Visualizzazione post con etichetta Mali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mali. Mostra tutti i post

mercoledì 1 marzo 2023

I militari francesi in Mali e il diritto internazionale - Claudia Pretto, Gandolfo Dominici

Il Mali, situato nell’ovest dell’Africa, è un paese di grande importanza geopolitica e strategica per la così detta “ regione del Sahel”.    Già all’inizio del millennio è iniziato un “gioco” di egemonia e potere da parte di forze esterne al paese e, caratterizzato dalla negazione della sovranità nazionale in nome della cosiddetta “sicurezza globale” (ovviamente unipolare occidentale), che ha avuto ed ha drammatiche conseguenze.

 Il Mali é infatti oggi una delle tante  “cartine tornasole”  della politica delle potenze straniere sedicenti “esportatrici di democrazia” che pretendono di dettare legge in nome di una presunta  “lotta al terrorismo” a scapito dei popoli di altri paesi.  Seguendo queste “nobili motivazioni”, nel 2013,  la Francia è intervenuta militarmente in Mali. 

Il Mali, che conta poco più 19 milioni di abitanti, è sempre stato contraddistinto da una grande diversità culturale e linguistica, infatti sebbene  la lingua ufficiale sia il francese, le lingue più diffuse sono il bambarà, seguita dal peuhl, songhai e dalla lingua della popolazione Tuareg: il  tamasheq. Seppur abitato da diverse etnie, il Mali nel corso della storia non si era mai caratterizzato per rivalità etniche significative: praticando tipi di agricoltura ed economie differenti, i diversi gruppi etnici non si erano mai contesi territori o mercati.  Intorno al 2010 però le popolazioni, per lo più peul e tuareg,  hanno iniziato a subire gli effetti nefasti della marginalizzazione dovuta  soprattutto all’avanzata della desertificazione ed alla crisi economica. In particolare, i Tuareg del Nord hanno visto cambiare l’atteggiamento del governo centrale di Bamako poiché i territori abitati dai Tuareg sono ricchi di uranio, minerale ambito da diverse multinazionali. L’atteggiamento del governo ha innescato una spirale di risentimento tra gruppi etnici, sfociati in veri e propri episodi di violenza armata.

Dal 2012 il Mali si trova dunque in una condizione definita instabile, con la presenza di svariati gruppi armati, compresi movimenti a base etnica, gruppi jihadisti e reti criminali transnazionali, che combattono per l’egemonia e il controllo delle rotte del traffico di armi e della tratta di esseri umani verso il Nord Africa. Nel 2015 è stato stilato un “accordo di Pace” che si è però dimostrato una vera e propria farsa in quanto sono i gruppi firmatari dello stesso accordo a ricorrere tutt’ora all’uso della  violenza[3].

I fattori esterni che hanno certamente portato alla destabilizzazione dello Stato maliano si sono interconnessi con la volontà di mettere in atto una nuova strategia geopolitica nell’area del Sahel da parte della Francia che ha messo in atto il suo primo intervento militare diretto al di fuori delle missioni NATO. Con questa strategia militare la Francia ha abbandonato quella del mero intervento logistico o di supporto a forze africane nell’area dell’ECOWAS[4], nel silenzio assordante degli organismi internazionali deputati a vigilare sulle norme di diritto internazionale.

Sorge la domanda: “su quali basi giuridiche la Francia ha potuto inviare delle forzi militari in Mali?”[5]

Il Mali, almeno sulla carta, è indipendente dal  1961, pertanto il diritto internazionale vieterebbe l'uso della forza in un altro Stato. L'intervento militare in territorio straniero è consentito infatti solo se autorizzato del Consiglio di Sicurezza per l esercizio dell'autodifesa o se tale intervento è effettuato su richiesta dello Stato interessato. Il Mali non ha mai formalmente chiesto aiuto alla Francia e il Consiglio di Sicurezza non ha dato il proprio consenso all’intervento.

Il tutto è accaduto senza che fosse proferita parola alcuna contro questa sorta di “operazione militare speciale” della Francia, come se tutto si fosse svolto nel rispetto delle norme e delle procedure del diritto internazionale. A differenza infatti dell’intervento della Russia in Ucraina, l’operazione militare francese in Mali è stata tollerata da tutti senza nessuna lamentela e senza alcun risalto mediatico.

Le ragioni di tale silenzio sono ovviamente adducibili all’automatismo rispetto a qualunque intervento da parte degli Stati occidentali nelle loro ex colonie per “esportare la pace, sicurezza e democrazia”. Nella prospettiva del governo francese tale intervento si incardinava nella strategia post-coloniale per far fronte alle incapacità dei nuovi governi degli Stati africani, definiti corrotti (da chi?) ed incapaci di garantire la sicurezza nei propri territori. Dunque con un atteggiamento da “saggia e benevola madre  coloniale”, la Francia  sostiene formalmente di essere intervenuta per correggere e proteggere il Mali: per il bene del Paese (o per meglio dire colonia) e della sua popolazione.

L'11 gennaio 2013, quasi un anno dopo l'inizio delle ostilità nel nord del Mali e la presa delle principali città da parte di una coalizione di gruppi  definiti jihadisti affiliati ad AQIM[6] e gruppi indipendentisti Tuareg, la Francia ha lanciato un'operazione militare di emergenza attraverso attacchi aerei e la mobilitazione di forze speciali, a cui si sono poi aggiunti 4.000 uomini direttamente impegnati in territorio maliano[7].

Il giorno dopo l'intervento, il presidente Hollande indicava che tale intervento veniva effettuato: “su richiesta del presidente del Mali e nel rispetto della Carta delle Nazioni Unite"[8].

 Il ministro degli Esteri Laurent Fabius menzionava una situazione di "autodifesa" basata sull'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, per poi correggere le sue osservazioni due giorni dopo e argomentando invece sulla risoluzione 2085[9].  Nella risoluzione 2085 (2012), adottata all'unanimità dai suoi 15 membri, il Consiglio di sicurezza affermava che la Missione internazionale di sostegno al Mali (MISMA), avrebbe adottato tutte le misure appropriate per contribuire a ricostituire la capacità delle forze di difesa e di sicurezza maliane per assistere le autorità di Bamako nel tentativo di riprendere le aree settentrionali del proprio territorio.  Queste azioni, sottolineava la risoluzione, devono essere condotte "in conformità con il diritto internazionale umanitario e dei diritti umani e nel pieno rispetto della sovranità, dell'integrità territoriale e dell'unità del Mali"[10].

