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lunedì 17 agosto 2026

I pesticidi e l’ipotesi di un rischio fino al 71% di sviluppare la Sla per chi è esposto, lo studio sui dati di otto paesi tra cui l’Italia - Valentina Arcovio


Alcuni lavori potrebbero aumentare il rischio di ammalarsi di Sclerosi laterale amiotrofica (Sla), una malattia neurodegenerativa altamente invalidante e mortale. Un nuovo studio condotto dalla Robert Suave Institute For Research del Quebec (Canada), basato su un’ampia revisione di dati scientifici, rivela che chi è stato esposto a pesticidi sul luogo di lavoro presenta un rischio maggiorato del 61-71% di sviluppare questa grave patologia. Un dato significativo, pubblicato sulla rivista Occupational & Environmental Medicine (edita dal BMJ Group), che tuttavia gli esperti invitano ad analizzare con estrema cautela.

La Sla è la forma più comune di malattia del motoneurone. Debilitante e con una progressione spesso rapida – la sopravvivenza media dopo la diagnosi si attesta tra i 2 e i 3 anni -, compromette la capacità di parlare, mangiare, respirare e deglutire. Colpisce prevalentemente tra i 40 e i 70 anni, con un’incidenza superiore del 20% negli uomini rispetto alle donne. Nel 90% dei casi la malattia si presenta in forma sporadica, cioè in individui privi di una storia familiare o di una causa genetica identificata. Solo il restante 10% ha un’origine genetica nota. Sebbene i fattori scatenanti esatti rimangano in gran parte sconosciuti, la comunità scientifica ritiene altamente probabile un’interazione dinamica tra predisposizione genetica e fattori ambientali. Il nuovo studio ha aggregato i dati di otto ricerche condotte in diversi Paesi — cinque negli Stati Uniti, uno transnazionale tra Canada e Francia, uno in Italia e uno in Australia —, prendendo in esame un totale di 1.734 pazienti affetti da Sla.

I risultati indicano che l’esposizione professionale a pesticidi, categoria che comprende insetticidi, fungicidi ed erbicidi, è associata a un incremento del 61% del rischio di sviluppare la malattia rispetto a chi non ne è mai stato esposto. L’associazione risulta ancora più marcata nel caso specifico degli erbicidi, con un aumento del rischio che raggiunge il 71%. Dall’analisi emerge inoltre un legame più forte tra l’esposizione ai pesticidi e la Sla negli uomini, anche se non è ancora chiaro se questo rifletta una reale differenza biologica o semplicemente una diversa accuratezza nella rilevazione dei dati relativi alla popolazione femminile. “I risultati di questa revisione – commentano i ricercatori – si aggiungono alle prove che l’esposizione professionale ai pesticidi può aumentare il rischio di Sla e dovrebbero incoraggiare l’attuazione di interventi volti a ridurre l’esposizione durante l’uso professionale di pesticidi”.

Nonostante la rilevanza dei numeri, gli stessi autori dello studio invitano a non interpretare questi risultati come una prova diretta di un rapporto di causa-effetto. La metanalisi presenta infatti diversi limiti strutturali. In primo luogo, si riscontra un’eterogeneità dei fattori di rischio: molti degli studi inclusi segnalano la compresenza di altri elementi nei pazienti, come traumi cranici o l’esposizione ad ulteriori tossine, che l’analisi non è riuscita a isolare completamente rispetto ai soli pesticidi. Inoltre, va considerata la presenza di scenari atipici, come uno studio sui reduci di guerra esposti all’Agent Orange durante il conflitto in Vietnam, un contesto di esposizione estremo e nettamente differente da quello lavorativo quotidiano. Infine, pesa il fenomeno della distorsione del ricordo (recall bias): la maggior parte delle ricerche si è basata su informazioni riferite dai pazienti stessi, e chi è affetto da una patologia così grave tende a ricordare con maggiore enfasi le passate esposizioni ad agenti chimici rispetto ai soggetti sani.

Gli studi condotti con misurazioni indipendenti dell’esposizione hanno infatti mostrato associazioni meno marcate. Le evidenze attuali supportano l’ipotesi che l’esposizione professionale ai pesticidi rappresenti un tassello nell’insorgenza della malattia, ma il quadro rimane complesso. “Alcune delle domande più importanti a cui dovremo rispondere sono quali componenti dei pesticidi potrebbero aumentare il rischio per la persona e se un’esposizione prolungata ai pesticidi aumenti ulteriormente tale rischio”, dicono i ricercatori.

Lo studio


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mercoledì 24 settembre 2025

La grande ipocrisia sui pesticidi: vietati sui campi europei, ma venduti ai Paesi soprattutto a medio e basso reddito – Luisiana Gaita

 

 

L'indagine dell’unità investigativa di Greenpeace, Unearthed e dell’organizzazione Public Eye mette in luce i rischi: "Possiamo importare prodotti agricoli trattati con queste sostanze".

 

Negli ultimi sette anni, a dispetto dei suoi impegni, l’Unione europea ha continuato a esportare pesticidi rischiosi per la salute e l’ambiente (e per questo vietati nei campi coltivati europei) principalmente verso Paesi a medio e basso reddito. Anzi, come racconta una nuova inchiesta dell’unità investigativa di Greenpeace, Unearthed e dell’organizzazione Public Eye, nel 2024 l’Ue ha autorizzato l’export di pesticidi contenenti 75 sostanze chimiche proibite nei campi europei, quasi il doppio rispetto alle 41 esportate nel 2018, come aveva svelato una precedente indagine. Tutto possibile a causa delle lacune nella legislazione europea che rende le aziende libere, anche quando un pesticida viene vietato, di produrre ed esportare il prodotto in Paesi con regolamentazioni più deboli. Ad aumentare, però, non sono soltanto le sostanze chimiche pericolose, ma anche i volumi che l’Unione Europea cerca di inviare all’estero: nel 2024 l’Ue ha notificato l’intenzione di esportare circa 122mila tonnellate di prodotti contenenti pesticidi vietati, più del doppio di quelli esportati nel 2018, primo anno per il quale sono disponibili dati completi. Tra questi sono inclusi pesticidi che comportano danni cerebrali nei bambini, infertilità e interferenze endocrine, oltre a enormi quantità di insetticidi letali per le api e pericolosi per la fauna selvatica, che la stessa Ue ha definito una minaccia globale per la biodiversità e la sicurezza alimentare. Una distorsione che rischia di diventare un boomerang: non c’è alcuna garanzia, infatti, che in Europa e in Italia non rientrino prodotti agricoli trattati con quegli stessi pesticidi.

