Visualizzazione post con etichetta aborto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta aborto. Mostra tutti i post

martedì 7 febbraio 2023

Perché in Italia i medici obiettori sono così tanti - Annalisa Camilli

  

Stigma, tabù, opportunismo, una bassa remunerazione, concorsi deserti, mancanza di formazione, l’opposizione della politica: perché in molte regioni la legge 194 del 1978, che ha depenalizzato l’aborto, è ancora inattuata

All’ospedale civile dell’Annunziata di Cosenza, in Calabria, i ginecologi sono tutti obiettori di coscienza. Nell’ospedale calabrese l’interruzione di gravidanza è possibile solo due volte alla settimana quando è presente il medico “a gettone” che pratica l’ivg. “A più di sei mesi dalle dimissioni dell’unico ginecologo non obiettore dell’Annunziata, il servizio è ancora carente e procede a singhiozzo”, spiegano le attiviste del collettivo cosentino Fem.In che a dicembre hanno incontrato la direttrice amministrativa dell’ospedale, ottenendo la promessa di stipulare una convenzione per avere altri due medici a contratto e garantire il servizio sul territorio.

Ma “questo a oggi non si è ancora verificato e a svolgere il servizio c’è un solo medico”, scrivono le attiviste sulla loro pagina Facebook. Sul caso ha presentato un’interrogazione parlamentare la deputata Anna Laura Orrico, il 18 gennaio.

L’ospedale di Cosenza non è un caso isolato in Italia: secondo la relazione del ministero della salute presentata nel 2022, il 64,6 per cento dei ginecologi italiani era obiettore di coscienza nel 2020, un tasso in leggera diminuzione rispetto al 2019, mentre erano obiettori il 44,6 per cento degli anestesisti e il 36,2 per cento del personale non medico.

Tuttavia il report Mai dati dell’associazione Luca Coscioni, curato da Chiara Lalli e Sonia Montegiove (diventato un libro nel 2022), chiarisce che la situazione in alcune zone del paese è ancora peggiore, perché i dati della relazione ministeriale non sono aggiornati. Secondo il report, in Italia sarebbero 72 gli ospedali che hanno tra l’80 e il 100 per cento di obiettori di coscienza tra il personale sanitario; ventidue gli ospedali e quattro i consultori con il 100 per cento di obiettori tra tutto il personale sanitario, 18 gli ospedali con il 100 per cento di ginecologi obiettori e infine 46 le strutture che hanno una percentuale di obiettori superiore all’80 per cento.

Medici di serie b

Così, di fatto, a 45 anni dall’approvazione della legge che ha depenalizzato l’aborto in Italia entro il terzo mese di gravidanza, il tasso di obiezione tra i medici e il personale sanitario è talmente alto da rendere problematica o impraticabile l’interruzione di gravidanza in molte zone del paese: le donne che vogliono ricorrere all’ivg faticano a trovare informazioni, devono aspettare molto tempo per abortire oppure sono costrette a spostarsi in un’altra regione per fare l’operazione.

Dall’indagine di Lalli e Montegiove, basata su richieste di accesso civico generalizzato alle regioni, emerge che il Molise è la regione con la più alta percentuale di obiettori: su due strutture ospedaliere in totale, una ha tutti i medici ginecologi obiettori, mentre nell’altra sono obiettori otto medici su dieci. Seguono la Puglia – su 35 ospedali otto sono con obiezione al 100 per cento – e le Marche, dove in due strutture ospedaliere (Fermo e Jesi) tutti i medici sono obiettori.

In Molise l’ivg si pratica solo nell’ospedale di Campobasso e l’unico medico non obiettore della regione, Michele Mariano, è stato diverse volte costretto a rimandare la pensione, perché ai concorsi indetti per la sua sostituzione non si presentava nessuno. Secondo Mariano la maggior parte dei colleghi è obiettore “perché chi fa aborti non fa carriera: trovatemi un primario che ne faccia. In Italia c’è la chiesa, e finché ci sarà il Vaticano che detta legge il problema ci sarà sempre. E poi perché la maggioranza dell’opinione pubblica – e dei colleghi – considera chi pratica l’ivg come qualcuno da mettere da parte, ginecologi di serie b, che fanno qualcosa di brutto”.

