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domenica 13 aprile 2025

È iniziata l’era del postwashing - Andrea Barolini

L’era del greenwashing potrebbe essere durata un pugno di anni. Il periodo nel corso del quale le grandi aziende si sono sentite costrette a pubblicare (timidi) piani di transizione, a mascherare realtà troppo spesso scomode, a mostrare al mondo una maschera più verde che nera come il carbone o il petrolio sembra già quasi un ricordo. Il susseguirsi di crisi ed emergenze ha imposto una nuova retorica, ribadita anche nel piano Draghi adottato con entusiasmo dall’Europa intera: quella del “adesso non c’è più spazio”. Adesso bisogna fare “le cose serie”. Come se rispettare i diritti umani o combattere la crisi climatica fossero questioni accessorie. 

Ma facciamo qualche passo indietro, ripercorriamo le tappe che ci hanno portati fin qui e cerchiamo di capire perché il greenwashing potrebbe essere sul punto di lasciare il posto a una nuova era. Quando Laurent Fabius, all’epoca presidente della ventunesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite (Cop21) fece scoccare il martelletto di legno che segnava la chiusura del summit e l’approvazione dell’Accordo di Parigi, si è creduto in un sussulto da parte dei leader mondiali. Era il mese di novembre del 2015. Negli Stati Uniti il presidente era Barack Obama. In Francia c’era François Hollande. In Germania Angela Merkel. E pur con tutte le riserve che si possono avere nei loro confronti, la realtà è che sembra passato un secolo. 

Quel mondo lì aveva mostrato di ascoltare la scienza. Certo, dalle parole si sarebbe dovuto passare ai fatti. Ma per lo meno si affermò, nero su bianco, che  il mondo avrebbe dovuto centrare un obiettivo preciso: limitare la crescita della temperatura media globale ad un massimo di 2 gradi centigradi, entro la fine del secolo, rimanendo il più possibile vicini agli 1,5 gradi. E a condividere la necessità furono tutti i governi. Perfino i petro-Stati del Golfo, perfino la carbonifera India, perfino la Russia di Putin. 

Per farlo, era necessario però un impegno collettivo. Le istituzioni nazionali avrebbero dovuto dettare la linea con leggi ad hoc. Gli enti locali avrebbero dovuto fare altrettanto. Le aziende avrebbero dovuto accettare di adottare piani di transizione epocali, investendo non più nell’ottica breve-termista propria del neoliberismo ma con uno sguardo volto all’orizzonte. Banche e investitori avrebbero dovuto riorientare le loro strategie, anche qui superando le logiche del profitto ad ogni costo nel più breve tempo possibile. 

Per dare corpo a quell’impegno, insomma, serviva un cambio di paradigma. Occorreva aprire una nuova via, un nuovo metodo. Occorreva che tutti prendessero coscienza dell’emergenza. Come è stato successivamente con la pandemia. 

Per molte grandi aziende, però, “l’emergenza” è stata un’altra: cercare di mantenere il più possibile il business as usual facendo però credere (a governi, a clienti, a investitori) di essere parte in causa nella lotta contro i cambiamenti climatici. È in quella fase che è nato il greenwashing. Campagne mediatiche, sverniciate di verde sui loghi, iniziative (alcune anche reali, ma di dimensioni irrisorie rispetto al resto delle attività), alleanze, dichiarazioni, proclami, annunci in pompa magna e strette di mano. Al solo – o per lo meno principale – scopo di ripulirsi la faccia, ma non la coscienza.

Diciamolo: in realtà, moltissime di quelle grandi aziende, di quelle banche, di quei fondi d’investimento e anche molti di quei governi attendevano soltanto un evento, una crisi, un inciampo, una scusa qualsiasi per tornare sui loro passi. La prima spallata è arrivata con la pandemia, e con la successiva “necessità di ripartire”, di rilanciare le economie, le macchine produttive. E di farlo in fretta. Già lì c’è stato chi ha cominciato a spiegare che la transizione ecologica è bella, sì. È giusta, sì. Ma «qui bisogna fare i conti con la realtà». 

Il secondo evento è stato l’invasione dell’Ucraina. La “necessità” di sostenere la pace non tentando in ogni modo di dialogare bensì armando Kiev. «Servono miliardi», si disse. E anche alcune politiche climatiche avrebbero dovuto aspettare, o essere almeno ridimensionate, procrastinate. Il Green Deal approvato dall’Unione europea nel 2020 era insomma bello, sì. Utile, sì. Ma «adesso è tornata la guerra in Europa». 

La terza spallata è arrivata con la crisi energetica. La “migliore” possibile per chi sfrutta carbone, petrolio e gas. Quale occasione più ghiotta per dire che, con la diminuzione delle forniture russe di fonti fossili, non si poteva più rinunciare a quelle a disposizione in Occidente? 

Da ultimo, poi, è arrivato il colpo finale: l’elezione di Trump, il conseguente disimpegno americano sullo scacchiere orientale e l’immediato appello al riarmo da parte di Bruxelles e delle diplomazie del Vecchio Continente. Decine, centinaia, forse migliaia di miliardi dovranno essere spesi per costruire missili, carri armati, caccia, droni, bombe. O per l’intelligenza artificiale legata a scopi militari. 

Per le aziende il messaggio è stato chiarissimo. Un “liberi tutti” che probabilmente ha fatto mangiare le mani a chi ha investito milioni in campagne pubblicitarie, ha dipinto di verde cani a sei zampe, ha inventato slogan o aggiunto “green power” al proprio nome. Così, negli ultimi anni grandi banche e fondi d’investimento hanno uno a uno abbandonato le alleanze per il clima. Compagnie petrolifere internazionali hanno rivisto i loro piani di sostenibilità. Società minerarie hanno ricominciato a guardare al futuro fregandosi le mani. Per non parlare del finanziamento alla produzione di armi, sul quale lo sdoganamento è ormai totale, la propaganda martellante, le proposte di vie alternative messe sostanzialmente a tacere dai mezzi d’informazione mainstream. E in Europa non si parla d’altro se non di smantellare le peraltro insufficienti normative su ambiente, clima e diritti umani che negli ultimi anni erano state faticosamente approvate.

Del greenwashing, insomma, non c’è più bisogno. Via via, rimarrà solo qualche strategia di marketing volta a non perdersi per strada nicchie di clienti sensibili rispetto alla necessità di difendere foreste, natura, biodiversità, equilibri climatici. Senza più neppure bisogno di salvare la faccia. Cosa che, almeno, porta con sé una grande chiarificazione tra chi fingeva di preoccuparsi per il clima e chi, invece, lo faceva sul serio. Benvenute, benvenuti: è iniziata l’era del postwashing.

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lunedì 6 maggio 2024

4 fondi “sostenibili” su 10 investono nelle società dei combustibili fossili - Maurizio Bongioanni

 

Aumentano le temperature globali, così come aumenta il numero di cittadini dell’Unione europea che vogliono assicurarsi che i propri investimenti non danneggino l’ambiente. Uno studio del 2023 condotto dall’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (Esma) ha evidenziato come la domanda di fondi che pubblicizzano il proprio impatto positivo sulle questioni ambientali, sociali e di governance (ESG) abbia superato gli altri tipi di fondi negli ultimi sei anni.

Questo ha portato a un enorme cambiamento nei flussi finanziari. Alla fine dell’anno scorso, il 60% degli investimenti europei era detenuto in fondi “sostenibili”, secondo il fornitore di dati finanziari Morningstar. Ciò equivale a circa 5mila miliardi di euro, più del doppio del bilancio dell’Ue per l’azione sul clima dal 2021 al 2027.

Per Follow the Money, il 40% dei fondi sostenibili è a rischio greenwashing

Scegliere in quale fondo investire può essere molto complicato. Ci sono migliaia di opzioni che promettono di fornire rendimenti mentre salvaguardano l’ambiente. Per la precisione, sono più di 2.300 fondi in Europa, di cui 1.277 disponibili per essere analizzati. A offrirli, piccoli fornitori così come grandi nomi del calibro di UBS, HSBC e BlackRock. Di fronte a così tante opzioni, non sorprende che la maggior parte delle persone prenda le proprie decisioni semplicemente in base a come un fondo si presenta.

Un ragionamento logico ma anche pericoloso. La piattaforma Follow the Money, insieme al gruppo investigativo olandese Investico, ha scoperto che quattro fondi su dieci (quindi il 40%) che si pubblicizzano come sostenibili detengono invece investimenti in aziende che si occupano di combustibili fossili. E ciò succede in aperta violazione delle nuove regole che entreranno in vigore in tutta l’Unione europea quest’anno. 

I tentativo dell’Unione europea di fermare il greenwashing

A Bruxelles, si sta tentando di porre un freno al greenwashing. Ovvero alle pratiche con cui le aziende presentano le proprie operazioni o i propri prodotti come ambientalmente sostenibili quando non lo sono. 

Nel 2021, l’Unione europea ha introdotto il regolamento sull’informativa di sostenibilità dei servizi finanziari (SFDR). L’obiettivo è quello di rendere il profilo di sostenibilità dei fondi più comparabile e di facile comprensione per gli investitori. Eppure, come hanno dimostrato le indagini di Follow the Money e dei suoi partner, queste regole si sono rivelate inefficaci. La Commissione europea, quindi, sta ora considerando un nuovo sistema per rendere più chiaro quali aziende appartengano a un fondo sostenibile e quali no.

In questa direzione sta lavorando l’Esma, che ha fatto leva sulle leggi sulla protezione dei consumatori per istruire gli enti regolatori nazionali su come affrontare il greenwashing. Per esempio, le nuove linee guida che entreranno in vigore quest’anno stabiliscono cosa significa sostenibile in termini più concreti, con tanto di parametri numerici. I fondi che si descrivono “sostenibili” non potranno investire in aziende che traggono più dell’1% del loro fatturato dal carbone, più del 10% dal petrolio o più del 50% dal gas.

L’indagine di Follow the Money sul greenwashing dei fondi ESG

Follow the Money e Investico hanno indagato su quanti fondi dovranno allinearsi a queste nuove regole. I giornalisti hanno raccolto dati su circa 1.300 fondi elencati nel database di Morningstar che usano termini legati alla sostenibilità ambientale. Hanno quindi analizzato quasi 300mila investimenti effettuati da questi fondi, per un totale di 525 miliardi di euro. E li hanno messi a confronto con le regole dell’Esma.

I risultati non sono stati positivi. Più del 40% di questi fondi sostenibili detiene investimenti in aziende che traggono ricavi significativi dai combustibili fossili. Nei Paesi Bassi, più della metà dei fondi destinati ai consumatori viola le nuove regole. In Danimarca, Svizzera, Spagna e Italia la percentuale sfiora il 50%.

