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venerdì 1 maggio 2026

Lula, Cina e schiavismo: il caso Byd scuote il Brasile - Paolo Laforgia

Il governo brasiliano ha rimosso il capo dell’ispettorato del lavoro, Luiz Felipe Brandão de Mello, pochi giorni dopo l’inserimento della casa automobilistica cinese Byd nel registro pubblico dei datori di lavoro coinvolti in pratiche assimilabili al lavoro schiavo.

La decisione ha aperto un caso politico che investe direttamente il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, perché tocca uno dei terreni su cui ha costruito la propria identità pubblica: la difesa dei lavoratori. Secondo Reuters, la rimozione è stata formalizzata il 13 aprile, dopo lo scontro interno sulla presenza di Byd nella cosiddetta “lista suja”, la lista nera del lavoro schiavo.

Il caso nasce a Camaçari, nello stato di Bahia, dove Byd sta costruendo un grande impianto destinato a rafforzare la sua presenza nel principale mercato latinoamericano dell’auto elettrica.

Alla fine del 2024, un’ispezione ha trovato nel cantiere 163 lavoratori cinesi in condizioni che le autorità brasiliane hanno definito analoghe alla schiavitù: passaporti trattenuti, alloggi degradanti, giornate di lavoro estenuanti, pochissimi riposi e vincoli economici che rendevano difficile lasciare il posto.

I lavoratori dovevano anche inviare gran parte del salario in Cina e versare un deposito rimborsabile, un meccanismo che rafforzava la loro dipendenza.

Byd ha respinto la responsabilità diretta, attribuendo le violazioni al subappaltatore incaricato dei lavori e sostenendo di non essere stata a conoscenza degli abusi fino alla loro emersione pubblica. Ma in Brasile il punto non è solo chi firmava i contratti.

Il nodo è anche la responsabilità lungo la filiera e il controllo effettivo sulle condizioni di lavoro dentro un grande cantiere industriale. Proprio per questo l’inserimento nella lista nera ha un peso che va oltre il danno reputazionale: può limitare l’accesso a determinati prestiti bancari e rendere meno appetibile un’impresa agli occhi degli investitori.

Il 7 aprile il ministero del Lavoro ha aggiornato il registro includendo 169 nuovi datori di lavoro, tra cui Byd. L’aggiornamento è stato confermato anche da Agência Brasil, che ha dato conto dell’inserimento del gruppo cinese nella lista.

Ma il giorno successivo, l’8 aprile, un tribunale del lavoro ha sospeso in via provvisoria l’iscrizione di Byd, accogliendo la richiesta dell’azienda in attesa di una decisione più approfondita sulla sua responsabilità rispetto agli abusi commessi dal subappaltatore. La sospensione è dunque temporanea e non equivale a una piena assoluzione nel merito.

Pochi giorni dopo è arrivata la rimozione di Brandão de Mello. Il dirigente sarebbe stato licenziato dopo aver ignorato un ordine del ministro del Lavoro Luiz Marinho di lasciare Byd fuori dal registro. Il ministro ha negato di aver favorito aziende e ha definito la sostituzione un normale avvicendamento amministrativo.

L’associazione nazionale degli ispettori del lavoro ha però parlato di ingerenza politica e di ritorsione istituzionale, sostenendo che una decisione tecnica di politica pubblica è stata piegata a un interesse politico.

Per il governo Lula, la vicenda è particolarmente scomoda. Lula non ha costruito la propria traiettoria politica solo parlando di lavoro: è stato operaio metalmeccanico, leader sindacale, fondatore del Partito dei lavoratori (Pt) e protagonista delle grandi mobilitazioni operaie contro la dittatura.

Vedere il suo governo accusato di aver ammorbidito il trattamento riservato a una multinazionale coinvolta in un caso di sfruttamento estremo produce un cortocircuito politico evidente. Non si tratta solo di una crisi d’immagine. Si tratta della distanza tra il profilo storico di un presidente nato nelle lotte operaie e la gestione concreta di un conflitto tra diritti del lavoro e interessi industriali.

Sul fondo pesa la nuova centralità economica della Cina in Brasile. Reuters ha scritto che nel 2024 gli investimenti diretti cinesi nel paese sono raddoppiati a 4,2 miliardi di dollari su 39 progetti, facendo del Brasile il terzo destinatario mondiale di capitali cinesi.

In questo quadro Byd non è un attore marginale, ma uno dei simboli dell’espansione cinese nei consumi e nella manifattura “verde”, mentre i marchi cinesi controllano ormai la gran parte del mercato brasiliano dei veicoli elettrici.

È proprio questa centralità a rendere il caso ancora più delicato: quando in gioco ci sono fabbriche, investimenti e relazioni strategiche, la tentazione di abbassare il livello del controllo sul lavoro diventa più forte.

La vicenda di Bahia mostra così una contraddizione più ampia. La transizione industriale e tecnologica viene raccontata come sinonimo di modernizzazione, innovazione e crescita.

Ma nei cantieri e nelle filiere che alimentano questa trasformazione possono riapparire forme brutali di subordinazione del lavoro, rese meno visibili proprio dal prestigio politico ed economico dei soggetti coinvolti.

Auto elettriche, grandi investimenti e narrativa della transizione non cancellano il punto essenziale: anche l’industria del futuro può poggiare su rapporti di lavoro degradanti, se i controlli vengono aggirati o svuotati.

Il caso Byd non appare nemmeno come un episodio isolato. Reuters ricorda che Marinho era già stato contestato per essersi mosso in passato per impedire l’inserimento di altre grandi imprese nel registro, tra cui una divisione del gruppo Jbs, e che la legittimità di quelle interferenze è stata contestata davanti alla Corte suprema.

La domanda che resta aperta è dunque più larga del singolo licenziamento: chi decide se la tutela del lavoro è un principio da applicare anche contro aziende potenti, oppure una variabile da adattare alle convenienze economiche e diplomatiche del momento.

In Brasile, per ora, il segnale arrivato dagli uffici pubblici è netto. A finire sotto pressione non è stata soltanto l’azienda accusata di aver beneficiato di condizioni di lavoro assimilabili alla schiavitù. È stato anche il funzionario che aveva applicato uno degli strumenti più importanti di trasparenza e contrasto disponibili nel paese.

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martedì 7 aprile 2026

Morti sul lavoro e per fame: le guerre feriali che troppo spesso passano inosservate - Mauro Armanino

Mamour Mbow Pape, operaio senegalese di 22 anni, è morto sul lavoro a Caselle di Selvazzano, nella cintura industriale di Padova. Studente lavoratore da circa due anni in una ditta specializzata nella lavorazione della lamiera metallica.

Moustafa è cresciuto assieme a lui a Rufisque, principale porto del Senegal prima che si creasse quello di Dakar. L’amico racconta che Mamour era un “ragazzo d’oro, tutto casa, lavoro e studio, Amava la lingua italiana e voleva impararla al meglio e il prima possibile così da conquistare una propria autonomia”. Invece sappiamo che non è andata così. La guerra del lavoro, una guerra feriale che uccide nel nostre Paese in media tre persone al giorno, scivola inosservata dopo qualche effimera parola di rammarico e di circostanza.

L’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel suo rapporto, stima che quasi tre milioni di lavoratori muoiono ogni anno a causa di infortuni e malattie professionali. La maggior parte dei decessi, secondo l’analisi, deriva da malattie professionali e gli incidenti sul lavoro rappresentano 330.000 decessi.

Tornano nelle cronache quotidiane le stesse espressioni. Precipita dal tetto di un capannone nel Barese, muore operaio 30enne. Siamo nella zona industriale di Modugno dove la vittima stava lavorando sul terrazzo di un capannone industriale, prima di una caduta di 6 metri. Lascia la moglie e il figlio piccolo, commenta l’articolo del giornale.