Anche secondo Marina Toschi, ginecologa dell’Aied, il problema è soprattutto il giudizio legato all’aborto: “La difficoltà di accedere all’aborto in zone come le Marche è legato a diversi fattori, ma in primo luogo allo stigma che ancora circonda i medici che praticano l’ivg. Spesso i ginecologi non obiettori si trovano a fare solo aborti, con un carico di lavoro molto alto, senza una remunerazione adeguata e subendo il discredito ancora legato a queste operazioni. Molti pensano: chi me lo fa fare?”, commenta Toschi, che una volta ogni tre settimane andava all’ospedale di Ascoli Piceno per eseguire interventi di interruzione di gravidanza. Ma dal 31 gennaio 2023 la convenzione con l’Aied è stata revocata, dopo 42 anni, senza che sia stato chiarito come sarà garantito il servizio.

“I veri obiettori sono i direttori sanitari e quelli generali che non applicano la legge e, per esempio, lasciano un ospedale come quello di Fermo senza servizio di ivg”, continua Toschi, secondo cui esiste anche una carenza di personale sanitario: “I ginecologi in generale sono pochi e servirebbero più assunzioni di medici non obiettori”, aggiunge.

Inoltre, aggiunge la ginecologa dell’Aied, c’è un problema di formazione professionale: “Manca la formazione sul tema dell’ivg, ma anche sulla contraccezione. Questi argomenti sono ancora un grande tabù nelle università italiane, in particolare in quelle cattoliche. All’università s’insegna poco o niente come si usano i farmaci come il misoprostolo (un farmaco abortivo) o come s’inseriscono le spirali per la contraccezione, nonostante siano indicate dall’Organizzazione mondiale della salute (Oms) come i migliori contraccettivi”, continua. A riprova di questo, “le linee di indirizzo del ministero della salute che prevedono che le pillole abortive (Ru486) siano somministrate nei consultori non sono state adottate da molte regioni anche per mancanza di formazione degli operatori”. Per questo secondo le attiviste del collettivo marchigiano Sisters on the block, molte donne sono ancora costrette a spostarsi in altre regioni come l’Emilia Romagna per abortire.

Irene Cetin, docente di ostetricia e ginecologia all’università degli studi di Milano e primaria di ginecologia dell’ospedale Buzzi di Milano, osserva che per molti ginecologi il problema è legato al carico di lavoro e alla ripetitività delle operazioni di interruzione di gravidanza: “Come primario le posso assicurare che il problema organizzativo si presenta quando in un reparto c’è un tasso superiore al 50 per cento di medici obiettori. In quel caso il lavoro per i non obiettori diventa rilevante. Dal punto di vista professionale, occuparsi solo di ivg è penalizzante nella crescita, anche perché è un’operazione semplice”.

Secondo Cetin, che è una medica non obiettrice e fa parte della Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo), nel sistema sanitario italiano “bisogna essere molto motivati per continuare a essere non obiettori, soprattutto se in una struttura gli obiettori sono la maggioranza”.

Gli obiettori

Paolo Rollo, medico obiettore e primario di ginecologia dell’ospedale Cannizzaro di Catania, sostiene che l’obiezione di coscienza della totalità dei medici del suo reparto non impedisce all’ospedale di fornire il servizio d’interruzione di gravidanza in maniera regolare. Rollo, ginecologo dal 1985, ritiene giusto che nella legge italiana ci sia un articolo che consente ai medici di non praticare aborti per ragioni personali e di natura etica.

“Non ci deve essere nessuno stigma, né sugli obiettori né sui non obiettori. L’importante è che il servizio sia garantito, questo ci chiede lo stato. A prescindere dall’organico, l’applicazione della legge 194 deve essere garantita”, afferma Rollo, secondo cui non ci sono liste di attesa nel suo ospedale per chi vuole abortire nei termini stabiliti dalla legge. “Abbiamo un medico non obiettore a contratto per tre anni, per assicurare il servizio dell’interruzione di gravidanza nel nostro reparto. Non c’è nessuna lista di attesa, le donne possono venire in ambulatorio il giovedì, anche senza prenotazione”, afferma. Per il primario non dovrebbero esserci ospedali che non garantiscono questo servizio, anche nel caso in cui tutti i medici del reparto siano obiettori, perché dovrebbero intervenire i dirigenti sanitari e attivare dei contratti ad hoc per svolgere questo tipo di operazioni o delle convenzioni con strutture in cui il servizio è garantito.

È della stessa opinione Mario Meroni, primario del reparto di ginecologia dell’ospedale Niguarda di Milano, obiettore di coscienza: “Il diritto della donna di poter effettuare un’interruzione volontaria di gravidanza non deve scontrarsi con il diritto dei medici di avere le proprie idee: nell’ospedale pubblico dobbiamo tutelare i diritti di tutti. Al centro ci deve essere la donna. Ma questo può essere risolto lavorando insieme ai consultori e organizzando il lavoro in maniera adeguata”. Secondo Meroni, “non è vero che se il dirigente è obiettore considererà il servizio d’interruzione di gravidanza come di serie b”, né che i ginecologi obiettori siano favoriti nella carriera. “A Milano io sono l’unico primario obiettore, quindi al limite è vero il contrario”, sottolinea.