I due maggiori “colpevoli” sono il gigante degli investimenti statunitense BlackRock e il gestore patrimoniale francese Amundi. Ciascuno di essi ha pubblicizzato circa 40 fondi utilizzando termini come “ESG” e “sostenibile”, nonostante detenessero azioni di aziende petrolifere. BlackRock ha investito più di due miliardi di euro in questi fondi spacciati per green. Gli investimenti di Amundi invece superano i 575 milioni di euro, comprese le azioni della compagnia petrolifera statale saudita Saudi Aramco.

Le compagnie fossili più popolari tra i fondi sostenibili

La compagnia petrolifera più popolare è TotalEnergies. Quasi un quarto dei fondi “verdi” che detengono azioni in aziende petrolifere, del carbone e del gas investono in Total, compreso il “sostenibile” fondo azionario europeo di BNP Paribas. In tutto, sono 143 fondi che investono complessivamente 1,1 miliardi di euro in una delle più grandi compagnie fossili al mondo.

Ma TotalEnergies è in buona compagnia. I fondi ESG della banca olandese ABN Amro investono in Shell, quelli di Swiss Life in ExxonMobil e quelli della statunitense Northern Trust in ConocoPhillips. La tedesca DWS offre fondi ESG che investono in Pembina Pipeline Corporation, società che costruisce oleodotti utilizzati per l’estrazione di sabbie bituminose negli Stati Uniti. Infine, i giganti bancari HSBC e UBS detengono azioni di Aker BP, una compagnia petrolifera norvegese che sta cercando nuovi giacimenti di petrolio e gas nelle zone incontaminate dell’Artico.

In Italia, la metà dei fondi sostenibili investe nelle fonti fossili

Il problema riguarda anche l’Italia. Come ripotato da IrpiMedia (che ha partecipato all’inchiesta), nel nostro Paese ci sono 493 fondi di investimento che si definiscono ESG. Di questi, circa la metà (240, per la precisione) mantiene nel proprio portafoglio investimenti in aziende fossili. Parliamo di circa 68 milioni di euro dedicati a investimenti fossili su un totale di 2 miliardi e 20 milioni. 

«Ma, per quanto la quota di investimento nei fossili sia bassa, il problema sta in quello che questa percentuale rivela. Le industrie in cui questi fondi investono sono infatti Chevron, TotalEnergies, Shell, OMV, Eni, Marathon Petroleum, Repsol, Engie: tutti colossi dell’energia fossile» scrive IrpiMedia.  

Cosa vuol dire davvero “sostenibile” nel mondo della finanza

«Molto deve ancora cambiare», ha dichiarato a Follow the money Joost Schmets, del gruppo di difesa European Investors-VEB, dopo aver esaminato i risultati dell’inchiesta. «Ci sono ancora troppi gestori di fondi che pensano: “Attirerò le persone con termini come ESG senza cambiare nulla del mio portafoglio”. Ma chi cerca un fondo ESG non vuole investire in società di combustibili fossili». 

Secondo gli esperti, gran parte del problema è dovuto alle ampie definizioni di “verde” o “sostenibile” e ai modi in cui le istituzioni finanziarie possono distorcerle per adattarle ai propri scopi. Gli investitori utilizzano il termine “sostenibile” in maniera troppo vaga e per indicare qualsiasi tipo di impegno. Le linee guida dell’Esma dovranno risolvere questo dilemma una volta per tutte. 

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mercoledì 27 marzo 2024

G7 clima, energia e ambiente: basta con i crimini ambientali, basta greenwashing, basta Tav!!

  

Il 28, 29 e 30 aprile, Venaria sarà il palcoscenico del G7 dedicato all’energia, al clima e all’ambiente. Mentre i potenti del mondo continuano a discutere sulla nostra testa del nostro futuro, noi subiamo il peso della loro transizione ecologica che ha il chiaro intento di scaricarne il costo sui nostri territori e sulle nostre comunità a vantaggio di chi (come TELT) non si è mai curato del benessere del nostro pianeta.

I ministri dell’ambiente si riuniranno per parlare di un futuro “sostenibile”, ma le politiche attuali vanno contro la salvaguardia della Terra. Non possiamo permettere che questo “greenwashing” nasconda le vere intenzioni dietro grandi progetti come il TAV, presentato come soluzione ecologica ma che in realtà danneggia l’ambiente e il clima.

È sempre stato il nostro compito smascherare chi trae vantaggio da queste opere distruttive: lo vediamo in Val di Susa dove parte del progetto TAV è gestito da società ecocide (come la SITAF), che da sempre minacciano la nostra salute e lucrano sulle nostre terre sotto i colpi del cemento e dell’asfalto e che, ormai, quotidianamente avvelenano l’aria con centinaia e centinaia di camion che attraversano le strade della Valle trasportando materiali nocivi e dannosi.

Il nostro territorio è vittima di inquinamento di ogni genere da anni, recentemente abbiamo scoperto che le nostre acque sono gravemente contaminate da PFAS e PFOA, sostanze chimiche artificiali di cui finora nessuno si è preso la responsabilità di individuarne l’origine, e che, come Movimento No Tav, ci impegneremo a contrastare attivamente sia in piazza che sui nostri sentieri.

Questi sono alcuni dei motivi che ci spingono a voler contestare questo incontro dei “big” dell’ambiente, dopo 30 anni di resistenza in Valsusa, è chiaro: il TAV, come qualsiasi altra grande opera, è un crimine climatico e ambientale. È tempo di costruire un modello di sostenibilità che rispetti i bisogni dei territori, che li protegga e non li distrugga.

Uniamoci per difendere il nostro futuro! Invitiamo tutte le realtà che amano la propria terra a unirsi a noi in una serie di iniziative che si terranno in Valsusa nei giorni precedenti l’inizio del vertice, per rendere tutti consapevoli dell’ingiustizia che si consuma sul nostro territorio e opporci ad essa.

L’accoglienza della Valle sarà come al solito a disposizione di tutte e tutti all’interno dei terreni del presidio di Venaus, luogo storico di scambi e incontri per chiunque voglia conoscere ed attraversare la Val di Susa.

Diamo voce alla nostra protesta là dove i potenti cercano di renderci silenti, ma dove prendono decisioni che ci riguardano tuttə.

#NOTAV #StopTelt #SalviamoIlPianeta

Unisciti e rimani aggiornat* sul programma completo e sulle iniziative di avvicinamento, clicca sul link in bio https://linktr.ee/loro7noi99percento

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giovedì 1 febbraio 2024

Perché dobbiamo prendere sul serio le fantasie di complotto sul clima - Wu Ming 1

Perché dobbiamo prendere sul serio le fantasie di complotto sul clima. Prima parte - Wu Ming 1

Nei primi giorni del maggio 2023, e di nuovo due settimane dopo, sull’Emilia orientale e sulla Romagna si abbattono forti nubifragi. La popolazione è colta di sorpresa: si viene da un lungo periodo di siccità.

Fin dalle prime ore il territorio si rivela incapace di reggere l’urto. I fiumi e torrenti che scendono dall’Appennino – Idice, Lamone, Montone, Santerno, Savena, Senio, Sillaro e altri – si gonfiano e scavalcano gli argini, quando non li sfondano e spazzano via.

L’Appennino stesso si sgretola: quasi trecento frane dissolvono crinali e pendii, isolano paesi e aggiungono altra melma alle ondate che travolgono la pianura tra Bologna e il mare. Strade e ferrovie, zone industriali, centri abitati, tutto soffoca nel fango. Tornato il sole, si contano diciassette morti, sessantamila persone evacuate e danni per miliardi di euro.

La melma, il cemento, le nutrie

“Fango” non rende l’idea: a coprire la pianura è una fanghiglia tra il verdastro e l’arancione, tanto puzzolente da togliere il respiro, piena di escrementi e veleni. Appena oltre gli argini l’acqua ha trovato lo sprawl, l’urbanizzazione selvaggia della terza regione più cementificata d’Italia, sia in assoluto – 200.320 ettari di suolo consumato – sia per incremento netto nel solo 2021, 658 ettari persi, dei quali 501,9 in aree a media pericolosità idraulica.

A dispetto di un’autonarrazione trionfalistica, il territorio dell’Emilia-Romagna è molto fragile. Se l’Appennino è dissestato, la bassa è tutta pianura alluvionale, in buona parte risultato di grandi bonifiche, sottratta alle acque con mezzi meccanici. Terra che rimane emersa grazie al lavoro costante di impianti idrovori e migliaia di chilometri di canali. Un territorio sempre in bilico, in cui si dovrebbe costruire con prudenza e parsimonia. Si fa l’esatto opposto.

Nel 2017 la regione si è dotata di una legge contro il consumo di suolo, la cui entrata in vigore è stata più volte prorogata. Legge, in ogni caso, criticata da esperti e addetti ai lavori – si veda la raccolta di saggi critici e interventi Consumo di luogo. Neoliberismo nel disegno di legge urbanistica dell’Emilia-Romagna – perché in pratica favorisce il fenomeno che deve contrastare.

Un ettaro di terreno libero può assorbire fino a 3.750 tonnellate d’acqua. Acqua che scende e ricarica le falde. Su una lastra di cemento o asfalto, invece, l’acqua rimbalza e accelera la corsa. Ma non si tratta solo di questo. Nello sprawl emiliano-romagnolo l’acqua ha fatto scoppiare le fogne, ha rovesciato cassonetti e attraversato discariche, ha razziato case, fabbriche, negozi, distributori, autorimesse e magazzini, trascinando con sé detersivi, cosmetici, fitofarmaci, pesticidi, fertilizzanti e tonnellate di plastica destinata a diventare microplastica, ha inondato allevamenti intensivi e trasportato nei dintorni corpi di animali annegati.

“Consumo di suolo” significa urbanizzazione e sempre maggiore diffusione di materiali nocivi, anche in zone a rischio idraulico. Come è accaduto in Emilia-Romagna, presto o tardi l’acqua trova quei materiali, li trascina con sé e li sparge nel territorio.

L’ammasso di bombe chimiche e batteriologiche rimane sui territori per giorni. Conselice, in provincia di Ravenna, è la cittadina simbolo della catastrofe: resta invasa dai liquami per due settimane, il tanfo che la attanaglia si sente a chilometri di distanza. “Sopra quella putredine batteva il sole a picco / quasi volesse rosolarla a punto”, Charles Baudelaire, La carogna, nella traduzione di Gesualdo Bufalino.

Quando si riesce a far defluire la melma – nell’Adriatico, dove altrimenti? – e le vie tornano asciutte, dei probabili effetti su ambiente e salute non si parla più. Il tema scompare dal discorso pubblico.