 Alla luce dell’invio dei militari francesi al di fuori del quadro della risoluzione il 14 gennaio, l'ambasciatore francese presso le Nazioni Unite inviava una lettera al Consiglio di sicurezza affermando che: "la Francia ha risposto [...] a una richiesta di assistenza presentata dal Presidente ad interim della Repubblica del Mali, Dioncounda Traoré" per combattere i gruppi terroristici nel paese. Così è stato giustificato l’intervento attraverso  la richiesta delle autorità maliane come base legale per l'intervento, nonostante alcune critiche sulla legittimità del presidente all'epoca , Diocounda Traoré era infatti solo il presidente ad interim dopo il colpo di stato che aveva rovesciato Amadou Toumani Touré nel marzo 2012[11].

Diversi esperti in dottrina del diritto internazionale hanno criticato il fatto che la Francia si sia basata su un'autorizzazione data dal Consiglio di Sicurezza non alla Francia ma alle forze africane. In altre parole, l’operazione militare speciale francese ha trovato una parvenza di giustificazione in una lettura molto creativa della risoluzione 2085, dal momento che tale risoluzione ha certamente autorizzato il dispiegamento di una forza militare, ma sotto la guida africana e non certo francese[12].

Nell'aprile 2013, con l'adozione della risoluzione 2100 che crea MINUSMA, il Consiglio di Sicurezza ha implicitamente dato successivamente legalità all'intervento francese, accogliendo la "velocità delle forze francesi" e sottolineando che l’intervento era stato condotto "su richiesta" delle autorità maliane[13]. Da allora, sia giuridicamente che politicamente, la presenza francese è stata costantemente giustificata da questa argomentazione, ricordandola addirittura con vigore al vertice del G5 Sahel a Pau nel 2020[14].

Dal 2013  il quadro giuridico per l'intervento militare francese si è evoluto ed è diventato molto più intricato e complesso a causa delle trasformazioni del sistema e dell'adozione di diversi accordi relativi allo status delle forze armate. Prima di tutto, nell'aprile 2013, è stato pubblicato un accordo sotto forma di “scambi di lettere” per stabilire lo "status” del distaccamento francese nel contesto delle sue missioni in Mali"[15]. Comunemente noto come SOFA (Status of Forces Agreement)[16], questo tipo di accordo è generalmente concluso bilateralmente o multi-lateralmente al fine di stabilire il quadro giuridico applicabile a un distaccamento militare presente all'estero: libertà di circolazione, giurisdizione in caso di cattiva condotta, disposizioni doganali, tasse, ecc. Pertanto, un SOFA non ha lo scopo di giustificare la legalità di un intervento militare, ma piuttosto di inquadrarne il dispiegamento. Inoltre, molti SOFA sono conclusi tra Stati senza l'esistenza di un intervento militare; pertanto, anche il SOFA successivamente entrato in vigore non si comprende come possa avere dato legittimità, nei termini del diritto internazionale, al dispiegamento delle forze miliari francesi nel gennaio 2013.

Il nuovo trattato di cooperazione firmato nel 2014 tra Francia e Mali[17] non ha mutato la situazione. Sebbene la sua firma coincida con il lancio dell'operazione Barkhane, non pregiudica l'accordo raggiunto nel 2013, che continua ad applicarsi ai contingenti della nuova operazione[18]. Una nuova evoluzione è stata avviata nel 2020 con l'implementazione del gruppo di forze speciali Takuba[19].  

L’ intervento francese in territorio Maliano si è dunque basato su una struttura giuridica molto fragile, intessuta di accordi bilaterali e dichiarazioni cucite ad arte, attraverso i quali si è inteso giustificare giuridicamente  la presenza  delle forze militari francesi  in Mali  cercando solo successivamente il benestare  delle Nazioni Unite e trovandolo.

La debolezza giuridica su cui si basava l’intervento militare francese in Mali si è palesata formalmente il  2 maggio 2022,  quando la Francia è stata informata della decisione unilaterale delle autorità transitorie maliane di denunciare il trattato di cooperazione in materia di difesa tra Francia e Mali e l'accordo che disciplina lo status delle forze francesi e quelle dei partner europei coinvolti nella task force Takuba. Ed è cosi che, il 15 agosto 2022, si arriva all’epilogo con la dichiarazione della Francia di ritirare gli ultimi militari dal Mali[20]. Le autorità francesi sostengono  che proseguiranno nell' impegno nella lotta al terrorismo nel Sahel, ma di fatto in Mali i soldati francesi sono stati letteralmente cacciati, a favore certo di un notevole  intervento delle forze militari russe[21].

Purtroppo, in Mali resta il grave problema delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione che vive nella povertà, e nel pericolo di frequenti conflitti tribali. I Tuareg e i gruppi arabi del nord uniti nel CMA temono molto quanto accadrà nei prossimi mesi in quanto il processo di Algeri sanno che non verrà mai attuato dal governo centrale, soprattutto a seguito dei colpi di stato del 2020 e del 2021[22].  Il governo centrale di Bamako ha annunciato il 17 agosto 2022 di voler denunciare la Francia perché vi sarebbero evidenze che abbia con la propria presenza militare sostenuto con armi ed informazioni i gruppi terroristici. Come conseguenza nel vicino Niger, paese caratterizzato da un destino molto simile a quello maliano, anche solo per come ne sono stati tracciati i confini fisici, numerosi gruppi della società civile, hanno chiesto che i militari francesi lascino anche il territorio del Niger. Pertanto la presenza francese non è più realmente gradita nell’area[23].

Il continente africano è da sempre stato territorio di interessi dell’occidente, la post colonizzazione ha lasciato i paesi con un debito che li ha resi continuamente schiavi delle dinamiche dell’occidente colonizzatore, fino a diventare di fatto territorio di scontri per interessi contrapposti, come nel caso del Mali.  Il Mali ne esce dilaniato, la popolazione estremamente impoverita e sfinita da circa 10 anni di guerra interna, resta la necessità di riconoscere le richieste delle popolazioni del nord la crescente concorrenza tra i paesi occidentali e le potenze emergenti. La diretta conseguenza di questa evoluzione dei rapporti di forza, illustrata dall'intervento militare francese, è la banalizzazione delle interferenze e la normalizzazione della guerra contro il terrorismo.

