi dalla vendita dei certificati di emissione e l’ammontare della tassa è soggetta solo al mercato.

Entrambi i provvedimenti tendono a far aumentare il prezzo dei prodotti o servizi perché la tassa o i certificati comprati sono un costo in più per le aziende. Per esempio il Fondo Monetario Internazionale ha proposto una carbon tax di 67 euro per ogni tonnellata di CO2 emessa. L’FMI ha calcolato di quanto aumenterebbero i prezzi di metano, elettricità e benzina nei vari Paesi con una tale tassa. Per l’Italia il prezzo del metano aumenterebbe del 50%, quello dell’elettricità del 18% e della benzina del 9% [5].

Ovviamente chi risentirebbe maggiormente di tali aumenti (e ancora di più se si applicasse una carbon tax di 165 o di 372 euro) sarebbe la popolazione più povera. Se si vuole evitare ciò e le giuste proteste che inevitabilmente sorgerebbero contro la carbon tax (vi ricordate i gilet gialli?) si dovrebbe destinare una parte del ricavato della carbon tax per sostenere le fasce di popolazione meno abbiente. Secondo l’FMI per compensare il 40% della popolazione (quella più povera) basterebbe solo un terzo dell’importo incassato con la carbon tax (per l’Italia cioè circa 5 miliardi dei 15 incassati) [5, 6]. Allo Stato resterebbero 10 miliardi che potrebbero essere utilizzati per finanziare la Sanità, i trasporti pubblici, la mobilità sostenibile, asili nido e scuole dell’infanzia ecc. creando anche occupazione in settori socialmente utilissimi e in attività ecosostenibili, con i conseguenti vantaggi per l’economia. E’ quello che ha fatto la Svezia, che ha una carbon tax di 113 euro per tonnellata di CO2 emessa (anche sui prodotti importati) e che ha destinato gran parte del denaro così raccolto a favore delle fasce di popolazione meno abbiente [7].

Purtroppo l’attuale maggioranza di governo la pensa tutto al contrario. Lo dimostrano non solo le dichiarazioni dei suoi esponenti (per esempio le ripetute dichiarazioni di Meloni che la transizione ecologica deve realizzarsi solo se non in conflitto con l’economia e con le imprese o l’impegno del ministro Urso di aiutare l’industria automobilistica così che raddoppi la produzione di auto [8]), ma le scelte che compie: per esempio quella di votare al Parlamento Europeo contro la legge per il ripristino della natura, la battaglia per annacquare il più possibile la legge sulla carbon tax della UE (una legge che secondo la Lega “danneggia vergognosamente il nostro tessuto economico e occupazionale”), l’opposizione alla legge europea che riduce i limiti consentiti di inquinanti nell’aria, ecc.

Una tale politica è una politica dello struzzo: mettere la testa sotto terra per non vedere il pericolo che si avvicina sempre più. Ogni giorno di ritardo nel prendere gli opportuni provvedimenti contro l’effetto serra determinerà più morti, feriti, disagi, ma anche gravissime perdite economiche per gli Stati e i cittadini. Più tardi si prendono i provvedimenti e più saranno costosi, in tutti i sensi.

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Note: 1) Wikipedia; 2) Siccità, danni per 6 miliardi alle imprese, Sole 24Ore 22/3/23; 3) Rennert K et al.: Comprehensive evidence implies a higher social cost of CO2, Nature, 210/2022; 4) Ricke K, Drouet L, Caldeira K, Tavoni M: Country-level social cost of carbon, Nature Climate Change, 8/2018; 5) Università Cattolica, Osservatorio Conti Pubblici Italiani: Carbon tax: il prezzo da pagare per salvare il pianeta, 15/11/19; 6) Malocchi A: Chi inquina, paga? Tasse ambientali e sussidi dannosi per l’ambiente. Ipotesi di riforma alla luce dei costi esterni delle attività economiche in Italia, Documento di Valutazione N. 6, 2017; 7) Wikipedia: Carbon tax; Per esempio si vedano le dichiarazioni del Presidente del Consiglio Meloni all’assemblea della Coldiretti e a quella di Assolombarda e le dichiarazioni del Ministro delle Imprese Urso all’incontro con Stellantis il 9/7/23.

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mercoledì 11 gennaio 2023

Il Governo e i luoghi comuni affossano il Sistema Sanitario - Associazione Marco Mascagna


In Italia tra il 2010 e il 2020 sono stati chiusi 111 ospedali e 113 pronto soccorsi e tagliati 37.000 posti letto, arrivando a 3,1 posti letto ogni 1000 abitanti (la media UE è 5 posti letto, la Francia ne ha 6, la Germania. Ma la scure dei Governi che si sono succeduti è stata ancora più pesante sulla medicina territoriale (medici di base, ambulatori, servizi di prevenzione e promozione della salute).