I pesticidi esportati in 71 Paesi a medio e basso reddito, 25 in Africa – I risultati provengono da centinaia di “notifiche di esportazione”, documenti che le aziende Ue devono produrre prima di esportare un prodotto contenente sostanze vietate in Europa, ottenuti tramite Foia (Freedom of Information Act, Accesso civico generalizzato). “È vergognoso e allo stesso tempo profondamente ipocrita che l’esportazione europea di pesticidi banditi nelle stesse aziende agricole dell’Ue sia cresciuta così tanto negli ultimi sette anni” commenta Simona Savini, della campagna Agricoltura di Greenpeace Italia. Nel 2024, pesticidi vietati nell’Ue sono stati esportati in 93 Paesi, 71 dei quali (oltre i tre quarti) sono a medio o basso reddito e risultano destinatari del 58% in peso del totale dei prodotti. Il maggior importatore tra questi è il Brasile, una delle nazioni con le riserve di biodiversità più importanti al mondo, seguito da Ucraina, Marocco, Malesia, Cina, Argentina, Messico, Filippine, Vietnam e Sudafrica. Tra i Paesi destinatari ci sono 25 nazioni africane, mentre gli Stati Uniti sono il maggiore importatore tra i Paesi ad alto reddito, nonché primo importatore in assoluto al mondo. Tredici gli Stati membri coinvolti nell’export di pesticidi vietati: al primo posto la Germania (oltre 50mila tonnellate), seguita da Belgio (16.500 tonnellate), Spagna, Paesi Bassi, Bulgaria, Italia (7mila tonnellate), Francia, Danimarca, Ungheria e Romania. Questi dati potrebbero presto cambiare: in Belgio, per esempio, è entrata in vigore una legge che vieta l’esportazione di molti pesticidi banditi, mentre in Francia è stato approvato un emendamento per chiudere una delle principali scappatoie residue nel divieto nazionale. Il pesticida vietato maggiormente esportato dall’Ue è il ‘fumigante del suolo’ (1,3-dicloropropene), vietato dal 2007 per il rischio di contaminazione delle acque sotterranee e di pericoli per la fauna selvatica, seguito dal diserbante glufosinate, prodotto dal colosso chimico tedesco Basf e il mancozeb, fungicida vietato nel 2020 dopo la sua classificazione come tossico per la riproduzione e come interferente endocrino.

Quali sono le aziende che esportano – Oltre 40 le aziende esportatrici in Europa, tra cui Basf, maggiore esportatrice per peso, Teleos Ag Solutions, Agria, le multinazionali Corteva, Syngenta, Bayer e AlzChem. “In Italia sei aziende, tra cui Finchimica, Tris International, Corteva e Sipcam Oxon, hanno notificato complessivamente l’esportazione di quasi 7mila tonnellate di pesticidi contenenti 11 sostanze chimiche vietate – racconta Greenpeace – su tutti l’erbicida trifluralin, proibito da quasi 20 anni in Unione Europea perché altamente tossico per pesci e altri animali acquatici, nonché sospetto cancerogeno e altamente persistente nel suolo, ma anche il suo parente chimico ethalfluralin”. Questi pesticidi sono noti per essere pericolosi per gli esseri umani, gli insetti impollinatori e altre specie selvatiche. “Eppure le aziende al centro dell’inchiesta di Unearthed e Public Eye, comprese quelle italiane – sottolinea Simona Savini – continuano a trarre profitto vendendo prodotti vietati soprattutto a Paesi più poveri e con normative più deboli, mettendo a repentaglio la salute dei lavoratori del comparto agricolo, delle comunità locali e della natura”.

Un meccanismo che può rivelarsi un boomerang – Come sottolinea Simona Savini, inoltre, “nulla ci garantisce che nel nostro Paese non rientrino prodotti agricoli trattati con quegli stessi pesticidi vietati esportati fuori dai confini europei, creando un ulteriore paradosso”. La scorsa estate, presentando un dossier dedicato alle filiere di mais e di grano, Slow Food ha sottolineato la necessità che ai prodotti importati nell’Ue vengano applicate le stesse norme sui pesticidi in vigore per le produzioni comunitarie, ricordando che i composti utilizzati fuori dai confini Ue, spesso provengono proprio dai Paesi europei (dove però sono vietati dai regolamenti comunitari) ed esportati all’estero per essere usati su colture (tra cui i cereali) poi esportate proprio nell’Unione.

La promessa infranta della Commissione europea – Poco dopo la pubblicazione della prima inchiesta sull’export di pesticidi vietati firmata da Unearthed e Public Eye nel 2018, ricorda Greenpeace, la Commissione europea si era impegnata a porre fine a questa pratica, dichiarando che avrebbe garantito che le sostanze chimiche pericolose vietate nell’Ue non sarebbero state prodotte per l’esportazione, anche modificando la legislazione, se necessario. Ma il 2018 per l’Unione europea era una diversa era geologica. In mezzo c’è stata, nel 2019, la presentazione del Green Deal europeo (“come lo sbarco dell’uomo sulla Luna” secondo Ursula von der Leyen) e il suo smantellamento. Morale: alle promesse, finora, non sono seguiti i fatti. “La Commissione Europea – conclude Savini – deve intensificare i suoi sforzi e rispettare il suo impegno a introdurre un divieto a livello Ue su questo commercio tossico. È scandaloso che i profitti dell’industria chimica europea debbano avere la precedenza sull’ambiente e sulla salute delle persone”.

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mercoledì 12 febbraio 2025

La Cina respinge i mangimi brasiliani - Antonio Lupo

Pechino sospende l’import di mangimi, provenienti dal Brasile, coltivati con pesticidi proibiti. I paesi UE, dove si utilizzano questi mangimi brasiliani negli allevamenti intensivi (come quelli che devastano l’aria nella Pianura padana), restano in silenzio perché i pesticidi, anche quelli vietati in UE ma utilizzati nelle monoculture brasiliane e argentine, vengono prodotti e venduti da multinazionali europee come le tedesche Bayer-Monsanto e BASF e la svizzera-cinese Syngenta

Due settimane fa Brasil de Fato, un giornale molto vicino al MST (Movimento Senza Terra) e ad altri movimenti popolari dell’America Latina, ha diffuso la notizia secondo la quale la Cina ha deciso di sospendere le importazioni di soia da cinque aziende brasiliane a causa della contaminazione da pesticidi. La notizia, purtroppo, non è ancora circolata sui grandi media italiani, ma su web si trova il lancio dalla Reuters su molti siti brasiliani e anche su qualche sito inglese e francese (e anche su uno italiano). Secondo quanto riportato da Reuters le spedizioni delle aziende Cargill Agrícola SA, ADM do Brasil, Terra Roxa Comércio de Cereais, Olam Brasil e C.Vale sarebbero state interessate dalla misura.

