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domenica 8 marzo 2026

Come Eni vuole prendersi gli influencer italiani - Lorenzo Tecleme


Una popolare pagina Instagram italiana pubblica un carosello, cioè un post composto da più immagini. La notizia al centro del contenuto social è il nuovo record segnato nel 2024 dall’installazione di energia eolica e fotovoltaica, ma i toni del post sono inusuali. Sole e vento «non bastano per la transizione energetica – scrive la pagina, e – il gas e alcune fossili restano indispensabili». Per i divulgatori dietro il profilo, la soluzione sta nella «neutralità tecnologica». Si tratta del principio, da tempo dibattuto nella politica europea, per cui dovrebbe essere il mercato a decidere quali soluzioni tecnologiche siano più adatte a portare avanti la transizione ecologica, e non gli Stati.

I partiti della destra e dell’ultradestra hanno fatto della neutralità tecnologica una battaglia simbolo all’interno delle istituzioni comunitarie, e anche le aziende dell’oil&gas ne parlano diffusamente. E proprio a queste ultime dobbiamo guardare per capire il post da cui siamo partiti. L’ultima slide rivela infatti il vero scopo della pubblicazione: promuovere MINDS, un master organizzato dalla multinazionale italiana Eni assieme al Politecnico di Torino.

Plenitude Creator Bootcamp: la scuola per influencer di Eni

La collaborazione tra la pagine Instagram in questione – Data Pizza, 226mila follower – ed Eni è correttamente segnalata e assolutamente lecita. Il tema dei legami tra una delle più grandi aziende del nostro Paese e l’universo dei content creator italiani, però, merita attenzione.

Da anni Eni, anche tramite la sua controllata Plenitude, investe molto sulle collaborazioni con personaggi famosi sui social e pagine dedicate alla divulgazione. L’attore Paolo Ruffini (1,9 milioni di follower su Instagram), la travel blogger Manuela Vitulli (168mila follower), il gamer Jody Checchetto (282mila follower) sono solo alcune delle celebrità online che hanno prestato la loro immagine all’azienda. Andrea Perticaroli e Christian Cardamone, meglio noti come @iwouldbeandrea e @nonsonokristiano, sono diventati di fatto i volti di Plenitude su TikTok. Un’investimento sui social che si combina alla pubblicità tradizionale e alle sponsorship dei grandi eventi – il Festival di Sanremo e la Seria A su tutte, ma anche grandi occasioni straniere come la Vuelta di Spagna recentemente conclusa.

L’ultima novità in questo scenario è che l’azienda con sede a San Donato Milanese ha fatto un passo ulteriore nel mondo della comunicazione online. Proponendosi come punto di riferimento per chi vuole fare carriera su nuovi media. Ha avuto inizio il 15 settembre a Milano, da quanto si apprende sul sito della multinazionale, il Plenitude Creator Bootcamp. Si tratta di «un programma di formazione pensato per aspiranti content creator». Chiunque tra i 20 e i 40 anni con un profilo Instagram o TikTok attivo ha potuto candidarsi per partecipare a questa scuola. L’obiettivo è «consolidare ulteriormente il dialogo con le nuove generazioni attraverso i loro linguaggi». L’idea, insomma, sarebbe quella di creare una nuova generazione di influencer sui temi dell’energia e dell’ambiente. Una generazione la cui formazione passi dalla principale impresa dell’oil&gas italiana.

Tante emissioni e poca transizione: il futuro secondo Eni

«Fin dalla nascita qualche anno fa, Eni ha sempre cercato di promuovere Plenitude con una strategia di marketing ben precisa: associare l’azienda dal logo verde agli eventi più amati dalle persone e più lontani dall’immaginario fossile, come il Festival di Sanremo o le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. E sempre con il fine di ripulire la propria immagine e presentarsi come qualcosa di familiare, quotidiano e amichevole, ora Plenitude utilizza la voce dei content creator sui social media, come nella sua ultima accattivante iniziativa» ,dice a Valori.it Federico Spadini, campaigner clima di Greenpeace Italia.

Da tempo le associazioni e i movimenti ecologisti accusano Eni di greenwashing. Ovvero, la pratica per cui delle aziende impegnate in settori inquinanti ripuliscono la loro immagine pubblica con piccole iniziative verdi o con campagne di marketing dal sapore ecologista. Un’accusa esplosa da quando la controllata Eni Gas&Luce ha cambiato nome in Plenitude: un rebranding volto proprio a mettere in evidenza l’impegno ambientale dell’azienda.

Greenwashing e strategia social: così Eni punta sugli influencer

Eni è il primo emettitore italiano, e il suo core business è l’estrazione e vendita di idrocarburi. Si tratta di un’azienda privata, ma i principali azionisti sono pubblici: ministero dell’Economia e delle Finanze e Cassa Depositi e Prestiti. Secondo le ong Greenpeace e Recommon, Eni da sola nel 2021 ha prodotto 456 Mt CO2eq. Cioè più dell’Italia nel suo complesso. Secondo uno studio di Reclaim Finance,  gli attuali piani aziendali prevedono  che la produzione di idrocarburi sarà superiore del 70% rispetto al livello richiesto dagli scenari di riduzione delle emissioni “Net Zero Emission” dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. Sempre secondo le ong, al 2021 ad ogni euro che ENI investe in fossili corrispondono sette centesimi in rinnovabili.

Non sappiamo se questo genere di dati vengano discussi durante la formazione che l’azienda del cane a sei zampe offre alla nuova generazione di content creator. «Il business di Eni si basa per la stragrande maggioranza su gas fossile e petrolio, principali cause della crisi climatica», dice ancora Spadini. «Insomma, di verde e amichevole Plenitude ha solo il logo, il resto è una grande copertura per continuare a emettere gas serra e a fare profitti sulle spalle delle persone e del Pianeta».

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sabato 8 novembre 2025

Eni diffida e ReCommon risponde «con determinazione»

 

In data 27 ottobre 2025 presso la casella di posta certificata di ReCommon è pervenuta una diffida e richiesta di rettifica da parte della Direzione Affari Legali e Negoziati Commerciali di ENI, a firma dell’Avvocato Stefano Speroni, relativa a quanto riportato da ReCommon nella newsletter del 10 ottobre 2025, dal titolo “Tutti gli occhi su Gaza, allarghiamo lo sguardo.”
 
Le precisazioni inviate dalla Direzione Affari Legali e Negoziati Commerciali sulla presunta natura diffamatoria delle affermazioni di ReCommon sono le seguenti:
 
“1. Sull'ottenimento delle licenze di esplorazione nel Mediterraneo in zona economica palestinese.
Nell'estate del 2023, quindi ben prima dei tragici eventi del 7 ottobre 2023, Eni, insieme ad altre compagnie energetiche, ha partecipato ad una gara internazionale indetta legittimamente da Israele nel 2022 per un’area offshore con sei blocchi esplorativi (in acqua di sfruttamento economico situate, in base al diritto internazionale, tra Israele ed Egitto). I risultati di tale gara hanno visto Eni vincitrice.
Tuttavia, nessuna licenza è stata emessa in relazione a tale gara, né tanto meno alcuna attività esplorativa è stata avviata da Eni nell’area fino ad oggi.
 