Un operaio di 39 anni questa mattina è rimasto vittima di un incidente sul lavoro a San Francesco al Campo, nel Torinese, ricorda la nota. Stando a quanto ricostruito la vittima si trovava sul luogo di lavoro per opere di potatura insieme a un collega. Quest’ultimo si trovava sull’albero, imbragato, intento a compiere la potatura con motosega, quando un ramo si sarebbe spezzato colpendo alla testa il compagno di lavoro che si trovava ai piedi dell’albero.

Un operaio di 24 anni ha perso la vita in un incidente sul lavoro avvenuto nella tarda mattinata a Nocera Inferiore (Salerno), segnala un altro titolo. La vittima era originaria di Sarno e lavorava in un’officina che si occupa della riparazione di camion. Secondo una prima ricostruzione il giovane si trovava tra due mezzi che erano in riparazione quando una terza motrice avrebbe urtato uno dei due mezzi fermi, spingendolo sulla vittima. L’impatto non ha lasciato scampo all’operaio. Morti feriali la cui lista sparisce in fretta dai notiziari quotidiani per la vergogna.

C’è poi l’altra guerra feriale, implacabile, silenziosa, invisibile perché riguarda solo i poveri. Ogni giorno, secondo Action Aid International Italia, circa 24mila persone muoiono a causa della fame o per malattie collegate alla malnutrizione. Oltre 773 milioni di persone soffrono la fame. L’impatto sui bambini, i quali rappresentano i tre quarti delle vittime sotto i cinque anni, è incalcolabile. Per l’organizzazione Save the Children il 2025 è stato un anno devastante per milioni di bambini, intrappolati nelle guerre. Oltre 60 milioni di loro soffrono la fame, dichiara la direttrice generale dell’Ong, mentre 11 milioni sono al limite della sopravvivenza.

Quasi la metà dei decessi infantili, circa 2,5 milioni l’anno, è riconducibile alla malnutrizione. La causa principale sono i conflitti armati, l’instabilità politica e il sistema economico in relazione anche alla gestione delle filiere alimentari. Le situazioni estreme si concentrano in Africa subsahariana e nell’Asia meridionale. Sappiamo per esperienza che in ogni bambino si potrebbe nascondere un messia, un profeta, un re o una regina come quella di Saba con le sue ricchezze.

Ousmene Diene, presidente dell’associazione dei senegalesi di Padova, dopo un breve incontro col padre di Mamour Mbow Pape, afferma: “Ci siamo solo abbracciati piangendo a vicenda perché il dolore che si prova in questi momenti è devastante. Lui ha lavorato col figlio per sei mesi e per questo non riesce a darsi pace. Io sono arrivato con il padre in Italia e non è possibile morire così”. Quanto a Mor Mbow, padre dell’unico figlio morto in fabbrica, commenta il suo decesso così: “Allah mi ha dato la fortuna di poterlo vivere, ma ora se l’è ripreso”. Antiche parole di una saggezza, anch’essa, feriale.

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martedì 20 gennaio 2026

Lavori su piattaforma: dai rider del cibo ai tasker per i mobili, come vivono i 690mila ostaggi dell’algoritmo - Roberto Rotunno

 

“Lavori tutto il giorno per strada e vedi gente che cade come un soffio di vento, la notte vedi di tutto di più”. Chi parla è un rider che ha raccontato la sua esperienza a due ricercatori dell’Inapp, Massimo De Minicis e Francesca della Ratta-Rinaldi, nell’ambito di un’indagine sul lavoro su piattaforma. Il risultato del report parla di un modello che continua a sacrificare i diritti dei lavoratori attraverso i sistemi automatizzati, gli algoritmi, che disumanizzano i rapporti, minano la cooperazione e incentivano la competizione orizzontale. In Italia sono 690mila le persone che guadagnano tramite piattaforme; non solo fattorini del food delivery, ma anche collaboratori domestici, montatori di mobili Ikea (i cosiddetti “tasker”), traduttori, informatici. Sempre più numerosi i mestieri coinvolti e sempre maggiore il numero di persone che con queste attività ci vive.

Il report dei due studiosi, presentato stamattina dall’Istituto per l’analisi delle politiche pubbliche, contiene dati e storie. Da queste emerge come soprattutto i rider continuino a essere esposti alla logica dell’algoritmo, un capo-reparto che non è una persona umana, ma un sistema automatizzato che ordina e valuta. “Per controllare l’algoritmo – ha detto un rider freelance e studente – l’unico modo è che accetti qualsiasi corsa che arriva, se lo fai ti arriva una corsa appresso all’altra e non hai nemmeno il tempo di andare al bagno”. La necessità di aumentare il numero di corse ti spinge a correre di più: “Più sei veloce più consegne fai, perché te le assegnano, sono pagato a ore e il numero di consegne è relativo, l’azienda per farti fare più consegne mette il bonus e dice che se arrivi tra i primi 100 prendi 100 euro in più e ti mette il sale e ti fa correre; da una parte è buono e dall’altra no perché sei in mezzo al traffico”.

Queste dinamiche creano un “senso di isolamento nei rider, privati di quella dimensione di scambio e connessione umana”, dicono i ricercatori. “I meccanismi di valutazione adottati dalle piattaforme – spiega il report – sembrano favorire competizione e individualismo, ostacolando la creazione di un senso di comunità e di solidarietà, e inibendo l’attenzione ai diritti dei lavoratori”. Connesso al tema della rapidità, c’è quello della sicurezza: “Per i rider – sottolineano i ricercatori – sono importanti soprattutto la velocità e il numero di consegne completate, che massimizzano i profitti e che però si traducono in una costante ricerca di efficienza, che potrebbe andare anche a discapito della sicurezza, considerati il traffico e i contesti urbani in cui operano, come ha dimostrato da ultimo anche la recente discussione sugli incentivi ai rider nell’afoso luglio 2025”. Come ha aggiunto un altro rider, “la strada non è un velodromo”

Tornando ai numeri, 274mila persone dicono che quella su piattaforma è l’attività principale. I rider che portano pasti sono il 36% dei lavoratori su piattaforma; un altro 34,9% svolge “compiti a casa” come traduzioni o sviluppo di programmi informatici. Un 14% consegna pacchi e un 9,2% svolge pulizie domestiche o riparazioni. Il 41,8% dei fattorini definisce essenziale il reddito tramite app. Nel lavoro su piattaforma non esiste problema di incrocio tra domanda e offerta, non ci sono aziende che lamentano carenza di manodopera. Questo incontro è spesso molto semplice, a volte basta iscriversi alla piattaforma; chi ha bisogno di lavorare si avvicina a questo mondo per l’accessibilità, pur sapendo che è caratterizzato da precarietà e incertezza.

La flessibilità è un concetto relativo, perché gli algoritmi premiano i più disponibili. Non tutti ne sono influenzati allo stesso modo: i tasker (che montano mobili Ikea) e i traduttori freelance trovano l’algoritmo poco invasivo perché “interviene principalmente nella fase di acquisizione clienti, influenzando soltanto la visibilità e il posizionamento nei motori di ricerca”. Per rider e autisti Uber, invece, si fa sentire “il peso dell’algoritmo nella gestione del ritmo e della velocità del lavoro, in un modo, fra l’altro, percepito come poco trasparente”. A proposito di trasparenza, l’altro ieri il Tribunale di Palermo – decidendo su una causa avviata dalla Filcams Cgil – ha ribadito che Glovo è tenuta a comunicare ai lavoratori i fattori di valutazione, dichiarando antisindacale il rifiuto.