Le cause di questo e analoghi disastri sono note. Il riscaldamento globale provoca un’alternanza tra lunghi periodi di siccità e nubifragi, il cosiddetto climate whiplash, effetto colpo di frusta. Allo stesso tempo, esondazioni e distruzioni sono l’esito di politiche che da più di mezzo secolo deturpano il territorio. A partire dai suoi corsi d’acqua, deviati, resi più artificiali, privati delle loro curve, sinuosità e naturali zone d’espansione per lasciare spazio al cemento, spesso anche “tombati”, come il Ravone a Bologna, che nel maggio scorso si è gonfiato ed è tornato in superficie prendendosi via Saffi, una delle principali arterie cittadine.

I boschi ripariali, che manterrebbero gli argini coesi e assorbirebbero l’acqua straripante, sono distrutti con ruspe e motoseghe. Anche abitudini in apparenza banali, improntate al decoro e tipiche di ogni amministrazione locale, si rivelano catastrofiche. Perfino nel pieno di una grave siccità si falcia l’erba dei parchi, dei prati, lungo le strade, sui cigli dei fossi e sugli argini, rasando a zero o quasi. L’erba alta è vista come un esempio di degrado. Ma il suolo, esposto al sole battente, si surriscalda, si secca e muore.

Fa scalpore che a essere messa in ginocchio sia una delle cosiddette locomotive d’Italia, regione virtuosa che ogni giorno si vanta delle sue eccellenze. Sebbene il presidente Stefano Bonaccini ripeta che “non è il momento delle polemiche”, voci autorevoli denunciano lo stato del territorio da ogni punto di vista: geologico, urbanistico, geografico, naturalistico, giuridico, storico. Voci che arrivano dall’Istituto superiore per la ricerca ambientale, dal Consiglio nazionale delle ricerche, dai comitati scientifici delle associazioni ambientaliste storiche. Il Cnr di Bologna lancia un “appello sulla crisi eco-climatica globale”. In poco tempo raccoglie oltre un migliaio di firme.

Ma gli amministratori locali non prestano ascolto a queste voci. Non solo non ammettono responsabilità, ma mettono in circolazione narrazioni diversive incentrate su capri espiatori. Il sindaco di Ravenna Michele De Pascale dà la colpa dell’alluvione alle nutrie, che scavano le loro tane negli argini, e a non meglio precisati ambientalisti che impedirebbero di abbattere le nutrie e gli avrebbero inviato “minacce di morte”. C’è un ovvio nucleo di verità: le nutrie proliferano e bucano gli argini, ma nell’insieme dei processi fin qui descritti hanno un ruolo secondario, e certo non sono colpevoli dello sprawl, dello stato in cui le piogge trovano il territorio.

Riguardo agli ambientalisti, De Pascale è noto per l’indifferenza verso le loro critiche. Ha tirato diritto sull’installazione di un rigassificatore da un miliardo di euro nel mare di fronte alla città e “difende a spada tratta”, come scrive il movimento civico Ravenna in comune, “ogni nuovo via libera alla cementificazione che la sua giunta sparge come il riso ai matrimoni”. Il comune di Ravenna ha il record regionale di consumo di suolo: nel 2021 ne sono spariti 69 ettari, per un totale di più di settemila. Se De Pascale non ha fatto abbattere le nutrie, non è certo per timore di presunti ecologisti. Prima di lui, il sindaco di Massalombarda Daniele Bassi aveva puntato il dito contro gli istrici.

Come si vede, nella fase iniziale le narrazioni diversive sull’alluvione si muovono dall’alto verso il basso: a introdurle nel ciclo mediatico sono rappresentanti delle istituzioni. E se gli esempi sono questi, davvero possiamo biasimare le cittadine e cittadini comuni che nelle stesse ore, su internet, “fanno le loro ricerche”?

Da alcuni anni l’espressione “do one’s own research” ha assunto una connotazione ironica. Indica la pulsione a stabilire a grande velocità correlazioni spurie su cui si formano fantasie di complotto.

L’aereo di Red Ronnie

In Emilia-Romagna ha appena smesso di piovere quando nelle chat e sui social network si comincia a parlare di un “aereo misterioso”, un bimotore che il 14 maggio avrebbe sorvolato a lungo le zone poi colpite dalle alluvioni, in particolare i dintorni di Cesena, eseguendo “strane manovre”, cambiando traiettoria più volte, come per tracciare invisibili scarabocchi in cielo.

Il mistero diventa sospetto e poi certezza: quell’aereo stava disseminando nelle nuvole sostanze chimiche, allo scopo di provocare le piogge dei giorni seguenti. L’ennesimo blitz di una presunta guerra climatica in corso da anni, condotta da poteri occulti contro l’occidente, per alimentare la convinzione che il riscaldamento globale sia causato dal nostro stile di vita, costringerci a cambiarlo, abbassando le difese della nostra civiltà.

Nel biennio 2022-2023 questi aerei misteriosi sono stati avvistati in varie parti del mondo, sempre all’indomani di nubifragi, tempeste, alluvioni. Per esempio in Australia nella primavera 2022 e in Nuova Zelanda nell’inverno 2023. Ancora prima, nel 2014-2015, erano stati avvistati in California. In quel caso la loro presunta missione non era causare tempeste ma siccità.

Qualcuno cerca l’aereo che ha sorvolato la Romagna sui siti Flightradar24 e FlightAware, scoprendo che è un Beechcraft Super King Air B200 della compagnia francese Aéro Sotravia, marca d’immatricolazione F-gjfa. Il suo volo è siglato Asr153. Decollato il 14 maggio alle 12:12 da Ancona, è atterrato a Bologna alle 18. Sul cesenate, in effetti, ha seguito traiettorie aggrovigliate.

Dunque del volo è disponibile ogni dato, e fin da subito. Per scoprirne anche lo scopo basterebbe un piccolo sforzo, ma nessuno di quelli che denunciano la guerra climatica ha in mente di compierlo. È più comodo, più aerodinamico saltare a conclusioni, prendere le scorciatoie dove il pensiero trova meno attrito, abbandonarsi alle spinte di pregiudizi cognitivi.

Per primo il pregiudizio di intenzionalità, in base a cui cui ogni evento è l’esito diretto di un agire premeditato, insieme a quello di proporzionalità: se l’evento ha conseguenze su vasta scala, dev’essere vasto anche il piano messo in atto. C’è poi il primacy effect: la nostra mente tende a dare maggiore rilievo e plausibilità alla prima spiegazione che riceve, a maggior ragione se solletica i bias, pregiudizi, di intenzionalità/proporzionalità e se colma un vuoto di senso.

All’indomani delle alluvioni, gli amministratori, invece di parlare delle cause principali, hanno dato la colpa alle nutrie, agli istrici, alla sfortuna. Ciò ha contribuito a creare un vuoto, che la storia dell’aereo misterioso ha riempito.

A seguire, è scattato il pregiudizio di conferma: dopo che ci si è fatta un’idea, si tende a scartare o sminuire ogni fonte che la metta in discussione.

Resistere a questi bias è difficile. Collegare l’alluvione al centro commerciale vicino a casa, alle villette a schiera che gli stanno attorno, al nuovo parcheggio che è tanto comodo, al rumore di motoseghe e decespugliatori che ogni tanto entra dalla finestra, ai pennacchi di fumo che escono da comignoli e ciminiere richiede fatica cognitiva. È più facile immaginare il grande piano segreto che figurarsi i molteplici flussi, progetti, processi, interessi, automatismi, consuetudini e spinte inerziali che ogni giorno muovono il capitalismo.

La storia dell’aereo misterioso è presto rilanciata dal bolognese Gabriele Ansaloni, in arte Red Ronnie, giornalista e conduttore televisivo, un tempo vicino al centrodestra, oggi ai margini del mainstream anche per via di tesi azzardate su cui fioccano battute e imitazioni.

Il 18 maggio Ansaloni pubblica un video intitolato Bologna oggi, non piove. Ma chi ha provocato questo disastro? Misterioso volo insistente di un aereo. Lo schermo è diviso in due. A sinistra la scheda del B200 ripresa da Flightradar24: data, rotta, tipo di aereo, quota mantenuta; a destra via Indipendenza, a Bologna, filmata da Ansaloni mentre cammina e domanda: “Qualcuno mi può spiegare perché questo aereo ha fatto tutte queste rotte? Non so, attenzione, non che io pensi male, però se qualcuno me lo spiega, io sarei molto felice, anche per fugare tutti quei complottisti che dicono che esistono le scie chimiche. La stessa cosa accadde giù nelle Marche, o in Umbria, non mi ricordo più, un aereo fece molti giri su in cielo poi ci fu l’alluvione. C’è anche qualcuno, chiaramente in malafede che dice che il terremoto in Turchia è accaduto dopo dei lampi incredibili…”.

Da quel momento la fantasia di complotto esce dalle nicchie e ha una vasta, anche se momentanea, diffusione. Fra i detrattori, il bimotore diventa “l’aereo di Red Ronnie”.

Eppure l’idea fa presa. Perfino lo scrittore e opinionista Stefano Massini, in un monologo durante la trasmissione Piazzapulita su La7, sembra alludere all’aereo misterioso, o almeno collegare le alluvioni al cloud seeding, l’inseminazione delle nuvole: “Ogni volta che vedo le immagini terrificanti che vengono, come in questo caso, dall’Emilia-Romagna, io non riesco a non pensare a questo pianeta Terra usato da noi uomini come un giocattolo dove [l’uomo] si è addirittura convinto di riuscire esattamente come dio a comandare il clima bombardando le nuvole, decidendo se far piovere o non far piovere”.

Nel frattempo la spiegazione è arrivata, qualcuno la scrive anche nei commenti in calce al video di Red Ronnie. Il B200 è l’aereo che segue il Giro d’Italia e fa da ponte radio alle riprese tv. A ogni suo viaggio recente corrisponde una tappa della gara ciclistica. Il 14 maggio si svolgeva la nona tappa, da Savignano sul Rubicone a Cesena. L’aereo vola in quel modo perché, viaggiando molto più veloce dei ciclisti, per ricevere i segnali delle riprese da quad, furgoni ed elicotteri deve continuamente tornare indietro.

Ora tocca al pregiudizio chiamato “intensificazione dell’impegno”, che spinge a tenere il punto contro ogni evidenza. Ammettere di aver preso una posizione sbagliata costa fatica cognitiva, a maggior ragione se ci si è espressi in pubblico e con i toni drastici tipici delle schermaglie sui social network. Ecco perché chi ha sposato la tesi dell’alluvione provocata dal cloud seeding incorpora la spiegazione nella fantasia di complotto: il compito di fare da ponte radio per il Giro è solo “un’ottima copertura”.