2. Sull'accordo Eni e Delek nel contesto di Ithaca Energy.
In merito alla business combination con Ithaca Energy, l'operazione è stata negoziata, eseguita e conclusa direttamente tra Eni UK ed Ithaca, gruppo indipendente e quotato a Londra. Si rappresenta che il database Onu nel quale è citata Delek Group non è una “lista nera” e non è un documento che certifica uno status particolare dei soggetti ivi inclusi, tanto più che non è collegata in nessun modo all'applicazione di alcuna sanzione o misura restrittiva.
Si ribadisce che Eni, in accordo con le policy interne, si impegna al rispetto dei diritti umani.
 
3. Sulla spedizione di 30.000 tonnellate di greggio dal Centro Olio Val D’Agri verso Israele.
Anche questa affermazione è falsa. Eni non ha effettuato alcuna spedizione verso Israele in quanto il greggio Eni prodotto nel Centro Olio in Val D'Agri viene interamente destinato alla raffineria di Taranto per essere lavorato nei propri impianti”.

 

 

In relazione ai punti sopra riportati, ReCommon precisa e chiarisce la propria posizione:
1. Sull'ottenimento delle licenze di esplorazione nel Mediterraneo in zona economica palestinese.
ReCommon prende atto del fatto che ENI giudica come “legittimamente indetta” da Israele la gara internazionale per l’assegnazione delle licenze di esplorazione nelle acque antistanti Gaza, poiché le acque di sfruttamento economico interessate sarebbero situate, in base al diritto internazionale, tra Israele ed Egitto. In proposito riteniamo grave che, così facendo, Eni trascuri che oltre 150 paesi hanno riconosciuto lo stato di Palestina e, per quel che concerne il diritto internazionale, l'UNCLOS (Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare) riconosce alla Palestina la sovranità sulle sue acque territoriali e sulla zona economica esclusiva che si estendono fino a 200 miglia nautiche dalla costa di Gaza, per cui il 62% dell’area di esplorazione assegnata al consorzio a guida di ENI ricade nella zona economica esclusiva palestinese.
In secondo luogo, nonostante i reiterati tentativi di rassicurare gli azionisti e il pubblico che “nessuna licenza è stata emessa in relazione a tale gara, né tanto meno alcuna attività esplorativa è stata avviata da Eni nell’area fino ad oggi”, ReCommon prende atto del fatto che ENI non abbia smentito l’aggiudicazione delle licenze e che non abbia comunicato di avervi rinunciato o di volerlo fare. Dunque, dalle precisazioni ricevute da Eni è possibile desumere che l’azienda ha nei piani futuri di portare avanti le attività esplorative in zona economica palestinese.
 
2. Sull'accordo Eni e Delek nel contesto di Ithaca Energy.
In primo luogo, stupisce che la richiesta di rettifica da parte di ENI arrivi a più di un anno dalla pubblicazione del commento sulla business combination tra ENI UK e Ithaca Energy sul sito di ReCommon e dopo il lancio di una petizione firmata da oltre 3.400 persone e sostenuta da realtà della società civile italiana che chiedevano a ENI di annullare l’accordo con la società Ithaca Energy, proprio per i suoi legami con Delek Group.
In secondo luogo, si fa presente che la locuzione “lista nera”, traduzione dall’inglese blacklisted, è una definizione giornalistica di cui ReCommon non è primo utilizzatore. Il termine, riferito al medesimo tema, è stato infatti riportato da: NBC News (“U.N. blacklists 68 more companies for alleged complicity in Israeli rights violations in West Bank”), Middle East Eye (“UN blacklist of firms complicit in Israeli settlement activity jumps by 70 percent”), Associated Press ("UN adds 68 companies to blacklist for alleged complicity in rights violations in Israeli settlements"), solo per citare alcuni autorevoli organi di stampa a diverse latitudini.
Il database a cui fa riferimento ENI è un documento prodotto dall’Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, che stila un elenco di tutte le imprese commerciali coinvolte nelle attività descritte nel paragrafo 96 della relazione della missione internazionale indipendente incaricata di indagare le implicazioni degli insediamenti israeliani sui diritti civili, politici, economici, sociali e culturali del popolo palestinese. Se si legge il documento, salta immediatamente all’occhio che la lista di attività non è un esercizio di stile, bensì definisce quelle attività “che hanno sollevato particolari preoccupazioni in materia di diritti umani” (that raised particular human rights concerns). Ricordiamo che la società Delek Group, azionista di maggioranza di Ithaca Energy, società di cui ENI UK detiene il 36,06% e di cui può nominare il CEO, figura in questa lista perché coinvolta nelle seguenti attività:
(e) La fornitura di beni e servizi che sostengono la manutenzione e l'esistenza degli insediamenti, compresi i trasporti (The provision of services and utilities supporting the maintenance and existence of settlements, including transport);
(g) L'uso delle risorse naturali, in particolare dell'acqua e della terra, per scopi commerciali (The use of natural resources, in particular water and land, for business purposes).
Sull’indipendenza di Ithaca Energy da ENI S.p.A. e da Delek Group, si segnala la mancanza di coordinazione nella comunicazione istituzionale tra ENI S.p.A. e Ithaca circa la relazione dell’azienda italiana con Delek. ENI S.p.A. si concentra, in questa richiesta di rettifica e in risposta ai suoi azionisti, sulla distanza tra le due società, corroborata dall’aver negoziato l’accordo di aggregazione solo con Ithaca; Ithaca, invece, della partnership allineata tra ENI e Delek ne fa un punto di forza, tanto da riportare a pagina 7 del suo report annuale del 2024 che “(...) Mentre il Gruppo entra nella sua prossima era di crescita, è sostenuto da azionisti impegnati a lungo termine e da una partnership allineata tra Delek ed Eni a sostegno della strategia di crescita di Ithaca Energy” (“As the Group enters its Next Era of growth, it is supported by committed long-term shareholders and an aligned partnership between Delek and Eni in support of Ithaca Energy’s growth strategy”).
 
3. Sulla spedizione di 30.000 tonnellate di greggio dal Centro Olio Val D’Agri verso Israele.
ReCommon prende atto del fatto che secondo ENI non c’è stata alcuna spedizione del greggio processato dal Centro Olio Val D’Agri (COVA) verso Israele. ReCommon ritiene peculiare che ENI non abbia commentato con la stessa sicumera e fermezza in risposta al Business and Human Rights Resource Centre (BHRRC) nel settembre del 2024, che chiedeva a ENI di rispondere proprio in merito al medesimo evento. La nostra affermazione sul carico di greggio trasferito dal COVA a Taranto e quindi partito da qui via nave verso Israele, così come quella del BHRRC, si basa sull’esito dell’analisi condotta da Oil Change International e Data Desk, contenuta nel report “Behind the Barrell”. Data Desk ha utilizzato il modello Trade Flows di London Stock Exchange Group Data & Analytics, che fornisce una valutazione del commercio marittimo di petrolio greggio e prodotti raffinati sulla base dei dati AIS, dei dati doganali, delle informazioni pubblicate quali gli orari delle navi cisterna e dei porti e dei contributi degli analisti. I dati AIS (Automatic Identification System) sono informazioni scambiate elettronicamente tra le navi per migliorare la sicurezza della navigazione, tra cui posizione, rotta, velocità, nome, dimensioni e identificativi.
La tabella da cui si evince il dato riportato da OCI e Data Desk si trova al link https://docs.datadesk.eco/public/oil-to-israel/#table-of-shipments. 