Il report ribadisce l’importanza di introdurre nuove regole nel lavoro su piattaforma, riconoscendo diritti come la retribuzione trasparente, la condivisione del tempi necessari a svolgere ogni singolo compito, il diritto alle ferie, la maternità e la malattia. Tutti strumenti negati da un sistema che tende a inquadrare gli addetti come finti lavori autonomi, pagati a chiamata. “Questo report – ha spiegato il presidente Inapp Natale Forlani – non si limita a fotografare il fenomeno e la diffusione delle piattaforme nel mercato del lavoro ma invita i decisori politici a sviluppare nuovi strumenti”. Entro dicembre gli Stati Ue dovranno recepire la direttiva, che però non porta obblighi particolarmente stringenti. Il governo Meloni, a differenza del Conte Due, non ha mai affrontato il tema del lavoro su piattaforma. Un fenomeno che, pur in ascesa, è sparito dai radar del dibattito politico.

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martedì 30 dicembre 2025

La neurodiversità è una ricchezza, non un limite. Così le imprese devono accogliere i lavoratori con autismo

di Giuseppe Leocata – medico del lavoro, esperto in disabilità e lavoro

La neurodiversità è una ricchezza, non un limite. Così come la biodiversità garantisce la stabilità di un ecosistema, la diversità nei modi di pensare, di agire e di percepire il mondo può rendere più forti e resilienti le società e le organizzazioni. Riconoscere e valorizzare i lavoratori “neurodivergenti” – in particolare quelli con disturbo dello spettro autistico – significa costruire ambienti di lavoro più sani, accoglienti e produttivi per tutti.

Il punto di partenza è il superamento del concetto tradizionale di disabilità. Non si tratta solo di una condizione individuale, ma del risultato dell’interazione tra una caratteristica personale e le barriere sociali e ambientali che ne ostacolano la piena partecipazione. In questo senso, è la società che deve adattarsi alla diversità, non il contrario.

Lavoro mirato e ruolo delle aziende

Ogni persona autistica è unica. Le loro caratteristiche possono riguardare difficoltà nella comunicazione sociale e l’interazione sociale, interessi e comportamenti ristretti e ripetitivi, difficoltà nella gestione dei cambiamenti, la diversa reattività a stimoli sensoriali e/o la difficoltà nella coordinazione motoria. Ma non esiste “un tipo” di autismo: le differenze tra due persone autistiche possono essere maggiori di quelle tra una persona autistica e una cosiddetta “neurotipica”. Accanto alle fragilità anche nel luogo di lavoro, ci possono essere pure dei punti di forza: puntualità e frequenza, precisione nello svolgere i compiti, attenzione per i dettagli, buona memoria e, talvolta, loro propositività.

Per l’inserimento lavorativo è previsto l’avviamento mirato ai sensi della Legge 68/99, che richiede una valutazione clinico-funzionale e la redazione di una relazione sulle “potenziali capacità lavorative”. Ma la vera sfida arriva dopo, nel momento in cui il lavoratore entra in azienda. L’inserimento non può ridursi a un adempimento burocratico: serve un dialogo reale tra persona e organizzazione. Le imprese devono essere coinvolte sin dall’inizio, chiarendo le proprie esigenze e valorizzando le competenze che il lavoratore può offrire. Solo così si può passare da un’ottica di “obbligo” a una di opportunità reciproca.

Adattare i luoghi e i ritmi

Per i lavoratori con autismo, l’ambiente fisico e organizzativo può fare la differenza. Necessitano ambienti confortevoli, calmi, con pochi elementi di disturbo, arredamenti sobri, numero ridotto di oggetti ‘a vista’ intorno a loro, poco rumorosi e senza odori particolari; luci non aggressive; segnali di allarme ‘non disturbanti’; spazi non ridotti e non troppe persone intorno a loro né in transito; i trasporti per raggiungere il posto di lavoro dovrebbero essere di facile fruibilità. Dal punto di vista organizzativo sono opportuni: orari flessibili e pause in luoghi tranquilli; comunicazioni chiare, istruzioni semplici e tempi rispettosi delle modalità di elaborazione individuali. Anche piccoli accorgimenti – come l’uso di agende visive o la possibilità di anticipare i cambiamenti di routine – possono ridurre ansia e stress.

 

La normativa europea sulla sicurezza (direttiva 89/391/CEE) impone al datore di lavoro pubblico e privato di adattare il lavoro alla persona, mettendo in atto le misure di protezione particolari per i gruppi di lavoratori più vulnerabili, quelli che potrebbero essere esposti a rischi maggiori nello svolgimento di un compito a causa di fattori specifici. L’obiettivo non è solo prevenire i rischi, ma creare condizioni di benessere per tutti i lavoratori e valorizzazione delle competenze anche dei ‘neurodiversi’.

Gli “accomodamenti ragionevoli” previsti dalla Direttiva 2000/78/CE e dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità non sono un costo, ma un investimento: permettono di trattenere i talenti e migliorare il clima aziendale. La loro attuazione deve essere proporzionata, ma non può essere elusa.

Il ruolo del Disability Manager

Nelle imprese pubbliche e private, la figura del Disability Manager – prevista dal D.Lgs. 151/2015 – è fondamentale. È il punto di raccordo tra lavoratore con disabilità, le diverse figure aziendali e gli enti esterni che si occupano di disabilità e la sua attività è rivolta a conseguire i livelli più elevati raggiungibili in termini di igiene e sicurezza del lavoro e di benessere complessivo dei singoli e della stessa organizzazione, collaborando alla progettazione e attuazione di soluzioni personalizzate, intervenendo sia sugli aspetti strutturali del luogo di lavoro sia sugli aspetti organizzativi.

Accogliere la neurodiversità significa ripensare il rapporto tra persona e lavoro. In una società sempre più multietnica, multilingue, multiculturale, anche più longeva e che può presentare tipologie diverse di disabilità, le aziende sono sempre più lo specchio di queste pluralità. Le teorie organizzative aziendali si orientano, quindi, sempre più al Diversity e al Disability Management, ossia alla gestione di tutte le forme di diversità quali le differenze di genere, età, provenienza geografica, abilità fisica-sensoriale-psichica che, se affrontate in modo consapevole e costruttivo, possono diventare leve strategiche per il bene dell’azienda e del benessere di chi vi contribuisce con il lavoro quotidiano.

Gestire la diversità non è solo una questione etica, ma di innovazione e sostenibilità. Un ambiente di lavoro che sa riconoscere e valorizzare la pluralità delle menti è un ambiente più equo, più produttivo e – semplicemente – più umano per tutti.

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mercoledì 19 novembre 2025

Fuga dall’Italia: nel 2024 gli italiani espatriati sono cresciuti del 38% rispetto all’anno prima. Esodo di laureati dal Mezzogiorno

Gli italiani residenti all’estero sono oltre 6,4 milioni, un dato in "costante crescita", tanto che oggi il numero degli italiani oltre confine supera di un milione quello degli stranieri in Italia

Gli italiani continuano ad emigrare, e lo fanno sempre di più, alla ricerca di un lavoro stabile, che sia inserito in un contesto meritocratico, con prospettive di crescita e servizi adeguati. Il 2024 segna un aumento del 38% di partenze rispetto all’anno precedente: un dato che certifica il superamento della pandemia e della Brexit, con la piena ripresa della mobilità. È quanto emerge dal Rapporto Italiani nel Mondo 2025 della Fondazione Migrantes, presentato oggi a Roma: da gennaio a dicembre 2024 si sono iscritti all’Anagrafe italiani residenti all’estero (Aire) per la sola motivazione “espatrio” 123.376 cittadini italiani e rispetto al 2023 i dati segnano in valore assoluto “34mila partenze in più”. L’aumento riguarda prevalentemente i giovani e i giovani adulti. In particolare, nella classe di età 18-34 anni si rileva un +47,9% rispetto all’anno precedente a cui unire il +38,5% della classe immediatamente successiva (35-49 anni). La componente dei giovani e dei giovani adulti, quindi, nell’insieme raggiunge il 72,2% del totale delle iscrizioni per espatrio avvenute lungo il corso del 2024 (era il 68,8% l’anno precedente) ed è sempre più interprete indiscussa dell’attuale esperienza migratoria dall’Italia. Le partenze giovanili crescono soprattutto per motivi di lavoro e opportunità professionali, ma anche per aiutare familiari già all’estero (es. nonni-babysitter). In ogni caso, l’attuale mobilità italiana, pur rivolgendo lo sguardo al mondo intero e pur avendo destinazioni privilegiate che si orientano verso nuovi contesti professionali emergenti (si veda l’Oriente, con Singapore, gli Emirati Arabi, ma anche la Scandinavia) preferisce sempre di più l’Europa. Il 73,7% di chi si è iscritto all’Aire per espatrio da gennaio a dicembre 2024 è andato in Europa (quasi 91 mila italiani). Sono 23.300 circa coloro che, invece, sono espatriati in America (18,9% del totale) di cui 15 mila nell’America latina. Per molti, l’espatrio è una reazione alla frustrazione e all’esclusione sociale, e sta diventando sempre più definitivo.