La questione è fondamentale perché riguarda non solo la Cina, ma tutti i paesi che utilizzano mangimi provenienti dal Brasile per i loro allevamenti, soprattutto gli orribili allevamenti intensivi, quindi certamente anche l’Italia e gli altri paesi UE, che sono del tutto mangimi-tossico-dipendenti dal Brasile (e Argentina in misura minore).

Nell’articolo di Brasil de Fato, tra l’altro, si legge: “Per Diana Chaib, economista e ricercatrice delle relazioni cino-brasiliane presso l’Università Federale del Minas Gerais (UFMG), la decisione della Cina di sospendere le importazioni di una parte della soia brasiliana può essere interpretata come un avvertimento all’agroindustria brasiliana, soprattutto per quanto riguarda le preoccupazioni relative al necessità di migliorare i controlli di qualità e rivedere le pratiche relative all’uso dei pesticidi…”.

Una prima considerazione: la Cina finora ha prodotto pochissima soia e mais OGM, il popolo cinese è un po’ diffidente, il governo finora (ma sta cambiando l’orientamento) ha preferito importarli da Paesi in “perenne via di Sviluppo”, come il Brasile (ma anche l’Argentina), che è diventato il maggior produttore di soia OGM tramite la deforestazione dell’Amazzonia, avendo superato gli Usa. Il Brasile è ormai anche il maggior esportatore mondiale di soia OGM. L’articolo specifica che “La Cina è il maggiore consumatore di soia al mondo, rappresentando oltre il 60% del commercio mondiale di questo cereale… Per quanto riguarda il Brasile, due terzi di tutta la soia prodotta nel Paese vengono spediti al gigante asiatico”.

Insomma forse il governo della Cina ha aperto gli occhi, non vuole più farsi fregare e far ammalare i suoi cittadini, che pure vogliono mangiare carne, anche se per ora ne mangiano abbastanza meno degli statunitensi: i cinesi ne consumano poco più della metà (74 kg procapite anno contro 126 kg, mentre la media mondiale è di 43 kg). Nel 2016 il governo della Cina ha delineato un piano per ridurre il consumo di carne dei suoi abitanti del 50%, ma non pare che il piano stia funzionando molto.

Invece la UE e l’Italia, in cui arrivano e si utilizzano questi mangimi brasiliani avvelenati e infetti, continuano a star zitti, perché i pesticidi, anche quelli vietati in UE, ma utilizzati nelle monoculture brasiliane e argentine, vengono prodotti e venduti da aziende europee, le tedesche Bayer-Monsanto, BASF e la svizzera-cinese Syngenta.

Sempre nell’articolo si legge: “In una nota, il ministero Agricoltura e Allevamento del Brasile (Mapa) ha affermato che ‘le altre unità delle società notificate continuano a esportare normalmente in Cina, con le sospensioni valide solo per le 5 unità ufficialmente notificate’. Pertanto, prosegue il ministero, ‘i volumi scambiati dal Brasile non saranno interessati da questa sospensione temporanea di queste 5 unità notificate’. Ma non è vero: ‘le cinque unità sospese fanno parte di operazioni che hanno rappresentato oltre il 30% degli oltre 73 milioni di tonnellate di soia esportate dal Brasile in Cina nel 2024″.

Alan Tygel, della Campagna permanente contro i pesticidi e per la vita, ricorda “che da anni i movimenti agroecologici mettono in guardia sulla qualità dei prodotti agricoli brasiliani, basati sull’uso di prodotti chimici altamente tossici e dannosi per l’ambiente… L’impegno del Brasile negli ultimi decenni nell’investire tutte le sue risorse nell’agroalimentare, ha generato questo tipo di dipendenza, rendendo il nostro paese vulnerabile a crisi catastrofiche se i principali importatori decidessero per qualche motivo di vendicarsi del Brasile…”.

Chaib dice che l’impatto di questa misura potrà essere misurato in base alla durata dell’embargo o alle nuove restrizioni su altri prodotti brasiliani. “Ciò potrebbe influire sui prezzi nazionali della soia in Brasile e aumentare i costi dei mangimi per il bestiame, il che potrebbe rendere la carne bovina brasiliana meno competitiva sul mercato internazionale. Ma questo impatto sul commercio di carne bovina dipenderà dall’entità e dalla durata della sospensione della soia che la Cina attuerà. Il Brasile è il maggiore consumatore di pesticidi al mondo, superando Cina e Stati Uniti messi insieme. Invece di scoraggiare l’uso di questi agenti chimici nella produzione agricola, lo stato brasiliano offre miliardi di reais in esenzioni fiscali alle aziende del mercato dell’agrobusiness chimico del Paese, incoraggiandone l’uso (nel 2019 Bolsonaro ha autorizzato 152 nuovi pesticidi, ndr).

Sempre in questo articolo la scienziata biomedica e ricercatrice della Fondazione Oswaldo Cruz (Fiocruz), Karen Friedrich, richiama l’attenzione “sugli effetti nocivi dell’uso estensivo di pesticidi nella produzione agricola, oltre a tutte le prove dei danni alla collettività. salute e ambiente. E questo potrebbe avere a che fare con questi “incidenti” commerciali. Queste sostanze sono state utilizzate per decenni e stanno già sviluppando i propri parassiti, sviluppando resistenza. È la stessa logica degli antibiotici ospedalieri. Usandoli in modo così indiscriminato, hanno sviluppato batteri super resistenti. E in agricoltura abbiamo questi parassiti che stanno sviluppando resistenza. Quindi questo non è un bene per gli agricoltori e per l’agroindustria. Questo è un bene per le industrie, per Bayer, Basf, Monsanto, Syngenta ecc., che stanno cercando di mantenere questo prodotto sul mercato fino all’ultimo secondo”.

La crisi economica della Germania, paese ormai in recessione, con l’Italia e la Pianura Padana in coda, con la sua industria tedescodipendente, ci faranno aprire gli occhi? Nella relazione che accompagna il PDL 1760, in discussione da luglio 2024 alla Commissione Agricoltura della Camera in sede referente, si può leggere: “Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) queste sono state responsabili di più di 50.000 morti premature (52.300) in Italia nel solo 2020, per una stima di 462.300 anni di vita persi e di quasi 47.000 nel 2021. Dati drammatici che collocano l’Italia al primo posto per morti premature causate dall’esposizione al PM2,5 e che comportano anche enormi costi sanitari, in particolare nelle zone come la Pianura padana nelle quali si registra un’alta concentrazione di attività emissive, quali gli allevamenti intensivi. Le 50.000 morti premature, la maggior parte di abitanti nella Pianura padana, in buona parte legate alle emissioni degli allevamenti intensivi”. Il PDL N. 1760 “Disposizioni in materia di riconversione del settore zootecnico per la progressiva transizione agroecologica degli allevamenti intensivi”, che vuole una riconversione degli allevamenti intensivi, in primis il blocco di nuovi allevamenti intensivi e impedire l’aumento di capi in quelli attuali, è stato presentato da 23 deputati, tra cui anche quattro di centrodestra, era stato proposto a marzo 2024 da cinque associazioni (Greenpeace, WWF, ISDE, Lipu e Terra!).

