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giovedì 17 settembre 2026

Studente fotografa l’infiltrazione a scuola e viene punito, anche l’Ufficio scolastico regionale conferma la nota - Giuseppe Pietrobelli

 

Anche l’Ufficio scolastico regionale del Friuli-Venezia Giulia ha confermato la nota disciplinare per il ragazzo che, a maggio scorso, ha fotografato una vistosa macchia sul soffitto della classe: l’intervento è stato ritenenuto “congruo” rispetto a un comportamento considerato lesivo delle regole che vigono tra i banchi di scuola. “La famiglia” del ragazzo dell’Istituto commerciale Pertini di Pordenone “ha deciso di non ricorrere al Tar, anche se è convinta che non vi fossero motivi per una censura – spiega l’avvocato Marco Florit – perché ormai l’anno scolastico è terminato ed è venuto a mancare l’interesse attuale e concreto. Quindi il Tribunale amministrativo avrebbe potuto astenersi dalla pronuncia”.

Secondo docenti e responsabili scolastici, il ragazzo ha sbagliato a fare lo scatto: avrebbe dovuto chiamare un bidello, il quale a sua volta avrebbe interessato l’insegnante rappresentante della classe, il quale, infine, avrebbe indirizzato l’interpello al dirigente scolastico, il quale avrebbe ordinato l’intervento di sanificazione. Anche se da tempo tutti sapevano che le condizioni dell’aula non erano a regola d’arte, al punto che gli allievi venivano talvolta spostati altrove. In ogni caso, lo studente non avrebbe dovuto riprodurre immagini di denuncia, né tantomeno diffonderle all’esterno della scuola. Finite sulle pagine dei giornali locali, avevano creato un putiferio. Le autorità scolastiche, anziché valutare la sostanza, hanno colpito l’improvvido ragazzo, che ne aveva parlato in famiglia, prima degli articoli sui quotidiani. La sanzione disciplinare decisa dagli organi interni, equivalente a una nota di demerito, non aveva poi avuto effetti sulle valutazioni di fine anno. Il ragazzo era stato promosso, ma non si era arreso, ritenendo di aver subito un’ingiustizia.

La storia contiene non pochi elementi di contraddittorietà. Secondo la difesa il ragazzo non era punibile per aver usato il telefonino, che è vietato dal regolamento scolastico, avendo utilizzato un tablet di cui è in possesso per ragioni didattiche. Inoltre non aveva violato la privacy di nessuno, visto che si era limitato a riprendere un soffitto macchiato d’acqua e non le persone, insegnanti o coetanei minorenni. Si era improvvisato reporter attuando una forma di denuncia civica, visto che la situazione delle infiltrazioni si prolungava da tempo e si era consultato con i genitori. Lo studente aveva detto di essere stato autorizzato da un insegnante, ma quest’ultimo ha negato di averlo fatto. Ciò che ha indispettito la famiglia è il trattamento subito dallo studente. “Abbiamo rappresentato come una richiesta di colloquio dei genitori con la dirigenza scolastica non sia mai stata accolta. Anzi, il ragazzo è stato convocato da solo, per discolparsi, di fronte ad alcuni insegnanti. – spiega l’avvocato Florit – Non era stato avvisato dell’audizione in anticipo, né gli è stato consentito di venire assistito dai genitori o da un adulto”. L’Ufficio scolastico regionale non ha però ritenuto irrituale tale modalità.

Intervistato dal Gazzettino, il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza dell’istituto, Antonio Sorella, ha dichiarato: “La materia sulla sicurezza è norma cogente, vuol dire speciale. Supera le altre norme del regolamento. Devi agire velocemente, si basa sulla prevenzione. Il papà del ragazzo, prima del ricorso, aveva chiesto un incontro alla dirigente per cercare di spiegarsi. Incontro che non c’è mai stato. È stata un’occasione persa, perché si poteva sfruttare questa vicenda per promuovere una cultura della prevenzione tra gli studenti”.

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mercoledì 29 aprile 2026

La propaganda LEGO dell’Iran rivela come funziona la guerra cognitiva

di Empathic Revolutionary *      

 La Narrazione

Un piccolo studio in Iran con meno di dieci persone ha prodotto quotidianamente video di propaganda AI in stile LEGO. I clip dicono ad alta voce ciò che i media americani si rifiutano di dire. Come il fatto che i bombardamenti sono crimini di guerra. Che i funzionari che li ordinano sono gli aggressori. Che le persone dalla parte del ricevente sono esseri umani.

