Visualizzazione post con etichetta cani. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cani. Mostra tutti i post

domenica 2 agosto 2026

Cosa succederebbe ai cani se sparissero gli umani?

 

Una bioeticista e un biologo hanno provato a fare qualche ipotesi per capire meglio il rapporto che abbiamo con loro (e come migliorarlo)

Immaginare cosa succederebbe al mondo se la specie umana scomparisse da un momento all’altro, del tutto o in grande parte, è un esperimento mentale che hanno fatto moltissimi scrittori e sceneggiatori e probabilmente anche tante altre persone: le fantasie sull’apocalisse esistono da millenni e sono sia una fonte di intrattenimento sia un modo per riflettere sull’esistenza. C’è però anche chi si è figurato possibili scenari di estinzione umana per fare ragionamenti scientifici: ad esempio su cosa succederebbe ai cani.

I cani sono stati i primi animali a essere domesticati e quindi in una certa misura a essere “creati” dagli esseri umani: nel corso dei millenni, favorendo gli accoppiamenti tra animali con certe caratteristiche di comportamento e di aspetto fisico piuttosto che altre, gli umani hanno condotto progressive selezioni artificiali che hanno portato dal lupo (Canis lupus) al cane (Canis lupus familiaris), che ne è una sottospecie, e poi alle diverse e numerose razze che distinguiamo. Come per tutte le specie domestiche, la vita dei cani dipende da quella degli umani, sia nel caso dei cani che hanno qualcuno che li nutre regolarmente, sia nel caso dei randagi, che sopravvivono in gran parte grazie ai rifiuti prodotti dalle persone.

Per questo la prima difficoltà che i cani dovrebbero affrontare in caso di sparizione di tutte le persone sarebbe la ricerca di fonti di cibo, ragionano la bioeticista Jessica Pierce e l’ecologo Marc Bekoff in I cani senza di noi, pubblicato in italiano da Haqihana, una casa editrice specializzata in saggi divulgativi sul comportamento canino.

Secondo i due studiosi, autori di vari libri sui cani e sul nostro rapporto con loro, è «quasi certo» che i cani sopravviverebbero a una scomparsa improvvisa degli umani «ammesso che non avvenisse su un pianeta diventato completamente invivibile per la crisi climatica». Questa conclusione deriva dal fatto che i cani che attualmente vivono in libertà in diverse zone del mondo riescono a sopravvivere abbastanza bene (secondo una stima citata da Pierce e Bekoff i cani randagi sarebbero 800 milioni nel mondo, quelli con una famiglia 200 milioni) e dalla flessibilità alimentare dei cani, che si adattano a mangiare anche cose diverse dalla carne: potrebbero sostentarsi con piante, frutti e insetti, oltre che con piccoli mammiferi e uccelli.

Nell’immediato è verosimile che molti cani morirebbero – alcuni, più piccoli e deboli, anche uccisi e mangiati da altri cani – ma è probabile che nel complesso riuscirebbero ad adattarsi a nuovi stili di vita, facendo affidamento sugli istinti che hanno in comune con i lupi e gli sciacalli. Ovviamente le cose andrebbero in modo diverso in diverse parti del mondo a seconda delle specifiche caratteristiche climatiche, delle risorse naturali di cibo e della competizione con altre specie di predatori: in alcune regioni i cani prospererebbero, in altre potrebbero scomparire a loro volta. In generale però la specie continuerebbe a scorrazzare per il pianeta.

Pierce e Bekoff hanno poi provato a immaginare cosa ne sarebbe dei cani nel più lungo periodo successivo alla scomparsa degli umani, e più in particolare a come i cani sarebbero cambiati dalla selezione naturale, tolta di mezzo quella artificiale. Per i due studiosi tentare di rispondere a questa domanda, anche senza poter mai verificare la bontà delle proprie ipotesi, è utile per capire meglio che animali sono i cani e i rapporti che abbiamo con loro.

Il punto di partenza del loro ragionamento è che i cani non tornerebbero a essere lupi.

Sappiamo che quando un gruppo di animali domestici si trova a vivere in libertà e perde ogni contatto con gli umani avviene un processo di feralizzazione, cioè di adattamento a uno stato selvatico. Le caratteristiche proprie delle specie domesticate – una maggiore mansuetudine, in aggiunta a tanti aspetti fisici – non scompaiono, quindi non si può parlare di una “de-domesticazione”, ma di un avvicinamento dei singoli animali ai comportamenti delle specie selvatiche sì. Nel caso in cui il gruppo di animali feralizzati continui a vivere in libertà per diverse generazioni, e in cui quindi la selezione naturale inizi ad agire, gli scienziati parlano di inselvatichimento secondario.

Non sappiamo quante generazioni di cani dovrebbero susseguirsi per arrivare ai «cani post-umani», ma secondo Pierce e Bekoff è probabile che sarebbero molto diversi dai cani di oggi e diversi tra loro in base al contesto geografico. I cani più piccoli potrebbero specializzarsi nella caccia di insetti, piccoli rettili e anfibi, mentre quelli più grandi dovrebbero trovare altre strategie di adattamento e nel tempo diverse popolazioni di cani potrebbero evolvere in specie canine diverse.

Ma si può anche ipotizzare che il rimescolamento dei geni canini portato dalla nuova libertà di accoppiamento porti a cani post-umani tutti di “taglia media”, cioè con un peso intorno ai 15 chili – ci sono cani che pesano poco più di un chilo e altri che superano i 100.

Le altre caratteristiche fisiche sarebbero a loro volta influenzate dall’ambiente: ad esempio, ipotizzano Pierce e Bekoff, nei climi più freddi potrebbero essere favorite e dunque prevalere le orecchie più piccole, che disperdono meno il calore; nei climi miti invece è possibile che le orecchie di dimensioni maggiori, più adatte a captare i rumori, si rivelerebbero più utili nella caccia.

Di certo scomparirebbero quei tratti fisici dei cani che gli umani hanno selezionato per ragioni estetiche ma che sono legati a problemi di salute, come i musi schiacciati dei carlini che causano problemi respiratori e l’eccesso di pieghe della pelle degli shar pei. Sparirebbero anche le orecchie pendule dei cocker e le code arricciate dei chow chow, perché sia le code che le orecchie sono usate dai cani per comunicare tra loro, e sarebbero favorite quelle che permettono di farlo meglio. Potrebbero scomparire anche le pellicce a macchie e di colori diversi, che non hanno alcuna funzione biologica.

– Leggi anche: Il governo olandese vuole vietare il possesso di cani e gatti di certe razze

Nel campo della riproduzione ci sarebbero sicuramente dei cambiamenti, ed è possibile che le femmine andrebbero in calore solo una volta all’anno invece che due (una più frequente disponibilità all’accoppiamento rispetto alle specie selvatiche è una delle caratteristiche comuni a tutte le specie domesticate). Un’altra possibilità è che, come succede nei branchi di lupi, la collaborazione dei padri, zii e altri membri di un gruppo di cani diventerebbe un elemento importante per la crescita dei cuccioli. Ma può anche darsi che i cani – o certe specie evolute dai cani – svilupperebbero stili di vita solitari.

