Anche l’Ufficio scolastico regionale del Friuli-Venezia Giulia ha confermato la nota disciplinare per il ragazzo che, a maggio scorso, ha fotografato una vistosa macchia sul soffitto della classe: l’intervento è stato ritenenuto “congruo” rispetto a un comportamento considerato lesivo delle regole che vigono tra i banchi di scuola. “La famiglia” del ragazzo dell’Istituto commerciale Pertini di Pordenone “ha deciso di non ricorrere al Tar, anche se è convinta che non vi fossero motivi per una censura – spiega l’avvocato Marco Florit – perché ormai l’anno scolastico è terminato ed è venuto a mancare l’interesse attuale e concreto. Quindi il Tribunale amministrativo avrebbe potuto astenersi dalla pronuncia”.
Secondo docenti e responsabili scolastici, il ragazzo ha sbagliato a fare
lo scatto: avrebbe dovuto chiamare un bidello, il quale a sua volta avrebbe
interessato l’insegnante rappresentante della classe, il quale, infine, avrebbe
indirizzato l’interpello al dirigente scolastico, il quale avrebbe ordinato
l’intervento di sanificazione. Anche se da tempo tutti sapevano che le
condizioni dell’aula non erano a regola d’arte, al punto che gli allievi
venivano talvolta spostati altrove. In ogni caso, lo studente non avrebbe
dovuto riprodurre immagini di denuncia, né tantomeno diffonderle
all’esterno della scuola. Finite sulle pagine dei giornali locali, avevano
creato un putiferio. Le autorità scolastiche, anziché valutare la sostanza,
hanno colpito l’improvvido ragazzo, che ne aveva parlato in famiglia, prima
degli articoli sui quotidiani. La sanzione disciplinare decisa
dagli organi interni, equivalente a una nota di demerito, non aveva
poi avuto effetti sulle valutazioni di fine anno. Il ragazzo era stato
promosso, ma non si era arreso, ritenendo di aver subito un’ingiustizia.
La storia contiene non pochi elementi di contraddittorietà. Secondo la
difesa il ragazzo non era punibile per aver usato il telefonino, che è vietato
dal regolamento scolastico, avendo utilizzato un tablet di cui
è in possesso per ragioni didattiche. Inoltre non aveva violato la privacy di
nessuno, visto che si era limitato a riprendere un soffitto macchiato d’acqua e
non le persone, insegnanti o coetanei minorenni. Si era improvvisato reporter
attuando una forma di denuncia civica, visto che la situazione
delle infiltrazioni si prolungava da tempo e si era consultato
con i genitori. Lo studente aveva detto di essere stato autorizzato da un
insegnante, ma quest’ultimo ha negato di averlo fatto. Ciò che ha indispettito
la famiglia è il trattamento subito dallo studente. “Abbiamo rappresentato come
una richiesta di colloquio dei genitori con la dirigenza scolastica non sia mai
stata accolta. Anzi, il ragazzo è stato convocato da solo, per
discolparsi, di fronte ad alcuni insegnanti. – spiega l’avvocato Florit – Non
era stato avvisato dell’audizione in anticipo, né gli è stato consentito di
venire assistito dai genitori o da un adulto”. L’Ufficio scolastico regionale
non ha però ritenuto irrituale tale modalità.
Intervistato dal Gazzettino, il rappresentante dei lavoratori
per la sicurezza dell’istituto, Antonio Sorella, ha dichiarato: “La
materia sulla sicurezza è norma cogente, vuol dire speciale. Supera le altre
norme del regolamento. Devi agire velocemente, si basa sulla prevenzione. Il
papà del ragazzo, prima del ricorso, aveva chiesto un incontro alla dirigente
per cercare di spiegarsi. Incontro che non c’è mai stato. È stata un’occasione
persa, perché si poteva sfruttare questa vicenda per promuovere una cultura
della prevenzione tra gli studenti”.
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