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sabato 12 agosto 2023

Gioco d’azzardo, scommesse e gratta e vinci: ReportSardegna24 non sta a questo “gioco” - Simone Spiga

 

La diffusione del gioco d’azzardo in Italia è in forte crescita e parallelamente, aumentano i casi di persone sotto cura per ludopatia.

Il dibattito sull’argomento è quotidiano: Comuni, Regioni e anche lo Stato stanziano miliardi di euro per contrastare la ‘facile ricerca della vincita’, ma basta un semplice click su uno dei tanti quotidiani per trovare elencate vincite economiche.

Gli Ordini dei Giornalisti regionali, promuovono spesso convegni, seminari sul tema della malattia della ludopatia, ma le testate giornalistiche, poche escluse, hanno la tentazione del click.

E si, proprio così, ci cascano in tante per qualche like in più o per qualche visualizzazione nuova, perché i colleghi giornalisti spesso calpestano l’etica professionale, incurante di milioni di vittime che soffrono in silenzio questo male devastante.

Per queste ragioni, ReportSardegna24 non intende stare a questo “gioco”, non intendiamo pubblicare vincite di alcun tipo, non vogliamo incentivare questo malsano modo di fare informazione.

da qui

giovedì 5 gennaio 2023

Azzardopoli, il paese del gioco d’azzardo - Giovanni Caprio

Non c’è crisi che tenga: il gioco d’azzardo – soprattutto quello online – cresce. A dirlo è l’Agenzia delle Accise, Dogane e dei Monopoli (ADM) che stima che nel 2022 gli italiani per le varie tipologie di gioco arriveranno a spendere fino a 140 miliardi di euro, con un aumento del 30%. Nei primi sei mesi di quest’anno la raccolta complessiva del settore dei giochi si è attestata infatti ad oltre 65,7 miliardi di euro (erano stati 48 miliardi nel 2021 e 55 miliardi nel 2019). La spesa, ovvero le giocate meno le vincite, è stata di 9,9 miliardi, contro i 9,7 miliardi del semestre precedente. In crescita anche quanto arriva nelle casse dello Stato: quasi 5,5 miliardi nei primi sei mesi del 2022 contro i 5,4 miliardi del secondo semestre del 2021. Miliardi di euro che arrivano nelle casse dello Stato e che alimentano almeno qualche contraddizione di fronte a quei tentativi dello stesso Stato di contrastare il fenomeno dell’azzardopatia. D’altra parte, l’incessante crescita del settore giochi era già stata ratificata dal Libro Blu 2021 di ADM (https://www.adm.gov.it/portale/libro-blu-organizzazione-statistiche-e-attivita-anno-2021) che aveva evidenziato come la raccolta dal gioco, dopo la flessione nel 2020, sia di nuovo risalita. Ammontava infatti a 110,4 miliardi di euro nel 2019, era scesa a 88,2 miliardi di euro nel 2020 per poi risalire nel 2021 a 111,17 miliardi di euro, in aumento di oltre il 25% e superiore anche al periodo pre-pandemia. Un aumento dovuto soprattutto all’online, passato da 36,3 miliardi di euro del 2019 a 49, 2 miliardi del 2020 a 67,1 miliardi del 2021. Il gioco fisico scendeva invece dai 74 miliardi del 2019 ai 39 miliardi del 2020 per poi risalire a 44 miliardi nel 2021.

Con l’aumento esponenziale del gioco d’azzardo aumenta drammaticamente la ludopatia nel nostro Paese, con il suo enorme carico di disperazioni, di crisi familiari e personali, di perdita del lavoro, di debiti, di attività illegali e di usura. La ludopatia, come riconosce l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è una vera e propria malattia mentale, con sintomi specifici, con impulsi incontrollabili a giocare d’azzardo o a fare scommesse in denaro. Sul sito del Ministero della Salute si legge che la ludopatia è «l’incapacità di resistere all’impulso di giocare d’azzardo o di fare scommesse, nonostante l’individuo che ne è affetto sia consapevole che questo possa portare a gravi conseguenze». Da qualche tempo la ludopatia è entrata nei LEA, i Livelli Essenziali di Assistenza del Servizio Sanitario Nazionale. Si tratta di una patologia che interessa tutte le fasce anagrafiche, dal pensionato ai giovani e giovanissimi, con una media nazionale di spesa pro capite di oltre 1.400 euro. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità in Italia vi sono 1,5 milioni di giocatori “problematici”, 1,4 milioni di giocatori considerati “a rischio moderato” e due milioni di giocatori “a basso rischio. L’Osservatorio Giochi d’azzardo 2021 di Nomisma ha certificato che nel 2020 il 42% dei ragazzi tra i 14 e i 19 anni ha fatto giochi d’azzardo/di fortuna, sviluppando nel 9% dei casi pratiche di gioco problematiche, con ripercussioni negative sulla sfera socio-emotiva e relazionale. Maschio, maggiorenne, frequenta istituti tecnici o professionali con rendimento scolastico insufficiente, residente al Sud, con familiari o amici anch’essi giocatori: questo è l’identikit del giovane “giocatore problematico”. L’Osservatorio Nomisma sul Gioco d’Azzardo ha passato in rassegna anche le attitudini di gioco della Silver Age, sottolineando come nel corso del 2020 sia stato il 25% degli over 65 a fare giochi d’azzardo o di fortuna, il 16% con una frequenza almeno mensile. Tra i player della Silver Age, è il 12% ad aver sviluppato un approccio problematico al gioco, mentre il 5% del target è considerato a rischio. L’Osservatorio di Nomisma mette inoltre in evidenza aspetti sentinella di possibili situazioni problematiche legate alle pratiche di gioco degli over65. Il 13% dei player dichiara di aver giocato col proposito di recuperare soldi persi e il 10% di sentirsi di colpa per aver giocato mentre l’1% ha chiesto prestiti o venduto qualcosa per aver i soldi da giocare (https://www.nomisma.it/gioco-dazzardo-in-italia-osservatorio-nomisma/).

Gioco d’azzardo che mentre impoverisce e porta alla disperazione tante famiglie, fa contemporaneamente la fortuna delle mafie, le uniche che ci guadagnano, oltre allo Stato. È la Direzione Investigativa Antimafia a dirlo nella sua relazione semestrale presentata dal Ministro dell’interno e relativa all’analisi sui fenomeni di criminalità organizzata di stampo mafioso del secondo semestre del 2021, sottolineando come lo specifico settore oltre che fonte primaria di guadagno verosimilmente superiore al traffico di stupefacenti, alle estorsioni e all’usura, rappresenta uno strumento che ben si presta a qualsiasi forma di riciclaggio (https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/420671.pdf). Come sottolinea l’Associazione Libera, quella del gioco d’azzardo: «È “la terza impresa” italiana, l’unica con un bilancio sempre in attivo e che non risente della crisi che colpisce il nostro paese. Benvenuti ad Azzardopoli, il paese del gioco d’azzardo, dove quando il gioco si fa duro, le mafie iniziano a giocare. Ben 41 clan che gestiscono “giochi delle mafie” e fanno saltare il banco. Da Chivasso a Caltanissetta, passando per la via Emilia e la Capitale… Le mafie sui giochi non vanno mai in tilt e di fatto si accreditano ad essere l’undicesimo concessionario “occulto” del Monopolio di Stato».