È più difficile immaginare cosa succederebbe ai tratti comportamentali dei cani selezionati dalla domesticazione: l’ipersocialità sviluppata stando con gli umani verrebbe sfruttata con altri scopi dai cani post-umani o si perderebbe come tratto caratteriale di specie?

Pierce e Bekoff hanno finito il loro ragionamento cercando di stabilire se in prospettiva per i cani un mondo senza umani sarebbe un mondo migliore: sono giunti alla conclusione che i vantaggi (come la scomparsa di patologie dovute agli incroci tra cani della stessa razza, un maggior spazio in cui muoversi e maggiori possibilità di socialità) supererebbero gli svantaggi (come la maggiore esposizione alle malattie, l’assenza di cure e di cibo disponibile in abbondanza).

Per i due studiosi portare avanti l’esperimento mentale, riflettere su questi vantaggi e svantaggi ma anche dedicare maggiori studi ai cani randagi e feralizzati potrebbe aiutarci a comportarci meglio nei confronti dei cani: capendo meglio la loro natura, saremmo più in grado di garantirgli buone condizioni di vita. Ad esempio, evitando che nascano animali sofferenti a causa di certe caratteristiche fisiche comuni a certe razze create dagli umani, ma anche facendo passeggiare e correre i cani in spazi sufficientemente grandi, e facendo interagire i cani tra loro nel modo migliore per dargli una buona qualità della vita.

da qui

mercoledì 8 gennaio 2025

In Libano un rifugio per animali sopravvive alla Guerra, ma rischia di soccombere alle difficoltà economiche - Grazia Parolari

 Ogni gesto conta, perché ogni vita conta. Oltre ogni appartenenza di specie

In un angolo di un Libano ancora segnato dalla violenza degli attacchi israeliani, sorge un luogo di speranza e compassione: Woof n’ Wags.

Questo rifugio antispecista, l’unico di questo tipo nel Paese, è da anni un faro di salvezza per animali dimenticati e maltrattati. Qui, oltre 300 cani e numerosi altri animali, tra cui una mucca disabile, un’asinella cieca che sarà presto mamma,  un maiale e molte capre, hanno trovato rifugio, lontano dalla crudeltà e dall’indifferenza. Ma oggi, questa oasi di pace rischia di scomparire, travolta da una crisi economica senza precedenti.

La guerra e il coraggio di ricominciare

Quando la guerra ha raggiunto il sud del Paese, dove si trovava Woof n’ Wags, la scelta di Ghada, una delle fondatrici, è stata immediata: spostare gli animali in una zona più sicura. Nonostante le innumerevoli difficoltà logistiche ed economiche, l’impresa, che sembrava impossibile, è riuscita: nessun animale è stato lasciato indietro, tutti hanno trovato rifugio in un nuovo terreno nella municipalità di Jezzine.

Il trasferimento ha tuttavia dovuto fare i conti con i lunghi tempi della burocrazia, peggiorati dalla situazione di guerra, che hanno ritardato la costruzione di ripari adeguati, ancora oggi assenti. Il rifugio si è quindi trovato costretto a reperire fondi non solo per riuscire a nutrire quotidianamente gli animali, ma anche per riuscire ad allestire ripari temporanei, mentre per riscaldare gli animali nelle notti più fredde si è dovuto ricorrere a falò, cercando di adattarsi alle condizioni precarie nel miglior modo possibile.

 


Nel mezzo di queste continue difficoltà , il rifugio  non ha mai smesso di accogliere i cani vaganti sul territorio,  o perchè abbandonati da chi è fuggito dalle zone di conflitto, o perchè resi orfani dalla loro famiglia dagli indiscriminati bombardamenti israeliani


La nuova battaglia: sopravvivere alla crisi economica

La guerra ha inoltre avuto altre pesanti ripercussioni. L’attività economica che sosteneva il rifugio è stata annientata dal conflitto. Le donazioni, già limitate, sono crollate drasticamente, in un contesto globale segnato da crisi economiche e priorità diverse. E ora Woof n’ Wags si trova sull’orlo del baratro.

ll rifugio, in gravissima difficoltà nel riuscire a pagare l’affitto del terreno, rischia lo sfratto.

Questo significherebbe abbandonare gli animali, tutti, al loro destino.

In un Paese dove gli animali randagi hanno pochissime possibilità di sopravvivere, e dove le persone stesse combattono ogni giorno contro le devastanti conseguenze della guerra e della crisi economica che affligge il Libano da anni, le prospettive per gli animali abbandonati sono drammatiche. Le difficoltà quotidiane della popolazione, infatti, fanno sì che la protezione degli animali venga spesso trascurata. La maggior parte dei cani morirebbe di fame, di malattie o, peggio ancora, sarebbe vittima di abusi, avvelenamenti e violenze, mentre si può ben immaginare il destino degli animali “da fattoria”.

Un appello alla solidarietà

In questo contesto Woof n’ Wags non è solo un rifugio: è un luogo che afferma il valore di ogni vita, indipendentemente dalla specie. È un esempio concreto di come opporsi allo sfruttamento praticando solidarietà e cura, un luogo che sfida l’idea che alcune vite siano sacrificabili, opponendosi  alla logica di abbandono e violenza che caratterizza il trattamento degli animali.

Per continuare a esserlo, ha bisogno di supporto: un aiuto che non è solo materiale, ma che è anche un atto di affermazione politica e morale. Non si tratta semplicemente di aiutarlo a garantire cibo, cure veterinarie o un rifugio a chi, altrimenti, non avrebbe scampo.  Significa condividerne  i valori e la visione,  aiutarlo a far sì che questi principi trovino sempre più spazio , in un cambiamento culturale che superi la visione antropocentrica e riconosca agli animali il rispetto e i diritti che meritano.

Si può donare attraverso il loro sito ufficiale, o almeno condividere la loro storia per sensibilizzare altre persone.

Ogni gesto conta, perché ogni vita conta. Oltre ogni appartenenza di specie.

da qui

martedì 9 aprile 2024

Franco Battiato era vegetariano

Non critico chi mangia carne, questa è una mia scelta venuta con il tempo. 

Per esempio: ho smesso di mangiare pesce in un secondo tempo. In Sicilia frequento degli amici pescatori bravissimi che mi hanno voluto coinvolgere nella pesca di fondo. Alle tre di una notte di agosto ho pescato un pesce, ma quando lui mi guardò e io ho corrisposto il suo sguardo, è come se ci fossimo capiti ed ho deciso di ributtarlo in acqua e da allora non mangio più pesce.

Un'esperienza analoga mi ha portato a decidere di non andare a cavallo. Ci monto sopra e sono felice. Tiro a sinistra lui fa resistenza ed io ho deciso di scendere, perché ho pensato: ma siamo pazzi? Perché deve sentire il mio peso di ottanta chili sulla schiena? Lo so che molti dicono che è nato per quello, ma io non accetto la regola della preda e del predatore anche in natura. La capisco ma non la accetto.