Certamente il docufilm 2024 sugli allevamenti intensivi di Giulia Innocenzi “Food for profit”, che ha avuto un enorme successo (è stato trasmesso da Report), ha raccontato e impressionato moltissimi cittadini sui traffici mafiosi delle lobby al Parlamento europeo e di molti parlamentari europei, che sostengono il predominio di questi mostruosi allevamenti intensivi, sia in Italia che nei paesi UE. Ma noi poi mangiamo la carne che producono, con residui di pesticidi proibiti in UE e degli Antibiotici somministrati agli animali.

Sono un vecchio medico, che ha curato in ospedale anche i tumori, che sono malattie croniche, che ci arrivano soprattutto da quello che mangiamo, beviamo e respiriamo. Ci possiamo svegliare e lottare tutti insieme? Oppure alla fine ha ragione Elena Cattaneo, senatrice a vita dal 2013, la neuroscienziata proOGM, che dice da anni che noi italiani siamo degli ipocriti e stupidi, che non vogliamo coltivare (per ora) gli OGM in Italia, ma ce li mangiamo tutti i giorni (glifosato incluso)?

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mercoledì 15 maggio 2024

COME LA UE HA PRIVATIZZATO IL NOSTRO CIBO: PER IL BENE DELLE MULTINAZIONALI - Daniele Ioannilli

 

L'Europa pianifica produzione e distribuzione del cibo per il profitto del mercato contro noi cittadini. Storia e prospettive dopo la sovranità alimentare perduta.

Il Passo del Brennero ha un’altitudine di soli 1372 metri. Nella Storia è quindi stata una porta da e per l’Italia molto favorevole: è da qui che passarono le legioni romane alla conquista dell’Europa e successivamente gli imperatori tedeschi diretti a Roma dal Papa per ottenerne l’investitura. Ed è da qui che oggi passa la maggior parte dei prodotti agroalimentari importati dall’Italia. E’ stato quasi naturale per Coldiretti intensificare qui simbolicamente la sua protesta, dopo aver intercettato agli inizi dell’aprile scorso ben 17 mila kg di pane surgelato proveniente dalla Repubblica Ceca e diretto ad Altamura in Puglia, patria del pane DOP.

E’ solo cronaca? Ovviamente no. Contestualizzare questa notizia, allargando lo sguardo, ci  permette di capire come ragioni la Commissione Europea – che va ricordato, è il solo organo con potere legislativo ed esecutivo, il Parlamento europeo non alcun ruolo politico decisivo.

Se guardiamo in modo separato le regolamentazioni, poi gli obiettivi ideali che queste intendono perseguire, ed infine il concreto comportamento dell’Europa nel settore agroalimentare complessivo, vediamo che innanzitutto sembra esserci una netta divisione tra l’agroalimentare di qualità, il cosiddetto “made in Italy” che si può fregiare dei marchi DOP, IGP e STG; e quello destinato al “grande pubblico”, all’alimentazione di massa, quella quotidiana di sopravvivenza.

Quando l’Europa “immagina”  l’agroalimentare nelle sue politiche si riferisce a quello di qualità, per il quale sono previste le norme che conosciamo ed, effettivamente, ne beneficia in termini di alcune tutele. Numeri alla mano abbiamo:

– 170 prodotti DOP

 

– 126 prodotti IGP

DOP e IGP sono prodotti legati al territorio dei quali è provata l’origine storica. A differenza del DOP, l’IGP può avere ingredienti non di quell’area specifica a cui si riferisce; ad esempio la Bresaola della Valtellina è un IGP in cui la carne può provenire da una diversa area geografica ma la lavorazione deve essere fatta in Valtellina secondo tradizione.

– 2 prodotti STG che sono la mozzarella e la pizza napoletana.

I prodotti SGT non sono legati al territorio, è importante solo che seguano la ricetta tradizionale che ha ottenuto il marchio SGT.

I prodotti DOP e IGP beneficiano di alcune importanti deroghe: non sono sottoposti ad alcune regole in materia sanitaria, di igiene, produzione e conservazione e gli viene garantito il rispetto di standard particolari di produzione, come il caso di specifici processi di stagionatura che normalmente sarebbero vietati.

Nei Trattati Internazionali che tante volte si citano con diffidenza, i prodotti con questi marchi ottengono delle tutele ad hoc volte a favorirne la diffusione e impedire importazioni di imitazioni con anche – in qualche caso – la tutela da imitazioni in paesi terzi non europei.

Questo agroalimentare “made in” di qualità ha ovviamente, rispetto alla produzione di massa, dei costi più elevati che si riversano poi sul prezzo finale. Ma essendo prodotti di “lusso”, chi vuole quel prodotto DOP piuttosto che IGP è anche disposto a pagare di più.

In questo contesto, è più comprensibile come le politiche del Green Deal siano portate avanti in modo ideologico e poco realistico. Ideologia Green che si traduce in costi maggiori sopportabili solo per quelle produzioni il cui prezzo finale non è determinante per il consumatore, come appunto avviene per i prodotti di lusso.

C’è poi l’agroalimentare quotidiano, di sopravvivenza, in cui il prezzo finale del prodotto è un fattore quasi essenziale nella scelta del consumatore. E qui valgono altre regole rispetto ai marchi protetti del “made in Italy” di cui si è detto poc’anzi. Ora valgono le regole del mercato più competitivo.

Ed è questo che si spiega come mai l’Europa seppur ne abbia la capacità, non persegua l’autosufficienza produttiva alimentare. Comportamento in linea con il suo fine ultimo, ovvero il privatizzare ogni aspetto della vita e dell’economia, e cioè consegnare alle multinazionali il controllo di esse.

Ideologicamente, cosa sta facendo l’Europa? In nome di una idealizzata “salvaguardia” del pianeta ha elaborato delle politiche ambientali racchiuse nel cosiddetto Green Deal Europeo  che entro il 2050 vuole azzerare l’impatto ambientale dell’uomo sotto vari punti di vista, dall’emissione di CO2 al consumo del suolo, all’inquinamento in generale mediante la riduzione di fertilizzanti e pesticidi. L’insieme di queste normative che considerate singolarmente ed isolatamente potrebbero essere senz’altro condivisibili, hanno come risultato pratico una riduzione della produzione, da cui si genera automaticamente un aumento del costo della stessa e quindi del prezzo che paga il consumatore finale con il risultato di portare molti prodotti a essere fuori mercato.

Una minore produzione genera scarsità di offerta a cui si deve far fronte aumentando le importazioni a basso costo ed ecco che si spiega come sia possibile per Coldiretti assistere all’invasione di prodotti agroalimentari extra UE.