Non sono pochi, per fortuna, gli interventi regionali e comunali messi in atto in questi anni sul territorio per cercare di contrastare una diffusione selvaggia del gioco d’azzardo e non mancano interventi, soprattutto dell’associazionismo, del volontariato e del terso settore, sul fronte della prevenzione, dell’informazione, della formazione, del supporto (anche in caso di sovraindebitamento e di rischio usura) e della cura nei confronti di chi cade nel vortice del gioco d’azzardo patologico. Ad essere drammaticamente inerte rispetto al tema è invece la politica.

Il settore del gioco d’azzardo sconta una diffusa frammentazione delle misure di limitazione del fenomeno adottate negli anni da Regioni e Comuni nell’ottica della prevenzione e del contrasto della diffusione dei disturbi da gioco d’azzardo (in www.avvisopubblico.it è possibile rinvenire la normativa regionale sul gioco d’azzardo). Da tempo si discute di una legge delega di riordino del settore che dia certezze rispetto ad alcuni interrogativi ancora aperti, per esempio sulle concessioni per gli operatori del gioco, con bandi che consentano di superare l’attuale regime di continue proroghe, realizzando una pianificazione quantitativa e territoriale del gioco in Italia. Una pianificazione che non può non considerare che la proliferazione dell’offerta di gioco a cui si è assistito negli ultimi anni è il primo elemento di rischio rispetto alla diffusione dei disturbi da gioco d’azzardo e partire quindi dalla riduzione dell’offerta di gioco, dal distanziometro e dalla limitazione degli orari di gioco. Interventi necessari per tutelare soprattutto quelle fasce di popolazione che, per condizione socio-economica o per età, si rivelano più fragili di fronte al gioco d’azzardo. L’obiettivo deve essere quello di garantire una maggiore omogeneità a queste misure, pur garantendo in ogni caso a Comuni e Regioni la possibilità di intervenire con misure più restrittive, cogliendo gli spazi di interventi che da almeno un decennio la giurisprudenza amministrativa riconosce agli enti territoriali, i primi a fronteggiare anche le conseguenze del gioco sulla salute. Sulla necessità di intervenire per una legge di riordino è di recente intervenuta anche la Campagna Mettiamoci in gioco che sollecita Regioni e Comuni affinché chiedano a Governo e Parlamento una legge di settore attesa da almeno un decennio: https://www.mettiamociingioco.org/. Una legge in grado di intensificare i controlli sulle società e di inasprire le pene per società non autorizzate e per il gioco illegale, di recidere i collegamenti che legano le attività del gioco d’azzardo alle attività tipicamente oggetto della criminalità organizzata (quali, ad esempio, prestiti a tassi usurari e riciclaggio di denaro proveniente da attività illecite), di rendere effettivo il divieto di gioco d’azzardo per i minorenni (anche con un’attenzione particolare al fenomeno del gaming), ma una legge in grado anche di considerare un forte investimento culturale ed educativo, perché – come sottolinea Libera – la fame dell’azzardo cresce laddove mancano da un lato concrete e dignitose opportunità di benessere, dall’altro la voglia d’impegnarsi per costruirle, a beneficio proprio e di tutta la comunità.

C’è però da domandarsi: ma uno Stato che lucra – e tanto – sull’azzardo avrà interesse a dotarsi di una tale legge?

https://volerelaluna.it/societa/2022/12/22/azzardopoli-il-paese-del-gioco-dazzardo/

martedì 10 dicembre 2019

«Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo» - Maurizio Pagliassotti



Il libro di Fabio Balocco, come tutti i suoi libri, è un testo che dovrebbe muoversi sulle onde del destino. Quando leggo i lavori di questo ambientalista già avvocato, mi viene sempre in mente la metropolitana, in particolare quelle schiene curve e quelle teste sui telefoni che imperano con le loro immagini. Immagino questo breve e denso libro abbandonato su un vagone, sfogliato per caso da gente comune che sta correndo verso la sua vita, e che per la forza del destino si imbatte nelle storie e nei numeri che Balocco allinea con asettica linearità.
L’autore, quando presenta i suoi lavori, sottolinea sempre un concetto: «mi piace dare voce a chi non ha voce». E questo è lampante, se si scorre la sua produzione letteraria: si va dalle piante che stanno silenziosamente colonizzando i nostri centri urbani demoliti dal cemento, ai poveri dimenticati da tutti, alle coste dei nostri mari trasformate in spianate di cemento e, ultimi ma non meno importanti, ai giocatori compulsivi de “Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo”, pubblicato da Neos edizioni. Ignoro le ragioni per cui Balocco si occupa di questi mondi dimenticati, di queste voci che nemmeno chiedono di essere raccontate. Questo, per altro, mi sorprende sempre: in questo mondo ego maniacale, esistono esseri umani che sebbene al centro di storie epocali vivono nell’invisibilità e nel silenzio. Lui invece le raggiunge e le fa parlare le loro voci, che a volte emergono come fenomeni carsici che poi nuovamente scompaiono.
Nemmeno ottanta pagine quelle di Balocco, che però contengono tutto: cifre, testimonianze, devianze dello Stato, perfino un interessante digressione sulla ludopatia come possibile causa di esclusione da reato. Pagine per tutti, che credo finiranno nelle mani dei soliti: e questo credo sia un vero peccato. Eppure questo agile libro parla direttamente e in modo molto semplice a quel grande popolo che gioca, gioca, e gioca ancora. Anzi, che è proprio indotto dallo Stato e puntare sempre di più e sempre più spesso.
Cose note, seppur mai abbastanza ripetute. Ma dalle pagine di Balocco emerge un quadro singolare, in cui questo meccanismo voluto prende le forme di una vera tassa sulla debolezza e sulla solitudine.
Una tassa sugli oppressi: ecco cosa è il gioco oggi in Italia. Le testimonianze che l’autore riporta lo mettono chiaramente in luce: al di là delle drammatiche storie molto simili, dalle parole di questi poveri testimoni dell’abisso emerge una rete dalle maglie sottili e dalle dimensioni enormi. Una rete che ha il compito di prenderli e spolparli. Storie molto simili di uomini e donne che, come in meccanismo, iniziano giocando poco, poi un’improvvisa vincita – questo è un elemento fondamentale – poi l’euforia, poi la compulsione, poi la discesa all’inferno. Nel mentre, lo Stato offre, offre, sempre di più, avvolge come una spira delicata. Da cui si esce con grande fatica, e probabilmente mai definitivamente.
In un desolante panorama rimane questo libro, uno dei molti che dovrebbe esser letto nelle scuole e in generale ovunque vi sia il grande esercito di coloro che ignorano, prede perfette di un mondo senza pace.

domenica 14 ottobre 2018

Ecco Tancas, il Monòpoli sardo anti smartphone sui versi di Murenu - Andrea Deidda