Di fatto dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001, molti Stati del continente africano hanno consegnato ancora una volta  la loro sovranità statale a dei “partner di sicurezza esterni”, spesso ex “madri e padri” coloniali . Via via sono emersi gruppi armati non statali che hanno aumentato la frammentazione degli stati africani, già così fragili, proprio perché spesso nati a tavolino nella post colonizzazione, senza tener conto della reale differenziazione culturale, religiosa e sociale dei diversi gruppi.

La crisi in Mali è stata nutrita dalla presenza di gruppi islamisti radicali algerini nel nord del Mali, dal   grande flusso di armi dalla Libia che ha militarizzato le richieste di indipendenza Tuareg.  L’ area del Sahel vedrà innescarsi anche   il "travagliato gioco" del governo algerino come fattore ulteriormente destabilizzante nella regione, ruolo quello algerino che vedremo delinearsi via via sempre di più nel prossimo futuro[24].

NOTE

[1] PhD in Istituzioni e Politiche Comparate, già funzionaria agenzie delle Nazioni Unite e Internazionali, Ricercatrice indipendente in diritto internazionale e strumenti di tutela e monitoraggio dei diritti umani.

[2] Professore Associato di Business Systems e Marketing – Università di Palermo – esperto di Cibernetica Sociale – Editor in Chief della rivista scientifica Kybernetes – CV: https://gandolfodominici.it/

[3] HRC, Report of the Independent Expert on the situation of human rights in Mali, 15 January 2020, https://undocs.org/en/A/HRC/43/76 par. 12.

[4]  Economic Community of West African States (ECOWAS),    https://ustr.gov/countries-regions/africa/regional-economic-communities-rec/economic-community-west-african-states

[5]

[6] AQMI | Biographie, actualité et podcasts à écouter | Radio France

[7]   Le MNLA, un nouvel allié pour l’armée française ?  https://www.france24.com/fr/20130123-mnla-armee-francaise-mali-negociations-bamako-rebelles-touaregs-islamistes-ansar-dine , France 24, Janvier 2013

[8] Déclaration de M. François Hollande, Président de la République, sur l'intervention militaire française au Mali, à Paris le 12 janvier 2013. | Élysée (elysee.fr)

[9] Prononcé le 11 janvier 2013 - Conférence de presse de M. Laurent Fabius, ministre des affaires étrangè | vie-publique.fr

[10] Le Conseil de sécurité autorise le déploiement d’une force internationale au Mali | UN Press

[11] Dan E. Stigall , L'intervento militare francese in Mali, l'antiterrorismo e la legge sui conflitti armati Military Law Review, Vol. 223, No. 1, 2015, Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, maggio 2015

[12] S. Bergamaschi, M. Diawara, L'intervento militare francese in Mali: non esattamente Françafrique ma decisamente postcoloniale, in “La governance globale incontra il post-colonialismo

A cura diBruno Charbonneau, Tony Chafer, Operazioni di pace nel mondo francofono, Routledge, 2014

[13] Resolution 2100 (2013) Adopted by the Security Council at its 6952nd meeting, on 25 April 2013 ,  https://daccess-ods.un.org/tmp/4497085.21366119.html

[14]  A Pau, Emmanuel Macron réunit les chefs d'État du G5 Sahel,   https://information.tv5monde.com/afrique/pau-emmanuel-macron-reunit-les-chefs-d-etat-du-g5-sahel-340941

[15] Décret n° 2013-364 du 29 avril 2013 portant publication de l'accord sous forme d'échange de lettres entre le Gouvernement de la République française et le Gouvernement du Mali déterminant le statut de la force « Serval », signées à Bamako le 7 mars 2013 et à Koulouba le 8 mars 2013 (1) - Légifrance (legifrance.gouv.fr)

[16] https://www.usafa.af.mil/Portals/21/documents/Leadership/JudgeAdvocate/SOFA.pdf?ver=2015-10-30-115236-060

[17]  TRAITÉ DE COOPÉRATION EN MATIÈRE DE DÉFENSE ENTRE LA RÉPUBLIQUE FRANÇAISE ET LA RÉPUBLIQUE DU MALI, SIGNÉ À BAMAKO LE 16 JUILLET 2014,   pjl14-483.pdf (assemblee-nationale.fr)

[18]  Legge che autorizza la ratifica del trattato di cooperazione in materia di difesa tra la Repubblica francese e la Repubblica del Mali (senat.fr)

[19] "Takuba", l'embrione di una forza europea (lemonde.fr)

[20] Opération Barkhane : les derniers militaires français ont quitté le Mali, annonce l'état-major, https://www.ladepeche.fr/2022/08/15/operation-barkhane-les-derniers-militaires-francais-ont-quitte-le-mali-annonce-letat-major-10489716.php , 15 agosto 2022

[21]  À Tombouctou, les Russes succèdent aux Français,  https://www.la-croix.com/Monde/A-Tombouctou-Russes-succedent-Francais-2022-01-07-1201193697 ; Mali : l’armée russe arrive, https://infowakat.net/mali-larmee-russe-arrive/ , 2020.

[22] Mali: i movimenti tuareg si preoccupano del processo di pace e denunciano l'"abbandono" dell'accordo di Algeri (francetvinfo.fr)

[23] Il Mali accusa la Francia di sostenere presumibilmente i terroristi (aa.com.tr)

[24]Galy, Michel, La guerre au Mali, comprendre la crise au Sahel et au Sahara. Enjeux et zones d’ombre, Paris, La Découverte (« Cahiers libres »), 2013, 144 p., bibl., https://doi.org/10.4000/etudesafricaines.18237

da qui

martedì 17 gennaio 2023

Crisi alimentare senza precedenti, 30 milioni di bambini malnutriti

 

Allarme congiunto delle agenzie dell'Onu: “La crisi tende ad aggravarsi, è necessaria un'azione decisa e tempestiva e l'applicazione del Piano globale contro la malnutrizione infantile”

I conflitti armati, gli effetti dei cambiamenti climatici e della pandemia, l'aumento del costo della vita stanno causando una crisi alimentare senza precedenti, che ha già portato più di 30 milioni di bambini alla malnutrizione acuta, di cui 8 milioni in forma grave. È l'allarme lanciato in una nota congiunta da diverse agenzie delle Nazioni Unite: l'Organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao), l'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), il Fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia (Unicef), il World Food Programme (Wfp) e l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

L'allarme riguarda soprattutto quindici Paesi: Afghanistan, Burkina Faso, Chad, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Haiti, Kenya, Madagascar, Mali, Niger, Nigeria, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Yemen. 

