L’era del
greenwashing potrebbe essere durata un pugno di anni. Il periodo nel corso del
quale le grandi aziende si sono sentite costrette a pubblicare (timidi) piani
di transizione, a mascherare realtà troppo spesso scomode, a mostrare al mondo
una maschera più verde che nera come il carbone o il petrolio sembra già quasi
un ricordo. Il susseguirsi di crisi ed emergenze ha imposto una nuova
retorica, ribadita anche nel piano Draghi adottato con entusiasmo
dall’Europa intera: quella del “adesso non c’è più spazio”. Adesso bisogna fare
“le cose serie”. Come se rispettare i diritti umani o combattere la crisi
climatica fossero questioni accessorie.
Ma facciamo
qualche passo indietro, ripercorriamo le tappe che ci hanno portati fin qui e
cerchiamo di capire perché il greenwashing potrebbe essere sul punto di
lasciare il posto a una nuova era. Quando Laurent Fabius, all’epoca presidente
della ventunesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite
(Cop21) fece scoccare il martelletto di legno che segnava la chiusura del
summit e l’approvazione dell’Accordo di Parigi, si è creduto in un
sussulto da parte dei leader mondiali. Era il mese di novembre del 2015.
Negli Stati Uniti il presidente era Barack Obama. In Francia c’era François
Hollande. In Germania Angela Merkel. E pur con tutte le riserve che si possono
avere nei loro confronti, la realtà è che sembra passato un secolo.
Quel mondo
lì aveva mostrato di ascoltare la scienza. Certo, dalle parole si
sarebbe dovuto passare ai fatti. Ma per lo meno si affermò, nero su bianco,
che il mondo avrebbe dovuto centrare un obiettivo preciso: limitare la
crescita della temperatura media globale ad un massimo di 2 gradi centigradi,
entro la fine del secolo, rimanendo il più possibile vicini agli 1,5 gradi. E a
condividere la necessità furono tutti i governi. Perfino i petro-Stati del
Golfo, perfino la carbonifera India, perfino la Russia di Putin.
Per farlo,
era necessario però un impegno collettivo. Le istituzioni nazionali
avrebbero dovuto dettare la linea con leggi ad hoc. Gli enti locali avrebbero
dovuto fare altrettanto. Le aziende avrebbero dovuto accettare di adottare
piani di transizione epocali, investendo non più nell’ottica breve-termista
propria del neoliberismo ma con uno sguardo volto all’orizzonte. Banche e
investitori avrebbero dovuto riorientare le loro strategie, anche qui superando
le logiche del profitto ad ogni costo nel più breve tempo possibile.
Per dare
corpo a quell’impegno, insomma, serviva un cambio di paradigma.
Occorreva aprire una nuova via, un nuovo metodo. Occorreva che tutti
prendessero coscienza dell’emergenza. Come è stato successivamente con la
pandemia.
Per molte
grandi aziende, però, “l’emergenza” è stata un’altra: cercare di mantenere il
più possibile il business as usual facendo però credere (a
governi, a clienti, a investitori) di essere parte in causa nella lotta contro
i cambiamenti climatici. È in quella fase che è nato il greenwashing.
Campagne mediatiche, sverniciate di verde sui loghi, iniziative (alcune anche
reali, ma di dimensioni irrisorie rispetto al resto delle attività), alleanze,
dichiarazioni, proclami, annunci in pompa magna e strette di mano. Al solo – o
per lo meno principale – scopo di ripulirsi la faccia, ma non la coscienza.
Diciamolo:
in realtà, moltissime di quelle grandi aziende, di quelle banche, di quei fondi
d’investimento e anche molti di quei governi attendevano soltanto un evento,
una crisi, un inciampo, una scusa qualsiasi per tornare sui loro passi. La
prima spallata è arrivata con la pandemia, e con la successiva
“necessità di ripartire”, di rilanciare le economie, le macchine produttive. E
di farlo in fretta. Già lì c’è stato chi ha cominciato a spiegare che la
transizione ecologica è bella, sì. È giusta, sì. Ma «qui bisogna fare i conti con la realtà».
Il secondo
evento è stato l’invasione dell’Ucraina. La “necessità” di
sostenere la pace non tentando in ogni modo di dialogare bensì armando Kiev. «Servono
miliardi», si disse. E anche alcune politiche climatiche avrebbero dovuto
aspettare, o essere almeno ridimensionate, procrastinate. Il Green Deal
approvato dall’Unione europea nel 2020 era insomma bello, sì. Utile, sì. Ma
«adesso è tornata la guerra in Europa».
La terza
spallata è arrivata con la crisi energetica. La “migliore”
possibile per chi sfrutta carbone, petrolio e gas. Quale occasione più ghiotta
per dire che, con la diminuzione delle forniture russe di fonti fossili, non si
poteva più rinunciare a quelle a disposizione in Occidente?
Da ultimo,
poi, è arrivato il colpo finale: l’elezione di Trump, il
conseguente disimpegno americano sullo scacchiere orientale e l’immediato
appello al riarmo da parte di Bruxelles e delle diplomazie del Vecchio
Continente. Decine, centinaia, forse migliaia di miliardi dovranno essere spesi
per costruire missili, carri armati, caccia, droni, bombe. O per l’intelligenza
artificiale legata a scopi militari.
Per le
aziende il messaggio è stato chiarissimo. Un “liberi tutti” che probabilmente
ha fatto mangiare le mani a chi ha investito milioni in campagne pubblicitarie,
ha dipinto di verde cani a sei zampe, ha inventato slogan o aggiunto “green
power” al proprio nome. Così, negli ultimi anni grandi banche e fondi
d’investimento hanno uno a uno abbandonato le alleanze per il clima. Compagnie petrolifere
internazionali hanno rivisto i loro piani di sostenibilità. Società minerarie
hanno ricominciato a guardare al futuro fregandosi le mani. Per non parlare del
finanziamento alla produzione di armi, sul quale lo sdoganamento è ormai
totale, la propaganda martellante, le proposte di vie alternative messe
sostanzialmente a tacere dai mezzi d’informazione mainstream. E in Europa non
si parla d’altro se non di smantellare le peraltro insufficienti
normative su ambiente, clima e diritti umani che negli ultimi anni
erano state faticosamente approvate.
Del
greenwashing, insomma, non c’è più bisogno. Via via, rimarrà solo qualche
strategia di marketing volta a non perdersi per strada nicchie di clienti
sensibili rispetto alla necessità di difendere foreste, natura, biodiversità,
equilibri climatici. Senza più neppure bisogno di salvare la faccia. Cosa che, almeno,
porta con sé una grande chiarificazione tra chi fingeva di preoccuparsi per il
clima e chi, invece, lo faceva sul serio. Benvenute, benvenuti: è
iniziata l’era del postwashing.
Aumentano le
temperature globali, così come aumenta il numero di cittadini dell’Unione
europea che vogliono assicurarsi che i propri investimenti non danneggino
l’ambiente. Uno studio del 2023 condotto dall’Autorità
europea degli strumenti finanziari e dei mercati (Esma) ha evidenziato
come la domanda di fondi che pubblicizzano il proprio impatto positivo sulle
questioni ambientali, sociali e di governance (ESG) abbia superato
gli altri tipi di fondi negli ultimi sei anni.
Questo ha portato
a un enorme cambiamento nei flussi finanziari. Alla fine dell’anno
scorso, il 60% degli investimenti europei era detenuto in fondi “sostenibili”,
secondo il fornitore di dati finanziari Morningstar. Ciò equivale a circa 5mila
miliardi di euro, più del doppio del bilancio dell’Ue per l’azione sul
clima dal 2021 al 2027.
Per Follow
the Money, il 40% dei fondi sostenibili è a rischio greenwashing
Scegliere in
quale fondo investire può essere molto complicato. Ci sono migliaia di
opzioni che promettono di fornire rendimenti mentre salvaguardano
l’ambiente. Per la precisione, sono più di 2.300 fondi in Europa, di cui 1.277
disponibili per essere analizzati. A offrirli, piccoli fornitori così come
grandi nomi del calibro di UBS, HSBC e BlackRock. Di fronte a così tante
opzioni, non sorprende che la maggior parte delle persone prenda le proprie
decisioni semplicemente in base a come un fondo si presenta.
Un ragionamento
logico ma anche pericoloso. La piattaforma Follow the Money, insieme al gruppo
investigativo olandese Investico, ha scoperto che quattro fondi su
dieci (quindi il 40%) che si pubblicizzano come sostenibili detengono
invece investimenti in aziende che si occupano di combustibili fossili. E ciò
succede in aperta violazione delle nuove regole che entreranno in vigore in
tutta l’Unione europea quest’anno.
I tentativo
dell’Unione europea di fermare il greenwashing
A Bruxelles,
si sta tentando di porre un freno al greenwashing. Ovvero alle
pratiche con cui le aziende presentano le proprie operazioni o i propri
prodotti come ambientalmente sostenibili quando non lo sono.
Nel 2021,
l’Unione europea ha introdotto il regolamento sull’informativa di sostenibilità dei servizi finanziari
(SFDR).
L’obiettivo è quello di rendere il profilo di sostenibilità dei fondi più
comparabile e di facile comprensione per gli investitori. Eppure, come hanno
dimostrato le indagini di Follow the Money e dei suoi partner, queste
regole si sono rivelate inefficaci. La Commissione europea, quindi, sta ora
considerando un nuovo sistema per rendere più chiaro quali aziende appartengano
a un fondo sostenibile e quali no.
In questa
direzione sta lavorando l’Esma, che ha fatto leva sulle leggi sulla protezione
dei consumatori per istruire gli enti regolatori nazionali su come affrontare
il greenwashing. Per esempio, le nuove linee guida che entreranno in vigore
quest’anno stabiliscono cosa significa sostenibile in termini più
concreti, con tanto di parametri numerici. I fondi che si descrivono
“sostenibili” non potranno investire in aziende che traggono più dell’1% del
loro fatturato dal carbone, più del 10% dal petrolio o più del 50% dal gas.
L’indagine
di Follow the Money sul greenwashing dei fondi ESG
Follow the
Money e Investico hanno indagato su quanti fondi dovranno allinearsi a
queste nuove regole. I giornalisti hanno raccolto dati su circa 1.300 fondi
elencati nel database di Morningstar che usano termini legati alla
sostenibilità ambientale. Hanno quindi analizzato quasi 300mila investimenti
effettuati da questi fondi, per un totale di 525 miliardi di euro. E li hanno
messi a confronto con le regole dell’Esma.
I risultati
non sono stati positivi. Più del 40% di questi fondi sostenibili detiene
investimenti in aziende che traggono ricavi significativi dai combustibili
fossili. Nei Paesi Bassi, più della metà dei fondi destinati ai consumatori
viola le nuove regole. In Danimarca, Svizzera, Spagna e Italia la percentuale
sfiora il 50%.
