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martedì 4 agosto 2020

Giorgio Todde, il rigore della nostalgia - Massimo Dadea




Nell’accingermi a scrivere un ricordo di Giorgio Todde, mi sono imposto di evitare di inciampare in tutti quei piccoli “vizi” che accompagnano occasioni come queste. Anche per non incorrere nei rimbrotti di Giorgio di fronte a una prosa ridondante, retorica, infarcita di luoghi comuni, allitterazioni e cianfrusaglie simili. Lui mi avrebbe guardato con quel sorriso ironico, dolce, e avrebbe sollevato il sopracciglio: il massimo della disapprovazione.
Giorgio era lo specchio della sua scrittura: raffinata, asciutta, rigorosa, visionaria. A differenza di tanti altri scrittori, lui non sgomitava, la competizione non gli apparteneva, così come l’invidia. In lui prevaleva una accurata ricerca della parola. Nella convinzione che un uso non appropriato comporti la perdita del suo significato originario. Il rischio – diceva – è che le parole risuonino estranee, perdano il loro timbro e diventino rumori, rumori striduli, dolorosi per chi si sforzi di ascoltarle. La sua passione per la musica gli impediva di violentare la musicalità delle parole. La parola, fa dire a Suor Celestina nell’ultimo suo romanzo, “contiene tutti e cinque i sensi”.
All’uscita de Il mantello del fuggitivo, nel marzo dello scorso anno, mi aveva chiesto di presentarglielo. In quella Nuoro che ci aveva visto muovere i primi passi della nostra professione – lui oculista, io cardiologo – nell’ospedale San Francesco. Quel tragitto era stata l’occasione di una lunga chiacchierata. Un viaggio a ritroso nelle tortuosità delle nostre esistenze. Gli avevo chiesto se vi era qualche aspetto del libro che avrebbe voluto che mettessi in evidenza. Lui mi rispose con un’altra domanda: cosa è per te la nostalgia? Vorrei che tu parlassi di questo.
Il libro era pervaso da un’emozione, un sentimento che coincideva, in parte, con la nostalgia. Un’emozione che non indica solo la sofferenza, lo spaesamento provocato
dallìallontanamento dai luoghi in cui si è nati, ma anche la difficoltà a riconoscersi, al
momento del rientro, in quei luoghi, in quei paesaggi, in quelle persone. Anche perché, nel frattempo, sono irrimediabilmente cambiati, mutati, scomparsi. Quei momenti della memoria non torneranno più. La nostalgia esprime il desiderio del ritorno e il dolore del non ritorno. In definitiva – mi suggeriva – la nostalgia è un pendolo tra malinconia e speranza. Oggi – disse – in questa fase della mia vita prevale la malinconia.
La presentazione fu molto partecipata. Io, come concordato, parlai anche della mia nostalgia di nuorese della “diaspora”. Finita la presentazione chiesi a Giorgio di dedicarmi una copia del libro. Oggi l’ho ripreso in mano e ho riletto quella dedica: “A Massimo, che cagliaritano non sarà mai nello spirito. Mai. Giorgio”.
Dopo appena un mese i primi segni di quel male terribile. “Pensate spesso alla morte?…Thalberg:..si sa che quando si smette di essere bambini non c’è momento che almeno un po’ non pensiamo alla morte. Durante il giorno l’idea della morte appare in proporzione alla gioia. Per ogni gioia un pensiero mortale. E per ogni giorno c’è una notte…”(Il mantello del fuggitivo),
Grazie Giorgio! Un abbraccio.

sabato 17 marzo 2018

Volevano hotel “a cinque stelle” da Cagliari ad Alghero. In un certo senso sono stati accontentati… - Giorgio Todde