Cloud seeding e guerra climatica

Il cloud seeding, la tecnica per aumentare le precipitazioni, nasce nel dopoguerra. Gli esperimenti cominciano nel 1946, nei cieli di Schenectady, nello stato di New York, su iniziativa di scienziati stipendiati dalla General Electric. Uno di loro è Bernard Vonnegut, fratello maggiore di Kurt, futuro romanziere. All’epoca anche Kurt lavora alla General Electric, ma all’ufficio stampa.

Nelle prime inseminazioni si usa ghiaccio secco, cioè anidride carbonica allo stato solido, poi Bernard scopre che spargendo ioduro d’argento si ottengono risultati migliori, o almeno così sembra.

I militari tendono subito le antenne. Dopo la bomba atomica, forse si è scoperta un’arma ancora più potente: il controllo del clima. In accordo con la General Electric, l’esercito coopta gli scienziati nel cosiddetto progetto Cirrus. Nel nuovo contesto Bernard, pacifista, si trova sempre più a disagio, finché non dà le dimissioni. La storia è ricostruita nella sontuosa biografia di Ginger Strand I fratelli Vonnegut. Fanta-scienza nella Casa della magia, da poco uscita in italiano per Treccani.

Le ricerche dei militari proseguono. Il cloud seeding è usato a fini bellici durante la guerra del Vietnam. L’operazione viene chiamata Popeye: dal marzo 1967 al luglio 1972 – si scoprirà con la pubblicazione dei celebri Pentagon papers – l’aviazione statunitense cerca di prolungare le stagioni dei monsoni per sabotare le operazioni delle forze nord-vietnamite. Non è chiaro se e in che misura l’operazione ottenga risultati. Ed è proprio questo il punto…

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Perché dobbiamo prendere sul serio le fantasie di complotto sul clima. Seconda parte -

Guarda le scie bianche degli aerei. Guarda quante sono. Sempre più spesso si affiancano e si incrociano, formando una griglia vaporosa che copre gran parte del cielo, quasi da un orizzonte all’altro. Pensaci: ne hai sempre viste così tante?

Quest’esercizio mentale potrebbe essere utile, se si comprendesse che le scie sono un simbolo. Secondo il dizionario De Mauro un simbolo “evoca o rappresenta, per convenzione o per naturale associazione di idee, un concetto astratto, una condizione, una situazione, una realtà più vasta”.

Le scie bianche sono nuvole. Si formano per la condensazione del vapore acqueo presente nei gas di scarico degli aerei. Sono aumentate di numero perché negli ultimi trent’anni, con il successo dei voli a basso costo, il traffico aereo è quadruplicato. Con esso sono aumentate le emissioni di gas serra e sostanze inquinanti e le conseguenze sul territorio: più traffico aereo significa costruzione di nuovi aeroporti, ingrandimento di quelli esistenti, creazione di poli logistici, operazioni immobiliari spinte dalla bolla turistica.

C’è stata una pausa nel 2020, quando dopo i provvedimenti per contrastare la pandemia di covid-19 i voli commerciali internazionali sono diminuiti del 75,6 per cento, ma il traffico è già tornato ai livelli del 2019. In Italia li ha addirittura superati.

Il fitto incrociarsi delle scie è un’immagine forte. Potrebbe tornare utile, se la usassimo come simbolo. Ma non si può, perché se indichi le scie passi per credulone o addirittura per folle, sei colpevole per associazione, sei “come i complottisti”. Cioè coloro che da anni additano il cielo, lo fotografano, lo filmano, denunciano a gran voce l’aumento delle strisce bianche. Per queste persone le scie non segnalano un problema: sono loro stesse il problema. A volte un simbolo rimpiazza la realtà più vasta che dovrebbe evocare. In altre parole, un sintomo è scambiato per il male. Quando succede, è inevitabile sbagliare diagnosi.

Secondo le fantasie di complotto sulle cosiddette scie chimiche, ogni giorno migliaia di velivoli, seguendo le linee di una congiura planetaria, spargono nell’atmosfera miscele di sostanze tossiche, metalli pesanti, solfati e chissà cos’altro. Il fine cambia a seconda delle versioni della storia: condurre esperimenti sulla popolazione, tenerla costantemente ammalata e debole, creare sopra le nostre teste una “fascia chimica psicoattiva” grazie a cui controllare le nostre menti, eccetera. Negli ultimi anni, dalle fantasie sulle scie chimiche sono nate quelle sulla guerra climatica.

Le fantasie di complotto soffrono di una forma di asimbolia, l’incapacità di capire i valori simbolici o i sensi figurati di discorsi, azioni, comportamenti. Quando diciamo che i governi e i padroni ci “succhiano il sangue” stiamo usando una metafora. Ma secondo i seguaci della fantasia di complotto chiamata QAnon, i potenti bevono sangue veramente.

Nel singolo individuo l’asimbolia ha spesso cause neurologiche. Poiché è impossibile che ogni componente delle comunità nate intorno a fantasie di complotto abbia problemi neurologici, dovremo parlare di una forma culturale di asimbolia, creata dagli scambi di messaggi e dall’imitazione reciproca, in contesti fortemente influenzati da determinati bias, pregiudizi, ed errori di ragionamento.

Il punto cieco delle fantasie di complotto

Le fantasie di complotto sulle scie chimiche esemplificano anche uno dei principali paradossi della cultura cospirazionista: c’è un piano segreto, segretissimo, ma i suoi artefici lasciano che sia esposto nei dettagli e denunciato in tantissimi libri pubblicati in molte lingue, innumerevoli articoli, migliaia di video visti da milioni di persone. Libri, articoli e video disponibili sulle piattaforme di proprietà degli uomini più ricchi e influenti del mondo: Sergey Brin e Larry Page, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos, Elon Musk.

A proposito di loro Rebecca Solnit ha scritto che i miliardari “sono una minaccia per tutti: la loro mole politica distorce la nostra vita pubblica”, perché “funzionano come poteri non eletti, una sorta di aristocrazia globale autonoma che tenta di governare su tutti. Secondo alcuni le aziende tecnologiche che hanno generato tanti miliardari moderni agiscono con metodi più simili al feudalesimo che al capitalismo, e di certo molti miliardari operano come i signori del mondo, mentre si battono per difendere la disuguaglianza economica che ha reso loro così ricchi e tanti altri così poveri. Usano il loro potere in modi arbitrari, irresponsabili e spesso devastanti per l’ambiente”.

È un vero e proprio punto cieco della fantasia di complotto. I magnati della Silicon valley esercitano sulla nostra società e sulla nostra cultura una delle più estese e arroganti influenze mai viste. Se ci sono persone di cui, con un’iperbole, possiamo dire che “controllano le menti”, sono loro. Se c’è gente che cospira – letteralmente: respira insieme, negli stessi ambienti, in luoghi inaccessibili ai comuni cittadini – è proprio quella. Eppure nessuno li indica come complici del piano delle scie chimiche né, in generale, di alcun altro complotto su scala mondiale. Come mai?

C’è una possibile spiegazione: se Amazon, Facebook, Instagram, X, YouTube e Whatsapp fossero indicati come parte della cospirazione, nella mente di chi la denuncia su quelle piattaforme si produrrebbe una dissonanza cognitiva: percepirebbe il proprio star lì come incoerente, inconciliabile con quel che dice o scrive. Con fatica cognitiva dovrebbe giustificare la contraddizione in qualche modo, oppure rimuoverla. Tutto ciò sarebbe causa di stress. Meglio rimuovere a monte, evitando di pensarci e descrivendo lo scenario più implausibile: un complotto planetario in cui i padroni dei più potenti mezzi di comunicazione del pianeta non hanno alcun ruolo.

Succede qualcosa di simile nella narrazione di QAnon, dove si dice che la Cabal – la setta di satanisti pedofili di cui farebbero parte politici e star di Hollywood – controlla gli Stati Uniti… fatta eccezione per le forze armate, che sono rimaste “sane”. Come sia possibile controllare un paese senza controllarne le forze armate – per giunta gli Stati Uniti, che hanno le spese militari più alte del pianeta e un complesso militare-industriale il cui crescente peso politico fu denunciato già dal presidente Eisenhower – è una questione che i seguaci di QAnon non si pongono. Non possono farlo.

Le peggiori narrazioni

Prima di proseguire è necessario chiarire un punto. Nonostante quanto scritto finora, le fantasie di complotto sul clima non sono le narrazioni più dannose. Neanche il negazionismo conclamato – in Italia espresso da alcuni politici e personaggi da cronaca di costume – è la narrazione più dannosa.

Le peggiori narrazioni sono quelle che fanno greenwashing e spoliticizzano i temi climatici ed ecologici. A promuoverle è un capitalismo che coglie l’opportunità della crisi climatica – crisi causata dai costi esterni della produzione: emissioni, scarti, rifiuti – per continuare a fare profitti, generando nuovi costi esterni ancora poco visibili, come l’impatto ambientale dell’estrazione di litio per le auto elettriche, e pericoli futuri, come gli effetti collaterali delle pseudosoluzioni geoingegneristiche.

Il soluzionismo tecnologico riduce il riscaldamento globale a una questione di momentanea inefficienza tecnica che sarà superata con l’innovazione. Con il boom delle cosiddette intelligenze artificiali generative, questa narrazione è destinata ad avere sempre più presa, ma come scrive Joy Buolamwini, autrice del libro Unmasking Ai: “L’intelligenza artificiale non risolverà il problema del cambiamento climatico, perché le scelte politiche ed economiche sullo sfruttamento delle risorse del pianeta non sono questioni di carattere tecnico. Per quanto possa tentarci, non possiamo usare l’intelligenza artificiale per schivare il duro lavoro di organizzare la società, in modo che il tuo luogo di nascita, le risorse della tua comunità e le etichette che ti ritrovi addosso non determinino il tuo destino. Non possiamo usare l’intelligenza artificiale per evitare discussioni su chi ha potere e chi ne è privo. Dare in outsourcing morale alle macchine le decisioni difficili non risolverà i dilemmi sociali fondamentali”.

Il riduzionismo carbonico consiste nel parlare solo delle emissioni di CO2, rimuovendo dal quadro ogni altro processo: la distruzione di biodiversità, la cementificazione, la manomissione del territorio. In questo modo si può decidere di abbattere decine di alberi e consumare suolo per costruire edifici di classe energetica A4, e dire di aver fatto una scelta green.

L’individualismo verde è la narrazione più consolidata. Sostiene che per risolvere i problemi climatici e ambientali si debba puntare sullo stile di vita e le scelte coscienziose del singolo consumatore. In questo modo le responsabilità sono scaricate da monte a valle: dalle decisioni politiche in tema di produzione energetica e industriale alle piccole, sproporzionatamente meno influenti, scelte che chiunque di noi può fare nel quotidiano.