Un ritornello ripete verità scomode: “Il tuo governo è gestito da pedofili. Ti hanno ordinato di morire per Israele“. I video stabiliscono connessioni esplicite con la rete di Epstein, inquadrandola come parte di un sistema più ampio di compromesso e controllo delle élite.

Rinominano “America First” come “Make Israel Great Again“. Trump appare come un cartone animato. Netanyahu viene preso in giro. I comandanti iraniani sembrano fighi, sicuri di sé, in controllo. Musica rap, colori vivaci, montaggio veloce, ritmo da meme. Missili che volano. Battute che colpiscono.

Il tono è più vicino alla cultura di internet che ai media di stato perché è rivolto allo stesso pubblico che i media aziendali americani hanno abbandonato.

Questa superficie è l’amo. La domanda successiva è chi lo sta facendo. Il gruppo si chiama Akhbar Enfejari — Media Esplosivi.

Prima della guerra, il canale era gestito da un piccolo gruppo di giovani iraniani su Telegram. Pubblicavano clip meteo, highlights di calcio, lamentele sulla scuola e critiche al loro stesso governo. Si impegnavano anche in discussioni sulle sanzioni e sugli sviluppi geopolitici più ampi. Non erano propagandisti. Né terroristi. Erano solo normali creatori di contenuti che capivano i social media e sapevano usare gli strumenti di IA.

YouTube ha bannato il loro canale. Ma a quel punto i video si erano già diffusi su X, TikTok, Instagram e Telegram. Avevano solo bisogno di muoversi attraverso i feed più velocemente di quanto le narrazioni ufficiali potessero contrastarli.

Per decenni, gli USA hanno lavorato per appiattire l’Iran in un’unica immagine. Bush lo ha definito parte dell’Asse del Male. Hollywood lo ha reso il villain in Argo e 300. Le news via cavo hanno costruito la loro copertura attorno a clero e folle urlanti. Le sanzioni hanno tagliato l’accesso a farmaci antitumorali e insulina mentre i funzionari definivano la politica umanitaria.

Trump ha stracciato il JCPOA nel 2018 dopo che l’Iran aveva rispettato la sua parte. Due anni dopo ha ordinato l’assassinio di Qasem Soleimani su suolo straniero e lo ha trattato come una vittoria.

Il progetto era coerente. Ridurre novanta milioni di persone a un regime, una minaccia, un’immagine che gli americani non avrebbero avuto problemi a vedere bombardata.

Ora l’Iran sta plasmando quell’immagine. Trump e Netanyahu sono collocati al suo interno come bersagli, mentre i funzionari iraniani sono mostrati come sicuri di sé e in controllo.

L’Iran ha smesso di rivolgersi a Washington. Il colpo di stato del 1953, il ritiro dal JCPOA, l’uccisione di Soleimani, il sabotaggio seriale dei siti nucleari, gli omicidi di scienziati iraniani per le strade iraniane — il dossier è chiuso. Non c’è più nulla da negoziare con un Impero che tratta ogni accordo come una pausa prima del prossimo colpo. L’Iran non sta parlando con la Casa Bianca. Sta parlando oltre essa, ai pubblici in Europa, America Latina, Asia, Africa e all’interno degli stessi Stati Uniti.

Il cambiamento ha senso nel quadro geopolitico reale. Le recenti mosse di allineamento tra i paesi BRICS su commercio, energia e regolamento delle valute mostrano il cambiamento nella pratica, non solo nella retorica. La competizione sottostante è tra USA e NATO contro il blocco BRICS.

I media aziendali cercano qualsiasi altra cornice — terrorismo, proliferazione, diritti umani, stabilità regionale — prima di nominare l’asse. Leggere la strategia LEGO richiede di nominarlo. L’Iran non è un attore canaglia che fa i capricci contro un ordine stabile. È un nodo all’interno di uno spostamento coordinato di come il potere si distribuisce a livello globale, e si comporta come tale.

Restrizione

Washington e Tel Aviv hanno passato il ciclo attuale a cercare di trascinare Iran e Russia nella prima escalation palese. Una risposta provocata avrebbe consegnato loro la narrazione e preparato il terreno per la guerra più ampia che vogliono. Entrambe le capitali si sono rifiutate. L’Iran ha assorbito i colpi, non ha mai sparato per primo e ha rispettato il diritto internazionale.