E’ un cane che si morde la coda: meno si produce più i prezzi salgono, più si importa a basso costo per permettere alla gente normale di sopravvivere, più le produzioni nazionali vanno fuori mercato. Così come per l’immigrazione incontrollata che ha prodotto l’abbattimento dei salari, così l’importazione massiccia  sta determinando il fallimento delle piccole e medie imprese agroalimentari. Sono effetti che in economia si conoscono e già osservati empiricamente, quindi con un po’ di malizia potremmo azzardare a dire anche voluti.

Perchè gli altri prodotti extra Ue sono per noi Europa a basso costo? Per maggiore bravura? Per una semplice questione di cambio monetario favorevole? Non solo. Lo sono soprattutto per l’asfissiante regolamentazione comunitaria che impone sì un livello piu alto di sicurezza e qualità nei prodotti agroalimentari, ma come detto causa anche problemi di bassa produzione e alti prezzi. Che ideologicamente potrebbe anche andare bene, se non fosse che l’eccellenza è pretesa dalle aziende europee, ma si importano poi prodotti extra UE che da queste regole non ne sono danneggiati.

Coldiretti e tutto il sistema agroalimentare in questi mesi di protesta puntano molto sul rispetto del concetto di “reciprocità delle regole”, ossia sull’autorizzazione a importare solo quei prodotti che rispettano le normative europee di produzione.

Molti dei paesi extra UE non rispettano, o per meglio dire, hanno regole diverse più permissive rispetto l’Europa in materia di sicurezza alimentare, ambientale e diritti dei lavoratori.

I numeri non sono di poco conto: rispetto al fabbisogno complessivo la produzione nazionale è alquanto bassa soprattutto in considerazione del fatto che per clima e territorio l’Italia potrebbe essere molto vicina all’autosufficienza produttiva. E invece produciamo solo il 36% del grano tenero, il 53% del mais, il 51% della carne bovina, il 56% del grano duro per la pasta, il 73% dell’orzo, il 63% della carne di maiale e dei salumi, il 49% della carne di pecora e di capra, l’84% dei formaggi e del latte; tutto il resto per arrivare al 100% del fabbisogno viene importato.

La Puglia, regione altamente adatta all’agricoltura è invece la 1° regione del Sud per importazione di prodotti agroalimentari da paesi extra UE. Nel 2022 erano 1,7 miliardi i kg di prodotti importati, nel 2023 sono saliti a 3 miliardi con un aumento secco del 66%. Cifre folli per un territorio ad altissima vocazione agricola di qualità e quantità. Estendendo questa tendenza a tutto il territorio Italiano, si può capire quanto la situazione per le aziende agroalimentari nazionali sia delicata e perchè stiano protestando.

Frutta e verdura egiziana invadono il nostro mercato. L’Egitto tratta le Arance con il Clorpirifos un pesticida bandito in UE nel 2020. Dalla Turchia arrivano nocciole che secondo il dipartimento del lavoro USA vengono prodotte sfruttando il lavoro minorile. E l’asta per il frumento, sempre in Turchia, affossa il prezzo di quello italiano, pugliese in particolare. Dall’Argentina arrivano i limoni trattati con il pesticida PROPICONAZOLO, bandito nel 2019. Dalla Cina arriva il concentrato di pomodoro che abbatte il prezzo di quello italiano. Dal Sud Africa arrivano uva e arance. E il grano a bassissimo costo dall’Ucraina, mentre dal Canada è essiccato con il glifosato, da noi bandito.

I semi di soia sono importati per l’84% (50% dal Brasile e il 35% dagli USA), la farina di soia importata per il 97%.

Dal Marocco e Russia importiamo il 68% dei fertilizzanti fosfatici, questo secondo uno studio fatto da Aretè per il parlamento europeo. Nella pubblicazione “Atlas des Pestidices” (2023) scopriamo che il 25% dei pesticidi usati in America e 149 dei 504 usati in Brasile, sarebbero in Europa banditi.

Da studi e analisi fatte dall’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) nel 2023 sui residui di pesticidi di produzione e lavorazione, anche nel prodotto finito ci sono rischi: il 6,4% dei prodotti importati sono oltre i limiti di legge per residui chimici irregolari, rispetto lo 0,6% di quelli italiani. 10 volte di più.

L’invasione di prodotti extra UE è poi favorita dai trattati bilaterali commerciali siglati dalla UE con i vari “blocchi” mondiali, cosi suddivisi:

– Paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico

– Paesi delle Americhe

– Paesi dell’Asia e dell’Australasia

– Paesi del Medio Oriente e del Golfo

– Paesi EFTA – PEV (i cosiddetti Paesi di vicinato, come l’Ucraina)

Trattati che (molto sinteticamente) tolgono dazi su determinati prodotti, secondo un blando principio di reciprocità, e finiscono per favorire i prodotti importati in quanto ciò che noi esportiamo non danneggia i paesi di destinazione, mentre ciò che noi importiamo ci danneggia in quanto rende fuori mercato i prodotti della nostra terra.

Questo perchè? Perchè mentre i paesi dai quali importiamo sono normalmente produttori di materia prima e hanno bisogno del prodotto finito o semilavorato; noi invece siamo allo stesso tempo sia produttori di prodotto finito che di materia prima. E se usiamo la loro materia prima, togliamo spazio alla nostra.

Nel 2023 l’importo di cibo extra UE è stato della cifra record di 63 miliardi di euro, mentre l’export europeo verso il resto del mondo è stato di 210 miliardi di euro di cui 1/3 circa proveniente dall’Italia pari a 64 miliardi di euro. Dati Coldiretti.

A guadagnare da questo modello sono soprattutto le grandi multinazionali dell’agrobusiness. Da quando i primi pesticidi sono entrati in commercio (anni ’50 circa), il prezzo del cibo è aumentato di 5 volte mentre il guadagno dei contadini si è dimezzato.

Oltre che sulla salute, gli effetti negativi dell’uso massiccio di prodotti chimici si manifesta anche nella perdita progressiva di biodiversità: i terreni non vengono fatti riposare o alternati nella coltivazione in favore delle monocolture piu redittizie diventando così aridi, necessitando quindi di sempre piu prodotto chimico. Le piante invece diventano sempre meno capaci di sopportare autonomamente le avversità climatiche ed i parassiti, come se venisse loro indebolito il “sistema immunitario”.

Sin qui possiamo riassumere il quadro nel seguente modo:

– Il cibo di alta qualità made in Italy viene in qualche modo protetto mediante i marchi DOP – IGP e STG.

– Il cibo per l’alimentazione quotidiana, di massa, mediante normative particolarmente restrittive ed ideologiche viene sfavorito a vantaggio di quello di origine extra UE.