È probabile che questa situazione peggiori ulteriormente nel 2023. Dobbiamo garantire che diete sane per bambini piccoli, ragazze e donne incinte e in allattamento siano disponibili e accessibili, anche economicamente"

Qu Dongyu, Direttore generale della Fao, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura

Le agenzie Onu chiedono di accelerare l'applicazione del Piano globale contro la malnutrizione infantile (Global Action Plan on Child Wasting): servono “maggiori investimenti a sostegno di una risposta coordinata delle Nazioni Unite che soddisfi le esigenze senza precedenti di questa crisi che tende ad aggravarsi, prima che sia troppo tardi”, scrivono le agenzie Onu nel comunicato stampa. È necessaria “un'azione decisa e tempestiva per evitare che questa crisi diventi una tragedia per i bambini più vulnerabili del mondo", concludono.

Il Piano d'Azione Globale evidenzia “le azioni prioritarie da intraprendere per la nutrizione materna e infantile attraverso i sistemi alimentari, sanitari, idrici e igienico-sanitari e di protezione sociale”. Le agenzie delle Nazioni Unite hanno identificato cinque azioni prioritarie efficaci nell'affrontare la malnutrizione acuta nei paesi colpiti da conflitti e disastri naturali, e nelle emergenze umanitarie. Il potenziamento di queste azioni sotto forma di pacchetto coordinato sarà fondamentale per prevenire e curare la malnutrizione acuta nei bambini ed evitare tragiche perdite di vite umane.

da qui

lunedì 18 aprile 2022

Il Mali per esempio - Alessandro Ghebreigziabiher

 


Prendi il Mali per esempio.
È una nazione 
in prevalenza desertica situata in Africa occidentale che non ha sbocchi sul mare e confina a nord con l’Algeria, a est con Niger e Burkina Faso e a ovest con Mauritania e Guinea.
Immagina ora di essere sin dagli albori un abitante di siffatta terra arida e dal clima torrido, ovvero dalla preistoria, circa due milioni e mezzo di anni fa, e di avere lo speciale dono – o maledizione – di sconfiggere la morte e il conseguente oblio; di non poter essere frainteso, manipolato o cancellato dal racconto vincitore che si fa Storia e di poter assistere agli umani eventi nei secoli dei secoli come un silente spettatore.
Indi per cui eri lì sin dall’inizio e ci sei ancora oggi, allorché il tuo paese si gode l’amara attenzione delle prime pagine per le ragioni peggiori.
C’eri nel 10.000 avanti Cristo quando il Sahara era fertile e ricco di fauna selvatica ed eri presente anche quando migliaia di anni dopo i popoli Mande costruirono le prime città.
Fosti testimone della prima grande battaglia, quando nel 1235 Sundiata Keita vinse quella di Kirina e venne nominato Mansa, ovvero l’imperatore, sovrano dell’Impero del Mali.
Dalla guerra, quindi, giammai dalla pace; dal sangue e dalla morte dei nemici, per nulla al mondo dalla loro vita, venne alla luce uno dei più grandi regni africani occidentali della storia. Divenne famoso per la ricchezza dei suoi governanti, influenzando profondamente e ampiamente la cultura della regione attraverso la diffusione della sua lingua, delle sue leggi e dei suoi costumi.
Tu eri lì, tu hai visto tutto, quindi sai ogni cosa e non puoi dimenticare o rimuovere alcunché.
Fosti testimone dei primi segni di decadimento, tra intrighi di palazzo e di popolo, dei quali parve approfittarsi il vicino Impero Songhai, il quale a sua volta nel 1591 vide ogni sogno di gloria dissolversi in seguito all’invasione dei guerrieri del Sultano del Marocco.
Di certo non puoi scordarti quando il glorioso impero, leggi pure come l’ennesimo reame costruito sul dolore altrui, poco più di quattro secoli dopo cadde rovinosamente a causa di un’altra guerra, quella contro il rivale di sempre, l’impero Bamana.
Da quel momento facesti la scoperta di una verità vecchia come l’universo più che il mondo: il più letale nemico, che tale non dovrebbe mai essere, si chiama natura e andrebbe amata e temuta con la stessa passione e fedeltà.
Difatti, dalla fine del diciassettesimo secolo una terribile siccità colpì l’intera porzione di continente e la fame, la sete e anche le locuste mieterono un numero enorme di vittime.
Verso la fine del 1800, al culmine della miseria e della disperazione che avevano preso il posto dei fasti del grande impero, ricevesti un’altra grande lezione di vita per un cittadino africano: nel momento di maggiore difficoltà e vulnerabilità, come una iena che si avventi famelica su un animale ferito, ecco che saltano fuori dal nulla gli abitanti a nord delle tue disgrazie.
Un’altra guerra di conquista è ciò che hai visto, vissuto e subito, nelle forme più spregevoli e criminose, ma taluni ancora oggi la chiamano spartizione di un continente. Perché le parole con cui racconti i fatti ieri ti permetteranno di farla franca oggi e di macchiarti dello stesso reato domani.
Sto parlando ovviamente della Francia, gli invasori che hai visto sfilare accanto a te con andatura trionfante e altezzosa. Come se il colonialismo fosse un diritto acquisito per lignaggio invece che la solita aggressione, rapina e sterminio ai danni di un paese sovrano.
Nel ‘60, solo in apparenza terminò l’indebito dominio transalpino con la nascita della Federazione del Mali e nel fatidico ‘68 per buona parte del mondo, nel giorno della Festa della Liberazione un colpo di stato portò al potere l’immancabile regime militare e repressivo.
Perché guerra chiama guerra, violenza urge violenza, e il sangue non può essere rimarginato con altro sangue.
Più di vent’anni ci sono voluti per instaurare il presunto paradiso chiamato democrazia.
Ricordi? Ma certo, eri lì quel 26 marzo del 1991, magari in piazza insieme agli studenti che pacificamente si opposero ai soldati governativi.
Votasti alle prime elezioni presidenziali e multipartitiche, che rappresenta un notevole passo in avanti dal punto di vista sociale e politico, anche se da queste parti abbiamo da tempo dimenticato quanto non sia affatto uno scontato stato delle cose.
Vivesti poi un favorevole ventennio – ma tu guarda la coincidenza di parole e periodi della Storia – e poi la guerra si ripresentò nuovamente, sebbene in altre vesti.
Mi riferisco alla ribellione dei Tuareg, con vecchi amici quali Al-Qaeda e le forze in Libia comandate da quel Gheddafi, a sua volta intimo con vari leader e partiti del nostro pacifico governo.
La protesta andava sedata, dicevano ai piani alti, e ai piani alti non potevano non chiedere aiuto agli amici di una volta, ovvero i francesi.
E via con le armi e gli eserciti, perché è questa la sciagurata via che segna la Storia di questa nostra specie maledetta, illusa del contrario.
Guerra e ancora guerra hai visto e pianto.
A morti civili o guerriere senza alcuna soluzione di continuità hai assistito provando identico orrore, perché quando i proiettili e le lame tranciano vita la conclusione è la stessa.
Prendesti fiato nel 2018 con il cessate il fuoco e le conseguenti elezioni, ma neanche un anno dopo, in una sorta di folle danza a opera di una compagnia di ballo formata da individui accecati e privi di senno, due colpi di stato a distanza di pochi mesi fecero a pezzi ulteriormente le già deboli speranze di un futuro di pace per il tuo paese.
Arriviamo ora al 23 marzo di quest’anno insieme a te, occhi che hanno visto e orecchie che hanno ascoltato, mani che hanno sfiorato e ricordi che sono ancora indelebili, quando in una cosiddetta operazione – vedi spartizione - anti-jihadista un esercito di mercenari russi e soldati locali ha massacrato trecento civili in cinque giorni.
È terrificante, vero? Soprattutto per chi come te ha osservato tale inferno da vicino, a portata dell’odore del sangue ucciso.
Ma tu sai benissimo che tale notizia ha raggiunto la cima ambita dei quotidiani a causa della presenza russa tra gli assassini in divisa. E sai anche che il Mali non è il solo paese in cui vendono le loro abilità omicide e che non sono gli unici stranieri a portare in Africa la morte al giusto prezzo.
Come sarebbe bello se un giorno potessi raccontarci davvero tutta la storia dall’inizio.