Quella restrizione è di per sé un messaggio per il pubblico globale. Dice che l’impero sta oscillando e sbagliando il bersaglio. Dice che gli adulti in questo conflitto sono quelli che vengono bombardati, non quelli che bombardano.

I dati lo confermano. Il sostegno alla guerra contro l’Iran è iniziato al trentasette per cento ed è continuato a scendere. L’Afghanistan era partito al novantadue per cento. L’Iraq al settantadue. Questa volta Washington non ha nemmeno presentato le sue ragioni prima di colpire. Non c’è stato un Colin Powell all’ONU con una provetta. Non c’è stato un dossier di intelligence manipolato venduto per diciotto mesi.

Ci si aspettava che il pubblico accettasse questa guerra nelle stesse condizioni informative che avevano permesso gli interventi precedenti. Questa volta, quella aspettativa è fallita.

La restrizione sul terreno libera l’Iran per passare all’offensiva nel dominio della Guerra Cognitiva attraverso i feed dei social media. Il fatto che l’Iran detenga l’alto livello legale e morale nel conflitto fisico apre il fronte culturale, che è l’unico fronte dove i vantaggi schiaccianti dell’impero non si traducono altrettanto efficacemente.

I sistemi di difesa missilistica non fermano un clip virale. Le portaerei non fanno più meme di uno studio di dieci persone. La prima ondata di attacchi statunitensi e israeliani avrebbe ucciso molti dei propagandisti vecchia scuola dell’Iran. La generazione che li ha sostituiti è cresciuta sulla stessa internet dei ragazzi americani a cui parlavano.

È meglio familiarizzare con questi concetti prima piuttosto che dopo perché questo è l’aspetto della guerra cognitiva e chiunque abbia accesso a internet e a un proprio account social può fare la differenza.

La cultura è il terreno. Il vecchio modello di macchina propagandistica governa ancora la maggior parte della conversazione pubblica sulla guerra — sale stampa, conferenze stampa, canali di intelligence, strutture di comando militare, che poi filtrano verso i media. Quel modello è rotto.

La lotta per la percezione ora avviene molto più vicino al livello dell’attenzione ordinaria. Avviene nel feed, nello scorrimento, nella battuta, nel clip che le persone si scambiano, nello stile visivo che risulta immediatamente leggibile prima ancora che qualcuno elabori il messaggio al suo interno.

La Cultura è il Terreno

L’approccio LEGO funziona perché è immediatamente riconoscibile. Uno dei creatori l’ha chiamato un “linguaggio mondiale“, e questo è il punto: è immediatamente familiare, facile da leggere e viaggia tra i pubblici senza attrito.

La frase è precisa. LEGO porta una familiarità visiva condivisa in ogni mercato che i video devono raggiungere. Abbassa la resistenza. Dà ai video una superficie che sembra facile da affrontare, anche quando il messaggio all’interno è duro o di parte. Lo stile fa la maggior parte del lavoro prima che lo spettatore inizi davvero a pensare alla politica.

Questi video non hanno bisogno di cambiare l’opinione di massa. La loro funzione è rendere visibile il dubbio esistente. Lo scetticismo sulla condotta statunitense e israeliana è già diffuso. Molte persone diffidano della messaggistica bellica ufficiale e sospettano che le giustificazioni pubbliche non corrispondano alle motivazioni sottostanti. Percepiscono un divario tra ciò che le istituzioni dicono e ciò che osservano. Gran parte di quel dubbio rimane sparso e sottosviluppato — tenuto privatamente, condiviso in piccoli circoli, o sentito come una vaga sensazione che qualcosa non quadri.

La cultura virale cambia quella situazione trasformando il dubbio sparso in qualcosa che le persone possono vedere e condividere. Rende lo scetticismo pubblico invece che privato.

Quando ciò accade su larga scala, l’umore generale cambia. Le persone smettono di sentirsi sole nel loro scetticismo e iniziano a vedere che altri pensano allo stesso modo. Questa consapevolezza condivisa cambia il modo in cui le persone interpretano ciò che sta accadendo. Gli americani che protestavano contro il loro stesso governo hanno persino usato la propaganda iraniana come colonna sonora.

Le istituzioni mancano di questa capacità. Possono diffondere molto contenuto. Possono ripetere le stesse frasi. Possono inviare messaggi coordinati attraverso ogni canale che controllano. Non possono generare il tipo di percezione condivisa e vissuta che rende un’idea socialmente reale. Un breve video può farlo. Un meme può farlo. Un buon podcast può farlo.