Con determinazione,
il collettivo di ReCommon

giovedì 23 gennaio 2025

Eni denuncia un professore di storia per aver detto la verità - Ultima Generazione


Ultima Generazione rende noto la denuncia da parte dell’Eni contro il professore di storia Giuli per aver detto la verità e invita il presidente Mattarella, non stare a guardare mentre il Governo difende i potenti


Le chiamano querele temerarie; sono quelle denunce che le grandi aziende e uomini politici fanno a privati cittadini – in genere giornalisti – per intimidirli e zittirli. Ultimamente Eni sembra averci preso gusto. Alla denuncia ad Antonio Tricarico di ReCommon è seguita, nella giornata di ieri, la denuncia a Giuli, un professore di storia aderente ad Ultima Generazione. Qui la sua testimonianza. Le accuse, assurde e strumentali, sono di diffamazione a mezzo stampa per delle affermazioni rilasciate sui social e persino di istigazione a delinquere. Il Prof. Giuli ha denunciato, e continuerà a denunciare, il ruolo criminale di Eni nel aggravare la crisi climatica. I fatti sono chiari: è dagli anni settanta che Eni è al corrente dei rischi derivanti dalle emissioni e continua ad investire nell’estrazione dei combustibili fossili facendo affari con regimi dittatoriali. Querelare chi dice la verità è un attacco alla libertà di espressione. Ma ciò che è ancora più grave e inaccettabile è l’atteggiamento complice di un governo che non solo chiude gli occhi di fronte a questo attacco sfacciato alla libertà di espressione, ma addirittura lo facilita. Il cosiddetto “ddl sicurezza” non è altro che l’ennesimo bavaglio imposto a chi alza la voce. È vergognoso che in un paese democratico si permetta un simile scempio dei diritti fondamentali, mentre i veri responsabili degli abusi e della crisi climatica restano impuniti. Per questo chiediamo al Presidente della Repubblica di non prestarsi a una firma vigliacca del ddl Sicurezza.

Le affermazioni contestate

Quali sono le affermazioni contestate? Sono due:

  1. “Eni continua a portare avanti affari illeciti dettando politiche energetiche all’Italia e sfruttando in modo coloniale le risorse di paesi come Nigeria e Mozambico”
  2. Eni è “colpevole e criminale” affermando che “non sta rispettando alcun accordo internazionale e invece sta aumentando gli investimenti in combustibili fossili” e ancora “ Eni sapeva fin dagli anni settanta perché aveva pubblicato degli studi privati che dicevano, testuali parole che ci sarebbero state delle conseguenze devastanti se avessero continuato ad immettere anidride carbonica nell’atmosfera”


La verità è una sola

Cominciamo dall’ultima affermazione (Eni conosceva i rischi delle emissioni). Da un’ inchiesta di ReCommon infatti sono emersi report del centro di ricerche di Eni che, già negli anni settanta, avvertiva dei rischi derivanti dalle emissioni. Avvertimenti che evidentemente sono stati ignorati. Ancora, dire che Eni: “… sta aumentando gli investimenti in combustibili fossili” è dire la verità. L’organizzazione Oil Change International basandosi su documenti ufficiali di Eni, pubblica un rapporto che riporta che il 90% del capitale investito di Eni riguarda progetti di estrazione ed esplorazioni di nuove fonti fossili. In più, veniamo a scoprire come nell’anno 2022 Eni, a fronte di un miliardo investito in Plenitude (il segmento “rinnovabile delle sue attività”) ha investito 15 miliardi nel segmento legato ai combustibili fossili. Dunque dire che Eni “sta aumentando gli investimenti in combustibili fossili”, fregandosene dei parametri stabiliti in sede internazionali per arrestare la crisi climatica, è dire la verità. Quanto all’accusa di “colonialismo”. Eni ha forti interessi in Africa, nei paesi citati dal Prof. Giuli, Nigeria e Mozambico, ma ha proficui rapporti anche con l’Egitto, cioè con un regime dittatoriale e spietato che, tra i tanti crimini, si è reso responsabile della morte del ricercatore italiano Giulio Regeni; è stata proprio la denuncia di questi rapporti a portare alla denuncia per diffamazione di Antonio Tricarico.

Eni, lo strapotere del fossile

Il maggior azionista di Eni è lo stato Italiano, attraverso il ministero di Economia e Finanza. Eppure si ha l’impressione che il rapporto gerarchico sia al contrario , cioè che sia Eni a dominare l’Italia. Claudio Descalzi è un uomo potentissimo, benvoluto da destra e sinistra (è ad di Eni da dieci anni, “sopravvissuto” a quattro governi), certamente molto più influente del Ministro dell’Ambiente Picchetto Fratin. Eni inoltre ha costruito un’immagine di fiducia con gli italiani, colonizzandone (è proprio il caso di dirlo) l’immaginario, attraverso le pubblicità greenwashing e le sponsorizzazione ai grandi eventi culturali (Sanremo, concerto del Primo maggio) e sportivi.

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sabato 16 settembre 2023

Attivisti schedati a Mantova. Se Eni sponsorizza l’evento non si può protestare - Ferdinando Cotugno

 

Al Festivaletteratura un esponente di Fridays for Future è stata fermata e identificata. Voleva mostrare due cartelli durante un incontro organizzato dalla società petrolifera

Non capita tutti i giorni di essere protagonisti di un episodio che porterà a un’interrogazione parlamentare. È una piccola storia senza conseguenze, però utile per capire il rapporto complesso, e non sempre limpido, tra alcuni dei principali eventi culturali italiani ed Eni, che finanzia e presidia molte di queste manifestazioni, dal festival di Sanremo in giù.

Non è un dibattito solo italiano, nel Regno Unito istituzioni come British Museum, Tate, Royal Opera House, dopo anni di pressioni dei movimenti per il clima, hanno deciso di rinunciare alle sponsorizzazioni di BP (ex British Petroleum). L’episodio è accaduto al Festivaletteratura di Mantova. Come contesto, da tempo in città e anche negli ambienti interni del festival c’è un dibattito sull’opportunità di mantenere la sponsorizzazione di Eni.

Intanto però l’azienda rimane il primo finanziatore e ottiene in cambio il palco principale (quello dei premi Nobel) tutto per sé per un evento, durante il quale domenica è stato impedito dalla polizia a un’attivista di Fridays for Future, Sofia Pasotto, di mostrare due cartelli.

A Sofia Pasotto, attivista dei Fridays for future, è stato impedito di mostrare i cartelli di protesta

La ragazza era da sola, era anche ospite e speaker del festival. Sui cartelli c’era scritto «Ma non sentite il caldo» e «People over profit», non esattamente l'immagine della sovversione, eppure è stata bloccata e identificata dalla Digos, circondata da sei poliziotti, cartelli requisiti.

Io ero presente. Non esattamente rassicurato dall’immagine di sei poliziotti intorno a una ragazza mi sono avvicinato. Risultato: identificato anche io, senza un motivo apparente che non fosse la mia vicinanza ai cartelli rivoluzionari. L’identificazione è stata brusca e non esattamente piacevole, corredata da una frase sessista nei confronti di Pasotto, la cosa si è risolta in poco tempo, quello di permettere all’evento di finire, e ognuno per la sua strada.

Pasotto ha raccontato la storia sui suoi canali social e due giorni dopo la deputata di Alleanza verdi sinistra, Eleonora Evi, ha annunciato un’interrogazione parlamentare al ministro dell’interno Matteo Piantedosi, dicendosi «incredula di fronte alla vicenda che ha coinvolto la giovane attivista di Fridays For Future, fermata, identificata e trattenuta dalla questura di Mantova per aver portato con sé dei cartelli critici nei confronti di Eni, sponsor dell’evento, e del greenwashing che sistematicamente mette in atto».