Il ‘Monòpoli’ sardo si chiama Tancas. Dall’incontro tra Simone Riggio, grafico di Santu Lussurgiu, e una cooperativa ligure nasce la versione isolana del più famoso dei giochi da tavolo. La presentazione in anteprima al Montiferru Play: “Per una mattina 150 bambini hanno dimenticato il cellulare”. Lo scopo è lo stesso del celebre ‘Monopoli’ a cui evidentemente questo gioco si ispira. Dominare il mercato acquistando proprietà terriere, investire e costruire, decretare il fallimento degli avversari e diventare i più ricchi. Il sogno capitalista, in salsa sarda. Se non fosse per un secondo fine, non troppo nascosto: ricordare che quei terreni da conquistare, un tempo erano le terre libere in cui i pastori pascolavano le greggi. Il riferimento è nel sottotitolo del gioco, Tancas, che riporta i versi con i quali il poeta Melchiorre Murenu, noto come ‘l’Omero dei poveri’, definì l’editto delle chiudende del 1820: “Tancas serradas a muru, fattas a s’afferra afferra, si su chelu fit in terra, che l’aian serradu puru”. Parole che mettevano in luce la spregiudicatezza della nascente proprietà privata nelle terre comuni: “Terreni chiusi dai muri, fatti all’arraffa arraffa, se il cielo fosse in terra avrebbero recintato pure quello”.
Per Luigi Cornaglia, presidente di Demoelà la società ligure editrice del gioco “giocare è sì divertirsi ma anche imparare, interagire, mettersi alla prova. Tancas stimola l’interazione e la capacità di contrattazione dei giocatori, raccontando in maniera leggera e moderna il sentire di una comunità, per celebrare la bellezza di un territorio unico al mondo”.
nsomma il giocatore di Tancas aspira a diventare un provetto capitalista ma illuminato: conosce e tutela la cultura. Perché con i suoi soldi, non c’è l’euro e la moneta è “su francu” che ancora oggi vige nel parlato sardo, finanzia i beni archeologici della Sardegna presenti tra le varie caselle del tabellone. Partendo da Su Nuraxi di Barumini ogni volta che passa per il sito di Tamuli di Macomer o per le Domus de Janas di Sorradile versa soldi nel pozzo sacro di Santa Cristina, una sorta di fondo a tutela dei beni archeologici. Lungo il percorso ci sono caselle denominate “Amistade” e “Chentu Concas e chentu berrittas” che raccontano storie, aneddoti, proverbi in sardo. Come nel più famoso dei giochi da tavolo anche in Tancas per andare avanti si utilizzano i dadi e nella versione sarda come nella realtà ci sono il trenino verde la strada statale 131 che consentono di accorciare il percorso tra le varie località della Sardegna: Alghero, Bosa, Santu Lussurgiu, Cagliari, Sant’Antioco, Pula, Arbatax, Fonni per citarne alcune.
“L’idea di realizzare un gioco per la Sardegna l’avevo da tanto tempo – spiega Simone Riggio – ma l’ho messa in pratica quando nel 2016 ho iniziato a collaborare con l’editore di giochi Demoelà che ha sede a Genova. Dopo mesi di duro lavoro siamo riusciti a definire tutti gli aspetti del progetto e arrivare quest’anno alla produzione. In Tancas ci si ritrova in quello che succede nelle varie zone della Sardegna, si ironizza su questa nostra appartenenza sullo sfondo di un amore che tutti i veri sardi provano sconfinato per la propria terra”.
Il gioco, le illustrazioni sono di Dino Sechi, è stato presentato sabato alla prima edizione del Montiferru Play che si è tenuta a Santu Lussurgiu sotto la spinta della consulta giovanile del paese. “La mattina – prosegue Riggio – oltre 150 bambini di diverse scuole della zona hanno partecipato ai tavoli da gioco, a laboratori vari e hanno potuto seguire alcune lezioni di scacchi. Il festival ha riscosso così tanto successo che l’amministrazione comunale e altri enti del territorio hanno già puntato sulla sua seconda edizione, molto vicina alle scuole soprattutto per creare un evento che ha la forza di far dimenticare cellulari nelle tasche o borsette e far recuperare alla gente la gioia di giocare insieme, divertendosi e confrontandosi come ormai capita di rado”.

domenica 10 dicembre 2017

Azzardo, dati choc: in un anno nell’Isola ‘bruciati’ 2,1 miliardi di euro

In un solo anno 2,1 miliardi di euro bruciati in Sardegna nel gioco d’azzardo. È il dato drammatico che emerge dal report 2016 dei Monopoli che il Movimento 5 Stelle ha ottenuto nell’ambito della campagna trasparenza promossa insieme alle associazioni No-Slot. Risorse che alimentano un settore poco produttivo ed escono dall’economia reale, danneggiando il commercio e l’indotto di piccole imprese virtuose. Nell’Isola, in pratica, si registra nel segmento dell’azzardo una spesa pro capite per famiglia pari a 2.968 euro l’anno, 247 euro mensili, contro un esborso in alimentari di 2.128 euro l’anno e di 177 euro al mese. “Cifre da allarme rosso”, denunciano gli esponenti pentastellati.
“L’azzardo è un problema di tutti, non solo di chi tenta la sorte – sottolineano le parlamentari Manuela Serra e Manuela Corda -. Pensate solo cosa sarebbe potuta essere la Sardegna se anche una parte di quei 2,1 miliardi di euro fosse utilizzata per rilanciare l’economia reale, in consumi nel piccolo commercio e l’indotto invece di finire in slot e altro, disperdendosi in un circolo vizioso da cui quelle risorse non tornano più indietro”.
Ma ci sono anche casi virtuosi. “Occorre una normativa regionale stringente con regolamentazioni degli orari e dai luoghi sensibili. E lo stesso devono farlo tutti i Comuni, come Porto Torres, che sta varando un regolamento per limitare gli orari”, ricordano le due esponenti del M5s. “Non ingannino le cosiddette ‘vincite’ – avvertono Serra e Corda – gran parte di quanto ‘vinto’ rientra come un cane che si morde la coda sempre nello stesso circolo. Chi ‘vince’ quasi sempre rigetta subito in azzardo le somme illudendosi di poter sbancare. A questo vanno poi aggiunti i costi socio-sanitari, la mancata Iva sui consumi per beni di consumo”.
Dai dati dei Monopoli usciti disaggregati sui Comuni emerge che gli incassi all’erario sono solo poco più del 10% del giocato. A questo allarmante quadro si aggiunge il flusso di denaro che viene ripulito dalle mafie anche nelle slot online, formalmente legali, che poi si scopre sempre più spesso legate a società vicine alla ‘ndrangheta o alla camorra.

venerdì 21 luglio 2017

Cybercrimini, allarme dagli esperti: “Social Thiscrush, ragazzi a rischio” - Francesca Mulas