Qualsiasi pezzo di contenuto creato può ripetere un sentimento condiviso in pochi secondi. Si diffonde attraverso la cultura online perché le persone ridono, lo riconoscono e lo condividono.

La Casa Bianca ha gestito la propria operazione di meme. Karoline Leavitt ha detto che ha raggiunto due miliardi di impressioni. Quel numero potrebbe essere reale, ma il volume da solo non decide questo tipo di lotta. Il contenuto ufficiale spesso sembra controllato e sceneggiato. Sembra pianificato. Sembra il potere che cerca di imitare la cultura di internet senza inserirvisi completamente.

Un piccolo team di animazione AI lo ha superato perché ha capito come funziona realmente il medium. Quando questo è diventato chiaro, la risposta è stata chiuderlo. YouTube ha rimosso il canale. I clip hanno continuato a diffondersi comunque, ripubblicati e condivisi dagli stessi americani a cui erano rivolti. A quel punto, la censura non riduce l’impatto. Lo rafforza. Segnala al pubblico che il contenuto ha centrato il bersaglio.

La percezione tende a precedere il ragionamento formale. Le persone capiscono rapidamente chi sembra credibile, minaccioso, ingannevole o dominante prima ancora di formarsi completamente un’opinione. La cultura struttura questi giudizi precoci impostando la cornice emotiva attorno a un evento.

Una volta che quella cornice è stabilita, le informazioni successive non vengono elaborate in modo neutrale; le persone tendono a interpretarle attraverso ciò che già sentono e credono.

L’AI rafforza questa dinamica riducendo i costi di produzione e accelerando i cicli di iterazione. Piccoli team possono ora sostenere una produzione continua di contenuti con stile coerente, personaggi ricorrenti e tempi di risposta rapidi.

L’AI è solo parte dell’equazione. Il vantaggio decisivo risiede in come il conflitto viene inquadrato e confezionato per la circolazione all’interno dei sistemi di attenzione esistenti. La tecnologia abilita la distribuzione. L’intuizione culturale determina se il contenuto si muove davvero.

Un sistema che ha passato decenni a plasmare come viene visto l’Iran sta ora ricevendo una risposta nello stesso medium — veloce, culturale e costruito per il feed.

La lotta non è più decisa dopo che gli eventi sono stati spiegati. È plasmata in tempo reale da come quegli eventi vengono inquadrati, condivisi e riconosciuti. La parte che definisce ciò che le persone pensano di vedere, presto e su larga scala, imposta la direzione che il resto della storia seguirà.

* dal Substack Empatic Philosophy

Altri video:

L. O. S. E. R.

Hegseth 

LIAR

Wake Up AMerica

da qui

venerdì 20 febbraio 2026

Il British Museum rimuove la parola "Palestina" per le pressioni degli avvocati filo-israeliani

(ripreso da l'AntiDiplomatico)

Il British Museum ha rimosso la parola Palestina dalle esposizioni dedicate all'antico Medio Oriente in seguito alle "preoccupazioni" di un gruppo di pressione israeliano con sede nel Regno Unito.

Il British Museum ha confermato che sta rivedendo e aggiornando alcuni pannelli e didascalie delle gallerie dopo che "i test sul pubblico hanno dimostrato che l'uso storico del termine Palestina... in alcune circostanze non è più significativo", ha affermato sabato in una nota UK Lawyers for Israel (UKLFI).

Il gruppo ha spiegato che nelle esposizioni che riguardano l'antico Levante e l'Egitto erano presenti riferimenti "storicamente inaccurati" alla Palestina.

Ha aggiunto che applicare un unico nome a migliaia di anni "cancella i cambiamenti storici e crea una falsa impressione di continuità".

Nella dichiarazione si legge che, in risposta alle preoccupazioni, il portavoce del British Museum ha confermato che è in corso la revisione e l'aggiornamento dei pannelli e delle etichette caso per caso.

"Ad esempio, i pannelli informativi nella galleria del Levante, che coprono il periodo 2000-300 a.C., sono stati tutti aggiornati per descrivere in modo più dettagliato la storia di Canaan e dei Cananei e l'ascesa dei regni di Giuda e Israele utilizzando quei nomi."

"Un testo rivisto dedicato ai Fenici è stato installato all'inizio del 2025", ha aggiunto.

Il Telegraph ha riferito che nel pannello dedicato agli Hyksos la dicitura "discendenza palestinese" è stata modificata in "discendenza cananea".