Spesso si legge e si sente dire che c’è carenza di medici, ma questo non è del tutto esatto. I medici iscritti all’Albo sono 422.000 (di cui 125.000 con oltre 65 anni e 35.000 con meno di 30 anni) [3]. Quindi, anche ammettendo che tutti i medici sopra i 65 e sotto i 30 anni non siano attivi (cosa del tutto inverosimile), vi sarebbero 262.000 medici attivi, cioè 4,4 medici attivi ogni 1000 abitanti, più della media UE (3,6 medici ogni 1000 abitanti), quasi come in Germania (4,3) e più che in Francia e in UK [2].

In realtà tutti sanno che la maggioranza dei medici continua a lavorare privatamente anche a 70, 75 anni e perfino a 80 anni. Quindi è molto probabile che i medici attivi siano almeno 350.000. Cioè oltre 3 volte il numero dei medici dipendenti del SSN (103.000 medici [4]). Anche se si sommano a questi i circa 40.000 medici di base e i 6.500 pediatri di libera scelta [4] si arriva a circa 150.000 medici del SSN: molto meno della metà di quelli privati. Anche contando i 15.500 specialisti convenzionati [5] la situazione cambia di poco. Insomma in Italia non c’è alcuna carenza di medici: è il Sistema Sanitario Nazionale che ne è carente.

L’Italia e il SSN sono enormemente carenti di professionisti sanitari (infermieri, assistenti sanitari, fisioterapisti, tecnici della prevenzione ecc.). Nel nostro Paese vi sono 6,2 infermieri ogni 1.000 abitanti, contro i 18 di Svizzera e Norvegia, i 13 della Germania, gli 11 della Francia [4, 2]. Per di più una buona parte lavora nel privato e non nel pubblico: dei 372.000 infermieri presenti in Italia quasi 100.000 lavorano nel privato [4]. Quindi la sanità pubblica si trova a operare con un’enorme carenza di professionisti sanitari e una discreta carenza di medici (in particolare di medici di base: si stima che ne manchino oltre 6.000 [1]).

Tutto ciò non è frutto del caso ma di precise scelte. Innanzitutto i continui tagli alla sanità, tagli del tutto ingiustificati, visto che siamo (e siamo sempre stati) tra i Paesi che spendono meno per la sanità: negli ultimi 20 anni abbiamo speso tra il 6 e il 7% del PIL (con la sola eccezione del 2009, quando si è superato di poco il 7%, e del 2020 e 2021, quando si è arrivati rispettivamente al 7,3% e al 7,1% del PIL, solo in parte a causa delle misure d’urgenza adottate per la pandemia di covid ma soprattutto per il drastico calo del PIL), mentre quasi tutti gli altri Paesi sono sempre stati sopra il 7-8% [6, 2]. I continui tagli ai fondi per il SSN hanno portato al blocco delle assunzioni: decine di migliaia di medici e di professionisti sanitari sono andati e vanno in pensione senza essere sostituiti da nessuno e senza poter “insegnare il mestiere” frutto di tanti anni di esperienza: un enorme spreco di risorse. Per di più molti di questi pensionati sono andati a lavorare nella sanità privata portando lì l’esperienza maturata nel pubblico e istruendo i colleghi giovani.

Tale fenomeno è stato ulteriormente aggravato da leggi quali “Quota 100”: medici e professionisti sanitari hanno lasciato il SSN a 62 o 63 anni percependo la pensione e andando a lavorare nel privato.

L’attuale Governo si sta impegnando più di altri in quest’opera di affossamento del SSN e di aiuto alla sanità privata. La spesa sanitaria per il 2023 è prevista al 6,6% (come già deciso da Draghi) e nel 2025 addirittura al 6,1%, e ciò malgrado l’OMS raccomandi di non scendere mai sotto il 6,5% [7].

Le dichiarazioni della Meloni (“Abbiamo aumentato il fondo sanitario di ulteriori 2 miliardi e 150 milioni”) sono una presa per i fondelli. L’aumento del finanziamento è infatti inferiore al tasso di inflazione generale (l’aumento è pari al 2,1%, ma poiché l’inflazione nel 2022 è stata dell’8,4%, significa un taglio della spesa sanitaria reale del 6,3%). In realtà il taglio è ancora maggiore perché nel settore sanitario (apparecchiature, farmaci ecc.) l’aumento dei prezzi è maggiore dell’8,4%.

Anche la cosiddetta “flat tax per le partite IVA” (legge 197/2022) darà un grave colpo alla sanità pubblica. I lavoratori autonomi e i liberi professionisti che scelgono il regime forfettario avranno un’aliquota di tassazione solo del 15% fino a 85.000 euro annui di ricavi. Quindi, mentre un lavoratore dipendente paga il 25% per ricavi tra 15.000 e 28.000 euro, 35% per quelli tra 28.000 e 50.000 e 43% per i ricavi oltre i 50.000 euro, un lavoratore autonomo che incassa 85.000 euro paga solo il 15%. Il ragionamento che tanti medici o professionisti sanitari stanno facendo è: “Perché mai lavorare nel SSN in condizioni estremamente stressanti a causa della carenza di personale, ed essere tassato al 43% quando andando nel privato si guadagna di più, si pagano molte meno tasse (il 15%) e si lavora con molto meno stress?”.