È il nuovo social network dove si ritrovano giovani e giovanissimi, soprattutto 12-14 enni, ed è molto, molto pericoloso: il nuovo strumento per far incontrare i ragazzi si chiama ThisCrush.com, ha appena pochi mesi di vita ma è già stato segnalato come strumento che veicola odio, volgarità, violenza verbale e minacce tra i teenager. L’allarme arriva dall’Osservatorio regionale cybercrime ed è rivolto a chiunque abbia a che fare con ragazzi alle prese con internet.”Abbiamo raccolto la segnalazione di diversi genitori, coinvolti da tempo nell’Osservatorio regionale del Cybercrimine grazie a un corso dedicato a ‘genitori digitali’ per aiutarci a rilevare minacce e comportamenti a rischio dei più giovani su internet”, spiega Luca Pisano, psicologo e psicoterapeuta, consulente per i tribunali di Roma, Cagliari e Tivoli e supervisore dell’Osservatorio.
Dopo la segnalazione degli adulti, gli esperti dell’Osservatorio, istituito da IFOS, Nuovi Scenari, Centro Giustizia Minorile Sardegna, Ministero della Giustizia, Ats Assl Nuoro e specializzato in consulenza e studio attorno a rischi della navigazione in rete, hanno effettivamente verificato che molti ragazzi sardi si stanno registrando sulla piattaforma This Crush, una sorta di bacheca dove si possono ricevere brevi messaggi e ‘crush’, inviti ad avviare una chat personale, anche da anonimi. Ed è proprio la possibilità di scrivere nell’anonimato una delle caratteristiche del sito, che permette di inviare insulti, offese e provocazioni a sfondo sessuale. Alcuni rispondono agli insulti pubblicando su Instagram lo screenshot dei post offensivi letti sul proprio profilo di ThisCrush e le loro repliche ai messaggi diffamatori, e trasferiscono così i messaggi da un social all’altro, rendendo visibili e pubbliche le interazioni offensive.
Abbiamo fatto una breve ricerca per verificare la presenza di ThisCrush tra i ragazzi sardi che frequentano social network: siamo entrati su Instagram da un account personale (Instagram non è accessibile se non dopo registrazione) e da qui abbiamo trovato in un’ora dieci profili di ragazze del Cagliaritano tra i 12 e i 16 anni che hanno collegato l’account Instagram a quello Thiscrush. Il profilo ThisCrush (‘Crushpage’) non è facilmente accessibile ma ci si può arrivare passando da Instagram, dove le ragazze si presentano con nome, cognome, foto e provenienza. Quello che abbiamo letto è sconvolgente: nelle pagine delle giovani compaiono commenti estremamente volgari: “Sei ridicola, hai 12 anni e ti comporti da troia”,”hai il culo e le tette grandi e sei anche bassa?”, “lavori in viale trieste puttana”, “Sei così piccola e carina, datti al porno”, “Che bel culo che hai”, “ma non ti vedi allo specchio quanto cazzo sei troia”, “ti consiglierei di fare dieta perché le cosce tra poco ti scoppiano e non ti starà più la taglia xxl”, “io e un amico vogliamo fare un’orgia con te”, “Fai schifo puttana”, “mi faccio i filmini porno pensando a te”, “tu e la tua amica vi scambiate i perizomi” sono alcuni dei messaggi (non i peggiori, che sono irriferibili) che abbiamo letto nelle pagine delle ragazze, tutti anonimi e tutti visibili a chiunque abbia un account su Instagram.

Da qui l’allarme degli esperti e l’invito ai genitori perché controllino l’attività on line dei figli: “Parlare coi ragazzi e spiegare i pericoli della rete non basta per educarli a un uso consapevole: noi consigliamo di controllare l’attività digitale dei ragazzi. Il suggerimento è quello di iscriversi nei social network e verificare se i ragazzi vengono insultati o minacciati”. Come sottolinea Pisano, la corretta informazione da parte degli adulti non basta: “L’età tra i 12 e i 14 anni è quella in cui non si segue la morale comune o quella dettata dalla legalità ma quella convenzionale: i ragazzini fanno ciò che fanno gli altri, anche contro il parere dei genitori. Dobbiamo poi ricordarci che se anche parlano come noi hanno un modo di ragionare diverso, un diverso sviluppo cognitivo: ecco dove si annida il pericolo, non si rendono conto che certi atteggiamenti sono rischiosi”.
Il portale ThisCrush è registrato come privato, tuttavia partendo dagli annunci pubblicitari presenti sul sito si scopre che sono collegati ad Andrew Gunneson, Michigan (Usa). I termini di servizio sono chiari: il contenuto postato può risiedere nei server del sito o nei server di terze parti; è inoltre specificato che l’account può essere creato solo da maggiorenni o da minori solo con autorizzazione o supervisione dei genitori. Il creatore della pagina sottolinea ancora che non si possono pubblicare contenuti osceni, offensivi, che veicolano odio, minacce o promuovono violenza pena la chiusura dell’account, tuttavia il sito non è responsabile dei contenuti che restano di proprietà dell’autore. Una ricerca più approfondita restituirebbe certamente numeri più precisi, ma dall’Osservatorio regionale sul Cybercrimine hanno stimato che ThisCrush ha già fatto registrare diverse centinaia di ragazzi del Sud Sardegna.
“Ci stiamo interrogando sul perché i giovani siano attratti da uno strumento simile, dato che sanno benissimo che possono ricevere volgarità e insulti – ci spiega ancora Luca Pisano – è una sorta di masochismo virtuale, che io e altri psicologi vediamo simile a quello fisico dei tagli sulla pelle con lamette e coltelli, fenomeno in allarmante crescita. Ragazzi così giovani non tengono conto dei possibili danni: intanto sul piano psicologico, dato che ricevere messaggi umilianti e violenze verbali in un’età in cui si aspettano rassicurazioni e incoraggiamenti può essere devastante per lo sviluppo. E poi per la futura web reputation: immagini e post resteranno per sempre nella rete, anche quando questi ragazzi cresceranno”.

lunedì 23 gennaio 2017

gioventù bruciandosi e perdendosi

un articolo davvero interessante, leggerlo per credere - francesco



…Il 17% degli studenti delle scuole secondarie superiori è frequent player, ha giocato, cioè, una volta a settimana o anche più spesso. Tuttavia, il gioco è nella maggior parte dei casi un passatempo occasionale e ha un impatto limitato sulla vita quotidiana: l’11% degli studenti gioca con cadenza mensile, un altro 21% gioca più raramente; per il 72% dei giocatori la spesa media settimanale è inferiore a 3 euro e il 62% degli studenti (il 41% di chi gioca) non spenderebbe nulla in giochi davanti a un’inaspettata disponibilità di 100 euro.

L’IDENTIKIT DEL GIOVANE GIOCATORE D'AZZARDO
La propensione al gioco non è uniforme e varia in modo marcato per tipologia di gioco, genere e contesto sociale e familiare degli studenti. Vi sono alcuni fattori che incidono sulla propensione al gioco d’azzardo: innanzitutto il genere. L’incidenza del gioco d’azzardo è sensibilmente maggiore tra i ragazzi (59% rispetto al 38% delle ragazze). Altri fattori incisivi sono: area geografica, età, tipo di scuola frequentata e background familiare. La propensione al gioco è maggiore al Sud-Isole e al Centro rispetto al Nord (rispettivamente il 53% e il 54% dei giovani gioca vs il 42% al Nord), per i maggiorenni (53% contro il 47% dei minorenni), negli istituti tecnici e professionali (rispettivamente 58% e 52% vs 42% dei licei) e nelle famiglie in cui vi è un’abitudine al gioco (64% vs 9% in famiglie non giocatrici).
 