Nella dichiarazione, un portavoce dell'UKLFI ha affermato di accogliere con favore la volontà del British Museum di rivedere e modificare la terminologia che ha definito "inesatta o che potrebbe trasmettere un significato errato oggi".

La scorsa settimana, l'UKLFI ha rilasciato una dichiarazione sulla questione, intitolata "Il British Museum sotto pressione per modificare l'uso storicamente inaccurato di 'Palestina'".

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martedì 22 luglio 2025

Controllo e censura nelle scuole italiane: segnali evidenti di fascismo eterno - Michele Lucivero

I segnali, abbastanza diffusi e premonitori, erano evidenti già prima, così come i segnali di un fascismo latente erano già manifesti prima nel 1922 nel suprematismo bianco, nel colonialismo muscolare, nel meccanismo repressivo delle opposizioni, nel razzismo biologico. Tuttavia, quei segnali divennero con il passare del tempo sempre più chiari e inconfutabili, ma anche condivisi dalla popolazione intera, intortata ad arte dall’apparato informativo di sistema e da quello scolastico, che lasciavano sempre meno spazio al pensiero critico e divergente.

Analogamente, al giorno d’oggi diventa palese e incontrovertibile il diffuso processo di controllo dell’operato e dell’universo simbolico che si costruisce nelle scuole pubbliche, nonostante questo sia stato messo opportunamente al riparo dalla nostra Costituzione mediante il principio ella libertà educativa e del pluralismo culturale, che non richiedono di prestare giuramenti nei confronti di una qualche ideologia totalitaria, tirannica e antidemocratica.

Questa premessa potrebbe essere anche sufficiente per trasmettere, da docenti ed educatori, la nostra preoccupazione relativamente al clima che da qualche tempo si vive nelle scuole, un clima che provammo a documentare in uno dei momenti più cupi della nostra storia[1], cioè durante le prove tecniche di regime, ma allora c’era la pandemia e l’emergenza sanitaria imponeva di mettere davanti a tutto, anche davanti alla libertà soggettiva di trattamento sanitario, l’interesse collettivo e così con lo slogan di “sorvegliare e pulire” obbedimmo, ci vaccinammo e tornammo a scuola come soldatini, “armati” di disinfettanti, a sanzionare comportamenti che violassero la regola del distanziamento sociale, umano e fisico.

Ma la nostra preoccupazione si è acuita qualche tempo fa, quando un editore poco coraggioso, il bolognese Zanichelli, non ha avuto nulla da eccepire davanti alle intimidazioni del Governo, che ha segnalato l’anomalia in un suo manuale e lui prontamente è ricorso alla sostituzione, al macero, alla rimozione della pagina incriminata. Noi lo abbiamo segnalato su ROARS e poche altre testate hanno avuto l’avventatezza di rilanciare la denuncia.

E, tuttavia, questa pratica di intervenire negli affari della scuola mediante circolari commemorative su ricorrenze imbarazzanti, come quelle sulla celebrazione del 4 novembre, con correzioni revisionistiche, come quelle sulle Foibe, intimidazioni diffuse e sanzioni ad personam, come nel caso di Christian Raimo, sta diventando una pratica abituale. E, allora, come dice Luciano Canfora, in questi casi «è legittimo allarmarsi quando si osservano repliche di quei comportamenti: intimidire l’opposizione con accuse inverosimili, intimidire singoli oppositori con raffiche di querele, metter sotto accusa o delegittimare gli organi di controllo, demonizzare i governi precedenti ventilando “commissioni d’inchiesta” a getto continuo, monopolizzare l’informazione (pronta, per parte sua, all’autocensura), progettare di stravolgere l’ordinamento costituzionale. È un sistema di controllo che potrebbe definirsi “reazionarismo capillare di massa”, facente perno su ceti medi impoveriti, antipolitici e vagamente xenofobi»[2].

Certo, ciò che intendiamo segnalare è che questa volta, a differenza del bolognese Zanichelli, il barese Alessandro Laterza, erede di una storica tradizione antifascista che risale nientedimeno che alla collaborazione con Benedetto Croce, non si è lasciato intimidire e ha sostenuto il lavoro dei suoi autori e delle sue autrici Caterina Ciccopiedi, Valentina Colombi, Carlo Greppi e Marco Meotto, storiche di professione, ricercatrici e docenti, dichiarando «Senza ricamarci troppo: siamo nell’anticamera della censura e della violazione di non so quanti articoli della Costituzione». 