 

Sono più gli italiani all’estero che gli stranieri in Italia – Negli ultimi vent’anni, la mobilità internazionale italiana è diventata strutturale, non più episodica: dal 2006 le iscrizioni all’AIRE sono più che raddoppiate (+106%). Il fenomeno coinvolge categorie sempre più varie per età, formazione e professione, con una crescente presenza femminile (48,3% del totale). Nel 2025 gli italiani residenti all’estero sono oltre 6,4 milioni, un dato in “costante crescita”, tanto che oggi il numero degli italiani oltre confine supera di un milione quello degli stranieri in Italia. Oggi un italiano su dieci vive fuori dai confini nazionali, soprattutto in Europa (54%) e America (41%). Anche la mobilità interna vede un forte spostamento dal Sud al Centro-Nord, con perdita di giovani qualificati. Il 45% dei residenti all’estero proviene dal Sud Italia, in particolare Sicilia (844 mila), poi ci sono Lombardia (690 mila) e Veneto (614 mila). Viene registrato in Europa il 53,8% degli italiani all’estero (oltre 3,4 milioni), mentre in America il 41,1% (soprattutto Sud America, con Argentina 990 mila e Germania 849 mila come comunità più grandi). Nel 2024 le mete più scelte sono state Germania (16.988), Regno Unito (15.471), Spagna (12.448), Svizzera (12.448), Francia (9.444). Guardando alle principali province di partenza ci sono Milano, Napoli, Torino, Roma, Treviso, Palermo e Brescia. Quasi 2,9 milioni (45,1%) di iscrizioni danno come luogo di origine il Meridione di Italia (978 mila circa nelle Isole, 15,2%). Oltre 2,5 milioni (39,2%) riguardano, invece, il Nord Italia e un milione il Centro (15,7%). La Sicilia si conferma la regione con la comunità di residenti all’estero più numerosa (844 mila), seguita da Lombardia (690 mila) e Veneto (614 mila).

 

Dove vanno i laureati – Dal 2014 al 2024, in media, su 5 giovani di 20-34 anni emigrati dal Mezzogiorno al Centro-Nord, circa due erano in possesso della laurea al momento del trasferimento (43,0%), altri due del diploma di scuola secondaria superiore (42,5%) e meno di uno su 5 (14,5%) possedeva la licenza media. Le partenze di questi ultimi dal 2014 al 2024 sono diminuite del 65%, mentre i trasferimenti verso il Centro-Nord dei laureati sono aumentati di oltre il 50%. Al saldo migratorio negativo dei giovani italiani di 20-34 anni del decennio ha quindi contribuito fortemente il saldo migratorio negativo dei più qualificati: -180 mila per i laureati e -154 mila per i giovani in possesso di diploma (contro un saldo migratorio negativo, ma decisamente più contenuto, dei giovani in possesso di licenza media, -40 mila). La perdita di giovani laureati nel periodo 2014-2024 riguarda tutte le regioni del Mezzogiorno. La Campania, con un saldo migratorio interregionale per i giovani laureati pari a -65 mila, ha registrato la perdita netta più elevata, seguita dalla Sicilia (-56 mila). All’opposto, tutte le regioni del Centro-Nord hanno sperimentato, nello stesso periodo, un guadagno netto di giovani qualificati. Per Lombardia ed Emilia-Romagna, il guadagno è stato pari a, rispettivamente, 111 mila e 54 mila giovani laureati. Nel periodo 2014-2024 i cittadini italiani che si sono trasferiti dal Mezzogiorno al Centro-Nord sono stati, nel complesso, circa 1,1 milioni di cittadini, mentre solo 587 mila hanno fatto il percorso inverso. Il saldo negativo per il Sud è di -511 mila persone, in gran parte giovani (20-34 anni) e laureati. Il Mezzogiorno ha perso 373 mila giovani, di cui 180mila laureati. I maggiori saldi negativi sono in Campania (-65 mila) e Sicilia (-56 mila); le regioni che guadagnano più laureati sono Lombardia (+111 mila) ed Emilia-Romagna (+54 mila).

Rilevante anche la quota di persone tra i 35 e i 49 anni, pari al 21,8%, mentre la percentuale di cittadini al di sotto dei 20 anni che, verosimilmente, nella maggior parte dei casi, si sposta con la famiglia, è pari al 13,4%. Gli spostamenti dal Mezzogiorno al Centro-Nord, coinvolgendo in larga parte la popolazione più giovane, sembrerebbero quindi maggiormente connessi a necessità di tipo formativo o lavorativo, mentre molti dei trasferimenti lungo la traiettoria opposta, riguardando quote più elevate di popolazione oltre i 35 anni, potrebbero verosimilmente configurarsi come migrazioni di ritorno dopo un periodo, variabile, trascorso nel Centro-Nord.

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lunedì 9 giugno 2025

Il problema non è fare meno figli ma mandare via i pochi che facciamo - Ferdinando Boero

 

Credo che sia una buona notizia che le italiane non facciano più così tanti figli come un tempo. Mentre è una pessima notizia che i figli se ne vadano perché trovano solo lavori sottopagati

 

Ho già scritto sulla demografia del nostro paese, ma si continua a parlarne e quindi riprendo l’argomento. Il ragionamento dominante è: la bomba demografica esiste, ma da noi c’è l’inverno demografico. Dobbiamo fare come gli altri, oppure ci estingueremo.

La popolazione italiana è cresciuta costantemente dal 1951 fino al 2014, raggiungendo un picco di circa 60,3 milioni. A partire dal 2015 si è osservata una diminuzione della popolazione residente, dovuta a un saldo naturale negativo (più decessi che nascite) non completamente compensato dall’immigrazione. L’Italia rimane uno dei paesi più popolosi dell’Unione Europea, ma molti esprimono preoccupazione per l’invecchiamento della popolazione e la bassa natalità.

Quale è il numero ottimale di abitanti nel nostro paese? In ecologia esiste il concetto di capacità portante: il numero massimo di individui che un ecosistema è in grado di sostenere. Raggiunta la capacità portante, la popolazione smette di crescere. Le tecnologie ci permettono di innalzare l’asticella della capacità portante, ma non di rimuoverla. Nessuna specie può crescere all’infinito. Per ridurre il costante aumento numerico e raggiungere l’equilibrio tra il numero di individui e le risorse disponibili bisogna smettere di crescere e, per questo, ci sono vari modi: il primo è di fare meno figli, oppure questi possono morire prematuramente con carestie, malattie, e guerre.

 

Le tecnologie ci permettono di prolungare la vita alleviando carestie e malattie. Se si adotta il sistema di fare meno figli, e si vive più a lungo, ci sarà un periodo in cui gli anziani sono più dei giovani. Quando il surplus di anziani morirà, si riequilibreranno i rapporti tra classi d’età.

