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giovedì 12 novembre 2020

poesie di Ivano Ferrari

 “SVENTRATE INTERE FAMIGLIE…”. ODE A IVANO FERRARI, POETA SOPRAFFINO, MACELLAIO DELLA PAROLA - Fabrizio Testa

 

Ossa che scricchiolano come in una danza del corpo morto. La danza di tanti cadaveri di vacche appese. Rumore sordo di carni che si sfiorano e di uomini che sventrano, lavano, timbrano. Ivano Ferrari lava e timbra corpi morti tutto il santo giorno, quando stacca scrive. Parla della morte delle bestie, metafora delle nostre morti e delle morti tutte. Non vi è occhio di vitellino che tenga. La lama del chirurgo non conosce rimorsi e sa essere spietata.

Macello esce nel 2004. Trent’anni dopo l’esperienza raccontata sopra. Nel frattempo il macello di Mantova è diventato biblioteca comunale. Libri al posto della carne. Pagine bianche che riportano il colore delle ossa. Ferrari è sempre lì. Non lava più corpi morti. Accarezza le pagine, cataloga. Macello esce nel 2004 e racconta, in versi, l’esperienza d’una vita.

Sventrate intere famiglie

oggi

lunedì di intensa macellazione.

Una vacca ha partorito un vitello

negli occhi la paura del nascere

il foro in mezzo il nostro contributo

a tranquillizzarlo.

*

Nascita e morte insieme. Senza pietà per nessuno. Dalla biblioteca che non è più stanza per banchetti di mosche e operazioni arriva un capolavoro, La morte moglie (2013) che non solo recupera alcune poesie perse all’epoca degli ammazzamenti ma traccia un lungo calvario in versi sulla fine della compagna. Ancora morte, versi che fanno male, una morte con le braccia conserte pronta a banchettare con noi a tavola.

Le occasioni per arretrare sono finite

si corica al tuo fianco l’orizzonte

e il sole non fa più rumore.

La moglie che muore ed il gesto dell’estremo saluto. La via crucis personale piena di dettagli che sono come spade. Esplorano bresaole, verdure color fiele e merda, le pieghe liberty della coperta, il vuoto smorto della carta. Dettagli che ringhiano e accecano.

*

Ricordo ancora di averlo contattato al telefono, Ivano Ferrari. All’epoca vivevo a Parigi e per cercare il numero ho guardato su internet, pagine bianche, L’unico Ivano Ferrari di Mantova. Una chiamata da così lontano e per cosa poi? Solo un timido ringraziamento per i versi stupefacenti. Cos’altro potevo dire? Cos’altro avrei potuto domandare?

da qui

 

 

IVANO FERRARI, MACELLO (ALCUNI ESTRATTI)

 

Per chi volesse approfondire la lettura dell’opera di Ivano Ferrari, proponiamo oggi in lettura alcune poesie estratte da Macello, libro del 2004 che quest’anno Einaudi pubblica anche in formato elettronico. Cliccando QUI, invece, potrete leggere (o rileggere) de La morte moglie, di cui ci siamo occupati qualche settimana fa.

 

*
Lo stanzino in fondo allo spogliatoio
è detto delle seghe
affisse a tre pareti foto di donne
dalla vagina glabra
nell’altra il manifesto di una vacca
che svela con differenti colori
i suoi tagli prelibati.

 

*
La mia pelle ripulita e triste
il cuore glabro
il colorito bluastro
bene, io sono quello
che stabilisce la commestibilità
dei vostri miasmatici cibi.

 

*
Dove nasconderà le lacrime?
Se la domanda pende sul cranio
sfondato di un puledro
sfumo affannando versi
subendo animali e cose.

 

*
La carne morta rivive
nella sua grande miseria
col vento che riporta gli odori
ad un ordine sparso.
La carne morta è ricamata
da quelle sinuose presenze
che gli altri chiamano larve.

 

*
È fuggito un toro nero
erra sul cavalcavia
impaurendo il traffico,
lo rincorriamo
impugnando coltelli
bastoni elettrici e birre
corre si ferma torna
arrivano i carabinieri coi mitra,
ora è steso su un velo d’erba
e sussurra qualcosa alle mosche.