Ora, se nel caso del manuale di Zanichelli ad essere contestato dal Governo era un passaggio in cui l’ONG Human Rights Watch riferiva di una maggiore disposizione all’accoglienza nell’impianto legislativo del Governo Conte rispetto a quello precedente sotto il dicastero di Matteo Salvini, in quest’ultimo caso è abbastanza curioso il motivo del contendere con intento intimidatorio. Ciò che si contesta, infatti, da parte della deputata di Fratelli d’Italia Augusta Montaruli nel volume di storia per il V anno dei Licei, Trame del tempo, è l’attribuzione di una sorta di continuità tra il fascismo e il partito al governo, la cui direzione è affidata a Giorgia Meloni, cioè lo stesso partito al quale la deputata Montaruli, che chiede ispezioni e accertamenti presso l’Associazione Italiana Editori, appartiene.

Insomma, ha davvero del ridicolo questa evidenza autoaccusatoria, se non fosse tragica dal momento che il soggetto dal quale promana è chiaramente incapace di comprendere l’autogol commesso. Basterebbe pensarci un attimo per mettere a nudo il cortocircuito logico e politico in cui si è cacciata l’onorevole. Se, infatti, l’arguta parlamentare si fosse limitata a denunciare l’estraneità del partito guidato da Giorgia Meloni da retaggi fascisti, circostanza ovviamente improbabile giacché viene sbandierata dalla stessa Presidente del Consiglio dei ministri[3], avrebbe semplicemente smentito gli autori e si sarebbe automaticamente collocata lungo una linea difensiva autoassolutoria conforme allo scopo della denuncia a mezzo stampa. E, invece, al contrario, cosa fa l’onorevole Montaruli? Si spertica nell’intimidire in maniera fascistoide degli storici, i quali hanno avuto l’ardire di rilevare il retaggio fascista di soggetti politici che, del resto, rimangono incapaci di dichiararsi antifascisti. Insomma, se intimidisci degli storici per ciò che scrivono; se richiedi che il loro lavoro venga ispezionato, non si sa a quale titolo, dall’Associazione Nazionale Editori; se chiedi che venga svolta una interrogazione parlamentare sul loro operato, è chiaro che si tratta di un atteggiamento fascistoide, rispondente ad alcune di quelle caratteristiche di cui ci parlava Umberto Eco,nel suo Il fascismo eterno[4], in particolare quando il semiologo tra i punti fondamentali dell’Ur-fascismo citava l’avversione nei confronti di qualsiasi critica e la paura della differenza.

Ecco, tutti questi segnali andrebbero pur sempre collocati, non dimentichiamolo, all’interno del quadro tracciato dalle nuove Indicazioni Nazionali per il curricolo della Scuola dell’infanzia e Scuole del Primo ciclo di istruzione, proprio quelle in cui la storia subiva un forte arretramento interpretativo di marca chiaramente colonialistica, circostanza, del resto, ampiamente criticata dagli storici e, in particolare, dalla Società Italiana di Didattica della Storia. Non a caso, proprio su questo tema, in un Convegno CESP a Palermo dal titolo Edward W. Said, la cultura dell’anti-colonialismo e la sua presenza nella scuola italiana avevamo provato ad indagare tra la manualistica in dotazione nelle scuole superiori quale fosse quella più incline ad un approccio inclusivo e meno occidentalista e il risultato era assolutamente favorevole a Caterina Ciccopiedi, Valentina Colombi, Carlo Greppi, Marco Meotto, Trame del tempo, Laterza, Roma-Bari, seguito da Andrea Giardina, Giovanni Sabbatucci, Vittorio Vidotto, I mondi della storia, Laterza, Roma-Bari e da pochi altri[5].

Che i tempi siano quantomeno tenebrosi è, dunque, piuttosto chiaro. Se poi a tutto ciò ci aggiungiamo il culto della morte e l’ideologia della guerra, che comporta la lotta contro il pacifismo, giacché «Il pacifismo è allora collusione con il nemico, il pacifismo è cattivo perché la vita è una guerra permanente»[6] con conseguente militarizzazione delle scuole (Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università), allora non si capisce davvero di cosa debba dolersene l’onorevole Montaruli per questa conclamata continuità storica e politica del Governo Meloni, il più a destra della storia italiana repubblicana, con l’Ur-fascismo.