C’è un’altra variabile che viene tenuta separata dall’inverno demografico così drammaticamente denunciato: molti dei pochi giovani vanno via perché il paese non ha molto da offrire, soprattutto a chi ha istruzione elevata. Il problema si risolverebbe se facessimo più figli? O aumenterebbero quelli che se ne vanno? La cosa più preoccupante non è che facciamo meno figli ma che espelliamo i pochi che facciamo. La soluzione non è incentivare le nascite, ma valorizzare chi è nato, e l’investimento nella sua formazione. Credo che sia una buona notizia che le italiane non facciano più così tanti figli come un tempo. Mentre è una pessima notizia che i figli se ne vadano perché trovano solo lavori precari e sottopagati, spesso con mansioni non corrispondenti al livello di formazione conseguito. Se gli altri paesi li prendono, significa che il valore esiste, e noi ce lo facciamo scappare: un’emorragia demografica e sapienziale.

Ho già scritto queste cose diverse volte, ma le ripeto perché continuo a sentire preoccupazione per la denatalità e la emigrazione giovanile, ma non sento proposte per affrontare questi due fenomeni assieme, quasi fossero scollegati. La denatalità è socialmente spiegabile con il costante miglioramento della formazione delle donne. Più sono istruite e si realizzano nel lavoro, e meno figli fanno. Vogliono che i loro figli si laureino e si realizzino professionalmente e socialmente. Se questo non avviene… se ne vanno, e fanno ancor meno figli.

L’aumento dell’efficienza delle tecnologie, inclusa l’intelligenza artificiale, rende sempre meno necessaria la forza lavoro. Al posto nostro lavorano le macchine. Ma come la mettiamo in quanto a reddito? Chi non lavora non riceve stipendio e, ovviamente, non fa figli, se ha un minimo di senso di responsabilità. La povertà non è un buon anticoncezionale, se il livello di formazione della popolazione, soprattutto femminile, è basso. Ma da noi le cose stanno diversamente.

 

Che vogliamo fare? E poi sembra che il fatto che si viva più a lungo sia una cattiva notizia. Da una parte ci dicono che la sovrappopolazione è un problema ma poi, se rallentiamo la crescita e tendiamo verso un riequilibrio, ci dicono che non va bene.

La capacità portante non è solo questione di cibo, ma anche di vile denaro. Le tecnologie tolgono opportunità lavorative: non abbiamo bisogno di tutta questa manodopera. Nei campi in cui ne abbiamo bisogno (prima di tutto l’agricoltura) gli stipendi sono bassissimi e si usano gli extracomunitari come schiavi. Meglio se clandestini, così sono ricattabili. Forse si dovrebbero unire i puntini e mettere assieme le variabili, in modo da pianificare interventi che bilancino eventuali squilibri. Per me la prima priorità è il lavoro ai giovani, con un giusto riconoscimento per i livelli di istruzione conseguiti. Invece continuo a leggere interventi che ci dicono di fare più figli, imitando i paesi sottosviluppati.

Ripeto la domanda: ma davvero pensiamo che se facessimo più figli diminuirebbe il numero di giovani che fuggono all’estero? Non viene il dubbio che aumenterebbe? Per trovare soluzioni a un problema bisogna definirne bene i termini, e le interazioni che li collegano. Invece li stiamo trattando uno alla volta, come se fossero indipendenti gli uni dagli altri. Oppure la logica è un’altra: si confida nella guerra come mezzo di riequilibrio, e si incentivano le nascite per incrementare il numero di soldati che, tanto, non diventeranno vecchi. Così sarà risolta la questione delle pensioni. Chi non andrà soldato troverà impiego nell’industria delle armi. E nella produzione di zainetti per sopravvivere 72 ore. Per il cibo basteranno le razioni K.

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giovedì 5 giugno 2025

Il Bovaro dell’Arkansas e il Duomo -Miguel Martinez

Una discussione tra i commenti sul blog, sul tema “overtourism“.

Peucezio, di Milano, scrive:

“Cioè, ragazzi, ma ci rendiamo conto che fino a non moltissimi anni fa io entravo in Duomo con la stessa disinvoltura con cui entravo nella Galleria Vittorio Emanuele, potevo girarmelo come volevo, concentrarmi su un particolare, dirmi una preghiera…
Oggi devo fare la fila e pagare per visitarlo e devo fare una fila più piccola per andare a pregare, ma posso pregare solo in un’area limitata?
Io che vivo a Milano da mezzo secolo tondo.
E questo perché dei coglioni di americani e altra gente varia vengono in massa a rompere i coglioni.”

Gli risponde Roberto:

“per me la gente colta e sensibile non ha nessun merito né diritto in più del bovaro dell’Arkansas o di dove vuoi tu”

Sono due posizioni che abbiamo sentito molto volte. Inoppugnabili all’apparenza, ma mancano alcune premesse fondamentali.

Uno, non stiamo parlando dello stesso diritto.

Il Duomo di Milano esiste, perché ha avuto una funzione. Spazio sacro e civico, di una comunità sotto Dio. E ovviamente anche autocelebrazione un po’ vanitosa della Comunità stessa, che investiva nella Casa (domus) Comune un’energia che non dedicava nemmeno lontanamente ai palazzi privati.

Queste funzioni oggi sono molto più deboli, ma Peucezio sta cercando di viverle.

La funzione, sfondo per selfie di masse di individui che vengono per un momento e poi escono per non tornare mai più, è qualcosa di completamente diverso.

La seconda funzione rende impossibile la prima.

Tu prima andavi in un orto, per raccogliere i pomodori. Adesso è stato trasformato in un vespasiano pubblico. Che problema c’è, basta che fai la fila anche tu. Sì, ma io ci andavo per raccogliere i pomodori.

Due, oltre al diritto di Peucezio e quello del Bovaro, esiste un terzo diritto: quello della ragazza di Matera che con un concorso ha appena vinto un posto come infermiera in un ospedale di Milano. Ma non può svolgere il proprio lavoro, perché a causa dell’overtourism, i prezzi delle case sono diventati inaccessibili. Lei dovrà rinunciare al proprio lavoro, e i pazienti dovranno rinunciare a essere curati, per far posto al diritto del Bovaro, ma soprattutto al diritto dei padroni di casa (spesso grandi fondi di investimento) di scegliere affitti brevi a bovari contro affitti lunghi a infermiere (“la Proprietà è Sacra”, ci ricordano Salvini e la Santanchè).

Qui Roberto risponde,

“Capisco ma […] non c’è scritto da nessuna parte che uno debba vivere dove lavora (per dire io abito a mezz’ora di macchina da dove lavoro perché non posso permettermi un posto più vicino)”

In effetti, con il prezzo dei voli low cost, l’infermiera potrebbe probabilmente partire tutte le mattine con il volo delle 3.32 da Matera e rientrare con quello delle 23.51.

Tre, la questione dei rapporti di forza.

Roberto scrive:

“Ragazzi io capisco il problema, se poteste suggerire soluzioni che non abbiano questo gusto mefitico di classismo (il turismo è riservato alle Classi alte, ai colti e agli abbienti) vi ascolterei con più interesse”

E’ quella che io chiamerei la posizione archetipica della Destra realmente esistente: gli “snob della Ztl, i ricchi con due lauree, disprezzano e vogliono far soffrire le Persone Normali che Lavorano“. Un immaginario che si nutre anche di antiche idee di Sinistra sui potenti che si arricchiscono sfruttando i poveri.

E’ la carta vincente di Salvini e di Trump, ma è una carta truccata, e vi spiego perché.

Sembra che ci sia un Ricco e Colto di nome Peucezio, probabilmente con la erre moscia, che è infastidito dalla vicinanza di un bovaro del Arkansas che puzza lievemente di sterco di vacca, e quindi gli impedisce con la forza di ammirare le guglie del Duomo di Milano. Da fargli subito la lotta di classe, e la rivolta populista pure!