LA RISPOSTA DEL FESTIVAL

«Siamo stupiti dal clamore che sta prendendo questa cosa, ci rendiamo conto che è stato spiacevole, ma con Sofia abbiamo costruito una serie di eventi, durante i quali ha potuto esporre i suoi cartelli e le sue idee senza limitazioni», ha risposto Alessandro Della Casa, vicepresidente del direttivo del festival.

Una presa di posizione non esattamente forte, per un evento che coltiva l’immagine di spazio di libertà, invitando autrici e autori dissidenti nei loro paesi per le cause più varie. Purtroppo c’è sempre un livello in cui il dissenso va bene, finché non rovina la festa dello sponsor.

C’è da chiedersi cosa ne penseranno gli ospiti di Eni, Brunori Sas, Paola Maugeri, Neri Marcorè che, ignari di tutto quello che succedeva in fondo alla sala, parlavano (non sono riuscito a seguire benissimo, causa Digos) di musica e filastrocche.

Ed è questo il punto chiave della contraddizione. Il festival di Mantova è uno spazio generalmente libero, sia io che Sofia abbiamo potuto esprimere senza censura il nostro punto di vista negli altri luoghi e palchi, anzi, il Festivaletteratura da tempo ha puntato sul tema dei cambiamenti climatici, invitando divulgatori ed esperti. E quindi io immagino un frequentatore del festival che di incontro in incontro raccoglie informazioni su un quadro sempre più allarmante.

Poi va all’evento di una delle principali aziende di combustibili fossili al mondo e in quell’evento si parla di filastrocche. Letteralmente: il mondo brucia ed Eni fischietta. Chiunque dica il contrario: polizia. «Eni ci teneva a mostrare il suo lato culturale», dicono dal festival, ma Eni non è Warner Music. E forse sarebbe stato più interessante per il pubblico ascoltare l’altro lato di questa storia, anche nei termini dell’azienda, con le sue metriche e le sue difficoltà a fare una transizione necessaria ma non facile.

NON SOLO MANTOVA

Non succede solo a Mantova, è una contraddizione in cui si trova buona parte dell’industria degli eventi culturali alla prese con uno sponsor così importante, ricco e non facile da gestire (per non parlare dei giornali, ovviamente, ma questa è un’altra storia).

Al festival della Comunicazione di Camogli, altra manifestazione di cui Eni è sponsor, una ricercatrice in psicologia del clima all’Università di Trento è intervenuta durante un incontro con Erika Mandraffino, responsabile comunicazione esterna di Eni, per chiedere conto di argomenti non trattati nell’intervista (la multa per greenwashing). È un caso un po’ diverso da quello di Mantova, non è intervenuta la polizia, l’interruzione della contestatrice è stata pacata ma poco ortodossa, visto che non erano previsti interventi dal pubblico. Comunque, dopo una breve risposta di circostanza di Mandraffino, la donna è stata fatta uscire.

La società, interrogata su quanto accaduto a Mantova, ha risposto che «Eni sostiene totalmente la libertà di espressione e di critica, che sono valori fondanti della cultura aziendale. Non siamo nella posizione di commentare le ragioni dell’intervento delle forze di polizia, che sono basate su fattori di ordine pubblico che certamente non dipendono da Eni che tuttavia ribadisce fermamente il proprio impegno per la transizione energetica e il rispetto degli obiettivi annunciati al mercato e agli stakeholder».

da qui

martedì 23 maggio 2023

La Nigeria chiede 12 miliardi di dollari di risarcimento per i danni prodotti da Eni e Shell

 

Torniamo a occuparci della Nigeria e del petrolio che l’occidente ruba impunemente a questa nazione per pochi spiccioli, con danni umani e ambientali incalcolabili.

Le multinazionali petrolifere occidentali hanno tratto profitto dalla produzione di petrolio in Nigeria per molti anni, ma sono state criticamente censurate per il grave impatto ambientale che ne è derivato.

La Commissione ambientale dello stato di Bayelsa in Nigeria sta ora richiedendo almeno 12 miliardi di dollari, corrispondenti a 11 miliardi di euro, per affrontare l’inquinamento accumulato nella regione a causa dell’estrazione petrolifera.

Secondo un rapporto presentato dalla Commissione, le due principali aziende coinvolte, Shell ed Eni, sono responsabili del 75% dell’inquinamento.

Si stima che ben 47 compagnie petrolifere operino a Bayelsa, che insieme al resto del delta del Niger rappresenta una delle principali zone di produzione petrolifera della Nigeria.

Il rapporto evidenzia che la produzione petrolifera a Bayelsa apporta al governo nigeriano oltre 9 miliardi di euro all’anno.

La Commissione lancia un appello alla comunità internazionale affinché si impegni a riparare i danni all’ambiente e alla salute, raccogliendo i fondi necessari in una “campagna concertata” nei prossimi 12 anni. Le indagini per la stesura del rapporto sono durate complessivamente quattro anni.

La speranza di vita media a Bayelsa si attesta intorno ai 50 anni, segnalando l’impatto negativo sulla salute della popolazione locale.

Gli indennizzi previamente erogati sono stati ben al di sotto delle richieste attuali.

Nel 2015, ad esempio, Shell ha accettato di pagare circa 70 milioni di euro a 15.600 pescatori e agricoltori del Delta del Niger, i cui mezzi di sussistenza erano stati compromessi a causa di due incidenti di fuoriuscita di petrolio nel 2008.

Nel 2021, il gruppo ha promesso 95 milioni di euro per due ulteriori perdite di petrolio verificatesi negli anni ’70.

Il rapporto recentemente presentato sottolinea ulteriori gravi conseguenze sia per i residenti che per l’ecosistema della regione.

Centinaia di migliaia di persone a Bayelsa sono costrette a vivere su terreni contaminati. In alcuni luoghi, sono state riscontrate concentrazioni di inquinanti derivanti dall’industria petrolifera, come il cromo, che superano di oltre mille volte i limiti stabiliti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per le acque sotterranee.

Inoltre, in alcuni luoghi, le concentrazioni di altri composti, come gli idrocarburi presenti nel petrolio grezzo, superano persino i livelli di sicurezza di un milione di volte.

La Commissione descrive la situazione come una “crisi sanitaria silenziosa” che finora ha ricevuto scarsa attenzione.

Solo nel 2012, si stima che circa 16.000 neonati siano morti poco dopo la nascita a causa dell’inquinamento petrolifero. L’aspettativa di vita media a Bayelsa si attesta intorno ai 50 anni, evidenziando la gravità della situazione.

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sabato 31 dicembre 2022

Lascio la conduzione della mia unità di ricerca - Marco Grasso

 

“Lascio la conduzione della mia unità di ricerca: non accetto che l’università faccia accordi con ENI per la ricerca sulla transizione energetica”

Marco Grasso - Professore Università Milano-Bicocca

Lo scorso 15 febbraio, l’Università di Milano-Bicocca e Eni hanno firmato un “Joint Research Agreement” (accordo di ricerca congiunta) della durata di cinque anni, in cui si sono impegnate a collaborare su “progetti di ricerca di interesse comune” relativi alla transizione energetica (batterie, geotermia, geo-bio-idro-chimica di reservoir fratturati, e fusione magnetica, tra le altre cose).