httda qui

venerdì 16 luglio 2021

Sahel: nuova frontiera dell’Europa? - Renzo Mario Rosso

 

 

A distanza di meno di un mese fra loro, eventi traumatici in due Paesi-chiave della regione del Sahel quali il Mali e il Ciad, hanno rinnovato dubbi e incertezze sulla strategia di stabilizzazione della regione: una strategia che si era avviata con apparente successo nel 2013 con l’intervento franco-ciadiano nel Nord del Mali, ma si è poi trascinata per otto anni fino ad oggi con risultati deludenti. Nonostante la messa in opera di dispositivi politico-militari sempre più articolati e dispendiosi, non si è riusciti ad aver ragione del fenomeno jihadista, né ad arrestarne la diffusione ad altri Paesi prima immuni come il Burkina Faso o il Niger. Alla fine di aprile l’uccisione del Presidente del Ciad, Idriss Déby, attribuita alternativamente a una offensiva dei ribelli ciadiani del FACT provenienti dalla Libia e appartenenti a un’etnia (i Tebu) emarginata dal potere, oppure a militari dissidenti della medesima etnia del Presidente, ha prodotto a Parigi reazioni di sgomento. Nonostante la sua corruzione, il nepotismo e la progressiva deriva autoritaria del suo regime, Déby era ritenuto uno dei più solidi alleati della Francia nella regione e, soprattutto, un vero pilastro delle operazioni militari contro le forze islamiste. Nei trent’anni dalla sua presa del potere, egli aveva modellato attorno alla sua persona un regime d’impronta pretoriana, imperniato su una forza armata ritenuta fra le più efficienti del continente, anche se dispersa su troppi fronti non sempre coerenti. Déby l’aveva impiegata in avventure militari probabilmente mirate a costituire una propria autonoma area di influenza, con escursioni nel Congo durante la cosiddetta “guerra mondiale africana”, poi verso il Sudan e infine verso la Repubblica Centrafricana, dalla quale egli era stato alla fine estromesso. Più pragmaticamente, dal 2013 Il Presidente del Ciad era di nuovo entrato nell’orbita di Parigi, offrendo a Hollande un insostituibile appoggio in Mali e sostenendo poi tutte le operazioni condotte dai francesi contro i jihadisti del Sahel attraverso la cosiddetta “Operazione Barkhane”, mediante la quale l’intervento militare focalizzato sul Mali era stato di fatto esteso all’intera regione. La sua improvvisa caduta ha però svelato agli occhi dei francesi la fragilità di un patto di sicurezza imperniato prevalentemente sul fattore militare e sul sostegno a un “uomo forte”, piuttosto che su un retroterra politico e sociale solido, dotato di regole democratiche e di successione certe e sostenibile su se stesso.