 

*
Quando hanno tolto la luce
la morte si è ricomposta
per apparire subito dopo
più nitida, più vergine.

 

*
Un lungo, insopportabile ritardo.
poi il rumore dei camion
le urla degli autisti
le ultime preghiere delle bestie.
Ricomincia la vita appaiono le forche
le pistole, le falze, i coltelli.

 

*
Nella stanza d’attesa
un vitellone chiazzato
e una tornita manzarda
avranno ancora la notte
per annusarsi promesse
da domani eterne.

 

*
Dalla vasca d’acqua bollente
emerge un enorme maiale
bianco come uno spettro
che oscilla impudico fino a quando
dal finestrone il sole
accende quintali di luce.

 

*
A qualche centinaio di metri
passata la forma fresca del prato
e dopo case dagli occhi spenti
si trova il cimitero degli umani
dove c’è carne che non sfama.

 

*
È venerdì santo ma senza
la primaverile viandanza,
già prodiga di resurrezioni
il sangue ancora ghiaccia
riempendo i fiati di bagliori
e le bestie sono troppo pesanti
per scendere dalla croce.

 

*
Qualcuno si chiede se io ami
se durante il giorno cerco
o risolvo, se almeno vedo.
Quando guardano le mie labbra
o le mie mani
e più maliziosamente giù, fra le cosce
sento sul corpo le domande
che mi attraversano
come una forca farebbe con la paglia.
Se faccio sanguinare il vento
se trasformo le foglie fredde
in involtini di carne,
se i cavalli bianchi del mio rinascimento
sono esposti sul bancone di una macelleria
non rinuncia alla mia umanità come voi del resto.


© Ivano Ferrari


da qui

domenica 10 maggio 2020

Confessioni di un lavoratore al macello*** (attenzione, potrebbe essere disturbante per alcuni)




Circa 100 milioni di animali vengono uccisi per la carne ogni mese nel Regno Unito – ma molto poco si sa delle persone che compiono le uccisioni. Qui, un ex lavorante al macello descrive il suo lavoro e gli effetti che ha avuto sulla sua salute mentale.