L’interesse per il gioco d’azzardo è spesso legato alle competenze necessarie a valutare le probabilità della possibile vincita. La propensione al gioco cambia - ad esempio - in relazione al rendimento scolastico in matematica: la quota di giocatori raggiunge il 51% tra chi ha un rendimento insufficiente, mentre è pari al 46% tra chi ha votazione superiore a 8 decimi. Anche il possesso di specifiche competenze probabilistiche è un fattore predittivo: la quota di giocatori sale al 55% tra chi non è in grado di risolvere semplici quesiti probabilistici (mentre la quota di giocatori tra chi ha competenze in merito diminuisce - 46%).
Anche la connessione tra gioco e stili di consumo è rilevante: la quota di giocatori sale nel caso di consumo frequente di energy drink (63%), super-alcolici (60%) e sigarette (57%). Dalla ricerca Young Millennials Monitor Nomisma emerge quindi un gruppo di giocatori che ha un rapporto problematico con il gioco d’azzardo, causa di riflessi negativi sulla vita quotidiana e sulle relazioni familiari: il 36% dei giovani giocatori ha nascosto o ridimensionato le proprie abitudini di gioco ai genitori, il 4% ha derogato impegni scolastici per giocare, mentre il gioco ha causato discussioni con familiari/amici o problemi a scuola nel 5% dei giocatori.
 
COME INDIVIDUARE I GIOCATORI PROBLEMATICI
Young Millennials Monitor Nomisma in collaborazione con l’Università di Bologna ha adottato uno strumento di screening riconosciuto a livello internazionale (il South Oaks Gambling Screen – Revised For Adolescents, SOGS-RA) che identifica la presenza di eventuali comportamenti di gioco problematici che producono effetti negativi tanto sulla sfera psico-emotiva (ansia, agitazione, perdita del controllo), quanto su quella delle relazioni (familiari, amicali e scolastiche).
 
L’indicatore SOGS-RA individua nel 5% degli studenti italiani la quota di ragazzi con un rapporto problematico con il gioco d’azzardo. Un ulteriore 9%, inoltre, può essere considerato a rischio rispetto alla probabilità di sviluppare comportamenti di gioco problematici. Per contro, il 33% degli studenti, pur giocando, non evidenzia alcuna problematicità ed ha un rapporto con il gioco che non appare disfunzionale. L’individuazione delle principali caratteristiche dei giocatori problematici è di estrema importanza per determinare non solo chi necessita di specifici interventi di aiuto e supporto, ma anche per identificare i potenziali fattori di rischio correlati con il rischio di sviluppare un rapporto problematico con il gioco.

L’indagine conferma alcuni risultati emersi in altre recenti ricerche: l’incidenza di giocatori con approccio problematico è più alta in alcune regioni meridionali e tra la componente maschile (14% dei giocatori) rispetto a quella femminile (6% delle giocatrici).
Il conseguimento della maggiore età, invece, non appare un elemento significativo…

...GIOCO D'AZZARDO E COMPORTAMENTI DEVIANTI
Una cruciale dimensione aggiuntiva, è la condizione di malessere, che l’indagine individua attraverso metodi diretti che indiretti.
Tra gli adolescenti, c’è un forte consumo di superalcolici (il 39% ne ha fatto uso nell’ultimo mese e il 17% li ha assunti almeno una volta alla settimana) e di energy drinks. Il 14% ha usato stupefacenti (il 9% in maniera continuativa).
Anche il dato sull’uso dei farmaci fornisce utili informazioni sullo stato emotivo degli adolescenti: la metà ha utilizzato farmaci almeno 1 volta nell’ultimo mese, soprattutto per ragioni che non coincidono con malattie da trattare in maniera intensiva (es. mal di testa, disturbi digestivi, mancanza di energia, ansia): questi comportamenti possono essere indice di uso inappropriato dal punto di vista clinico e di un più generale stato di malessere dal punto di vista socio-sanitario.
La percezione di malessere - misurata dall’indicatore internazionale KIDSCREEN - riguarda il 21% dei giovani e si associa sia all’uso di farmaci sia al gioco problematico. Quando il malessere viene definito da una combinazione di percezione diretta e uso di farmaci legati ad esso è maggiormente predittivo di gioco problematico.

venerdì 12 agosto 2016

Gioco e azzardo. Dov’è il problema? - Flaminia Brasini



Sono una giocatrice, di quelli che giocano per il piacere di giocare, di stare insieme, di mettersi alla prova, non per soldi. Con il gioco ci lavoro pure, come educatrice.
Ho iniziato a occuparmi di gioco d’azzardo perché mi facevano arrabbiare quelli che parlavano di ludopatia riferendosi a persone dipendenti da certe forme di azzardo. E perché mi sembrava incredibile che qualcuno chiamasse giochi le slot machines.
All’inizio la questione mi pareva semplice: c’è il gioco sano, quello che ti fa stare bene, e c’è l’azzardo che, visto che può farti stare male, è cattivo.
Ovviamente, più ci pensavo più le cose non mi parevano così semplici.
E allora dov’era il nocciolo del problema?
La prima questione era distinguere gioco e azzardo: l’azzardo, per sua natura, esce dal cerchio perfetto del “puro gioco” nel momento stesso in cui non è “disinteressato”, mettendo in campo vincite reali e soldi. Inoltre il gioco d’azzardo si basa prevalentemente (a volte solamente) sulla fortuna e questo secondo alcuni è di per sé un male. Ma la presenza della fortuna (anche di una grossa componente di fortuna) in un gioco non mi pare poi così terribile: in fondo nella vita la fortuna c’è e, per chi considera i giochi anche come strumento educativo, il fatto che giocando si possa scoprire che esiste una tensione reale fra caso e logica, tra controllo e abbandono, con cui imparare a fare i conti, mi pare addirittura una potenzialità interessante e positiva. Il gioco permette di mettere insieme aspetti contraddittori, di lavorare sui paradossi, di stare nella complessità e questa è una delle sue caratteristiche più straordinarie. Logica e fortuna possono coesistere: si può lavorare con la logica, si può accettare la fortuna, si può addirittura cercare la logica dietro alla fortuna (la statistica, per esempio).
I soldi già sono un problema più serio, ma non credo siano di per sé e sempre il problema principale: se fra amici facciamo una partita a poker ogni tanto, in cui nessuno rischia nulla di rilevante per il suo benessere, nemmeno i soldi sono più un problema.
I soldi cambiano le motivazioni e gli esiti del gioco e così ne cambiano ogni aspetto (le emozioni, le relazioni, le potenzialità), eppure di per sé non sono sufficienti a escludere certi giochi d’azzardo dalla categoria dei “giochi”: il poker è un gioco senza dubbio, ma una slot lo è davvero?
Evidentemente conta anche quanto peso abbia la componente economica nel piacere di ciascun gioco e quanto “giocare a soldi” possa incidere realmente sulla vita reale dei giocatori (nessun “gioco” che mi faccia rischiare 1 euro è di per sé economicamente significativo per la mia vita).
Un’amica per aiutarmi ha provato a restringere il campo: “il problema non è l’azzardo, ma l’azzardo patologico”, il fatto che qualcuno con certi giochi possa perdere e perdersi, diventare dipendente e rovinarsi. Ok, questo lo riconosco come un problema. Ma mi pare la vetta di un iceberg. Perché riguarda solo una piccola parte di giocatori d’azzardo e perché temo riguardi solo giocatori con problemi di altra natura e precedenti al gioco stesso. In più su questo non saprei cosa fare, almeno nel caso di patologie conclamate.