Il primario sostiene che ci sia una questione anche anagrafica sull’obiezione di coscienza: “I ginecologi più giovani sono quasi tutti non obiettori, perché culturalmente percepiscono l’interruzione di gravidanza in maniera diversa. Mentre la vecchia guardia ha ragioni di ordine personale, spesso legate a motivazioni etico-religiose”.

Nell’ospedale Niguarda di Milano ci sono otto non obiettori su 22 medici: “Ci sono stati momenti in cui avevo solo due non obiettori, ma anche in queste condizioni è possibile garantire il servizio”, ribadisce Meroni, che come Rollo suggerisce che primari e dirigenti sanitari dovrebbero in questi casi collaborare con i consultori e stipulare convenzioni con altri ospedali per attuare pienamente la legge 194.

Nessuna informazione e pochi dati

Ogni anno arrivano decine di testimonianze e di denunce alle associazioni che si occupano della piena applicazione della legge, come la Libera associazione italiana ginecologi non obiettori per l’applicazione della 194 (Laiga), l’associazione Luca Coscioni e le attiviste di Obiezione respinta e di Non una di meno. “Nonostante la legge 194 del 1978 sia stata adottata ormai 45 anni fa, non è mai stata fornita un’informazione chiara, pubblica e trasparente sulle modalità di accesso ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza e soprattutto sugli ospedali a cui ci si può rivolgere per ricorrere a questo servizio”, spiega la Laiga.

“Questo è particolarmente problematico dato che l’elevatissimo tasso di obiezione di coscienza lascia le donne in balìa della sorte in un momento in cui bisogna agire in fretta per restare nei limiti gestazionali previsti dalla legge. Le donne spesso si muovono per sentito dire, si rivolgono a personale obiettore, perdendo tempo prezioso”, continua la Laiga, che sul suo sito offre una mappatura delle strutture italiane dove è possibile effettuare l’interruzione volontaria di gravidanza, sia farmacologica sia chirurgica.

Filomena Gallo, avvocata e segretaria dell’associazione Luca Coscioni, spiega che “la prima cosa da fare sarebbe aprire i dati, aggiornali, renderli noti e disponibili, in modo da avere una fotografia attuale della situazione al livello regionale e di ogni singola struttura. Ma questo al momento non c’è”. Secondo Gallo in ogni struttura dove sono troppi i medici obiettori bisognerebbe indire dei concorsi per medici prevedendo un 50 per cento di non obiettori e 50 per cento di obiettori, come è avvenuto all’ospedale San Camillo di Roma, perché non garantire il servizio o interromperlo “è un reato”, e “corrisponde a non attuare la legge”.

Molti concorsi di questo tipo, tuttavia, sono bloccati dalla politica. In Liguria per esempio (dove i medici non obiettori sono 59 su 123) la proposta di “valutare la possibilità di procedere all’indizione di uno o più concorsi, nelle strutture ove venga ritenuto più necessario, per l’assunzione di ginecologi non obiettori al fine di garantire la completa attuazione della legge 194/78” è stata bocciata dalla maggioranza di centrodestra nel consiglio regionale il 31 gennaio.

L’associazione Luca Coscioni riceve ogni anno decine di denunce di donne che addirittura raccontano di essere incappate in farmacisti obiettori, che si sono rifiutati di dare loro la pillola del giorno dopo, che è un contraccettivo. “L’obiezione dei farmacisti non è prevista da nessuna legge e le pillole del giorno dopo sono contraccettivi e non farmaci abortivi”, spiega Gallo. “È illegale che i farmacisti si dichiarino obiettori”. Tuttavia, continua l’avvocata, spesso le donne che inizialmente hanno presentato una denuncia per il mancato servizio ricevuto, poi non procedono per via legale: “Una volta che hanno risolto il loro problema, vogliono dimenticare il prima possibile l’esperienza negativa che hanno avuto”.

Una legge con molti limiti

Il diritto del medico, dell’anestesista o del personale sanitario a non operare l’interruzione di gravidanza attraverso l’obiezione è garantito dall’articolo 9 della legge 194 introdotta in seguito a un lungo dibattito parlamentare, che ha depenalizzato l’aborto in Italia entro il primo trimestre di gravidanza e a determinate condizioni per la donna.