ATTENZIONE: ALCUNI LETTORI POTREBBERO TROVARE QUESTA STORIA DISTURBANTE

Quando ero bambino, sognavo di fare il veterinario, mi immaginavo mentre giocavo con animaletti birichini, calmando micini spaventati e – dal momento che ero un bimbo di campagna – eseguendo visite sugli animali della fattoria locale se venivano lasciati sotto le intemperie.
Era la vita piuttosto idilliaca che sognavo per me stessa – ma le cose non sono andate proprio così. Invece, sono finita a lavorare in un macello.
Ci sono rimasto per sei anni e, invece che passare i miei giorni a far stare meglio mucche infelici, avevo il compito di garantire che circa 250 di loro venissero uccise ogni giorno.
Che mangino o non mangino carne, quasi nessuno nel Regno Unito è stato dentro un mattatoio – e per buoni motivi. Sono luoghi sudici, sporchi. Ci sono feci di animali sul pavimento, tu vedi e odori le budella e i muri sono ricoperti di sangue.
E l’odore… ti colpisce come un muro quando entri per la prima volta e poi aleggia denso nell’aria intorno a te. La puzza degli animali morenti ti circonda come un vapore.
Perché qualcun dovrebbe voler visitare un luogo come questo, figuriamoci lavorarci?
Per me, è successo perché avevo già passato due decenni a lavorare nella industria alimentare – in stabilimenti di confezionatura e simili. Così, quando ricevetti una offerta dal mattatoio per diventare manager del controllo qualità, lavorando direttamente coi macellai, sembrò un cambiamento di lavoro abbastanza innocuo. Allora, avevo 40 anni.
Al primo giorno, mi fecero fare un giro introduttivo, spiegandomi come tutto funzionasse e, soprattutto, fondamentalmente, puntualmente e ripetutamente, mi chiesero se fossi OK. Era abbastanza comune per le persone, svenire durante il giro, mi spiegarono, e la incolumità fisica dei visitatori e dei nuovi assunti era molto importante per loro. Era OK, penso, mi sentivo male, ma pesavo che ci avrei fatto l’abitudine.
Presto, tuttavia, mi resi conto che non aveva senso fingere che questo fosse un lavoro come un altro. Di sicuro non tutti i mattatoi sono uguali, ma il mio era un posto brutale, pericoloso dove lavorare. C’erano innumerevoli occasioni in cui, anche se seguivano tutte le procedure per lo stordimento, i macellai prendevano calci da una mucca enorme che stava boccheggiando mentre la agganciavano alla macchina per macellarla. In modo simile, le mucche trasportate si impaurivano in preda al panico, che era abbastanza terrificante anche per tutti noi. Te ne accorgerai, se sarai mai stato vicino a qualche grosso animale.
Personalmente, non ricevetti ferite, ma il posto fece ammalare la mia mente.
Mentre trascorrevo giorno dopo giorno in quella scatola grande e senza finestre, sentii il mio petto sempre più pesante e una nebbia grigia calò su di me. Di notte, la mia mente mi prendeva in giro con incubi, ripetendo alcune delle cose orribili che avevo visto durante il giorno.
Una delle capacità che padroneggi lavorando in un mattatoio è la dissociazione. Impari a diventare insensibile verso la morte e la sofferenza. Invece di pensare alle mucche come esseri viventi interi, le separi nelle parti dei loro corpi che si possono vendere e mangiare. Questo non solo rende il lavoro più facile – è necessario per la sopravvivenza.
Ci sono cose, tuttavia, che hanno la forza di scuotere la insensibilità. Per me, erano le teste.
Alla fine della linea di macellazione, c’era un enorme cassone, riempito da centinaia di teste di mucca. Ciascuna di queste era stata scotennata, rimossa tutta la cane che si poteva vendere. Ma una cosa rimaneva ancora attaccata – gli occhi.
Tutte le volte che passavo vicino al cassone, non potevo evitare di sentirmi come se centinaia di paia di occhi mi stessero fissando. Alcuni mi accusavano, sapendo che avevo partecipato alle loro morti. Altre sembravano supplicarmi, come se ci fosse qualche modo perché io potessi tornare indietro nel tempo e salvarle. Era disgustoso, terrificante, spezzava il cuore, tutto allo stesso momento. Mi faceva sentire colpevole. La prima volta che vidi quelle teste, mi ci volle tutta la mia forza per non vomitare.