I due
maggiori “colpevoli” sono il gigante degli investimenti statunitense BlackRock e
il gestore patrimoniale francese Amundi. Ciascuno di essi ha
pubblicizzato circa 40 fondi utilizzando termini come “ESG” e “sostenibile”,
nonostante detenessero azioni di aziende petrolifere. BlackRock ha investito
più di due miliardi di euro in questi fondi spacciati per green. Gli
investimenti di Amundi invece superano i 575 milioni di euro, comprese le
azioni della compagnia petrolifera statale saudita Saudi Aramco.
Le compagnie
fossili più popolari tra i fondi sostenibili
La compagnia
petrolifera più popolare è TotalEnergies. Quasi un quarto dei fondi
“verdi” che detengono azioni in aziende petrolifere, del carbone e del gas
investono in Total, compreso il “sostenibile” fondo azionario europeo di BNP
Paribas. In tutto, sono 143 fondi che investono complessivamente 1,1 miliardi
di euro in una delle più grandi compagnie fossili al mondo.
Ma
TotalEnergies è in buona compagnia. I fondi ESG della banca olandese ABN Amro
investono in Shell, quelli di Swiss Life in ExxonMobil e
quelli della statunitense Northern Trust in ConocoPhillips. La
tedesca DWS offre fondi ESG che investono in Pembina Pipeline
Corporation, società che costruisce oleodotti utilizzati per l’estrazione
di sabbie bituminose negli Stati Uniti. Infine, i giganti bancari HSBC e UBS detengono
azioni di Aker BP, una compagnia petrolifera norvegese che sta
cercando nuovi giacimenti di petrolio e gas nelle zone incontaminate dell’Artico.
In Italia,
la metà dei fondi sostenibili investe nelle fonti fossili
Il problema
riguarda anche l’Italia. Come ripotato da IrpiMedia (che ha partecipato
all’inchiesta), nel nostro Paese ci sono 493 fondi di investimento che si
definiscono ESG. Di questi, circa la metà (240, per la
precisione) mantiene nel proprio portafoglio investimenti in aziende fossili.
Parliamo di circa 68 milioni di euro dedicati a investimenti fossili su un
totale di 2 miliardi e 20 milioni.
«Ma, per
quanto la quota di investimento nei fossili sia bassa, il problema sta in
quello che questa percentuale rivela. Le industrie in cui questi fondi
investono sono infatti Chevron, TotalEnergies, Shell, OMV, Eni, Marathon
Petroleum, Repsol, Engie: tutti colossi dell’energia fossile» scrive
IrpiMedia.
Cosa vuol
dire davvero “sostenibile” nel mondo della finanza
«Molto deve
ancora cambiare», ha dichiarato a Follow the money Joost Schmets,
del gruppo di difesa European Investors-VEB, dopo aver esaminato i risultati
dell’inchiesta. «Ci sono ancora troppi gestori di fondi che pensano: “Attirerò
le persone con termini come ESG senza cambiare nulla del mio portafoglio”. Ma
chi cerca un fondo ESG non vuole investire in società di combustibili
fossili».
Secondo gli
esperti, gran parte del problema è dovuto alle ampie definizioni di
“verde” o “sostenibile” e ai modi in cui le istituzioni finanziarie
possono distorcerle per adattarle ai propri scopi. Gli investitori utilizzano
il termine “sostenibile” in maniera troppo vaga e per indicare qualsiasi tipo
di impegno. Le linee guida dell’Esma dovranno risolvere questo dilemma una
volta per tutte.
Il 28, 29 e 30 aprile, Venaria sarà il palcoscenico del G7 dedicato
all’energia, al clima e all’ambiente. Mentre i potenti del mondo continuano a
discutere sulla nostra testa del nostro futuro, noi subiamo il peso della loro
transizione ecologica che ha il chiaro intento di scaricarne il costo sui
nostri territori e sulle nostre comunità a vantaggio di chi (come TELT) non si
è mai curato del benessere del nostro pianeta.
I ministri dell’ambiente si riuniranno per parlare di un futuro
“sostenibile”, ma le politiche attuali vanno contro la salvaguardia della
Terra. Non possiamo permettere che questo “greenwashing” nasconda le vere
intenzioni dietro grandi progetti come il TAV, presentato come soluzione
ecologica ma che in realtà danneggia l’ambiente e il clima.
È sempre stato il nostro compito smascherare chi trae vantaggio da queste
opere distruttive: lo vediamo in Val di Susa dove parte del progetto TAV è
gestito da società ecocide (come la SITAF), che da sempre minacciano la nostra
salute e lucrano sulle nostre terre sotto i colpi del cemento e dell’asfalto e
che, ormai, quotidianamente avvelenano l’aria con centinaia e centinaia di
camion che attraversano le strade della Valle trasportando materiali nocivi e
dannosi.
Il nostro territorio è vittima di inquinamento di ogni genere da anni,
recentemente abbiamo scoperto che le nostre acque sono gravemente contaminate
da PFAS e PFOA, sostanze chimiche artificiali di cui finora nessuno si è preso
la responsabilità di individuarne l’origine, e che, come Movimento No Tav, ci
impegneremo a contrastare attivamente sia in piazza che sui nostri sentieri.
Questi sono alcuni dei motivi che ci spingono a voler contestare questo incontro
dei “big” dell’ambiente, dopo 30 anni di resistenza in Valsusa, è chiaro: il
TAV, come qualsiasi altra grande opera, è un crimine climatico e ambientale. È
tempo di costruire un modello di sostenibilità che rispetti i bisogni dei
territori, che li protegga e non li distrugga.
Uniamoci per difendere il nostro futuro! Invitiamo tutte le realtà che
amano la propria terra a unirsi a noi in una serie di iniziative che si
terranno in Valsusa nei giorni precedenti l’inizio del vertice, per rendere
tutti consapevoli dell’ingiustizia che si consuma sul nostro territorio e
opporci ad essa.
L’accoglienza della Valle sarà come al solito a disposizione di tutte e
tutti all’interno dei terreni del presidio di Venaus, luogo storico di scambi e
incontri per chiunque voglia conoscere ed attraversare la Val di Susa.
Diamo voce alla nostra protesta là dove i potenti cercano di renderci
silenti, ma dove prendono decisioni che ci riguardano tuttə.
#NOTAV #StopTelt #SalviamoIlPianeta
Unisciti e rimani aggiornat* sul programma completo e sulle iniziative di
avvicinamento, clicca sul link in bio https://linktr.ee/loro7noi99percento
Perché dobbiamo
prendere sul serio le fantasie di complotto sul clima. Prima parte -
Wu Ming 1
Nei primi giorni del maggio 2023, e di nuovo due settimane dopo,
sull’Emilia orientale e sulla Romagna si abbattono forti nubifragi. La
popolazione è colta di sorpresa: si viene da un lungo periodo di siccità.
Fin dalle prime ore il territorio si rivela incapace di reggere l’urto. I
fiumi e torrenti che scendono dall’Appennino – Idice, Lamone, Montone,
Santerno, Savena, Senio, Sillaro e altri – si gonfiano e scavalcano gli argini,
quando non li sfondano e spazzano via.
L’Appennino stesso si sgretola: quasi trecento frane dissolvono crinali e
pendii, isolano paesi e aggiungono altra melma alle ondate che travolgono la
pianura tra Bologna e il mare. Strade e ferrovie, zone industriali, centri
abitati, tutto soffoca nel fango. Tornato il sole, si contano diciassette
morti, sessantamila persone evacuate e danni per miliardi di euro.
La melma, il cemento, le nutrie
“Fango” non rende l’idea: a coprire la pianura è una fanghiglia tra il
verdastro e l’arancione, tanto puzzolente da togliere il respiro, piena di
escrementi e veleni. Appena oltre gli argini l’acqua ha trovato lo sprawl, l’urbanizzazione selvaggia della terza regione
più cementificata d’Italia, sia in assoluto – 200.320 ettari di
suolo consumato – sia per incremento netto nel solo 2021, 658 ettari persi, dei
quali 501,9 in aree a media pericolosità idraulica.
A dispetto di un’autonarrazione trionfalistica, il territorio
dell’Emilia-Romagna è molto fragile. Se l’Appennino è dissestato, la bassa è
tutta pianura alluvionale, in buona parte risultato di grandi bonifiche,
sottratta alle acque con mezzi meccanici. Terra che rimane emersa grazie al
lavoro costante di impianti idrovori e migliaia di chilometri di canali. Un
territorio sempre in bilico, in cui si dovrebbe costruire con prudenza e
parsimonia. Si fa l’esatto opposto.
Un ettaro di terreno libero può assorbire fino a 3.750 tonnellate d’acqua.
Acqua che scende e ricarica le falde. Su una lastra di cemento o asfalto,
invece, l’acqua rimbalza e accelera la corsa. Ma non si tratta solo di questo.
Nello sprawl emiliano-romagnolo l’acqua ha fatto scoppiare le fogne, ha
rovesciato cassonetti e attraversato discariche, ha razziato case, fabbriche,
negozi, distributori, autorimesse e magazzini, trascinando con sé detersivi,
cosmetici, fitofarmaci, pesticidi, fertilizzanti e tonnellate di plastica
destinata a diventare microplastica, ha inondato allevamenti intensivi e
trasportato nei dintorni corpi di animali annegati.
“Consumo di suolo” significa urbanizzazione e sempre maggiore diffusione di
materiali nocivi, anche in zone a rischio idraulico. Come è accaduto in
Emilia-Romagna, presto o tardi l’acqua trova quei materiali, li trascina con sé
e li sparge nel territorio.
L’ammasso di bombe chimiche e batteriologiche rimane sui territori per
giorni. Conselice, in provincia di Ravenna, è la cittadina simbolo della
catastrofe: resta invasa dai liquami per due settimane, il tanfo che la
attanaglia si sente a chilometri di distanza. “Sopra quella putredine batteva
il sole a picco / quasi volesse rosolarla a punto”, Charles Baudelaire, La carogna, nella traduzione di Gesualdo Bufalino.
Quando si riesce a far defluire la melma – nell’Adriatico, dove altrimenti?
– e le vie tornano asciutte, dei probabili effetti su ambiente e salute non si
parla più. Il tema scompare dal discorso pubblico.