Dopo diversi tentativi infruttuosi di ottenere chiarimenti su questa partnership, ho deciso di dimettermi dall’incarico di direttore dell’unità di ricerca “Antropocene” del Centro di Studi Interdisciplinari in Economia, Psicologia e Scienze Sociali (CISEPS) dell’Università Bicocca.

L’unità “Antropocene” si occupa, tra l’altro, di questioni legate alla transizione energetica, che è appunto al centro dell’accordo fra l’università e ENI. Con le dimissioni da questo incarico intendo prendere le distanze ufficialmente dall’accordo che non condivido fra la mia università e il gigante italiano dei combustibili fossili.

I motivi di questa non condivisione sono diversi e non derivano da pregiudizi ideologici, quanto piuttosto dalla mia conoscenza della questione che deriva da anni di ricerca e di pubblicazioni scientifiche sul ruolo e le responsabilità dell’industria petrolifera nei cambiamenti climatici. In generale, sono preoccupato da tale collaborazione in un ambito di ricerca – la transizione energetica – che aspira a risolvere i problemi che ENI, e il resto dell’industria petrolifera mondiale, causa e continua a esacerbare. Ritengo che questo rapporto sia antitetico ai valori accademici e sociali fondamentali delle università, che ne possa addirittura compromettere la capacità di affrontare l’emergenza climatica.

A mio parere questo tipo di collaborazioni contravvengono agli impegni dichiarati dalle università – e anche dalla mia università – per la sostenibilità. Le compagnie dei combustibili fossili hanno nascosto, banalizzato e distorto la scienza dei cambiamenti climatici per decenni. Oggi, nonostante la scienza ci dica incontrovertibilmente che nessun investimento in nuovi progetti fossili sia possibile se vogliamo limitare il riscaldamento globale a 1,5°C, le maggiori compagnie di combustibili fossili – e anche ENI – continuano a pianificare nuovi progetti di estrazione incompatibili con gli obiettivi dell’accordo sul clima di Parigi.

Sebbene le compagnie fossili si presentino come leader della sostenibilità, i loro investimenti fossili continuano a essere enormemente maggiori di quelli in energie rinnovabili, che rappresentano solo una piccola percentuale del totale delle loro spese in conto capitale. Perciò ritengo che la pretesa dell’industria fossile di essere leader della transizione energetica non dovrebbe essere presa sul serio: collaborare con questa industria è contrario agli impegni delle istituzioni accademiche per il clima.

I partenariati di ricerca delle università con le compagnie dei combustibili fossili giocano un ruolo chiave nel greenwashing della reputazione di queste compagnie. Essi forniscono loro la tanto necessaria legittimità scientifica e culturale. Legittimità preziosa, poiché permette a queste compagnie di presentarsi all’opinione pubblica, alla politica, ai media e ai loro azionisti come agenti che collaborano con istituzioni accademiche pubbliche autorevoli su soluzioni per la transizione, rendendo più verde la loro reputazione e offuscando il loro coinvolgimento nell’ostruzionismo climatico, nonché avvallando le ‘false soluzioni’ che sostengono.

Infine, temo che le università che mantengono stretti legami con l’industria dei combustibili fossili possano incorrere in un sostanziale rischio reputazionale. Collaborando con l’industria fossile, oltre a violare le loro stesse politiche e i loro principi, minano la loro missione sociale e accademica. Sempre più spesso, la partnership con l’industria dei combustibili fossili sta erodendo la fiducia negli impegni delle istituzioni scientifiche per l’azione sul clima, portando un certo numero di esse – tra cui, per esempio, le Università di Oxford nel Regno Unito e di Princeton negli Stati Uniti – a tagliare ogni legame con l’industria, e moltissime altre in giro per il mondo a disinvestire dai fossili.

In sintesi, ritengo che le università siano vitali per pensare una transizione ecologica rapida e giusta. Tuttavia, i nostri sforzi a me sembrano minati dalla prossimità al mondo dei combustibili fossili. L’accademia e la scienza non dovrebbero aiutare, neanche involontariamente, il greenwashing fossile; piuttosto dovrebbero impegnarsi, almeno per quanto riguarda le questioni climatiche, per cambiare radicalmente una situazione che non è più accettabile, che è diventata, come dice il segretario generale delle Nazioni Unite Guterres, una ‘pazzia morale ed economica’, che ci potrebbe portare al ‘suicidio collettivo’.

Sottolineo che le mie dimissioni dalla conduzione dell’unità di ricarica Antrhopocene del centro di ricerca CISEPS non hanno nulla a che vedere con le posizione del CISEPS stesso, che non è in nessun modo coinvolto nell’accordo di ricerca congiunto fra l’Università di Milano-Bicocca e l’ENI in materia di transizione energetica


Marco Grasso è professore ordinario di geografia economica e politica all’Università di Milano-Bicocca e si occupa di politiche ambientali e di governance del clima. Ha lavorato presso Birkbeck, University of London ed è stato Visiting Scholar in università e centri di ricerca in Europa, Stati Uniti e Australia. Ha pubblicato numerosi lavori scientifici in materia: il suo ultimo libro ‘From Big Oil to Big Green. Holding the Oil Industry to Account for the Climate Crisis’ è stato pubblicato lo scorso maggio da MIT Press ed liberamente scaricabile al seguente indirizzo: https://direct.mit.edu/books/oa-monograph/5313/From-Big-Oil-to-Big-GreenHolding-the-Oil-Industry

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venerdì 4 novembre 2022

Il Greenwashing di Eni

  

Il 2022 per Eni è un anno cruciale. A sessant’anni dalla morte del suo fondatore Enrico Mattei, con l’avvio della guerra in Ucraina, l’azienda si è infatti ritagliata un ruolo fondamentale nella strategia italiana per affrancarsi dal gas russo. L’anno in corso può essere quindi considerato ‘un ritorno alle origini’ per l’azienda. Le “nuove” rotte del gas, così come la vicenda degli extraprofitti, confermano inoltre che la transizione ecologica continua ad essere in secondo piano rispetto agli interessi dell’azienda fossile.

Per analizzare i ‘tentativi di greenwashing’ dell’azienda e la sue mosse più recenti, riprendiamo in questo dossier il rapporto ‘GreENIwashing Il greenwashing di Eni e altre storie”, uscito nell’ottobre 2022. Il testo è a cura di A Sud e realizzato in collaborazione con il Cdca (Centro Documentazione Conflitti Ambientali) nell’ambito del progetto Osservatorio Eni, con il contributo di Patagonia Environmental Grants Fund of Tides Foundation e con i fondi Otto per mille della Chiesa Valdese. 

 

Diritti umani e finanza sostenibile: i grattacapi di Eni

Gli ultimi anni non sono da considerarsi solo rose e fiori per Eni, che deve fare i conti con almeno due rimostranze. Il Piano Strategico 2022-2025 punta ancora fortemente su petrolio e gas ma allo stesso tempo Eni ribadisce l’impegno alla neutralità climatica entro il 2050 per i propri prodotti. Qualche dubbio però sorge. Un’istanza, presentata dalla rete Legalità per il Clima e sottoscritta da un gruppo di associazioni ecologiste, movimenti e gruppi ambientalisti, denuncia l’inadeguatezza del piano industriale della maggior compagnia energetica nazionale rispetto al quadro di impegni internazionali volti al contrasto della crisi climatica. L’istanza è stata presentata nel febbraio 2022 al Punto di Contatto Nazionale dell’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, e si fonda sulle Linee Guida Ocse per le imprese multinazionali, che fissano una serie di principi, ispirati alle norme internazionali, orientate a promuovere nelle imprese condotte responsabili dal punto di vista sociale, ambientale e della tutela dei diritti umani. Dopo la presentazione dell’istanza è arrivata una corposa replica da parte di Eni, che prova a smontare punto per punto le contestazioni mosse. “Se l’istanza – si legge nel rapporto – fosse accolta il risultato per Eni, sotto il profilo reputazionale, potrebbe essere peggiore di una sentenza”.