Per il Poetto non impariamo mai.
Il Presidente della Regione e il vice Sindaco di Cagliari sono andati al Poetto fuori stagione e hanno annunciato che l’ex ospedale marino, già ex colonia fascista, verrà trasformato in un hotel a 5 stelle.
Bisogna dire che tra gli infiniti numeri di stelle hanno scelto il più infelice per loro. D’altronde poche settimane fa anche il senatore Lai aveva richiesto 5 stelle per la costa tra Alghero e Bosa ed è stato un profeta. Così almeno sul numero di stelle sono stati accontentati.
Nulla di male però nell’idea di recuperare e restaurare l’ex colonia marina, anzi, è un’azione necessaria. Però è solo un’idea visto che serviranno una variante al piano urbanistico e poi un progetto con i suoi tempi e le sue prescrizioni. Passeranno giunte su giunte, galassie di stelle.
La colonia fu costruita nel ventennio per ospitare balilla di famiglie non abbienti. Una grande istituzione pubblica. Poi è diventata un ospedale che ha assolto un’altra funzione comune, un riuso coerente. Ma oggi è un rudere.
Insomma, quel luogo, inaugurato da un podestà, era destinato ai bambini per le vacanze e ora, nell’idea dei successori del podestà, dovrebbe grondare stelle. Per l’esattezza 5, non una di meno.
Ma della grande area dell’ippodromo – assolutamente inedificabile – e dell’incombente ospedale marino ed ex albergo, cosa vorrebbero farne? Certo sarà impossibile una Rimini2. Lo vieta il Piano paesaggistico, lo vietano le leggi e l’intera comunità si opporrebbe.
Comunque il recupero della colonia marina sarebbe un’occasione di conoscenze nuove in una città che deve imparare cosa sia il restauro e la conservazione di un bene. Anche se dopo aver visto gli squallidi selciati del centro storico, lo sconcio delle scalette di Santa Teresa e delle scalette di Villanova, la distruzione del Bastione di Saint Remy, l’abbandono sconsiderato di Castello e molte altre iniquità urbanistiche, la speranza si affievolisce. Quello che toccano distruggono.
Invece l’unica grande ricchezza, anche economica, della nostra città consiste nel conservare le differenze, le specificità, le singolarità che ci fanno dire guardandoci intorno: “siamo a Cagliari”. E per conservare occorre riguardo e considerazione.
La storia, l’anima dei luoghi si rispettano, per questo l’espressione “l’ho visto in altre città, facciamolo anche noi” rivela un profondo complesso di inadeguatezza per il quale solo se rassomigli a qualcuno assumi un senso. Sennò non hai significato.
Ma ecco, a causa di questo complesso, i progetti della funivia e del campo da golf alla Sella, sottopassaggi e ponti in via Roma, ovovie e teleferiche, silos alberghi e un sacco di altre sciocchezze mentre il bello che esiste lo si cancella.
L’apice di questa incapacità del riconoscimento di sé resta, a oggi, il Poetto color spazzacamino. Era, si vede, un bene immeritato.
Ma qualcuno sostiene che se non intervengono i taumaturgici privati la città diventerà piena di edifici pubblici in abbandono e che, quindi, anche l’ex colonia resterebbe vuota. Beh, a quel qualcuno si fa notare che ancora più numerosi degli edifici pubblici abbandonati sono gli edifici privati vuoti. Anche al Poetto. Segno incontrovertibile che il privato non è la medicina perfetta.
E’ ragionevole, naturale pensare che con il restauro si dovrebbe recuperare anche una funzione pubblica, addirittura con una partecipazione economica cittadina, oppure in una forma cooperativa. E non certo cacciare, come avverrebbe con le mitologiche stelle, chi ora utilizza quella spiaggia. Una funzione legata al mare. Collegata magari all’albergo che esiste e che, per quanto brutto, ritornerebbe alla sua originaria funzione.
Un’occasione di lavoro e non di servitù. Un vero stimolo creativo, proprio il contrario dell’attitudine di affidare ad altri il proprio destino. E smetterla finalmente di misurare il patrimonio naturalistico, paesaggistico e affettivo della città in termini di stelle, oltretutto lontane. E’ una barba e, oltretutto – anche se è vero che in questo caso non si consuma territorio – si sottrae comunque all’uso collettivo un’area grande e preziosa, si cacciano via gli abitanti e la si affida ad una gestione che sarà pure a 5 stelle ma che fa bene solo a chi delle stelle è il padrone.
E in fin dei conti anche chi ci governa dovrebbe, per rispetto alla storia personale e alla storia della propria parte politica, ricordare che il mondo da cui provengono era, sino a pochi anni fa, quello dove l’idea di bene comune era un’idea fondativa.