Io mi sono abituato, per forza di cose, a guardare però i reali rapporti di forza.

Ve lo racconto con una storiella di fantasia.

Peucezio, geniale linguista dalla vita economica precaria, privo di ogni potere politico, si sfoga sul blog di Miguel Martinez, traduttore di manuali tecnici, un blog con venticinque lettori.

Dall’altra parte, non c’è il Bovaro dell’Arkansas.

C’è la Fun Cool World Tour. La loro sede organizzativa è questa:

Ma la sede legale è 35 Notax Drive, West Bay, Cayman Islands.

La Fun Cool ha appena acquistato da una ditta con sede a Lamezia Terme e a Dubai, un isolato a due passi dal Duomo di Milano, e lo ha ribattezzato Duomo Experience Residence.

A vegliare affinché ogni cosa fili liscio, ci pensa lo Studio Legale Fratelli Squalo, che cura anche gli interessi della banca che finanzia Forza Italia, quelli della fondazione dove lavora la sorella del responsabile comunale per i progetti edilizi, e quelli della Cooperativa Inclusion che sostiene il PD.

La Fun Cool è stata contattata da Joe Wayne. Un signore da poco eletto governatore repubblicano dell’Arkansas grazie a un finanziamento di centomila dollari da parte della Cattle Rancher Federation, con sede a New Bovary.

I Bovari hanno chiesto che Wayne autorizzasse l’alimentazione delle vacche con antibiotici vietati in mezzo mondo; e come piccolo regalo in più, un viaggio studio a spese dello Stato per i loro dirigenti.

La prima richiesta era un viaggio per soli uomini all’Isola di Phuket, ma le Republican Moms for a Traditional Family si sono opposte fermamente, e quindi Joe Wayne ha chiesto aiuto ai suoi amici della Fun Cool. Che avendo da coprire i costi del nuovo acquisto, hanno suggerito come destinazione proprio la neonata Duomo Experience Residence.

Ecco perché Peucezio mentre accendeva la candelina in Duomo, si è trovato inquadrato anche lui nel flash dell’autoscatto del Bovaro dell’Arkansas. Il Bovaro si consola per il mancato viaggio a Phuket, almeno con la foto della candelina.

Dal sito Partyphuket:

“Una holiday girlfriend è una ragazza che affitti per essere la tua girlfriend durante le tue vacanze.

Si tratta spesso di una ragazza del posto, di solito una studentessa o barista, a volte anche una ragazza normale con un lavoro, che prende qualche giorno o settimana libero per viaggiare con te.

Ci sono molti ottimi posti nella capitale del Regno per incontrare e affittare una holiday girlfriend tailandese, come i club per soli uomini.

Il posto che consigliamo sempre ai nostri ospiti è The PIMP [lett. il Magnaccia] Bangkok.”

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sabato 17 maggio 2025

Salario minimo, per i consulenti del lavoro è inutile. Ma l’assist alla maggioranza non regge: ecco i numeri – Chiara Brusini

 

La maggioranza sta per affossare definitivamente il salario minimo. Fratelli d’Italia teme lo smarcamento della Lega, pronta a presentare una sua proposta ad hoc sugli stipendi con la previsione dell’adeguamento all’inflazione, e per non farsi rubare la scena ha tirato fuori dal cassetto il ddl delega al governo sui salari equi che giaceva da mesi in commissione Lavoro e Affari sociali al Senato. È il testo nato come ddl delle opposizioni sul salario minimo e snaturato trasformandolo appunto in delega e cancellando la previsione di una paga oraria di almeno 9 euro lordi all’ora: l’obiettivo ora è mandarlo in Aula entro fine mese. Martedì la commissione guidata da Francesco Zaffini (FdI) ha audìto in tutta fretta una decina di enti, da Cna a Confcommercio e Federterziario, perlopiù notoriamente contrari alla fissazione di un minimo legale. In prima linea, nel tentare di fornire ulteriori assist al governo, i consulenti del lavoro. Ma a una lettura attenta la loro analisi non regge.

Un passo indietro. La proposta della maggioranza delega il governo ad adottare misure per rafforzare l’efficacia dei contratti collettivi e promuoverne il rinnovo. Il primo step prevede che si individuino quelli “maggiormente applicati” in ogni settore – previsione pericolosa perché non si tratta necessariamente di quelli sottoscritti dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative – e si estenda a tutti i lavoratori di quella categoria il loro trattamento economico complessivo minimo. Il presupposto è che i ccnl più applicati (anche se firmati da sigle poco note o “pirata”) garantiscano automaticamente il rispetto dell’articolo 36 della Costituzione sul diritto del lavoratore a una retribuzione proporzionata e sufficiente per un’esistenza libera e dignitosa.

Il consiglio nazionale dell’ordine dei consulenti del lavoro, presieduto per 18 anni dalla ministra Marina Elvira Calderone e alla cui guida c’è ora il marito Rosario De Luca, ha dunque consegnato ai senatori un approfondimento che punta proprio a rafforzare quella tesi. La conclusione a cui arriva è che “anche in assenza di un salario minimo legale”, oggi adottato in 22 Paesi Ue su 27, “il livello retributivo complessivo previsto dai Contratti collettivi nazionali di lavoro è già in linea o addirittura superiore alla retribuzione minima imposta per legge in altri Stati”. Per esempio? Il principale CCNL per i dipendenti di terziario, distribuzione e servizi stando ai calcoli dei consulenti, prevede un minimo mensile lordo di 1.721 euro che vengono confrontati con i minimi in vigore in Germania, Francia, Spagna e Romania (sic). La tabella mostra però chiaramente come sia in Germania sia in Francia il minimo legale sia più alto (2.161 e 1.802 euro). E lo stesso vale per quanto riguarda il CCNL per i dipendenti di pubblici esercizi e turismo (1.667,21 euro di minimo) e quello per i dipendenti delle imprese artigiane metalmeccaniche (1.717,35 euro). Ma Spagna (1.381 euro) e Romania (814) sono superate ed evidentemente tanto basta.

Ma è altrove che l’analisi fa acqua con maggiore evidenza. Cioè dove punta a smentire che sia utile fissare – come prevedevano le proposte delle opposizioni – una soglia minima inderogabile sotto la quale nemmeno la contrattazione possa scendere, preservando e valorizzando per il resto l’autonomia negoziale. Per farlo, oltre all'”indagine empirica comparata” con i Paesi-campione visti prima, il documento evidenza in una tabella le componenti della retribuzione minima prevista da sei contratti “tra quelli più applicati nel panorama italiano” per far emergere come il salario minimo orario sia sempre superiore ai 9 euro lordi. L’esercizio però ha molte debolezze.

Per prima cosa, i sei contratti selezionati, per quanto diffusi, coprono stando all’archivio del Cnel 6,4 milioni di dipendenti su un totale di oltre 18 milioni: una minoranza, ovviamente non rappresentativa. Tre ccnl su sei sono della metalmeccanica, settore molto sindacalizzato e dalla contrattazione storicamente “ricca” al confronto con il terziario. Quest’ultimo comparto compare nel campione con due contratti che vedono come firmatari rispettivamente Confcommercio e Legacoop e i confederali, entrambi rinnovati nel 2024. Infine, viene preso in considerazione il contratto della logistica di Assologistica, il migliore del settore.