Si attendono poi le raccomandazioni finali del gruppo Onu sui diritti umani, che tra settembre e ottobre 2021 ha svolto un viaggio in Italia lungo dieci giorni con lo scopo di redigere un documento di indicazioni per imprese ed enti pubblici. Sono stati ascoltati i sindacati, le organizzazioni della società civile, le istituzioni e le imprese. Sotto osservazione da parte delle Nazioni Unite anche Eni, attraverso l’analisi dell’impatto dell’azienda in Basilicata, dove si estrae l’80% del petrolio italiano. Il quadro finale che ne è emerso, anticipato in una conferenza stampa al termine del tour perlustrativo, è stato estremamente preoccupante.

Il professor Surya Deva, a capo del working group dell’Onu, ha dichiarato che “Eni ha detto di non sapere nulla delle preoccupazioni della comunità locale. L’impresa ha parlato delle attività che svolge, ci ha mostrato le modalità del monitoraggio delle emissioni ma la comunità continua a non credere a una parola. I vertici aziendali devono uscire dagli uffici e mettersi in ascolto e qui il ruolo del governo e degli enti pubblici è cruciale. Altrimenti ci sarà sempre uno squilibrio di poteri tra impresa e comunità”.

Gli extraprofitti negati

Con l’aumento del prezzo del gas sul mercato internazionale le aziende energetiche che lo distribuiscono ottengono maggiori guadagni. L’enorme variazione avvenuta nel mondo finanziario si è poi riversata sui singoli consumi, bollette e carburanti in primis. In pratica “le aziende fossili guadagnano perché comprano il gas sempre allo stesso prezzo ma lo rivendono a prezzi nettamente più alti, mentre la popolazione arranca per arrivare a fine mese tra la bolletta del gas e il carburante da mettere alla macchina”.

Nonostante il fatturato in rialzo (Eni ha dichiarato un utile netto di 7,4miliardi di euro nei primi sei mesi del 2022, con una crescita di oltre il 600% rispetto allo stesso periodo del 2021), sollecitata  due volte da A Sud in occasione dell’assemblea degli azionisti, l’Azienda ha continuato a negare di “aver conseguito extraprofitti dall’attività di rivendita di gas”. Secondo le stime di Europa Verde, soltanto nel primo trimestre 2022 Eni avrebbe realizzato circa 8 miliardi di extraprofitti “sulla vendita di 9,45 miliardi di metri cubi di gas in Italia rispetto al medesimo periodo del 2021, tenendo presente che il prezzo del gas, nel primo trimestre 2022, è stato di euro 1.043 (euro/mgl di metri cubi) rispetto ai 198 euro del medesimo periodo del 2021”.

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lunedì 1 agosto 2022

Extra-profitti: il governo cancella la tassa sulle compagnie energetiche. Gli utili di Eni sono intoccabili - Alessandro Runci

 

Ieri sera, il governo ha approvato il nuovo Decreto Bollette, un pacchetto di misure per contenere l’aumento dei prezzi energetici. Il testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale ricalca perfettamente quello delle bozze circolate nei giorni precedenti, con un’eccezione. Dal decreto sparisce infatti l’articolo 5, che prevedeva l’applicazione di una tassa sui cosiddetti extra-profitti conseguiti dalle imprese che importano gas in Italia a un prezzo molto più basso di quello di vendita.


Più precisamente, il prelievo veniva calcolato a partire dalla differenza tra il prezzo finale di vendita del gas e il costo di approvvigionamento medio per le aziende che hanno stipulato contratti di importazione di lungo termine. La norma dunque interessava soprattutto Eni, che si approvvigiona per oltre la metà del gas che rivende in Italia attraverso contratti di questo tipo, come quelli con Gazprom e l’algerina Sonatrach.

L’aliquota prevista per la tassa era già piuttosto modesta, pari al 10%, ma forse era il principio stesso a essere ritenuto inaccettabile dalla principale multinazionale italiana. Gli accordi siglati negli ultimi mesi con Algeria, Egitto, Congo, e Qatar sono destinati a far lievitare la quota di gas che Eni importa mediante contratti long-term. Una tassa sui profitti derivanti da tali contratti, seppure esigua, avrebbe introdotto un precedente fastidioso per il Cane a sei zampe.

Così durante il Consiglio dei ministri di ieri, il governo ha cancellato l’articolo 5 dal decreto, senza fornire alcuna spiegazione a riguardo.

Nel primo trimestre del 2022, Eni ha generato ricavi per oltre 700mila euro al minuto, e quadruplicato l’utile operativo, ora attestatosi a 5,2 miliardi, rispetto all’anno precedente. Viceversa, a causa dei rincari in bolletta, quasi il 10% delle famiglie italiane versa in condizioni di povertà energetica. La percentuale sale drammaticamente nelle regioni del Sud Italia.

Sarà ora interessante conoscere dal governo le motivazioni che hanno portato allo stralcio della norma. Intanto, ieri scadevano i termini per il pagamento della prima rata della tassa sulle compagnie energetiche approvata lo scorso maggio con il Decreto Aiuti, anche questa contestatissima dalle aziende che hanno promesso di dare battaglia.

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sabato 25 giugno 2022

Eni svilupperà la peggiore “bomba climatica” al mondo - Andrea Barolini

Si tratta del progetto considerato “la peggiore bomba climatica al mondo”. E l’italiana Eni non poteva di certo farsi sfuggire l’occasione. Si chiama North Field East ed è un giacimento di gas naturale immenso, in Qatar, che si stima possa contenere il 10% delle riserve mondiali. Un autentico disastro in termini di contribuito al riscaldamento globale, nonostante le rassicurazioni dei vertici dell’azienda, che insiste sull’utilizzo di tecnologie che sarebbero in grado di limitare i danni al clima. 

 

Il progetto nell’elenco dei più dannosi in assoluto per il clima

Ma il gas in questione, anche ammesso che fosse estratto con tutte le accortezze, viene recuperato e venduto allo scopo di essere bruciato. E la scienza ha spiegato che se vogliamo centrare il più ambizioso degli obiettivi dell’Accordo di Parigi, ovvero limitare la crescita della temperatura media globale a 1,5 gradi centigradi alla fine del secolo, dobbiamo lasciare sottoterra tutti i combustibili fossili che ancora l’umanità non ha estratto.

Un’inchiesta pubblicata nello scorso mese di maggio dal quotidiano The Guardian ha elencato i progetti di sfruttamento di petrolio e gas più dannosi in assoluto. Delle “bombe climatiche”, appunto, suscettibili di provocare emissioni per più di un miliardo di tonnellate di CO2 sull’insieme del loro ciclo di vita. 

 

Oltre a Eni anche Total (e una terza compagnia)

Ma per Eni il punto è un altro. È entrare in una joint-venture con la compagnia Qatar Energy, diretta dal ministro dell’Energia Saad Sherida al-Kaabi. È un affare da 28 miliardi di dollari. Che permetterà alla compagnia italiana di partecipare ad un progetto mastodontico. Si prevede infatti che aumenterà del 60% la produzione di gas naturale liquefatto della nazione del Golfo. E sul quale ha già messo le mani la francese TotalEnergies. 