Ha degli animali?

Non direi così, loro vengono da me e mi fanno compagnia. Cani e gatti che non considero animali, ma esseri. Con loro ho una comunicazione reale. Non amo la cattività, non li tengo legati a delle catene, per questo mi sono stati avvelenati quattro cani.

da qui

sabato 23 dicembre 2023

Chi è il vero pericolo - Grig


Oreste era un Cane lupo cecoslovacco che viveva felice insieme alla famiglia dell’arredatrice Silvia Bigliotto a Palaia, vicino Pisa.

Conosciuto e benvoluto nel paese per il suo carattere docile e giocherellone.

Sabato 16 dicembre 2023, sulle colline dietro casa, è stato ucciso da un cacciatore che l’aveva scambiato per un Lupo (Canis lupus), specie comunque particolarmente protetta.

Intervenuti i Carabinieri Forestale, denunciato e querelato il cacciatore.

Si spera che gli venga immediatamente revocato il porto d’armi e sia condannato duramente, anche al risarcimento dei danni.

Una domanda è d’obbligo, chi rappresenta un vero pericolo?

E vogliamo che un vero pericolo giri armato?

Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG)

 

da La Nazione, 17 dicembre 2023

Cacciatore scambia un cane per un lupo. E lo uccide davanti ai padroni.

L’animale, un esemplare di lupo cecoslovacco conosciuto da tutti e particolarmente socievole, è stato freddato con un colpo di fucile.

Palaia (Pisa), 17 dicembre 2023 – Ad un occhio particolarmente inesperto poteva sembrare un vero lupo selvatico, ma era solo un bellissimo esemplare di lupo cecoslovacco molto conosciuto in paese e particolarmente socievole. Si chiamava Oreste ed è stato ucciso con un colpo di fucile da un cacciatore nei dintorni di Palaia. L’uomo, che in quel momento si trovava insieme ai suoi cani, lo aveva scambiato per un predatore.

Il colpo, sparato da distanza ravvicinata, non ha lasciato scampo al povero Oreste. L’animale, di proprietà di una nota arredatrice, Silvia Bigliotto, stava girando all’interno di un’oliveta non lontano dalla casa in cui vive. La famiglia è anche proprietaria di un ristorante a Pontedera. La donna, appresa la notizia, avrebbe avuto anche un lieve malore.

Il cacciatore si sarebbe difeso dicendo di non averlo fatto di proposito, ma di aver scambiato Oreste per un lupo intenzionato ad attaccare i suoi due cani. Ma sostenere di aver agito per difendersi potrebbe non bastargli. La famiglia del lupo cecoslovacco ha sporto denuncia, anche perché non ci sono prove che Oreste abbia attaccato gli animali del cacciatore. Anzi: tutti lo descrivono come un cane molto docile e affabile, tant’è che pochi giorni prima era anche stato fotografato alla Bocconi in occasione della laurea di uno dei figli della proprietaria.

https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2023/12/22/chi-e-il-vero-pericolo/

domenica 15 gennaio 2023

La Turchia accalappia i suoi cani liberi: sparita anche Zeytin, protagonista del film “Stray” - Diana Letizia


In Turchia, dopo la decisione del presidente Erdoğan, i Comuni stanno accalappiando i randagi, da sempre un simbolo della città. Tra loro anche Zeytin, uno dei cani protagonisti del film “Stray”

Recep Tayyip Erdoğan, il presidente della Turchia, ha incaricato tutti Comuni di rimuovere dalle strade gli animali randagi che «rappresentano una minaccia per la sicurezza pubblica» per trasferirli nei canili. La decisione, secondo quanto riportato dallo stesso presidente, è avvenuta a seguito di un caso di aggressione da parte di un Pitbull a una bambina in una zona del sud est del Paese.

La scelta di Erdoğan è di quelle che non passano inosservate e anzi colpiscono duramente la sensibilità dell'opinione pubblica, soprattutto a Istanbul, città che è da tempo simbolo della possibilità di una serena convivenza tra i cani liberi e esseri umani. Dalle parole, ora, lo Stato è passato ai fatti e sono sempre di più le segnalazioni dei cittadini che hanno visto accalappiare cani che vivevano nei paesi e nelle città della Turchia.

Nonostante le proteste che sono andate avanti nell'ultimo mese da parte di attivisti ma anche di normali cittadini che sostengono quanto la scelta del Presidente sia fatale per gli animali randagi, citando soprattutto la mancanza di rifugi adeguati, sono sempre di più gli animali che stanno sparendo dalle strade.

Che fine ha fatto Zeytin, il cane protagonista del film "Stray"?

Tra questi c'è anche Zeytin, una delle protagoniste del film di Elizabeth Lo "Stray", un bellissimo e commovente lungometraggio che racconta proprio la vita condivisa tra tre cani di strada e uomini e donne che incrociano durante le loro giornate. Ne avevamo parlato e scritto proprio su Kodami, intervistando la regista che così aveva descritto la personalità di Zeytin: «E' fieramente indipendente, intraprende avventure notturne per la città. In lei ho visto un personaggio che poteva avvolgerci completamente nella sua volontà non umana: la sua forza vitale era perfetta per una storia sui randagi che, a differenza degli animali domestici, non sono definiti solo dal loro rapporto con gli umani».

Stray è proprio l'emblema della convivenza possibile e concreta tra cani e umani a Istanbul: è un documentario che mette in evidenza l‘individualità di ogni cane e il loro ruolo in un ecosistema in cui si può vivere in serenità: «Ho incontrato per la prima volta Zeytin mentre mi superava di corsa in un trafficato tunnel sotterraneo a Istanbul. Incuriosita dalla sua determinazione, l'ho seguita. Così abbiamo incontrato Nazar, un altro cane di strada – aveva spiegato la regista a Kodami – Entrambe erano sulla scia di un gruppo di giovani siriani (Jamil, Halil e Ali) che vivevano per le strade come rifugiati in Turchia. Ho iniziato a seguirli per mesi mentre trovavano rifugio in cantieri e marciapiedi tranquilli insieme. Nonostante la difficoltà delle circostanze in cui si trovavano, i cani e i ragazzi hanno formato una vera famiglia. Il calore e l'amore che emanavano dal loro legame interdipendente mi hanno commosso profondamente. Senza la compagnia dei cani, i ragazzi siriani si sarebbero sentiti alla deriva in una città che non era la loro. E forse è stato lo stesso per Zeytin e Nazar».