“All’epoca si cambiava radicalmente una pratica dei medici ospedalieri pubblici, depenalizzando l’aborto che fino a quel momento era vietato. Così si inserì questo articolo per permettere di obiettare a quelli che avevano scelto di fare quelle professioni prima dell’introduzione della legge e che avevano delle questioni di tipo morale. Si permetteva quindi ai medici di continuare a esercitare la loro professione pur essendo cambiati i loro doveri”, spiega Caterina Botti, docente di filosofia morale ed esperta di bioetica all’università La Sapienza di Roma.

Ma per Botti, il principio dell’obiezione di coscienza è fortemente legato all’impianto della legge, frutto di grandi compromessi politici, che concepisce l’aborto non come “pratica di libertà della donna”, al pari di altre tradizioni giuridiche, ma come “pratica sanitaria a tutela della salute delle donne”.

Secondo la legge, infatti, ancora oggi possono interrompere la gravidanza le donne che certificano “circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la salute fisica o psichica, in relazione o allo stato di salute, o alle condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito”.

Botti spiega che l’aborto, secondo la formulazione della legge italiana, non è una scelta della donna, ma “un dovere del medico per tutelare la salute della donna, per questo si permette al personale sanitario di obiettare, di non adempiere cioè a quel dovere per ragioni etiche”.

Quarantacinque anni dopo la sua approvazione, non si può capire questa formulazione della legge se non si considera che all’epoca “è stata frutto di grandi negoziati tra partiti che erano molto reticenti a depenalizzare l’interruzione di gravidanza”, depenalizzazione di cui si discuteva senza risultato dal 1971. Ma proprio in questa prospettiva storica, secondo Botti, oggi quell’articolo che prevede l’obiezione di coscienza “potrebbe essere superato, perché oggi chi sceglie quella professione sa che tra i suoi doveri c’è anche quello di praticare aborti. Chi non vuole farlo potrebbe scegliere un’altra professione, un’altra specializzazione oppure operare fuori del servizio sanitario nazionale”.

La docente di bioetica e di storia della medicina Chiara Lalli, autrice del libro C’è chi dice no. Dalla leva all’aborto, come cambia l’obiezione di coscienza (Il Saggiatore), ha posizioni simili. “L’obiezione di coscienza non dovrebbe essere ammessa per legge”,scrive Lalli nel suo libro. “È spesso usata come un ariete per contrapporsi a diritti individuali sanciti dalla legge, i medici che non vogliono fare aborti per ragioni di coscienza entrano direttamente e personalmente in conflitto con le donne che richiedono quel servizio”, continua la saggista.

“Ammettere che un medico possa fare obiezione di coscienza è una forma di moralismo paternalistico. Si radica nell’idea che il medico sia detentore della verità o di una verità più forte della nostra e che pertanto sappia anche cosa sia il nostro bene e decida di conseguenza”, continua Lalli. “Un medico non può scegliere di fare il medico e poi esercitare questo potere per imporre la propria visione del mondo e per sottrarsi ai suoi doveri”, conclude nel saggio.

Non è sulle stesse posizioni Mirella Parachini, ginecologa, attivista radicale, vicepresidente della Federazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione (Fiapac) e tra i fondatori dell’associazione Luca Coscioni. Secondo Parachini, l’obiezione di coscienza può convivere con il diritto all’aborto. “Non sono contraria all’obiezione di coscienza, perché è presente anche in paesi in cui l’aborto è accessibile come la Francia e il Regno Unito. Permettere l’obiezione di coscienza presenta problemi organizzativi, ma si può conciliare con la garanzia di un accesso rapido: dovrebbe essere la struttura che non fa ivg a informare la donna e addirittura a prenotare l’intervento in strutture in cui l’ivg è praticata. Le donne non dovrebbero trovarsi nella condizione di cercare da sole le strutture o tramite amiche e conoscenti, né dovrebbero aspettare più di due settimane per sottoporsi all’operazione”, continua Parachini, secondo cui un sistema di incentivi anche economici per i medici non obiettori favorirebbe l’attuazione del sevizio.