domenica 14 maggio 2017

Alla fine, a Cagliari, i fenicotteri sconfiggeranno i massoni - Giorgio Todde



Un giornalista di vero talento, Alberto Statera, inventò per Cagliari un definizione eterna. La chiamò città delle tre EmmeMassoneriaMedici e Mattone. Logge, ospedali e imprese formicolano di figli della vedova.
Invece, un medico massone che riuniva in sé le tre Emme, in disaccordo con la definizione di Statera, affermò che Cagliari era la città del sole, del mare e dei fenicotteri.
E ha avuto ragione perché oggi i fenicotteri sono molto più numerosi dei massoni, dei medici e dei costruttori.
Dice Vincenzo Tiana, parroco dello stagno di Molentargius e ostetrico dei fenicotteri, che l’ultimo censimento conta quarantamila esemplari adulti e diecimila pulli. Insomma, anche contando i pulli di medici e massoni, oggi stravincono i fenicotteri.
Però nella nostra città non è sempre stato così.
Quando Helmar Schenk – lo zoologo tedesco che riuscì a far nidificare i fenicotteri al Molentargius e che lasciò la Germania perché là gli alberi erano troppo dritti – iniziò la sua impresa i fenicotteri erano ridotti a pochi esemplari. Allora il popolo dei fenicotteri era inferiore a quello dei massoni che intanto si moltiplicavano secondo le leggi della natura.
Ma Schenk ebbe la meglio e così oggi a Cagliari, naso all’insù, al tramonto si vedono bellissimi stormi di fenicotteri che vanno da uno stagno all’altro. Uno spettacolo che vale il viaggio.
Quel medico aveva ragione e oggi ci sono molti più fenicotteri che massoni. Ma i massoni continuano a nidificare in città. E pure loro valgono un viaggio per vederli quando anch’essi si radunano in stormi la sera.
Che la città nuova abbia la forma di oggi è anche demerito loro, nel senso che la forma illogica dei nuovi quartieri, delle periferie e dell’hinterland è stata in parte decisa dalle Emme che dal dopoguerra in poi hanno inciso profondamente nel governo dei luoghi.
La saldatura delle tre Emme con i governi che si succedevano è difficile da mettere in discussione e la definizione di Statera non è mai stata “smontata”. Ma tante, forse più dei fenicotteri, sono le menti massoniche.
Una mente massonica non ha l’obbligo di iscrizione. E si può essere massoni, fare parte dello stormo, senza essere un adepto del Grande Oriente.
Si è massoni di fatto se si concepiscono i rapporti tra esseri umani, governi e blocchi sociali come rapporti basati sull’affiliazione.
Insomma, si è affermato un sentire massonico fondato sull’appartenenza, su una visione iniziatica del gruppo, sul riconoscimento tra simili, sul “è dei nostri”, sul “gli parlo”, un sentimento talmente infiltrante che pochi possono affermare di esserne esenti. Un sentire, oltretutto, prevalentemente maschile, da spogliatoio dopo calcetto, dove i maschi si incontrano a parlare di roba da maschi.
Il collante è nella tendenza alla confraternita, alla congregazione, sino alla setta. L’esigenza tranquillizzante di appartenere a qualche comunità.
Quando nel rapporto non è importante l’argomento discusso, l’oggetto del ragionare – comunemente chiamato il merito dei fatti – allora diventa fondamentale, appunto, l’appartenenza a un gruppo, a una rete. Ci si riconosce come esemplari della medesima specie attraverso segni, riti e princìpi che precedono la sostanza, il significato delle cose e perfino l’uso della ragione.
Affiliazione, dunque. Non ragionamento. Prima di tutto riconoscimento.
Una roba ancestrale, istintiva. E’ il paleo-cervello, quello delle emozioni, che entra in gioco.
L’opposto della relazione, forma evoluta dei rapporti sociali, attività della corteccia cerebrale. La relazione si sostiene attraverso il ragionamento, senza forme preconcette di accettazione.
Quest’anima massonica è ubiquitaria e può manifestarsi in ogni forma associativa, nei partiti, nelle sette religiose, nei circoli, in ogni confraternita. Ha causato e causa danno nella gradazione del progresso sociale. Lo blocca, lo mummifica, lo priva di una reale parità, di dinamismo, di complessità, amputa la democrazia vera perché crea di fatto un’oligarchia molesta, fondata, lo ripetiamo, sull’affiliazione.
Però la speranza che la capacità di stabilire relazioni prevalga sul sentimento di appartenenza è ancora viva. E molti, tra mille difficoltà e nonostante l’intreccio tra affiliati di ogni risma, riescono mantenere il filo della relazione libera, fondata su ragionamento e critica.
Sarà un processo lento, un’emancipazione faticosa, ma un giorno, finalmente, potremo vedere nel cielo della nostra città solo stormi di fenicotteri.