Lo so che queste cose davano pure fastidio agli altri lavoratori. Non dimenticherò mai il giorno, dopo che ero stata al mattatoio per alcuni mesi, quando uno dei compagni segò in due una mucca appena uccisa, per sbudellarla – e cadde sul pavimento il feto di un vitello. La mucca era incinta. Lui iniziò immediatamente a urlare e a buttare le braccia in giro.
Lo portai in una sala per le riunioni per calmarlo e tutto quello che riuscì a ripetere, fu “Non è giusto, non è giusto!” ancora e ancora. Erano uomini duri e raramente mostravano qualche emozione. Ma potei vedere lacrime che gli pizzicavano gli occhi.
Anche peggiore della mucca incinta, tuttavia, era il giovane vitello che qualche volta dovevamo uccidere.
Ruolo fisicamente esigente
Sul suo sito, l’Associazione Britannica dei Produttori di Carne (British Meat Processore Association – BMPA) dice che l’industria della carne del Regno Unito ha tra gli standard più elevati di igiene e benessere nel mondo.
Molti dei membri, dice, “sono all’avanguardia della progettazione dei mattatoi con attrezzature per alloggiare gli animali e aiutarli a spostarsi intorno al sito con facilità e senza dolore, disagio o sofferenza”.
La produzione della carne nel Regno Unito impiega 75mila persone, dei quali circa il 69% arrivano dagli altri Stati membri dell’Unione Europea, come annota la BMPA.
Al culmine della crisi per la BSE e la tubercolosi bovina negli Anni ’90, grandi gruppi di animali dovevano essere macellati. Io lavorai al mattatoio dopo il 2010, decisamente dopo la crisi della BSE, ma se qualche animale risultava positivo al test della TB, bisognava ancora prendere tutte le famiglie per eliminarle – tori, giovenche e vitelli. Mi ricordo un giorno in particolare, quando lavoravo lì da circa un anno o giù di lì, quando dovemmo macellare insieme cinque vitelli.
Provammo a farli passare tra le ringhiere dei recinti, ma erano così piccoli e ossuti che potevano con facilità uscir fuori e trotterellare in giro debolmente barcollando sulle loro gambe di neonati. Loro ci annusavano, come cuccioli, perché erano giovani e curiosi. Alcuni dei ragazzi e io li accarezzammo e loro succhiarono le nostre dita.
Quando venne il momento di ucciderli, fu dura, sia emotivamente che fisicamente. I mattatoi erano progettati per macellare animali davvero grandi, così le scatole di stordimento di solito sono giusto della taglia adatta per trattenere una mucca che pesa una tonnellata. Quando ci mettemmo il primo vitello, occupava a malapena appena un quarto della scatola. Ce li mettemmo tutti e cinque in una volta sola. Poi, li uccidemmo.
In seguito, i macellai erano visibilmente scossi, mentre guardavano gli animali morti sul pavimento.
Raramente li ho visti così vulnerabili. Si tende a imbottigliare le emozioni nel mattatoio. Nessuno parla dei propri sentimenti, c’è una opprimente sensazione che non ti è permesso di mostrare debolezza. In più, c’è un mucchio di lavoranti che non sarebbero capaci di parlare dei loro sentimenti al resto di noi, anche se lo volessero. Molti sono lavoratori immigrati, soprattutto dall’Europa dell’Est, il cui inglese non è abbastanza buono per loro per chiedere aiuto se stanno arrancando.
Un mucchio di uomini con cui ho lavorato avevano un secondo impiego altrove – terminavano le loro 10.11 ore al mattatoio prima di andare all’altro lavoro – e la fatica spesso reclamava il suo prezzo. Alcuni ebbero problemi col bere, spesso venivano al lavoro che puzzavano tantissimo di alcolici. Altri presero a bere troppi integratori vitaminici e più di uno ebbe un attacco di cuore. Quelle bevande, allora, vennero tolte dai distributori automatici del mattatoio, ma le persone ancora se li portavano da casa e li bevevano di nascosto nelle loro auto.
“Io amo gli animali”
Un macellaio al mattatoio di Tideford, descrisse il suo approccio a questo lavoro, per The Food Chain sul BBC World Service:
“Di base, io amo gli animali. Non provo alcun piacere in quello che facciamo, ma se posso farlo nel modo più tranquillo e professionale possibile, allora penso che abbiamo raggiunto qualche cosa. Rimani professionale, fallo, quindi stacca – e allora, quando abbiamo finito il lavoro, vai a casa e comportati da persona normale. Non roba per tutti. Conosco un paio di macellai che non riuscirebbero a camminare in un mattatoio, il pensiero di prendere la vita di qualcuno, trovano difficile da accettarlo, o assistervi.”