Un esempio eclatante lo fornisce la produzione di plastica. In un’inchiesta pubblicata dal Guardian qualche anno fa Stephen Buranyi ha spiegato come addossare il problema al singolo consumatore sia stata una strategia promossa direttamente dall’industria dei polimeri, con grandi investimenti e lavoro di lobby, per evitare regolamentazioni del settore. Solo da poco tempo ci si è resi conto di quanto ingannevole sia l’idea che basti fare la raccolta differenziata e usare plastica riciclata o compostabile. Come ha titolato qualche mese fa l’Atlantic, “la plastica compostabile è spazzatura”.

Un altro esempio riguarda la già citata auto elettrica. Nell’intersezione tra individualismo verde e soluzionismo tecnologico troviamo l’idea che basti cambiare il parco auto e voilà, potremo continuare come prima, incoraggiando gli spostamenti privati su gomma, senza investire su un trasporto pubblico, capillare e universale. Come per la plastica, i costi esterni di quest’illusione diventeranno visibili con il tempo.

L’eccezionalismo deresponsabilizzante è la narrazione più recente, tanto che molte persone non sanno ancora riconoscerla. Consiste nell’usare gli eventi estremi come scusa per non cambiare politiche. In Italia si è affermata dopo le alluvioni in Emilia-Romagna del maggio 2023. Il 17 maggio, durante un collegamento con La7, il presidente della regione Stefano Bonaccini ha dichiarato: “Quando in trentasei ore cade l’acqua di sei mesi, e cade dove quindici giorni fa era caduta una pioggia record che aveva fatto cadere quello che cade in quattro mesi, non c’è territorio che possa tenere, anche perché la pioggia cade su un terreno che non assorbe più nulla, va tutta nei fiumi e non può scaricare in mare perché è ingrossato dalle mareggiate: su questo non ci si può far nulla”. Altri amministratori hanno rilasciato numerose dichiarazioni su questa falsariga.

L’enfasi sulla straordinarietà dell’evento – che straordinario sarà sempre meno, perché il colpo di frusta climatico è parte del nuovo clima – rimuove il fatto che un territorio può reggere l’urto di un nubifragio meglio o peggio, in molti o pochi punti, dando a chi ci vive più o meno tempo di organizzarsi. Il territorio emiliano-romagnolo è destinato a cedere sempre più spesso, perché compromesso da scelte che ne hanno peggiorato l’assetto idrogeologico, e attraversato da fiumi costretti in alvei artificializzati da cui alla prima occasione fuoriescono, o che addirittura distruggono con furia. Esondando, non allagano solo campi, come sarebbe successo cinquant’anni fa: travolgono aree urbanizzate, uccidono persone, spargono in giro incalcolabili quantità di rifiuti e sostanze inquinanti. Dire che “non ci si può far nulla” serve a nascondere che, per prevenire il disastro, nulla si è fatto. Intanto si continua a cementificare, ponendo le basi per catastrofi future.

Di fronte a tutto ciò, le fantasie di complotto sulle scie chimiche o sul cloud seeding, la tecnica per aumentare le precipitazioni, sembrano poco più di una curiosità. Invece è indispensabile occuparsene…

mercoledì 30 agosto 2023

Il modello che si nasconde dietro il "Greenwashing urbano" - Gilberto Trombetta

Dietro il greenwashing urbano (ZTL e città in 15 minuti) si nasconde una feroce lotta di classe contro la classe media e i ceti più poveri della popolazione che fa crescere il fenomeno della gentrificazione e della ghettizzazione delle città.


Senza contare che questi provvedimenti rappresentano una palese violazione del diritto alla libera circolazione nel territorio della Repubblica previsto dall’art. 16 della Costituzione.


Ovviamente il problema, tanto per cambiare, nasce a Bruxelles, cioè nasce dalla nostra adesione all’Unione Europea.


In questo caso perché siamo sotto procedura di infrazione per violazione delle direttive comunitarie (96/62/CE, 1999/30/CE, e 2008/50) sulla salubrità dell’aria, specificatamente per le emissioni di biossido di azoto.


Il problema, come sempre quando si parla d’Italia, è che alle storture e ai problemi derivanti dal vincolo esterno (cessione di sovranità a UE ed Eurozona) si aggiunge l’ancora più grave problema del vincolo interno.


E cioè dalla pervicacia con cui la nostra classe dirigente, quindi anche politica, si ostina a prendere decisioni sempre e comunque peggiorative per la qualità di vita dei cittadini italiani.


Infatti l’Unione Europea in questo caso non dice quali misure dobbiamo adottare. Non ci ha chiesto l’istituzione di ZTL allargate. Né, tantomeno, ci ha chiesto l’implementazione dell’orwelliano sistema Mo-Ve-In. Cioè del sistema delle quote chilometriche annuali. Che è quindi un’invenzione tutta della nostra attuale classe politica.


Inoltre bisogna dire che anche il “fate presto” nel nome del “ce lo chiede l’Europa!” non è credibile alla luce del fatto che a oggi nessuno stato membro è stato mai sanzionato per la violazione di queste direttive e che comunque nessuno ha mai pagato un euro di multa.


Insomma i politici italiani potrebbero (e dovrebbero) scegliere altre strade per migliorare lo stato della mobilità urbana.


Primo tra tutti – come non ci stancheremo mai di ripetere – investire per migliorare e aumentare le possibilità di trasporto alternative. A partire ovviamente dal trasporto pubblico che in moltissime città italiane è semplicemente a livello di un Paese del terzo mondo (per la cronica mancanza di investimenti infrastrutturali, di mezzi, di personale e di manutenzione – questi sì perché ce li impone la UE).


Allargare a dismisura le zone a traffico limitato, rendere l’accesso in città a pagamento, impedire alle persone di utilizzare il proprio mezzo di trasporto ha quindi due soli risultati: la progressiva gentrificazione dei centri urbani e la nascita di tanti piccoli ghetti dove confinare i meno abbienti (classe media e ceti più poveri).


Con gentrificazione si intende il fenomeno attraverso il quale con l’aumento dei costi della vita si allontanano appunto le classi meno agiate dai centri città e dalle città in particolare.


Altro che città in 15 minuti. Rinchiudere la popolazione in quartieri ghetto dove mancano tutti o quasi i servizi essenziali è evidentemente una forma di lotta di classe dall’alto verso il basso.


Lo spiega perfettamente David Harvey - professore di antropologia al Graduate Center of the City University of New York che si occupa di economia politica e geopolitica - nel suo libro “Il capitalismo contro il diritto alla città”.


«Gli effetti della crescente polarizzazione della distribuzione della ricchezza e del potere sono indelebilmente impressi nelle forme spaziali delle nostre città, costituite sempre più da luoghi fortificati, da comunità chiuse e da spazi pubblici privatizzati tenuti sotto continua sorveglianza. [...]


In particolare nel mondo in via di sviluppo, la città si sta dividendo in parti distinte, con l'apparente formazione di molti 'micro-stati'.


Quartieri agiati provvisti di ogni tipo di servizi, come scuole esclusive, campi da golf e da tennis, polizia privata di pattuglia 24 ore su 24, sono a stretto contatto con insediamenti illegali dove l'acqua è disponibile solo presso le fontane pubbliche, dove non esiste un servizio igienico-sanitario, l'elettricità è ottenuta illegalmente solo da pochi privilegiati, le strade diventano fiumi di fango ogni volta che piove e coabitare è la norma.


Ogni frammento sembra vivere e funzionare autonomamente, tenendosi stretto quanto è riuscito ad afferrare nella lotta quotidiana per la sopravvivenza. In queste condizioni, gli ideali di identità, di cittadinanza, di appartenenza e di una politica urbana coerente, già minacciati dal diffondersi epidemico dell'etica individualista, diventano molto più difficili da sostenere».


da qui

lunedì 14 agosto 2023

Come sfuggire al capitalismo totale - Paolo Cacciari

 Introduzione

Tra le persone più informate e avvedute non c’è chi non si renda conto delle enormi trasformazioni socioeconomiche, politico-istituzionali, culturali, antropologiche che sarebbero necessarie per poter sperare di evitare le catastrofi ecologiche in atto e riuscire ad assicurare un futuro degno a tutti gli esseri viventi, nella loro totalità e interdipendenza. Per uscire dalla spirale autodistruttiva dell’Antropocene (o Homogenocene, o Eurocene, o Econocene, o Capitalocene, o Palantationocene, o Tecnocene, o Pandemiocene, o Plasticocene, o Wastecene… a seconda del “ceneismo” preferito, il mio è Tanatocene), per salvare le basi biologiche della vita sul pianeta Terra ed entrare in un nuova epoca geologica (Ecocene, Biocene, Chthulucene, Koinocene da me preferita: l’epoca delle relazioni di comunanza) sarebbe necessario un cambio di paradigma, un salto di civiltà, una rivoluzione antropologica. Però, allo stato attuale del “comune sentire” e del discorso pubblico, un cambiamento così radicale appare davvero improbo. La sproporzione tra le forze in campo è tale da scoraggiare anche solo il pensare a delle alternative. Infatti, chi ci prova viene immediatamente bollato dagli opinion markers più influenti (commentatori, accademici, leader politici) come persona velleitaria e irriconoscente, perché incapace di godere del privilegio che ha nel trovarsi a vivere in questa parte del mondo (il nord globale) e viene così trattato come un soggetto ossessionato che soffre di patologie querulomaniacali o, peggio, che trova piacere nel prospettare scenari di disperazione.