Ora di Zeytin però non si sa più nulla, tanto che Elizabeth Lo ha postato un appello sulla sua pagina Instagram: «I cani randagi sono stati a lungo usati come capri espiatori durante i periodi di turbolenza. Nonostante il profondo amore della popolazione turca per loro, ho sempre temuto che il loro status legale protetto in Turchia fosse debole. Ma pensavo che sarebbero passati anni prima che il governo si rivolgesse di nuovo a loro. Poche settimane fa, il presidente Erdogan ha ordinato a tutte le città, inclusa Istanbul, di accalappiare i cani randagi. E lo fanno di notte. Zeytin – il cane di strada che ci guida attraverso Istanbul in @straydocfilm – non si vedeva da un po'. Sono venuta a Istanbul per trovarla. Se vivi a Istanbul intorno a Piazza Taksim / Karaköy / Cihangir e riconosci Zeytin o Nazar, per favore DM o whatspp me (il direttore di Stray) al + 1-917-291-0538».

Il rapporto di Elizabeth Lo con Zeytin è tutto nelle parole che ci aveva concesso quando all'uscita del documentario si era lasciata andare nel raccontare la profondità delle emozioni condivise con lei e gli altri cani liberi di Istanbul: «Mi sono affidata a Zeytin: è stata la mia guida per la città. Lei è cresciuta lì e sa benissimo come muoversi per le sue strade, i suoi semafori, le sue auto e le sue persone. Mi sono fidata pienamente di lei, con misurata cautela ovviamente. Se avessi sentito che avremmo potuto essere veramente in pericolo sarei intervenuta ma con Zeytin non ho mai percepito alcun rischio».

E ora quel rischio si è tramutato in una realtà che ha le fattezze di esseri umani che eseguono degli ordini e non certo di una città che quel cane, come tanti suoi simili, conosceva profondamente e viveva senza dare alcun fastidio agli altri esseri viventi che vi abitano. Sono migliaia, anche questa volta, le persone che si stanno battendo perché il governo fermi questo vero e proprio massacro e l'hashtag che sta facendo da eco a quanto accade nelle strade del paese è #SokakHayvanlarıSahipsizDeğil.

Un nuovo elenco di razze pericolose e il caso della bambina aggredita in strada da un cane di proprietà

Il discorso di Erdoğan è arrivato il giorno di Natale. Parlando da Ankara il presidente turco ha ricordato il caso della bambina di quattro anni che era stata ferita da un cane che era di proprietà ma era in giro, insieme anche a un altro Pitbull sempre della stessa persona, senza guinzaglio.

Il discorso del presidente turco in realtà è sembrato particolarmente politico: i cani sono in realtà un bersaglio pretestuoso per colpire quelli che ha definito i "turchi bianchi", termine che viene usato nel paese con tono dispregiativo per indicare persone laiche, in gran parte occidentali e per lo più di sinistra. Erdoğan ha detto: «Si preoccupino dei loro animali domestici».

Il 14 gennaio 2022, intanto, in Turchia è anche entrata in vigore una nuova regolamentazione a livello nazionale contro alcune razze canine che ora sono classificate come pericolose. Un elenco identifica le tipologie e questi soggetti devono essere sterilizzati e registrati presso le autorità o i loro umani di riferimento saranno soggetti a multe e i loro animali prelevati con la forza. Tra le razze, come già accaduto in altre parti del mondo (anche in Italia si è provato a farlo), ci sono Dogo Argentino, Fila Brasileiro, Tosa Inu, American Staffordshire terrier e American bully.

Il nuovo regolamento fa parte di un più ampio disegno di legge sui diritti degli animali attuato lo scorso anno e prevede anche multe per coloro che abbandonano i cani invece di consegnarli ai rifugi. Tutti i "cani pericolosi" devono essere sterilizzati secondo questa legge presso le cliniche veterinarie, registrati e dotati di microchip.

Il primo effetto di questo nuovo approccio ha però portato molte persone ad abbandonare gli animali nei canili a fronte di spese che non vogliono sostenere. E i rifugi, ora, non reggono la quantità di soggetti che stanno arrivando o per cessioni di proprietà o per la politica di accalappiamento dei randagi.

Le persone che hanno queste tipologie di cani, inoltre, sono per legge tenuti a tenerli al guinzaglio, a mettergli la museruola quando necessario per prevenire attacchi a persone e altri animali e sono loro vietati gli spazi pubblici come i parchi giochi.

La Turchia tra tutela degli animali come esseri senzienti e leggi ambivalenti

La Turchia ha adottato il suo primo disegno di legge sulla protezione degli animali nel 2004. E' un paese all'avanguardia nel dare seguito a livello nazionale al cosiddetto "metodo CNVR" ("catch, neuter, vaccinate, return" ovvero "cattura, sterilizzazione, vaccinazione e re immissione sul territorio"). Il disegno di legge vietava l'uccisione dei randagi a meno che "nei casi specificati nell'Animal Health and Inspection Act 3285". L'eutanasia era vietata a meno che i cani non soffrissero di "malattie e condizioni incurabili come la malattia terminale".

I Comuni hanno così, fino ad oggi, avuto il compito di prendersi cura dei cani di strada portandoli in rifugi gestiti dalla comunità dove venivano appunto sterilizzati, vaccinati,  chippati e con un "tag" sulle orecchie che rappresenta anche il loro un numero di identificazione per il tracciamento.

Nel 2012 ecco che arriva però il primo tentativo da parte del Partito Giustizia e Sviluppo al potere con una proposta "per rimuovere gli animali randagi dalle strade e collocarli nei santuari fuori città". Risultato? Migliaia di persone marciarono per il centro di Istanbul con cartelli che dicevano di lasciare in pace gli animali. La protesta di quell'ottobre fu la più grande a sostegno del benessere degli animali che la Turchia avesse mai visto. Per molti la proposta ricordava le politiche del 1910 quando il sultano Mehmed V inviò migliaia di cani randagi da Istanbul in un'isola vicina a morire di fame nel tentativo di "occidentalizzare" la città poco prima della caduta dell'Impero Ottomano.

Nel 2018, dopo aver ottenuto una vittoria alle elezioni presidenziali, Erdoğan aveva promesso di rafforzare le leggi sulla protezione degli animali. E, come scritto sopra, nel 2021 è arrivato il disegno di legge che il parlamento turco ha approvato. Ci sono sicuramente dei lati positivi, come  il divieto di vendita di cani e gatti nei negozi di animali e la loro classificazione come "esseri viventi" piuttosto che come merci. L'atto ha anche reso l'abuso di animali punibile fino a quattro anni di carcere. Il 7 dicembre 2021, il disegno di legge sulla protezione degli animali è stato poi modificato, richiedendo alle persone che hanno razze classificate come "pericolose" di sterilizzarle e registrarle presso le autorità prima del 14 gennaio 2022.

da qui

venerdì 17 settembre 2021

I GALGOS SPAGNOLI - Sonia Carella


…La Spagna è nota per avere tradizioni popolari in cui gli animali sono gli sfortunati protagonisti, come per esempio il “gioco” della Corrida, che indigna gli animalisti e non d’Europa.

Un’altra tradizione, meno nota, ma altrettanto diffusa soprattutto in Andalusia, è la caccia con i levrieri.