Eppure, proprio dalla storia passata noi docenti ed educatori qualcosa l’abbiamo imparata, cioè abbiamo compreso il ruolo determinante dei professionisti della formazione nel costruire coscienze critiche non solo mediante discorsi e argomentazioni, ma anche attraverso azioni concrete, come il boicottaggio, ad esempio, vale a dire la scelta consapevole di un manuale più indipendente piuttosto che un altro più disposto ad obbedire e prono a sostituire, a censurare, a cassare dietro indicazione del Ministero. Insomma, a fronte di storici, storiche ed editori coraggiosi occorrerebbe altrettanto coraggio da parte della classe docente, per non rischiare di finire come le rane bollite.

di Michele Lucivero pubblicato su www.pressenza.com il 2 luglio 2025


[1] Ci permettiamo di rimandare a M. Lucivero, A. Petracca, Scuola pubblica e società (in)civile, Aracne, Roma 2023.

[2] L. Canfora, Il fascismo non è mai morto, Dedalo, Bari 2024.

[3] Il 23 ottobre 2022 nel discorso di investitura alle Camere, la Presidente Giorgia Meloni afferma: «Vengo da una storia politica che è stata spesso relegata ai margini della storia repubblicana». Opportunamente lo storico Luciano Canfora, egli stesso querelato per diffamazione aggravata ai danni della presidente del consiglio Giorgia Meloni (querela poi ritirata con conseguente dichiarazione di non luogo a procedere ad parte del Tribunale di Bari nei confronti dell’imputato), argomenta che quella storia “relegata al margine” è proprio la storia neofascista del Movimento Sociale Italiano, cfr. L. Canfora, Il fascismo non è mai morto, cit., p. 60-61.

[4] U. Eco, Il fascismo eterno, La nave di Teseo, Milano 2019.

[5] Cfr. https://cobasscuolapalermo.com/edward-w-said-la-cultura-dellanti-colonialismo-e-la-sua-presenza-nella-scuola-italiana/ per i video del Convegno e la presentazione analitica della manualistica.

[6] U. Eco, Il fascismo eterno, cit., p. 42.

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mercoledì 16 aprile 2025

CENSURA: il MIM «segnala il caso» e Zanichelli obbedisce

di Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università

 

 

Controllo, censura, epurazione. Il Ministero “segnala il caso” e Zanichelli ritira le copie

 

Un manuale di Scienze Sociali di Zanichelli riporta un articolo di Human Rights Watch sul diritto di asilo dei migranti. Il Ministero “segnala il caso” e Zanichelli ritira tutte le copie in commercio, sostituendo la scheda. Con la Commissione governativa sui programmi scolastici è sempre più forte il timore di censura e controllo nelle questioni scolastiche.

 