1. Teste nel pallone

L’immagine plastica, forse la più significativa, dell’immane forza egemonica, ordinatoria e disciplinante, che domina il mondo attuale ci è stata fornita recentemente dai campionati di calcio a Doha. Una città artificiale gigante, sorta dal nulla su un deserto, costruita da schiavi, con i grattacieli più alti del mondo, stadi con l’aria condizionata all’aperto e prati irrigati con acqua desalinizzata. Il tutto costruito e arredato da imprese occidentali, of course. Ma, contrariamente a ciò che si potrebbe credere, la ricchezza dell’emirato del Qatar (primo al mondo per Pil pro capite percepito dalle poche centinaia di migliaia di persone, 278 mila, che hanno la nazionalità quatariota, mentre la stragrande maggioranza della popolazione, due milioni e mezzo almeno, sono stranieri immigrati che non godono di alcun diritto) non viene dai ricavi del petrolio, che rappresentano oggi meno dell’1 per cento della sua economia (Immerwahr, 2022). Il Qatar è diventato un enorme polo direzionale transnazionale che funziona da volano acceleratore per circuitare il capitale globale. Il Qatargate esploso a Bruxelles non è (solo) l’ennesima conferma delle malversazioni dei professionisti della politica, ma l’indice delle nuove gerarchie ai vertici della mega-macchina finanzcapitalista nel XXI secolo. I campionati di calcio in Qatar non sono stati solamente l’arrogante ostentazione del potere del denaro, ma la simbolica dimostrazione del suo dominio sui vinti. Gli sceicchi hanno concesso ai poveri e ai derelitti della Terra di divertirsi per qualche giorno e, persino, hanno offerto un palcoscenico ai loro sogni di riscatto. Gli argentini, i marocchini, gli ultimi e i penultimi nel mondo reale hanno potuto compensare miseria e sfruttamento potendo onorare i loro idoli dai piedi d’oro. Effetto ipnotico, narcotizzante e istupidente. Nulla è cambiato nei meccanismi simbolici di dominazione del mondo dal tempo dei grandi imperi. Peggio, nessuno Spartaco ha rotto le catene, nessun “pugno nero” (come alle Olimpiadi di Città del Messico 1968) si è alzato nel cielo del Qatar, nessuna contestazione degna di nota. Anzi, massima copertura e audience televisiva alle stelle, applausi e mantello nero di tessuto pregiato (bisht) appoggiato sulle spalle del giocatore più bravo direttamente dalle mani dello sceicco monarca assoluto della dinastia al Thani. Coincidenza vuole che il giocatore argentino premiato, Lionel Messi, giocasse nel Paris Sant Germain di proprietà dello stesso emiro. Il cerchio si chiude.

Una vicenda che ci deve far riflettere su quanto alti siano gli ostacoli che deve superare chi sente ancora vivo dentro di sé l’imperativo etico di cambiare in profondità le relazioni sociali oggi dominanti. Come si fa a contrastare la forza onnipotente, reale e simbolica, del denaro? Intuiva già Marx:

«Il bisogno del denaro è il vero bisogno prodotto dall’economia politica, il solo bisogno che essa produce. La quantità del denaro diventa sempre più il suo unico attributo di potenza: come il denaro ha ridotto ogni essere alla propria astrazione, così esso si riduce nel suo proprio movimento a mera quantità. La sua vera misura è di essere smisurato e smoderato» (Marx, 1844).

2. Il denaro e le imprese possono tutto

Come sarebbe possibile liberare l’umanità dalla crescente dipendenza, reale e immaginaria, dal denaro? Fino ad ora le strategie pensate dalle forze politiche progressiste ed emancipatrici, ancorate ai valori di eguaglianza, fraternità e libertà, hanno fatto affidamento sull’allargamento delle basi democratiche rappresentative delle istituzioni politiche nazionali liberali aprendo così la “lunga marcia” delle classi subalterne, dei neri, delle donne, delle popolazioni emarginate e colonizzate per il riconoscimento dei diritti a partire da quello alla sicurezza economica. Sotto queste spinte, il sistema capitalista (cioè il modo di produzione e riproduzione sociale basato sull’economia di mercato, la proprietà privata, il profitto e l’accumulazione) ha dato una eccellente prova di sé. La crescita esponenziale della ricchezza monetaria e della produttività del lavoro, la redistribuzione dei redditi (trickle-down effect, “sgocciolamento” dai redditi dei più ricchi verso i poveri), l’allargamento dei consumi, l’allungamento delle aspettative di vita e quant’altro stanno a dimostrare che il capitalismo vince cavalcando sul dorso del destriero dell’economia di mercato, si espande in ogni latitudine, dà risposte ad ogni bisogno/desiderio e – cosa che più conta – convince gli umani di qualsiasi ceto, credo religioso, etnia. Il consenso al sistema capitalista è giunto a tal punto che lo strumento (la crescita economica) e lo scopo dell’agire umano (cooperazione sociale, convivenza pacifica, diritti, democrazia, armonia con il creato…) si sono invertiti. La crescita del valore monetario delle merci prodotte e vendute (il Pil) è diventato il bene assoluto, il valore totalizzante a cui ogni altro “fattore” del processo di produzione (beni naturali, lavoro umano, conoscenza, relazioni, salute…) deve essere funzionalizzato e può essere sacrificato. I sistemi politici post-democratici, a-democratici, demagogici e autoritari, forti della loro maggiore efficienza (vedi Cina, autocrazie arabe, populismi neonazionalisti) sono diventati modelli invidiati anche ad Occidente.

Ma, forse, la direzione più probabile che potranno prendere i sistemi politici nei paesi “più sviluppati” sarà quella della presa diretta del potere delle grandi conglomerazioni produttive-finanziarie sulla società. Già ora è evidente che sono i finanziamenti delle imprese a fare la differenza nella selezione dei rappresentanti eletti nei parlamenti; che sono le lobby a scrivere le leggi (non solo quelle fiscali, ma quelle che regolano ogni tipo di transazione); che sono le generose donazioni delle fondazioni bancarie e dei filantropi super ricchi a determinare le politiche della ricerca scientifica, degli aiuti alla cooperazione internazionale, del welfare, della sanità. Sulla scorta delle teorie pratico-morali del filosofo australiano Peter Singer (che afferma – più o meno – che “il bene si identifica con l’utile”), i ricchi possono mettere a posto coscienza e business donando una “quota etica minima” dei profitti ad associazioni di beneficenza purché abbiano certificate i benefici effettivi riscontrabili a lungo termine (longterminism); “altruiso efficace”, lo chiamano. (Dentico, 2020; Madaro, 2021; Kinstler, 2022). Il salto di qualità non sta nella discesa nel campo della politica di qualche miliardario, ma nella pretesa del sistema delle grandi imprese transnazionali di sussumere in sé – facendo a meno di ogni mediazione politica, e dal relativo obbligo fiscale – ogni sorta di obiettivo sociale; dalla sostenibilità ambientale alla fame nel mondo, dall’innovazione scientifica e culturale alla lotta alle malattie, dall’istruzione alla regolazione dei diritti di proprietà della stratosfera… Le élite più avvedute del capitalismo globale nei loro think tank (come il Forum economico mondiale di Davos, orchestrato da Klaus Schwab) hanno capito da tempo che per aumentare la loro presa sul mondo non basta dare una “mano di verde” alle ciminiere tossiche ed attuare un corrispondente social washing delle politiche di coesione sociale, per “non lasciare indietro nessuno”. Serve qualcosa di meno superficiale e di più strutturale che chiamano “reset capitalism”, anzi un “great reset capitalism”. Un azzeramento per poter rilanciare su grande scala un ciclo di accumulazione, investimenti, profitti (la 4 a rivoluzione industriale che combina ingegneria biomolecolare e robotica, visori di Metaverso ed editing genetico, space economy e coltivazione di miniere nei fondali profondi degli oceani…).

Per riuscirci il sistema delle imprese deve assumersi e risolvere in prima persona il problema della sostenibilità ambientale e sociale (attraverso l’adozione di parametri di investimenti Esg, Evironment Social Governance, o altre simili “tassonomie” capaci di misurare gli impatti positivi degli investimenti sull’ambiente naturale e sulla società). Secondo costoro, seguendo queste indicazioni, la reputazione del capitalismo tornerà a crescere e, per giunta, si taglieranno le costose e inefficienti messinscene allestite nel teatrino della politica politicante. Il capitalismo si fa forza totale e integrale, ecosistemica e biologica; sussume nei meccanismi di valorizzazione delle merci i processi vitali (attraverso la manipolazione dei genomi fino alla geoingegnerizzazione del clima) e, nello stesso tempo, aziendalizza all’interno del gioco del mercato i bisogni delle persone. Lo strumento è la tecnoscienza. Il filosofo Christopher Preston ci ricorda che: «Oramai non solo la nostra specie si circonda di nuovi materiali, ma sta anche acquisendo la capacità di riprogettare un certo numero di processi planetari fondamentali. Stiamo imparando a sintetizzare e a cucire assieme nuove disposizioni di Dna per creare organismi originali e utili. Stiamo fabbricando nuove strutture atomiche e molecolari per creare materiali con proprietà completamente nuove. Stiamo modificando la composizione delle specie presenti negli ecosistemi» (Preston, 2020). Ma si può andare oltre. Attraverso la differenziazione e la riprogrammazione dei geni delle cellule
staminali si possono produrre “organoidi” ed “embroidi”, cioè, organi sintetici senza l’impiego di oociti e spermatozoi. E, ancora, veniamo a sapere che i ricercatori dell’università di Stanford hanno trapiantato neuroni umani nei ratti e stanno funzionando, nel senso che stanno contribuendo a determinare il comportamento degli animali, almeno potenzialmente (Micu, 2022).

L’unica misura della mediazione tra gli interessi in gioco è il denaro. Nell’economia di mercato ogni altro “valore” non computabile in moneta non può essere preso in considerazione. I diritti hanno un loro mercato, così come gli stock di natura (capitale naturale) e i servizi ecosistemici. Le migrazioni sono consentite solo in presenza di un contratto di lavoro; l’emissione di sostanze inquinanti nei meccanismi di scambio delle autorizzazioni genera crediti fruttiferi; pensioni, sanità, istruzione sono accessibili solo a chi è dotato di polizza assicurativa. La via del Mercato al benessere e alla sostenibilità è virale. I Ceo, gli amministratori delegati, i gestori dei fondi finanziari e del risparmio delle famiglie, ogni altro stake-holder dovrà far propria la nuova filosofia della crescita green e social. Potranno farsi aiutare da “comitati etici” da affiancare ai consigli di amministrazione (come suggerisce l’Economia civile e la Economy of Francesco) o da consulenti reclutati attraverso le “porte girevoli” tra i professionisti della politica, delle banche, delle università, ma le imprese non potranno più delegare le decisioni ed “esternalizzare” le responsabilità a carico di istituzioni politiche diverse da quelle create dalle imprese stesse. Una rivoluzione anche giuridica che è già in essere con la creazione dei tribunali extragiudiziali previsti dai vari accordi internazionali di libero scambio.

Nell’ottica del sistema capitalista non ha molta importanza quanta umanità potrà essere inglobata nei meccanismi di mercato. Non è indispensabile “dare da lavorare” a tutti gli 8 miliardi di persone che abitano il pianeta. Anzi, un largo “esercito di riserva”, imprigionato nella miseria e ammassato nelle megalopoli del sud globale è del tutto funzionale al buon funzionamento dell’economia che produce profitti. Gli esclusi, le eccedenze, gli scartati, i «carichi residuali» (per usare l’espressione del ministro Piantedosi a proposito dei migranti sulle navi dello Ong) sono del tutto ininfluenti nel processo di valorizzazione dei capitali. Questa è la ragione per cui vengono anche disprezzati. Le rivolte metropolitane (Harvey, 2012) e le insurrezioni urbane non si sono trasformate – almeno fin’ora – in rivoluzioni (Davis, 2006).