La caccia a vista è legale, e il territorio spagnolo destinato alla caccia è pari al 98%, tanto da attirare anche un turismo dedicato, così come accade in Africa.


I Galgueros e le loro tradizioni di caccia.

I Galgueros sono i cacciatori che allevano i levrieri galgos che verranno poi selezionati e addestrati per la stagione della caccia alla lepre. Alcune femmine fanno da fattrici e i cuccioli fin da subito passano ad esame attraverso dei test.

Maria Grazia Gallinotti, presidente dell’ Associazione “Un Levriero per la vita” durante un’intervista con Vegan Friends Italia, ha raccontato diversi dettagli: i cani vengono legati con una corda alla macchina che sfreccia via, costringendoli a correre veloci. I più veloci sopravvivono e verranno allenati ancora alla corsa con lo stesso metodo. Tutti gli altri verranno soppressi, cuccioli compresi.

Dopo una dura selezione e addestramento tra sevizie e maltrattamenti, i galgos dovranno cacciare famelici per il loro galgueros.

A fine stagione di caccia, è tradizione che il Galguero uccida i suoi cani per propiziare la stagione successiva. I cani che hanno svolto un lavoro migliore avranno una morte rapida, per esempio verranno uccisi con un colpo di pistola. Quelli che sono stati meno redditizi, vengono abbandonati per strada con le zampe rotte, oppure gettati nei pozzi o uccisi per lenta impiccagione.

Lo Stato spagnolo non legalizza questi usi, ma nella cultura del luogo sembrano essere usanze talmente radicate da essere accettate per retaggio. Tuttavia, non essendo legale l’uccisione dei galgos attraverso tortura, i galgheros agiscono di notte lontani da occhi indiscreti.

I volontari spagnoli si avventurano dunque nelle campagne a fine stagione di caccia, per cercare di salvare più cani possibili, mettendo a rischio anche la propria sicurezza.


La perrera, vero inferno per i galgos

Molti altri galgos vengono portati nelle “perrera”, luoghi simili ai nostri canili, nei quali i cani rimarranno per massimo 15 giorni, se non muoiono prima per malattia o sbranati da altri cani di razza diversa. Al termine di questo periodo, se non riscattati, i cani vengono portati in camere a gas per l’abbattimento per asfissia.

La perrera per ogni cane ucciso, percepisce dallo stato un compenso economico che varia dai €60,00 a €80,00.

Si stima per difetto che ogni anno vengano uccisi oltre 50.000 galgos in Spagna.

Grazie anche ai social e ad internet, l’opera si sensibilizzazione verso l’opinione pubblica sta facendo effetto, tanto che sono nate molte associazioni in Europa che si occupano di salvare questi animali e trovare loro una famiglia.

Alcuni galgueros più giovani decidono di portare i cani direttamente nei rifugi delle associazioni, piuttosto di destinarli alla brutta sorte delle perrera.


Ignobile torneo di galgos

Ogni anno si svolge un torneo nazionale istituzionale, in cui i galgueros si sfidano con i lori cani più forti. Questi levrieri possono arrivare a valere svariate decine di migliaia di euro. Alla fine della competizione però, le associazioni non riescono ad avere più traccia di loro. Alcuni sospettano l’esportazione in Cina per essere destinati ai cinodromi e verso l’Australia per la sperimentazione in laboratorio.

Pochi sanno che i galgos sono gli unici cani che hanno un gruppo sanguigno universale per i cani, quindi compatibile per tutte le razze. A fine carriera vengono dunque impiegati come “sacche di sangue” attraverso prelievi settimanali fino a quando non muoiono per sfinimento.

Questo è il caso anche dei levrieri irlandesi o Greyound, impiegati normalmente per le corse.

Simona Ballarino, Presidente dell’ Associazione “Levrieri Piemonte” racconta anch’ella in un’intervista con Vegan Friends Italia, le pessime condizioni della perrera e nello specifico di quello di Malaga.

In questo solo un’area è visitabile, mentre è totalmente inaccessibile, se non per gli addetti ai lavori, un’ala posteriore della struttura in cui vengono comunque detenuti diversi cani. Il motivo sarebbe anche dato da un’esigenza di sicurezza sanitaria, perché molti cani si ammalano di un virus influenzale altamente letale.


Il duro lavoro delle Associazioni

Diverse associazioni si stanno battendo, attraverso il Parlamento Europeo, affinché i galgos vengano tutelati dallo Stato esattamente come qualsiasi altra razza canina.

Si impegnano a collaborare con i volontari spagnoli per il recupero e la cura dei galgos per destinarli a vita più dignitosa attraverso la ricerca di adottanti idonei.

Prendersi cura di un galgos può sembrare da prima un grande impegno, perché questi sono cani il più delle volte traumatizzati dal loro trascorso e quindi diffidenti e paurosi.

La famiglia che vuole adottare un galgo deve dunque munirsi di tanta pazienza e dedizione, considerando che il tempo d’inserimento in famiglia potrebbe variare da sei mesi ad un anno circa. Inoltre potrebbe avere bisogno di qualche cura veterinaria in più, perché alcuni presentano fratture saldate male o comunque portare i segni di un passato di maltrattamenti.

Il levriero galgo, una volta che ritrova la fiducia nell’essere umano, si mostra essere un cane dal carattere molto affettuoso e mite e il più delle volte socievole verso altri cani.

https://www.radioveg.it/animali/i-galgos-spagnoli/

venerdì 5 giugno 2020

IL CANE E L’AGUZZINO - Annamaria Manzoni



Priolo Gargallo, provincia di Siracusa, è la località dove si è consumato l’ennesimo episodio di ordinaria ferocia: un sessantenne ha legato con una catena al parafango posteriore della sua autovettura un cane e  lo ha trascinato per kilometri, per poi fermarsi  e gettare quel che restava di lui in un campo, a mo’ di spazzatura, mentre era ancora in vita: Matteo (questo il nome con cui ci si riferisce alla povera bestia) è morto poco dopo, ridotto a carne smembrata, sul tavolo del veterinario da cui era stato portato dai soccorritori.
La reazione di rabbia impotente davanti a tale scempio è acuita dalla certezza che, se due coraggiosi ragazzi non fossero stati testimoni della scena  e non avessero avuto la prontezza di  scattare foto che riprendevano anche il numero di targa dell’auto, il ritrovamento dei resti sarebbe stato giudicato immeritevole di  ulteriore indagine, perché fatto di consueta malvagità, come dimostrano i resti di tanti animali ritrovati in discariche con segni di torture, ai quali solo nel migliore dei casi fa seguito un trafiletto su qualche notiziario locale.