Tra il 2019 e il 2021 8.000 medici si sono dimessi dal SSN per andare a lavorare nel privato: con questi provvedimenti l’esodo dal pubblico al privato rischia di diventare enorme [8].

Probabilmente è proprio questo che si vuole: peggiorare sempre più il SSN, così che non faccia concorrenza alla sanità privata, e favorire sempre più questa, in un circolo vizioso che danneggia i cittadini e soprattutto i poveri e i meno abbienti.

Per una avere una visita oculistica in Italia si aspettano in media 88 giorni, per una ortopedica 56 giorni, per fare una colonscopia 96 giorni, per una gastroscopia 88 giorni, per un ecodoppler 74 giorni, per un ecocuore 70 giorni [9]. Chi ha soldi finisce per rivolgersi al privato o ricorre all’intra moenia, chi non li ha vede peggiorare la propria salute senza poter fare niente o finisce per indebitarsi.

In media nel 2021 ogni italiano (bambini compresi) ha speso di tasca propria 640 euro per curarsi, di cui almeno 400 euro per cure necessarie che dovevano essere fornite dal SSN [10]. Una grande tassa su tutti gli italiani a vantaggio della sanità privata.

Se lo sguardo non si volge all’intera Italia ma alle singole regioni la situazione è ancora più iniqua. Da decenni lo Stato dà maggiori risorse alle regioni più ricche e meno a quelle più povere accentuando sempre più le disuguaglianze. Per esempio nel 2021 la Campania ha ricevuto 2.083 euro per abitante, mentre la provincia di Bolzano 2.859, la Valle d’Aosta 2568, la Liguria 2358, il Friuli VG 2330, la Toscana 2280, l’Emilia 2254, il Piemonte 2207, la Lombardia 2126 [11]. Da anni la Campania è all’ultimo posto per risorse fornite e le Regioni del Nord e del Centro ai primi posti. Non è un caso che le ASL della Campania hanno 70,6 dipendenti ogni 10.000 abitanti, mentre quelle della Toscana 130, dell’Emilia Romagna 126, del Piemonte e dell’Umbria 122 [12].

E non è assolutamente vero che al Sud si lavora poco e si è inefficienti, mentre al Nord e al Centro no. Anzi i dati dimostrano il contrario: in Friuli solo il 20% delle disostruzioni carotidee avviene con tempi d’attesa inferiori a 30 giorni, in Campania sono il 50% e in Sicilia addirittura l’80%. In Trentino meno del 45% dei by-pass aorto carotideo ha tempi d’attesa inferiori a 30 giorni, in Campania sono poco meno del 90% (meglio anche dell’85% della Lombardia). In Liguria circa il 70% delle coronarografie avviene entro i 30 giorni, in Lombardia meno dell’80%, in Campania oltre il 90%. In Umbria e nella provincia di Bolzano il 75% delle disostruzioni coronariche avviene entro i 30 gg, in Lombardia l’80%, in Campania il 95% [13].

Purtroppo i cittadini continuano a credere ai luoghi comuni falsi su Nord efficiente e Sud spendaccione, sui dipendenti pubblici fannulloni, sulla superiorità del privato, sull’eccessiva spesa per la sanità in Italia.

Periodicamente si ripropone la necessità/utilità di un sistema sanitario misto, in parte a carico della fiscalità generale e in parte a carico dei cittadini tramite assicurazioni che si avvalgono della sanità privata. Un’altra mistificazione perché è risaputo che i sistemi sanitari pubblico-privati portano a un aumento dei costi (il privato ha come fine il guadagno e tende a prescrivere accertamenti e cure inutili o a indurre nuovi bisogni che nulla hanno a che vedere con la promozione della salute). L’esempio più eclatante sono gli USA, un Paese con uno dei peggiori sistemi sanitari, con un’aspettativa di vita di 76 anni per i maschi e 81 per le donne (cioè circa 5 anni in meno che in Italia), una spesa per la sanità tra le più alte al mondo (9% del PIL quella pubblica e 8% del PIL quella privata) [14].

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Note: 1) CIMO-FESMED, 2022; 2) Eurostat 2022; 3) ISTAT (dati relativi al 2020); 4) Agenas 2021; 5) SUMAI 2019; 6) MEF; 7) MEF: NADEF 2022; 😎ANAAO-Assomed 2022; 9) CREA Sanità: Osservatorio sui tempi di attesa e sui costi delle prestazioni sanitarie nei Sistemi Sanitari Regionali 1° Report; 10) Osservatorio dei Consumi Privati in Sanità (OCPS) Cergas-Università Bocconi, 2022; 11) Cergas-Università Bocconi, 2022 su dati del Ministero della Salute; 12) ISTAT 2019; 13) Agenas: report sulle liste d'attesa 2022; 14) OCSE. Consigliamo la lettura degli articoli Il sistema sanitario tedesco e La classifica dei sistemi sanitari europei secondo l’EHCL pubblicati su Salute Internazionale, che mostrano come le assicurazioni e il privato portano a un aumento dei costi e della soddisfazione da parte dei “clienti”, ma a non ottimali risultati in termini di salute.

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