Almeno in questi casi i minimi sono davvero sopra i 9 euro lordi? In realtà per fare tornare i conti i consulenti considerano nel calcolo anche i ratei di tredicesima ed eventuale quattordicesima e addirittura il Tfr, elementi del trattamento economico complessivo che però erano stati esclusi dalla soglia prevista nella proposta di legge di Pd, M5s, Avs e Azione. Così facendo è facile restituire l’impressione che un salario minimo in Italia non servirebbe a nulla. Ma se si vanno a guardare i “veri” minimi la situazione è ben diversa: trasformando la retribuzione tabellare minima riportata nella tabella nella corrispondente retribuzione oraria, si scopre che il CCNL del terziario, distribuzione e servizi applicato a 2,49 milioni di lavoratori ha un minimo poco superiore a 7,9 euro all’ora, quello dei pubblici esercizi e turismo che copre oltre 700mila lavoratori prevede un minimo di 7,69 euro. Solo il contratto principale dei metalmeccanici e quello delle pmi metalmeccaniche sono sopra la soglia dei 9 euro. La logistica, con 8,46 euro, non ci arriva.

Nonostante l’attenta scelta di ccnl relativamente generosi rispetto ai tanti contratti pirata disponibili per le aziende attive in quegli ambiti, lo sforzo di dimostrare che la contrattazione collettiva è “unica sede idonea a garantire l’equilibrio tra giustizia sociale, sostenibilità economica e valorizzazione professionale nei diversi contesti produttivi” mostra le corde.

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venerdì 28 marzo 2025

TEMPI MODERNI. La digitalizzazione del lavoro docente e ATA

 

 Il lavoro nel XXI secolo

L’attuale mondo del lavoro nelle società capitalistiche occidentali presenta una serie di tendenze allarmanti (Honnet 2020): 

  • l’erosione della sicurezza garantita dal contratto di lavoro [deregulation];
  • l’aumento dei processi di digitalizzazione [sostituzione del lavoro umano con l’automazione e ora con l’AI o meglio «invisibilizzazione» del lavoro umano (Casilli 2020)]; 
  • la riduzione del potere d’acquisto del reddito da lavoro che spesso non riesce a garantire un’esistenza dignitosa del lavoratore [lavoro povero].

Accanto a queste tendenze, e probabilmente come loro conseguenza, si manifesta anche e sempre più l’esclusione dei lavoratori dai processi decisionali relativi al proprio lavoro con la conseguenza di un aumento non solo dell’insoddisfazione e della disistima, ma anche del disinteresse più generale verso i processi politici che si svolgono all’interno della società. Come da tempo evidenziato, «meno potere si ha sul luogo di lavoro, meno impegnative risultano le attività che definiscono un’occupazione e più debole è la fiducia nel proprio potere politico» (Pateman 1970).
Anche nella Scuola assistiamo da alcuni decenni al realizzarsi di queste tendenze, a partire dalla cosiddetta “privatizzazione” del rapporto di lavoro [d.lgs. n. 29/1993], che ha introdotto anche nella Pubblica Amministrazione i princìpi base della cultura imprenditoriale: “efficacia, efficienza e economicità” e che nella Scuola si è concretizzata con l’Autonomia scolastica [d.P.R. n. 275/1999] di Luigi Berlinguer e l’introduzione in chiave aziendalistica della dirigenza scolastica e delle RSU nelle singole Istituzioni scolastiche.
Un progetto – poi proseguito senza soluzioni di continuità da Moratti [2003], Gelmini [2008 – 2010] e Giannini [“Buona Scuola”, l. n. 107/2015] – che però si è in parte arenato per l’impossibilità di disarticolare del tutto l’impianto collegiale e democratico della Scuola, per la mancanza di risorse e per le lotte e la resistenza di docenti, ATA e studenti in difesa della Scuola pubblica.
Ma la spinta verso il modello imprenditoriale è ripresa con forza in questi ultimi anni con l’uso politico dell’emergenza Covid, e l’uso “corruttivo” delle ingenti risorse del PNRR, che hanno introdotto “tutor” e “orientatori”, “mentori”, “docenti temporaneamente e stabilmente incentivati” insieme allo sproloquiare sulla retorica del “merito”, della ”rivoluzione digitale” e delle varie “transizioni”.

PNRR, digitalizzazione e Artificial Intelligence
Come è noto, l’Italia sta ricevendo per il periodo 2021-2026 dal Recovery and resilience facility-RFF 191,5mld di euro, di questi solo 68,9 sono “sovvenzioni” mentre ben 122,6 sono “prestiti” da restituire «a tasso agevolato» [sic!], magari tagliando nel prossimo futuro servizi e pensioni.
Nel settore dell’Istruzione e della Ricerca, alla Missione4. del PNRR, un Piano che «comprende un ambizioso progetto di riforme», sono destinati 30,88mld, grazie ai quali anche nella Scuola e nell’Università sta riuscendo ad affermarsi quel tecno-ottimismo secondo il quale – salvificamente – «La rivoluzione digitale rappresenta un’enorme occasione per aumentare la produttività, l’innovazione e l’occupazione, garantire un accesso più ampio all’istruzione e alla cultura e colmare i divari territoriali» (Draghi 2021).
La Missione4, con le sue Riforme e Investimenti prevede:

  • un traballante sistema di orientamento [dd.mm. n. 328/2022, n. 63/2023, n. 19/2024 e n. 231/2024; d.l. “Milleproroghe” 2025] basato su tutor, mentor e orientatori;
  • l’istituzione di un’inutile Scuola di Alta Formazione, affidata a INValSI e INDIRE, che sta decidendo sulla formazione obbligatoria di dirigenti scolastici, docenti e personale tecnico-amministrativo [leggi n. 79 e n. 142/2022, CCNL 2024; d.m. n. 113/2024], per «accelerare la trasformazione digitale dell’organizzazione scolastica e dei processi di apprendimento e insegnamento, in coerenza con il quadro di riferimento europeo delle competenze digitali DigComp 2.2 (per studenti) e DigCompEdu (per docenti)», su cui costruire nuove gerarchie;
  • lo sperpero di ingentissime risorse per mirabolanti scuole innovative, nuove aule didattiche e laboratori previsti dal Piano Scuola 4.0 [d.m. n. 161/2022].

D’altronde gli imprenditori del B7 “raccomandano” ai politici del G7 di «riformare i sistemi scolastici», ovviamente in partnership pubblico/privato, e prevedere «programmi specifici per gli insegnanti, volti a colmare il divario esistente nell’insegnamento e a dotarli delle competenze e delle conoscenze necessarie per guidare gli studenti attraverso le molteplici transizioni», nonché «Migliorare l’istruzione nel campo dell’IA» (Confindustria 2024).

La digitalizzazione [rectius «computerizzazione»] 1
Fin dalla metà del secolo scorso non sfuggiva ai più attenti osservatori (Bright 1958, Braverman 1974) che ai livelli più elevati di produzione automatizzata, tutti gli indici di qualificazione del lavoro, dalla conoscenza e dall’esperienza alle funzioni decisionali, presentassero una caduta verticale [la cosiddetta «gobba della qualificazione necessaria»]. E soprattutto che la perdita del controllo sulle macchine non fosse «una rovinosa inevitabilità», ma dipendesse dalla specifica forma di organizzazione del lavoro capitalista che esclude i lavoratori dalla proprietà dei mezzi di produzione [oggi ad esempio incarnato nel software proprietario e nello strapotere di GAFAM & soci], dalla dislocazione della manodopera rispetto alla macchina [Casilli 2020; Crawford 2021; Cabitza 2021] e da un’«evoluzione sociale» conforme a questa organizzazione, «nella quale la conoscenza della macchina diventa un tratto specialistico e separato, mentre nella massa dei lavoratori fioriscono solo l’ignoranza, l’incompetenza e quindi la propensione alla dipendenza servile dalla macchina»[nel nostro caso le cosiddette “competenze digitali” del DigCompEdu e del DigComp2.2].
Così, mentre i cantori della “rivoluzione digitale” favoleggiano della scomparsa dei mestieri più faticosi e dello spostamento di masse di lavoratori verso occupazioni più qualificate, quello che ci troviamo sotto gli occhi è invece tutt’altro (Friedman 1946; Casilli 2020): 

  • la frammentazione, parcellizzazione e semplificazione della prestazione lavorativa, spossessando i lavoratori – formalmente però sempre più qualificati – di parte delle loro attività, per affidarle all’imperscrutabile funzionalità della macchina, da cui deriva una debole identità lavorativa, una sempre più scarsa solidarietà e – soprattutto – retribuzioni più basse;
  • la riduzione dei tempi necessari a realizzare i compiti affidati, che è un altro modo per diminuirne i costi; 
  • la flessibilizzazione e estensione del tempo di lavoro al di fuori dei limiti stabiliti dai contratti, in modo da aumentare il tempo di lavoro a parità di retribuzione.