3. Strategie di salvezza

Certo, non mancano le crepe e numerosi sono i segni di cedimento in vari snodi dell’impalcato costruito per reggere la globalizzazione dei mercati. La competizione sfrenata tra le diverse aree geopolitiche, le spese crescenti necessarie per militarizzare i confini delle rispettive aree di influenza e soprattutto le imprevedibili conseguenze dei dissesti ambientali sono alcune delle «diciassette contraddizioni» (enumerate sempre da Harvey) che tormentano il capitalismo. Ma non è scritto da nessuna parte che portino alla sua (rapida) fine. La collassologia è diventata una scienza che però non ci dice niente né sul quando, né su cosa succederà dopo. I “crollisti” rischiano di invecchiare seduti sulla riva del grande fiume aspettando invano che la corrente trasporti il cadavere del capitalismo. Scriveva Louis Dumont, nel lontano 1977: “vero che la tendenza a vedere crisi dappertutto è forte nell’ideologia moderna, e che se una crisi esiste non data certo da ieri; in un senso più ampio, questa crisi (una crisi del paradigma ideologico moderno) è anzi più o meno consustanziale al sistema, tanto che alcuni di noi potrebbero trovarvi un motivo di orgoglio» (Dumont, 1984). Temo anch’io che nemmeno questa volta il capitalismo ci farà il piacere di andarsene da solo. E poi, chi ci può dire cosa succederebbe dopo? Potrebbe verificarsi quello che McKenzie Wark ipotizza: «Il capitale è morto. Il peggio deve ancora venire» (M. Kenzie, 2021), o, come dice Bifo: «Possiamo sperare che il capitalismo non sopravvivrà, ma saremo capaci di vivere fuori dal suo cadavere?» (Franco Berardi, www.comune-info.net febbraio 2021).

La questione centrale, quindi, non è la intensità, la larghezza o la scala della crisi che investe il mondo capitalizzato, mercificato, finanziarizzato, ma la mancanza di alternative desiderabili e praticabili, realistiche ed efficaci. Siamo rimasti a corto di strategie post-capitaliste.

Il sociologo Marco Deriu in un enciclopedico saggio sulla incapacità dei sistemi democratici nel dare risposte alla crisi ecologica (Deriu, 2022) prende in esame i movimenti che si sono posti l’obiettivo di una trasformazione profonda, strutturale, istituzionale e antropologica delle relazioni sociali oggi dominate dal sistema di mercato e ne vede i limiti nell’approccio ondeggiante tra un localismo anarchico-comunitario e un neo-statalismo pianificatorio; tra un orizzontalismo microcosmico e un verticalismo che finisce per essere inglobato nelle pratiche istituzionali tradizionali. Siamo ancora dentro la contrapposizione tra “spontanei-sti” e “partitisti”, alla ricerca di un punto di incontro tra movimenti che dovrebbero politicizzarsi e partiti che dovrebbero risocializzarsi. Quale rapporto dovrebbe instaurarsi tra l’azione trasformativa diretta dei movimenti sociali ed ecologisti e l’iniziativa politica nelle istituzioni democratiche rappresentative? «Manca completamente – afferma Deriu – una più ampia ed istituente visione politica della decrescita che integri e incorpori una riflessione di senso, di valori, con una riflessione sui modelli relazionali e sociali, fino ad una riflessione sulla necessità di complessi sistemi regolativi che significa discutere di spazi, di prassi, di modelli
organizzativi, di logiche di azione, di invenzioni istituzionali» (p. 295). La connessione storica tra economia di mercato e democrazia liberale è certamente saltata, sia sul versante sociale (non funziona più come modello di inclusività), sia su quello ambientale (è evidente lo sfondamento dei limiti planetari dei cicli vitali naturali). Ma la strada per una nuova economia e una “democrazia ecologica” rimane problematica. Non perché manchino le proposte scientificamente e razionalmente valide, ma perché non emergono soggetti sociali capaci di intraprendere un’azione politica incisiva, in grado di sperimentare comunità ecologiche, costruire infrastrutture sociali e istituzionali di supporto, di praticare forme di vita rispettose dei valori della condivisione solidale e della salvaguardia del creato.

Una boccata di ottimismo la porta il filosofo sociale statunitense Charles Eisenstein (Eisenstein, 2022). Secondo il conferenziere della Yale University è possibile fare leva su quella parte interiore della natura umana che non è egoista, ma relazionale, socievole, in connessione affettiva con la natura, votata alla bellezza. Da qui è possibile ipotizzare un’economia del dono, locale, comunitaria. Che fare? In attesa dell’emersione di un movimento sociale che sappia coniugare gli interessi degli ultimi e degli esclusi, ma anche delle generazioni future e delle specie non umane, con i valori della condivisione e della solidarietà, cioè con gli ideali della democrazia, agli individui e ai gruppi sociali che sentono il bisogno di “fare società” non rimane che agire nel modo più coraggioso e radicale possibile nelle condizioni date. Parafrasando la Guerra di guerriglia di Che Guevara, dovremmo cercare di praticare nel nostro piccolo azioni di resistenza e diserzione e sperare che funzionino da esempio, capaci di indicare una via da replicare e seguire, poiché «un ramoscello può incendiare l’intera pianura».

Insomma, non c’è alternativa all’iniziativa dal basso, che parta dall’«emozione dei singoli» (Castells, 2012) e giunga a formare «ambiti di comunità autonome» (Esteva, 2012). Raúl Zibechi ha scritto:

«Le grandi trasformazioni cominciano come minuscoli asteroidi irrilevanti per il politico e l’analista che stanno arriba. […] Sono sempre i piccoli gruppi a prendere l’iniziativa, senza tener conto dei ‘rapporti di forza’, ma guardando solo alla giustizia delle proprie azioni. In seguito, a volte anche molto più tardi, lo Stato finisce con il riconoscere che i critici avevano ragione. […] Il punto cruciale, a mio modo di vedere, è il cambiamento culturale, la diffusione dei nuovi modi di vedere il mondo» (Zibechi, 2014).

Certo sarebbe necessario che i movimenti sociali ed ecologisti di base maturassero una propria teoria dello Stato e una propria idea di democrazia sostanziale, intergenerazionale e includente il diritto alla vita di ogni essere vivente. Pino Ferraris è lo studioso socialista che ha più indagato le esperienze dei movimenti operai tra Otto e Novecento e giunse a proporre «un progetto di una confederazione politica dell’iniziativa sociale», “una rete solidale delle autonomie confederate”. “Direi che la confederalità esprime una logica di raggruppamento che converge con le emergenti culture e tecniche di rete: la rete piatta orizzontale che spezza la piramide gerarchica e verticale dell’organizzazione novecentesca. La confederalità è un patto tra diversi retto da reciprocità ed equivlenza” (Ferraris, 2008). Con questo spirito propongo di guardare alcuni esempi della miriade di esperienze di resistenza e ai tentativi di creare comunità locali capaci di sottrarsi al furore distruttivo dell’ipercapitalismo (Cacciari, 2016).


4. Testimonianze

4.1 No Dal Molin

Olol Jakson era uno dei protagonisti più conosciuti e combattivi della mobilitazione che ha visto la popolazione di Vicenza contrapporsi per anni al tentativo di costruire una nuova base militare. Olol è morto improvvisamente giovane, a 47 anni, il 17 ottobre del 2017. Amici e compagni gli hanno voluto dedicare il lascito forse piø significativo dei quella esperienza: il centro polifunzionale Caracol Olol Jackson sorto in centro a Vicenza (Viale Francesco Crispi, 46, www.caracolol.it) i cui pilastri sono: diritti, salute, cultura. «Il nostro sogno – è scritto nel progetto – va verso un modello di sviluppo sociale ed economico costruito su basi mutualistiche. […]. Un luogo che diventerà un laboratorio sociale e di integrazione libero da pregiudizi economici, etnici e di genere». Così, possiamo dire che il vecchio presidio No Dal Molin tirato su con tendoni e lamiere all’inizio della contestazione (durata dal 2006 al 2011) ai bordi dell’aeroporto civile Dal Molin, che i governi (prima Berlusconi e poi Prodi) volevano consegnare alle Forze Armate degli Stati Uniti, si è miracolosamente evoluto in un bellissimo edificio (una ex officina) di più piani che offre servizi fondamentali e di qualità alla cittadinanza che più ne ha bisogno. La “casa comune” Caracol ha cominciato ad essere operativa nel 2020, in piena emergenza Covid, con l’apertura di sportelli informativi sui diritti, ambulatori gratuiti di medicina generale, pediatria, ginecologia, oculistica, dentistici, oltre ad un auditorium, una biblioteca, aule di una scuola popolare e una osteria. Segno evidente che la esperienza aggregativa del movimento No Dal Molin ha permesso di costruire una forte rete di relazioni comunitarie tra associazioni, sindacati di base, gruppi di volontariato, tra cui Emergency, Welcome Refugees, Isde Medici per l’ambiente. I protagonisti di quella importante esperienza pacifista ed ambientalista (che ha visto l’occupazione dell’aeroporto, due manifestazioni nazionali con 150 mila partecipanti, un referendum autogestito con 25 mila votanti, il rovesciamento degli equilibri politici in consiglio comunale ed un’altra infinità di azioni) sono passati dalla protesta alla costruzione di una infrastruttura sociale libera e autonoma, un presidio permanete aperto e autogestito. Sono infatti riusciti a raccogliere i fondi necessari per acquisirne la proprietà dell’edificio ed ottenere i finanziamenti per le costose attrezzature. Insomma è proprio vero che “la lotta paga” anche quando sembra non ottenere tutti i risultati sul campo. Il compromesso raggiunto nel 2010 tra gli americani e il governo italiano ha sancito la cessione alla US Army solo di metà dell’area dell’ex aeroporto, mentre nella rimanente è in corso di realizzazione (seppure con troppa lentezza!) un grande area verde progettata con metodi partecipativi chiamata Parco della pace.

Sulla vicenda No Dal Molin vi è una ricca letteratura, ricordo qui un racconto romanzato di Marco Palma, La guerra non parte da qui (Palma, 2021).