Le cause di questo e analoghi disastri sono note. Il riscaldamento globale
provoca un’alternanza tra lunghi periodi di siccità e nubifragi, il
cosiddetto climate whiplash,
effetto colpo di frusta. Allo stesso tempo, esondazioni e distruzioni sono
l’esito di politiche che da più di mezzo secolo deturpano il territorio. A
partire dai suoi corsi d’acqua, deviati, resi più artificiali, privati delle
loro curve, sinuosità e naturali zone d’espansione per lasciare spazio al
cemento, spesso anche “tombati”, come il Ravone a Bologna, che nel maggio
scorso si è gonfiato ed è tornato in superficie prendendosi via Saffi, una
delle principali arterie cittadine.
I boschi ripariali, che manterrebbero gli argini coesi e assorbirebbero
l’acqua straripante, sono distrutti con
ruspe e motoseghe. Anche abitudini in apparenza banali, improntate al decoro e
tipiche di ogni amministrazione locale, si rivelano catastrofiche. Perfino nel
pieno di una grave siccità si falcia l’erba dei parchi, dei prati, lungo le
strade, sui cigli dei fossi e sugli argini, rasando a zero o quasi. L’erba alta
è vista come un esempio di degrado. Ma il suolo, esposto al sole battente, si
surriscalda, si secca e muore.
Fa scalpore che a essere messa in ginocchio sia una delle cosiddette
locomotive d’Italia, regione virtuosa che ogni giorno si vanta delle sue
eccellenze. Sebbene il presidente Stefano Bonaccini ripeta che
“non è il momento delle polemiche”, voci autorevoli denunciano lo stato del
territorio da ogni punto di vista: geologico, urbanistico, geografico,
naturalistico, giuridico, storico. Voci che arrivano dall’Istituto superiore
per la ricerca ambientale, dal Consiglio nazionale delle ricerche, dai comitati
scientifici delle associazioni ambientaliste storiche. Il Cnr di Bologna lancia
un “appello sulla
crisi eco-climatica globale”. In poco tempo raccoglie oltre un
migliaio di firme.
Ma gli amministratori locali non prestano ascolto a queste voci. Non solo
non ammettono responsabilità, ma mettono in circolazione narrazioni diversive
incentrate su capri espiatori. Il sindaco di Ravenna Michele De Pascale dà la colpa dell’alluvione
alle nutrie, che scavano le loro tane negli argini, e a non meglio precisati
ambientalisti che impedirebbero di abbattere le nutrie e gli avrebbero inviato
“minacce di morte”. C’è un ovvio nucleo di verità: le nutrie proliferano e
bucano gli argini, ma nell’insieme dei processi fin qui descritti hanno un
ruolo secondario, e certo non sono colpevoli dello sprawl, dello stato in cui
le piogge trovano il territorio.
Riguardo agli ambientalisti, De Pascale è noto per l’indifferenza verso le
loro critiche. Ha tirato diritto sull’installazione di un
rigassificatore da un miliardo di euro nel mare di fronte alla
città e “difende a spada tratta”, come scrive il movimento civico
Ravenna in comune, “ogni nuovo via libera alla cementificazione che
la sua giunta sparge come il riso ai matrimoni”. Il comune di Ravenna ha il
record regionale di consumo di suolo: nel 2021 ne sono spariti 69 ettari,
per un totale di più di settemila. Se De Pascale non ha fatto abbattere le
nutrie, non è certo per timore di presunti ecologisti. Prima di lui, il sindaco
di Massalombarda Daniele Bassi aveva puntato il
dito contro gli istrici.
Come si vede, nella fase iniziale le narrazioni diversive sull’alluvione si
muovono dall’alto verso il basso: a introdurle nel ciclo mediatico sono
rappresentanti delle istituzioni. E se gli esempi sono questi, davvero possiamo
biasimare le cittadine e cittadini comuni che nelle stesse ore, su internet,
“fanno le loro ricerche”?
Da alcuni anni l’espressione “do one’s own research” ha assunto una
connotazione ironica. Indica la pulsione a stabilire a grande velocità
correlazioni spurie su cui si formano fantasie di complotto.
L’aereo di Red Ronnie
In Emilia-Romagna ha appena smesso di piovere quando nelle chat e sui
social network si comincia a parlare di un “aereo misterioso”, un bimotore che
il 14 maggio avrebbe sorvolato a lungo le zone poi colpite dalle alluvioni, in
particolare i dintorni di Cesena, eseguendo “strane manovre”, cambiando
traiettoria più volte, come per tracciare invisibili scarabocchi in cielo.
Il mistero diventa sospetto e poi certezza: quell’aereo stava disseminando
nelle nuvole sostanze chimiche, allo scopo di provocare le piogge dei giorni
seguenti. L’ennesimo blitz di una presunta guerra climatica in corso da anni,
condotta da poteri occulti contro l’occidente, per alimentare la convinzione
che il riscaldamento globale sia causato dal nostro stile di vita, costringerci
a cambiarlo, abbassando le difese della nostra civiltà.
Nel biennio 2022-2023 questi aerei misteriosi sono stati avvistati in varie
parti del mondo, sempre all’indomani di nubifragi, tempeste, alluvioni. Per
esempio in Australia nella primavera
2022 e in Nuova Zelanda nell’inverno
2023. Ancora prima, nel 2014-2015, erano stati avvistati in California.
In quel caso la loro presunta missione non era causare tempeste ma siccità.
Qualcuno cerca l’aereo che ha sorvolato la Romagna sui siti Flightradar24 e
FlightAware, scoprendo che è un Beechcraft Super King Air B200 della compagnia
francese Aéro Sotravia, marca d’immatricolazione F-gjfa. Il suo volo è siglato
Asr153. Decollato il 14 maggio alle 12:12 da Ancona, è atterrato a Bologna alle
18. Sul cesenate, in effetti, ha seguito traiettorie aggrovigliate.
Dunque del volo è disponibile ogni dato, e fin da subito. Per scoprirne
anche lo scopo basterebbe un piccolo sforzo, ma nessuno di quelli che
denunciano la guerra climatica ha in mente di compierlo. È più comodo, più
aerodinamico saltare a conclusioni, prendere le scorciatoie dove il pensiero
trova meno attrito, abbandonarsi alle spinte di pregiudizi cognitivi.
Per primo il pregiudizio di intenzionalità, in base a cui cui ogni evento è
l’esito diretto di un agire premeditato, insieme a quello di proporzionalità: se
l’evento ha conseguenze su vasta scala, dev’essere vasto anche il piano messo
in atto. C’è poi il primacy effect: la
nostra mente tende a dare maggiore rilievo e plausibilità alla prima
spiegazione che riceve, a maggior ragione se solletica i bias, pregiudizi, di intenzionalità/proporzionalità e
se colma un vuoto di senso.
All’indomani delle alluvioni, gli amministratori, invece di parlare delle
cause principali, hanno dato la colpa alle nutrie, agli istrici, alla sfortuna.
Ciò ha contribuito a creare un vuoto, che la storia dell’aereo misterioso ha
riempito.
A seguire, è scattato il pregiudizio di conferma: dopo che ci si è fatta
un’idea, si tende a scartare o sminuire ogni fonte che la metta in discussione.
Resistere a questi bias è difficile. Collegare l’alluvione al centro
commerciale vicino a casa, alle villette a schiera che gli stanno attorno, al
nuovo parcheggio che è tanto comodo, al rumore di motoseghe e decespugliatori
che ogni tanto entra dalla finestra, ai pennacchi di fumo che escono da
comignoli e ciminiere richiede fatica cognitiva. È più facile immaginare il
grande piano segreto che figurarsi i molteplici flussi, progetti, processi,
interessi, automatismi, consuetudini e spinte inerziali che ogni giorno muovono
il capitalismo.
La storia dell’aereo misterioso è presto rilanciata dal bolognese Gabriele
Ansaloni, in arte Red Ronnie, giornalista e conduttore televisivo, un tempo
vicino al centrodestra, oggi ai margini del mainstream anche per via di
tesi azzardate su
cui fioccano battute e imitazioni.
Il 18 maggio Ansaloni pubblica un video intitolato Bologna oggi, non piove. Ma chi ha provocato questo disastro?
Misterioso volo insistente di un aereo. Lo schermo è diviso in due.
A sinistra la scheda del B200 ripresa da Flightradar24: data, rotta, tipo di
aereo, quota mantenuta; a destra via Indipendenza, a Bologna, filmata da
Ansaloni mentre cammina e domanda: “Qualcuno mi può spiegare perché questo
aereo ha fatto tutte queste rotte? Non so, attenzione, non che io pensi male, però
se qualcuno me lo spiega, io sarei molto felice, anche per fugare tutti quei
complottisti che dicono che esistono le scie chimiche. La stessa cosa accadde
giù nelle Marche, o in Umbria, non mi ricordo più, un aereo fece molti giri su
in cielo poi ci fu l’alluvione. C’è anche qualcuno, chiaramente in malafede che
dice che il terremoto in Turchia è accaduto dopo dei lampi incredibili…”.
Da quel momento la fantasia di complotto esce dalle nicchie e ha una vasta,
anche se momentanea, diffusione. Fra i detrattori, il bimotore diventa “l’aereo
di Red Ronnie”.
Eppure l’idea fa presa. Perfino lo scrittore e opinionista Stefano Massini,
in un monologo durante
la trasmissione Piazzapulita su La7, sembra alludere all’aereo misterioso, o
almeno collegare le alluvioni al cloud seeding,
l’inseminazione delle nuvole: “Ogni volta che vedo le immagini terrificanti che
vengono, come in questo caso, dall’Emilia-Romagna, io non riesco a non pensare
a questo pianeta Terra usato da noi uomini come un giocattolo dove [l’uomo] si
è addirittura convinto di riuscire esattamente come dio a comandare il clima
bombardando le nuvole, decidendo se far piovere o non far piovere”.
Nel frattempo la spiegazione è arrivata, qualcuno la scrive anche nei
commenti in calce al video di Red Ronnie. Il B200 è l’aereo che segue il Giro
d’Italia e fa da ponte radio alle riprese tv. A ogni suo viaggio recente
corrisponde una tappa della gara ciclistica. Il 14 maggio si svolgeva la nona
tappa, da Savignano sul Rubicone a Cesena. L’aereo vola in quel modo perché,
viaggiando molto più veloce dei ciclisti, per ricevere i segnali delle riprese
da quad, furgoni ed elicotteri deve continuamente tornare indietro.
Ora tocca al pregiudizio chiamato “intensificazione dell’impegno”, che
spinge a tenere il punto contro ogni evidenza. Ammettere di aver preso una
posizione sbagliata costa fatica cognitiva, a maggior ragione se ci si è
espressi in pubblico e con i toni drastici tipici delle schermaglie sui social
network. Ecco perché chi ha sposato la tesi dell’alluvione provocata dal cloud
seeding incorpora la spiegazione nella fantasia di complotto: il compito di
fare da ponte radio per il Giro è solo “un’ottima copertura”.