Ascoltato da The Food Chain: Inside dei Abbatoir/Abattoir

Lavoro al mattatoio
Il lavoro al mattatoio è stato collegato a molteplici problemi di salute mentale – un ricercatore ha usato il termine ‘Sindrome Traumatica da Perpetratore indotto’ per riferirsi ai sintomi di PTSD (Post Traumaric Stres Disorder) patiti dai lavoratori nei macelli. Io personalmente ho sofferto di depressione, una condizione esacerbata dalle lunghe ore, dal lavoro senza sosta, circondata dalla morte. Dopo un po’, iniziai a sentirmi autodistruttivo.
Non è chiaro se il lavoro nei macelli causi questi problemi, o se il lavoro attragga persone con condizioni pre-esistenti. Ma, comunque, è un lavoro incredibilmente solitario, ed è difficile cercare aiuto. Quando dico alla gente che cosa faccio per lavoro, allo stesso tempo vengo accolta sia con assoluta repulsione, o una fascinazione curiosa e scherzosa. Comunque, non posso mai aprirmi con le persone sugli effetti che sta avendo su di me. Invece, a volte scherzo insieme a loro, facendo discorsi cruenti sullo spellare una mucca, o sul maneggiare le sue viscere. Ma, il più delle volte, sto semplicemente zitta.
Pochi anni dopo il mio periodo al mattatoio, un collega iniziò a fare commenti frivoli a proposito “non essere qui entro sei mesi”. Tutti quanti la buttavano sul ridere. Lui era una specie d buffone, così la gente pensava che li stesse stuzzicando, quando diceva che lui aveva un nuovo lavoro o qualcosa del genere. Ma mi faceva sentire davvero a disagio. Lo presi da parte e gli chiesi cosa voleva dire, e lui si commosse. Ammise che era stato perseguitato da pensieri di suicidio, che si sentiva come se non potessi più farcela e che aveva bisogno di aiuto – ma mi scongiurò di non dire nulla ai nostri capi.
Riuscii a incoraggiarlo a chiedere aiuto al suo medico di base – aiutandolo, realizzai che avevo bisogno di aiutare me stessa. Mi sentivo come se le cose orribili che vedevo, avessero rabbuiato i miei pensieri e io mi trovassi in un conclamato stato di depressione. Sembrava un grande, passo, ma avevo bisogno di uscire da lì.
Dopo che lasciai il mio lavoro al mattatoio, le cose cominciarono a sembrare più allegre, cambiai completamente atteggiamento e iniziaia lavorare con le organizzazioni di beneficenza per le malattie mentali, incoraggiando le persone ad aprirsi a proposito dei loro sentimenti e cercare aiuto professionale – anche se pensavano di non averne bisogno, o si sentivano come se non lo meritassero.
Pochi mesi dopo essermene andata, sentii uno dei miei ex colleghi. Mi disse che un uomo con cui avevamo lavorato, il cui compito era di scorticare le carcasse, si era ucciso.
Ogni tanto, mi ricordo dei miei giorni al macello. Penso ai miei ex colleghi che lavorano senza sosta, come se stessero a galla in un vasto oceano, con la terraferma completamente fuori vista. Mi ricordo il mio collega che non è sopravvissuto.
E di notte, quando chiudo gli occhi e cerco di dormire, vedo ancora centinaia di paia di occhi che mi fissano.