A questo punto entra nel discorso un terzo livello, espressione dell’anima fortemente tecnologica e transumanista dell’UE. Livello dietro al quale potrebbe nascondersi uno dei sogni delle multinazionali dell’agroalimentare e della chimica: la privatizzazione del cibo.

Obiettivo raggiungibile attraverso l’attuazione della PAC (Politica Agricola Comune) all’interno della quale c’è l’Agricoltura 5.0 e la nuova genetica green, denominata in Italia come TEA.

Cos’è la TEA? TEA è l’acronimo di “Tecnologie di Evoluzione Assistita” il cui obiettivo/scopo è quello di aumentare la produzione di prodotto senza un maggior impiego di mezzi di produzione, che sono fertilizzanti, pesticidi o terreni da coltivare.

TEA è la versione vegetale del transumanesimo per l’uomo. E’ presentata come la soluzione al problema climatico e produttivo, ovvero vista la tesi dominante della bassa produzione causata dal cambiamento climatico e dall’eccessivo consumo di suolo, è accettata da tutti con entusiasmo, Coldiretti in primis; visto che ha già avuto modo di esprimere giudizi favorevoli nei riguardi di queste nuove tecniche che rendono le coltivazioni resistenti a parassiti e ad eventi climatici avversi.

Attraverso la modifica dei geni della pianta si otterrebbe di più e meglio quello che sin ora si sta ottenendo con l’uso dei prodotti chimici.

Si presentano le TEA come perfette soluzioni a problemi come l’approvvigionamento di cibo, materie prime, problemi logistici e geopolitici che possono far lievitare i prezzi come successo con la guerra Ucraino-Russa o durante l’emergenza Covid-19 (omettendo di considerare come i problemi avuti siano stati in realtà manovre speculative della grande finanza).

Fondamentale notare come l’intero settore dei pesticidi e delle sementi sia in mano a sole 4 grandi multinazionali della chimica: Sygenta – Bayer – Corteva – Basf, che detengono il 70% del mercato mondiale dei pesticidi e il 57% di quello delle sementi. Una concentrazione e una commistione di interessi che gli fa detenere nei fatti la sovranità alimentare mondiale.

Se alla proprietà delle sementi, che già oggi sono sterili ossia sono semi che non generano altri semi costringendo il coltivatore a comprarne sempre di nuovi anzichè –  come sarebbe naturale – prenderli dalla pianta coltivata, queste multinazionali sfruttando la TEA possono creare sementi e quindi piante, secondo qualsiasi necessità o richiesta del mercato: da piante resistenti a clima e malattie, a piante ipernutrienti o dalla iperproduzione di frutti.

Essendo però tutta ricerca coperta da brevetto, ed essendo la UE una entità fondamentalmente giuridica e non politica (il suo “core” è favorire il business privato delle Corporations) la TEA si può vedere anche come il grimaldello col quale queste multinazionali arriverebbero alla privatizzazione del cibo. Privatizzazione come risposta a problemi indotti artificialmente dalle stesse politiche agricole della UE.

La parola “grimaldello” non è stata usata a caso. La privatizzazione del cibo è già stata tentata attraverso il cosiddetto OGM, rifiutato dal consumatore e opinione pubblica. Questo OGM rientra dalla finestra (di Overton), attraverso la TEA che opera una sottile distinzione per renderlo accettabile. Distingue il grado di intervento genetico in due livelli.

In entrambe le situazioni c’è un intervento sulla pianta con una modifica ai suoi geni, però mentre negli OGM si ottiene un qualcosa che in natura non sarebbe mai –  o difficilmente – possibile, nel livello TEA la nuova varietà di pianta sarebbe “fabbricabile” anche naturalmente, solo che avrebbe bisogno di tantissimo tempo ed incroci diversi.

Una sottigliezza linguistica che le multinazionali stanno usando per diversificare le normative TEA e OGM.

Considerando anche la politica energetica che vuole trasformare gran parte dei terreni agricoli in spazi dove produrre energie rinnovabili, rivolgersi a queste nuove sementi private ultratecnologiche sarà l’unica strada da percorrere se un’azienda del settore vorrà tentare di resistere sul mercato.

E quindi il consumatore che l’Europa ripete di voler tutelare come suo fine ultimo, e per il quale verrebbe fatto tutto quanto, cosa puo’ e potrà scegliere per mangiare? Cosa acquistare da mettere in tavola?

– Comprare cibi DOP o IGP o biologici, se disponibili, pagando prezzi piu alti, se può permetterselo.

– Comprare cibi a basso costo (che diventano a costo normale passando per grande distribuzione) nutrizionalmente poveri.

– Orientarsi sui prodotti di queste future nuove piante TEA, di cui ancora non si conoscono gli eventuali effetti negativi sulla salute.

– Orientarsi sui nuovi cibi green quali larve, vermi, grilli e cavallette e le loro farine che si stanno affacciando sul mercato europeo.

Dopo averci fatto credere che il futuro era la grande distribuzione invece del “pizzicagnolo” sotto casa, la grande azienda invece del vecchio contadino, l’abbondanza vincente sulla stagionalità dei prodotti della propria terra, la chimica migliore del ciclo naturale.. il cittadino consumatore cos’ha da dire?

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sabato 20 aprile 2024

Pesticidi su frutta e verdura: un’analisi di Consumer Reports

 

Un recente rapporto di Consumer Reports ha evidenziato preoccupanti livelli di pesticidi in alcuni prodotti alimentari, tra cui i fagiolini che presentano tracce di sostanze non più permesse dal 2011.

Secondo l’analisi, frutta e verdura come angurie e fagiolini presentano un elevato rischio a causa di contaminanti come l’oxamyl, che gli esperti ritengono particolarmente pericolosi per la salute.

L’articolo scritto da Catherine Roberts per Consumer Reports, e ripreso da USA TODAY, rassicura che non è necessario evitare completamente la frutta e la verdura, ma consiglia un consumo moderato delle varietà più a rischio, suggerendo di limitarsi a mezza porzione giornaliera.

Nonostante la pulizia dei prodotti possa rimuovere alcuni residui superficiali, i pesticidi possono anche essere assorbiti dalla pianta rendendo impossibile eliminarli completamente solo con il lavaggio.

Inoltre, l’EPA ha testato circa 30.000 campioni di prodotti agricoli, trovando che il 99% aveva residui al di sotto delle soglie di sicurezza stabilite. Tuttavia, secondo Roberts, anche questi livelli potrebbero essere troppo alti, suggerendo che le normative potrebbero necessitare di aggiornamenti per garantire una sicurezza maggiore.

Roberts sottolinea anche i rischi specifici per popolazioni vulnerabili come bambini e donne incinte e richiama l’attenzione sulla pericolosità di alcuni pesticidi che possono interferire con il sistema endocrino.