Cloud seeding e guerra climatica
Il cloud seeding, la tecnica per aumentare le precipitazioni, nasce nel
dopoguerra. Gli esperimenti cominciano nel 1946, nei cieli di Schenectady,
nello stato di New York, su iniziativa di scienziati stipendiati dalla General
Electric. Uno di loro è Bernard Vonnegut, fratello maggiore di Kurt, futuro
romanziere. All’epoca anche Kurt lavora alla General Electric, ma all’ufficio
stampa.
Nelle prime inseminazioni si usa ghiaccio secco, cioè anidride carbonica
allo stato solido, poi Bernard scopre che spargendo ioduro d’argento si
ottengono risultati migliori, o almeno così sembra.
I militari tendono subito le antenne. Dopo la bomba atomica, forse si è
scoperta un’arma ancora più potente: il controllo del clima. In accordo con la
General Electric, l’esercito coopta gli scienziati nel cosiddetto progetto
Cirrus. Nel nuovo contesto Bernard, pacifista, si trova sempre più a disagio,
finché non dà le dimissioni. La storia è ricostruita nella sontuosa biografia
di Ginger Strand I fratelli
Vonnegut. Fanta-scienza nella Casa della magia, da poco
uscita in italiano per Treccani.
Le ricerche dei militari proseguono. Il cloud seeding è usato a fini
bellici durante la guerra del Vietnam. L’operazione viene chiamata Popeye: dal
marzo 1967 al luglio 1972 – si scoprirà con la pubblicazione dei celebri Pentagon papers –
l’aviazione statunitense cerca di prolungare le stagioni dei monsoni per
sabotare le operazioni delle forze nord-vietnamite. Non è chiaro se e in che
misura l’operazione ottenga risultati. Ed è proprio questo il punto…
Perché dobbiamo
prendere sul serio le fantasie di complotto sul clima. Seconda parte
- Wu Ming 1
Guarda le scie bianche degli aerei. Guarda quante sono.
Sempre più spesso si affiancano e si incrociano, formando una griglia vaporosa che
copre gran parte del cielo, quasi da un orizzonte all’altro. Pensaci: ne hai
sempre viste così tante?
Quest’esercizio mentale potrebbe essere utile, se si
comprendesse che le scie sono un simbolo. Secondo il dizionario De
Mauro un simbolo “evoca o rappresenta, per convenzione o per
naturale associazione di idee, un concetto astratto, una condizione, una
situazione, una realtà più vasta”.
Le scie bianche sono nuvole. Si formano per la
condensazione del vapore acqueo presente nei gas di scarico degli aerei. Sono
aumentate di numero perché negli ultimi trent’anni, con il successo dei voli a
basso costo, il traffico aereo è quadruplicato. Con esso sono aumentate le
emissioni di gas serra e sostanze inquinanti e le conseguenze sul territorio:
più traffico aereo significa costruzione di nuovi aeroporti, ingrandimento di
quelli esistenti, creazione di poli logistici, operazioni immobiliari spinte dalla
bolla turistica.
C’è stata una pausa nel 2020, quando dopo i provvedimenti
per contrastare la pandemia di covid-19 i voli commerciali internazionali sono
diminuiti del 75,6 per cento,
ma il traffico è già tornato ai livelli del 2019. In Italia li ha
addirittura superati.
Il fitto incrociarsi delle scie è un’immagine forte.
Potrebbe tornare utile, se la usassimo come simbolo. Ma non si può, perché se
indichi le scie passi per credulone o addirittura per folle, sei colpevole per
associazione, sei “come i complottisti”. Cioè coloro che da anni additano il
cielo, lo fotografano, lo filmano, denunciano a gran voce l’aumento delle
strisce bianche. Per queste persone le scie non segnalano un problema: sono
loro stesse il problema. A volte un simbolo rimpiazza la realtà più vasta che
dovrebbe evocare. In altre parole, un sintomo è scambiato per il male. Quando
succede, è inevitabile sbagliare diagnosi.
Secondo le fantasie di complotto sulle cosiddette scie
chimiche, ogni giorno migliaia di velivoli, seguendo le linee di una congiura
planetaria, spargono nell’atmosfera miscele di sostanze tossiche, metalli
pesanti, solfati e chissà cos’altro. Il fine cambia a seconda delle versioni
della storia: condurre esperimenti sulla popolazione, tenerla costantemente ammalata
e debole, creare sopra le nostre teste una “fascia chimica psicoattiva” grazie
a cui controllare le nostre menti, eccetera. Negli ultimi anni, dalle fantasie
sulle scie chimiche sono nate quelle sulla guerra climatica.
Le fantasie di complotto soffrono di una forma di
asimbolia, l’incapacità di capire i valori simbolici o i sensi figurati di
discorsi, azioni, comportamenti. Quando diciamo che i governi e i padroni ci
“succhiano il sangue” stiamo usando una metafora. Ma secondo i seguaci della
fantasia di complotto chiamata QAnon,
i potenti bevono sangue veramente.
Nel singolo individuo l’asimbolia ha spesso cause
neurologiche. Poiché è impossibile che ogni componente delle comunità nate
intorno a fantasie di complotto abbia problemi neurologici, dovremo parlare di
una forma culturale di asimbolia, creata dagli scambi di messaggi e dall’imitazione
reciproca, in contesti fortemente influenzati da determinati bias, pregiudizi, ed errori di
ragionamento.
Il punto cieco delle
fantasie di complotto
Le fantasie di complotto sulle scie chimiche esemplificano
anche uno dei principali paradossi della cultura cospirazionista: c’è un piano
segreto, segretissimo, ma i suoi artefici lasciano che sia esposto nei dettagli
e denunciato in tantissimi libri pubblicati in molte lingue, innumerevoli
articoli, migliaia di video visti da milioni di persone. Libri, articoli e
video disponibili sulle piattaforme di proprietà degli uomini più ricchi e
influenti del mondo: Sergey Brin e Larry Page, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos,
Elon Musk.
A proposito di loro Rebecca Solnit ha scritto che
i miliardari “sono una minaccia per tutti: la loro mole politica distorce la
nostra vita pubblica”, perché “funzionano come poteri non eletti, una sorta di
aristocrazia globale autonoma che tenta di governare su tutti. Secondo alcuni
le aziende tecnologiche che hanno generato tanti miliardari moderni agiscono
con metodi più simili al feudalesimo che al capitalismo, e di certo molti
miliardari operano come i signori del mondo, mentre si battono per difendere la
disuguaglianza economica che ha reso loro così ricchi e tanti altri così
poveri. Usano il loro potere in modi arbitrari, irresponsabili e spesso
devastanti per l’ambiente”.
È un vero e proprio punto cieco della fantasia di
complotto. I magnati della Silicon valley esercitano sulla nostra società e
sulla nostra cultura una delle più estese e arroganti influenze mai viste. Se
ci sono persone di cui, con un’iperbole, possiamo dire che “controllano le
menti”, sono loro. Se c’è gente che cospira – letteralmente: respira insieme,
negli stessi ambienti, in luoghi inaccessibili ai comuni cittadini – è proprio
quella. Eppure nessuno li indica come complici del piano delle scie chimiche
né, in generale, di alcun altro complotto su scala mondiale. Come mai?
C’è una possibile spiegazione: se Amazon, Facebook,
Instagram, X, YouTube e Whatsapp fossero indicati come parte della
cospirazione, nella mente di chi la denuncia su quelle piattaforme si
produrrebbe una dissonanza cognitiva: percepirebbe il proprio star lì come
incoerente, inconciliabile con quel che dice o scrive. Con fatica cognitiva
dovrebbe giustificare la contraddizione in qualche modo, oppure rimuoverla.
Tutto ciò sarebbe causa di stress. Meglio rimuovere a monte, evitando di
pensarci e descrivendo lo scenario più implausibile: un complotto planetario in
cui i padroni dei più potenti mezzi di comunicazione del pianeta non hanno
alcun ruolo.
Succede qualcosa di simile nella narrazione di QAnon, dove
si dice che la Cabal – la setta di satanisti pedofili di cui farebbero parte politici
e star di Hollywood – controlla gli Stati Uniti… fatta eccezione per le forze
armate, che sono rimaste “sane”. Come sia possibile controllare un paese senza
controllarne le forze armate – per giunta gli Stati Uniti, che hanno le spese
militari più alte del pianeta e un complesso
militare-industriale il cui crescente peso politico fu denunciato già
dal presidente Eisenhower – è una questione che i seguaci di QAnon non si
pongono. Non possono farlo.
Le peggiori narrazioni
Prima di proseguire è necessario chiarire un punto.
Nonostante quanto scritto finora, le fantasie di complotto sul clima non sono
le narrazioni più dannose. Neanche il negazionismo conclamato – in Italia
espresso da alcuni politici e personaggi da
cronaca di costume – è la narrazione più dannosa.
Le peggiori narrazioni sono quelle che fanno greenwashing e spoliticizzano
i temi climatici ed ecologici. A promuoverle è un capitalismo che coglie
l’opportunità della crisi climatica – crisi causata dai costi esterni della
produzione: emissioni, scarti, rifiuti – per continuare a fare profitti,
generando nuovi costi esterni ancora poco visibili, come l’impatto ambientale
dell’estrazione di litio per le auto elettriche, e pericoli futuri, come gli
effetti collaterali delle pseudosoluzioni geoingegneristiche.
Il soluzionismo
tecnologico riduce il riscaldamento globale a una questione di
momentanea inefficienza tecnica che sarà superata con l’innovazione. Con il
boom delle cosiddette intelligenze artificiali generative, questa narrazione è
destinata ad avere sempre più presa, ma come scrive Joy Buolamwini, autrice del
libro Unmasking Ai:
“L’intelligenza artificiale non risolverà il problema del cambiamento
climatico, perché le scelte politiche ed economiche sullo sfruttamento delle
risorse del pianeta non sono questioni di carattere tecnico. Per quanto possa
tentarci, non possiamo usare l’intelligenza artificiale per schivare il duro
lavoro di organizzare la società, in modo che il tuo luogo di nascita, le
risorse della tua comunità e le etichette che ti ritrovi addosso non
determinino il tuo destino. Non possiamo usare l’intelligenza artificiale per
evitare discussioni su chi ha potere e chi ne è privo. Dare in outsourcing morale alle
macchine le decisioni difficili non risolverà i dilemmi sociali fondamentali”.
Il riduzionismo carbonico consiste nel parlare solo delle
emissioni di CO2, rimuovendo dal quadro ogni altro processo: la distruzione di
biodiversità, la cementificazione, la manomissione del territorio. In questo
modo si può decidere di abbattere decine
di alberi e consumare suolo per costruire edifici di classe
energetica A4, e dire di aver fatto una scelta green.