domenica 28 agosto 2016

Giorgio Todde a Zedda: “State cancellando l’anima di Cagliari. Adesso fermatevi”

Pubblichiamo una lettera-appello dello scrittore, e socio onorario all’Associazione Italia Nostra, Giorgio Todde, indirizzata al sindaco di Cagliari Massimo Zedda. Una critica spietata, ma ci pare costruttiva, ad alcune delle recenti opere pubbliche realizzate nel capoluogo.

Caro Sindaco,
come si capisce guardandosi intorno, la nostra città si è trovata, per merito di chi l’amministra e per sua fortuna, una grande quantità di fondi spendibili per le opere pubbliche. Così, tra tanti cantieri, alcuni impeccabili, altri meno, ne sono toccati alcuni anche al nostro centro storico. E poiché penso che tutti, questa Giunta compresa, siamo accomunati dalla volontà di proteggere e conservare il nostro patrimonio storico e la nostra identità, che poi coincidono, vorrei proporre una riflessione su alcuni punti vitali per la salute, la bellezza e la ricchezza della città.
Con grande fiducia, s’intende, nella sensibilità di chi legge.
Quando si ama un luogo lo si ama per come è.
E intorno ad alcuni princìpi fondamentali si raccolgono tutte le comunità e tra questi princìpi ci sono quelli che regolano il modo di abitare i luoghi.
Questo non significa che quei luoghi non possano mutare mai, però il cambiamento, come il loro costituirsi, è una faccenda delicata.
Noi abitiamo sempre gli stessi luoghi e cerchiamo le tracce di come abitavamo.
Un’immensa forza simbolica hanno i luoghi e rappresentano anche la continuità delle esistenze. Sono la vita stessa. I luoghi sono noi e noi siamo i luoghi. E dal loro stato dipende il nostro benessere.
Ovvietà, ma ricordarlo non fa male a chi, per sentirsi vivo e al passo, deve rassomigliare a qualcuno o a qualcosa lontani.
Allora si genera dolore perché chi “è” non corrisponde a chi vorrebbe essere.
Quante volte abbiamo sentito: facciamolo anche noi perché a Barcellona fanno così e cosà, a Valencia, a Marsiglia, a Nizza. Un lungo elenco inverosimile. Come se noi non avessimo un passato, come se a noi non fosse necessaria la continuità con il come eravamo e, peggio, come se avessimo come unico futuro possibile l’imitazione, lo scimmiottamento di modelli non nostri.
Una malattia incurabile che ha conseguenze terribili.
Il colle di Castello a Cagliari rappresenta la città e in un certo senso tutta la storia dell’isola senza che per questo valga sentimentalmente più degli altri luoghi. D’altronde ognuno di noi ne possiede uno che segna la sua esistenza e la lega a quella di chi l’ha preceduto e di chi lo seguirà.
Il colle, si sa, ha due versanti, uno a oriente e uno a occidente.
Un progetto illegittimo di parcheggio interrato ne storpierebbe il lato a tramonto, però su questo c’è una discussione in corso.
Ma un altro progetto illegittimo come il primo ne ha modificato il lato che guarda all’alba. Oh, non si trascura nulla in questa città. Così sono apparsi sotto le mura orrendi campetti verdi di plastica e azzurri, pali altissimi con riflettori abbaglianti, una orribile costruzione che neppure finita ha iniziato a funzionare come bar. Tutto sicuramente illegittimo, visto che il Piano paesaggistico lo vieta con nettezza.