Alcuni  particolari devono ancora essere accertati, ma quello che è già stato documentato basta a generare, oltre all’ orrore, alcune riflessioni.  Poco importa se Matteo fosse il cane di nessuno, randagio come tanti; o invece, come raccontano,  “appartenesse” al suo aguzzino che lo teneva legato in campagna, portandogli da mangiare e da bere quando capitava.  Quale che sia la realtà, non cambia l’oscenità di un uomo che infierisce contro un essere incatenato e indifeso, indifferente alla sofferenza che urla sotto i suoi stessi occhi. Se anche non esiste motivazione al mondo che possa giustificare tanta protervia, l’assenza di qualsiasi “ragione” appare particolarmente  drammatica: siamo di fronte al male allo stato puro: ingiustificabile, estremo, opera compiaciuta di una mente lucida;  non uno di quei delitti d’impeto, generati da emozioni che, esondando, obnubilano i pensieri, ma massacro programmato e preciso.  
Sarebbe interessante se il processo, che ci si augura venga celebrato, e presto, andasse a scrutare nel profondo la personalità di un tale uomo, alla ricerca del bandolo dell’oscura matassa della sua psiche; ma non succederà di certo, perché l’uccisione di un cane non è  ritenuta degna di un impiego di mezzi tanto onerosi: consulenti, perizie, psichiatri non sono mai al servizio della giustizia dovuta a un animale. Con buona pace di tutti gli studi che mettono in luce il link comprovato tra la crudeltà agita sugli animali umani e quelli non umani. Il chè significa che, anche in presenza di un colpevole disinteresse per le sofferenze di un cane, almeno la preoccupazione per gli umani dovrebbe spingere a ben diverse reazioni.
Sono comunque i fatti ad offrire una chiave di lettura, pur prescindendo dal meticoloso  scandaglio dell’inconscio del colpevole: e i fatti parlano di una personalità in cui la violenza è evidentemente la modalità di relazione, il modo conosciuto per alimentare un ego  bisognoso di  autorassicurazioni sul proprio valore a fronte della sua stessa pochezza:  valore che viene misurato sulla possibilità  di ferire,  tormentare, uccidere, perchè  questo è il modo miserando di affermare la propria superiorità. Una pochezza vile, dal momento che la vittima non è forte e pericolosa, ma debole  e indifesa e il luogo quanto più isolato possibile, per vedersi garantita l’impunità. Se ogni  persona è quella che è diventata coniugando il proprio patrimonio genetico con le vicende di tutta una vita, anche  il sig. Antonio R. avrà pure una sua biografia su cui sono andati sistemandosi i tasselli della sua sadica viltà; conoscerli  sarebbe utile per sapere cosa è necessario per   sollecitare le parti peggiori di noi. Parti che, considerando la diligente precisione con cui ha portato a termine l’impresa, è lecito supporre che avranno già avuto modo di esprimersi nella vita del suddetto Antonio, perché   le nostre mani così come la nostra mente non improvvisano ciò che non sanno e ciò che non sono: lo imparano, su altri corpi, su altre vittime.
Ma c’è dell’altro: perché gli atti privati sono sempre  inseriti in un contesto e  possiedono anche una portata sociale, come testimoniano tante  situazioni, su cui forse non si riflette abbastanza: è da mezzo secolo che lo psicologo Philippe Zimbardo approfondisce gli studi che provengono da un famosissimo esperimento (“L’effetto lucifero”; Stanford University,  anni ’70) , che dimostrò con evidenza come il contesto (in quel caso costruito ad hoc in una prigione) sia in grado di trasformare in brevissimo tempo le persone rendendole capaci di un  male che non avrebbero mai previsto di poter compiere. E Primo Levi, reduce dallo sconvolgimento del lager, concentrato delle mostruosità che la mente umana può ideare, ha affidato alla pubblicazione de “I sommersi e i salvati” la scrittura di  pagine preziose sulla considerazione che anche i peggiori criminali sono esseri umani tristemente ordinari, trasformati dalle circostanze: non mostri, vale a dire non quegli extraterrestri, su cui ci piace tanto gettare la responsabilità di quello che di noi stessi riteniamo inaccettabile, e che invece dimora come Ombra disconosciuta proprio nel fondo della nostra psiche, parte di noi che può restare silente o esplodere, a seconda delle situazioni. Ce ne vergogniamo e accusiamo  qualcuno con cui non abbiamo niente da condividere, neppure l’appartenenza alla specie umana.
E altre ricerche che ci dicono che anche delitti che riteniamo individuali, totalmente attribuibili alla responsabilità di un singolo individuo, come la violenza sessuale, in realtà risentono di altre variabili che, sommandosi l’una all’altra, vanno a costituirne il brodo di cultura: variabili tra cui è davvero interessante scoprire che possono trovarsi, per esempio, attività lecite quali la  caccia, insieme alla diffusione di media violenti e al numero di esecuzioni capitali (la ricerca è svolta negli Stati Uniti, dove , come è risaputo, è contemplata la pena di morte). In fondo la lezione un po’ siamo stati capaci di impararla: è da qualche anno che ogni episodio di violenza sulle donne non provoca solo la richiesta di una punizione adeguata del colpevole, ma risolleva ogni volta dibattiti e discussioni sulla necessità di contrastare la convinzione ancora diffusa, per quanto negata o misconosciuta,  che vede nelle donne esseri su cui esercitare  diritti autoconferiti. Si comincia in altri termini a capire che il   contrasto ai  femminicidi non può prescindere dalla necessità di ridefinire la cultura dominante che resta ancora intrisa dei residui delle convinzioni esplicitamente espresse fino a pochi decenni fa, che, con il riconoscimento di cittadinanza al delitto d’onore,   sancivano anche dal punto di vista giuridico la convinzione che non i diritti delle donne, ma la tutela dell’onore ferito maschile dovesse essere la vera preoccupazione. Pensiero che sopravvive sotto pelle e si riaffaccia, sotto mentite spoglie, nella motivazione di tanti comportamenti maschili.
 Riflessioni di questo genere sono tutt’altro che estranee alla vicenda dell’aguzzino del cane Matteo: anzi, in questo caso il link è molto più diretto e comprensibile e coinvolge  altri cani e altri aguzzini.  A partire dal fatto che  il piccolo paese in cui è stata portata a termine la tortura solo poche settimane prima era stato teatro, ad opera di responsabili rimasti ignoti, di  sevizie a danno di un altro cagnolino inerme, prima torturato e poi impiccato. Pura coincidenza? Se si allarga lo sguardo, la visuale ingloba un territorio più vasto, che vede la Sicilia spesso in una posizione tutt’altro che lusinghiera in tema di tutela animale: nelle sue strade ospiterebbe (il condizionale è d’obbligo in assenza di censimenti) la bellezza di 100.000 randagi, triste primato europeo; mancano per loro adeguate strutture di accoglienza; le periferie delle città si trasformano spesso in discariche di cucciolate indesiderate e i canili  fungono da depositi di cani dismessi.  A parte la squalifica morale, questa situazione comporta uno stato di cose drammatico:  gli animali a causa del loro stesso numero strabordante sono spesso considerati e trattati come pericolosi, quindi scacciati, presi a sassate o bastonate. Spaventati e in cerca di cibo, può succedere a qualcuno di loro di rendersi responsabile di un’aggressione a danno di una persona: e allora la  reazione che era lì pronta ad esplodere trova una giustificazione ad hoc per scatenarsi, perché, se la vittima è pericolosa, allora del mio infierire non mi devo vergognare, ma  posso anzi inorgoglirmi spacciandomi per difensore della collettività.
E’ all’interno di queste dinamiche che periodicamente  si registrano avvelenamenti di massa, qualcuno incapace per la prepotenza dei numeri di sottrarsi ai riflettori dei media, come fu il caso delle decine di cani uccisi a Sciacca nel febbraio del 2018. Ma ci sono cronache ancora più spaventevoli che parlano di animali inermi che neppure tentano di sottrarsi all’infierire su di loro di umani furiosi, fino alla morte: la pur coraggiosissima abnegazione di tanti volontari non ce la fa a contrastare tutto questo.
E’ necessario riflettere su come questo genere di situazioni rappresenti il brodo di cultura di comportamenti desensibilizzati: se la quotidianità è marcata dall’indifferenza verso animali in evidente difficoltà e stato di bisogno, se la cultura intorno, a partire dalle istituzioni, lungi dallo stigmatizzare, autorizza abbandoni, maltrattamenti, ingiurie, tutto si ammanta di  normalità: sono di fatto rapporti di forza, prepotenza, violenza che, essendo tanto diffusi e non perseguiti,  vengono interiorizzati e sdoganati come accettabili. E’ ovviamente una dinamica che coinvolge solo parte della popolazione, a fronte dei molti che  condannano, e ai  cittadini (e soprattutto cittadine!) sensibili, di grandissima determinazione che lottano strenuamente contro questo stato di cose, pagando prezzi elevatissimi in termini di sofferenza psichica, e non solo. Ma, in una società civile, la strada non può essere quella di  contare solo sull’eventuale appello all’empatia personale per contrastare un assetto che, nei fatti anche se non nella teorizzazione,  sopporta e giustifica il male fatto a molti. E il male fatto agli animali è un problema enorme: la Sicilia, oggi sotto accusa per i fatti di Priollo, non ne detiene certo l’esclusiva, che anzi, a macchia di leopardo, investe tutte le parti d’Italia, ognuna con la propria specificità e con altre regioni (in primis Calabria, Sardegna, Puglia, Campania e non solo), dove il problema è enorme; ma è innegabile che la vastità del fenomeno la mette spesso sul banco degli imputati.
E’ in questa ottica che urge approvare leggi che sanzionino in modo adeguato i maltrattamenti a danno degli animali: finchè le pene resteranno blande, torturare un animale sarà interiorizzato se non come lecito, comunque tollerabile, da  derubricare nel nostro codice morale a crimine bagatellaro, perché di fatto tale è considerato  nelle leggi:  leggi indispensabili per stabilire delle norme che diventino col tempo anche morali. Contestualmente alla punizione, è basilare occuparsi della  prevenzione, che ha inizio dalla  sensibilizzazione della popolazione, a partire dalle fasce più giovani,  al rispetto per le altre forme senzienti, dalla costruzione progressiva di  una cultura in cui qualunque tipo di efferatezza nei confronti di un essere debole venga ripudiata, in cui la diffusa assenza di sentimenti di empatia verso la sofferenza corrisponda ad un allarme sociale, in cui la sensibilizzazione verso tutte le vite senzienti sia prioritaria in ogni progetto educativo. Discorso non facile, certo, soprattutto in una terra in cui i diritti umani sono spesso calpestati dalle organizzazioni criminali; ma non si può cedere alla tentazione del benaltrismo, che, nell’affermazione che c’è ben altro di cui occuparsi e preoccuparsi, finisce per trovare giustificazione all’immobilismo: se le violenze, le ingiustizie, le crudeltà, contro chiunque espresse, sono considerate  inevitabili o normali, il risultato non può che essere  l’assuefazione, matrice di passività e indifferenza;  la reazione è doverosa e non può limitarsi a rabbia, stigmatizzazione,  furore reattivo.
 Il cane Matteo giustizia non l’avrà mai: non esiste giustizia per lui, morto di una morte atroce senza nemmeno capire il perché, come succede ad ogni diseredato sulla faccia della terra, che strappa ogni giorno di vita con le unghie e coi denti perché la vita è l’unica cosa che possiede, per quanto umiliata e offesa. Il monumento in Park Lane, a Londra, dedicato ai milioni di animali coinvolti nella follia tutta umana della prima guerra mondiale, i monumenti a Roma e nei pressi di Catanzaro al cane Angelo randagio di Calabria torturato fino a morire  da quattro ragazzotti sfaccendati,   sono omaggi tutt’oggi rarissimi alle vittime animali della nostra violenza: non restituiscono loro neppure  un alito di vita: sono però un monito a guardare dentro di noi per prendere atto dell’abisso di crudeltà di cui siamo capaci, e che nei confronti dei più miserabili, che sono più di tutti gli altri i nonumani, esprime il peggio di sé. Il recente  sfregio alla statua di Angelo, a Roma, ci avverte che non è proprio il caso di peccare di ottimismo.