L’individualismo
verde è la narrazione più consolidata. Sostiene che per risolvere i problemi
climatici e ambientali si debba puntare sullo stile di vita e le scelte
coscienziose del singolo consumatore. In questo modo le responsabilità sono scaricate
da monte a valle: dalle decisioni politiche in tema di produzione energetica e
industriale alle piccole, sproporzionatamente meno influenti, scelte che
chiunque di noi può fare nel quotidiano.
Un esempio eclatante lo fornisce la produzione di plastica.
In un’inchiesta pubblicata dal
Guardian qualche anno fa Stephen Buranyi ha spiegato come
addossare il problema al singolo consumatore sia stata una strategia promossa
direttamente dall’industria dei polimeri, con grandi investimenti e lavoro di
lobby, per evitare regolamentazioni del settore. Solo da poco tempo ci si è
resi conto di quanto ingannevole sia
l’idea che basti fare la raccolta differenziata e usare plastica riciclata o
compostabile. Come ha titolato qualche
mese fa l’Atlantic, “la plastica compostabile è spazzatura”.
Un altro esempio riguarda la già citata auto elettrica.
Nell’intersezione tra individualismo verde e soluzionismo tecnologico troviamo
l’idea che basti cambiare il parco auto e voilà, potremo continuare come prima,
incoraggiando gli spostamenti privati su gomma, senza investire su un trasporto
pubblico, capillare e universale. Come per la plastica, i costi esterni di
quest’illusione diventeranno visibili con il tempo.
L’eccezionalismo deresponsabilizzante è la narrazione più
recente, tanto che molte persone non sanno ancora riconoscerla. Consiste
nell’usare gli eventi estremi come scusa per non cambiare politiche. In Italia
si è affermata dopo le alluvioni in Emilia-Romagna del maggio 2023. Il 17
maggio, durante un
collegamento con La7, il presidente della regione Stefano Bonaccini
ha dichiarato: “Quando in trentasei ore cade l’acqua di sei mesi, e cade dove
quindici giorni fa era caduta una pioggia record che aveva fatto cadere quello
che cade in quattro mesi, non c’è territorio che possa tenere, anche perché la
pioggia cade su un terreno che non assorbe più nulla, va tutta nei fiumi e non
può scaricare in mare perché è ingrossato dalle mareggiate: su questo non ci si
può far nulla”. Altri amministratori hanno rilasciato numerose dichiarazioni su
questa falsariga.
L’enfasi sulla straordinarietà dell’evento – che
straordinario sarà sempre meno, perché il colpo di frusta
climatico è parte del nuovo clima – rimuove il fatto che un
territorio può reggere l’urto di un nubifragio meglio o peggio, in molti o
pochi punti, dando a chi ci vive più o meno tempo di organizzarsi. Il
territorio emiliano-romagnolo è destinato a cedere sempre più spesso, perché
compromesso da scelte che ne hanno peggiorato l’assetto idrogeologico, e
attraversato da fiumi costretti in alvei artificializzati da cui alla prima
occasione fuoriescono, o che addirittura distruggono con furia. Esondando, non
allagano solo campi, come sarebbe successo cinquant’anni fa: travolgono aree
urbanizzate, uccidono persone, spargono in giro incalcolabili quantità di
rifiuti e sostanze inquinanti. Dire che “non ci si può far nulla” serve a
nascondere che, per prevenire il disastro, nulla si è fatto. Intanto si continua a
cementificare, ponendo le basi per catastrofi future.
Di fronte a tutto ciò, le fantasie di complotto sulle scie
chimiche o sul cloud seeding, la
tecnica per aumentare le precipitazioni, sembrano poco più di una curiosità.
Invece è indispensabile occuparsene…
Dietro il greenwashing urbano (ZTL e città in 15 minuti) si nasconde una
feroce lotta di classe contro la classe media e i ceti più poveri della
popolazione che fa crescere il fenomeno della gentrificazione e della
ghettizzazione delle città.
Senza contare che questi provvedimenti rappresentano una palese violazione del
diritto alla libera circolazione nel territorio della Repubblica previsto
dall’art. 16 della Costituzione.
Ovviamente il problema, tanto per cambiare, nasce a Bruxelles, cioè nasce dalla
nostra adesione all’Unione Europea.
In questo caso perché siamo sotto procedura di infrazione per violazione delle
direttive comunitarie (96/62/CE, 1999/30/CE, e 2008/50) sulla salubrità
dell’aria, specificatamente per le emissioni di biossido di azoto.
Il problema, come sempre quando si parla d’Italia, è che alle storture e ai
problemi derivanti dal vincolo esterno (cessione di sovranità a UE ed Eurozona)
si aggiunge l’ancora più grave problema del vincolo interno.
E cioè dalla pervicacia con cui la nostra classe dirigente, quindi anche
politica, si ostina a prendere decisioni sempre e comunque peggiorative per la
qualità di vita dei cittadini italiani.
Infatti l’Unione Europea in questo caso non dice quali misure dobbiamo
adottare. Non ci ha chiesto l’istituzione di ZTL allargate. Né, tantomeno, ci
ha chiesto l’implementazione dell’orwelliano sistema Mo-Ve-In. Cioè del sistema
delle quote chilometriche annuali. Che è quindi un’invenzione tutta della
nostra attuale classe politica.
Inoltre bisogna dire che anche il “fate presto” nel nome del “ce lo chiede
l’Europa!” non è credibile alla luce del fatto che a oggi nessuno stato membro
è stato mai sanzionato per la violazione di queste direttive e che comunque
nessuno ha mai pagato un euro di multa.
Insomma i politici italiani potrebbero (e dovrebbero) scegliere altre strade
per migliorare lo stato della mobilità urbana.
Primo tra tutti – come non ci stancheremo mai di ripetere – investire per
migliorare e aumentare le possibilità di trasporto alternative. A partire
ovviamente dal trasporto pubblico che in moltissime città italiane è
semplicemente a livello di un Paese del terzo mondo (per la cronica mancanza di
investimenti infrastrutturali, di mezzi, di personale e di manutenzione –
questi sì perché ce li impone la UE).
Allargare a dismisura le zone a traffico limitato, rendere l’accesso in città a
pagamento, impedire alle persone di utilizzare il proprio mezzo di trasporto ha
quindi due soli risultati: la progressiva gentrificazione dei centri urbani e
la nascita di tanti piccoli ghetti dove confinare i meno abbienti (classe media
e ceti più poveri).
Con gentrificazione si intende il fenomeno attraverso il quale con l’aumento
dei costi della vita si allontanano appunto le classi meno agiate dai centri
città e dalle città in particolare.
Altro che città in 15 minuti. Rinchiudere la popolazione in quartieri ghetto
dove mancano tutti o quasi i servizi essenziali è evidentemente una forma di
lotta di classe dall’alto verso il basso.
Lo spiega perfettamente David Harvey - professore di antropologia al Graduate
Center of the City University of New York che si occupa di economia politica e
geopolitica - nel suo libro “Il capitalismo contro il diritto alla città”.
«Gli effetti della crescente polarizzazione della distribuzione della ricchezza
e del potere sono indelebilmente impressi nelle forme spaziali delle nostre
città, costituite sempre più da luoghi fortificati, da comunità chiuse e da
spazi pubblici privatizzati tenuti sotto continua sorveglianza. [...]
In particolare nel mondo in via di sviluppo, la città si sta dividendo in parti
distinte, con l'apparente formazione di molti 'micro-stati'.
Quartieri agiati provvisti di ogni tipo di servizi, come scuole esclusive,
campi da golf e da tennis, polizia privata di pattuglia 24 ore su 24, sono a
stretto contatto con insediamenti illegali dove l'acqua è disponibile solo
presso le fontane pubbliche, dove non esiste un servizio igienico-sanitario,
l'elettricità è ottenuta illegalmente solo da pochi privilegiati, le strade
diventano fiumi di fango ogni volta che piove e coabitare è la norma.
Ogni frammento sembra vivere e funzionare autonomamente, tenendosi stretto
quanto è riuscito ad afferrare nella lotta quotidiana per la sopravvivenza. In
queste condizioni, gli ideali di identità, di cittadinanza, di appartenenza e
di una politica urbana coerente, già minacciati dal diffondersi epidemico
dell'etica individualista, diventano molto più difficili da sostenere».
Tra le persone più informate e avvedute non c’è chi non si renda conto delle enormi trasformazioni socioeconomiche, politico-istituzionali, culturali, antropologiche che sarebbero necessarie per poter sperare di evitare le catastrofi ecologiche in atto e riuscire ad assicurare un futuro degno a tutti gli esseri viventi, nella loro totalità e interdipendenza. Per uscire dalla spirale autodistruttiva dell’Antropocene (o Homogenocene, o Eurocene, o Econocene, o Capitalocene, o Palantationocene, o Tecnocene, o Pandemiocene, o Plasticocene, o Wastecene… a seconda del “ceneismo” preferito, il mio è Tanatocene), per salvare le basi biologiche della vita sul pianeta Terra ed entrare in un nuova epoca geologica (Ecocene, Biocene, Chthulucene, Koinocene da me preferita: l’epoca delle relazioni di comunanza) sarebbe necessario un cambio di paradigma, un salto di civiltà, una rivoluzione antropologica. Però, allo stato attuale del “comune sentire” e del discorso pubblico, un cambiamento così radicale appare davvero improbo. La sproporzione tra le forze in campo è tale da scoraggiare anche solo il pensare a delle alternative. Infatti, chi ci prova viene immediatamente bollato dagli opinion markers più influenti (commentatori, accademici, leader politici) come persona velleitaria e irriconoscente, perché incapace di godere del privilegio che ha nel trovarsi a vivere in questa parte del mondo (il nord globale) e viene così trattato come un soggetto ossessionato che soffre di patologie querulomaniacali o, peggio, che trova piacere nel prospettare scenari di disperazione.