Continua a vincere l’urbanistica decisa dai barman. La filosofia della birretta che non può reggere nessuna città orienta le decisioni degli uffici. E i quartieri storici, vivi sino a qualche anno fa perché la gente, appunto, ci viveva, le scuole si animavano, le botteghe lavoravano, sono in via di trasformazione in un unico bar ristorante che si anima la notte.
I campetti sono una vetta di schifezza, frutto di menti urbanisticamente suggestionate da un’idea morbosa di modernità. Modernità scimmiotata, appunto. Lì, molto tempo fa, c’erano campetti, ma erano aggraziati, possedevano il pregio della leggerezza e quasi “dell’invisibilità”. E c’era perfino qualche albero. Poi diventò la squallida terrazza di un parcheggio. E ora sono un’offesa per le retine oneste.
E così, in pochi anni, i due lati del quartiere più simbolico della città potrebbero ridursi a una poltiglia inguardabile.
Lo squallore ordinato – anche le città sovietiche erano ordinate – spacciato come bellezza. Un’ondata di anonimo e mediocre perbenismo urbanistico.
Insomma c’è un disegno di città ridotta a tavolo di biliardo, mezza disabitata e mezza abitata da creature che imitano i rendering, con le strade uguali alle strade di tutto il mondo. Gli stessi lastroni di pietra uguali a Monaco e nelle vie del centro storico a Cagliari dove, pure, sotto l’asfalto c’era molto selciato da recuperare.
La passeggiata al Poetto identica a quella di Rimini, senza alberi, senza ombre e senza speranza. I chioschi bolscevichi. Un grande rendering vivente.
E i campetti sotto le mura sono coerenti con l’orrore trasformativo che si vede in giro.
Le Sovrintendenze rilasciano i nulla osta oppure li negano. E’ una loro funzione fondamentale. Possiedono e usano gli strumenti della tutela. Un compito che, per sua stessa natura, dovrebbe partire dalla difesa dei luoghi sino ai particolari, visto che i luoghi sono costituiti da un insieme e da una somma di particolari.
Una domanda alla Sovrintendenza: come si fa a mettere d’accordo il dozzinale intervento sotto le mura con il nostro piano paesaggistico che vieta ogni forma di intervento che non sia conservativo e proibisce ogni costruzione?
Ci si può impippare di una norma e rilasciare autorizzazioni? Beh, evidentemente sì. Almeno da queste parti.
Se una norma vieta qualsiasi modifica di un complesso paesaggistico – in questo caso del patrimonio irripetibile della rocca – allora è possibile solo la manutenzione e, parola sconosciuta in città, il restauro. Dunque quell’autorizzazione, se c’è, è illegittima. E dunque la “colpa” del Comune è relativa.
Perfino i bimbi definiscono un assurdo quei campetti. E alla domanda “ti piace?” un bambino ha risposto con la semplicità intelligente dei suoi dieci anni: i campetti si fanno da una parte e le cose antiche si lasciano in pace. Elementare.
L’amnesia delle regole, l’ignorare strumenti di civiltà come il Codice Urbani e il Piano paesaggistico conducono inevitabilmente alla distruzione di ogni bene e trasformano la nostra città in un luogo ordinario, uguale a mille altri luoghi. La perdita dei connotati, la scomparsa di ogni caratteristica, la nostra scomparsa come comunità, disciolti in una pappa uguale dappertutto.