sabato 13 luglio 2019

Alcuni cacciatori uccidono anche senza sparare: abbandonata perché sorda una femmina di Bracco si lascia morire per il dolore


Sarebbe stato il dolore di essere stata abbandonata per quattro volte da diversi padroni, tutti cacciatori, a far morire una femmina di bracco italiano abbandonata nell’astigiano in un box. Si chiamava Fragolina ed era bellissima ma sorda per cui non adatta alla caccia per cui è stata abbandonata quattro volte in quattro anni da quattro padroni diversi. Giovane e sana, si sarebbe lasciata morire di tristezza dopo l’ultimo abbandono e dopo pochi mesi dall’arrivo nell’astigiano dal canavese, in una nuova casa. Laura Masutti, la responsabile della L.I.D.A. Ciriè-Valli di Lanzo che si occupa di tutela degli animali, aveva dovuto toglierla dalla prima disgraziata adozione per cercarle un’altra sistemazione quando era ancora piccola. Fino al triste epilogo dell’altro giorno, quando Fragolina – che già dopo i precedenti rifiuti si era mostrata prostrata pur senza problemi di salute – ha preferito la morte ad una vita senza affetti. Una volta essere riusciti a risalire all’ultima persona che aveva preso l’animale in casa, nell’astigiano, i volontari di L.I.D.A. hanno provveduto a telefonare alla persona che si era interessata alla cagnolina chiedendo se potesse tenere Fragolina fino a settembre in quanto non potevano momentaneamente assisterla direttamente, Ma qualche giorno fa, questa persona ha chiamato la L.I.D.A. per avvertire che la cagnolina era morta. Era stata trovata senza vita in un box. “Sono stati quattro i proprietari che praticano la caccia ad abbandonarla senza pietà – ha detto ai cronisti Laura Masutti – provocandole tali sofferenze da ucciderla. Per questo, soprattutto con questo tipo di cani, d’ora in poi faremo maggiore attenzione a non darli a cacciatori”.