1. Teste nel pallone
L’immagine plastica, forse la più significativa, dell’immane forza egemonica, ordinatoria e disciplinante, che domina il mondo attuale ci è stata fornita recentemente dai campionati di calcio a Doha. Una città artificiale gigante, sorta dal nulla su un deserto, costruita da schiavi, con i grattacieli più alti del mondo, stadi con l’aria condizionata all’aperto e prati irrigati con acqua desalinizzata. Il tutto costruito e arredato da imprese occidentali, of course. Ma, contrariamente a ciò che si potrebbe credere, la ricchezza dell’emirato del Qatar (primo al mondo per Pil pro capite percepito dalle poche centinaia di migliaia di persone, 278 mila, che hanno la nazionalità quatariota, mentre la stragrande maggioranza della popolazione, due milioni e mezzo almeno, sono stranieri immigrati che non godono di alcun diritto) non viene dai ricavi del petrolio, che rappresentano oggi meno dell’1 per cento della sua economia (Immerwahr, 2022). Il Qatar è diventato un enorme polo direzionale transnazionale che funziona da volano acceleratore per circuitare il capitale globale. Il Qatargate esploso a Bruxelles non è (solo) l’ennesima conferma delle malversazioni dei professionisti della politica, ma l’indice delle nuove gerarchie ai vertici della mega-macchina finanzcapitalista nel XXI secolo. I campionati di calcio in Qatar non sono stati solamente l’arrogante ostentazione del potere del denaro, ma la simbolica dimostrazione del suo dominio sui vinti. Gli sceicchi hanno concesso ai poveri e ai derelitti della Terra di divertirsi per qualche giorno e, persino, hanno offerto un palcoscenico ai loro sogni di riscatto. Gli argentini, i marocchini, gli ultimi e i penultimi nel mondo reale hanno potuto compensare miseria e sfruttamento potendo onorare i loro idoli dai piedi d’oro. Effetto ipnotico, narcotizzante e istupidente. Nulla è cambiato nei meccanismi simbolici di dominazione del mondo dal tempo dei grandi imperi. Peggio, nessuno Spartaco ha rotto le catene, nessun “pugno nero” (come alle Olimpiadi di Città del Messico 1968) si è alzato nel cielo del Qatar, nessuna contestazione degna di nota. Anzi, massima copertura e audience televisiva alle stelle, applausi e mantello nero di tessuto pregiato (bisht) appoggiato sulle spalle del giocatore più bravo direttamente dalle mani dello sceicco monarca assoluto della dinastia al Thani. Coincidenza vuole che il giocatore argentino premiato, Lionel Messi, giocasse nel Paris Sant Germain di proprietà dello stesso emiro. Il cerchio si chiude.
Una vicenda che ci deve far riflettere su quanto alti siano gli ostacoli che deve superare chi sente ancora vivo dentro di sé l’imperativo etico di cambiare in profondità le relazioni sociali oggi dominanti. Come si fa a contrastare la forza onnipotente, reale e simbolica, del denaro? Intuiva già Marx:
«Il bisogno del denaro è il vero bisogno prodotto dall’economia politica, il solo bisogno che essa produce. La quantità del denaro diventa sempre più il suo unico attributo di potenza: come il denaro ha ridotto ogni essere alla propria astrazione, così esso si riduce nel suo proprio movimento a mera quantità. La sua vera misura è di essere smisurato e smoderato» (Marx, 1844).
2. Il denaro e le imprese possono tutto
Come sarebbe possibile liberare l’umanità dalla crescente dipendenza, reale e immaginaria, dal denaro? Fino ad ora le strategie pensate dalle forze politiche progressiste ed emancipatrici, ancorate ai valori di eguaglianza, fraternità e libertà, hanno fatto affidamento sull’allargamento delle basi democratiche rappresentative delle istituzioni politiche nazionali liberali aprendo così la “lunga marcia” delle classi subalterne, dei neri, delle donne, delle popolazioni emarginate e colonizzate per il riconoscimento dei diritti a partire da quello alla sicurezza economica. Sotto queste spinte, il sistema capitalista (cioè il modo di produzione e riproduzione sociale basato sull’economia di mercato, la proprietà privata, il profitto e l’accumulazione) ha dato una eccellente prova di sé. La crescita esponenziale della ricchezza monetaria e della produttività del lavoro, la redistribuzione dei redditi (trickle-down effect, “sgocciolamento” dai redditi dei più ricchi verso i poveri), l’allargamento dei consumi, l’allungamento delle aspettative di vita e quant’altro stanno a dimostrare che il capitalismo vince cavalcando sul dorso del destriero dell’economia di mercato, si espande in ogni latitudine, dà risposte ad ogni bisogno/desiderio e – cosa che più conta – convince gli umani di qualsiasi ceto, credo religioso, etnia. Il consenso al sistema capitalista è giunto a tal punto che lo strumento (la crescita economica) e lo scopo dell’agire umano (cooperazione sociale, convivenza pacifica, diritti, democrazia, armonia con il creato…) si sono invertiti. La crescita del valore monetario delle merci prodotte e vendute (il Pil) è diventato il bene assoluto, il valore totalizzante a cui ogni altro “fattore” del processo di produzione (beni naturali, lavoro umano, conoscenza, relazioni, salute…) deve essere funzionalizzato e può essere sacrificato. I sistemi politici post-democratici, a-democratici, demagogici e autoritari, forti della loro maggiore efficienza (vedi Cina, autocrazie arabe, populismi neonazionalisti) sono diventati modelli invidiati anche ad Occidente.
Ma, forse, la direzione più probabile che potranno prendere i sistemi politici nei paesi “più sviluppati” sarà quella della presa diretta del potere delle grandi conglomerazioni produttive-finanziarie sulla società. Già ora è evidente che sono i finanziamenti delle imprese a fare la differenza nella selezione dei rappresentanti eletti nei parlamenti; che sono le lobby a scrivere le leggi (non solo quelle fiscali, ma quelle che regolano ogni tipo di transazione); che sono le generose donazioni delle fondazioni bancarie e dei filantropi super ricchi a determinare le politiche della ricerca scientifica, degli aiuti alla cooperazione internazionale, del welfare, della sanità. Sulla scorta delle teorie pratico-morali del filosofo australiano Peter Singer (che afferma – più o meno – che “il bene si identifica con l’utile”), i ricchi possono mettere a posto coscienza e business donando una “quota etica minima” dei profitti ad associazioni di beneficenza purché abbiano certificate i benefici effettivi riscontrabili a lungo termine (longterminism); “altruiso efficace”, lo chiamano. (Dentico, 2020; Madaro, 2021; Kinstler, 2022). Il salto di qualità non sta nella discesa nel campo della politica di qualche miliardario, ma nella pretesa del sistema delle grandi imprese transnazionali di sussumere in sé – facendo a meno di ogni mediazione politica, e dal relativo obbligo fiscale – ogni sorta di obiettivo sociale; dalla sostenibilità ambientale alla fame nel mondo, dall’innovazione scientifica e culturale alla lotta alle malattie, dall’istruzione alla regolazione dei diritti di proprietà della stratosfera… Le élite più avvedute del capitalismo globale nei loro think tank (come il Forum economico mondiale di Davos, orchestrato da Klaus Schwab) hanno capito da tempo che per aumentare la loro presa sul mondo non basta dare una “mano di verde” alle ciminiere tossiche ed attuare un corrispondente social washing delle politiche di coesione sociale, per “non lasciare indietro nessuno”. Serve qualcosa di meno superficiale e di più strutturale che chiamano “reset capitalism”, anzi un “great reset capitalism”. Un azzeramento per poter rilanciare su grande scala un ciclo di accumulazione, investimenti, profitti (la 4 a rivoluzione industriale che combina ingegneria biomolecolare e robotica, visori di Metaverso ed editing genetico, space economy e coltivazione di miniere nei fondali profondi degli oceani…).
Per riuscirci il sistema delle imprese deve assumersi e risolvere in prima persona il problema della sostenibilità ambientale e sociale (attraverso l’adozione di parametri di investimenti Esg, Evironment Social Governance, o altre simili “tassonomie” capaci di misurare gli impatti positivi degli investimenti sull’ambiente naturale e sulla società). Secondo costoro, seguendo queste indicazioni, la reputazione del capitalismo tornerà a crescere e, per giunta, si taglieranno le costose e inefficienti messinscene allestite nel teatrino della politica politicante. Il capitalismo si fa forza totale e integrale, ecosistemica e biologica; sussume nei meccanismi di valorizzazione delle merci i processi vitali (attraverso la manipolazione dei genomi fino alla geoingegnerizzazione del clima) e, nello stesso tempo, aziendalizza all’interno del gioco del mercato i bisogni delle persone. Lo strumento è la tecnoscienza. Il filosofo Christopher Preston ci ricorda che: «Oramai non solo la nostra specie si circonda di nuovi materiali, ma sta anche acquisendo la capacità di riprogettare un certo numero di processi planetari fondamentali. Stiamo imparando a sintetizzare e a cucire assieme nuove disposizioni di Dna per creare organismi originali e utili. Stiamo fabbricando nuove strutture atomiche e molecolari per creare materiali con proprietà completamente nuove. Stiamo modificando la composizione delle specie presenti negli ecosistemi» (Preston, 2020). Ma si può andare oltre. Attraverso la differenziazione e la riprogrammazione dei geni delle cellule staminali si possono produrre “organoidi” ed “embroidi”, cioè, organi sintetici senza l’impiego di oociti e spermatozoi. E, ancora, veniamo a sapere che i ricercatori dell’università di Stanford hanno trapiantato neuroni umani nei ratti e stanno funzionando, nel senso che stanno contribuendo a determinare il comportamento degli animali, almeno potenzialmente (Micu, 2022).
L’unica misura della mediazione tra gli interessi in gioco è il denaro. Nell’economia di mercato ogni altro “valore” non computabile in moneta non può essere preso in considerazione. I diritti hanno un loro mercato, così come gli stock di natura (capitale naturale) e i servizi ecosistemici. Le migrazioni sono consentite solo in presenza di un contratto di lavoro; l’emissione di sostanze inquinanti nei meccanismi di scambio delle autorizzazioni genera crediti fruttiferi; pensioni, sanità, istruzione sono accessibili solo a chi è dotato di polizza assicurativa. La via del Mercato al benessere e alla sostenibilità è virale. I Ceo, gli amministratori delegati, i gestori dei fondi finanziari e del risparmio delle famiglie, ogni altro stake-holder dovrà far propria la nuova filosofia della crescita green e social. Potranno farsi aiutare da “comitati etici” da affiancare ai consigli di amministrazione (come suggerisce l’Economia civile e la Economy of Francesco) o da consulenti reclutati attraverso le “porte girevoli” tra i professionisti della politica, delle banche, delle università, ma le imprese non potranno più delegare le decisioni ed “esternalizzare” le responsabilità a carico di istituzioni politiche diverse da quelle create dalle imprese stesse. Una rivoluzione anche giuridica che è già in essere con la creazione dei tribunali extragiudiziali previsti dai vari accordi internazionali di libero scambio.
Nell’ottica del sistema capitalista non ha molta importanza quanta umanità potrà essere inglobata nei meccanismi di mercato. Non è indispensabile “dare da lavorare” a tutti gli 8 miliardi di persone che abitano il pianeta. Anzi, un largo “esercito di riserva”, imprigionato nella miseria e ammassato nelle megalopoli del sud globale è del tutto funzionale al buon funzionamento dell’economia che produce profitti. Gli esclusi, le eccedenze, gli scartati, i «carichi residuali» (per usare l’espressione del ministro Piantedosi a proposito dei migranti sulle navi dello Ong) sono del tutto ininfluenti nel processo di valorizzazione dei capitali. Questa è la ragione per cui vengono anche disprezzati. Le rivolte metropolitane (Harvey, 2012) e le insurrezioni urbane non si sono trasformate – almeno fin’ora – in rivoluzioni (Davis, 2006).