Se la scomparsa di Déby ha inferto un colpo pesante agli aspetti militari dell’influenza francese nel Sahel, il nuovo “golpe” in Mali, per opera degli stessi militari che avevano già provocato ad agosto la caduta del Governo legittimo presieduto da Ibrahim Boubacar Keita, ha svelato le difficoltà e le insufficienze politiche alla base dell’instabilità non solo del Mali, ma anche degli altri Paesi della regione. Paradossalmente, proprio il Mali che rappresenta adesso l’epicentro delle crisi politiche del Sahel, era invece riuscito per circa un ventennio, dall’inizio degli anni ‘90 fino a quasi tutta la prima decade del 2000, ad accreditarsi come il principale protagonista delle cosiddette “transizioni democratiche” che, nel nuovo clima della fine della guerra fredda e dietro l’impulso di Mitterrand, avevano coinvolto (a eccezione del Ciad) diversi Paesi della regione, sia pure con tempi sfasati e difficoltà di percorso. Il regolare svolgimento di elezioni politiche non è stato privo di effetti positivi nel Paese, riuscendo quantomeno a radicare nella popolazione un certo attaccamento alle forme e alle prerogative dell’Assemblea Nazionale. Né la classe politica, né la società civile sono però riuscite ad estendere la partecipazione democratica oltre i confini della capitale e delle provincie meridionali (dove peraltro si concentra il 90% della popolazione del Paese), restando sostanzialmente insensibili alle domande, d’inclusione politica ma soprattutto di servizi e sviluppo, delle popolazioni delle regioni centrali e settentrionali, diverse etnicamente e già percorse da pulsioni separatiste. Questo profondo divario interno, ancor più politico e sociale che etnico, era stato una delle cause principali della progressiva perdita di controllo, già durante il 2011, di ampie porzioni del Paese, poi culminato l’anno successivo con la sollevazione indipendentistica da parte di movimenti tuareg, già in parte contaminati dall’ideologia islamista.

 

La crisi militare in Ciad e quella politica in Mali, ai due poli più sensibili del nucleo dei Paesi del Sahel, hanno costituito una spia eloquente delle difficoltà dei Paesi della regione, nonché della crescente frustrazione dei francesi che li hanno sostenuti militarmente, certo anche a difesa dei propri interessi. Esse, però, sono solo la parte emergente di un complesso di situazioni critiche irrisolte che riguardano l’intera fascia del Sahel e, in modo particolare, quella sua porzione più omogenea che si estende dalla Mauritania fino al Ciad (a Est, il Sudan e l’Eritrea risentono anche e soprattutto delle diverse dinamiche geopolitiche del Corno d’Africa). Lo stesso Sahel, d’altronde, comincia a essere definito quale entità geopolitica e non più soltanto geo-climatica, proprio da una crisi generalizzata: la siccità e la carestia che colpirono tutti i Paesi della regione, fino al Corno d’Africa e all’Etiopia, nel biennio 1972/1973. Fu proprio quella gravissima crisi climatica e umanitaria a causare lo spostamento di grandi masse di popolazioni nomadi e semi-nomadi (Tuareg, Tebu, Peul/Fulani..) verso sud. Il loro stanziamento nelle aree settentrionali dei Paesi saheliani fu la causa scatenante di conflitti con le popolazioni preesistenti di agricoltori e pescatori per il controllo dell’acqua e delle risorse del territorio, producendo – con le parole di Mario Giro – “effetti che sono durati decenni, sconvolgendo il fragile equilibrio sociale ed economico dell’area”. Un secondo periodo di svolta per la regione si colloca tra la fine degli anni ‘90 e il 2011. Esso fu segnato prima dalle ricadute verso sud dell’offensiva islamica fondamentalista in Algeria che, sconfitta politicamente e militarmente, finì per ripiegare verso la regione sahariana e saheliana trovandovi scarsi controlli, nuove opportunità legate a ogni tipo di traffici illegali e fresche occasioni di reclutamento fra i giovani, spesso appartenenti alle etnie sradicate e disposti ad accogliere un’ideologia radicale capace di canalizzare al tempo stesso frustrazione, rivolta ed autoaffermazione. Ancora più dirompenti, com’è ben noto, sono state le conseguenze della caduta di Gheddafi. Essa ha provocato, insieme con l’aumento delle migrazioni attraverso il Mediterraneo, un altrettanto importante riflusso verso sud dei giovani immigrati subsahariani restati senza lavoro, delle milizie reclutate in Mali, Niger o Ciad e già al soldo di Gheddafi, e naturalmente una incontrollabile circolazione di armamenti: la prima miccia dell’insurrezione del 2012 in Mali fu per l’appunto accesa da gruppi armati Tuareg, smobilitati dalla Libia e alleatisi con formazioni jihadiste.

 Anche da questa sintesi sommaria emerge la difficoltà di identificare focolai precisi di crisi, da estirpare con interventi militari chirurgici o curare con politiche più inclusive. Anche se ciascuno dei Paesi del Sahel presenta le proprie specificità, forti similarità di struttura li accomunano sotto il profilo sociale e geopolitico. Fra questi: il divario fra nord e sud; l’impatto degli spostamenti di popolazione degli anni ‘70 che ne modificarono il profilo etnico e la composizione economica, gettando il seme dei conflitti d’interesse fra le popolazioni nomadi e semi-nomadi e quelle stanziali; l’influenza, infine, delle insorgenze islamiste provenienti dall’Africa settentrionale, che (non diversamente da quanto accaduto in Iraq e in Siria) hanno trovato alimento dal fallimento delle primavere arabe e della rivoluzione libica, sovrapponendosi ai conflitti intra e inter-comunitari preesistenti. E’ il caso dei Tuareg in Mali, dei Peul in quasi tutti i Paesi del Sahel o infine dei Tebu insorti in Ciad contro il regime di Déby.

Chi ha riflettuto sulle crisi del Sahel non ha perciò esitato a parlare di un vero e proprio “sistema di conflitti”: non perché dietro di loro si celi un’unica mano invisibile o una singola matrice di tipo ideologico, religioso oppure politico-economico; ma perché le loro motivazioni fondamentali tendono a riflettersi da Paese a Paese, con protagonisti che appartengono spesso a etnie affini o ricoprono ruoli analoghi e attraverso una fitta rete di relazioni etniche, claniche, religiose, sociali ed economiche che superano lo spazio dei confini nazionali e riproducono, in altra forma, quella  funzione di crocevia di popolazioni e culture che il Sahel aveva svolto prima dell’epoca coloniale. Mentre il concetto di “sistema” rimanda a questa profondità e complessità di cause e relazioni, i conflitti saheliani fanno sempre più emergere la percezione che esso rappresenti il vero “confine” dell’Europa, la linea di faglia intorno alla quale i due continenti si confrontano sulle grandi questioni strategiche delle materie prime e dell’energia, degli squilibri demografici e delle migrazioni e, infine, della lotta al terrorismo. Una percezione, questa, in parte corretta ma potenzialmente fuorviante, qualora implicasse la prescrizione illusoria che questa linea di frontiera potesse essere controllata mediante un vallo securitario e militare. Com’è stato però osservato, in quella regione l’ordine politico non procede secondo le logiche dello spazio cartesiano, ma risente di una concezione dello spazio e della politica diversa, legata alla circolazione, alle alleanze e ai diritti di passaggio.