C’è un dato, infine, che secondo la ginecologa dovrebbe farci riflettere: “Il numero degli aborti è in costante diminuzione in Italia dal 1978, quando la legge è stata approvata. Invece gli aborti clandestini rimangono stabili, secondo la relazione ministeriale, e sono stimati tra i 15mila e i ventimila all’anno. Questo dato, che si conferma anche negli ultimi anni, nasconde un aumento in percentuale degli aborti clandestini nelle aree in cui l’ivg è meno accessibile”. Questo è un altro punto che dovrebbe spingere le istituzioni a garantire l’applicazione della legge su tutto il territorio nazionale.

da qui

martedì 15 settembre 2020

Salviamo le bambine - Carol Pires

Un giorno del 2015 Rosana ha portato sua figlia di dieci anni all’ospedale, in Paraguay. La bambina vomitava e aveva dolori allo stomaco. Non era la prima volta che la faceva visitare. Diversi medici le avevano prescritto dei farmaci contro i vermi. Uno le aveva diagnosticato un tumore. Ma la bambina, in realtà, era al quinto mese di gravidanza. Il patrigno la violentava all’insaputa della madre. La bambina, chiamata dai giornali Mainumby, non ha potuto abortire.

Il Paraguay, uno dei paesi con il più alto tasso di gravidanze infantili, consente di abortire solo quando c’è un rischio di morte per la madre, ma anche in questi casi le autorizzazioni sono poche. Secondo Amnesty international, 634 paraguaiane tra i dieci e i quattordici anni hanno avuto un figlio nel 2016. Poco dopo aver compiuto 11 anni, Mainumby ha partorito una bambina. I gruppi contro l’aborto che avevano organizzato una campagna per impedirle di interrompere la gravidanza sono comparsi per l’ultima volta quando la neonata ha compiuto un anno. Oggi Mainumby ha 16 anni e la figlia 5. Secondo Rosana, Mainumby soffre di dolori cronici al bacino e all’addome perché la gravidanza ha sottratto calcio al suo corpo in via di sviluppo.

Ebbene sì, il Brasile non è l’unico paese a permettere pratiche barbare come obbligare bambine a dare alla luce altri bambini senza avere le condizioni fisiche, psicologiche e finanziarie per essere madri. Il caso recente della bambina di dieci anni chiamata assassina da un gruppo di fanatici davanti all’ospedale di Recife, dove è stata sottoposta all’interruzione di una gravidanza frutto delle violenze sessuali da parte di uno zio, è una triste realtà. L’America Latina è l’unica regione al mondo dove il tasso di gravidanze tra le minori di 15 anni sta aumentando, sostiene l’organizzazione Niñas, no madres (bambine non madri). Non a caso, qui abbiamo alcune delle leggi più restrittive contro l’aborto, trattato come un problema morale e religioso e non come una questione di salute pubblica. Per questo si moltiplicano casi che fanno orrore.

Violenze e minacce
In Ecuador, la dodicenne Norma è stata stuprata dal padre e costretta a portare avanti la gravidanza nonostante un tentativo di suicidio. Durante il parto, mentre opponeva resistenza, il medico le ha detto: “Se hai aperto le gambe prima, perché non puoi farlo ora?”. In Nicaragua Lucia è stata messa incinta dal pastore della chiesa che frequentava. Il fatto è diventato di pubblico dominio, ma l’uomo non è stato arrestato. Susana ha cominciato a essere molestata dal nonno a sei anni, è rimasta incinta a 13 e ancora oggi deve scappare dal suo aggressore. In Brasile ogni giorno sei bambine tra i dieci e i quattordici anni interrompono legalmente una gravidanza frutto di violenza. Di solito i responsabili sono familiari, vicini o conoscenti. Alle violenze seguono le minacce. Quando restano incinte, le bambine sono colpevolizzate e non hanno nessun sostegno. Le statistiche mostrano che molte abbandonano gli studi, hanno meno possibilità di trovare un buon lavoro e convivono con le conseguenze fisiche e psicologiche degli abusi. I loro figli hanno ancora meno probabilità di uscire dalla povertà.

Per combattere questi crimini serve un cambiamento culturale. Bambine e adolescenti devono essere spinte a denunciare gli abusi il prima possibile. Per questo, devono essere educate da subito. La giornalista Helen Beltrame-Linné racconta che in Svezia i bambini imparano presto ad allungare un braccio con la mano aperta e a dire: “Stopp, min kropp” (Stop, il mio corpo). La frase dà il nome a un manuale che insegna come parlare con i bambini dei limiti sul loro corpo. Sensibilizzati su cosa devono dire se si sentono disturbati o minacciati, imparano a capire quando un approccio è inopportuno e a segnalarlo. Il manuale dice, per esempio, che non dobbiamo forzare i nostri figli a baciare, abbracciare e a sedere in braccio ad altre persone.