3. Strategie di salvezza
Certo, non mancano le crepe e numerosi sono i segni di cedimento in vari snodi dell’impalcato costruito per reggere la globalizzazione dei mercati. La competizione sfrenata tra le diverse aree geopolitiche, le spese crescenti necessarie per militarizzare i confini delle rispettive aree di influenza e soprattutto le imprevedibili conseguenze dei dissesti ambientali sono alcune delle «diciassette contraddizioni» (enumerate sempre da Harvey) che tormentano il capitalismo. Ma non è scritto da nessuna parte che portino alla sua (rapida) fine. La collassologia è diventata una scienza che però non ci dice niente né sul quando, né su cosa succederà dopo. I “crollisti” rischiano di invecchiare seduti sulla riva del grande fiume aspettando invano che la corrente trasporti il cadavere del capitalismo. Scriveva Louis Dumont, nel lontano 1977: “vero che la tendenza a vedere crisi dappertutto è forte nell’ideologia moderna, e che se una crisi esiste non data certo da ieri; in un senso più ampio, questa crisi (una crisi del paradigma ideologico moderno) è anzi più o meno consustanziale al sistema, tanto che alcuni di noi potrebbero trovarvi un motivo di orgoglio» (Dumont, 1984). Temo anch’io che nemmeno questa volta il capitalismo ci farà il piacere di andarsene da solo. E poi, chi ci può dire cosa succederebbe dopo? Potrebbe verificarsi quello che McKenzie Wark ipotizza: «Il capitale è morto. Il peggio deve ancora venire» (M. Kenzie, 2021), o, come dice Bifo: «Possiamo sperare che il capitalismo non sopravvivrà, ma saremo capaci di vivere fuori dal suo cadavere?» (Franco Berardi, www.comune-info.net febbraio 2021).
La questione centrale, quindi, non è la intensità, la larghezza o la scala della crisi che investe il mondo capitalizzato, mercificato, finanziarizzato, ma la mancanza di alternative desiderabili e praticabili, realistiche ed efficaci. Siamo rimasti a corto di strategie post-capitaliste.
Il sociologo Marco Deriu in un enciclopedico saggio sulla incapacità dei sistemi democratici nel dare risposte alla crisi ecologica (Deriu, 2022) prende in esame i movimenti che si sono posti l’obiettivo di una trasformazione profonda, strutturale, istituzionale e antropologica delle relazioni sociali oggi dominate dal sistema di mercato e ne vede i limiti nell’approccio ondeggiante tra un localismo anarchico-comunitario e un neo-statalismo pianificatorio; tra un orizzontalismo microcosmico e un verticalismo che finisce per essere inglobato nelle pratiche istituzionali tradizionali. Siamo ancora dentro la contrapposizione tra “spontanei-sti” e “partitisti”, alla ricerca di un punto di incontro tra movimenti che dovrebbero politicizzarsi e partiti che dovrebbero risocializzarsi. Quale rapporto dovrebbe instaurarsi tra l’azione trasformativa diretta dei movimenti sociali ed ecologisti e l’iniziativa politica nelle istituzioni democratiche rappresentative? «Manca completamente – afferma Deriu – una più ampia ed istituente visione politica della decrescita che integri e incorpori una riflessione di senso, di valori, con una riflessione sui modelli relazionali e sociali, fino ad una riflessione sulla necessità di complessi sistemi regolativi che significa discutere di spazi, di prassi, di modelli organizzativi, di logiche di azione, di invenzioni istituzionali» (p. 295). La connessione storica tra economia di mercato e democrazia liberale è certamente saltata, sia sul versante sociale (non funziona più come modello di inclusività), sia su quello ambientale (è evidente lo sfondamento dei limiti planetari dei cicli vitali naturali). Ma la strada per una nuova economia e una “democrazia ecologica” rimane problematica. Non perché manchino le proposte scientificamente e razionalmente valide, ma perché non emergono soggetti sociali capaci di intraprendere un’azione politica incisiva, in grado di sperimentare comunità ecologiche, costruire infrastrutture sociali e istituzionali di supporto, di praticare forme di vita rispettose dei valori della condivisione solidale e della salvaguardia del creato.
Una boccata di ottimismo la porta il filosofo sociale statunitense Charles Eisenstein (Eisenstein, 2022). Secondo il conferenziere della Yale University è possibile fare leva su quella parte interiore della natura umana che non è egoista, ma relazionale, socievole, in connessione affettiva con la natura, votata alla bellezza. Da qui è possibile ipotizzare un’economia del dono, locale, comunitaria. Che fare? In attesa dell’emersione di un movimento sociale che sappia coniugare gli interessi degli ultimi e degli esclusi, ma anche delle generazioni future e delle specie non umane, con i valori della condivisione e della solidarietà, cioè con gli ideali della democrazia, agli individui e ai gruppi sociali che sentono il bisogno di “fare società” non rimane che agire nel modo più coraggioso e radicale possibile nelle condizioni date. Parafrasando la Guerra di guerriglia di Che Guevara, dovremmo cercare di praticare nel nostro piccolo azioni di resistenza e diserzione e sperare che funzionino da esempio, capaci di indicare una via da replicare e seguire, poiché «un ramoscello può incendiare l’intera pianura».
Insomma, non c’è alternativa all’iniziativa dal basso, che parta dall’«emozione dei singoli» (Castells, 2012) e giunga a formare «ambiti di comunità autonome» (Esteva, 2012). Raúl Zibechi ha scritto:
«Le grandi trasformazioni cominciano come minuscoli asteroidi irrilevanti per il politico e l’analista che stanno arriba. […] Sono sempre i piccoli gruppi a prendere l’iniziativa, senza tener conto dei ‘rapporti di forza’, ma guardando solo alla giustizia delle proprie azioni. In seguito, a volte anche molto più tardi, lo Stato finisce con il riconoscere che i critici avevano ragione. […] Il punto cruciale, a mio modo di vedere, è il cambiamento culturale, la diffusione dei nuovi modi di vedere il mondo» (Zibechi, 2014).
Certo sarebbe necessario che i movimenti sociali ed ecologisti di base maturassero una propria teoria dello Stato e una propria idea di democrazia sostanziale, intergenerazionale e includente il diritto alla vita di ogni essere vivente. Pino Ferraris è lo studioso socialista che ha più indagato le esperienze dei movimenti operai tra Otto e Novecento e giunse a proporre «un progetto di una confederazione politica dell’iniziativa sociale», “una rete solidale delle autonomie confederate”. “Direi che la confederalità esprime una logica di raggruppamento che converge con le emergenti culture e tecniche di rete: la rete piatta orizzontale che spezza la piramide gerarchica e verticale dell’organizzazione novecentesca. La confederalità è un patto tra diversi retto da reciprocità ed equivlenza” (Ferraris, 2008). Con questo spirito propongo di guardare alcuni esempi della miriade di esperienze di resistenza e ai tentativi di creare comunità locali capaci di sottrarsi al furore distruttivo dell’ipercapitalismo (Cacciari, 2016).
4. Testimonianze
4.1 No Dal Molin
Olol Jakson era uno dei protagonisti più conosciuti e combattivi della mobilitazione che ha visto la popolazione di Vicenza contrapporsi per anni al tentativo di costruire una nuova base militare. Olol è morto improvvisamente giovane, a 47 anni, il 17 ottobre del 2017. Amici e compagni gli hanno voluto dedicare il lascito forse piø significativo dei quella esperienza: il centro polifunzionale Caracol Olol Jackson sorto in centro a Vicenza (Viale Francesco Crispi, 46, www.caracolol.it) i cui pilastri sono: diritti, salute, cultura. «Il nostro sogno – è scritto nel progetto – va verso un modello di sviluppo sociale ed economico costruito su basi mutualistiche. […]. Un luogo che diventerà un laboratorio sociale e di integrazione libero da pregiudizi economici, etnici e di genere». Così, possiamo dire che il vecchio presidio No Dal Molin tirato su con tendoni e lamiere all’inizio della contestazione (durata dal 2006 al 2011) ai bordi dell’aeroporto civile Dal Molin, che i governi (prima Berlusconi e poi Prodi) volevano consegnare alle Forze Armate degli Stati Uniti, si è miracolosamente evoluto in un bellissimo edificio (una ex officina) di più piani che offre servizi fondamentali e di qualità alla cittadinanza che più ne ha bisogno. La “casa comune” Caracol ha cominciato ad essere operativa nel 2020, in piena emergenza Covid, con l’apertura di sportelli informativi sui diritti, ambulatori gratuiti di medicina generale, pediatria, ginecologia, oculistica, dentistici, oltre ad un auditorium, una biblioteca, aule di una scuola popolare e una osteria. Segno evidente che la esperienza aggregativa del movimento No Dal Molin ha permesso di costruire una forte rete di relazioni comunitarie tra associazioni, sindacati di base, gruppi di volontariato, tra cui Emergency, Welcome Refugees, Isde Medici per l’ambiente. I protagonisti di quella importante esperienza pacifista ed ambientalista (che ha visto l’occupazione dell’aeroporto, due manifestazioni nazionali con 150 mila partecipanti, un referendum autogestito con 25 mila votanti, il rovesciamento degli equilibri politici in consiglio comunale ed un’altra infinità di azioni) sono passati dalla protesta alla costruzione di una infrastruttura sociale libera e autonoma, un presidio permanete aperto e autogestito. Sono infatti riusciti a raccogliere i fondi necessari per acquisirne la proprietà dell’edificio ed ottenere i finanziamenti per le costose attrezzature. Insomma è proprio vero che “la lotta paga” anche quando sembra non ottenere tutti i risultati sul campo. Il compromesso raggiunto nel 2010 tra gli americani e il governo italiano ha sancito la cessione alla US Army solo di metà dell’area dell’ex aeroporto, mentre nella rimanente è in corso di realizzazione (seppure con troppa lentezza!) un grande area verde progettata con metodi partecipativi chiamata Parco della pace.
Sulla vicenda No Dal Molin vi è una ricca letteratura, ricordo qui un racconto romanzato di Marco Palma, La guerra non parte da qui (Palma, 2021).