La giornalista spinge per una maggiore adozione di pratiche agricole biologiche, che utilizzano pesticidi a basso rischio e sono meno dannose per i consumatori e l’ambiente.

In conclusione, il rapporto invita i consumatori a preferire prodotti biologici e sollecita l’EPA a rivedere le sue politiche sui pesticidi per una maggiore protezione della salute pubblica e dell’ambiente, riflettendo sul bisogno di misure più severe contro i pesticidi più nocivi come gli organofosfati e i carbammati.

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sabato 10 febbraio 2024

Quali sono i pesticidi che continueremo ad avere nel piatto (dopo la vittoria delle proteste degli agricoltori sulla riduzione dell’UE) - Francesca Biagioli

Il dietrofront dell'UE sulla proposta di riduzione dei pesticidi fa esultare agricoltori e lobby, un po' meno gli ambientalisti e i cittadini, preoccupati del fatto che continueranno a portare in tavola cibi contaminati da sostanze chimiche ancora a lungo.

Gli agricoltori esultano per la prima vittoria dopo settimane di proteste, gli ambientalisti e tutti i cittadini europei che hanno a cuore la propria salute e l’ambiente (compresi noi di greenMe) decisamente meno. Ci riferiamo ovviamente a quanto avvenuto ieri, quando Ursula von der Leyen ha annunciato il ritiro della proposta di regolamento Ue sui pesticidi.

Un deciso passo indietro, dunque, per accontentare agricoltori (e lobby annesse). C’è da dire però che l’originale legge sull’uso sostenibile dei pesticidi (SUR) che prevedeva il taglio del 50% entro il 2030 era già stata bocciata al Parlamento europeo e poi fortemente ridimensionata. Quindi questa ulteriore mossa forse non è tanto a sopresa come potrebbe sembrare a prima vista. Leggi anche: Dietrofront sui pesticidi, il Parlamento europeo respinge il taglio del 50% entro il 2030

Fatto sta che la Von Der Leyen, che ha dichiarato: “i nostri agricoltori meritano di essere ascoltati”, ha annunciato il ritiro della proposta di regolamento sui pesticidi che, a detta di molti, avrebbe avuto un impatto devastante sulla produzione agricola europea.

Ma cosa cambia davvero con questo dietrofront?

Cosa cambia

Partiamo dall’inizio, i pesticidi costituiscono una vasta categoria di prodotti fitosanitari utilizzati per proteggere le colture da malattie e infestazioni. Questi includono erbicidi, fungicidi, insetticidi, acaricidi, fitoregolatori e repellenti. Non c’è dubbio che questi prodotti siano utili a mantenere sane le colture e a prevenire la chiusura forzata delle aziende agricole, tuttavia, la questione principale riguarda gli effetti collaterali associati al loro utilizzo eccessivo.

Le controindicazioni legate all’uso di pesticidi comprendono l’inquinamento delle falde acquifere, la riduzione della fertilità del suolo e la minaccia agli insetti impollinatori, preziosi alleati della biodiversità. Ovviamente c’è anche un discorso che riguarda la nostra salute, tracce di pesticidi, infatti, rimangono nel cibo che consumiamo ogni giorno.

Proprio per questo è necessario intervenire, riducendone l’uso il più possibile, scegliendo i meno pericolosi e trovando quanto prima alternative sostenibili. Questo era anche l’obiettivo della Commissione agricoltura del Parlamento europeo che aveva proposto inizialmente una riduzione del 50% dei pesticidi entro il 2030, salvo poi ridimensionare al 30% entro il 2035.

In base al testo, in realtà, ogni Stato avrebbe avuto un personale obiettivo di riduzione in base ai valori calcolati dalla Commissione europea. L’Italia puntava al 62% per il consumo totale dei prodotti fitosanitari e al 54% per quanto riguarda i fitofarmaci più pericolosi (rispetto alla media del triennio 2015-2017).

  • parchi
  • campi di gioco
  • campi sportivi
  • percorsi pubblici
  • aree natura 2000

Ora tutto da rivedere.

Quali pesticidi rischiamo di trovare ancora a lungo sulle nostre tavole

Ovviamente la transizione verso un futuro senza (o con meno) pesticidi tossici sarebbe stata comunque graduale ma ora questo stop non promette nulla di buono.

Ecco quali sono:

  • Acetamiprid: uno degli insetticidi maggiormente rilevati, con presenza evidenziata in diverse colture
  • Fludioxonil: fungicida
  • Boscalid: fungicida
  • Dimethomorph: fungicida

Da notare che, oltre a questi, è stata riscontrata la presenza di residui di neonicotinoidi, sostanze particolarmente pericolose per la salute delle api e degli insetti impollinatori. Alcuni esempi specifici includono:

  • Thiacloprid: trovato in campioni di pesca, pompelmo, ribes nero, semi di cumino e tè verde in polvere, nonostante sia stato vietato dal Reg. CE 2020/23
  • Imidacloprid: presente in un campione di arancia, due campioni di limoni e tre campioni di ocra, nonostante il divieto stabilito dal Reg. CE 2020/1643
  • Thiamethoxam: riscontrato in un campione di caffè, nonostante le restrizioni imposte dal Reg. CE 2022/801

C’è da dire che non tutta la frutta e verdura venduta in Italia è prodotta nel nostro Paese o nei Paesi Ue (e questo spiegherebbe anche la presenza di pesticidi vietati), ma la maggior parte senza dubbio.

Al triste elenco dei pesticidi dobbiamo aggiungere ovviamente anche il glifosato che meriterebbe un discorso a parte, in quanto cittadini e ambientalisti europei hanno cercato in tutti i modi di farlo mettere definitivamente al bando, ma senza successo.

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lunedì 1 gennaio 2024

GLIFOSATO E ALTRI PESTICIDI NEL TÈ. CONTAMINATI 11 SU 14 CAMPIONI ESAMINATI - Valentina Bennati

 

Nel numero di novembre della rivista ‘Il Salvagente’, che si occupa di test di laboratorio contro le truffe ai consumatori, sono stati pubblicati i risultati di un’analisi su 14 campioni di Tè: in 11 è stata riscontrata la presenza di glifosato e altri pesticidi.