In Brasile, dove si registrano ogni anno 26mila parti di madri in età compresa tra i dieci e i quattordici anni, l’educazione sessuale e i diritti riproduttivi devono essere discussi pubblicamente. Uno dei punti più bassi della politica brasiliana è stato toccato durante la campagna elettorale del 2010, quando Dilma Rousseff e José Serra, entrambi provenienti dalla sinistra, si sono dichiarati contro l’aborto per non perdere l’appoggio dei conservatori. Da allora, la situazione è precipitata. Alle ultime elezioni, una campagna diffamatoria associava Fernando Haddad, candidato di sinistra, all’incesto e alla pedofilia.

Se la parte più moderata della società non supererà la paura di parlare di diritti riproduttivi ed educazione sessuale – che, a differenza di quanto afferma il presidente brasiliano, non vuol dire insegnare il sesso ai bambini – consegneremo il dibattito agli estremisti. Se la questione non sarà messa sul tavolo, scene come quelle all’ospedale di Recife saranno solo una premessa dei futuri scontri elettorali.

 

(Traduzione di Alberto Riva)

Questo articolo è uscito sul numero 1374 di Internazionale.

 

da qui

lunedì 2 marzo 2020

Sudafrica, centri antiaborto violano la legge sostenuti dagli USA - Kerry Cullinan




[Traduzione a cura di Stefania Gliedman dall’articolo originale di Kerry Cullinan, Masutane Modjadji, e Christi Nortier pubblicato su OpenDemocracy]

Un’inchiesta di OpenDemocracy ha recentemente smascherato la campagna di disinformazione a danno della popolazione femminile di tutto il mondo. Una campagna portata avanti dai “Centri di Risorse per la Gravidanza” (Crisis Pregnancy Centres, CPC), di affiliazione statunitense. A seguito dell’inchiesta un alto funzionario della salute pubblica sudafricana ha deciso di prendere posizione.
Spalleggiati da attivisti cristiani, aperti sostenitori della Casa Bianca di Trump, i CPC sostengono di offrire un servizio di consulenza imparziale. Tuttavia, un’indagine condotta da openDemocracy ha rivelato che, in alcuni di questi centri, il personale cerca di convincere le donne a non abortire, o addirittura a non ricorrere a metodi contraccettivi.
Il Crossroads Pregnancy Help Centre di Pretoria dichiara sul proprio sito di offrire alle gestanti “consulenze in ambiente sicuro, informazioni accurate sulle varie opzioni disponibili, al fine di prendere una decisione consapevole”.
Tuttavia, a una giornalista sotto copertura, rivoltasi al suddetto centro in cerca di aiuto simulando una gravidanza difficile, è stato detto che “l’aborto è omicidio”, che magari stavano “uccidendo un futuro presidente”, e che quella decisione l’avrebbe “tormentata per tutta la vita”.
Nel frattempo, al Seasons Pregnancy Centre presso lo Stellenbosch Regional Hospital, a 1.400 chilometri di distanza, a un’altra giornalista veniva ventilata l’ipotesi di una possibile “sindrome post-aborto”, con “incubi e depressione”. Una condizione la cui esistenza è stata smentita da un consistente numero di attendibili studi.