Quest’ultima aveva annunciato un accordo con Qatar Energy lo scorso 12 giugno. Il terzo grande nome che parteciperà allo sfruttamento del giacimento è ConocoPhillips, multinazionale americana. Così, nelle intenzioni del governo di Doha, la produzione al North Field East – giacimento offshore che si estende nei fondali fino alle acque territoriali iraniane – dovrebbe poter cominciare già nel 2026. 

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giovedì 2 giugno 2022

La scuola fossile - Andrea Turco

 

Un progetto sperimentale per ora avviato in 28 scuole propone un percorso di formazione sulla transizione ecologica. Tra i partner: Eni

L’ossessione delle aziende verso le scuole, viste sempre più come luoghi in cui reperire manodopera, è nota. In tal senso è paradigmatico il caso dei dei nuovi licei Ted (Transizione Ecologica e Digitale). Si tratta di un progetto sperimentale, per ora avviato in 28 scuole, che propone un percorso di formazione di quattro anni, al posto dei soliti cinque, incentrato sulla transizione ecologica e digitale. Più precisamente in questi nuovi istituti saranno fondamentali le discipline Stem (Science, Technology, Engineering, Mathematics), in cui il ruolo centrale sarà svolto dal consorzio Elis, composto da oltre cento imprese che collaboreranno attivamente nell’ideazione e nella realizzazione dei programmi d’insegnamento. 

Un ulteriore passo verso l’aziendalizzazione del percorso scolastico, che ha creato polemiche soprattutto per via della presenza di alcune note e chiacchierate imprese. Tra queste non poteva mancare Eni, che in realtà ha una lunga tradizione di presenza nei comprensori di ogni ordine e grado. Proprio la multinazionale energetica è in questo senso il miglior caso di studio. Per capire gli effetti di questa compenetrazione tra precetti aziendali ed educazione pubblica bisogna andare in due luoghi simbolo: Gela, la prossima capitale italiana del gas, e Viggiano, l’attuale capitale italiana del petrolio. Entrambe fonti fossili, entrambe a sei zampe.

Il problema di Gela? Il traffico

Enrico Mattei non fece in tempo ad assistere all’inaugurazione del petrolchimico di Gela, che così fortemente aveva voluto. Il fondatore di Eni, come è noto, morì sui cieli di Bascapè il 27 ottobre 1962 a causa di una carica di tritolo che esplose in volo – fatto ormai acclarato dal punto di vista giudiziario. Ora, a distanza di sessant’anni da quei tragici avvenimenti, la cittadina siciliana scelta da Mattei è la preferita dal governo Draghi, che punta sul copioso giacimento di metano a mare (più precisamente tra Gela e Licata) per aumentare la produzione nazionale di gas, uno dei perni strategici per affrancare l’Italia dal gas russo. Entro il 2024 Eni ha promesso che il gasdotto Argo-Cassiopea sarà pronto. Insieme a quest’opera, dal 2004 a Gela è già attivo il gasdotto GreenStream, che conduce il gas dalla costa libica di Mellitah alla Sicilia e poi alla rete nazionale. E anche se il gasdotto libico non ha mai marciato a pieno regime, per via della guerra civile che ha dilaniato lo Stato nordafricano sin dalla destituzione di Gheddafi voluta dall’Europa nel 2011, le due infrastrutture a sei zampe fanno di Gela la capitale italiana del gas. Basti pensare che nel 2021 GreenStream ha portato in Italia 3,2 miliardi di metri cubi di gas (a fronte di una capacità di 10 miliardi) e Argo-Cassiopea dovrebbe aggiungerne fino a 1,4 miliardi di metri cubi di gas all’anno. 

A fronte di tali portate il risvolto occupazionale è molto modesto. Su Argo-Cassiopea è previsto sì l’impiego di 870 persone (600 provenienti dall’indotto locale, 100 di Eni e 170 contrattisti) ma giusto per il tempo di realizzazione (un anno, un anno e mezzo al massimo), poi a regime saranno necessari un centinaio di lavoratori. Probabilmente anche meno. Sul GreenStream, ad esempio, le ultime cifre fornite da Eni parlano di appena 12 lavoratori. Questi i numeri e i dati più concreti. 

Ma qual è la percezione della presenza e del ruolo di Eni in città? E soprattutto: qual è la percezione delle nuove generazioni, così attente alla questione climatica e alle connessioni con le fonti fossili?  È la domanda che si è posta l’associazione A Sud e a cui ha provato a rispondere attraverso un questionario posto all’interno del progetto Fossil Free School. A porre le domande agli studenti e alle studentesse di Gela sono stati i e le docenti delle scuole di secondo grado della città. Il campione della ricerca è costituito da 160 persone, in età compresa tra i 14 e i 20 anni, di cui la quasi totalità (il 97%) vive all’interno del perimetro urbano. A far riflettere sono soprattutto due dati. Da una parte l’80% delle persone intervistate dichiara che è disposta a cambiare abitudini e/o a tutelare l’ambiente. Dall’altra quando viene chiesto di indicare eventuali attività inquinanti nel territorio, l’80% delle persone intervistate mette al primo posto i rifiuti e il 59% il traffico. Fra le sei categorie proposte nel questionario, la categoria «energie fossili» arriva soltanto in quarta posizione, con una percentuale del 17%. 

 

Possibile? Nella città in cui Eni ha realizzato uno dei più grandi petrolchimici d’Europa, grande 700 ettari; nella città dichiarata dallo Stato nel 1998 Sito di Interesse Nazionale per la bonifica e in cui a oggi le bonifiche completate sono pari allo 0%; nella città in cui oltre al gas ancora oggi esistono nella piana di Gela 72 impianti di perforazione a terra e 4 piattaforme petrolifere a mare; nella città in cui Eni è sotto processo per disastro ambientale; nella città che secondo l’ultimo rapporto Sentieri – lo studio epidemiologico nazionale dei territori e degli insediamenti esposti a rischio da inquinamento – vanta il terribile primato nazionale delle malformazioni neonatali; nella città in cui la bioraffineria è stata alimentata dal 2019 con olio di palma indonesiano e dal 2023 sarà alimentata con olio di ricino africano? Davvero gli studenti e le studentesse di Gela sottovalutano così tanto l’impatto ambientale del cane a sei zampe?

Spiace ripetere sempre le stesse citazioni, ma non viene in mente nient’altro se non la famosa scena deI film Johnny Stecchino in cui a uno stralunato Roberto Benigni, appena giunto in una Palermo sconvolta dalla mafia agli inizi degli anni Novanta, viene spiegato che il vero problema del capoluogo siciliano è il traffico.

Si potrebbe discutere per ore dei motivi che portano a risposte del genere. C’è però un altro quesito che suggerisce una possibile direzione.

 

Come si nota, le energie fossili a Gela vengono recepite dal campione sottoposto al questionario ideato dall’associazione A Sud come qualcosa di passato o, perlomeno, come qualcosa di difficile da identificare a livello temporale. Il 29% crede che le attività di Eni siano terminate, il 25% le colloca tra passato e presente, solo il 16% le identifica esclusivamente come attuali. In breve, dalla chiusura della raffineria – l’ultima eredità di Mattei, perché il petrolio estratto veniva lavorato in loco – sono passati otto anni. Quel che è rimasto – bioraffineria e, a breve, gasdotto – viene percepito come qualcosa di distante, neppure esistente, sul quale non è utile puntare per un possibile impiego. Dovrebbe essere questo un dato da cui ripartire per smontare la narrazione di Eni, avallata dalle istituzioni locali, secondo cui il cane a sei zampe è ancora un attore fondamentale del territorio. Non è così, almeno nella percezione, per gli studenti e le studentesse di Gela. 