4.2 Usi civici collettivi a Napoli

Ha cominciato L’Asilo dieci anni fa (ex asilo Filangieri, enorme edificio monumentale in pieno centro storico) ad essere liberato dall’abbandono e dai progetti di “gentrificazione urbana”, poi ne sono seguiti altri: l’ex Ospedale psichiatrico a Materdei, ribattezzato Je so pazzo, l’ex carcere minorile in Salita Pontecorvo, ribattezzato Scugnizzo liberato, Villa Medusa a Bagnoli, il Giardino di Materdei, il Lido Paola a Bagnoli, Santa Fede, l’ex Schipa. In tutto otto proprietà pubbliche abbandonate o male utilizzate che sulla spinta di occupazioni accompagnate da progetti di riuso popolare sono state oggetto di una lunga trafila di delibere comunali (sindaco Luigi De Magistris) che hanno consentito la loro sostanziale autogestione da parte delle comunità che ne fruiscono, vale a dire le assemblee delle persone che organizzano e partecipano alle attività. Una forma di “sussidiarietà orizzontale” molto avanzata, che va oltre i Patti dell’amministrazione condivisa proposti in molti comuni sul modello da presa a riferimento dalla Rete Nazionale Beni Comuni Emergenti e ad Uso Civico (www.retebenicomuni.it).

Il riuso di queste strutture ha rivitalizzato alcuni quartieri di Napoli, ma è interessante notare che alcune hanno trovato una loro vocazione metropolitana. L’Asilo è diventato una comunità aperta e ampia di operatori dello spettacolo e della cultura (teatro, danza, laboratori di scenografia, corsi, esposizioni, ecc.). Lo Scugnizzo liberato ospita laboratori e scuole artigianali tradizionali e botteghe artistiche. Je so pazzo ha aperto sportelli e informativi sui diritti e ambulatori che si rivolgono a tutta la città. Il caso napoletano, per le sue implicazioni giuridiche e sociali, è stato oggetto di molti studi tra cui quelli del giurista Giuseppe Micciarelli e del filosofo Nicola Capone (Micciarelli, 2017; Capone 2019).


4.3 Mondeggi, fattoria senza padroni

 Dopo dieci anni di dura resistenza alla vendita, di “custodia” e riuso sociale del grande podere di Mondeggi a Bagno di Ripoli, 170 ettari alle porte delle colline del Chianti, la comunità allargata che si è formata tra contadini, abitanti della zona e cittadine/i che hanno preso a cuore e in cura l’uliveto, i terreni e i casali abbandonati si è vista recapitare un regalo che potrebbe rivelarsi avvelenato: la Città metropolitana di Firenze, proprietaria del bene, ha finalmente deciso di recedere dalla alienazione (dopo varie aste andate deserte) ed anzi ci ha messo sopra 52,5 miliardi del Pnrr. Next Generation. Le finalità sono buone, sembrano anzi copiate dal manifesto del comitato Mondeggi fattoria senza padroni, poiché l’intenzione è di realizzare: “un progetto incentrato sullo sviluppo umano integrale e sostenibile dei cittadini e delle comunità locali”. Esattamente quello che stanno facendo dal 2014 i “presidianti” attraverso attività agroecologiche di vario tipo e di alta qualità: manutenzione e messa in produzione dell’uliveto (4 mila piante), ripiantumazione delle viti, ripristino dei terreni seminativi (con produzione di grani antichi e zafferano) e a pascolo, piantumazione di un nuovo frutteto, apicultura, formazione di orti, oltre ad una intensa attività di formazione (in rete con Genuino Clandestino, Rete semi rurali e altre associazioni) e culturali. La particolarità è che a Mondeggi tutte le attività sono decise dai partecipanti attraverso assemblee aperte autogestite sulla base dei principi del mutualismo, della cooperazione e della assunzione diretta di responsabilità di chi si impegna nelle varie attività. La scommessa ora è evitare che l’apertura dei cantieri e, poi, la assegnazione dei manufatti restaurati e delle nuove infrastrutture possano avere impatti negativi sulla vita della comunità e snaturare i criteri gestionali inventati a Mondeggi ispirati all’idea dei beni comuni condivisi. Un tavolo di confronto si è aperto tra il comitato, l’associazione Amici di Mondeggi e la amministrazione comunale. Sarà davvero interessante seguirne gli sviluppi per capire se l’innovazione sociale spontaneamente emersa a Mondeggi riuscirà a determinare non solo il progetto esecutivo degli interventi edilizi, ma anche le pratiche amministrative e le scelte gestionali dell’ente pubblico. Si può seguire la vicenda di Mondeggi nel sito: https://mondeggibenecomune.noblogs.org/.

4.4 Val Susa

La vicenda della Val Susa è troppo nota e lunga (il primo progetto di Tav è del 1992) per essere qui ricordata. Una infrastruttura “trans-europea” che condanna una valle a diventare un “corridoio multimodale”. Da qui proteste infinite, da una parte, leggi speciali e militarizzazione del territorio per riuscire ad aprire i cantieri, dall’altra. Un luogo dove è evidente la contrapposizione insanabile tra democrazia (che non sia quella della Tirannide della maggioranza) e sviluppo economico (quello della crescita a tutti i costi). Ciò a cui in questa sede si vuole richiamare
l’attenzione è come la lunga vertenza abbia rafforzato non solo la conoscenza e la sensibilità degli abitanti nei riguardi delle valenze ambientali del loro territorio, ma anche le relazioni comunitarie, sia sul piano sociale, che politico. Anni di riunioni, convegni, dibattiti, assemblee, presidi e marce nei luoghi investiti dal progetto hanno creato coesione e migliorato le modalità di governo delle amministrazioni locali. Sono nate reti di imprenditori locali (come quella del Vino a bassa velocità e di Etinomia), mercatini con il marchio Prodotti della Valle Susa, strutture ricettive e gastronomiche. Insomma, l’impegno civico e la lotta rigenera
le coscienze! Tra i molti libri pubblicati, segnalo quello del magistrato Livio Pepino e del sociologo Marco Revelli (Pepino & Revelli, 2012).

4.5 Pan e farine dal Friûl di Mieç

Il Friuli Venezia Giulia è una delle poche regioni che si sono dotate di una legge per la promozione dell’economia solidale (LR n.4/2017) sulla spinta esercitata dal Forum dei beni comuni e da esperienze locali virtuose. L’idea è di dare vita a delle comunità locali (coincidenti con i 19 ambiti territoriali per la gestione dei servizi sociosanitari) di cittadine/i in grado di creare distretti e filiere produttive per rispondere alle principali necessità alimentari, energetiche, abitative, del vestiario e dei servizi alle persone. I principi guida sono il mutualismo, la cooperazione, la sostenibilità, la democrazia e la giustizia. Un progetto ambizioso che ha mobilitato
molte energie attraverso corsi di formazione, assemblee e festival promossi da una associazione appositamente costituita, la ProDES FVG. Una prima comunità si sta costruendo intorno alla filiera del Pan e farine dal Frißl di Mieç che consorzia dodici aziende agricole di quattro comuni, tra cui la proprietà collettiva San Marco di Mereto di Tomba, un mulino, diversi panificatori e uno storico panificio in centro a Udine che funziona da punto vendita. Il tutto gestito da una cooperativa agricola e di lavoro, aperta a soci sostenitori del progetto, che funziona di fatto come una cooperativa di comunità. Altre due filiere solidali attive in regione sono
quelle del Pan e Farine di Muçane, nella Bassa Friulana, e il Patto della farina del Friuli Orientale, tra Trieste e Gorizia. Una bella pubblicazione curata da Lucia Piani, Nadia Carestiato e Donatella Perissin racconta dettagliatamente l’esperienza (Piani, Carestiato, Perissin, 2019).


Riferimenti bibliografici
– Berardi, “Bifo”, F. (2012). 
www.comune-info.net febbraio.
– Cacciari, P. (2016). 101 piccole rivoluzioni. Milano: Altreconomia.
– Capone, N. (2019). Beni comuni ad uso civico e collettivo urbano. Un’esperienza napoletana. Intervista di Mario Pezzella e Francesco Biagi. Il Ponte, 4.
– Castells, M. (2012). Reti di indignazione e di speranza. Movimenti sociali nell’era di Internet. Milano: Università Bocconi.
– Davis, M. (2006). Il pianeta degli slum. Milano: Feltrinelli.
– Dentico, N. (2020). Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo. Bologna: Emi.
– Deriu, M. (2022). Rigenerazione. Per una democrazia capace di futuro. Roma: Castelvecchi.
– Dumont, L. (1984). Homo aequalis. Genesi e trionfo dell’ideologia economica. Roma: Adelphi.
– Eisenstein, C. (2022). Oltre il denaro. Firenze: Terra Nuova.
– Esteva, G. (2012). Antistasis. L’insurrezione in corso. Trieste: Asterios.
– Ferraris, P. (2008). Relazione al convegno di rete@sinistra, Palazzo Vecchio, Firenze 5 luglio.
– Harvey, D. (2012). Rebel Cities: From the Right to the City to the Urban Revolution. London: Verso Books.
– Immerwahr, D. (2022). Siamo prigionieri della geografia?, “The Guardian”, tradotto da “Internazionale” 2 dicembre Kinsler, L. (29022). Uno strano tipo di altruismo,“1843 magazine”, Regno Unito, tradotto da “Internazionale”, 16/12.
– Madaro, C. (2021). Chill Bill – filantrocapitalismo e suoi effetti collaterali, 2021 (
europeanconsumers.it).
– McKenzie, W. (2021). Il capitale è morto. Il peggio deve ancora venire. Produzioni Nero.
– Marx, K., Manoscrittieconomici-filosofici, paragrafo XIV, 1844. 
https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1844/2/Manoscritti/bisogni.html.
– Micciarelli, G. (2017). Introduzione all’Uso Civico e Collettivo Urbano. La gestione diretta dei Beni Comuni urbani. Munus, (1), 135-161.
– Micu, A. (2022). Neuroni umani nel cervello dei ratti, Zme Science, Romania, tradotto da “Internazioanle”, 21 ottobre 2022.
– Palma, M. (2021). La guerra non parte da qui. Viterbo: Scatole Parlanti.
Quadro di prospettiva.
– Piani, L., Carestiato, N., & Peressin, D. (2019). Dalla farina alla comunità: una filiera di economia solidale nel Medio Friuli. Udine: Forum.
– Pepino, L. & Revelli, M. (2012). Non solo un treno… La democrazia alla prova della Val Susa. Torino: GruppoAbele.
– Preston, Ch. (2020). L’era sintetica. Torino: Einaudi.
– Zibechi, R. (2014). Sulle piccole azioni e sulle grandi vittorie, 
www.comune-info.net, 13 gennaio 2014.


 

Pubblicato sulla rivista (ebook) del SIREF (Società di Ricerca Educativa e Formativa), nella Collana EduVersi: “Ricerca partecipativa e formazione sistemica” a cura di Liliana Dozza, Piergiuseppe Ellerani e Alberto Parola

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