Il Choice on Termination of Pregnancy Act del 1996 stabilisce che la consulenza offerta a una donna in gravidanza deve essere “non direttiva”, ovvero che un consulente non può fare pressione su una propria assistita affinché prenda una decisione piuttosto che un’altra.
Afferma Yogan Pillay, vicedirettore generale del dipartimento della Salute in Sudafrica, che tutela donne e bambini in età prescolare:
Nel momento in cui viene offerta una consulenza direttiva, si infrangono leggi e linee guida nazionali, e quindi prenderemo dei provvedimenti.
I centri Seasons e Crossroads sono tra i 50 affiliati sudafricani di Heartbeat International, organizzazione statunitense di matrice cristiana conservatrice istituita circa mezzo secolo fa, in reazione alle spinte pro-aborto negli Stati Uniti.
Una recente indagine condotta da openDemocracy in diciotto Paesi, svela come Heartbeat abbia finanziato e coordinato organizzazioni anti-aborto di tutto il mondo.
In diversi centri affiliati, alle giornaliste sotto copertura sono state fornite informazioni inesatte e fuorvianti. Ne citiamo alcune:
§  L’aborto aumenta le probabilità di ammalarsi di tumore;
§  La donna deve ottenere il consenso del partner per poter interrompere la gravidanza;
§  Gli ospedali negano assistenza in caso di gravi complicazioni a seguito di un aborto.
I materiali formativi usati da Heartbeat, disponibili a prezzo scontato a tutti gli affiliati, contengono immagini di un istruttore che dice a un’ipotetica assistita di aspettare prima di ricorrere all’aborto o alla contraccezione d’emergenza, e che i preservativi sono inefficaci.
Ulteriori informazioni fasulle appaiono in un altro webinar, dove si dichiara che l’aborto aumenta il rischio di abuso nei confronti di altri figli, e che può far diventare il partner omosessuale.
Alle domande di openDemocracy, Heartbeat dichiara:
Rimaniamo fedeli al nostro Impegno alla cura – un documento normativo che impegna gli affiliati all’accuratezza nelle informazioni distribuite – tramite tutte le nostre risorse formative programmate per aiutare la comunità di donne in gravidanza.
E aggiunge:
Ogni Paese ha una cultura propria e un modo proprio di comunicare; rimane il fatto che l’aborto comporti di fatto dei rischi per le donne. Lo scopo che ci prefiggiamo, nell’amore e nella verità, è quello di aiutare l’assistita a comprendere l’aborto in modo più completo, in modo da poter prendere una decisione consapevole.
“Tacito consenso” davanti alla violazione della legge
In Sudafrica, Pillay ha esortato l’opinione pubblica a “denunciare al ministero [della Salute] eventuali azioni illegali da parte di questi centri ”; il ministero può a sua volta contattare questi centri e “chiedere perché non rispettino la legge” .
Ma Marion Stevens, direttrice della Coalizione per la Giustizia Sessuale e Riproduttiva, un network di gruppi delle società civili, si dice scettica riguardo l’intenzione da parte del Governo di prendere provvedimenti. Lei stessa aveva segnalato questi centri al parlamento già nel 1995. A più di trent’anni di distanza, sono dovunque in Sudafrica.
Stevens sostiene:
Le loro consulenze continuano ad essere direttive, hanno un programma chiaramente anti-aborto, sono molto conosciuti. Temo che il dipartimento della salute approvi tacitamente i loro servizi, senza però assicurarsi che questi siano conformi alle leggi.
Pillay, al dipartimento della Salute, risponde di non aver mai approvato questi centri anti-aborto, e di aver sempre lavorato con altri colleghi al fine di ampliare l’accesso alle interruzioni di gravidanza, aumentando le possibilità di formazione di personale sanitario in questo settore.
Al dipartimento della Salute di Western Cape, la portavoce Sandra Maritz aggiunge che non esiste “alcuna relazione” tra lo Stellenbosch Hospital e il centro per la gravidanza in crisi Seasons, che opera al suo interno.
Martiz spiega che l’ufficio si trova nella sezione amministrativa dell’ospedale, come previsto da un accordo tra il centro e un’altra ONG che si occupa di igiene mentale.
Interpelleremo il gestore del servizio riguardo le consulenze fornite [da Seasons alle proprie assistite], per capire come procedere.
L’aborto è illegale o rigorosamente limitato in gran parte dell’Africa. Il continente è al primo posto per il numero di decessi causati da aborti illegali; almeno 16.000 nel 2014, secondo una ricerca del Guttmacher Institute.
Secondo una stima dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2019 in Africa tre quarti degli aborti sono stati praticati in condizioni non idonee, con un conseguente 13% di morti materne. Inoltre, a livello globale, 7 milioni di donne vengono ricoverate per complicazioni derivate da aborti non sicuri.
In Sudafrica, Heartbeat fa parte di Africa Cares for Life (ACFL), un’associazione internazionale da cui ha ricevuto, tra il 2007 e oggi, più di 200.000 dollari, a quanto emerge da una ricerca effettuata da openDemocracy sui documenti contabili dell’organizzazione.