 

Analoga fluidità sembra riscontrarsi in un ultimo aspetto delle crisi saheliane: la loro posizione in un quadro geopolitico più ampio, in cui la competizione tra grandi potenze è perseguita attraverso il controllo su aree e risorse strategiche. L’appartenenza dei Paesi del Sahel all’area d’influenza francese, indiscussa dopo l’indipendenza e rinsaldata sul piano geopolitico dalla Guerra Fredda, e su quello economico/finanziario dal Franco CFA e da quel coacervo d’interessi economici fra la Francia e le classi politiche africane cui si è dato l’appellativo di Françafrique, si è mantenuta ma ha subito una visibile erosione. Ai fattori d’instabilità esterni e interni, si è aggiunta una sempre più diffusa disaffezione e insofferenza degli strati più giovani della popolazione verso i legami di dipendenza dalla metropoli, resi più palesi dalla diffusione intrusiva dei dispositivi militari francesi dopo il 2012. A questo graduale deterioramento Macron ha cercato di porre rimedio, stimolando una maggiore implicazione dei Paesi del Sahel nel contrasto al terrorismo (G5), incoraggiando la cooperazione di altri soggetti europei e annunciando una riforma del meccanismo monetario del Franco CFA. A questi sforzi, che testimoniano della difficile evoluzione dei legami post-coloniali verso un rapporto meno esclusivo, ha fatto riscontro la crescita degli interessi economici e/o strategici di altre potenze grandi o medie. In gran parte desertici e soggetti a periodiche siccità, carestie e gravi crisi umanitarie, i Paesi del Sahel sono però ricchi di risorse e materie prime pregiate: uranio in Niger, oro e petrolio nel Fezzan e in Ciad, possibili giacimenti di petrolio e gas in Mali e Mauritania e, soprattutto, quelle “terre rare” richieste dalle produzioni più innovative e oggetto di un’aspra contesa fra la Cina e gli Stati Uniti. Mentre gli Stati Uniti, pur non sempre consonanti con l’approccio della Francia, hanno comunque fornito un importante supporto logistico e d’intelligence alle operazioni militari mantenendo anche alcune basi operative nel Sahel in Niger e in Ciad, la Cina si è guardata bene dall’andare oltre un sostegno declaratorio al G5, perseguendo un approccio geo-economico che ha accuratamente evitato il coinvolgimento politico-militare, pur non rifuggendo dall’assumere rischi su mercati di frontiera come il Mali o il Sud Sudan. Diverso l’approccio dei russi che – non in grado di competere con i cinesi sul piano commerciale o finanziario – hanno offerto i propri servizi sul mercato loro più congeniale, quello militare e della sicurezza. Dopo aver a lungo abbandonato il continente africano che pure aveva costituito, con numerosi e cruenti conflitti per procura, uno dei teatri più mobili e con maggior libertà di manovra della guerra fredda, essi si stanno di nuovo affacciando assertivamente sull’Africa: l’enfasi del primo vertice Russia-Africa sulla cooperazione militare è stata confermata dalle intrusioni “ibride” dei contractors della “Wagner” in Libia a fianco di Haftar, e in forma meno palese ma diffusa anche nel Sahel, attraverso programmi di formazione in Mali, che pare abbiano implicato proprio l’attuale leadership golpista, rapporti non chiari con gli insorti ciadiani e, soprattutto, un aperto sostegno al Governo centrafricano. Anche se recenti interpretazioni giornalistiche vi intravedono un disegno volto a scalzare l’egemonia francese, le incursioni russe in Africa non sembrano per ora appoggiarsi su una coerente strategia, pur svolgendo azione di disturbo e contribuendo a conferire maggior profondità alla presenza militare ai bordi del Mediterraneo, questa è corrispondente a un’antica e mai sopita aspirazione russa.

L’attuale, rinnovato interesse dell’Unione Europea verso il Sahel si fonda sulla percezione che l’instabilità di questa regione sia legata a quella della Libia, e che entrambe pongano serie minacce all’Europa stessa sotto il profilo della sicurezza, del terrorismo e dei traffici illegali, fra cui soprattutto quello degli esseri umani. Per questo il Sahel è stato riconosciuto nel 2019 come una priorità strategica dell’UE, comportando l’avvio di numerose iniziative di sostegno alle forze armate e di sicurezza locali, mediante iniziative di formazione, il potenziale utilizzo (anche per gli armamenti) di un fondo come la European Peace Facility e infine l’avvio di una task force operativa come la Takuba, destinata a operare nel triangolo di frontiera fra Mali, Niger e Burkina con la partecipazione volontaria di alcuni Paesi (fra cui anche l’Italia). Proprio il doppio fallimento delle politiche sin qui condotte soprattutto dalla Francia, politico in Mali e militare in Ciad, ha conferito nuova forza alle voci di chi già criticava l’assoluta priorità conferita agli aspetti militari e di sicurezza sugli altri elementi della strategia 35 Articoli e studi sui nuovi scenari internazionali per il Sahel, invocando un più solido “pilastro politico” mirato a ri-conferire credibilità a Stati in evidente perdita di consensi e di fiducia, rafforzando la loro capacità di fornire servizi pubblici alle aree e alle popolazioni più marginali e di svolgere un ruolo di mediazione pacifica nei conflitti locali intorno alle risorse naturali, ruolo in cui sempre più spesso alle autorità centrali si sono sostituiti gli stessi insorti jihadisti. L’accento sulla governance non è certo nuovo ed era stato già indicato da Prodi, primo inviato per il Sahel delle Nazioni Unite, fra i principali obiettivi strategici da perseguire. Questo suggerimento non era poi stato messo in pratica, restando a uno stadio astratto senza identificare specifiche pratiche di riforma, forse perché il timore di destabilizzare i già precari Governi in carica aveva alla fine privilegiato un approccio più pragmatico e appiattito sull’esistente. Nonostante i sempre più forti richiami a una riforma delle strategie per il Sahel, si tratta di un nodo politico che resta attuale, come dimostra l’atteggiamento oscillante tenuto sia dagli organismi interafricani, sia dalla Francia verso le giunte militari transitorie installatesi in Mali e in Ciad: apparentemente più rigido nel primo caso, molto più accomodante nel secondo. Esso potrà essere sciolto solo con un’iniziativa più incisiva da parte di tutti i soggetti politici internazionali, coinvolgendo soprattutto molto di più, e non solo per quanto concerne gli aspetti militari, sia i Paesi della Regione sia le organizzazioni regionali e panafricane. Al riconoscimento, in gran parte acquisito, della gravità della crisi sotto il profilo securitario, va aggiunta anche una maggiore consapevolezza che essa sarà difficilmente risolta se non se ne affronteranno anche le radici, che non rimandano solo a fattori esterni, ma anche a conflitti interni e all’incapacità delle classi politiche locali ad affrontarli con riforme inclusive. Anche l’Italia dovrebbe tener conto di questo nodo, nel momento in cui una personalità del nostro Paese è stata chiamata all’incarico di rappresentante dell’UE per il Sahel e in cui sembra inaugurarsi – con il recente incontro a Bruxelles fra Draghi e Macron – un nuovo corso di collaborazione italo-francese nella regione. Troppo riduttivo e probabilmente inefficace apparirebbe un semplice trade off fra un’azione più solidale fra i due Paesi in Libia e un nostro cenno di attenzione, ancora una volta soprattutto sul piano militare, per il Sahel. Molto resta ancora da fare soprattutto in Europa, affinché l’interesse politico verso la regione in tutti i suoi aspetti, migrazioni comprese, sia condiviso da tutta l’Unione e non più soltanto trainato da alcuni suoi membri come la Francia di Macron: ora più consapevole dell’insostenibilità dei vecchi approcci verso le ex-colonie, ma in difficoltà nell’articolare un piano d’azione che non equivalga a un puro e semplice abbandono.