La città, nata sul palmo di un dio, si imbruttisce e si perde.
Ma l’opera prosegue.
Le scalette di Santa Teresa costituivano un’unicità e imploravano da anni di essere curate e restaurate. Ora, con la pioggia di milioni per i lavori pubblici, avevamo immaginato proprio un’opera di restauro, di recupero dei basoli, dell’acciottolato, la conservazione del passato e la continuità. Chi mai toglierebbe la patina di antico da un mobile, da un quadro, da un gioiello o da un angolo delle nostre città? Noi viaggiamo alla ricerca dell’antico e ci commuoviamo di fronte a oggetti, opere, palazzi, edifici, manufatti carichi di reminiscenze.
Ma a Cagliari, dove le scalette – e chissà cosa ha risposto la Sovrintendenza alla scheletrica relazione paesaggistica del Comune – sono state sbrigativamente ritenute irrecuperabili mentre ci si camminava sino al giorno prima. A Cagliari non si restaura, si cancella. E le scalette settecentesche – una delle poche testimonianze dell’epoca dopo la distruzione recente di quelle di Villanova – saranno sostituite dal solito granito e dagli stessi tozzetti, ma proprio gli stessi, che si vedono in buona parte d’Europa. Tutto uguale a tutto.
Caro Sindaco, chiediamo in tanti e lo chiede anche Italia Nostra, di fermare i lavori nelle scalette e di trasformarli in restauro, una parola che stride alle orecchie delle nostre imprese. Chiediamo di rimuovere i campetti sotto le mura e di trasformarli in qualcosa di rispettoso per le stesse mura e per la rocca. Chiediamo un esempio di come si possa conservare e preservare, proprio come si fa nelle città che noi andiamo a vedere ammirati.
Salvaguardare è difficile, costa, il restauro è faticoso, richiede grandi conoscenze. E, come nella chirurgia, il restauro e la cura più belli sono quelli che non si vedono.
Sulla conservazione, oltretutto, si costruisce un’intera economia, si genera lavoro di qualità e si vive meglio dentro un mondo autentico nel quale ci si riconosce.
Chi camminerebbe tra le strade di Siena se le avessero ripavimentate gli ingegneri che si occupano di via Manno? Nessuno. Chi andrebbe a vedere le nostre rocche medievali sparse in tutto il paese se fossero state affidate a coloro che pavimentano le scalette di Santa Teresa? Nessuno.
Quella iniziata sulle scalette è la distruzione di un bene monumentale e chiediamo a chi ha la responsabilità di fermare questa devastazione, di riflettere sulla gravità e le conseguenze di quello che è stato fatto, di tornare indietro e di dare un esempio per il futuro della città che, grazie al lavoro di certi nostri avi, ancora possiede un patrimonio da amare e proteggere.
Sarebbe un segno importante e manterremmo la speranza di benessere restando noi stessi, senza patire cercando di essere quello che non siamo. Qualcuno, un grand’uomo, ha scritto che solo tornando all’antico si è moderni.
Cordiali saluti e auguri di buon lavoro,
Giorgio Todde
(Italia Nostra)