Immaginate che un domani a noi molto vicino possa essere istituita una commissione governativa che abbia il compito di controllare e giudicare i manuali in uso nelle scuole, ritenendo “politica” o “di parte” una determinata narrazione storica oppure una specifica presa di posizione da parte di un’associazione non-governativa.
Immaginate che tale commissione governativa, ad esempio, possa ritenere “controversa” la posizione di una ONG sui diritti umani, facendo pressione sulla casa editrice affinché espunga quella parte dal manuale e questa, senza battere ciglio, prontamente obbedisca.
Ora, da italiani, non dovremmo nemmeno far molta fatica ad immaginare una cosa del genere, non foss’altro perché circa un secolo fa siamo stati noi italiani a costruire la più grande macchina di propaganda del pensiero unico mediante l’istituzione di un Ministero della Cultura Popolare (Minculpop) in seno al fascismo.
Ma, appunto, eravamo durante il fascismo e cose del genere ad oggi non possono più accadere, anche perché dovremmo aver fatto proprie le norme della Costituzione del 1948, ad esempio l’articolo 21, il quale recita «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure».
E, invece, ciò che è accaduto nel gennaio del 2025, all’ombra dell’istituzione della Commissione governativa sui programmi scolastici nazionali, e di cui nessuno pare se ne sia occupato nel marasma generale della narrazione giornalistica prona al potere, rasenta una delle più brutte pagine della storia della scuola pubblica repubblicana, laica e democratica, un segnale preoccupante che marca un passo avanti nel processo di costruzione di un clima intimidatorio e repressivo all’interno del mondo dell’istruzione, caratterizzato, come nella migliore tradizione delle istituzioni totali, dall’imperativo del “sorvegliare e punire”.
Accade, dunque, ai nostri giorni, non durante il fascismo, che la casa editrice CLITT del gruppo Zanichelli pubblichi un testo di Scienze sociali in lingua inglese in uso negli istituti professionali (Revellino et al., Step into Social Studies, CLITT 2023, isbn 9788808799890), nel quale le autrici avevano inserito una scheda a pagina 95 con un riadattamento di un articolo della ONG Human Rights Watch sulla revisione operata dal decreto legge 130/2020 del governo pentastellato di Giuseppe Conte sul decreto 113/2018 del governo precedente. Si dà il caso che quest’ultimo decreto, voluto dal ministro Matteo Salvini, che notoriamente appartiene al partito «anti-migranti, la Lega», fosse fortemente restrittivo nei confronti della concessione dei permessi di soggiorno e la ONG commentasse il caso all’interno di un percorso di Educazione civica (scheda allegata con traduzione molto letterale del sottoscritto per non alterare il senso “politico” della questione).
La scheda, nonostante, in realtà, riportasse in basso la fonte, tranquillamente reperibile in rete, non è piaciuta al Ministero, che «ha segnalato il caso» alla casa editrice e questa ha prontamente obbedito, ritirando tutte le copie in commercio, rimuovendo la scheda dalla versione online, sostituendo nel cartaceo “il caso” incriminato con il testo della legge 130/2020, «senza commenti di parte», e inviato a tutti/e i/le dirigenti delle scuole che avevano adottato il libro una lettera sottoscritta dalla Direttrice Generale (lettera allegata).
Ora, al di là della questione della libertà di stampa e del pericoloso precedente che questo fenomeno comporta, anche per l’evidente segnale di deterrenza nei confronti degli altri editori, che saranno costretti, eventualmente, a farsi carico di notevoli danni economici in caso di ristampe, colpisce in questa storia la derubricazione a «tema molto controverso» della questione relativa ai diritti umani dei migranti, di chi fugge da guerre, fame, torture e trattamenti giudicati inumani da chi da decenni si occupa della salvaguardia delle vite umane, tra cui anche Amnesty International.
È assurdo assistere ad un totale ribaltamento lessicale, semantico e ideologico dei fatti e delle questioni in essere, per cui risulta affrontata «in modo acritico una opinione di parte», laddove l’essere “di parte” starebbe nel ritenere necessario in punto di diritto internazionale salvare le vite di uomini e donne in pericolo, per evitare di criminalizzarli come clandestini, per evitare che vengano ignorati e respinti in mare, per impedire che avvengano altre stragi come quella di Cutro, su cui poi dovremmo versare lacrime di coccodrillo per essere credibili. Oppure, per essere dalla parte giusta, dovremmo affermare in maniera disumana che «La disperazione non giustifica i viaggi in mare»?
Sapranno, del resto, i/le docenti che hanno adottato il manuale ritenere se quelle posizioni, fin troppo critiche, in realtà, nei confronti della parte sbagliata, cioè quella disumanizzante e sprezzante dei diritti umani, siano “acritiche” ed, eventualmente, criticarle in ottemperanza alla propria libertà d’insegnamento sancita all’art. 33 della Costituzione? Saranno i/le docenti in grado di ignorare eventuali prese di posizioni incompatibili con l’Educazione civica, circostanza per la quale le autrici avevano inserito la scheda nel manuale? Oppure gli/le insegnanti devono essere sistematicamente trattate/i come minus habentes, burocrati di un sistema scolastico sempre più acritico e standardizzato e, nel caso di prese di posizioni, essere sanzionate/i e punite/i?

Per concludere, un’ultima considerazione verrebbe da fare come monito alle colleghe e ai colleghi, ma soprattutto agli editori, sull’adozione dei manuali scolastici: è chiaro che atteggiamenti così prontamente servili e palesemente acritici nei confronti di “segnalazioni” – cioè censure – da parte del Ministero sono deprecabili e diseducative nel contesto delle strutture scolastiche e lanciano un forte sospetto nei confronti di chi supinamente o, peggio, convintamente accetta che la “difesa dei diritti umani” sia un tema controverso, per cui è importante tenere a mente che, almeno fino a quando non intervenga sui manuali con la riscrittura totale la famigerata commissione per i programmi scolastici voluta da Valditara, resta in capo ai Collegi dei Docenti scegliere altro e stare alla larga da chi si schiera per la parte sbagliata, quella dell’indifferenza, dell’ignavia, dell’abulia morale che genera, sostiene e legittima genocidi.

 

QUI il seguito del «Caso “Censura su Zanichelli”, ecco il testo sostituito: quando la pezza è peggio del buco!»

 

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