da qui

mercoledì 6 giugno 2018

Migranti, noi siamo Mamoudou. Ma siamo anche eroi senza documenti - Mauro Armanino



Era passato dal Niger. Mamoudou Gassama avrebbe potuto scomparire da sconosciuto nel deserto o nel mare Mediterraneo, complice occasionale dei migranti. Poteva essere stato detenuto, derubato e rimandato nel suo nativo Mali in una delle qualsiasi frontiere che ha sfidato fino in Francia. Ve lo dicevamo che i Mamoudou arrivavano per salvarvi e non ci facevate credito. Adesso che il governo francese gli ha promesso la naturalizzazione per avere soccorso un bimbo in pericolo di vita ci darete ragione. Qui nel Sahel formiamo scalatori di palazzi, badanti, raccoglitori di frutta, venditori di giornali, tecnici di laboratorio, inventori di frontiere, pizzaioli, imbianchini, trapezisti, mendicanti e giocatori della nazionale di calcioto
Facciamo quello che possiamo per accontentarvi e renderci utili alla vostra missione civilizzatrice. Perché forse avete perso il pelo ma non il vizio coloniale. Quello vi accompagna tutt’ora e lo trasmettete alle nuove generazioni. Quelle appunto che noi salviamo sfidando la forza di gravità delle vostre politiche che condannano gli umani per ciò che sono e non per ciò che fanno.
Noi siamo Mamoudou. Ci avete fatto l’elemosina di un documento che ci permetterà di passare sulle vostre strade a testa alta. Come degli eroi perché un Mamoudou qualsiasi di 22 anni ha preso per mano un figlio vostro destinato a precipitare nel vuoto. Financo lo stesso presidente che vi rappresenta ci ha ricevuti con tutti gli onori del caso. Pensate di regolarizzarci con un foglio di carta e poi, fra tre mesi, un permesso di soggiorno della durata di dieci anni. Infine vorreste ‘naturalizzarci’ e farci diventare come uno di voi. Non ci riuscirete perché rimarremo diversi da voi. Con le mani nude, le stesse che abbiamo portato da lontano, ci arrampicheremo sui vostri palazzi che non sono diversi dalle frontiere di fili spinati sui quali ci siamo allenati per anni. Ecco perché scaleremo le vostre montagne di indifferenza ipocrita che mette al bando la solidarietà tra umani. Il delitto di solidarietà col quale condannate chi salva le nostre vite non l’avete applicato con Mamoudou. Siete rei di complicità nel creareun mondo che vi seppellirà nella tristezza.'
Il vostro presidente Macron, che dice di non poter accogliere, non diversamente dagli altri, tutta la miseria del mondo ci ha ricevuti e fatto gli elogi. Altri, simili a lui, volevano darci una medaglia, la legione di quell’onore che avete perso per sempre dall’avventura coloniale fino a oggi. Non avete perso però il vizio di mettere voi e il vostro mondo come baluardo della civiltà e unico criterio della storia. Avete semplicemente fallito e con voi i diritti che dite di mettere per iscritto nei codici che di civile  non hanno più nulla. Ci avete offerto un contratto di dieci mesi da apprendista pompiere per farci spegnere gli incendi che la nostra presenza propaga. Non ci riuscirete, ve lo assicuriamo senza nessun timore. Con Mamoudou siamo partiti nel 2013, e fanno cinque anni spesi per cercare di raggiungervi e salvarvi. Un anno di più del bimbo francese sospeso nel vuoto.Una mano aggrappata al terrazzo e l’altra afferrata per dargli la vita che lo abbandonava al silenzio della sera della vostra capitale. Persino la signora sindaco ha riconosciuto che siamo degli eroi.
Siamo eroi senza documenti. Per quelli come noi, irregolari, illegali, clandestini e con ascendenze criminali, l’unica porta è quella d’uscita. La de-porta-zione al Paese di sbarco. Ci avete battezzati di recente ‘dublinesi’, dal nome della capitale dell’Irlanda dove ci avete affidato un’identità. Il luogo di sbarco è anche quello di ritorno, per il resto ci si affiderà agli accordi di riammissione in cambio di soldi e vergogna. Col padre e la madre del bimbo entrambi assenti abbiamo assicurato la vostra perpetuità. Dieci mesi assicurati coi pompieri, un permesso di soggiorno e un giorno la vostra nazionalità. Come non credere alle favole