sabato 5 settembre 2015

I lecci del Marganai non seguono i tempi elettorali – Giorgio Todde

Oggi la Sardegna è ricoperta per un terzo da boschi. Ottomila chilometri quadrati. Le Lannou scriveva che l’isola non ne è mai stata molto ricca. Altri dicono che un tempo i nostri boschi erano molto più estesi e incolpano la deforestazione ottocentesca. Una responsabilità dei signori del carbone ma anche dei garçon pipì locali. E con i mezzani se la prendeva in quegli anni il poetaPeppino Mereu: “Vile chie sas giannas at apertu a s’istranzu pro venner chin sa serra e fagher custu locu unu desertu”.
Per tanti, dolorosi motivi la sofferenza continua anche se il bosco riconquista spazi naturali, non per un progetto, però, ma per l’abbandono delle campagne e la diminuzione del pascolo brado. E ora sono in pericolo 500 ettari del Marganai, metafora del rapporto insostenibile tra noi e la natura che non aveva previsto il sindaco di Domusnovas. Sindaco e vice vogliono segare lecci per trasformarli in pellet e il vice racconta intrepido che il pellet rappresenta una boccata di ossigeno. Respirano e assicurano che il taglio lo farà a regola d’arte una cooperativa secondo la pratica della ceduazione che tanto buona non dev’essere se per secoli in Sardegna abbiamo perso boschi.
Anche il commissario dell’Ente foreste – ente in via di privatizzazione e più sofferente delle foreste – dice di fidarsi dei dottori agronomi regionali perché lui è uno zootecnico e di alberi non ne sa. Zitto l’assessore all’ambiente.
Però esiste un piano di gestione del Monte Linas Marganai che smentisce sindaco, vice sindaco, commissario e tecnici tagliatori. Dice il piano che nel Marganai “è rigorosamente vietata la conduzione a ceduo in qualsiasi forma”.  E non lo “assicura sulla parola”, lo dimostra. Dimostra che nel Marganai non è possibile il detto: “Tanti ne taglio, tanti ne vengono su”.
I lecci sono pigri e ricrescono lentamente, in più di un giro elettorale. Nel frattempo catturano meno anidride carbonica, le acque seguono altri corsi e i suoli mutano. Oltretutto i cervi, che non sanno di sindaco, pellet e cooperativa, si rimpinzano con i germogli che riscoppiano dalle ceppaie del leccio. E il tagliato sarà maggiore della ricrescita. Alla faccia della sostenibilità. Il suolo si impoverirà, foglie e terra non formeranno più l’essenza che lo rende vivo, la varietà delle specie microscopiche che lo popolano diminuirà, gli uccelli voleranno altrove, le acque dilaveranno la roccia, i suoli scivoleranno via e sarà un deserto di calcare per sempre. Dateci il tempo.
Noi viviamo in un’area in via di desertificazione però continuiamo a tagliare alberi e ripetiamo il solito ritornello del lavoro per la comunità. D’altronde anche i carbonai toscani parlavano di ricchezza per tutti mentre radevano al suolo foreste. Il legno è sempre stato un affare importante.
Però il piano di gestione c’è, zittisce i padroncini in casa loro e non lo si può ignorare.
La biodiversità non è roba da signorine e senza biodiversità non si campa ma noi ragioniamo misurando il tempo misero di una generazione o peggio di un’elezione. Noi pinocchietti sardi crediamo all’albero degli zecchini d’oro però nel nostro campo dei miracoli non cresce nulla perché trasformiamo i boschi in terra desolata. Illusi che tanto un rimedio si troverà.
Era il 1899: “Le foreste si frantumano sotto le asce, muoiono migliaia di alberi, si devastano i rifugi di belve e uccelli, i fiumi si insabbiano e si seccano, spariscono per sempre paesaggi meravigliosi”. Tutto già visto e scritto. E ci fermeremo solo quando boschi e campagne saranno un deserto e il paesaggio una compiuta rappresentazione di noi stessi. Unica specie che da sola si caccia via dalla propria terra. Punizione cercata con ostinazione, ambita e meritata.