In Basilicata

«Non sono previsti nuovi sviluppi a gas in Basilicata. Il gas prodotto attualmente da Eni proviene esclusivamente dal giacimento della Val d‘Agri»: così il cane a sei zampe ha risposto, durante l’assemblea degli azionisti di metà maggio, ai timori delle associazioni che, consultando il Pitesai (il piano del governo che fa riprendere le esplorazioni di idrocarburi), avevano scoperto che praticamente l’intera regione era stata indicata come idonea per nuove possibili perforazioni. In compenso in Basilicata resta il petrolio, in quello che è il giacimento a terra più copioso dell’Europa occidentale. Tanto che le estrazioni del greggio, nel Centro Oli di Viggiano, andranno avanti a lungo. 

Anche in Basilicata, così come a Gela, l’arrivo dell’azienda di Stato negli anni Novanta avrebbe dovuto portare lavoro e progresso. Perché le storie a sei zampe si somigliano tutte. L’inganno del petrolio, come fonte di arricchimento per il territorio, in Basilicata si è palesato presto. E viene confermato ogni anno dai dati. L’ultimo Rapporto Istat sulla povertà del nostro paese, relativo al 2020, vede, ancora una volta, al primo posto proprio la Basilicata, con un’incidenza relativa familiare pari al 23.4%. Un primato che si ripete nel tempo, nonostante l’aumento delle estrazioni e l’arricchimento delle grandi compagnie petrolifere, Eni e Total in testa, ma non di chi subisce quelle estrazioni. 

Non sorprende dunque se la gente sceglie di, o meglio è costretta a, andar via dalla Basilicata. Come certifica il Censis, la regione registra una perdita di popolazione del 0,97%: vale a dire uno dei «decrementi più significativi» che riguarda proprio le «le aree interne di Molise, Campania e Basilicata». Insomma: la Basilicata è quella terra dove se ne vanno le persone e resta il petrolio. Ma per chi? Inevitabilmente sono i giovani coloro che più facilmente tendono ad abbandonare la regione. Per capire i loro bisogni e i loro desideri, anche in Basilicata l’associazione A Sud ha promosso il progetto Fossil Free School. In questo caso gli studenti e le studentesse delle scuole medie e superiori della Val D’Agri hanno partecipato a un’escursione guidata, organizzata insieme all’Osservatorio Popolare Val D’Agri che monitora ogni giorno le azioni di Eni nel territorio. Con l’obiettivo di (ri)scoprire le bellezze naturalistiche della Basilicata e, allo stesso tempo, verificare la presenza petrolifera all’interno di parchi e aree tutelate. Un mix che ha sorpreso tanto gli studenti quanto i professori. Che poi si sono confrontati apertamente in un dibattito che ha messo in luce come l’alternativa a Eni passa proprio dai territori, a patto che acquisiscano maggiore consapevolezza e volontà di  autodeterminazione. 

«I giovani di oggi puntano a lavorare al Centro Oli – dice una ragazza. Quasi tutti hanno parenti e amici che lavorano a Viggiano. Questa può essere una cosa positiva ma anche negativa perché esclude altre possibilità». Una docente spiega che «i ragazzi e le ragazze stanno partecipando a un progetto Wto, che io preferisco chiamare con la prima denominazione alternanza scuola/lavoro, che mira alla conoscenza del territorio dal punto di vista storico, culturale e ambientale». A un certo punto di fronte all’appassionato e competente racconto del territorio da parte di Isabella Abate, attivista dell’Osservatorio e guida ambientale-escursionistica, una ragazza ammette che «nessuno ci ha parlato di queste cose». Alle testimonianze di itinerari naturalistici e siti archeologici Abate accompagna le storie delle contaminazioni, il resoconto delle battaglie vinte e perse, le rivendicazioni su salute e ambiente. Lo storytelling di Eni, invece, è a senso unico. 

Anche quando pubblicizza panorami e tradizioni lo fa in maniera scissa, separata dalle proprie attività. Perché natura e industria viaggiano su binari separati e non paralleli. Può essere la scuola il luogo da cui far deflagrare questo assunto?

Per una scuola libera dalle fonti fossili

Si può avere una scuola defossilizzata? È la domanda che da anni si pongono gli attivisti e le attiviste dell’associazione A Sud, attiva da vent’anni sui temi della giustizia ambientale. L’occasione che ha rappresentato la classica goccia è arrivata a gennaio 2021 quando Eni ha firmato una convenzione con l’Associazione nazionale presidi per portare avanti attività di formazione sui cambiamenti climatici nelle scuole italiane. Sebbene tale notizia abbia creato una notevole mobilitazione per contestare l’iniziativa, in realtà non ha stupito chi da anni ha a che fare con Eni soprattutto nei luoghi in cui l’impresa svolge attività industriali. La multinazionale energetica infatti non solo promuove attività di alternanza scuola lavoro ma opera anche attività di formazione sui temi ambientali. In altre parole, dice Maura Peca, referente del progetto per l’associazione A Sud, «la stessa azienda che nei territori ha effettuato contaminazioni ambientali e ha alimentato la crisi climatica, di fatto si è arrogata la competenza di svolgere lezioni ai giovani su questi temi. Proprio al fine di creare un’alternativa e proporre lezioni di educazione ambientale che non abbiano nessun doppio fine, abbiamo deciso di promuovere il progetto Fossil Free School. Con questo progetto vogliamo dare la possibilità agli e alle insegnanti di proporre percorsi formativi alternativi, che stimolino i ragazzi a identificare e analizzare oggettivamente le criticità e le sfide ambientali del territorio».

I docenti che hanno partecipato all’iniziativa hanno acquisito strumenti metodologici e conoscitivi per formare i giovani sulle questioni ambientali, sulla valorizzazione del patrimonio naturale e ricevuto spunti per offrire rappresentazioni attuali della crisi climatica e ambientale. Le storie provenienti da Gela e dalla Val D’Agri hanno svelato che il lavoro da fare è tanto. «Sono emerse alcune questioni interessanti – osserva Maura Peca – In primis l’importanza che i giovani rivolgono alle questioni ambientali e climatiche, che però tuttavia non è connessa alle questioni locali. Sembra come se non ci fosse la capacità di connettere tali fenomeni globali alle vertenze locali. In secondo luogo è emersa con forza, per lo meno in Basilicata, la mancata capacità di vedere un futuro senza Eni a livello locale. Tutti hanno un amico o un parente che lavora in Eni, e prima o poi toccherà anche a loro. E se non saranno loro, sarà un loro compagno di classe. A Gela, invece, tutte le idee di futuro riguardanti la città hanno escluso la presenza di Eni, ritenuto un soggetto non più credibile. Resta però il problema inevaso di come liberarsi da questa ingombrante presenza industriale, su cui la popolazione non ha accesso né voce in capitolo. Le attività di Fossil Free School hanno proprio l’obiettivo di allargare la visione, mostrare come il futuro delle fonti fossili sia in declino e che è arrivato il momento di immaginare nuovi percorsi, che siano anche lavorativi. Si tratta di un lavoro di ricerca importante che occorre approfondire ma che dà un’idea della situazione davvero preziosa». 

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