Ho provato ad ascoltare qualche psicologo che si occupa del problema. Tralasciando gli aspetti clinici, che non mi competono, ho sentito alcune riflessioni che mi hanno colpita. Una in particolare ha fatto risuonare qualcosa: “i giochi che creano dipendenze si basano sulla fortuna e spingono totalmente su leve emotive: per contrastarli bisognerebbe lavorare con giochi basati sulla logica, giochi di abilità, in cui si vince con capacità e impegno”. La proposta era di riaffermare la razionalità contro l’emotività, l’abilità contro la fortuna. E ancora una volta i conti non mi tornavano. Effettivamente nella nostra società molto spesso ci attraggono e ci imbrogliano facendo leva sulla nostra emotività. Ma non mi pare proprio che si possa dire che viviamo in un mondo in cui la razionalità ha poco spazio! Forse il problema anche qui sta nell’innaturale tentativo di tenere separate le due sfere: razionalità da una parte, emotività dall’altra, dove c’è una non c’è l’altra e viceversa. Anche qui il gioco (quello vero) potrebbe fare molto: il gioco mette insieme emotivo e razionale, ci coinvolge nella nostra interezza e ci costringe a misurarci con diversi aspetti di noi stessi e a trovare conciliazioni e compromessi. Insomma, anche questa cosa dei giochi che puntano sull’emotività contro quelli razionali non mi tornava.
Allora mi sono trovata a pensare: cos’è che a me stona davvero? Cosa mi sembra così grave e doloroso da aver voglia di dedicare tempo e risorse a questa faccenda?
E per prima cosa mi sono venuti in mente i vecchietti del mio quartiere imbambolati davanti a una slot, o certe signore che conosco che si comprano un gratta e vinci dopo l’altro. Mi è venuto in mente il gioco (?) dei pacchi in TV e certi giochini del cellulare che ti acchiappano senza offrirti nessun piacere reale, ma solo con specchietti colorati… Ho pensato alle sale slot che hanno invaso Roma (e non solo) e alla loro infinita bruttezza.

Per finire ho pensato al mio lavoro e ai ragazzi con cui provo ad impegnarmi. Uso il gioco come strumento educativo perché il gioco mi permette di rendere i ragazzi protagonisti, mi permette di dire loro (sempre, qualsiasi sia il tema del nostro lavoro insieme) “tu sai pensare, tu sai inventare, tu sai agire a seconda di quel che hai sperimentato/pensato/sentito; tu puoi scegliere, tu puoi cambiare le cose”. I giochi con cui lavoro dicono sempre questo, perché sono veri giochi: ti mettono in gioco, appunto, ti fanno confrontare con te stesso, con gli altri, con una realtà (simulata e semplificata quanto vogliamo, ma comunque complessa, mutevole, modificabile con le azioni dei giocatori).
Così ho focalizzato: per me il problema non è certo il gioco! Ma nemmeno l’azzardo in sé. Non è solo la patologia (azzardopatia, per chiamarla col suo nome), né il prevalere in certi giochi di fortuna o emotività.
Per me il problema è un modello culturale che sta dentro a certi giochi che ci hanno invasi e conquistati. Sta nelle slot e nei gratta e vinci e nel gioco (?) dei pacchi in TV. È un modello culturale che dice “tu non sei in grado di cambiare la tua vita con le tue risorse, con le tue scelte, con le tue azioni… affidati a qualcos’altro e spera bene”. Ti puoi affidare alla fortuna o a chi vuoi tu, ma è comunque inutile che ti impegni: stacca pure il cervello, rilassati, perditi e spera.
Ovviamente non sto parlando di un complotto!
Parlo di un modello culturale che semplicemente si adatta così alla perfezione con la nostra politica, con la nostra economia (legale e illegale!), con la nostra storia culturale e educativa (gioco, partecipazione e cittadinanza sono ancora lontani dalle nostre scuole), da essersi affermato senza trovare resistenze, o trovandone troppo poche.
Ecco, io vorrei lavorare per contrastare questo modello culturale. Vorrei farlo giocando, facendo giocare e se serve anche lottando un po’.
Flaminia Brasini inventa giochi e videogiochi, scrive, progetta e realizza interventi di espressività, gioco e didattica. Ha all’attivo diverse collaborazioni con scuole e case editrici scolastiche. Ha ideato vari prodotti ludici, in rete e nella formazione a distanza. Ha gestito ludoteche e realizzato progetti di animazione ludica e culturale. Con  un gruppo di persone unite da esperienze e idee comuni sul gioco, sulla comunicazione e sull’educazione nel 2005 ha fondato ConUnGioco, educare e comunicare. “I temi che ci stanno più a cuore sono quelli legati alla relazione (con gli altri, con l’ambiente…), alla trasformazione, alla partecipazione, alla creatività: lavoriamo giocando e mettendoci in gioco.
da qui