Per altro verso, e più in generale, se deleghiamo i compiti ripetitivi, gravosi, rischiosi o semplicemente impegnativi alle macchine ciò non accade sempre per svolgerli in modo più efficiente ed efficace, ma «per il maggior agio delle persone interessate (e sottolineo: non necessariamente beneficio, ma agio)».
Una “spinta gentile”, un risparmio di fatica e di tempo che, nel caso dell’insegnamento, possiamo riscontrare ad esempio nei test [auto-corretti] proposti da Google Classroom e simili. Ma così facendo «Il lavoro di insegnamento, apprendimento e ricerca si curva impercettibilmente ma significativamente verso traiettorie mai decise in maniera consapevole» (Fant, Milani 2024).

Automazione e Artificial Intelligence
Naturalmente dobbiamo tenere presente che l’AI però è una automazione particolare fondata su modelli probabilistici, che “scelgono” statisticamente relativamente a classificazioni e valutazioni limitate con l’ambizione di «pianificare, e perfino stimare, predire e prevedere». Per il suo uso in ambito scolastico, come già accade nella sperimentazione del MIM come Tutor virtuale o come si appresta a fare INValSI per la correzione delle risposte “aperte” dei suoi quiz, si dovrebbe quindi fare molta attenzione sulle conseguenze di «attività che sono, a loro volta, parti integranti di processi volti a raggiungere obiettivi complessi in contesti reali, caratterizzati da un alto contenuto di conoscenza, autonomia, giudizio e incertezza», come il futuro di studenti e studentesse cristallizzato nel loro e-portfolio.
Questo mentre 55 scuole della regione Friuli Venezia Giulia hanno già lavorato nell’a.s. 2023/2024 alla stesura di Linee guida sull’utilizzo dell’IA in ambito scolastico, con lo scopo – tra l’altro – di «Migliorare l’efficacia dell’insegnamento: l’IAg può essere utilizzata per sviluppare strumenti didattici avanzati, come tutor virtuali o sistemi di valutazione automatica» (Rete di Scuole FVG 2024), sulla scorta di quanto già prodotto dall’UNESCO (UNESCO 2021, 2023, 2024) sotto la vigile sorveglianza della nostra ex ministra Stefania Giannini, già nota per la renziana “Buona Scuola”.

Le conseguenze della digitalizzazione nel lavoro di docenti e ATA
Oltre le problematicità legate all’uso che i proprietari dei sistemi informatici stanno facendo dei “dati” che sottraggono a docenti, studenti/esse e famiglie nelle nostre scuole (Pievatolo 2025), sono già evidenti altre conseguenze che la digitalizzazione ha già prodotto nel lavoro di docenti e ATA. Mentre tra gli esperti di istruzione e tecnologia sull’uso dell’AI nelle scuole sembrano insinuarsi dubbi significativi tra gli entusiasmi iniziali (Monis-Weston 2024). In sintesi, e seguendo cronologicamente la loro introduzione:

  • Rilevazione automatica delle presenze: obblighi ed esclusioni 
  • Registro elettronico: non obbligatorietà, problematicità come “atto pubblico” e sulla privacy, sfilacciamento del rapporto scuola-famiglia, irrigidimento aritmetico delle valutazioni, intrusioni commerciali
  • Personale AA e l’intrusione lavorativa dell’INPS con l’app “Nuova Passweb”
  • INValSI. Standardizzazione e digitale: prove, correzioni, valutazioni, “fragilità”
  • Google Classroom et similia: struttura prove, valutazione quantitativa, correzioni
  • Comunicazioni tramite canali social: tracciabilità e non obbligatorietà
  • Contrattazione nazionale e d’istituto: “disconnessione” e tecnostress (Brod 1984)
  • Selezione e carriera del personale: competenze “digitali” e gerarchie
  • Linee guida sull’utilizzo dell’IA in ambito scolastico: soluzione tecno-ottimista

Che fare? Come resistere e quali tutele
Come ci ricorda Daniela Tafani, a questa deriva è possibile resistere: «Serve, per ciò, quella sottovalutata virtù che Weizenbaum chiamava il “coraggio civile”: “È una credenza diffusa, ma tristemente erronea, quella per cui il coraggio civile trova modo di esercitarsi soltanto nel contesto di avvenimenti che scuotono il mondo. Al contrario, il suo esercizio più arduo ha spesso luogo in quei piccoli contesti in cui la sfida è quella di superare i timori indotti da futili preoccupazioni di carriera, delle nostre relazioni con coloro che sembrano aver potere su di noi, o di qualsiasi cosa che possa turbare la tranquillità della nostra esistenza quotidiana».
TUTELE COLLETTIVE: competenze organi collegiali, ruolo RSU e RLS
TUTELE INDIVIDUALI: uso della rimostranza scritta e dell’opzione di gruppo minoritario

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1. «digitalizzazione» come rivoluzione mediatica: abbiamo solo un problema di alfabetizzazione; «computerizzazione» come cambiamento infrastrutturale: abbiamo un problema politico (Pievatolo 2025)

Bibliografia
AgID, Linee Guida per l’adozione dell’Intelligenza Artificiale nella Pubblica Amministrazione – 2025
Braverman Harry, Lavoro e capitale monopolistico. La degradazione del lavoro nel XX secolo – 1974
Bright James R., Automation and Management – 1958
Brod Craig, Technostress. The Human Cost of the Computer Revolution – 1984
Cabitza Federico, Deus in Machina? L’uso umano delle nuove macchine, tra dipendenza e responsabilità – 2021
Casilli Antonio A., Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo? – 2020
Confindustria, Leading the transitions together. Final Communiqué – 2024
Coriat Benjamin, La fabbrica e il cronometro – 1979
Crawford Kate, Né intelligente né artificiale – 2021
Curcio Renato, Il capitalismo cibernetico – 2022
Draghi Mario, premessa al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – 2021
Draghi Mario, rapporto Il futuro della competitività europea – settembre 2024
Fant Davide, Milani Carlo, Pedagogia hacker – 2024
Friedman Georges, Les problèmes humains du machinisme industriel – 1946
Honnet Axel, Democrazia e divisione sociale del lavoro – 2020
Monis-Weston David, Will AI have a big impact on teaching, education and schools? – 2024
Pateman Carol, Partecipation and Democratic Theory – 1970
Pievatolo Maria Chiara, Di dati e despoti. La scuola al tempo della transizione tecnofeudale – 2025
Rete di Scuole FVG, Costruire il futuro. Linee guida sull’utilizzo dell’IA in ambito scolastico – 2024
Sennett Richard, L’uomo flessibile – 1999
Tafani Daniela, Omini di burro. Scuole e università al Paese dei Balocchi dell’IA generativa – 2024
UNESCO, AI and education. Guidance for policy-makers – 2021
UNESCO, Guidance for generative AI in education and research – 2023
UNESCO, AI competency framework for teachers – 2024

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Questo testo è stato inizialmente redatto per il Convegno su La Scuola nella transizione digitale svoltosi a Palermo il 18 novembre 2024 per poi essere successivamente presentato, con modifiche e aggiornamenti ai Convegni di Terni 4.2.2025, Roma 25.2.2025, Ancona 17.3.2025 e il prossimo 31 marzo a Torino.

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