4.2 Usi civici collettivi a Napoli
Ha cominciato L’Asilo dieci anni fa (ex asilo Filangieri, enorme edificio monumentale in pieno centro storico) ad essere liberato dall’abbandono e dai progetti di “gentrificazione urbana”, poi ne sono seguiti altri: l’ex Ospedale psichiatrico a Materdei, ribattezzato Je so pazzo, l’ex carcere minorile in Salita Pontecorvo, ribattezzato Scugnizzo liberato, Villa Medusa a Bagnoli, il Giardino di Materdei, il Lido Paola a Bagnoli, Santa Fede, l’ex Schipa. In tutto otto proprietà pubbliche abbandonate o male utilizzate che sulla spinta di occupazioni accompagnate da progetti di riuso popolare sono state oggetto di una lunga trafila di delibere comunali (sindaco Luigi De Magistris) che hanno consentito la loro sostanziale autogestione da parte delle comunità che ne fruiscono, vale a dire le assemblee delle persone che organizzano e partecipano alle attività. Una forma di “sussidiarietà orizzontale” molto avanzata, che va oltre i Patti dell’amministrazione condivisa proposti in molti comuni sul modello da presa a riferimento dalla Rete Nazionale Beni Comuni Emergenti e ad Uso Civico (www.retebenicomuni.it).
Il riuso di queste strutture ha rivitalizzato alcuni quartieri di Napoli, ma è interessante notare che alcune hanno trovato una loro vocazione metropolitana. L’Asilo è diventato una comunità aperta e ampia di operatori dello spettacolo e della cultura (teatro, danza, laboratori di scenografia, corsi, esposizioni, ecc.). Lo Scugnizzo liberato ospita laboratori e scuole artigianali tradizionali e botteghe artistiche. Je so pazzo ha aperto sportelli e informativi sui diritti e ambulatori che si rivolgono a tutta la città. Il caso napoletano, per le sue implicazioni giuridiche e sociali, è stato oggetto di molti studi tra cui quelli del giurista Giuseppe Micciarelli e del filosofo Nicola Capone (Micciarelli, 2017; Capone 2019).
4.3 Mondeggi, fattoria senza padroni
Dopo dieci anni di dura resistenza alla vendita, di “custodia” e riuso sociale del grande podere di Mondeggi a Bagno di Ripoli, 170 ettari alle porte delle colline del Chianti, la comunità allargata che si è formata tra contadini, abitanti della zona e cittadine/i che hanno preso a cuore e in cura l’uliveto, i terreni e i casali abbandonati si è vista recapitare un regalo che potrebbe rivelarsi avvelenato: la Città metropolitana di Firenze, proprietaria del bene, ha finalmente deciso di recedere dalla alienazione (dopo varie aste andate deserte) ed anzi ci ha messo sopra 52,5 miliardi del Pnrr. Next Generation. Le finalità sono buone, sembrano anzi copiate dal manifesto del comitato Mondeggi fattoria senza padroni, poiché l’intenzione è di realizzare: “un progetto incentrato sullo sviluppo umano integrale e sostenibile dei cittadini e delle comunità locali”. Esattamente quello che stanno facendo dal 2014 i “presidianti” attraverso attività agroecologiche di vario tipo e di alta qualità: manutenzione e messa in produzione dell’uliveto (4 mila piante), ripiantumazione delle viti, ripristino dei terreni seminativi (con produzione di grani antichi e zafferano) e a pascolo, piantumazione di un nuovo frutteto, apicultura, formazione di orti, oltre ad una intensa attività di formazione (in rete con Genuino Clandestino, Rete semi rurali e altre associazioni) e culturali. La particolarità è che a Mondeggi tutte le attività sono decise dai partecipanti attraverso assemblee aperte autogestite sulla base dei principi del mutualismo, della cooperazione e della assunzione diretta di responsabilità di chi si impegna nelle varie attività. La scommessa ora è evitare che l’apertura dei cantieri e, poi, la assegnazione dei manufatti restaurati e delle nuove infrastrutture possano avere impatti negativi sulla vita della comunità e snaturare i criteri gestionali inventati a Mondeggi ispirati all’idea dei beni comuni condivisi. Un tavolo di confronto si è aperto tra il comitato, l’associazione Amici di Mondeggi e la amministrazione comunale. Sarà davvero interessante seguirne gli sviluppi per capire se l’innovazione sociale spontaneamente emersa a Mondeggi riuscirà a determinare non solo il progetto esecutivo degli interventi edilizi, ma anche le pratiche amministrative e le scelte gestionali dell’ente pubblico. Si può seguire la vicenda di Mondeggi nel sito: https://mondeggibenecomune.noblogs.org/.
4.4 Val Susa
La vicenda della Val Susa è troppo nota e lunga (il primo progetto di Tav è del 1992) per essere qui ricordata. Una infrastruttura “trans-europea” che condanna una valle a diventare un “corridoio multimodale”. Da qui proteste infinite, da una parte, leggi speciali e militarizzazione del territorio per riuscire ad aprire i cantieri, dall’altra. Un luogo dove è evidente la contrapposizione insanabile tra democrazia (che non sia quella della Tirannide della maggioranza) e sviluppo economico (quello della crescita a tutti i costi). Ciò a cui in questa sede si vuole richiamare l’attenzione è come la lunga vertenza abbia rafforzato non solo la conoscenza e la sensibilità degli abitanti nei riguardi delle valenze ambientali del loro territorio, ma anche le relazioni comunitarie, sia sul piano sociale, che politico. Anni di riunioni, convegni, dibattiti, assemblee, presidi e marce nei luoghi investiti dal progetto hanno creato coesione e migliorato le modalità di governo delle amministrazioni locali. Sono nate reti di imprenditori locali (come quella del Vino a bassa velocità e di Etinomia), mercatini con il marchio Prodotti della Valle Susa, strutture ricettive e gastronomiche. Insomma, l’impegno civico e la lotta rigenera le coscienze! Tra i molti libri pubblicati, segnalo quello del magistrato Livio Pepino e del sociologo Marco Revelli (Pepino & Revelli, 2012).
4.5 Pan e farine dal Friûl di Mieç
Il Friuli Venezia Giulia è una delle poche regioni che si sono dotate di una legge per la promozione dell’economia solidale (LR n.4/2017) sulla spinta esercitata dal Forum dei beni comuni e da esperienze locali virtuose. L’idea è di dare vita a delle comunità locali (coincidenti con i 19 ambiti territoriali per la gestione dei servizi sociosanitari) di cittadine/i in grado di creare distretti e filiere produttive per rispondere alle principali necessità alimentari, energetiche, abitative, del vestiario e dei servizi alle persone. I principi guida sono il mutualismo, la cooperazione, la sostenibilità, la democrazia e la giustizia. Un progetto ambizioso che ha mobilitato molte energie attraverso corsi di formazione, assemblee e festival promossi da una associazione appositamente costituita, la ProDES FVG. Una prima comunità si sta costruendo intorno alla filiera del Pan e farine dal Frißl di Mieç che consorzia dodici aziende agricole di quattro comuni, tra cui la proprietà collettiva San Marco di Mereto di Tomba, un mulino, diversi panificatori e uno storico panificio in centro a Udine che funziona da punto vendita. Il tutto gestito da una cooperativa agricola e di lavoro, aperta a soci sostenitori del progetto, che funziona di fatto come una cooperativa di comunità. Altre due filiere solidali attive in regione sono quelle del Pan e Farine di Muçane, nella Bassa Friulana, e il Patto della farina del Friuli Orientale, tra Trieste e Gorizia. Una bella pubblicazione curata da Lucia Piani, Nadia Carestiato e Donatella Perissin racconta dettagliatamente l’esperienza (Piani, Carestiato, Perissin, 2019).
Riferimenti bibliografici – Berardi, “Bifo”, F. (2012). www.comune-info.net febbraio. – Cacciari, P. (2016). 101 piccole rivoluzioni. Milano: Altreconomia. – Capone, N. (2019). Beni comuni ad uso civico e collettivo urbano. Un’esperienza napoletana. Intervista di Mario Pezzella e Francesco Biagi. Il Ponte, 4. – Castells, M. (2012). Reti di indignazione e di speranza. Movimenti sociali nell’era di Internet. Milano: Università Bocconi. – Davis, M. (2006). Il pianeta degli slum. Milano: Feltrinelli. – Dentico, N. (2020). Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo. Bologna: Emi. – Deriu, M. (2022). Rigenerazione. Per una democrazia capace di futuro. Roma: Castelvecchi. – Dumont, L. (1984). Homo aequalis. Genesi e trionfo dell’ideologia economica. Roma: Adelphi. – Eisenstein, C. (2022). Oltre il denaro. Firenze: Terra Nuova. – Esteva, G. (2012). Antistasis. L’insurrezione in corso. Trieste: Asterios. – Ferraris, P. (2008). Relazione al convegno di rete@sinistra, Palazzo Vecchio, Firenze 5 luglio. – Harvey, D. (2012). Rebel Cities: From the Right to the City to the Urban Revolution. London: Verso Books. – Immerwahr, D. (2022). Siamo prigionieri della geografia?, “The Guardian”, tradotto da “Internazionale” 2 dicembre Kinsler, L. (29022). Uno strano tipo di altruismo,“1843 magazine”, Regno Unito, tradotto da “Internazionale”, 16/12. – Madaro, C. (2021). Chill Bill – filantrocapitalismo e suoi effetti collaterali, 2021 (europeanconsumers.it). – McKenzie, W. (2021). Il capitale è morto. Il peggio deve ancora venire. Produzioni Nero. – Marx, K., Manoscrittieconomici-filosofici, paragrafo XIV, 1844. https://www.marxists.org/italiano/marx-engels/1844/2/Manoscritti/bisogni.html. – Micciarelli, G. (2017). Introduzione all’Uso Civico e Collettivo Urbano. La gestione diretta dei Beni Comuni urbani. Munus, (1), 135-161. – Micu, A. (2022). Neuroni umani nel cervello dei ratti, Zme Science, Romania, tradotto da “Internazioanle”, 21 ottobre 2022. – Palma, M. (2021). La guerra non parte da qui. Viterbo: Scatole Parlanti. Quadro di prospettiva. – Piani, L., Carestiato, N., & Peressin, D. (2019). Dalla farina alla comunità: una filiera di economia solidale nel Medio Friuli. Udine: Forum. – Pepino, L. & Revelli, M. (2012). Non solo un treno… La democrazia alla prova della Val Susa. Torino: GruppoAbele. – Preston, Ch. (2020). L’era sintetica. Torino: Einaudi. – Zibechi, R. (2014). Sulle piccole azioni e sulle grandi vittorie, www.comune-info.net, 13 gennaio 2014.
Pubblicato sulla rivista (ebook) del SIREF (Società di Ricerca Educativa e Formativa), nella Collana EduVersi: “Ricerca partecipativa e formazione sistemica” a cura di Liliana Dozza, Piergiuseppe Ellerani e Alberto Parola