Queste le marche analizzate:

  • Esselunga Tè nero classico
  • Eurospin Lester house Tè classico
  • Lidl Lord Nelson Breakfast Tea Ceylon-Assam Tè nero
  • Lipton Yellow label Tè nero
  • MD Alba Claridge English breakfast
  • Pam Tè english breakfast
  • Sir Winston Tea English breakfast Tè nero
  • Star Tea Classico Tè nero
  • Taylors English breakfast Tea Tè nero
  • Twinings Earl Grey Tea Classic
  • Twinings English breakfast tea
  • Alce Nero Tè verde bio
  • Conad Tè nero
  • Coop Solidal Tè english breakfast bio

I campioni sono stati sottoposti a tre analisi diverse:

  • screening sul Mercurio
  • prova specifica per individuare la presenza di glifosato
  • ulteriore prova per valutare la presenza di eventuali altri pesticidi

I risultati del test hanno mostrato che undici campioni contengono glifosato. Il fatto che si parli di concentrazioni al di sotto dei limiti di legge (2 mg per kg) non è per nulla rassicurante dal momento che già nel 2016 il glifosato è stato classificato come probabile cancerogeno dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) e che negli ultimi anni si sono moltiplicate le prove della sua pericolosità per gli esseri umani e l’ambiente.
Da segnalare, in particolare, lo studio coordinato dall’Istituto Ramazzini (Italia) – con la partecipazione di enti di ricerca e scienziati in Europa, Stati Uniti e Sud America – presentato di recente nel corso di una conferenza scientifica internazionale. È un lavoro importante che riporta dati ben precisi sulla cancerogenicità di questa sostanza (è emerso, infatti, che può causare la leucemia anche a basse dosi ritenute sicure dalle autorità di regolamentazione dell’Unione Europea). Inoltre, ci sono altre ricerche che hanno evidenziato effetti di neurotossicità dal momento che l’esposizione al glifosato è stata collegata a disturbi dello spettro autistico (nei bambini esposti fin dall’età prenatale), sclerosi laterale amiotrofica e morbo di Parkinson (negli adulti). Il glifosato sarebbe anche collegato a disturbi endocrini e alterazioni del microbioma senza considerare i rischi che riguardano ecosistemi, insetti impollinatori e fertilità del suolo.

Ciononostante, dopo averlo annunciato il 16 novembre, il 28 novembre scorso la Commissione Europea ha ufficialmente rinnovato l’autorizzazione di questo erbicida per un periodo di altri 10 anni, sostanzialmente a esclusivo vantaggio di chi lo vende e commercializza e senza voler considerare che ci sono soluzioni alternative alla chimica in agricoltura come sostiene, ad esempio, uno studio di Università e Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa che hanno sperimentato in campo il metodo della veccia,  una leguminosa selvatica che, devitalizzata, forma sul terreno un tappeto naturale in grado di soffocare gli infestanti senza bisogno di ricorrere a pesticidi.

Purtroppo, prodotti a base di glifosato sono oggi molto diffusi in tutto il mondo e non c’è da meravigliarsi che tracce di questa sostanza siano state ritrovate anche nel tè; spesso, infatti, le grandi piantagioni vengono trattate con questo pesticida per evitare che le piante siano soffocate dalle erbe infestanti.
La concentrazione massima rilevata nei campioni analizzati da Il Salvagente è di 0,996 mg/kg ed è stata trovata nel Taylor English Breakfast che rappresenta quasi la metà della dose massima consentita per quel prodotto. Altri tè con livelli significativi di glifosato sono risultati quelli di Esselunga (0,883 mg/kg), Pam (0,724 mg/kg) e MD (0,598 mg/kg).

Oltre al glifosato, l’indagine de Il Salvagente ha rilevato anche residui di altri pesticidi alcuni dei quali vietati, come ad esempio l’Alfa_e_Cypermethrins, un insetticida proibito in Europa dal dicembre 2022 che è stato però trovato nel tè MD ed Esselunga (non si sa se a causa di scorte prodotte precedentemente al divieto). Altri pesticidi evidenziati in presenza residuale in alcuni tè, sono il biphenil e il thiamethoxam (nel Taylor English breakfast) e il carbendazim (nel the Pam).
Infine, nel corso delle analisi, è stata considerata anche la presenza di mercurio e, fortunatamente, tutti i campioni esaminati sono risultati non contaminati da questo metallo pesante che è un’ulteriore sostanza tossica per l’uomo.

Chi desidera conoscere i risultati completi del test può visionare il numero di novembre del Il Salvagente scaricabile anche online.

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lunedì 22 maggio 2023

L’UE esporta nei paesi più poveri i pesticidi vietati sul proprio territorio

 

Un’indagine condotta da Unearthed e Public Eye ha rivelato che l’Unione Europea continua ad esportare oltre 10.000 tonnellate di pesticidi neonicotinoidi, vietati all’interno dell’UE per proteggere le api, verso paesi più poveri.

Questo commercio è stato reso noto grazie a documenti ottenuti attraverso leggi sulla libertà di informazione. Nel 2021, le aziende dell’UE hanno programmato l’esportazione di oltre 13.200 tonnellate di insetticidi vietati contenenti neonicotinoidi.

Scienziati e attivisti hanno criticato questa pratica, definendola “sorprendente” e hanno chiesto la fine immediata di tali esportazioni che sono considerate “inaccettabili e immorali”.

Tra le aziende coinvolte, il gigante dei pesticidi Syngenta, di proprietà cinese e con sede in Svizzera, risulta essere il maggior esportatore. La maggior parte delle esportazioni è destinata a paesi a basso o medio reddito, tra cui il Brasile, l’Argentina, l’Ucraina, l’Indonesia e il Sudafrica.

Questa pratica è stata fortemente criticata dagli apicoltori e dagli attivisti, in quanto i neonicotinoidi rappresentano una grave minaccia per gli impollinatori e la sicurezza alimentare.

Nonostante l’UE riconosca i pericoli di tali pesticidi e abbia recentemente adottato una legge per vietare l’importazione di alimenti contenenti tracce di questi composti, continua ad esportare migliaia di tonnellate di pesticidi vietati all’estero.

Questo è possibile grazie alle normative che consentono alle aziende di produrre e vendere tali sostanze in paesi con regolamentazioni meno restrittive.

Molte delle aziende che esportano prodotti al neon vietati dall’UE hanno dichiarato a Unearthed e Public Eye di ritenere che i loro prodotti potessero essere utilizzati senza rischi inaccettabili per le api e che paesi diversi avessero climi e parassiti diversi, richiedendo pesticidi diversi.

Tra questi c’era il colosso agrochimico tedesco Bayer, il principale esportatore dell’UE dei neonicotinoidi clothianidin e imidacloprid. Bayer ha notificato le esportazioni di prodotti vietati contenenti queste sostanze chimiche in 51 paesi diversi nel 2021, tra cui Ucraina, Indonesia, Guatemala, Togo e Kenya.

L’indagine ha identificato 13 diversi paesi in tutta l’UE che hanno emesso notifiche di esportazione per prodotti al neon vietati nel 2021, ma di gran lunga i maggiori esportatori in base al peso previsto sono stati Belgio, Francia, Spagna e Germania. Altri paesi che hanno svolto un ruolo significativo nel commercio quell’anno sono stati i Paesi Bassi, l’Austria, l’Ungheria, la Grecia e la Danimarca.

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