lunedì 1 febbraio 2016

Bimbi e ragazzi disabili: un’altra occasione mancata - baruda


Si leggono storie di madri e padri che mettono la sveglia all’alba per portare i loro figli al parco. O che aspettano le ore più fredde ed umide, quando gli altri portano i bimbi a casa, al riparo dal vento o dal troppo caldo: solo per far giocare i loro figli.
Noi mamme di bambini disabili impariamo ogni giorno a notare ogni minima differenza: attraverso i nostri figli impariamo, come dei bambini spauriti, a riconoscere i particolari di ogni bimbo, i particolari di ogni disabilità. Imparare a conoscere le piccole differenze (spesso enormi) nella disabilità dei figli delle altre mamme nella mia condizione mi permette di comunicare, di provare a giocare, di tentare di farli sentire meno esclusi e allo stesso tempo di escludere meno me. E mio figlio.
Mio figlio accede ai parchi per ora: accede perché è piccolo, accede perché ha un passeggino posturale ingombrante ma funzionale, accede perché malgrado i miei 40 kg riesco a prenderlo in braccio, a caricarlo sulle altalene, a fare lo scivolo con lui in braccio tornando un po’ bambina anche io.
Mio figlio osserva il mondo con la sua bocca un po’ troppo aperta, con gli occhi enormi e pieni di parole, con il silenzio e il nervosismo di un bimbo che non parla, che ha una diagnosi pesante, che palesemente capisce di essere diverso dagli altri, che combatte le sue menomazioni da quando è nato.
Non tutte le diagnosi che hanno i nostri figli permettono di combattere: per tutte però dovremmo trovare un po’ di integrazione e socialità. Tutte.
Esiste un mondo grandissimo, che non conosco ancora molto bene, che è quello dell’autismo. Lo stesso autismo che per lo stato italiano finisce col compimento del 18esimo anno di età…e sappiamo bene quanto non è vero.
I ragazzi autistici spesso vivono un isolamento simile a quelli con disabilità motorie gravissime, vengono violentemente allontanati dalla società, dalle famiglie altre che non conoscono queste genere di patologie.
Perché la maggior parte di questi ragazzoni autistici può far paura, quando non si sa cosa hanno, quando si accompagna un bimbo piccolo in un parco a giocare: sono grossi e ingombranti, si comportano in modo strano perchè son ragazzi grandi eppure voglion saltare e andare sugli scivoli, correre e correre e correre.
Oddio quanto chiacchiero… volevo raccontarvi una notizia e sto qui a blaterare.
La notizia l’ho letta stamattina e la potete leggere per intero qui.
E’ una notizia triste e surreale. Si parla di un’inaugurazione di un parco tanto atteso, di un’inaugurazione che avrebbe dovuto coinvolgere anche i ragazzi autistici, che avrebbe dovuto permettere a quelle mamme che vanno a far giocare i loro figli nei parchi “quando gli altri bimbi non ci sono, almeno non diamo fastidio” di andare insieme alle altre.
Doveva esserci un’area dedicata ai ragazzi autistici:
“Da tempo avevamo comunicato al sindaco Massimo Zedda e all’assessore Paolo Frau che c’era l’esigenza di un parco dove i nostri figli potessero andare. Così, quando abbiamo saputo che forse era stato trovato, siamo andati subito a vederlo. E’ successo molti mesi fa. E l’assessore Frau ci ha fatto da guida. Abbiamo dato dei suggerimenti. C’erano certe zone pericolose, certe piante con le spine, certe pozze d’acque. Bisognava recintarle. E’ stato fatto. Forse si riferisce a questo il sindaco quando oggi, nella sua pagina Facebook, scrive:  “Uno spazio che è stato progettato pensando anche alle richieste arrivate nel tempo da associazioni e genitori che convivono con l’autismo perché possa essere un giardino per tutti”. Già, il problema è che tutti i giardini sono di tutti. Nessuno è per i disabili.
Quando ieri siamo andati all’inaugurazione del parco eravamo certi che sarebbe stato detto che quel luogo era per i nostri figli. Attenzione: non esclusivamente per i nostri figli, ma preliminarmente per i nostri figli. Che, cioè, era quel luogo sempre sognato dove i nostri figli sono i cittadini e gli altri sono gli ospiti. Un luogo straordinario per noi, ordinario per le persone ‘normali’. Si trattava di dire che – in quel piccolo e unico luogo – si ribaltava l’ordinaria gerarchia della titolarità: a chiedere ‘permesso’ non dovevano essere i nostri figli. Nessuno doveva chiedere permesso. Ma chi andava in quel parco doveva sapere che era prima di tutto frequentato da strani bambini-uomini. E che chiunque poteva portare i suoi figli ‘normali’ sapendo che c’era, nel parco, questa ricchezza. Qualcosa da spiegare, da raccontare, ai bambini ‘normali’ per renderli uomini. Per ‘educarli alla diversità’. Come Siro Vannelli, il botanico a cui è stato dedicato il parco, educava alla diversità delle piante.”
Niente da fare. Nessuna zona dedicata ai disabili. Niente di niente.
E la spiegazione è stata che si sarebbe rischiato il “ghetto”.
Il ghetto capite? si rischiava un ghetto nel creare uno spazio adatto a bimbi e ragazzi che altrimenti devono affrontare guerre che non possono e spesso nemmeno capiscono per poter salire su uno scivolo. Il ghetto, quello che noi conosciamo bene perchè per permettere al nostro bimbo, e al suo normalissimo fratello, di fare una vita quasi normale, ogni giorno dobbiamo EVADERE. Dal ghetto dove farebbe comodo che noi rimanessimo,
noi che sbaviamo, noi che non parliamo, noi che abbiamo comportamenti non consoni, dal ghetto dell’ignoranza.
Peccato per Cagliari: in Emilia e in tanti piccoli altri comuni stanno sorgendo parchetti per disabili molto belli, dove si gioca tutti. Ma quanto tempo ci vorrà ancora…

Nessun parco giochi per i ragazzi autistici. L’occasione perduta dal comune di Cagliari - Giovanni Maria Bellu