Raccolto da Ashitha Nagesh

traduzione di Giovanni Manizzi
fonte: qui
  
***per eventuali sviste nella traduzione contattateci. Grazie mille per la collaborazione!

martedì 21 maggio 2019

Nuovo Manifesto NOmattatoio



NOmattatoio si oppone allo specismo, ovvero a quell’insieme di pratiche e narrazioni culturali funzionali a escludere gli altri animali dalla nostra considerazione morale negandogli il diritto alla vita e gli interessi fondamentali; lo specismo si fonda su un marcato pregiudizio antropocentrico – cioè che fa dell’essere umano il solo centro e metro di paragone – che attribuisce arbitrariamente giudizi di valore agli individui di altre specie, discriminandoli, senza tener conto delle loro diversità etologiche e individuali e relegandoli in una sorta di unicum indistinto la cui unica caratteristica è di costituire una differenza in negativo rispetto all’umano, che solo meriterebbe considerazione morale. Questo pregiudizio morale si è andato a rafforzare e cristallizzare nei secoli giustificando ogni tipo di uso degli altri animali per i nostri interessi, per divertimento, per profitto.
L’antispecismo consiste quindi nel rifiuto di tutto ciò e mette in crisi quell’antropocentrismo attraverso il quale si costruiscono muri e gabbie dapprima simbolici e poi concreti che separano ontologicamente – cioè relativamente all’essere in sé, in quanto tale – l’animalità umana da quella non umana, finendo per ordinare la realtà secondo una logica verticistica piramidale fondata sulla ragione strumentale, dove l’animalità non umana acquisisce un valore proporzionale all’utilizzo che di essa può farne l’umano, e mai in quanto fine indipendente dall’umano.
Per liberare l’animalità non umana dal giogo dell’ideologia specista è necessario abolire del tutto lo sfruttamento degli altri animali, e non regolarlo; se infatti la ricerca dell’abolizione dello sfruttamento è coerente con le considerazioni circa l’immoralità inerente all’utilizzo degli altri animali perché di specie diversa, la regolamentazione dello sfruttamento contraddice le considerazioni circa l’immoralità dell’utilizzo degli altri animali su base specista, giungendo a dar vita a discorsi di “benessere” animale che in maniera più insidiosa giustificano lo specismo e le sue pratiche. In particolare, riteniamo che ogni qual volta ci si concentri sulle modalità di sfruttamento e non sullo rifiuto dello stesso, si tenda implicitamente a veicolare nuovamente il concetto degli altri animali come oggetti e non individui, così rafforzando i discorsi specisti che legittimano e normalizzano il loro uso.
Ciò soprattutto in un momento in cui, oltre a una situazione politica che assottiglia, di giorno in giorno, le possibilità di una vita degna anche per l’animale umano, personalità di spicco dell’antispecismo filosofico e grandi associazioni animaliste parteggiano per un miglioramento delle condizioni degli animali non umani reclusi, miglioramento che, sottolineiamo ancora, non mette in discussione la reclusione in sé, lo sfruttamento, il massacro ma che rischia di rinforzare tutto l’apparato del dominio attraverso un subdolo quanto pericoloso lavaggio del cervello in senso morale.
NOmattatoio denuncia quindi l’attuale utilizzo in ambito vegano/antispecista di strategie centrate sul “benessere” animale che nella teoria mirano all’ideale dell’abolizione dello sfruttamento degli altri animali, ma che nella pratica lo perseguono come fosse un miraggio, attraverso continui miglioramenti nel modo di sfruttarli. Questa posizione ambigua risulta essere, in ultima analisi, una rinuncia alle istanze di liberazione dal giogo dello specismo, oltre che uno strumento che avalla lo stesso e le sue pratiche. Piccoli passi nella direzione di gabbie più grandi non portano a gabbie vuote.
Si riconosce, inoltre, che per raggiungere il traguardo dell’emancipazione dell’animalità non umana dall’ideologia specista sia necessario mettere in atto tutte quelle strategie che direttamente e inequivocabilmente prendono di mira lo specismo, e non utilizzare argomenti e strategie indiretti incentrati ora sulla salute, ora sull’ambiente; per quanto degnissimi di interesse, in particolar modo le connessioni tra le le pratiche speciste e l’attuale crisi ambientale, tali argomentazioni lasciano intatta l’ideologia specista che, vivendo e sviluppandosi come costrutto culturale nella mente delle persone, continua ad esprimersi in tutti quei modi attraverso i quali è possibile sfruttare, imprigionare e vivisezionare i corpi e le menti dell’animalità non umana.
I discorsi che ruotano attorno alla salute rimangono irriducibilmente antropocentrici e si concentrano sugli interessi della nostra specie, non su quelli degli altri animali.
NOmattatoio intende quindi portare avanti discorsi che mirano alla giustizia e al riscatto delle soggettività animali altre da quelle umane, e rifiuta quelli incentrati sull’amore, il pietismo, la crescita spirituale personale, ancora una volta antropocentrici, così come quelli indiretti basati sulla salute, l’ambiente o altro che non riguardi nello specifico gli altri animali.
NOmattatoio riconosce le analogie di questa lotta con le altre forme di discriminazione intraumane – sessismo, razzismo, omotransfobia ecc. – ma ritiene che ogni forma di oppressione abbia una sua specificità e necessiti di discorsi e pratiche particolari che la mettano a nudo, per meglio combatterla.
L’obiettivo di NOmattatoio è quindi quello di denunciare lo specismo in ogni suo aspetto e di opporsi a esso attraverso un discorso radicale e rigoroso che non conceda attenuanti alla normalizzazione dello sfruttamento animale.
In questo senso NOmattatoio rivendica orgogliosamente il suo carattere politico che non costituisce allineamento partitico o ideologico, se non quello ai princìpi dell’antispecismo come teoria, e pratica, necessaria e sufficiente ad abbattere il pregiudizio morale nei confronti degli altri animali con tutto ciò che ne consegue.