mercoledì 30 maggio 2018

Lulù, l’unico “medico” che riesce a curare Carlo - Nicola Pinna

Carlo fa un gesto che a tutti sarebbe passato inosservato. Ma a Lulù, che scodinzola apparentemente con distrazione, quel segno con la mano non potrebbe sfuggire: è un ordine e lo esegue subito. Perché sa che Carlo in quel momento ha bisogno del suo aiuto e lei, un dolcissimo labrador dal pelo chiaro, non si tira mai indietro. Ha capito che dal suo affetto e dalla sua vicinanza dipendono i sorrisi di Carlo, costretto a fare i conti con le sofferenze causate da una malattia genetica. Una patologia rara che gli ha rubato l’udito fin da piccolo e che ora - a soli 12 anni - gli sta anche spegnendo la vista. Quello che a Carlo ha rubato la sindrome di Charge, almeno in parte lo sta restituendo Lulù. A iniziare da un nuovo entusiasmo, dalla voglia di reagire, dagli stimoli e dalle possibilità di comunicare e muoversi.  
In attesa che gli scienziati trovino una cura a questa malattia degenerativa, il Premio Nobel per la medicina forse bisognerebbe assegnarlo a Lulù. Un cane che a Pozzomaggiore (in provincia di Sassari) vive in simbiosi col suo migliore amico e che per lui ha adattato tutti i comportamenti. Il labrador che accompagna ogni momento della giornata di Carlo ha imparato la lingua dei segni e così si è creata una forma di comunicazione straordinaria. L’unica possibile, ma la più efficace. «Lulù ha fatto qualcosa davvero di straordinario e questa sua formidabile capacità di comunicare ha cambiato la vita di Carlo, gli offre stimoli continui - dice mamma Sonia - Tutte le mattine Carlo non si alza dal letto se a svegliarlo non è Lulù e lui, ancor prima di occuparsi di tutte le sue cose, si prende cura del cane. Prima prepara la colazione per lei, poi pensa alla sua». 
La sindrome di Charge purtroppo progredisce e il cane Lulù stravolge ancora i suoi comportamenti per stare sempre più vicino al suo amichetto tenace. Addestrato dagli esperti dell’Università di Sassari, riesce persino a capire come aiutare un bambino che oltre a non sentire ha anche difficoltà con la vista. Un esempio: quando si avvicina a Carlo si mette al suo fianco e non di fronte, sapendo da quale lato viene percepito l’unico raggio di luce nitida. «Prima di adottare un cane abbiamo rifletto a lungo. Il continuo viavai tra casa e l’ospedale ci sembrava che potesse essere un ostacolo. E invece Lulù ha cambiato la nostra vita: noi siamo tutti più sereni e Carlo vive meglio. È il più grande supporto possibile». 
Questa non è semplice pet-terapy, la storia di Carlo e Lulù racconta come il supporto del cane qualche volta possa essere quasi più prezioso delle cure mediche. «Adesso il nostro figlio a quattro zampe ci sta stupendo ancora di più - racconta ancora mamma Sonia - Esegue i comandi restando al lato sinistro e ha imparato a riconoscere gli ostacoli per guidare Carlo: se c’è un ostacolo verticale come può essere una porta si ferma in piedi, se c’è un ostacolo orizzontale, che sia un gradino o una buca sulla strada, lei si siede». E così Carlo potrà andare molto lontano, sempre accanto a Lulù, fino al giorno che arriverà una cura per la sua malattia.  

mercoledì 21 febbraio 2018

È morto Capitàn

Se avete un cane già lo sapete.
Purtroppo le persone passano. I cani invece restano.
Non vuole essere una frase cinica, al contrario. È la verità.
Colui che per primo disse che “il cane è il migliore amico dell’uomo” ci aveva visto giusto. Non a caso non ha detto che “l’uomo è il miglior amico dell’uomo”.
Gli animali, una volta che ci hanno scelti, non ci lasciano più. Il cane promette fedeltà a vita e non cambia idea, mai. Questa è la ragione per cui un cane abbandonato continuerà comunque, nonostante tutto, a cercare colui che l’ha lasciato ai margini della strada.
I cani vedono in noi una bellezza che spesso noi stessi fatichiamo a vedere.
La storia che vi raccontiamo ha fatto il giro del mondo.
Si svolge nel cimitero di Villa Carlos Paz, nella provincia di Còrdoba. Ma non è una storia che parla di morte, anzi. È una storia di amore e di fedeltà suprema.
È la storia di Capitàn, un cane che per oltre 10 anni non si è voluto allontanare dalla tomba del padrone.
Capitàn, incrocio di pastore tedesco, è morto lì, a, di fianco alle spoglie che aveva vegliato per tutti quegli anni.
Capitàn è stato subito definito l’“Hachiko dell'Argentina” perché la sua storia è molto simile a quella dell’Akita bianco giapponese, reso celebre anche dal film con Richard Gere, Hachiko, che ha commosso milioni di persone.
Capitàn fu trovato nel 2005 da Miguel Guzmàn che voleva regalarlo al figlio Damiàn. Purtroppo Miguel morì l’anno dopo e Capitàn scomparve misteriosamente. La moglie di Miguel e il figlio Damiàn erano convinti che fosse morto finché lo ritrovarono all’improvviso.
Durante una visita al cimitero si accorsero che Capitàn era rimasto a vegliare la tomba del suo amato padrone.
La vedova ha raccontato:
«Damiàn iniziò a urlare e il cane si avvicinò a noi, abbaiando come se stesse piangendo».
Fallito ogni tentativo di riportarlo a casa. Il cane non ne voleva sapere di muoversi.
E per oltre dieci anni è rimasto lì, giorno dopo giorno, a vegliare il suo amico umano.
Il cane trascorreva la giornata gironzolando per il cimitero ma la sera tornava sempre a dormire sulla tomba del suo padrone.
La donna che lo ha sfamato per tutti questi anni al cimitero ha dichiarato:
«Gli mancava soltanto la parola, era dolcissimo».
La speranza è che ora che non c’è più Capitàn possa essere sepolto vicino al suo amico Miguel che non ha mai abbandonato per tutti questi anni.
Gli mancava la parola, certo.
Ma i cani sono la prova inconfutabile che il più delle volte le parole non servono poi molto.
Capitàn, con la sua dolcezza, ha mostrato davvero che cosa significhi amare.


mercoledì 20 settembre 2017

accanto all'amico morto





Ha vegliato per ore il suo amico morto: l'incredibile storia è di questa mattina quando un cane è stato investito sulla via Tuscolana e il suo inseparabile amico è rimasto a vegliarlo. A notare quanto stava accadendo è stata una pattuglia dei vigili urbani. L'investimento è avvenuto infatti proprio in mezzo alla carreggiata. I pendolari hanno pazientemente rallentato. In tanti, commossi dalla scena.