Eravamo tutti molto contenti. Come lo può essere chi vede risolto un problema che gli complica la vita. Stavamo per avere ilnostro parco. Un luogo dove andare a trascorrere con i nostri figli qualche ora la domenica o il sabato mattina, qualche pomeriggio libero durante la settimana. Sì, la cosa può apparire strana. Noi viviamo a Cagliari (ma sarebbe lo stesso se vivessimo a Palermo o a Milano: è un problema nazionale) e a Cagliari ci sono tanti parchi: Monte Urpinu, Monte Claro, Terramaini. Cagliari, come ha sottolineato il sindaco Massimo Zedda inaugurando il nuovo parco della Fonsarda, è una delle città d’Italia con più spazi verdi.
Il fatto è che noi siamo genitori di ragazzi autistici.
L’esistenza dell’autismo è nota a tutti. Di cosa si tratta, molto meno. L’idea che ne hanno le persone che non ci convivono, spesso si fonda su informazioni confuse. Alcuni ritengono che i ragazzi autistici siano molto intelligenti, ma isolati dal mondo. E’ l’idea che è stata diffusa da un film, Rain Man. Che però raccontava una forma di autismo minoritaria. Ma non c’è una forma di autismo ‘maggioritaria’. C’è una moltitudine di situazioni diverse. Ci sono ragazzi autistici che si fanno male da soli, che compiono gesti autolesionistici. Altri che hanno una affettività ‘normale’, solo che non sanno parlare. Hanno un forte ritardo mentale. In altri tempi, meno ipocriti, venivano chiamati ‘scemi’. Di solito lo ‘scemo del paese’ era un autistico non diagnosticato.
L’elemento che accomuna le persone affette da autismo, è che hanno bisogno di essere accudite continuamente. Non sono autonome. Infatti, noi genitori di ragazzi autistici conviviamo con l’incubo di cosa sarà di loro quando non ci saremo più.
Nel frattempo c’è la vita quotidiana. I luoghi dove andare. I parchi, appunto.
Mio figlio Ludovico, che è un ragazzo autistico di 17 anni, per niente aggressivo, per fortuna non autolesionista, solo che non sa parlare e ha un forte ritardo mentale, ama correre. Salire sugli scivoli, giocare con le altalene. Fin quando ha avuto 14 anni abbiamo passato ore e giorni così.
Da un paio d’anni molto meno. Ludovico è diventato grande, fisicamente grande. Anche se è come un bambino piccolo. Ma gli altri bambini piccoli e ‘normali’ non lo sanno. E nemmeno i loro genitori. Quando sale sullo scivolo o sull’altalena, si crea un certo clima di apprensione. I genitori dei bambini piccoli hanno paura che quel ragazzo-bambino possa inavvertitamente fare male ai loro figli.
Da due anni non andiamo più a Monte Claro. Non andiamo più nei parchi pubblici, se non la mattina molto presto o, a volte, la sera prima che chiudano. Andiamo in macchina, fino a certi percorsi in campagna. Corriamo lì, dove non possiamo far male a nessuno. A volte non c’è il tempo per arrivare sui monti di Dolianova. Allora camminiamo per la città. O, quando va bene, ci fermiamo in certi parchetti scalcinati, troppo malmessi per i bambini ‘normali’ e i loro genitori. Ce n’è uno al Cep, un altro alla periferia di Sestu. L’altalena – sistemata su uno sterro – è quasi sempre libera. Sempre libera quando è piovuto e per salirci devi guadare una pozzanghera.
Per questo eravamo tutti contenti quando abbiamo saputo che il comune di Cagliari stava per aprire il nuovo piccolo parco della Fonsarda. Un parco che nasceva dal recupero di un’area che per anni era rimasta chiusa al pubblico. Era prima il giardino del brefotrofio, poi la pertinenza di un parcheggio per le auto dei dipendenti che lavoravano in certi uffici della Provincia.
Da tempo avevamo comunicato al sindaco Massimo Zedda e all’assessore Paolo Frau che c’era l’esigenza di un parco dove i nostri figli potessero andare. Così, quando abbiamo saputo che forse era stato trovato, siamo andati subito a vederlo. E’ successo molti mesi fa. E l’assessore Frau ci ha fatto da guida. Abbiamo dato dei suggerimenti. C’erano certe zone pericolose, certe piante con le spine, certe pozze d’acque. Bisognava recintarle. E’ stato fatto. Forse si riferisce a questo il sindaco quando oggi, nella sua pagina Facebook, scrive:  “Uno spazio che è stato progettato pensando anche alle richieste arrivate nel tempo da associazioni e genitori che convivono con l’autismo perché possa essere un giardino per tutti”. Già, il problema è che tutti i giardini sono di tutti. Nessuno è per i disabili.
Quando ieri siamo andati all’inaugurazione del parco eravamo certi che sarebbe stato detto che quel luogo era per i nostri figli. Attenzione: non esclusivamente per i nostri figli, ma preliminarmente per i nostri figli. Che, cioè, era quel luogo sempre sognato dove i nostri figli sono i cittadini e gli altri sono gli ospiti. Un luogo straordinario per noi, ordinario per le persone ‘normali’. Si trattava di dire che – in quel piccolo e unico luogo – si ribaltava l’ordinaria gerarchia della titolarità: a chiedere ‘permesso’ non dovevano essere i nostri figli. Nessuno doveva chiedere permesso. Ma chi andava in quel parco doveva sapere che era prima di tutto frequentato da strani bambini-uomini. E che chiunque poteva portare i suoi figli ‘normali’ sapendo che c’era, nel parco, questa ricchezza. Qualcosa da spiegare, da raccontare, ai bambini ‘normali’ per renderli uomini. Per ‘educarli alla diversità’. Come Siro Vannelli, il botanico a cui è stato dedicato il parco, educava alla diversità delle piante.
Il quartiere della Fonsarda è pieno di cemento. Ed è un quartiere abitato da persone anziane. Questo un po’ lo immaginavamo, ma il sindaco Massimo Zedda ce l’ha confermato perché ha tenuto a dirlo nel discorso che ha fatto per l’inaugurazione del parco. E, in effetti, alla sobria cerimonia, assistevano molte persone anziane. Contente di avere quello spazio verde sotto casa.
E il “nostro” parco? Niente. Quello deve ancora attendere. Ci siamo rimasti malissimo. Addirittura l’assessore Paolo Frau – sicuramente senza intenzione di offendere, sicuramente per errore, perché in tutta questa vicenda è stato, a parte la sua conclusione, sempre disponibile e quasi accudente  – a un certo punto ha detto che questo nuovo parco era stato realizzato in mondo da essere godibile ‘anche’ dai bambini disabili. Ma questo vale, e ci mancherebbe altro, per tutti i parchi! Non ho mai visto un cartello con su scritto: “Vietato l’accesso ai disabili”. Non c’è bisogno di alcun cartello. A seconda della disabilità, basta un gradino troppo alto, una fontana troppo bassa. O, semplicemente, basta che ci siano altri bambini troppo piccoli con i loro genitori apprensivi e disinformati.
Ci siamo rimasti malissimo. Abbiamo chiesto spiegazioni. Non più al sindaco, non più all’assessore. Che avevano avuto da noi un quadro chiarissimo della situazione e dell’esigenza e hanno evidentemente fatto una scelta. Una scelta politica. Perché sono proprio questi piccoli luoghi, in queste zone di confine tra il giusto e l’opportuno, che si rivela una certa o una cert’altra concezione del mondo. Hanno scelto, ci è stato spiegato, di introdurre ‘gradualmente’ l’idea di questa destinazione del parco. A noi pareva, invece, che fosse opportuno dirlo subito. Perché nei luoghi si creano prassi, abitudini. Dopo è molto più difficile cambiare.
Abbiamo chiesto ad altri che assistevano alla cerimonia. I più esperti e avveduti – quelli che la sanno lunga – ci hanno detto, come se fosse un’ovvietà, che fare un parco per bambini autistici sarebbe stato, in fondo, un modo di fare una specie di ghetto: un ‘parco ghetto’ per autistici. Perché, a quanto pare – quello era l’ambiente, quelle erano le persone – nemmeno a sinistra è chiara la nozione fondamentale secondo cui l’eguaglianza non è trattare tutti allo stesso modo. Lo è quando le situazioni sono uguali. Ma trattare in modo uguale situazioni diverse non è uguaglianza. E’ il suo esatto opposto. Ed è questa la ragione per cui un piccolo evento come questo ha una valenza politica.
Nessuno chiama ‘porte-ghetto’ gli accessi per i disabili. Nessuno definisce ‘protesi-ghetto’ gli auricolari per i sordi. Nessuno chiama ‘bestie-ghetto’ i cani dei ciechi. Chissà perché dovrebbe diventare ‘un ghetto’ un luogo, l’unico luogo, dove dei ragazzi autistici possono giocare senza timori.
Eravamo contenti quando siamo arrivati, eravamo dispiaciuti e delusi quando siamo andati via. Non sappiamo se torneremo in quel parco. Forse sì. Ma dovremo essere noi a spiegare questa storia. Gli anziani delle Fonsarda, probabilmente, staranno a sentirla. Anche i genitori dei bambini ‘normali’. Forse troveremo un modo di convivere. Ma l‘avremo fatto da soli. Come sempre.

venerdì 9 ottobre 2015

essere elefante






…sembra che gli elefanti abbiano 38 ulteriori copie modificate del gene che codifica per p53, un noto soppressore tumorale. Gli esseri umani ne hanno invece solo due. Gli studiosi, inoltre, hanno scoperto che gli elefanti possono mettere in moto un meccanismo molto più robusto per uccidere le cellule danneggiate che sono a rischio di diventare cancerose. Un'attività doppia rispetto alle cellule umane sane, e fino a cinque volte superiore rispetto a quelle di persone con sindrome di Li-Fraumeni, che hanno solo una copia di p53 e un rischio più alto di cancro del 90%.
La scienza, come spesso accade, ha trovato la soluzione nell'elemento stesso analizzato. "La natura ha già capito come prevenire il cancro - afferma il co-autore dello studio Joshua Schiffman, oncologo pediatrico dell'Huntsman Cancer Institute - sta a noi imparare come i diversi animali affrontano il problema, in modo da poter adeguare tali strategie alla prevenzione del cancro nelle persone"…
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