venerdì 1 dicembre 2017

Se niente importa...- Rita



Ieri abbiamo fatto il nostro 32° presidio davanti al mattatoio di Passo Corese, in provincia di Rieti.
A differenza degli altri organizzati a Roma, gli agenti di polizia ci hanno permesso di andare fin davanti all'ingresso e ci hanno lasciato osservare tranquillamente quanto avveniva all'esterno, sul piazzale, su cui era posizionata anche la stalla di sosta, piena di animali in attesa di essere macellati, e su cui affacciavano varie porte; su una c'era scritto: uscita pelli. 
Abbiamo potuto così assistere da vicino al "lavoro" giornaliero dei vari addetti alle operazioni di smontaggio dei corpi, iniziato con l'andirivieni di quelli che uscivano a prendere gli animali dalla stalla di sosta per trascinarli dentro alla stanza di macellazione, per poi proseguire con la pulizia della stessa una volta "svuotata" e l'uscita dei carrelli contenenti i resti della macellazioni dalla porta su cui c'era scritto "uscita pelli", oltre la quale, attraverso uno spiraglio, si sono intravisti i corpi di alcune pecore appese e già scuoiate. 

Nonostante non fosse certo la prima volta che vedevamo degli animali poco prima di entrare al mattatoio, la giornata di ieri è stata per tutti particolarmente dura, probabilmente perché è stata la prima volta che abbiamo potuto osservare dal vivo tutta una serie di gesti routinari eseguiti con una freddezza agghiacciante. 
Gli addetti cantavano mentre portavano pecore e agnelli a morire, ascoltavano la radio, mangiucchiavano, fischiettavano. Più volte ci hanno guardato con sfida. Uno ci ha detto: "Io mi sono alzato alle cinque e mezza per venire a lavorare". "Anche io", gli ho risposto, "ma la differenza tra me e te è che io sono venuta per difendere quelli che tu stai per uccidere". Non ha replicato. Ma immagino che lui si sentisse legittimato a sfidarmi, in fondo lui era quello che stava facendo soltanto il suo lavoro, come ogni bravo cittadino e padre di famiglia che si rispetti, mentre io quella che aveva trovato il tempo di andargli a rompere le scatole, come una nullafacente qualsiasi che osa criticare chi si guadagna il pane.
Siamo sempre lì. Alla banalità del male. Alla deresponsabilizzazione individuale. Alla legittimazione sociale e culturale di chi sfrutta e schiavizza per il profitto, alla totale inconsapevolezza e incoscienza del peso delle proprie azioni e scelte.

Uno degli addetti alla macellazione è uscito fuori più volte. Aveva il grembiule imbrattato di sangue e così gli stivali. Vestita come lui c'era anche una donna. 
Ricordo di aver pensato una cosa, quando l'ho vista: la sua faccia è l'ultima cosa che vedranno gli agnellini prima di essere sgozzati.

Ho pensato alla maternità, al valore femminile del dare la vita, alla tenerezza dei cuccioli, così stridenti con il suo grembiule macchiato di sangue e con la normalità con la quale mangiava un pezzo di pizza dopo il "lavoro".

Un'altra cosa che mi/ci ha colpito è la casetta del guardiano a pochi metri dalla stalla di sosta. Addobbata per il Natale. Con le lucine e tutto il resto. 

C'è una forte dissociazione cognitiva nella mente di queste persone. Agiscono come automi convinti di fare un lavoro uguale a un altro, magari necessario, anzi, sicuramente necessario, dal momento che tutti poi vanno a comprare la carne, no?

Non abbiamo potuto fare nulla per salvare quegli animali e sono soltanto una parte infinitesimale rispetto ai milioni che vengono macellati ogni giorno nei mattatoi di tutto il mondo. 
Ma di una cosa sono certa: la nostra presenza lì non è passata inosservata. I nostri occhi increduli, il nostro sguardo addolorato ha lasciato un segno sulle macchine che passavano al di sopra, persino sulle forze dell'ordine che erano lì per controllarci ("noi siamo nel mezzo", mi ha detto un agente, "capisco voi, sono sensibile, ci rifletto da mesi ormai sulla vostra lotta, ma devo stare qui anche a difendere il lavoro dei macellai perché purtroppo è legale"), e poi, forse anche su quelle persone stesse che abbiamo osservato tutto il tempo come se provenissero da un altro pianeta. Anzi, come se NOI provenissimo da un altro pianeta in cui quello che oggi qui sembra normale, uccidere animali per il profitto e l'abitudine, lì non lo è. La nostra presenza DEVE aver lasciato un segno. Deve essere così. Altrimenti significa che è tutto inutile. 

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