Ha inoltre degli affiliati in tutto il continente africano, inclusi centri in Uganda, Nigeria e Zambia, che fanno parte dell’Association for Life of Africa (AFLA), che ha ricevuto circa 50.000 dollari dal gruppo statunitense dal 2013 a oggi.
In Uganda, l’aborto è illegale a meno che non esista un rischio per la vita della madre, ma il Governo ha dei programmi che forniscono metodi contraccettivi gratuiti. Nonostante questo, a una delle giornaliste sotto copertura che aveva contattato l’Alma Family Centre, affiliato Heartbeat a Kampala, è stato detto che la contraccezione d’emergenza equivale a un “aborto precoce”.
In Nigeria, sempre in un centro Heartbeat, alla giornalista è stato chiesto chi fosse il padre, e poi le è stato offerto del denaro per coprire le spese sanitarie qualora avesse deciso di portare a termine la gravidanza.
In Zambia, alla sede dell’AFLA, il direttore dell’organizzazone ha detto a una delle giornaliste di aver ricevuto da Heartbeat un apparecchio ecografico per aiutare le donne che hanno scelto l’aborto a cambiare idea. Ad altre giornaliste sono state offerte ecografie in centri anti-aborto in Messico e Costa Rica.
Raggiunto da openDemocracy, il centro sudafricano Crossroads ha ammesso di far parte dell’ACFL. Tuttavia ha chiesto di rispondere a tutte le domande riguardanti le tecniche di consulenza solo in un incontro faccia a faccia a Pretoria, con un proprio rappresentante. Né il centro Seasons, né Alma in Uganda hanno acconsentito a rilasciare dichiarazioni.
Un centro in ogni città
Daniele Gradwell, CEO di Africa Cares for Life, conferma di aver ricevuto fondi da Heartbeat, ma non fornisce dettagli su come siano stati usati. Definisce l’organizzazione non “anti-aborto”, ma “sostenitrice della vita”, e sostiene che le consulenze fornite sono “imparziali, e non manipolatorie”.
Gradwell aggiunge che l’organizzazione ha offerto consulenze a 31.000 donne tra gennaio e ottobre 2019, e spiega:
Ai nostri consulenti viene insegnato non come costringere le assistite a fare una scelta, ma come portarle a prendere una decisione con cui possono convivere.
Per il futuro, l’organizzazione ha in programma la creazione di un centro di assistenza per la gravidanza in ogni città del Paese, preferibilmente ciascuno con una propria macchina per le ecografie.
Nel corso dell’intervista, aggiunge poi che:
I volontari dei centri di gravidanza sono qualificati per l’esecuzione di ecografie su donne in gravidanza – ma non a fini diagnostici – bensì per offrire immagini del grembo materno.
Pillay, a sua volta, si dice estremamente preoccupato all’idea che a “personale non qualificato” venga consentito di eseguire delle ecografie su donne in gravidanza
È inaccettabile. Nemmeno le infermiere possono fare ecografie, a meno che non abbiano una particolare specializzazione.
Nonostante l’aborto sia legale in Sudafrica, a patto che venga richiesto entro la tredicesima settimana di gravidanza, la pratica è di fatto disponibile in meno del 7% delle strutture sanitarie pubbliche (264 su 3880), soprattutto perché, come risulta da un rapporto del 2017 di Amnesty International, molti operatori sanitari si rifiutano di eseguirla.
Jane Harries, di Women’s Health Research Unit presso la scuola di salute pubblica dell’Università di Cape Town, commenta:
Il Sudafrica ha il tasso più alto al mondo di aborti effettuati nel secondo trimestre, che sono di fatto il 20% sul numero totale delle interruzioni di gravidanza. Un dato che evidenzia una problema di accessibilità al servizio. Le gestanti devono essere viste il prima possibile. Bisogna poter accedere alla procedura in modo tempestivo, ma il dipartimento della salute fatica ad attuare il cambiamento. Anche nel settore pubblico si trovano le stesse reazioni moraliste, il che va risolto.
Usando sensi di colpa e umiliazione per spingere le giovani donne a portare a termine la gravidanza, questi centri “caricano inutilmente donne già fragili di un peso enorme”, aggiunge Marion Stevens della Coalizione per la giustizia sessuale e riproduttiva. “Non c’è da stuprirsi che molte vengano arrestate per aver abortito oltre i tempi previsti dalla legge”.
In risposta alle rivelazioni di openDemocracy il sudafricano Eddie Mhlanga, uno dei fautori della legge abortista del 1996, dichiara: “Cercare di convincere una donna a non interrompere la gravidanza a prescindere dalle circostanze personali è inammissibile.”
Mhlanga, un ginecologo ostetrico nel dipartimento della Salute di Mpumalanga, al tempo stesso codirettore dell’ONG Global Doctors for Choice, che prepara gli operatori sanitari alla pratica dell’aborto, aggiunge: “In alcuni casi, partorire un figlio semplicemente non è un’ipotesi possibile.”
E continua:
Il fatto che una donna venga violentata e che poi rimanga incinta non è il volere di Dio – sicuramente non del Dio a cui obbedisco. Queste consulenze creano dei sensi di colpa che compromettono la salute mentale delle donne, che invece dovrebbero essere aiutate a prendere una decisione, non forzate, intimidite, giudicate o minacciate.
Mhlanga comunque non si dice del tutto sorpreso dai risultati dell’inchiesta. “Il Sudafrica si trova nella morsa sempre più forte dei fondamentalisti statunitensi di destra”.